La grammatica del Pitagorico

Auteur
Casa, A. della
Publié dans
Nigidio Figulo
Année
1962
Sujet
GRAMMAR
Langue
Italiano
Catégorie
C6 Langue et littérature
Numéro d'archive
1879

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CASA AS, III. LA GRAMMATICA DEL PITAGORICO Ney o 2. I. Gli studi linguistici del pitagorismo. La teoria pitagorica del linguaggio, attestata da Giamblico e da Proclo, proviene, senza dubbio, dal »epi Ilvdayogeítor, attribuito ad Aristotile 1, vero « catechismo degli acusmatici » 2, È probabile che taluni seguaci di Pitagora, attraverso questa curiosa opera a botta e risposta (di qui l’idea di catechismo), abbiano così conservata la dottrina del maestro. La questione Cas sull’origine del linguaggio è esposta in una « chria », che chiari- Nigidius Figulus. — Casa A. peLLA, Nigidio Figulo : Nuovi Saggi XLII fica nello stesso tempo l’importanza del problema e la sua soluzione: interrogato Pitagora su ciò che fosse la cosa fonda- | REL XLII 1964 572-574 Heurgon Roma Ed. dell'Ateneo 1962 138 p. 1200 L. us XXIII 1964 895-896 Rexine. Latom | re Verdiè 492 1964 | AC XXXITI mentale tra tutte, rispose: ‘Il numero’, e su quale fosse, in secondo luogo, l'elemento di saggezza, affermò : ‘ Colui che pone den li I La qrammahın del Hagerito | gs il nome alle cose '3. Colui, dunque, che ha dato il nome alle cose, è un essere divino, creatore, che, secondo Giamblico ‘, è Pitagora in persona. Egli infatti crea la parola x6opos, la parola quiocopla e la famosa, misteriosa, parola rerpuxrús 5, 1 E. Roune, Die Quellen des Jamblicus in seiner Biographie des Pythagoras in «Rhein, Museum » XXVII 1872, p. 33. 2 A, DELATTE, Etudes sur la littérature pythagoricienne, Parigi 1915, [x 7 y IR y . e P. .. 271-312. > Proclus, in Crat. 16, p. 5-6 Pasquali: éowrnôeis yotv Tudayópas, ti copwrutov tay Svtwv' dorîpòs Eon: ti Bi Seúregov els ooplav, è rà óvópata toi nodypası Dépevos. + Jambl., Pythag. 18,82 ; Cic. Tusc. 1, 25, 62: aut gui primus, quod summae sapientiae Pythagorae visum est, omnibus rebus imposuit nomina. * Pitagora indicava con questo termine la somma dei primi quattro numeri, cioè 10 (= 1 + 2 + 3 + 4); cfr. carm. aurea 48: vai pà vv uAnee duetéog yuxg nagaddévta rerpaxtiv, mayav devaov quoewe, Sext. Emp. adv. mathemat. 7,94: xai tolto éuœaivovres of Ilvßayopıxoi... où pa toy Gpetéog xeqpodG xagabovta rerpaxtıv.... Tra le formule del catechi-

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che indica l’essenza stessa del pitagorismo : « vers elle convergent et la science sous son double aspect astronomique et mathématique, et la religion sous son aspect musical et cathartique » ®. Il Collart? vede in ció una conferma della divinità del linguaggio, ché lo stesso ‘catechismo ’, súbito dopo, ponendo al terzo posto la medicina, si esprime così: ti gopuraror tav xao’jpty; larpux. Quel tüv xap’ fiuiv, che pone la medicina tra le cose umane, dichiara, per opposizione implicita, il numero e il linguaggio come due cose trascendenti, mentre la medicina come un” empiria *. Le parole attribuite a Pitagora rivelano, in embrione, il campo di ricerca e il tipo delle indagini etimologiche dei neopitagorici; tutte le tre parole (xdopos, quàocopla, terpaxrús) lasciano trasparire il gusto pitagorico per un vocabolario simbolico e pieno di astruse oscurità : per questi uomini, evidentemente, la speculazione etimologica, ricerca del ‘vero’ valore delle parole, doveva avere una particolare importanza, un autentico aspetto mistico ®. C'è quindi sempre l'esigenza del misticismo che impedisce ai Pitagorici di essere dei veri grammatici: per loro la parola resta un simbolo. La speculazione etimologica non è mai stata trascurata nè dai discepoli né dai continuatori di Pitagora: cosi Filolao, quando gioca sulle parole ‘corpo’ (= n@pa) e ‘tomba’. (= sua) ?, cioè il corpo come la tomba dell'anima, propone quella ne=+ e+i etimologia, da cui scaturirà la definizione che si ritroverà in. Platone 1°. Lo pseudo Epicarmo, nel suo «Gnomologio » e nei « Commentarii scientifici e filosofici » 1, Archita nei trattati dj aritmologia =, Filolao, che possedeva gli scritti del maestro %,. Eudosso, il matematico che conobbe Platone, Alcmeone il medico, hanno in tutti i casi moltiplicato la creazione delle parole e le hanno usate per gli iniziati e per gli allievi. Giamblico, tardo neopitagorico, ci ha conservato alcune di queste parole strane e da iniziati, che non tutti possono capire *, Naturalmente noi non possiamo seguire passo passo la tra-: è ‘ smissione di questo linguaggio da un discepolo all’altro, ma la testimonianza di Cicerone !5 conferma che ai suoi tempi in Roma i Pitagorici avevano un gusto spiccato per le ricerche etimologiche 1% : essi non solo osservavano le voci degli dèi, ma anche quelle degli uomini, che consideravano omina, cioè presagi: * Cfr. H. DieLs-W. Kranz, Die fragmente der Vorsokratiker, Berlino* smo acusmatico, una delle più importanti era quella che identificava alla stessa tetgaxtus l'oracolo delfico di Apollo: ti don tO tv Aekpois pavreiov; tegtaxtic. Greg toriv y Ggpovia Sul significato di questa parola, cfr. F. M. CORNFORD, Mysticism and science in the Pythagorean tradition, in «Classical Quarterly», 1922, 16 pag. 137; A. DELATTE, op. cit. pag. 268: «La tétraktys paraît devoir 4 deux causes la vénétation dont elle était l’objet chez les Pythagoriciens. Au point de vue scientifique elle expliquait les lois de la musique céleste et humaine, et comme l’harmonie était la grande loi de l'univers, elle put ètre considérée comme la source et la racine de la nature. D’autre part elle leur permettait d’imiter par la musique savante l’harmonie des sphères et de se rapprocher ainsi de la perfection divine. Le rôle cathartique de la musique fit de la tétraktys une doctrine particulièrement précieuse pour la contribution q’elle apportait au perfectionnement moral et religieux. Ainsi s'explique que la tétraktys fût une des théories fondamentales de la philosophie arithmologique et religieuse du pythagorisme ». e P. Boyance, Le culie des Muses chez les philosophes Grecs, Parigi 1937, pag. 101. 7 J. COLLART, Varron grammairien Latin, Parigi 1954, p. 260. 8 Cfr. E. FRANK, Plato und die sogennanten Pythagoreer, Halle 1923, P. 90 sg. 56 1951 I 44 pag. 413 fr. 14. 1% Craft. 400 b; Gorgia 492 € - 493 a. a Cfr. SCHMID-STAEHLIN, Geschichte der griech. Literatur, Monaco 1929 I, 1, p. 648. 12 Sulla produzione letteraria e sulla dottrina politica cfr. L. FERRERO, op. cif. pp. 109-118. architea, » Timone il sillografo (fr. 26 pag. 130 Wachsmuth) diceva che Platone aveva comprato da Filolao un piccolo libro pitagorico e ne aveva tratto il » Timeo » (cfr. Gell. 3, 17, 4). La notizia ritorna nella tradiz. o“Ome°ts n——oe—n— neo platonica (Jambl. ad Nicom. arithm. p. 148 ed. Tennul. Procl. in Plat. Tim. p. 1 ed. Schneider; Schol. Plat. Tim. p. 20a (p. 364 Herm). % Per esempio (= prepara; : (Vita Pythagorae 25, 114): éEdervow zione dell'animo); éxogü ( = punizione); nudapräv (= vovdereiv); ovvagpoyd (= accordo musicale). 15 De divinat. 1, 45, 102: neque solum deorum voces, Pythagorci obser=: vaverunt, sed etiam hominum quae vocani omina. 14 Cfr. H. BARDON, La littérature latine inconnue, Paris 1952, I p. 303.° 1? Sappiamo da Diogene Laerzio (7, 60) che questa distinzione di 4 uomini e di dèi era giàin Posidonio : egli definiva la roinow un » poema semantico >: pipnoy regiéyov Belov xai dv@oozeiov; in tale modo Posidonio alludeva al cosmo secondo la teoria stoica.

