La poesie di Levio

Auteur
Magno, P.
Publié dans
Sileno
Année
1982
Sujet
LAEVIUS
Langue
Italiano
Catégorie
C6 Langue et littérature
Numéro d'archive
1091

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MAGNS,P. ine’ 4 SiLero, la a 1 A che & etyeto 48x00 significhi «che gli appartenevano, che gli erano vicini, che lo accompagnavano». Ma, anche in questo caso, [a frase ha una connotazione LA POESIA DI LEVIO abbastanza insolita, suona forzata. Due vie sono forse prospettabili per uscire dalla strettoia. La prima èdi considerare & etyeto come una glossa penetrata nel testo. Davanti al giuridico évéyupa un copista si sarà sentito obbligato a fornire un chiarimento, a specificare che ¿véyuga equivaleva a «le cose che uno aveva». Si leggerebbe ‘così: ixavà yàg.ijv t& iviyupa aùtod, ma non verrebbe comunque risolta la difficoltà di fondo, dell'uso di ¿yw passivo. L'altra, che prospetto con cautela, € di supporre elyezo una svista dovuta al precedente elyev e correggere elyero in éxerzo. Il costo paleografico non sarebbe eccessivo, e la logica (anche grammaticale e sintattica) verrebbe rispettata. L'uso di xeipor accanto a évéyupa e attestato in Plat. Leg. VII 820 € La questione critica principale di Levio, da identificarsi probabilmente con un Levio Melisso grammatico della fine del II, inizio I secolo a.C... è da ricercarsi su quanto egli risentisse degli influssi alessandrini e su come chiudesse un'epoca «ultimissimo dei veteres» |. All’inizio del Novecento H. De la Ville De Mirmont, che ebbe il merito di offrire la prima vera monografia sul poeta, insisté sul fatto che Levio fu «le premier initiateur de I’ Alexandrinisme à Rome, le poète novateur (zetotu pévio: xatanes ¿véyupa...). Con il testo ixavà yd Tv tà ivéyopa & Exeıco aùtobd si verrebbe ad asserire «vincolanti erano infatti i pegni che si trovavano (= che aveva) la», in giusta consonanza con l'insieme. dronicus avait dirigé la première» (Étude biographique et littéraire sur le poëte Margherita Rubino Pochi anni dopo anchei tedeschi (F. Leo, Die rômische Poesie in der sullanischen Zeit, «Hermes», 1914, pp. 180-188, ora in Ausgewählte Kleine Schriften, I, Roma 1960, pp. 268-275, e W. Kroll, art. sulla qui a présidé à la seconde évolution de la poésie romaine, comme Livius An- Laevius, Bordeaux-Paris 1900, p. 345). Pauly-Wissowa, XII, 1, dl. 452-454) considerano il nostro poeta di formazione ellenistica. Ma cosi affrontata, la questione appariva ancora aperta, non riuscendosi a spiegare la varietà di metri, di costrutti, di lingua. Toccò invece alla critica italiana allargare il campo d'azione, non fermandosi ai soli aspetti esteriori, ma analizzando tutto il sostrato culturale latino e arcaico. Si è pensato così ad influssi dei cantica e dei deverbia della commedia ?, si son trovate somiglianze con le monodie tragiche d'impronta euripidea ?, si è considerata la sua polimetria come l’espressione di chi «fu l'intermediario fra due diverse epoche della letteratura latina» *, si è visto negli arditi costrutti arcaici un tentativo di «rendere le raffinatezze espressive della poesia alessandri na» °. Anche in Francia, continuando la tradizione di studi leviani iniziata ' G. Pascoli, Lyra, Livorno 1915, p. XXXVI, n. 1. ? F. Della Corte, Varrone e Levio di fronte alla metrica tradizionale della scena latina. wAtti R. Acad. Scienze Torino Classe Scienz. mor. stor. e filol.», 1934-35, p. 379. * L. Alfonsi, Poetae Novi-Storia di un movimento poetico, Como 1945, p. 20. G.B. Pighi, Il libro di Gato Valerio Catullo e iframmenti