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SiLero, la a 1 A
che & etyeto 48x00 significhi «che gli appartenevano, che gli erano vicini, che
lo accompagnavano». Ma, anche in questo caso, [a frase ha una connotazione
LA POESIA DI LEVIO
abbastanza insolita, suona forzata.
Due vie sono forse prospettabili per uscire dalla strettoia.
La prima èdi considerare & etyeto come una glossa penetrata nel testo.
Davanti al giuridico évéyupa un copista
si sarà sentito obbligato a fornire un
chiarimento, a specificare
che ¿véyuga equivaleva a «le cose che uno aveva».
Si leggerebbe ‘così: ixavà yàg.ijv t& iviyupa aùtod, ma non verrebbe comunque risolta la difficoltà di fondo, dell'uso di ¿yw passivo.
L'altra, che prospetto con cautela,
€ di supporre elyezo una svista dovuta al precedente elyev e correggere elyero in éxerzo. Il costo paleografico non
sarebbe eccessivo, e la logica (anche grammaticale e sintattica) verrebbe rispettata. L'uso di xeipor accanto a évéyupa e attestato in Plat. Leg. VII 820 €
La questione critica principale di Levio, da identificarsi probabilmente
con un Levio Melisso grammatico della fine del II, inizio I secolo a.C...
è da
ricercarsi su quanto egli risentisse degli influssi alessandrini e su come
chiudesse un'epoca «ultimissimo dei veteres» |.
All’inizio del Novecento H. De la Ville De Mirmont, che ebbe il
merito di offrire la prima vera monografia sul poeta, insisté sul fatto che
Levio fu «le premier initiateur de I’ Alexandrinisme à Rome, le poète novateur
(zetotu pévio: xatanes ¿véyupa...). Con il testo ixavà yd Tv tà
ivéyopa & Exeıco aùtobd si verrebbe ad asserire «vincolanti erano infatti i pegni che si trovavano (= che aveva) la», in giusta consonanza con l'insieme.
dronicus avait dirigé la première» (Étude biographique et littéraire sur le poëte
Margherita Rubino
Pochi anni dopo anchei tedeschi (F. Leo, Die rômische Poesie in der sullanischen Zeit, «Hermes», 1914, pp. 180-188, ora in Ausgewählte Kleine
Schriften, I, Roma 1960, pp. 268-275, e W. Kroll, art.
sulla
qui a présidé à la seconde évolution de la poésie romaine, comme Livius
An-
Laevius, Bordeaux-Paris 1900, p. 345).
Pauly-Wissowa, XII, 1, dl. 452-454) considerano il nostro poeta di formazione ellenistica.
Ma cosi affrontata, la questione appariva ancora aperta, non riuscendosi a spiegare la varietà di metri, di costrutti, di lingua. Toccò invece
alla
critica italiana allargare il campo d'azione, non fermandosi ai soli aspetti
esteriori, ma analizzando tutto il sostrato culturale latino e arcaico. Si è pensato così ad influssi dei cantica e dei deverbia della commedia ?, si son trovate
somiglianze con le monodie tragiche d'impronta euripidea ?, si è considerata
la sua polimetria come l’espressione di chi «fu l'intermediario fra due diverse
epoche della letteratura latina» *, si è visto negli arditi costrutti arcaici un
tentativo di «rendere le raffinatezze espressive della poesia alessandri
na» °.
Anche in Francia, continuando la tradizione di studi leviani iniziata
' G. Pascoli, Lyra, Livorno 1915, p. XXXVI, n. 1.
? F. Della Corte, Varrone e Levio di fronte alla metrica tradizionale della scena latina.
wAtti R. Acad. Scienze Torino Classe Scienz. mor. stor. e filol.», 1934-35, p. 379.
* L. Alfonsi, Poetae Novi-Storia di un movimento poetico, Como 1945, p. 20. G.B.