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non vale molto, ma acquista importanza quando si debbano le voci degli uomini erano quindi presagi ed ogni loro parola aveva il valore di un augurio 4%. Come si vede, non si trattava di semplice studio grammaticale, ma grammaticale-mistico, in sieme, da un dio creatore, da un essere perfetto, ma dagli cui la parola aveva un significato evocatorio ed ermetico, che uomini, che hanno contribuito, coniando termini nuovi, ad accreserviva loro ad osservare quelle armonie superiori, che riportavano alla mente le armonie del mondo fisico 19. scere e a rendere naturale quel patrimonio trasmessoci dagli Cicerone scriveva il de divinatione all'inizio del 44, poco dopo avere composto il ‘ Timeo * e quando ancora la dottrina pitagorica e il desiderio di difendere l’amico Nigidio erano vivi in lui. È sintomatico che negli stessi anni e della stessa parola omen ci abbia dato una spiegazione etimologica Varrone 2°, che faceva derivare omen da os-men (os = bocca + men, suffisso strumentale). Nonostante che Gellio tenda ad associare Nigidio e Varrone %, a raggruppare le loro comuni conclusioni, ad appaiarli nei loro creare le parole ®. Il vocabolario non è stato creato tutto inantenati: Romolo, ad esempio, chiama Roma la città da lui fondata *, Il problema dell'origine delle parole viene trattato da Varrone a più riprese: all’inizio del libro settimo ci dà interessanti e curiose indicazioni circa l'oscurità e la grandezza della scienza etimologica e afferma che non bisogna rimproverare coloro che nella ricerca delle parole aggiungono o tolgono una lettera, per meglio poter scorgere che cosa si nasconda sotto. quella voce. L'etimologia ha dunque delle difficoltà e dei limiti ** ; ma ciò non vieta che essa si possa dividere per gradi lavori (forse perchè i due studiosi contemporanei cercano endi spiegazioni ; tali limiti, in pratica, sono quattro ®° : 1) popotrambi un rapporto semantico tra parola e cosa, indizio forse lare, dove giunge anche l’uomo della strada (infimus quo populus etiam venit: quis enim non videt unde argentifodinac et viodi ricerca di armonie e saggezza trascendente), la differenza, almeno nel campo etimologico, è fondamentale. Sappiamo infatti che Varrone distingueva quattro elementi costitutivi del linguaggio: 1) la natura, che fornisce ad ogni generazione un linguaggio ereditato dagli antenati; 2) l'analogia; 3) l'uso; 4) l'autorità, che è l’ultimo elemento normativo, al quale si ricorre, come ad un'àncora, quando vengono a mancare gli altri elementi 2. Il principio di autorità dunque, secondo Varrone, curus ?) 2) quello dei grammatici alessandrini (quo grammatica analogiae virtuie, sed naturae ipsius constitutione convincitur. Analogia sermonis a natura proditi ordinatio est secundum technicos neque aliter barbaram linguam ab erudita quam argentum a plumbo dissociat. Consuetudo non ratione analogiae, sed viribus pay est, ideo solum vecepia quod mullorum consensione convaluit, tla tamen ul illi artis ratio non accedat, sed indulgeat. Nam ea e medio loquendi usu placita adsumere consuevit. Auctoritas in regula loquendi novissima est. Namque ubi omnia defecerint, sic ad illam quemadmodum ad ancoram decurritur. (Cfr. K. BARWICK, 18 L. Havet (Memoires Societé Linguist. n. 223) riconnette omen ad augeo e augur; STOLZ-LEUMANN, Lateinische Grammatik 5, p. 113. 19 Cfr. J. CARCOPINO, op. cit. p. 199. » De I. Lat. 6, 76; 7, 97. # Che Varrone abbia utilizzato gli scritti di Nigidio Figulo pare «confermato da Apuleio (apol. 42, 6-7). Per la possibilità di una ispirazione pitagorica in Varrone grammatico, cfr. COLLART (op. cit. p. 38), possibilità ammessa come probabile da H. DAHLMANN (Varro und die hellenistische Sprachtheorie, Berlino 1932, p. 36-37. 22 Varr. fr. 268 Fun, = 115 G. S. : Latinitas est incorrupte loquendi observatio secundum Romanam linguam. Constat autem, ui adserit Varro, his quattuor: natura, analogia, consuetudine, auctoritate. Natura verborum nominumque immulabilis est nec quicquam aut minus aut plus tradidit nobis quam quod accepit. Nam si quis dicat scrimbo quod est scribo, non 58 Q. Remmius Palaemon und die rômische Ars grammatica, Lipsia 1922,. pag. 213). 2 De I. Lat. 10, 51: voluntatem dico impositionem vocabulorum, naluram declinationem vocabulorum e, poco dopu (de J. Lat. 10, 53): Impositio est in nostro dominatu, nos in naturae: quemadmodum enim quisque volt, imponit nomen, at declinat quemadmodum volt natura. * De I. Lat. 10, 15: cum unus quivis a nomine aliac rei imponit nomen, ut Romulus Romae. % De I. Lal. 7,1: non reprehendendum igitur in illis qui in scrutando verbo litteram adiciunt aut demunt, quo facilius quid sul ea voce subsit videri possit. 26 Del. Lat. 7, 4: praesertim cum dical étuuoloyixh non omnium verborum posse dici causam. 27 De l. Lat. 5, 7-8.

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escendit (corr. Scioppius; ascendit A. Spengel; descendit F) antigua) ; 3) dei filosofi (tertius gradus quo philosophia ascenriferisce un frammento di Nigidio: ifague ex re in Saliaribus | adtanus| tintinnai, id est sonat®. dens pervenit alque ea quae in consuetudine communi essent Tali parole appaiono oscure, e i commentatori hanno esitato aperire coepit); 4) quello dove c’é il santuario segreto, e se sia nella interpretazione del testo, sia nella collocazione del ad esso non si giunge con la scienza, almeno si tende ad averne frammento. l’idea, come fa talvolta il medico quando siamo malati (guar- Il primo ad accorgersi che il passo era disperato fu lo Scatus ubi est adytum et initia regis: quo si non perventam ad ligero, che nelle note marginali alla sua copia di Nonio corresse scientiam, al opinionem aucupabor, quod etiam în salute nostra ex re in in aere (ex aere ed. Aldina). L’Onions, nella sua parnonnumquam facit cum aegrotamus medicus). Questo passo, preziale edizione di Nonio del 1892, dando valore ai due in, e ridusentato con una croce di disperazione dagli editori **, è inteso cendo il primo ad un m, leggeva aereum (= aeneum). dal Collart 2* in senso figurato: egli crede che Varrone usi un tale linguaggio « per esprimere l’idea che la grammatica, a parnel de diis nigidiano, un trattatello ricordato due volte da tire da un certo livello, è una scienza astrusa, riservata sotto Nonio. Il Roehrig, seguendo il Lipsius, che aveva congettucerti aspetti agli iniziati ». Ma il ricordo di Pitagora poche rato (mons) Albanus, intese il passo così: ttague ex aere in Saliaribus Albanus tintinnat; e, partendo dal presupposto che anche ad Alba c'erano i Salii®, volle mostrare come Nigidio righe dopo (5, 11) fa supporre che questo quarto grado, in cui si parla di penetrali e di misteri, indicasse proprio il linguaggio di certi testi sacri e particolarmente dei libri che Numa Pom- Lo Hertz ®, il Rutgers ® e il Roehrig * posero il frammento. alludesse ai riti non solo dei Romani, ma anche degli Albani. pilio, discepolo di Pitagora, aveva composto ?°. Nigidio, da Il Rutgers congetturò il nome alfwnus, nome non meno oscuro. buon pitagorico, bene informato sulla leggenda del re legislatore religioso, entra nei penetrali (adytum) del re Numa (regis) e dedica i suoi studi etimologici a quel settore che Varrone pone- Giustamente lo Swoboda non solo dimostrò (p. 15) l'infondava tanto in alto. Uno spiraglio, che mostra sia l'interesse di Niginome di un vento di cui fa menzione Vitruvio (1, 6, 10), preferì dio per le parole artaiche, sia la conoscenza degli antichi canti leggere attanus che era un tipo di coppa di terracotta, di cui si religioso-misterici, è in un frammento conservatoci a proposito servivano nei sacrifici i sacerdoti romani *, Il Wissowa, infine, tezza di tali ipotesi, ma, ritenendo incomprensibile il testo dell'edizione Aldina, che ha alianus (da altum mare), cioè il del verbo tintinnire: il grammatico Nonio (40, 12 M. = 58 L.) 2% Cfr. G. Goetz- Fr. SCHOELL, M. Terenti tina quae supersunt, Lipsia 1910 adn. p. 246. Varronis de lingua La- 2% J. CoLLART, Varron, De I. Latina livre V, Paris 1954, pag. 155 n. 8, 2: «Il semble pourtant qu'il n’y ait ni faute, ni lacune. Varron utilise un langage figuré pour exprimer cette idée que la Grammaire, á partir d'un certain niveau, est une science abstruse, réservée en quelque sorte à des initiés ». 30 Per linterpretazione di regis (= Numa), a prescindere da un passo parallelo (de !. L. 7, 3: Pompili [cioè Numae Pompilii] fons in carminibus Saliaribus) aggiungiamo il ricordo di Orazio (1, 2, 15) dove si tratta del locale del sommo pontefice, in cui sono conservati gli scudi dei Salii. Questo passo varroniano è stato oggetto di discussione al 1X Entretien de la Fondation Hardt e su di esso si sono pronunciati: H. Dahlmann, J. Collart, H. Sch:ôter, A. Traglia, F. Della Corte. 60 11 Il passo è assai controverso: il testo conservatoci dai codici è il seguente: tintinnire dicitur sonare, unde et tintinnacula (tintinnabula corr. Iunius) sunt appellata. Afranius Vopisco: lintinnire ianitoris impedimenta audio. Nigidius lib. XVIII : itaque etc. Sull’autoritä del Ribbeck Scaenic. Roman. Fragm. 1898 p. 256) accettiamo il verso come lo presentava Nonio, mentre riteniamo che Festo (364, 6 M : ostiarii impedi? menta fintinnire audio) citi memoriter per interpolatum fontem, 3% M. Hertz, De Publii Nigidit Figuli studiis atque operibus, Berlino 1845. » 22 J. RUTGERS, Variae lectiones, Leida 1618. ° $“ A. ROEHRIG, De Publio Nigidio Figulo capita duo, diss. inaug., Coburgo 1887. ss CIL VI 2170 sqq. 4 8° Cfr. Thes. I. Lat. 11, 1026, 50 s. v. athanuvium : (leg. athanulum ?) Paul. Fest, 18: athanuvium est poculi fictilis genus, quo in sacrificiis utebantur sacerdotes Romani