dei «poeti nuovi», Torino 1974. p. 68, ha considerato gli Eroropaegnia opera scritta per la musica, ossia ulibretti» di «parole per musica». * A. Traglia, Poetae Novi (1 pocti nuovi), Romar 1962, p. 6. Laevre 57-66. | L'œude Aacno P., La poesia di Levio : Sileno VIII 1982 poétique eul et de la se | du sentiment us a représenté une combinaison heureusejusqu’à une méditation de nature ’ E. Paratore, La letteratura latina dell'età repubblicana ¢ augustea, Firenze-Milano 1969, p. 158. terie intellectuelle, et a su même se hausser ur l'immortalité de la vie et de l'amour. goricienne

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dall'Havet limitatamente a problemi metrici e filologici, e dal Mirmon aine, républic ue L'époq I, Tome e, inconnu latine ure Henri Bardon, La littérat Paris 1952, pp. 189-195, si è soffermato, attraverso un'accurata indagine n linguistica, sull’«érotisme de boudoir» di Levio e sulla sua «transf1ormatio influsso galante des béros d’Homére et des Tragiques», facendovi notare tradition». — alessandrino, ma nello stesso tempo «le sens profond de la Tale ricerca ha trovato un recente sviluppo nell'ampia monografia di J. Granarolo 6, la cui parte riservata a Levio definito «le déroutant», indaga sia le questioni filologiche, biografiche e storiche con riferimenti ad Anacreonte, Archiloco ¢ agli Alessandrini, e sia quanto Catullo abbia risentito dell in- ), che il fluenza leviana. Ed arriva infine alla conclusione (pp. 163-171mimées et nostro poeta fosse autore di une série de sketches et de saynétes chantees». L'intuizione ottocentesca di Eleuterio Menozzi ', ritenuta di nessun credito, per la quale, a causa di particolarita metriche, le opere leviane piu dovevano considerarsi delle tragedie, trova cosi nel critico francese una giusta ed equilibrata rielaborazione: ossia non tragedie, bensì sketches sul tipo delle pantomime e secondo il gusto antico di portare sulle scene opere non propriamente scritte per il teatro, come avverrà per alcuni poemi di Catullo e Calvo (Orazio, Serm., I 10, 19) e per le Ecloghe di Virgilio (Donato, Vita Verg., 26 e Servio, ad Ed., 6, 11). | Dinanzi a tale tesi occorre non soltanto maggiore prudenza, peraltro invocata nella recensione di H.D. Jocelyn ® all'opera del Granarolo, il quale 6 D'Ennius è Catulle, Recherches sur les antécédents romains de la «poésie nouvelle», : d Sui frammenti degli «Erotopaegnian di Laerius, «Riv. di filol. ¢ d'istruz. class.», à8 Paris 1971. astrattezza, ha 95. pp. 182-197. È un articolo che, pur con innegabili difetti e una certa Weichert, Poetarum di MA. avuto il merito di non adagiarsi pedissequamente sulle teorie che riuscì a vedere Latinorum vitae et carminum reliquiae, Lipsiae 1830, pp. 19-88, il primo scritto delle avrebbe s «Laeviu che L'ipotesi leviana. figura cata nell'intri un po’ chiaro opera par all insieme citau mat sono non esse di titoli tragedie», fondata sul fatto che i . n° sviluppi ulteriori o anticipat ha nte, convince tutto del non se anche nia, Erotopaeg cipale in scritti ci epico-liri pocmetti tali esistere o potevan come fatti il Menozzi, chiedendosi tà di carmi di questo polimetri e ricevendo risposta negativa («c'è esempio in tutta l'antichi à alla successiva Toccher . tragedie delle a pensato ilmente inevitab genere?», p. 187), ha non I NT ndo ammette e, critica (Della Corte, Alfonsi) puntualizzare meglio la question 1 cantica e le monodie dai dif. so attraver influsso loro un emente semplic di drammi, ma più | | ficili metri. # «Latomus», 32 (1973), pp. 200-204. Lo