Pighi, Il libro di Gato Valerio Catullo e iframmenti dei «poeti nuovi», Torino 1974. p. 68, ha
considerato gli Eroropaegnia opera scritta per la musica, ossia ulibretti» di «parole per
musica».
* A. Traglia, Poetae Novi (1 pocti nuovi), Romar 1962, p. 6.
Laevre
57-66. | L'œude
Aacno P., La poesia di Levio : Sileno VIII 1982 poétique
eul
et de la se |
du sentiment
us a représenté une combinaison heureusejusqu’à
une méditation de nature
’ E. Paratore, La letteratura latina dell'età repubblicana ¢ augustea, Firenze-Milano
1969, p. 158.
terie intellectuelle, et a su même se hausser
ur l'immortalité de la vie et de l'amour.
goricienne
Page 2
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)dall'Havet limitatamente a problemi metrici e filologici, e dal Mirmon
aine,
républic
ue
L'époq
I,
Tome
e,
inconnu
latine
ure
Henri Bardon, La littérat
Paris 1952, pp. 189-195, si è soffermato, attraverso un'accurata indagine
n
linguistica, sull’«érotisme de boudoir» di Levio e sulla sua «transf1ormatio
influsso
galante des béros d’Homére et des Tragiques», facendovi notare
tradition». —
alessandrino, ma nello stesso tempo «le sens profond de la
Tale ricerca ha trovato un recente sviluppo nell'ampia monografia di J.
Granarolo 6, la cui parte riservata a Levio definito «le déroutant», indaga sia
le questioni filologiche, biografiche e storiche con riferimenti ad Anacreonte,
Archiloco ¢ agli Alessandrini, e sia quanto Catullo abbia risentito dell in-
), che il
fluenza leviana. Ed arriva infine alla conclusione (pp. 163-171mimées
et
nostro poeta fosse autore di une série de sketches et de saynétes
chantees».
L'intuizione ottocentesca di Eleuterio Menozzi ', ritenuta di nessun
credito, per la quale, a causa di particolarita metriche, le opere leviane
piu
dovevano considerarsi delle tragedie, trova cosi nel critico francese una
giusta ed equilibrata rielaborazione: ossia non tragedie, bensì sketches sul tipo
delle pantomime e secondo il gusto antico di portare sulle scene opere non
propriamente scritte per il teatro, come avverrà per alcuni poemi di Catullo e
Calvo (Orazio, Serm., I 10, 19) e per le Ecloghe di Virgilio (Donato, Vita
Verg., 26 e Servio, ad Ed., 6, 11).
|
Dinanzi a tale tesi occorre non soltanto maggiore prudenza, peraltro
invocata nella recensione di H.D. Jocelyn ® all'opera del Granarolo, il quale
6 D'Ennius è Catulle, Recherches sur les antécédents romains de la «poésie nouvelle»,
:
d Sui frammenti degli «Erotopaegnian di Laerius, «Riv. di filol. ¢ d'istruz. class.», à8
Paris 1971.
astrattezza, ha
95. pp. 182-197. È un articolo che, pur con innegabili difetti e una certa
Weichert, Poetarum
di MA.
avuto il merito di non adagiarsi pedissequamente sulle teorie
che riuscì a vedere
Latinorum vitae et carminum reliquiae, Lipsiae 1830, pp. 19-88, il primo
scritto delle
avrebbe
s
«Laeviu
che
L'ipotesi
leviana.
figura
cata
nell'intri
un po’ chiaro
opera par
all
insieme
citau
mat
sono
non
esse
di
titoli
tragedie», fondata sul fatto che i
. n°
sviluppi
ulteriori
o
anticipat
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se
anche
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Erotopaeg
cipale
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scritti
ci
epico-liri
pocmetti
tali
esistere
o
potevan
come
fatti il Menozzi, chiedendosi
tà di carmi di questo
polimetri e ricevendo risposta negativa («c'è esempio in tutta l'antichi
à alla successiva
Toccher
.
tragedie
delle
a
pensato
ilmente
inevitab
genere?», p. 187), ha
non I NT
ndo
ammette
e,
critica (Della Corte, Alfonsi) puntualizzare meglio la question 1 cantica e le monodie
dai dif.
so
attraver
influsso
loro
un
emente
semplic
di drammi, ma più
|
|
ficili metri.