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volle collegare il vocabolo con atalla, che egli riteneva appunto un diminutivo di aftanus, e di cui si parla negli Atti dei lud saeculares augustei, per designare un vaso sacrale 27, Per quanto riguarda in Saliaribus, anche lo Swoboda è d’accordo che non si debba sottintendere sacris, come vollero alcuni commentatori, ma piuttosto carminibus. E cita Varrone, che usò il plurale* e Festo che sottintende carminibus *. Inoltre riconosce che, per quanto fossero oscure le cerimonie il fatto che sia un vas fictile Y esclude le congetture dello Scaligero e dell’Onions ; e allora tutto il danno del frammento può essere risolto con una soluzione che paleograficamente si avvicina a quella proposta dallo Scaligero, ma concettualmente molto diversa. Tale soluzione potrebbe essere la seguente: ta quaere in Saliaribus (scil. carminibus) : attanu<lu)s tintinnat, id est sonat. | Che la lezione sta, anzichè ttague, sia più probabile, lo atte- . sta il fr. 2 Sw.: sta irascere, quod nunc trasci dicitur, che è che riguardavano il carmen Saliare *°, tali parole dovevano essere evidentemente un modo di transizione per aggiungere un altro tratte dall’inno e non dal rito. confrontiamo esempio; nel caso nostro irascere pro trasci avrà seguito un questo con i frammenti che i grammatici ci hanno restituito, (Fest. 146 b, 20 M.: manuos in carminibus Saliaribus Aelius altro verbo attivo per il passivo. Neppure fa difficoltà l’uso della seconda persona (guaere), dato che questo era lusus scri-. bendi di Nigidio (fr. 8 Fun. = 34 Sw.): sí dividas separesque. .; (fr. 11 Fun. = 37 Sw.): st scrsbas...; (fr. 21 Fun. = 39 Sw.) : Stilo. . Infatti se noi traendoli dai commentatori del carmen, vediamo che, per indicare le loro opere, l’usus scribendi ha proprio questa forma .; Fest. 210, 5 M.: pescia in Saliari carmine Aclius Stilo si adspires... Id est sonat ha fatto sorgere il dubbio che si dici ait...). Inoltre, poichè sappiamo come la interpretazione trattasse di una glossa di Nonio o di qualche lettore o amanuense del suddetto carme fosse argomento di studio per i grammatici 4, nulla ci vieta di pensare che Nigidio abbia potuto intuttavia pare più probabile che sd est sona? sia invece da attriserire nel XVIII libro dei ben noti Commentarit grammatici, qualche esegesi del carmen Saliare. È chiaro che nessuna delle spiegazioni date soddisfa : la parola più sicura è tintinnat, confermata dal lemma; sicuro è anche in Saliaribus (sott. carminibus) ; è indicato il libro XVIII, in cui Nigidio si occupava di una questione testuale, inerente i difficili carmi Saliari. Persino la parola adtanus non è disperata, perché il suo diminutivo afianulus è documentato da glosse; che spiegava fintinnat. Benché la cosa non possa escludersi, buire a Nigidio, il quale, nella frase letta nei carmi Saliari attanulus tintinnat, non si fermava su attanulus, che noi sappiamo invece argomento di glosse #, ma piuttosto su tintinnat. La cosa che stupiva Nigidio era che a un vaso di creta venisse applicato il suono tintinnante, quindi acuto, che possono avere soltanto vasi dalle pareti sottili e di piccola capacità. Quindi per lui la forma di transizione ##4 doveva evidentemente collegare questo verbo onomatopeico con qualche verbo precedente. : Essa ci fa comprendere come anche Nigidio, non meno del suo contemporaneo Varrone, si servisse di repertori che trovava 37 Cfr. P. W. II, 2, 1895 Wissowa) ; s. v. Atalla: In den Acten der augusteischen Saecularspiele kommt zweimal (Z 107, 132) die Wendung vor ad atallam fuerunt (folgen die Namen der anwesenden Quindecimvirn). Das Wort scheint Deminutivform zu alana, atiana, allanus, der Bezeichnung eines sacralen Gefässes >», #5 De I. Lat. 9, 61: Saliorum carminibus. % 325, 15 M.: qui deus in Saliaribus Saeturnus. “ Cfr. Varro. de 1. Lat. 5, 110; 7, 26; 9, 61. Fest. 141, 28 M. ; 210, 5 M.; 211, 1 M. “1 Ad esempio Elio Stilone (cfr. H. FunaroL1 G. R. F. pagg. 57-58) e Sabidio (Fun. pagg. 110-111). 62 già pronti: uno di essi è quello che Schréter ha identificato «: Esistevano probabilmente diversi vasi di tipo simile, di cui ab- | biamo notizia dalle glosse: gloss. nom. (ed. Locwius, p. 137: capides : vase fictilia Saliorum ;) gloss. Vatican. (C. Gloss. Latin. 1V, 28, 2: cardens : vasa fretiva Saliorum). “ Cfr. Thes Lat. 1. 11, 1013, 30, 8. v. atanulus: Gloss. II, 22, 47: atanulus Gyuov tegéms oxevos, xeiumjàtovi IV, 406, 33: alanulu genus . vasis; V, 591, 18: (Scal.) afanulum genus vasis.

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con un ‘ Naeviusglossar ' 4, L'esistenza di questo glossario neviano, gia intuita dal Funaioli (G.R.F. p. 315) è garantita dal fatto che le opere drammatiche di Nevio, erano state studiate da un glossatore, il quale aveva segnalato i vocaboli più rari e li aveva posti in ordine dalla prima lettera alfabetica. Non possiamo sapere chi sia questo glossatore: Varrone parla di glossema, ma senza specificare più oltre. Abbiamo tuttavia fondati motivi per ritenere che la glossa finfinnire = sonare fosse stata per la prima volta introdotta in un « Naeviusglossar» O, quello che è lo stesso, in una ‘ glossierte Ausgabe ’. La prova ci viene fornita da Festo (364, 8 M.): tintinmire est apud Naevium hoc modo: «tantum ibi molae crepitum factebat : tintinnabant compedes » (Com. 114 R? = p. 227 Marm.). A questo esempio di Nevio, che in Festo appare all’inizio, viene aggiunto Nigidio utilizzava un materiale di glossarii, che è press’a poco * identico a quello che vediamo utilizzato da Varrone. La comunanza delle fonti e del materiale non ci deve tuttavia ingannare: i due studiosi procedevano su due piani di- _ versi. Quando Gellio ci dice ** che i monumenta rerum ac disci- * Plinarum di Varrone sono più chiari ed espliciti, mentre nei _ commenti di Nigidio c'è obscuritas subtilitasque, noi vediamo ripresentarci i quattro gradi delle etimologie: frasi come sn propatulo, in vulgus, ci ricordano il primo grado, quo populus Nigidio volgeva il suo interesse ai carmina Saliaria: in ciò non si differenziava nè da Elio Stilone 47, né da Sabidio 49, né da Varrone stesso, né, infine, da Lucio Cincio # che indubbiada Festo il medesimo esempio di Afranio (393 R?.): ostiarii mente aveva interesse per la mistica, se scrisse un libro Mystaimpedimenta tintinnire audio, che, in forma alquanto diversa, ‘corrisponde al verso, citato da Nonio, della commedia « Vopigogicon. sco » (cfr. n. 31). È chiaro che sanitoris e ostiarii indicano la me- Ora, se noi vogliamo sapere quale opinione un pitagorico avesse della etimologia, ci possiamo rivolgere a Proclo 5% e ve- «desima persona, cioè il servo tenuto a catena, presso la porta. Sia Nevio sia Afranio usano il verbo tintinnire per dire il suono delle catene; l’epitomatore Paolo Diacono, che aggiunge Naediamo che egli distingue due parti: la prima concerne la qoévius dixit pro sonitu tintinnabuli, ci rivela la stessa preoccusono: ‘pazione di Nonio: unde et tintinnacula sunt appellata; a ció sinizesi; sono gli stessi vocaboli della terminologia retorica ; si aggiunga che l’appendix Probi #5 ci dice che bisogna preferire tutto fa credere ® che essi derivino dai neopitagorici. tintinnacula a tintinnabula . Il glossario neviano, con l'aggiunta Il nome di teóxos può venire applicato alla grammatica : ai vocabula noi possiamo aggiungere, togliere, cambiare le letdell'esempio di Afranio, si preoccupava di stabilire che le catene (compedes, impedimenta) suonavano come fossero dei campanelli: a questo punto si inserisce Nigidio, il quale, col suo ita aggiunge un esempio tratto dai carmi Saliari e dice che la metafora del suono derivato dal campanello era già nei carmi Saliari, dove di un vas fictile, come l’attanulus, si leggeva tintinnat, cui egli aggiungeva id est sonat. Da tutto ció si vede che 4 R. SCHRÔTER, Siudien zur varronischen Etymologie, in demie der Wissensch. und der Liter. » 1959, n. 12, pag. 837. 4 199, 13 Keil. 64 «Aka- . ettam venit (de 1. L. 5, 7-8) di fronte al quarto, difficilissimo, vnois critica, la seconda invece i rpóxor (le metafofe). I tgdxo. che Proclo cita come esempi di zddn tüv Ateo apocope, sincope, elissi, pleonasmo, sinalefe, aferesi, “ 19, 14: aetas M. Ciceronis et C. Caesaris praestanti facundia viros habuit, doctrinarum autem multiformium variarumque artium, quibus humanilas erudita est, columina habuit A1. Varronem et P. NigiPaucos dium. Sed Varronis quidem monumenta rerum ac disciplinarum, quae per litteras condidit, în propatulo frequentique usu feruntur, Nigidianae autem commentationes non proinde in volgus exeunt et obscuritas subtilitasque earum lamquam Darum utilis derelicta est, * Cfr. H. Funaiour G. R. F., pagg. 57-58. * Cfr. H. Funatoir G. R. F. pag. 110. * Cfr. H. Fun. pag. 380 Fr. 27. 50 Cfr. Proclus, in Crat. pag. 85 Pasq. 5 Cfr. A. ROSTAGNI, L'origine della retorica e della sofistica, in + Studi ital, filol. class. », 1923, 1 sgg.