Jocelyn, pur riconoscendo che «la l'ipotesi per cui gli sostanza del libro. merita di essere considerata», fa notare dacome mimi, è ee ma Erotopaegnia fossero una specie di spettacolo musicale danzato di di 080, aunacceptablen. Infatti, anche se qualche frammento (4, 18, 20 Morel) è in forma trattasi pur sempre di parti narrative dialogate: è come se, aggiunge lo studioso inglese, 58 si è difeso nell'articolo A propos des liens entre lyrisme, théâtre et satire, («Latomus», 1973, pp. 581-86), quanto un allargamento dei motivi culturali che ispiravano le creazioni leviane. Non dimentichiamo che queste ultime, come si ricava dal titolo complessivo della raccolta, Erotopaegnia, ossia Epwrog raiyyia, erano pur sempre degli «scherzi d'amore»: quindi un genere letterario ben definito, con un metro suo particolare, con forme autonome, con risvolti patetici e narrativi. Non bisogna, come fino ad ora si è fatto, accostarlo ad altre forme artistiche quali la satira, il dramma, la poesia lirica, bensì considerarlo autonomo e capace di far confluire in sé, proprio come prodotto di uno scherzo verbale e metrico, ogni altra forma letteraria. Così sotto questa prospettiva molti dubbi intorno alla figura di Levio saranno in parte chiariti; e apparirà una nuova visione del Nostro, non più ibrida mescolanza di generi constrastanti, ma chiaramente collocato nella sua dimensione storica ed artistica. La poesia greca, quale frutto di un pagano abbandono dei sensi, aveva espresso sin dai tempi più antichi, insieme al grave epos, le dolci liriche d'amore, i festosi ritornelli, i poemi burleschi, le parodie di personaggi illustri. Si pensi alla Batracomiomachia e al Margite pseudomerici, ad Anacreonte, ai carmi conviviali attici, ai Cantori della rondinella. Espressioni popolari e dotte, confluite poi nella commedia. Qualcosa di simile si avrà nel nostro Quattrocento coi canti burleschi e carnascialeschi del Pulci e di Lorenzo il Magnifico. Anche le regioni italiche, sia quelle a nord di Roma sotto l'influenza etrusca; e sia quelle a sud, produssero nei primi tempi carmi lieti e licenziosi. L'Italum acetum rendeva quei versi più realistici. A Taranto si andava diffondendo uno spettacolo lascivo con attori dalle grosse pance che deridevano miti e dei: erano i cosiddetti flidci di origine dorica, che avranno con Rintone dignità letteraria. Intanto nella Campania le Atellane creavano maschere inconfondibili, e a Roma la fabula palliata gareggiava col teatro greco. Nondimeno, pur se faceti, pur se volti al riso e alla caricatura, tutte queste espressioni artistiche avevano una loro qualcuno, prendendo spunto dal fr. di Alceo 123 D.= 10 B L.-P.= A 10 e Gall. 2°, in cui una fanciulla parla in prima persona, si sentisse in dovere di affermare «that seventh century Mytilene bad a public theatre». Inoltre Porfirione, Hor. Carm., III 1,2, e Gellio, XIX 9,7, pongono Levio tra i lirici, e Gellio stesso considera l'A/cestis un carmen, e infine i versi del Phoenix, ardito gioco metrico, potevano essere gustati solo se letti e non certo recitati. Granarolo si è difeso, affermando di non aver mai considerato «Laevius comme l'auteur de véritables pièces dramatiques, ni même de pseudotragoediae», ma di essersi limitato a dire «que, pour mettre en scène et faire chanter avec accompagnement musical certaines créations du lyrisme érotico-dramatique, il est douteux qu'on att attendu le siècle d’ Auguste»; quindi Levio ha avuto solo «d'idée de composer ce que nous appellerions aujourd'hui une série de sketches» (p. 584).