# «Latomus», 32 (1973), pp. 200-204. Lo Jocelyn, pur riconoscendo che «la
l'ipotesi per cui gli
sostanza del libro. merita di essere considerata», fa notare dacome
mimi, è ee ma
Erotopaegnia fossero una specie di spettacolo musicale danzato
di di 080,
aunacceptablen. Infatti, anche se qualche frammento (4, 18, 20 Morel) è in forma
trattasi pur sempre di parti narrative dialogate: è come se, aggiunge lo studioso inglese,
58
si è difeso nell'articolo A propos des liens entre lyrisme, théâtre et satire,
(«Latomus»,
1973, pp.
581-86), quanto un allargamento dei motivi
culturali che ispiravano le creazioni leviane.
Non dimentichiamo che queste ultime, come si ricava dal titolo complessivo della raccolta, Erotopaegnia, ossia Epwrog raiyyia, erano pur sempre degli «scherzi d'amore»: quindi un genere letterario ben definito, con un
metro suo particolare, con forme autonome, con risvolti patetici e narrativi.
Non bisogna, come fino ad ora si è fatto, accostarlo ad altre forme artistiche
quali la satira, il dramma, la poesia lirica, bensì considerarlo autonomo e
capace di far confluire in sé, proprio come prodotto di uno scherzo verbale e
metrico, ogni altra forma letteraria. Così sotto questa prospettiva molti
dubbi intorno alla figura di Levio saranno in parte chiariti; e apparirà una
nuova visione del Nostro, non più ibrida mescolanza di generi constrastanti,
ma chiaramente collocato nella sua dimensione storica ed artistica.
La poesia greca, quale frutto di un pagano abbandono dei sensi, aveva
espresso sin dai tempi più antichi, insieme al grave epos, le dolci liriche
d'amore, i festosi ritornelli, i poemi burleschi, le parodie di personaggi illustri. Si pensi alla Batracomiomachia e al Margite pseudomerici, ad
Anacreonte, ai carmi conviviali attici, ai Cantori della rondinella. Espressioni popolari e dotte, confluite poi nella commedia. Qualcosa di simile
si avrà nel nostro Quattrocento coi canti burleschi e carnascialeschi del Pulci
e di Lorenzo il Magnifico.
Anche le regioni italiche, sia quelle a nord di Roma sotto l'influenza
etrusca; e sia quelle a sud, produssero nei primi tempi carmi lieti e licenziosi.
L'Italum acetum rendeva quei versi più realistici.
A Taranto si andava diffondendo uno spettacolo lascivo con attori
dalle grosse pance che deridevano miti e dei: erano i cosiddetti flidci di
origine dorica, che avranno con Rintone dignità letteraria. Intanto nella
Campania le Atellane creavano maschere inconfondibili, e a Roma la fabula
palliata gareggiava col teatro greco. Nondimeno, pur se faceti, pur se volti al
riso e alla caricatura, tutte queste espressioni artistiche avevano una loro
qualcuno, prendendo spunto dal fr. di Alceo 123 D.= 10 B L.-P.= A 10 e Gall. 2°, in cui
una fanciulla parla in prima persona, si sentisse in dovere di affermare «that seventh century
Mytilene bad a public theatre». Inoltre Porfirione, Hor. Carm., III 1,2, e Gellio, XIX 9,7,
pongono Levio tra i lirici, e Gellio stesso considera l'A/cestis un carmen, e infine i versi del
Phoenix, ardito gioco metrico, potevano essere gustati solo se letti e non certo recitati.