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tere, ottenendo via via nuove parole. Quando Proclo scrive, evidentemente il neo platonismo ha gia ereditato elementi stoici ; ma lo stoicismo era gia diffuso al tempo di Nigidio e noi pensiamo che proprio in Posidonio % sia avvenuta la fusione degli schemi stoici col misticismo pitagorico ®. Che l’etimologia approfittasse della nomenclatura dei roöxoı propria della retorica è evidente, dato che non si può segnare un confine netto tra grammatica e retorica. Nell’Etymologicum magnum % sono enumerati i nove rtoóno: della etimologia : secondo la storia, la lingua, la metafora, l'onomatopeica, l’antifrasi, l’analisi, l’addizione, la sottrazione, lo schema. Lo Schröter considera che i nove frofoi dell’Etymologicum magnum siano sostanzialmente il «Grundtypus» dei iropoi di Proclo 55. o Questo ci permetterebbe di considerare le definizioni delY« Etimologico » come la teoria base che poteva essere assunta da un pitagorico nell'esame dei varii problemi etimologici. Passiamo perció ad esaminare le varie etimologie nigidiane alla luce di queste definizioni, con particolare riguardo al concetto, ribadito anche da Zonaras %, che le etimologie hanno s La diffusione della dottrina di Posidonio in Roma è attestata, ma essa appare ancora più evidente, in quanto Nigidio era un pompeiano, e noi sappiamo da Plinio (nat. hist, 7, 112) e da Cicerone (Tusc. 2, 25, 61) che anche Posidonio era amico di Pompeo (C. WENDEL, P. HW’. XXII, I, da Ct F. DeLLa CORTE, La filologia latina delle origini a Varrone, 566). n. Torino 1937, pag. 32: « Posidonio avrebbe introdotto negli studi generali della Stoà e particolarmente in quelli letterari, uno spirito mistico e un colorito neopitagorico, con opera tale che i grammatici d'età sillana e ancor più Nigidio Figulo, avrebbero tentato di tradurre in latino ; ma Elio Stilone non conobbe Posidonio e il suo atteggiamento dialetrassomiglianza con le anatomie mediche, e, come l’anatomia fa l’analisi delle membra, così l'etimologia è, in certo modo, dissezione delle voci. | L'attività grammaticale di Nigidio 5” aveva molto vasta dimensione, se il risultato dei suoi studi era raccolto in almeno ventinove libri, come ci testimonia Gellio (10,5) ; solo di alcuni libri abbiamo frammenti, ma questi sono troppo slegati perché ci permettano di fissare un ordine per gli argomenti e di deter-. minarne i singoli contenuti 5*: anzi, a prestar fede a Gellio 5, non vi era in essi un ordine sistematico prestabilito, perché. Nigidio scriveva piuttosto per sè (subditum magis memorias suae quam ad legentium disciplinam) libri che non avevano scopi didattici. Non sappiamo fino a che punto Gellio fosse informato di tale particolarità, anche perché lo stesso carattere attribuisce a certi commentarii di Elio Stilone, che valevano, secondo lui, * I frammenti vennero raccolti dallo Eacrr (Lat. serm. veter. reliquiae selectae, Parigi 1843), e, più recentemente, dallo SwoBopa (P. Nigidii Figuli operum reliquiae, Vienna 1889). Che il titolo dell’opera fosse * Commentarii grammatici * viene confermato dai passi di Gellio, anche se Nonio talvolta ci presenta un titolo diverso. Circa il tempo in cui Nigidio pubblicò il lavoro, non possiamo dire nulla con certezza, se non che l’opera dovette precedere, anche se di poco, il de lingua Latina di Varrone: quest’ultimo infatti fu composto tra il 47 e il 45, come. sappiamo da Cicerone (ad Att. 4, 16; 13, 12; ad fam. 9, 8; Acad. poster. I, I, 2) e la sua pubblicazione deve presumibilmente risalire alla fine del 45 o all’inizio del 44 (cfr. COLLART, op. cit. pag. X), cioè dopo la morte di Nigidio avvenuta, come si è visto, nel 45. s Lo Hertz sostenne che l’opera mancava di ordine ; ogni singolo libro risultava composto da una molteplice congerie di commenti e : osservazioni. Egli fu indotto a questa conclusione da un duplice ragionamento: e perchè dai frammenti dei libri sicuri non si poteva dedurre . tico fu tutto positivo e aderente alla realtà ». niente di certo sull'argomento dei singoli libri, e perché le parole di Gellio (17,7) offrono una prova che Nigidio scriveva tutto quel che tagrols... Aapfidverar Sè i Ervuoloyía xatd roóxows évvéa * «ora lorpogli pareva degno di essere annotato. 11 MERKLIN (in «Berl. Jahresb, fur wissenschaft. Kritik », 1846) giustamente intese che tali parole non riguardavano solo i commentarii grammaticali, ma tutto il sistema M 388, 8 Gaisford: Set Sì yiyvooxeuw, óri ai Ervpodoyia £olæaorv giav... xatà yAlovav... Kara Toomiy, AYOUV xatà petamogay:... xatà Nerompevov... xata dvrlovorgov... xata Sidivow GCews... xatà mosotrow.... xatà pulpe... xal xarà oxynpatiopdv. | 55 R. SCHRÖTER, Studien zur varronischen Etymologie, in « Akademie der Wissensch. und der Literat. » 1959, n. 12 pag. 793. se P, 891 TITTMANN: al étupodoylar dolxaciv latguxats xodovpévats Gvatopaic. 66 dell’insegnamento nigidiano, che proprio perché muoveva dal concetto e dal simbolo, non aveva preoccupazione di creare aridi sistemi. 5° 17, 7, 5: anguste perquam et obscure disserit, ut signa rerum po- ' nere videas ad subsidium magis memoriae suae quam ad legentium disciplinam.

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come pro-memoria (16, 8, 2: commenlarium... L. Acli... legimus. . . fecisseque videtur eum librum Aclius sui magis admonendi quam aliorum docendi gratia). Sia che Gellio esprimesse in tal modo la sua personale impressione di lettore, sia che che erano vicinissimi alla divinità, «vedevano » le cose più vere. Poi il linguaggio si era guastato col passare del tempo; e il tornare all’antico significava per Nigidio avvicinarsi alla verità. i poggiasse su qualche più certa notizia, i frammenti rimastici non permettono una ricostruzione dell'opera, anche se occasionalmente argomenti simili potrebbero indurre a qualche congettura °°, Tenuto conto delle testimonianze sicure, gli argo- 2. menti andrebbero sistemati così: della sua ricerca: troviamo Nigidio allineato con Varrone e con libro = perpetuum) 4°: synonyma (sempiternum 9°: srascere — irasci 10°: vetustiscere — velerascere 11°: religentem — religiosus 18°: tintinnat = sonat 19°: facit — facitur 20°: adverbia — im 23°: subruptum erst 24°: Valéri — Valert : huius — his : terrat — terrae mi = met 25°: nixurit = qui nsti vull 29°: avarus = avidus aeris Poiché dalla tabella risulta impossibile trovare uno schema come invano tentarono gli studiosi, mi pare più utile seguire Nigidio nello sviluppo dei suoi interessi grammaticali, indipendentemente dall’ordine dei libri. La grammatica naturalmente rispondeva ad una esigenza di ricerca della verità, verità che egli cercava in primo luogo nei carmi Saliari, secondo un concetto che doveva risalire a Posidonio e che ci viene riferito da Cicerone (Tusc. 1, 12, 26) omnis antiquitas, quae quo propius aberat ab ortu et divina progeme, hoc melius ca fortasse quae erant vera cernebat ; i carmi dei Salii, La lingua arcaica. Lo studio della lingua arcaica è pertanto il primo momento gli arcaicizzanti; egli si occupa di antiche frasi latine che trova nei Comici o in Ennio, o di parole cadutein disuso. Nigidio afferma che trasci era usato anticamente nella forma attiva srascere ©. In molti verbi latini, effettivamente, accanto alla forma deponente si trova la. corrispondente attiva, con una più notevole frequenza negli autori dell'età preclassica, dove la forma attiva non è ancora esattamente separata da quella deponente; così troviamo in Pacuvio vagare e vagari (fr. 225, 302, ecc. R3), in Afranio (fr. 192) exsecrabant e altre volte exsecror, in Plauto (Bacch. 173) venero, ma talvolta veneror e sono entrambe usate con lo stesso valore di riflessivo o intransitivo (come nel caso di vagare-vagari) o con un oggetto (venero te-veneror te). Le conferme di questa oscillazione sono inoltre fornite da altri grammatici: Aurelio Opillo usa adorios con valore di passivo © ; con lo stesso valore Ateio Pretestato scrisse adsectarelur ® ; e, d'altro canto, Orbilio usava consegui come passivo ff, La annotazione di Nigidio non è quindi né strana né on soprattutto trattandosi di un verbo incoativo %, anche se il a Fr. 2 Fun. (2 Sw.): Nigidius commentariis grammaticis lib. IX : tla irascere. quid (quod Rutg.) nunc irascitur? (irasci dicitur Quicherat) * Fr. 26 Fun.: ab his Gallos adorlos ex insidiis plurimos necatos. 6 Fr. 11 Fun.: Themistocles cum a formoso adsectaretur. “ Fr. 3 Fun.: quae vix ab hominibus consequi possunt. € STOLZ-ScHMALZ, Laleinische Grammatik *, Monaco 1928, pag. 545 par. 138 a): « Dabei spielte neben dem Einfluss sinnverwandter Aktiva auch formaler Anschluss eine Rolle, so von expergisco, irasco... an die “© Cir, P. W. XVII I, p. 202 (KkoOLL). Inkohativa auf -isco ».