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chiara collocazione in generi letterari specifici coi loro metri e le loro leggi. Il riso era nato spontaneamente sul volto degli uomini, ma poi l'armonia artistica lo aveva racchiuso in forme precise. Tuttavia si poteva ancora ridere dello stesso riso, ovvero non solo di motivi tragici ed epici, ma anche di quei generi letterari che erano già comici. Libertà quindi assoluta, giacché ogni schema, ogni costrizione venivano a loro volta parodiati. Furono gli Alessandrini i primi? che in un ozio intellettuale introdussero questo gusto per lo stravagante. Il loro stesso modo di far poesia con la tendenza al dotto, rifuggiva da sentimenti alti e solenni per la compiaciuta perizia del letterato. La cultura, allorché diviene un fatto di costume, ama le forme leziose e i vacui passatempi in un manierismo tecnico. E ciò non fu solo dell'antichità, ma di ogni epoca, come appare per esempio nei metri allusivi e a doppio senso dei Provenzali, nei bisticci fra lauro e l'auro del Canzoniere petrarchesco, o nelle arditezze immaginative del Seicento. Ritornando agli Alessandrini, abbiamo come esempi Fileta, il cui influsso sull'ambiente letterario fu notevole, e che intitolò una sua raccolta Paignia, ovvero Scherzi. E ancor più Simia, autore di rowjuata drágoga GiBría 6°, che nei tre Technopaegnia, «Scherzi tecnici», conservatici, ossia Scure, Ali, Uovo (A.P., XV 22, 24, 27), riusciva a riprodurre, nella disposizione dei versi o crescenti o decrescenti, la figura dell'oggetto rappresentato quasi fossero dei ucarmina figurata». Lo stesso Teocrito scrisse un simile componimento dal titolo La Zampogna; € così Dosiade di Creta con si sarebbe trattato tutt'al più di una satura o di un canto simile a quelli delle commedie, di cui un esempio ci offre il cosiddetto poeta ellenistico dell’esclusa !!. L'ispirazione, pur se appena di sfuggita, venne ancora una volta dalla terra italica e precisamente dalla regione tarentina colla ilarotragedia di Rintone e Scira. Costoro avevano portato sulle scene in forma di parodia gli antichi miti di Eracle, d'Ifigenia in Aulide, di Medea, di Meleagro, di Oreste, di Telefo. Nondimeno era sempre un genere teatrale e per giunta di grassa comicità. Levio invece ne prese solo lo spunto, liberandolo da ogni volgarità e facendolo divenire il contenuto dei suoi scherzi. Voleva divertirsi con ciò che era stato oggetto del canto immortale di poeti, ovvero col patrimonio leggendario e tragico. Tuttavia doveva essere un divertimento di letterato non per folle rumorose, ma per pochi intenditori, e non con eccessive pretese artistiche, ma per passatempo. La forma era data dalla polimetria dei cantica e della satura, il contenuto per lo più da riferimenti mitici. E ancora, per rendere più gradevole il suo ozio letterario, Levio volle cantare il piacere più dolce e raffinato, l'amore, per cui i suoi raiyvta divennero Epwrog rafyvız, ovvero scherzi d'amore. Ma proprio questo loro contenuto erotico contribui, come vedremo, a salvarli dall'oblio. L'elemento amoroso è quindi il protagonista, rendendo i versi lievi e musicali. La comicità, che pure sta alla base, s'attenua nella consapevolezza che lo scherzo consiste nel ridurre ogni argomento, ogni personaggio, ogni l Altare. atto al livello dell'amore, ma non tragico e sublime, bensì aereo e sfumato. Quindi le capacita fantastiche dei Greci, pur se scarse sono le nostre conoscenze, dovevano essere notevoli. Levio che per primo introdusse i ratyvra nella letteratura latina, ne tenne conto; ma vi aggiunse delle novità solo che l'intento di quest'ultimo era di fare opera tragica, tanto da essere sostanziali. A differenza dei suoi modelli, egli aveva una peculiare tradizione comica alle spalle. Poteva contare sull'inesauribile varietà di metri plautini e sull'antica forma della satura che all'inizio drammatica, era stata resa artistica da Ennio, pur conservando libertà di struttura e di metrica, in modo da apparire simile ai cantica della commedia !°. Ma questo poteva dare a Levio solo la forma, la possibilità di servirsi di una base comica. Tuttavia mancava ancora il contenuto, senza il quale «lo scherzo» non sarebbe stato completo; 2 Casi di polimetria li abbiamo pure in epoca precedente, come per Cherèmone del IV sec. a.C., una cui opera, il Centauro appariva «mista di ogni genere di metri» (Aristoteles, Poetica, 1447 b); ma trattasi di casi isolati. 10 E, Paratore, Storia del teatro latino, Milano 1957, La letter. latina cit., p. 47, Plaute et la musique «Maske und Kothurn», 1969, p. 131 sgg., ha dimostrato come Plauto, pur soggetto ad influssi cllenistici, abbia sviluppato l'antico elemento autoctono del teatro latino e anche di quello «comico-musicale etrusco» (Lett. p. 47). 60 Così il nostro poeta pare quasi preannunciare le ariette del Metastasio. Ma chiamato il Sofocle italiano, nonostante che «dietro le corazze i brandi si celassero i gentiluomini e le damine, dietro alle sentenze e all'alto tono, idiscorsi da salotto e la filosofia alla moda» *?. Invece Levio sapeva bene che il suo era soltanto un godimento dell'intelletto, costruendo sapientemente i racconti con un titolo tratto per lo più 1 Eduard Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, trad. italiana a cura di Franco Munari, Firenze 1960, p. 314 sgg., fa notare come l'asserzione del Wilamowitz, Crusius e Leo, per cui questo canto dell'esclusa, chiamato Fragmentum Grenfellianum, «segni il punto di passaggio dalle arie della tragedia ai cantica plautini», non sia «affatto vero». Tuttavia, anche se bisogna ammettere col Fraenkel che il metro docmiaco del Fragmentum non compare in Plauto, e che queste ilarodie, ovvero canti allegri, non avevano una vera e propria azione drammatica, essendo tutt'al più delle Pantomime, risulta lo stesso evidente che la varietà dei metri non era solo prerogativa degli stasimi greci, bensì riguardava anche il teatro popolare e le stesse forme liriche di natura scherzosa; e quindi anche l'antica satura drammatica. 12 P. Magno, Storia della Letter. italiana, Milano 1972, p. 395.