Granarolo si è difeso, affermando di non aver mai considerato «Laevius comme l'auteur de
véritables pièces dramatiques, ni même de pseudotragoediae», ma di essersi limitato a dire «que,
pour mettre en scène et faire chanter avec accompagnement musical certaines créations du lyrisme
érotico-dramatique, il est douteux qu'on att attendu le siècle d’ Auguste»; quindi Levio ha avuto
solo «d'idée de composer ce que nous appellerions aujourd'hui une série de sketches» (p. 584).
Page 3
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)chiara collocazione in generi letterari specifici coi loro metri e le loro leggi. Il
riso era nato spontaneamente sul volto degli uomini, ma poi l'armonia artistica lo aveva racchiuso in forme precise. Tuttavia si poteva ancora ridere
dello stesso riso, ovvero non solo di motivi tragici ed epici, ma anche di quei
generi letterari che erano già comici. Libertà quindi assoluta, giacché ogni
schema, ogni costrizione venivano a loro volta parodiati.
Furono gli Alessandrini i primi? che in un ozio intellettuale introdussero questo gusto per lo stravagante. Il loro stesso modo di far poesia
con la tendenza al dotto, rifuggiva da sentimenti alti e solenni per la compiaciuta perizia del letterato. La cultura, allorché diviene un fatto di costume,
ama le forme leziose e i vacui passatempi in un manierismo tecnico. E ciò
non fu solo dell'antichità, ma di ogni epoca, come appare per esempio nei
metri allusivi e a doppio senso dei Provenzali, nei bisticci fra lauro e l'auro
del Canzoniere petrarchesco, o nelle arditezze immaginative del Seicento.
Ritornando agli Alessandrini, abbiamo come esempi Fileta, il cui influsso sull'ambiente letterario fu notevole, e che intitolò una sua raccolta
Paignia, ovvero Scherzi. E ancor più Simia, autore di rowjuata drágoga
GiBría 6°, che nei tre Technopaegnia, «Scherzi tecnici», conservatici, ossia
Scure, Ali, Uovo (A.P., XV 22, 24, 27), riusciva a riprodurre, nella disposizione dei versi o crescenti o decrescenti, la figura dell'oggetto rappresentato quasi fossero dei ucarmina figurata». Lo stesso Teocrito scrisse un simile
componimento dal titolo La Zampogna; € così Dosiade di Creta con
si sarebbe trattato tutt'al più di una satura o di un canto simile a quelli delle
commedie, di cui
un esempio ci offre il cosiddetto poeta ellenistico
dell’esclusa !!.
L'ispirazione, pur se appena di sfuggita, venne ancora una volta dalla
terra italica e precisamente dalla regione tarentina colla ilarotragedia di Rintone e Scira. Costoro avevano portato sulle scene in forma di parodia gli antichi miti di Eracle, d'Ifigenia in Aulide, di Medea, di Meleagro, di Oreste,
di Telefo. Nondimeno era sempre un genere teatrale e per giunta di grassa
comicità. Levio invece ne prese solo lo spunto, liberandolo da ogni volgarità
e facendolo divenire il contenuto dei suoi scherzi. Voleva divertirsi con ciò
che era stato oggetto del canto immortale di poeti, ovvero col patrimonio
leggendario e tragico. Tuttavia doveva essere un divertimento di letterato
non per folle rumorose, ma per pochi intenditori, e non con eccessive pretese
artistiche, ma per passatempo. La forma era data dalla polimetria dei cantica
e della satura, il contenuto per lo più da riferimenti mitici. E ancora, per rendere più gradevole il suo ozio letterario, Levio volle cantare il piacere più
dolce e raffinato, l'amore, per cui i suoi raiyvta divennero Epwrog rafyvız,
ovvero scherzi d'amore. Ma proprio questo loro contenuto erotico contribui,
come vedremo, a salvarli dall'oblio.
L'elemento amoroso è quindi il protagonista, rendendo i versi lievi e
musicali. La comicità, che pure sta alla base, s'attenua nella consapevolezza
che lo scherzo consiste nel ridurre ogni argomento, ogni personaggio, ogni
l Altare.
atto al livello dell'amore, ma non tragico e sublime, bensì aereo e sfumato.