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preciso significato del passivo è ancora oggi « oggetto di discussione » %, Mi pare invece che sia andato troppo oltre il Legrand *? quando, sulle orme del Delatte, leggendo il frammento di Nonio in cui è citato un passo dalla citharista di Pomponio (28 Frassinetti) : sols, quaeso, irascere. More fit moro, moriri suam quisque uxorem ut velit, vede nel verbo un segno del pensiero politicosociale di Nigidio, e particolarmente un riferimento all’armonia che deve regnare nella famiglia, come nella società, dove non c'è più la rigida giustizia della fatalità antica, né l'egoismo dispotico. Nigidio, cioè, avrebbe usato la forma attiva del verbo srasco nel senso dell’agyh Seoxotixy, «qui fait hair le mari (irascere) par sa femme (irasci) ». La forma di transizione ita denota che non si trattava altro che di un esempio di verbo sia attivo che deponente. Una differenza tra attivo e passivo si trova in altro frammento di Nonio 88, relativa alle due forme facil e facitur, come attesta il lemma facitur pro fit. Nonostante l'affermazione degli antichi grammatici che facto non ha il passivo facior ®, abbiamo, oltre alla testimonianza dello stesso Nonio, che cita Titinio 7°, una conferma in Petronio (71, 10), nella forma faciatur (faciatur, si tibi vi- * Cfr. A. ERNOUT, Recherches sur l'emploi du passif latin, in « Mém. Soc. Ling.» 1909, p. 273 sgg.; E. WISTRAND, Ueber das Passivum, Goteborg 1941 ; A. RoNcoN1, Il verbo latino, Bologna 1947, pag. 21: «Il concetto di passivo è oggetto di discussione; alcuni (Vossler} ci vedono l’idea fondamentale e essenziale del pati, e quindi di una sensibilità del soggetto (paziente) che è un ente animato, o almeno immaginato come tale; per altri (Meyer-Liibke) il passivo indica uno stato, una condizione statica o in svolgimento ». 7 L. LEGRAND, Publius Nigidius Figulus, Paris 1931, pag. 58 n. 7. Tutt'al più si potrebbe tener presente che non irascere, ma l’irascibile detur, et triclinia). E. V. Marmorale ritiene factor una forma plebea TM e ricorda altri esempi, che sono tuttavia sempre dei composti. Ora noi sappiamo che taluni composti di facto, quelli che si formano con una preposizione, conservano, mutata la a in i, tale forma di passivo. Ma qui probabilmente Nigidio non fa una differenza di uso, bensì di significato tra fit e Jact¿ur: egli vuol dire che fit vale come passivo di jacio nel significato materiale di «fare, compiere», mentre facitur, come habetur, ha valore morale di « stima », significato che l'esempio tratto da Titinio (parvt... factatur) convalida. I codici di Nonio hanno tui facst roreta facitur tinactae(ss)e che gli editori hanno tentato in più modi di sanare. Il Roth, seguito dal Lindsay, molto arbitrariamente, senza tener conto del testo, ma basandosi solo sul significato facit-facitur = moreimoueitar, corresse: td quod dico, hutus modi est: uti facit noreLidia facitur xowita est. Innanzi tutto non è il caso di cambiare ee o esse in est, quando la frase dipende da un verbum dicendi. Lo Swoboda *2 pensò che invece di noıeira si trattasse di nuáros e volle così avvicinarsi alla scrittura dei codici. Che + tinaetace } contenesse un verbo greco appare dal contesto, perché deve essere correlativo di morsi: ora noi sappiamo che la radice di facio è la stessa di riöngı (cioè dhe, fecit, EBmue). Abbiamo visto inoltre che facitur qui deve essere inteso come verbo di « stima », e con tale significato troviamo appunto anche tify, sia nella forma attiva (cfr. Demosth. Gv Eywye defnv), sia Ol. 1,10 : vis nap’txeivov etvolus evegyémp’ dn quella medio-passiva (cir. Plato Leg. 929 c.: idv BovAerai déodor, Thucid. 1, 35: elta èv dducjpan $%covtar, Plut. Cato M. 11: dy énaivo dì petton tideodar 10 yapérny ayadov Ti...) Graficamente TINAETAE(SS)E pud essere una cattiva lettura è corrispondente a Suds (cfr. A. D. NocH.- A. J. FESTUGIÈRE, Corpus Hermeticum Parigi 1960 I, pag. 6 n. 1). $ Fr. 6 Fun. (10 Sw.) : Non. 507, 13 M. = 815 L.: Nigidius commentatione grammaticis lib. XIX: id quod dico huius modi est: uti facit nore(l,i)fa facitur tinaetace. ® Cfr. Thes. I. L. VI, 83, 4: explan. in Don. gramm. IV, 552, 3: facio non habet contrarium facior. ® Com. 97:v.95 Ribb.*: Quinto: stultitia cupidinis | petunt consilium, bona bonorum gratia | parvi ut faciatur. 70 n E. V. MARMORALE, Pefronii Arbitri Cena Trimalchionis, Firenze 1947, pag. 155, n. 10: « Triclinia è dunque un neutro plurale e faciatur deve perciò essere considerato un grecismo per faciantur. Facior per fio 4, era forma plebea, conservataci da Titinio 97 ; cfr. concalefaciantur Vitr. 7, 4; calfaciantur 5, 10, 1; salisfacitur Varr. sat. 82 B; calefacimint 2 Jac. 16 (cfr. Rónsch, Itala und Vulgata p. 435) ». 1 Op. cit. pag. 14.

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da parte di un amanuense che, ignorando il greco, di fronte l’uso che ne fece Lucilio, nel sesto libro delle sue «satire » 7°, a TIGHTAI ESSE non ha compreso e ha trascritto meccaun carattere burlesco, che si ricollega alla radice kui: quirito nicamente. sarebbe il verbo onomatopeico, scherzosamente utilizzato per i cittadini, ad imitazione del grugnito dei porci °°. Probabilmente va incluso tra i verbi arcaici del linguaggio comico anche nixurire, non da altri attestato, col significato | Se le ragioni sopra addotte sono valide, possiamo leggere tutto il testo così: uti facit noreli,syia facitur rider esse. Più discussioni ha suscitato il frammento in cui compare il verbo guiritare ®, derivato dal nome Quirites #. I codici (Nonio 21, 18 M. = 31 L.) ci hanno trasmesso : clamat quiritatum, che il Tumebus ha mutato in quiritatur, lezione accettata da quasi tutti gli editori. Poiché Varrone # lo usa all'attivo, il Roehrig intese (pag. 3 e 45) che Nigidio si riferisse ad un uso medio del verbo, uso confermato da un altro frammento di Varrone, trasmessoci da Diomede ”*, Lo Swoboda, tentando di spiegare l'inversione dell'esegesi quiritatur; clamat di Nonio, integró: clamat (qui) quiritatur. Diversa la spiegazione che dà il Kretschmer : egli in un primo tempo aveva respinto l'etimologia varroniana, secondo cui quirito vale «invoco, gridando, l'autorità dei Quiriti », per far risalire il verbo a *co-urion, che indicava la totalità dei cittadini, come cursa, la divisione del popolo 7’. Tornato sull'argomento qualche anno dopo ?*, trovò nell’espressione, anche per ” Fr. 33 Fun. (58 Sw.) : clamat, quiritatum. (Non. 21, 18 M. = 31 L.: quiritare est clamare, tractum ab is qui Quirites invocant). % Cfr. STOLZ-SCHMALZ, op. cit., pag. 316, par. 225. ” De 1. Lat. 6, 68: quiritare dicitur qui quiritum fidem clamans implorat. 78 P. 381, 21: solent in verbis etiam periliores errare, incerti ulrum cum r an sine y debeant proferri. Quirito, Livius in attico (activo Putsch, octavo Mueller) quirit. Varro ad Ciceronem: de fenestella quiritatur. Est autem quiritare Quirites ciere. 1? P. KRETSCHMER, 1920, pag. Lat. quirites und quiritare, in «Glotta » X, 147-157. 7° P. KRETSCHMER, Zug und andere lauinachahmende Wörter, in « Glotta » XIII, 1924, p. 136, n. 1 : «das ist das Gegenteil von der Ansicht, die mir ein Fachgenosse brieflich mitteilte, dass auch quirifo wehklage lautnachahmend, nicht von quirites abgeleitet sei. Dies halte ich freilich für unwahrscheinlich, unter andern auch deshalb, weil guirito als Nachahmung menschlicher haute einen burlesken Charakter hätte, der zu der ernsthalten Verwendung des Wortes nicht gut rasst. Aber anderseits wermisse 72 ich für die Behauptung, dass guirito «quicke » —-p. —+Pe—bn di miti velle e corrispondente al greco quotoxéw 8. Di esso ci dà notizia Nonio ®, Si tratta di un verbo desiderativo, formato dal participio futuro attivo, come parturire, esurire, empturire ed altri, spesso con valore scherzoso ®, come forse aveva già notato Nigidio, sottolineando che non si trattava di uno sforzo, ma soltanto di una volontà, cui forse non corrispondeva poi il fatto ®. Nigidio aderiva per altro alle norme varroniane : così Gellio ci testimonia % che Nigidio e Varrone sostenevano, per il genitivo della quarta declinazione, l’uscita in -wis $ e per il dativo vom Schwein gebraucht auf scherzhafter Verwendung von guirito «rufe » die Buerger an beruhe den Beweis. Jedenfalls ist das Zusammentrefien mit ai Kuri «Schweine » bemerkenswert ». 7* Fr. 261 Ma: haec, inquam, rudet e rosiris atque heiulitabil | concursans, veluti Ancarius, clareque quiritans. 8° L'unico esempio di guirrito è in Eucheria (Riese 390, 55) : quirritant verres, pardus rudit, oncat asellus. È probabile che Eucheria, non conoscendo più la quantità di quirito, l'abbia allungato con la doppia r e Cfr. C. G. L. (Goetz-Gundermann) V, 644, 58. 82 144, 18 M. = 210L: nixurire, niti velle. Nixurit qui niti vult, el in conatu saepius aliqua re perpellitur. e Cfr. Varro de re rust. 2 praef. 6: te emplurientem ad mercatum adducunt crebro pedes: Petron. 64: solebas. .. belle diverbia dicere, melica canturive: Martial. 3, 93: gaudes ducentas nuplurire post mortes; ecc. ® Probabilmente nixurire si doveva inserire in qualche commedia, in cui ci fosse una situazione analoga a quella del Truculentus, in cui Fronesio finge di avere un figlio: peperisse simulat (vw. 86). 85 4, 16,1: Af. Varronem et P. Nigidium, virus Romani generis doctissimos, comperimus non alifer elocutos esse el scripsisse, quam ' senaluis * et * domuis * el * fluctuis *, qui est patrius casus al co quad est * senatus”, *domus'; * fluctus’; huic *senatui', 'domut”, * fluctui' coteraque tis consimilia pariter dixisse. se Lo troviamo già in Terenzio (Heaut. 287) : eius annis causa opinor quae erat mortua.