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dal personaggio principale. Non si rivolgeva, come gli attori di ilarotragedie, a un vero pubblico teatrale. I suoi carmina dovevano essere semplicemente letti, pur se non si pud escludere un adattamento di alcuni di essi per le scene, a modo, come abbiamo visto, delle poesie di Catullo e Calvo o delle Bucoliche di Virgilio. Infatti il teatro antico non aveva solo funzioni propriamente drammatiche, ma anche d'intrattenimento soprattutto su temi passionali, recitati per lo più da un solo attore. Il Fraenkel!’ ha avuto il merito di porre in guardia dalla tendenza di usare termini moderni quale il Singspiel del Leo '*, ossia commedia musicale in parte cantata in parte recitata, per generi letterari antichi così diversi da quelli attuali, come per i canti dei lisiodi (attori o attrici di pantomima), o per le magodie, ove si rappresentavano anche parti di uomo in abito da donna, o per certe creazioni lascive sul tema dell'adulterio da parte di Polimnesto di Colofone. Questa precisazione dimostra come nell'antichità il teatro fosse più vario di quello odierno e come non avesse ben definiti i confini tra il canto e l'azione, tra la lirica e il dramma. Solo tenendo presente tale caratteristica, si spiega per quale motivo l'opera di Levio, pur essenzialmente lirica, si divertisse lo stesso a parodiare alcuni aspetti della multiforme varietà scenica. Abbiamo notizia, insieme a una novantina di versi, delle seguenti opere leviane: Adonis, l'amante di Venere ucciso da un cinghiale; Alcestis che ricorda l'omonima tragedia di Euripide, generosa figura di donna che vuol salvare il suo sposo Admeto; Centauri, strani esseri metà uomini e metà cavalli, che alle nozze d'Ippodamia fecero strage dei Lapiti, o la leggenda di Chirone ferito in una grotta !”, oppure il mito di Dioniso in rapporto coi Della Corte !?, fondandosi sull’accenno di Svetonio allo scherzoso gioco di parole del nostro Levio nei riguardi di Lutazio Dafnide chiamato «l'amasio di Pan», è dell'avviso che tra i racconti d'amore mitologici «si trovasse narrato anche il mito di Pan e di Dafni», E insieme a questa materia mitologica coesistevano, con la libertà che conveniva a un gioco, accenni personali del poeta o ai suoi troppo severi critici, o a personaggi illustri come Varrone, o a qualche donna amata («O mia Vatiena, ti prego»), che ricorda l'inizio del c. 32 di Catullo. Argomenti leggeri quindi; ma talvolta, pur nello scherzo, possono nascondersi anche inconsapevoli intuizioni. E così fu per Levio che, introducendo in mezzo a narrazioni mitiche, personali sue esperienze, andava contro i canoni più rigorosi della lirica oggettiva alessandrina che non ammetteva interventi dell'autore. Levio lo fece per rendere ancor più libera la sua Musa. Ma in seguito l’elegia amorosa latina, a partire dal c. 68 di Catullo, in cui compare proprio l'episodio di Protesilao e Laodamia, ne farà uso. Tuttavia l'opera di Levio venne considerata dai contemporanei un divertimento di letterato, un genere minore senza veri intenti artistici, né basi filosofiche come invece avveniva per le Saturae Menippeae di Varrone, anch'esse libere nei metri. Il libro quindi non ebbe successo, neppure per l'eleganza di certi metri intenzionalmente !? forgiati sul modello greco, come per il dimetro con giambo puro in sede pari 2°. La poesia romana tendeva ormai al periodo augusteo, epoca piena di forza creativa, che non poteva ammettere una Centauri 16: Helena, il cui unico frammento rimastoci è di soave musicalità; Ino che doveva essere un inno a modo callimacheo, in onore di Diana Trivia, sulla sventurata Ino che muore