Quindi le capacita fantastiche dei Greci, pur se scarse sono le nostre
conoscenze, dovevano essere notevoli. Levio che per primo introdusse i
ratyvra nella letteratura latina, ne tenne conto; ma vi aggiunse delle novità
solo che l'intento di quest'ultimo era di fare opera tragica, tanto da essere
sostanziali.
A differenza dei suoi modelli, egli aveva una peculiare tradizione comica alle spalle. Poteva contare sull'inesauribile varietà di metri plautini e sull'antica forma della satura che all'inizio drammatica, era stata resa artistica
da Ennio, pur conservando libertà di struttura e di metrica, in modo da apparire simile ai cantica della commedia !°. Ma questo poteva dare a Levio
solo la forma, la possibilità di servirsi di una base comica. Tuttavia mancava
ancora il contenuto, senza il quale «lo scherzo» non sarebbe stato completo;
2 Casi di polimetria li abbiamo pure in epoca precedente, come per Cherèmone del IV
sec. a.C., una cui opera, il Centauro appariva «mista di ogni genere di metri» (Aristoteles,
Poetica, 1447 b); ma trattasi di casi isolati.
10 E, Paratore, Storia del teatro latino, Milano 1957, La letter. latina cit., p. 47,
Plaute et la musique «Maske und Kothurn», 1969, p. 131 sgg., ha dimostrato come Plauto,
pur soggetto ad influssi cllenistici, abbia sviluppato l'antico elemento autoctono del teatro
latino e anche di quello «comico-musicale etrusco» (Lett. p. 47).
60
Così il nostro poeta pare quasi preannunciare le ariette del Metastasio. Ma
chiamato il Sofocle italiano, nonostante che «dietro le corazze i brandi si
celassero i gentiluomini e le damine, dietro alle sentenze e all'alto tono, idiscorsi da salotto e la filosofia alla moda» *?.
Invece Levio sapeva bene che il suo era soltanto un godimento dell'intelletto, costruendo sapientemente i racconti con un titolo tratto per lo più
1 Eduard Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, trad. italiana a cura di Franco
Munari, Firenze 1960, p. 314 sgg., fa notare come l'asserzione del Wilamowitz, Crusius e
Leo, per cui questo canto dell'esclusa, chiamato Fragmentum Grenfellianum, «segni il punto
di passaggio dalle arie della tragedia ai cantica plautini», non sia «affatto vero». Tuttavia,
anche se bisogna ammettere col Fraenkel che il metro docmiaco del Fragmentum non compare in Plauto, e che queste ilarodie, ovvero canti allegri, non avevano una vera e propria
azione drammatica, essendo tutt'al più delle Pantomime, risulta lo stesso evidente che la
varietà dei metri non era solo prerogativa degli stasimi greci, bensì riguardava anche il
teatro popolare e le stesse forme liriche di natura scherzosa; e quindi anche l'antica satura
drammatica.
12 P. Magno, Storia della Letter. italiana, Milano 1972, p. 395.
Page 4
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)dal personaggio principale. Non si rivolgeva, come gli attori di ilarotragedie, a un vero pubblico teatrale. I suoi carmina dovevano essere
semplicemente letti, pur se non si pud escludere un adattamento di alcuni di
essi per le scene, a modo, come abbiamo visto, delle poesie di Catullo e
Calvo o delle Bucoliche di Virgilio.