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l'uscita in -wi. La loro tesi è diversa da quella di Cesare *”, che nei libri de analogia sostenne doversi scrivere senza la 4 finale; e da quella degli altri grammatici di ispirazione alessandrina 88, In Nigidio e Varrone appare lo sforzo di assimilare i temi in -« della quarta alla terza declinazione, che ha rispettivamente per i due casi l'uscita in -ts e in 4. Dall'inizio della tradizione letteraria, la quarta declinazione latina si trovava minacciata da diverse analogie. Poiché alcune desinenze la avvi- ‚cinavano alla seconda o alla terza declinazione, subì l'influenza sia dell'una che dell'altra, influenza favorita dal fatto che la declinazione è rappresentata solo da un esiguo numero di vocaboli. Così, accanto a senatus-senatus, abbiamo attestate le forme senatus-senati e senatus-senatuis. L'Ernout 8° ricollega questo al fatto che, in tutte le declinazioni, dativo e genitivo hanno lo stesso numero di sillabe (rosae-rosae, domini-domino ; classisclassi ; diei-diei) e quindi il genitivo senatuis sarebbe nato per «eguagliare il dativo senatus: il dativo avrebbe trascinato il genitivo per regolarità. Comunque tale sforzo, per quanto soste‘nuto dalla pratica, non ebbe successo °°; e, sottoposti a queste reazioni, i temi in -# dovettero la loro conservazione solo ai grammatici e talvolta, nel momento stesso della loro appari‘zione, sembravano già sopravvivenze artificiali. Ci attesta l'interesse di Nigidio per la fonetica anche il frammento proposto da Gellio *, secondo cui terra andava scritto al genitivo terrai e al dativo terrae; molti sono gli autori arcaici che ci hanno conservato tali forme ®: per il genitivo si sarebbe passati da un «a; bisillabo ad un af e quindi al classico ae, attraverso modifiche a noi oscure, forse solamente per l’accentazione latina arcaica, indipendente dalla quantitä della penultima sillaba, quando originariamente si diceva terräi. Dei frammenti di Ennio, uno, conservatoci da Carisio ®, e cioè il 479 del Vahlen, reca un dativo in ai, che il grammatico dice « poetico », intendendo con ciò dire forse ‘ arcaico ‘ : terrai frugiferas. Ma la prosodia fa pensare piuttosto ad un genitivo, per cui il Lindsay * giudicò guasto il passo di Carisio. Lo Stolz, per contro, ritiene terrai frugiferai dativi *, ma giudica che si tratti solo di una licenza poetica, favorita dalla forma identica del genitivo. La distinzione di Nigidio di scrivere diversamente il genitivo dal dativo, deve rispondere più a una norma pratica che egli. voleva imporre che non a una vera posizione scientifica o sto-. rica. In ogni caso, se una delle due forme doveva conservare l'esito arcaico in -ai, era meglio che questo fosse il dativo assimilato a un locativo e che anche in greco conservava la finale in iota (cfr. yapa() e nell'osco trova una ulteriore conferma %. Inoltre la grafia ai del dativo si conservava ancora ai tempi di Nigidio in alcune iscrizioni e si conserverà persino durante l'impero. Diverso è invece il caso del genitivo. Anch'esso dovrebbe essere in -az bisillabico, contratto più tardi in a? monosillabico. Il passaggio al dittongo deve essere avvenuto alTincirca verso la metà del secondo secolo ; e, se anche le iscrizioni recano ancora per consuetudine az, di fatto si doveva già pronunciare ae; soltanto per vezzo o posa arcaicizzante, troviamo ancora ai nei poeti. L'amico di Nigidio, Cicerone, usa s7 Gell. 4, 16, 8: etiam Caesar gravis aucior Latinae linguae in Anticatone: ‘unius’ inquit'arrogantiae superbiae dominatuque, ... In libris oque analogicis omnia istius modi sine i litiera dicenda censet. ss Cfr, Fr. RitscHL, Opuscula philologica, IV, Lipsia 1878, pag. 171 : «Ad pristinam UIS terminationem ut redeam, eam unum potissimum Varronem adeo in deliciis habuisse intellegimus, ut prope intermortuam ut videtur declinationem tamquam excitasse ab inferis censendus sit». $ A. ERNOUT, Note sur les thèmes en -u latins, in «Indog. Forsch. » 1909 n. 26, pag. 91-93. % Cfr. COLLART, Varron Gramm. lai. pag. 171. 9 13, 26, 4: si ‘ huius terrai scribas, i littera sil extrema, si ‘ huic derrae’, per e scribendum est. 1 Cfr. STOLZ-SCHMALZ, pag. 270, par. 188. 74 o Cfr. Mart. 11, 90, 5. e Lixpsay-NoHL, Die lateinische Sprache, Lipsia 1897, P. 443. 2 Op. cit. par. 188 pag. 270. es Cfr. F. SOLMSEN, Zur Geschichie des Dalivs in den indogermanischen Sprachen, in «Zeitschrift für vergleich. Sprachforschung » 1911, n. 44, pag. 200: «dafür dass das -a der ersten Deklination jedenfalls nicht lautmechanisch aus -ai entstanden sei, beruft er sich noch auf den Lo-: kativ Sg. dieser Klasse, der ursprachlich aller Wahrscheinlichkeit nach genau dieselbe Endung wie der Dativ gehabt habe, aber wie im Oskisch-Umbrischen, so im Lateinischen nur auf diphtongisches -ai -ae ausgehe ».

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ancora negli Aratea: terrai, aguai, aquilai. Negli stessi anni anche Lucrezio scriveva: aquaî, vitat, animati, viai, naturai etc. Queste devono essere considerate forme stereotipe, che troviamo usate al genitivo, ma non al dativo. Dato che la sopravvivenza di questo esito arcaico era soltanto documentata per il genitivo e non per il dativo, Nigidio poteva concludere, in base all'uso, che l’ei fosse da mantenersi per i soli casi del genitivo. 3. La fonetica. Inoltre Varrone usa il termine «semivocali», per designare il gruppo formato da e + liquida. Ma, nelle sue ricerche, egli usa quelle che noi oggi chiamiamo « semivocali », cioè l'unione. con -i e con -%. | A questo riguardo dovette esservi disparita di opinioni e certi grammatici dovettero invece classificarle tra le vocali, dal ' momento che vediamo Nigidio Figulo levarsi contro questa opinione: egli infatti disse che «a e o sono sempre principali, $ e u sempre sottoposte, e può essere sottoposta e prevalere: prevale in Euripo, è sottoposta in Aemilio. Se qualcuno pensa Platone, che lo riteneva non sostanza, ma solamente percusche la « prevalga in queste parole : Valerius, Vennonius, Volu- : sius, o la ¢ in queste: sampridem, 1ecur, iocus, iucundum, sbaglia, perché tali lettere, quando precedono, non sono nemmeno : vocali » 191, Gellio non commenta e dice esplicitamente che . Nigidio fa questo ad exercendam legentium intentionem, ma è : evidente che tale ¢ non era vocale, ma la semi vocale j, che in latino si scriveva nello stesso modo 1°, Che esistesse una # non propriamente vocale, ma con valore di F riconobbe anche sione dell’aria *8, Varrone, secondo il suo metodo, fonde le due Varrone; infatti egli la identificava con il « digamma» eolico teorie, forse utilizzando nozioni generali conosciute dopo Plae la chiamava vau 19, Pare certo che i grammatici del primo secolo avanti Cristo abbiano già dedicato i loro studi alla fonetica ; e non sorprende trovare tra i frammenti varroniani una definizione di vox, cioè di suono *”, che ci riporta ad una vecchia questione, che aveva diviso i filosofi sulla natura del suono. Essa opponeva da una parte gli Stoici, che ritenevano il suono essere un corpo, cioè l'aria stessa in movimento, quando è colpita, e dall'altra tone, e fa una divisione tra vocali, consonanti, semivocali e Confusione doveva esistere tra vocali e dittonghi ; in partimute. Per quel che riguarda le vocali, Varrone parla delle colare noi sappiamo che il dittongo ae cessa presto di essere un dittongo nelle campagne e viene sostituito da una e aperta. loro « trasformazioni » cioè apofonie, riconosce una certa affinità tra I ed E *, il passaggio da A a E!” e, infine, da E a U. Ce lo dice Varrone stesso in due passi del de lingua Latina (5, 97: in Latio rure cdus, qui în urbe, ut in multis, À addito acdus; 7, 96: Rustici Pappum Mesium <dicunt), non Maesium). 9 Fr. 238 Fun. vox est, ul Stoic:s videtur, spiritus tenus auditu sensibilis, quantum in ipso est. Fit autem vel exilis aurac pulsu vel verberati aeris ictu. Omnis vox auf articulata est aut confusa. Articulaia est rationalis hominum loquellis explanata. Eadem et litteralis vel scriptilis appellatur, quia litteris comprehendi potest. Confusa est inrationalis vel inscriptilis, simplici vocis sono animalium effecta, quae scribi non potest, ut est equi hinnilus, tauri mugilus. 9 Gell. 5, 15: sed vocem Stoici corpus esse contendun! eamque esse dicunt ictum aeva. Plato autem non esse vocem corpus putat. Non enim percussus, inquit, aer, sed plaga ipsa atque percussio id vox est. Democritus ac deinde Epicurus ex individuis corporibus vocem constare dicunt eamque, ut ipsis eorum verbis utar, beüna aropumv appellant. e De I. Lat. 6, 94-95: I cum E magnam habet communitatem. 100 De I. Lat. 7, 94: E ex A commutato ut multa. 76 Questa pronuncia, condannata dall'uso, e condannata severamente in città come un segno di resticitas, si generalizzò in Roma molto tardi, all’epoca imperiale, quando le differenze 10 Fr, 16 Fun. (53 Sw.): a ef a semper principes suni, 1 et u semper subditae, e et subit et praeit; ( praeil>) in Euripo, subit in Aemilio. Si ” quis pulat pracire u in his verbis Valerius Vennonius Volusius, aut i in : his iampridem fecur, iocus, iucundum, Draseunt, ne vocales quidem sunt. errabit, quod hae litterac, cum 192 Cfr. MEILLET-VENDRYES, Of. Cif. pag. 33, par. 39. 108 Fr. 270 Fun. pag. 291 Ann. Corn, ap. Cassiod, p. 148, 5 : est quae. dam littera in F liticrae speciem figurata, quae digamma nominatur. . . Hanc litteram Terentius Varro dum vull demonsirare, ila perscribit, vau, —