col figlio per rinascere dea del mattino, dei parti e dei marinai; Protesilaudamia, storia lacrimevole di due sposi che la guerra di Troia per sempre separa; Sirenocirca, ovvero le lusinghe delle Baehrens, Fragmenta Poetarum Romanorum, Lipsiae 1886, Laevius, fr, 31 in nota, e Menozzi, art. cit., p. 184 n. 1. Sicché De Ville De Mirmont, Et. cit., p. 250, € Bardon, Litt. cit., p. 189, sono dell'avviso che si tratti di un sottotitolo dato dai grammatici agli Erotopaegnia. Tuttavia occorre notare che l'unico verso ricordato da Prisciano (omnes sunt Sirene e gli incantesimi di Circe nei confronti di Ulisse; Phoenix, che doveva trattare dell'araba fenice, l'uccello che muore e poi rinasce. Ignoriamo se l’altro titolo a noi noto, Polymetra, riportato da Prisciano, fosse un'opera a sé Die archaische Lit., Berlin 1913, p. 185; cfr. inoltre Traglia, Polimetria e verba Laeviana, stante, oppure se si riferisse all'intera raccolta degli Erotopaegnia |. Inoltre «Studi classici e orientali», 1956, p. 107 sg., e Poetae Novi cit, p. 127). Inoltre E. 13 14 1% '® Elementi plant. cit., pp. 316-318. Vedi A: La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana, Torino 1979. p. 6. R. Goossens, Les «Centaures» de Laevius, «Latomus», 1951, pp. 419-424. L. Alfonsi, I «Centauri» di Levio, «Dioniso», 1958, pp. 3-5, e Sul frammento dei Centauri leviani, «Aevum», 1966, p. 544. 17 A dire il vero gli Erotopaegnia presentano la caratteristica di avere più metri, e quindi la citazione di Prisciano dovrebbe riferirsi a tale peculiarità, come già pensavano A. 62 denis syllabis versin: «versi tutti di sillabe dieci») potrebbe riferirsi anche a un componimento i cui versi, pur di metro differente, avevano tutti dieci sillabe (F. Leo, Gesch. der róm. Lit., I, Buecheler, Coniertanea, «Rhein. Museum», 1886, p. 11, partendo dal fatto che Levio fosse pure un grammatico, pensa ai Polymetra come a un componimento di tipo scolastico fatto per facilitare nei giovani l'apprendimento di difficili metri. 18 Varrone e Levio art. cit., p. 375. 19 Sull'intenzionalitá dei poeti latini nel formare versi «grecanici», ossia con piedi puri, vedi S. Mariotti, Nota di metrica enniana, «Studi di poesia latina in onore di Antonio Traglia», Roma 1979, pp. 55-61. 20 A, Lunelli, Aerfus, Storia di una parola poetica (varia neoterica), Roma 1969,

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cultura fine a se stessa. E infatti Cicerone, Orazio, Ovidio ?! ignorarono Levio, quasi fosse una parentesi da chiudere in fretta. Non entrava in nessuno dei generi prestabiliti, e quindi gli si negava ogni valore poetico e pio ce lo offre Prisciano (536 H.) che cita «in V Erotopaegnion» il passo ove si parla di una ghirlanda, dono di Andromaca ad Ettore, probabilmente morale, dimenticando che pure sotto il divertimento, si nascondeva una vena fresca ed inesauribile, una tendenza al lieve e al musicale. Solo qualche accenno, come quelli di Verrio Flacco del tempo di Augusto, che compare nell’epitome di Festo (206 e 270 M.), e di Cesio Basso, l'amico di Persio, poteva essere citato o col suo nome o più semplicemente indicando il libro della raccolta. Nel terzo secolo d.C. Porfirione addirittura considerava Levio come l'unico che avesse scritto componimenti propriamente lirici prima d'Orazio ?”