Infatti il teatro antico non aveva solo funzioni propriamente drammatiche, ma anche d'intrattenimento soprattutto su temi passionali, recitati
per lo più da un solo attore. Il Fraenkel!’ ha avuto il merito di porre in
guardia dalla tendenza di usare termini moderni quale il Singspiel del Leo '*,
ossia commedia musicale in parte cantata in parte recitata, per generi letterari
antichi così diversi da quelli attuali, come per i canti dei lisiodi (attori o attrici di pantomima), o per le magodie, ove si rappresentavano anche parti di
uomo in abito da donna, o per certe creazioni lascive sul tema dell'adulterio
da parte di Polimnesto di Colofone. Questa precisazione dimostra come
nell'antichità il teatro fosse più vario di quello odierno e come non avesse
ben definiti i confini tra il canto e l'azione, tra la lirica e il dramma. Solo
tenendo presente tale caratteristica, si spiega per quale motivo l'opera di
Levio, pur essenzialmente lirica, si divertisse lo stesso a parodiare alcuni
aspetti della multiforme varietà scenica.
Abbiamo notizia, insieme a una novantina di versi, delle seguenti opere
leviane: Adonis, l'amante di Venere ucciso da un cinghiale; Alcestis che
ricorda l'omonima tragedia di Euripide, generosa figura di donna che vuol
salvare il suo sposo Admeto; Centauri, strani esseri metà uomini e metà
cavalli, che alle nozze d'Ippodamia fecero strage dei Lapiti, o la leggenda di
Chirone ferito in una grotta !”, oppure il mito di Dioniso in rapporto coi
Della Corte !?, fondandosi sull’accenno di Svetonio allo scherzoso gioco di
parole del nostro Levio nei riguardi di Lutazio Dafnide chiamato «l'amasio
di Pan», è dell'avviso che tra i racconti d'amore mitologici «si trovasse
narrato anche il mito di Pan e di Dafni»,
E insieme a questa materia mitologica coesistevano, con la libertà che
conveniva a un gioco, accenni personali del poeta o ai suoi troppo severi
critici, o a personaggi illustri come Varrone, o a qualche donna amata («O
mia Vatiena, ti prego»), che ricorda l'inizio del c. 32 di Catullo.
Argomenti leggeri quindi; ma talvolta, pur nello scherzo, possono
nascondersi anche inconsapevoli intuizioni. E così fu per Levio che, introducendo in mezzo a narrazioni mitiche, personali sue esperienze, andava
contro i canoni più rigorosi della lirica oggettiva alessandrina che non ammetteva interventi dell'autore. Levio lo fece per rendere ancor più libera la
sua Musa. Ma in seguito l’elegia amorosa latina, a partire dal c. 68 di
Catullo, in cui compare proprio l'episodio di Protesilao e Laodamia, ne farà
uso.
Tuttavia l'opera di Levio venne considerata dai contemporanei un
divertimento di letterato, un genere minore senza veri intenti artistici, né basi
filosofiche come invece avveniva per le Saturae Menippeae di Varrone,
anch'esse libere nei metri.
Il libro quindi non ebbe successo, neppure per l'eleganza di certi metri
intenzionalmente !? forgiati sul modello greco, come per il dimetro con
giambo puro in sede pari 2°. La poesia romana tendeva ormai al periodo
augusteo, epoca piena di forza creativa, che non poteva ammettere una
Centauri 16: Helena, il cui unico frammento rimastoci è di soave musicalità;
Ino che doveva essere un inno a modo callimacheo, in onore di Diana Trivia,
sulla sventurata Ino che muore col figlio per rinascere dea del mattino, dei
parti e dei marinai; Protesilaudamia, storia lacrimevole di due sposi che la
guerra di Troia per sempre separa; Sirenocirca, ovvero le lusinghe delle
Baehrens, Fragmenta Poetarum Romanorum, Lipsiae 1886, Laevius, fr, 31 in nota, e
Menozzi, art. cit., p. 184 n. 1. Sicché De Ville De Mirmont, Et. cit., p. 250, € Bardon,
Litt. cit., p. 189, sono dell'avviso che si tratti di un sottotitolo dato dai grammatici agli
Erotopaegnia. Tuttavia occorre notare che l'unico verso ricordato da Prisciano (omnes sunt
Sirene e gli incantesimi di Circe nei confronti di Ulisse; Phoenix, che doveva
trattare dell'araba fenice, l'uccello che muore e poi rinasce. Ignoriamo se
l’altro titolo a noi noto, Polymetra, riportato da Prisciano, fosse un'opera a sé
Die archaische Lit., Berlin 1913, p. 185; cfr. inoltre Traglia, Polimetria e verba Laeviana,
stante, oppure se si riferisse all'intera raccolta degli Erotopaegnia |. Inoltre
«Studi classici e orientali», 1956, p. 107 sg., e Poetae Novi cit, p. 127). Inoltre E.