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quantita cominciarono a scomparire!TM, Tale confusione dovette necessariamente creare difficolta quando si trattava di formulare l’etimologia di certe parole, che potevano dar luogo ad ambiguità. Uno dei casi più noti è indubbiamente quello riportato da Varrone 1%, relativo al suo maestro Elio Stilone e riguardante l’etimo della parola caelum : esso è così chiamato, o dal fatto che è caelatum (= cesellato) o, utilizzando il nome contrario all'idea, cioè l'antifrasi, perché è celatum (= chiuso), per il fatto che la volta celeste celatur durante il giorno e appare latino degli antichi, poiché i contadini sono più conservatori e meno risentono delle innovazioni della città, attingeva al sermo rusticus, ora dicendolo apertamente ora facendolo rilevare dalle sue osservazioni 199. Come abbiamo visto, era proprio della parlata della campagna romana, sostituire la e al dittongo ae. Ma noi sappiamo che esistono altri indizi di queste differenze: uno dei più importanti pare sia stata l'aspirazione iniziale : tale aspirazione, che era data in latino dalla lettera A, sparisce più presto nella campagna che a Roma, dove anche gli autori che constatavano la scomparsa progressiva della solamente di notte. L'etimologia resta incerta 1%, ma appare evidente che Varrone ed Elio Stilone non tenevano alcun conto aspirata, avevano coscienza della sua giustificazione storica : delle differenze originali delle vocali per le loro etimologie. Lo stesso verbo celari torna in Nigidio, ricordato da Donato, Cicerone (orat. 160): scirem matores ita locutos esse ut... in vocali aspiratione uterentur e Quintiliano (1, 5, 20): ea veteres nel commento al Phormio di Terenzio! : egli si chiede se questo verbo sia plenum o pressum. Bisogna anzitutto vedere che cosa intendesse con questi due termini: il Rochrig 109 usi... in vocalibus, vedevano coesistere queste forme campa- ‘ ritenne che volesse vedere se nel verbo celari la e fosse chiusa, volta, come una eleganza riservata a certi atteggiamenti affetcome in edere, o aperta come in scepirum ; lo Swoboda, invece, tati, con una A posta sia all’inizio che nel corso della parola. sia perché riteneva che al tempo di Nigidio non si distinguesse Il più famoso, forse, esempio di questo abuso è il c. 84 di Cala pronuncia aperta o chiusa, sia perché nel frammento non si tullo, dove il poeta schernisce un certo Armio che diceva chomfa riferimento a una vocale del verbo, ma a tutta la parola, intese plenum, come forma completa, cui non sia stato tolto moda e hinsidias 42, gnole con le forme urbane U, Nel I sec. a. C. l’uso dell’ iniziale riprende, ma, questa | All’abuso, di cui ci parla pure Quintiliano **, segui una sana nulla, $ressum una forma contratta o concisa. Probabilmente Nigidio aveva presente celare = occultare; per lui celare era pressum, mentre occultare rappresenta il frequentativo, come taxo è pressum rispetto a tangere (cfr. Ernout-Meillet 4 II pag. 678). Indubbiamente Nigidio, desideroso di ritrovare tracce del 14 Cfr. MEILLET-VENDRYES, op. cil. pag. 118, par. 181. 102 De I. Lat. 5, 18: caelum dictum scribit Aelius, quod est caelatum, aut contrario nomine, celatum quod apertum est. 108 Cfr. ERNOUT-MEILLET * I, pag. 83 s. v. caelum. 107 Fr. 35 Fun. (59 Sw.): Nigidius ‘celari’ quaerit, ulrum plenum sit an pressum. Questo frammento, con altri due (36 e 37 Fun.) derivati dal commento a Terenzio, hanno fatto pensare che Nigidio avesse curato un commento alle commedie; ma la tesi è stata già definitivamente confutata dal Ritschl (Parerga, pag. 363). 10 Op. cif. pag. 43. 78 10 I Romani del I secolo a. C. non distinguevano il parlare rustico contemporaneo dal parlare arcaico, ma li sentivano ugualmente lontani : Cicerone (de orat. 3, 11, 42: rustica vox et agrestis quosdam delectat) e Quintiliano (11, 3, 10: verborum rusticilate imitationem antiquitatis affectant) concordavano nell’affermare che volgare o rustico coincideva con arcaico. 310 Cfr. Nigid. fr. 20 Fun. (57 Sw.): idem (Nigidius Figulus) Rh non esse litteram, sed notam adspirationis tradidit. Cir. J. MAROUZEAU, Quelques traces de l'aspiration initiale en latin, in « Homm. à Niedermann», Bruxelles 1956, pagg. 238-243. 311 Cfr. A. ERNOUT, Les eléments dialeciaur du Paris 1929, p. 86. . vocabulaire latin, 313 Cfr. A. TRAINA, L'alfabeto e la pronunzia del latino, Bologna 1957 pag. 44 SEE : «Il più vivace documento di questa moda rimane l’epigramma 84 di Catullo contro un tal Arrio che... non si accorgeva di tradire così i suoi bassi natali ». 13 1, 5, 20: Erupit brevi tempore nimius usus, ut «choronae chenturiones praechones » adhuc quibusdam inscriptionibus maneant.

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reazione ed è ancora Nigidio che, allineato con Varrone, affermaTM che rusticus fit sermo, se si aspira perperam. È evidente che rusticus, è qui opposto ad urbanus 15 e si tratta di una «imitazione dei Greci il cui spirito aspro doveva essere ‘ in generale molto più forte che 1'h romana **», Altri interpreta diversamente l’aspirazione di Arrio e vede in esso un dialettismo di provenienza etrusca !!? ; ma, se anche Nigidio fosse etrusco, si era pronunciato contro l'aspirazione. Varrone, poi, respingeva personalmente l’aspirazione, per « sabinismo » 28, benchè Verrio Flacco ci attesti che pronunciava harena; ora noi sappiamo che i Sabini pronunciavano / l'antico fonema *gà iniziale, divenuto in latino una semplice A e poi completamente scomparso nella campagna romana. Alcune parole latine, dunque, che avevano la / iniziale in luogo della 4 dovevano spiegarsi come influenze dialettali 19, Anche questo Nigidio sapeva, se includeva nel linguaggio dei rustici la parola fibra, che, secondo lui, era divenuta herba e solo in ‘campagna era rimasta invariata 2°. L'etimologia di kerba non si conosce, ma vi si nota la so| pravvivenza di una parola rurale prelatina !#, come incerte e dubbiose sono le etimologie degli antichi grammatici su fibra TM. 14 Fr. 21 Fun. (39 Sw.): P. Nigidius in commentariis grammaticis: susticus fit sermo, inquit, si adspires perperam. us Cfr. J. MAROUZEAU, Quelques aspects de la formation du latin dittér. Paris 1949, p. 10. us Cfr. V. Pisani, Storia della lingua latina, Torino 1962 I, pag. 301. 1? Cfr. M. LENCHANTIN de GUBERNATIS, Di alcuni fenomeni di aspirazione e un epigramina di Catullo, in « Riv. Filol. class. » 1920 444. 118 Cfr. COLLART, Varron gramm. lat. pag. 96. 119 Cfr. MEILLET-VENDRYES, Op. cif. pag. 72, par. 100. 120 Serv, Dan. georg. 1, 120: qooftà (herba). Sed antea fibra dicta est, ut nunc eliam rustici dicunt (fr. 27 Fun.). Sull’alternanza f/h che «ricorre solo in posizione iniziale », cfr. A. GHISELLI, Grammatica e filologia, Firenze 1961, p. 113. 121 Cfr. ERNOUT-MEILLET *, Dict. efym. I, pag. 292. 122 Cfr. ERNOUT-MEILLET *, Dict. etym. I, p. 232 : Festo deriva fibra da fimtria ; Varrone da fiber, feber; Servio: fibra = extremitas. Su feber/] fimbria, cir. V. Pisani, Feber, fimbria, ollaber, in « Hommage à M. Niedermann », Bruxelles 1956, pagg. 270-3. ° 80 Cicerone TM, usando un linguaggio tratto dalla vita agreste, dice radicum fibras; e la parola filum (hilum) potrebbe essere la connessione che unisce foneticamente le due parole. La tesi di Nigidio mi pare dunque più sostenibile di quel che vorrebbero suggerire Ernout-Meillet che vedono nel radicum fibras ciceroniano il valore di ‘fessura ’, che è ancora in Plinio (n. h. 30, 33). Tale significato suggerisce una parentela con findo (Cic. de div. x, 16 : quid fissum in extis, quid fibra valeat, accipio). Abbiamo già detto che questi frammenti nigidiani non costi- _ tuiscono un sistema, ma sono legati tra loro da un filo ideale . che ci guida a comprendere le sue conoscenze grammaticali. : - Così sappiamo che egli, seguendo una teoria allora consueta, ma che non aveva influenza sulla pratica, ripudió la q, la # e la x1%: neanche Varrone volle usare k e q, e Accio respinse la y e la 21%, La questione più semplice è quella che riguarda la x: essa è lettera doppia, formata da C+So da G+S e quindi non c'era ragione valida che sopravvivesse in latino, dato che in latino non esistevano le altre doppie greche, come Y, Per gli altri due segni k e g, penso che Nigidio volesse combattere l'abuso che Accio ne avrebbe voluto fare. Il Ritschl a questo proposito formulò una ingegnosa teoria 1%: secondo lui, il maestro di Varrone, riferendosi a un vecchio costume ereditato dai Greci, forse attraverso gli Etruschi, suggeriva di scrivere sempre il segno Q davanti alla vocale #, considerata 123 Tusc. 3, 13. 2% Fr. 119 Fun. (56 Sw.): Nigidius Figulus in commentariis suis nec k posuit nec q nec a. 125 Fr. 26 Fun.: idem (Accius) nec 2 litteram nec y in libros suos vettulit. Z, insieme con Y, fu reintrodotto sulla fine dell’epoca repubblicana per trascrivere le parole greche. 186 Cfr. F. RitscHi, Opuscula philol. IV, pag. 492, nota: « Vielleicht — ıclı möchte fast sagen, vermuthlich — war es Accius, der den Gebrauch der nun einmal vorhandenen drei Schriftzeichen fiir den harten Gaumlaut, von denen er keines ganz verdringen mochte oder konnte, dahin ordnete, dass er vor jedem a das K, vor jedem « das Q, in allen übrigen Fällen das C zu setzen vorschrieb; denn die beiden ersten Fälle stehen sich ganz parallel. Zu einer gewissen Anerkennung und Verbreitung während des ganzen 7ten Jahrhunderts kam nur das QV, in QVM PEQUNIA PEQULATUS u.s.w., nicht ebenso auch KA »,