. E questo riconoscimento del valore poetico dell’arte leviana, ne fece anche apprezzare il contenuto scherzoso in un'epoca tendente ormai pur se vi è il ragionevole dubbio che trattasi d'interpolazioni. *?. , Non fu ricordato neppure nei cataloghi sui poeti latini di Quintiliano, o nella prefazione in prosa di Marziale ai suoi epigrammi, dove la ulasciva verborum veritas» era scusata coll’addurre esempi precedenti, o nell'elenco di Plinio il giovane ? sui cultori di carmi leggeri. Solo nel II sec. d.C., con Frontone e Aulo Gellio, vi fu la riscoperta letteraria di questo autore, le cui opere iniziarono ad essere lette e commentate come l’Alcesti che tenne desta l'attenzione di Gellio e dei suoi dotti amici, mentre in una tiepida giornata d'autunno scendevano verso Roma dalla villa suburbana al Vaticano di Giulio Paolo **. Questo ritorno di Levio era dovuto in massima parte al fatto che finalmente la sua arte era compresa, ossia non solo un freddo gioco letterario, ma una fine parodia di sentimenti attraverso il riso ammiccante dell'amore. Lo si considerava infatti un originale poeta d'amore, degno di stare accanto ad Anacreonte, nonostante certe forme un po’ involute, che a taluni critici greci conoscitori di lettere latine, potevano dispiacere 2’. facente parte di un poemetto dal titolo appunto Andromaca o Ettore, che all'astrattezza medioevale. Così Ausonio nel Cento nuptialis, XXVIII 4, p. 146 Sch., per scusarsi dell'argomento licenzioso, ricordò l'antico esempio di Levio: «Quid antiquissimi poetae Laevii Erotopaegnion libros loquar?». E dové tenerlo presente nel suo Technopaegnion, uno dei molti componimenti astrusi, di virtuosismo linguistico, che in quel IV sec. si andavano diffondendo e che ebbero in Optaziano Porfirio il loro maggiore rappresentante. Ma in tal modo l’opera di Levio era un'altra volta fraintesa, divenendo simile ai freddi aulici giochi medioevali. Invece essa aveva rappresentato un originale connubio tra scherzo intellettuale e sentimento poetico, innalzandosi fino alle soffuse meditazioni di natura pitagorica sull'immortalitá dell'amore e della vita che rinasce dopo la morte,?* Venus «o» amoris altrix, genetrix cupiditatis, mihi quae diem serenum Così quest'opera cominciò ad essere letta e gustata, tanto che in un hilarula praepandere cresti, dato periodo successivo a quello di Gellio *° si senti il bisogno di dividerla in libri, fino a sei, comprendenti i vari poemetti, citati fino a Gellio ed Apuleio opseculae tuae ac ministrac singolarmente o sotto il titolo generale di Erotopaegnia. Nei grammatici successivi s'iniziò ad aggiungere il libro, ma solo preceduto dal termine Erotopaegnia, mentre se si voleva designare il poemetto, si continuava a farlo secondo la vecchia maniera, ovvero senza riferirsi ad alcuno libro. Un esem2! Tristes, Il 427 sqq.. dove non compare, nell'elenco di pocti del I sec. a.C., nessun Levio. (22 Morel) O Venere, d’amore nutrice e di piacere, tu che con licto riso schiudere a me volesti questo giorno sereno, alla tua fida ancella. 22 Così De Mirmont, Etud. cit., pp. 232-33. e W. Kroll, art. sulla Pauly-Wissows, XII, 1, cl. 454. Inoltre, secondo il De Mirmont, p. 232, all'inizio del I sec. d.C. «on cono soffermandosi su limpide immagini di dei, state l'emploi que fait un poète tragique d'une expression archaïque qui se trouve dans |’ Adonis de Laevius», ovvero, come si ricava da Prisciano (1 269 H.), Gracco nel Tieste usò in modo arcaico il termine humus non al femminile ma al neutro, come Levio, citato poco sopra. Tuttavia anche qualche altro porta arcaico poteva aver influenzato il tragico augusteo. 2% Epist., V, III, 5. he * Gellius, XIX, 7. te ’ Idem, XIX 9,7: «Nam Laevius implicata». © Cf. Alfonsi, Poetae cit.. pp. 164-66. 64 Venerem igitur almum adorans 27 Ad Horat., Carm., Ill 1, 2: «Romanis utique non prius audita, quamvis Laevius lyrica ante Horatium scripseritu. 2% A. Rostagni, Storia della Letteratura Latina, 1, Torino 1964’, p. 413

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