13
14
1%
'®
Elementi plant. cit., pp. 316-318.
Vedi A: La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana, Torino 1979. p. 6.
R. Goossens, Les «Centaures» de Laevius, «Latomus», 1951, pp. 419-424.
L. Alfonsi, I «Centauri» di Levio, «Dioniso», 1958, pp. 3-5, e Sul frammento dei
Centauri leviani, «Aevum», 1966, p. 544.
17 A dire il vero gli Erotopaegnia presentano la caratteristica di avere più metri, e
quindi la citazione di Prisciano dovrebbe riferirsi a tale peculiarità, come già pensavano A.
62
denis syllabis versin: «versi tutti di sillabe dieci») potrebbe riferirsi anche a un componimento
i cui versi, pur di metro differente, avevano tutti dieci sillabe (F. Leo, Gesch. der róm. Lit., I,
Buecheler, Coniertanea, «Rhein. Museum», 1886, p. 11, partendo dal fatto che Levio fosse
pure un grammatico, pensa ai Polymetra come a un componimento di tipo scolastico fatto
per facilitare nei giovani l'apprendimento di difficili metri.
18 Varrone e Levio art. cit., p. 375.
19 Sull'intenzionalitá dei poeti latini nel formare versi «grecanici», ossia con piedi
puri, vedi S. Mariotti, Nota di metrica enniana, «Studi di poesia latina in onore di Antonio
Traglia», Roma 1979, pp. 55-61.
20 A, Lunelli, Aerfus, Storia di una parola poetica (varia neoterica), Roma 1969,
Page 5
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)cultura fine a se stessa. E infatti Cicerone, Orazio, Ovidio ?! ignorarono
Levio, quasi fosse una parentesi da chiudere in fretta. Non entrava in
nessuno dei generi prestabiliti, e quindi gli si negava ogni valore poetico e
pio ce lo offre Prisciano (536 H.) che cita «in V Erotopaegnion» il passo ove
si parla di una ghirlanda, dono di Andromaca ad Ettore, probabilmente
morale, dimenticando che pure sotto il divertimento, si nascondeva una vena
fresca ed inesauribile, una tendenza al lieve e al musicale. Solo qualche accenno, come quelli di Verrio Flacco del tempo di Augusto, che compare
nell’epitome di Festo (206 e 270 M.), e di Cesio Basso, l'amico di Persio,
poteva essere citato o col suo nome o più semplicemente indicando il libro
della raccolta.
Nel terzo secolo d.C. Porfirione addirittura considerava Levio come
l'unico che avesse scritto componimenti propriamente lirici prima
d'Orazio ?”. E questo riconoscimento del valore poetico dell’arte leviana, ne
fece anche apprezzare il contenuto scherzoso in un'epoca tendente ormai
pur se vi è il ragionevole dubbio che trattasi d'interpolazioni. *?.
,
Non fu ricordato neppure nei cataloghi sui poeti latini di Quintiliano, o
nella prefazione in prosa di Marziale ai suoi epigrammi, dove la ulasciva verborum veritas» era scusata coll’addurre esempi precedenti, o nell'elenco di
Plinio il giovane ? sui cultori di carmi leggeri.
Solo nel II sec. d.C., con Frontone e Aulo Gellio, vi fu la riscoperta
letteraria di questo autore, le cui opere iniziarono ad essere lette e commentate come l’Alcesti che tenne desta l'attenzione di Gellio e dei suoi dotti
amici, mentre in una tiepida giornata d'autunno scendevano verso Roma
dalla villa suburbana al Vaticano di Giulio Paolo **. Questo ritorno di Levio
era dovuto in massima parte al fatto che finalmente la sua arte era compresa,
ossia non solo un freddo gioco letterario, ma una fine parodia di sentimenti
attraverso il riso ammiccante dell'amore. Lo si considerava infatti un
originale poeta d'amore, degno di stare accanto ad Anacreonte, nonostante
certe forme un po’ involute, che a taluni critici greci conoscitori di lettere
latine, potevano dispiacere 2’.
facente parte di un poemetto dal titolo appunto Andromaca o Ettore, che
all'astrattezza medioevale. Così Ausonio nel Cento nuptialis, XXVIII 4, p.
146 Sch., per scusarsi dell'argomento licenzioso, ricordò l'antico esempio di
Levio: «Quid antiquissimi poetae Laevii Erotopaegnion libros loquar?». E dové
tenerlo presente nel suo Technopaegnion, uno dei molti componimenti astrusi,
di virtuosismo linguistico, che in quel IV sec. si andavano diffondendo e che
ebbero in Optaziano Porfirio il loro maggiore rappresentante.
Ma in tal modo l’opera di Levio era un'altra volta fraintesa, divenendo
simile ai freddi aulici giochi medioevali. Invece essa aveva rappresentato un
originale connubio tra scherzo intellettuale e sentimento poetico, innalzandosi fino alle soffuse meditazioni di natura pitagorica sull'immortalitá
dell'amore e della vita che rinasce dopo la morte,?*
Venus «o» amoris altrix,
genetrix cupiditatis,
mihi quae diem serenum
Così quest'opera cominciò ad essere letta e gustata, tanto che in un
hilarula praepandere cresti,
dato periodo successivo a quello di Gellio *° si senti il bisogno di dividerla in
libri, fino a sei, comprendenti i vari poemetti, citati fino a Gellio ed Apuleio
opseculae tuae ac ministrac
singolarmente o sotto il titolo generale di Erotopaegnia. Nei grammatici successivi s'iniziò ad aggiungere il libro, ma solo preceduto dal termine
Erotopaegnia, mentre se si voleva designare il poemetto, si continuava a farlo
secondo la vecchia maniera, ovvero senza riferirsi ad alcuno libro. Un esem2! Tristes, Il 427 sqq.. dove non compare, nell'elenco di pocti del I sec. a.C., nessun
Levio.
(22 Morel)
O Venere, d’amore
nutrice e di piacere,
tu che con licto riso
schiudere a me volesti
questo giorno sereno,
alla tua fida ancella.
22 Così De Mirmont, Etud. cit., pp. 232-33. e W. Kroll, art. sulla Pauly-Wissows,
XII, 1, cl. 454. Inoltre, secondo il De Mirmont, p. 232, all'inizio del I sec. d.C. «on cono soffermandosi su limpide immagini di dei,
state l'emploi que fait un poète tragique d'une expression archaïque qui se trouve dans |’ Adonis de
Laevius», ovvero, come si ricava da Prisciano (1 269 H.), Gracco nel Tieste usò in modo arcaico il termine humus non al femminile ma al neutro, come Levio, citato poco sopra. Tuttavia anche qualche altro porta arcaico poteva aver influenzato il tragico augusteo.
2% Epist., V, III, 5.
he
* Gellius, XIX, 7.
te
’ Idem, XIX 9,7: «Nam Laevius implicata».
© Cf. Alfonsi, Poetae cit.. pp. 164-66.
64
Venerem igitur almum adorans
27 Ad Horat., Carm., Ill 1, 2: «Romanis utique non prius audita, quamvis Laevius
lyrica ante Horatium scripseritu.
2% A. Rostagni, Storia della Letteratura Latina, 1, Torino 1964’, p. 413
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