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labiovelare, in sostituzione di ogni altra gutturale. Si trovano infatti in certe iscrizioni contemporanee o di poco posteriori ad Accio parole come pegunia (nella lex Acilia repetundarum) o come qura (nell’epitaffio di Marco Cecilio !2”;, Del resto, ancora il grammatico «Antonio Rufo, contemporaneo di Augusto, patrocinava la grafia logutionem, perigulum, ferguium 2°, Il suono di K e Q era inutile, dal momento che si poteva sostituire con quello di C. Questo suono C sostituiva per tradizione etrusca, nell’antica lingua di Roma, il suono della G #?, suono relativamente recente, se dobbiamo credere a Varrone, che parla di una semplice anomalia grafica 9°. Ma tale suono si mutava, se era preceduto da una N: si aveva allora una gutturale nasale, il cosiddetto agma, che non presentava un segno particolare 18, ma, secondo NigidioTM, faceva sentire all'orecchio un suono ‘muovo e straniero 1%, Lo stesso fenomeno aveva attirato l'attenzione di Accio, che aveva suggerito, per la grafia, di raddoppiare il segno della G, secondo l’uso greco. Ma questo progetto non ebbe seguito e la grafia continuò ad essere quella che viene suggerita da Nigidio. 4. La morfologia. È chiaro che Nigidio si occupò anche di flessioni, di declinazioni. La maggior parte delle sue osservazioni troviamo raccolte dal Fay TM sotto un unico titolo: casus interrogandi. Ed. è proprio questa espressione che ha dato luogo a pareri discordi tra i grammatici: Gellio, citando un passo di Nigidio, si chiede : : a Chi potrà osservare le regole della voculatio, se nei nomi come Valeri non sappiamo se si tratti di un caso snterrogandi o vo- .. candi? »1%5 e spiega: «infatti la penultima sillaba del casus interrogandi è di tono superiore alla prima e l’ultima cade; nel casus vocandi il tono superiore è quello della prima e le altre gradatamente discendono ». Alla frase, già di per sé poco chiara, Gellio aggiunge un commento : « Così dice Nigidio. Ma se qualcuno ora, chiamando Valeri, accentuerà la prima, se- .u. condo il precetto di Nigidio, si farà ridere dietro: infatti egli . chiama summum tonum la xgoowdia (= l'accentuazione) acuta, dice voculatio quel che noi chiamiamo accento, e casus interrogandi il genitivo 38 ». Nell’interpretare il passo, gli studiosi non poterono non tener conto dell’affermazione di Gellio e, studiando il problema dell’accento di Valeri, intesero come casus interrogandi il genitivo. Fu primo il Cocchia 1% a chiedersi 132 Cfr. CIL J? 582, 583, 682, 756. 18 Fr, 1 Fun.: locutionem quoque Antonius Rufus per q dicit esse scribendam, quod sit ab eo quod est loqui; item periculum et ferculum. 18° La differenziazione in G pare fosse dovuta al censore Appio Claudio, che inserì nell'alfabeto la nuova lettera in luogo dello Z, che anticamente era usato, ma che egli aboli come inutile. ue De L. Lat. 5, 64: antiquis enim, quod nunc G, C. 11 Cfr. Varro fr. 3 Fun.: ut Zon scribit, quinta vicesima est littera, quam vocant agma, cuius forma nulla est et vox communis est Graecis et Latinis, ut his verbis aggulus aggens agguilla aggerunt. 32 Fr, 17 Fun. (54 Sw.) : inter litteram n et g est alia vis, ul in nomine anguis et angari el ancorae el increpat el incurril el ingenuus. In omnibus his non verum n sed adullerinum ponitur. Nam n non esse lingua indicio est; nam si ca litiera esset, lingua palatum tangeret. 183 E. SEELMANN (Die Aussprache des Latein nach physiol.-histor. Grunds, 1885 pag. 269) dice che questo suono nasale era meno velare se Nigidio Figulo, quando parlava di interrogandi e vocandi, volesse proprio alludere a due casi diversi o non piuttosto a due diverse intonazioni dello stesso vocativo, usato una volta per rivolgere una domanda (Valérî), e un'altra per invocare (Valeri, Valeri). L'ipotesi del Cocchia venne purtroppo scartata : mM E, W, Fay, Nigidius grammaticus; casus interrogandi, in « Amer. Journ. of Philology », XXXVI, 1915 pag. 76. 145 Fr. g Fun. (35 Sw.): deinde voculatio qui poterit servari, si non sciemus in nominibus, ut Valeri, ulrum interrogandi sint an vocandi ? nam inierrogandi secunda syllaba superiore tonost quam prima, deinde novissima deicilur, at in casu vocandi sumino tonost prima, deinde gradatim descenduni. che il suono tedesco di Angst (angoscia) ; R. Kent (The sounds of Latin, #9 13, 26, 2: sic quidem Nigidius dici praecipit. Sed si quis nunc, 1932 pag. 38) ritenne tale suono palatale-nasale ; E. H. STURTEVANT (The Valerium adpellans, in casu vocandi, secundum id praeceptum Nigidii pronunciation of Greek and Lalin*, Filadelfia 1940, pag. 154) ritenne il suono di aggulu velare. 82 acuerit primam, non aberit, quin rideatur. 13% In Saggi glottologici, Napoli 1924, pag. 41.

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il Fay, che intendeva il casus interrogandi come genitivo, fece ne è invece la conferma. Gellio cita Sulpicio Apollinare e dice un lavoro comparativo con altri usi di genitivo in Nigidio e arrivò alla conclusione che Nigidio usasse una nomenclatura sioni seguenti: mostri nosmet paenstet, nostri oblitus esi, nostri inverosimile. Il problema venne trattato anche dal Lenchantin 189 il quale pensò a un vocativo Valeri, in origine derivato‘da Valeris, ma poi esteso a Valerius. La più esauriente e completa indagine sull’argomento, mi pare oggi quella compiuta da Alessandro Ronconi, il quale ritorna all'ipotesi del Cocchia, ma con argomentazioni più valide e convincenti. Rifacendosi alla tesi del Devoto 110, secondo il quale l’accento latino aveva una natura musicale, e Nigidio faceva distinzione tra «funzione vocativa e interrogazione », il Ronconi distingue tra la pronuncia di chi chiama da lontano e quindi fa sentire la prima sillaba con un tono più alto, e di chi interroga, senza accento musicale, 0, quanto meno, con una lieve inflessione. sulla seconda sillaba: «se Nigidio avvertiva anche nella interrogazione una differenza netta tra sillabe più alte e più basse, vuol dire che l'accento era per lui ancora musicale : certo in modo ben più deciso e più sensibile che per noi 4», In questa descrizione di accento musicale latino, Nigidio si incontra con Varrone e Cicerone, L’interrogandi casus non è dunque il genitivo, ma una forma di vocativo: che non vi è dubbio che si tratti dello stesso caso nelle espresmisertus est, e in queste: mei me paenitet, mei miserius est, mes oblstus est. Mei è dunque il casus interrogandi, che i grammatici chiamano genitivo. Così disse Plauto nello Pseudolus (5 sg.): duorum ego labori hominum parsissem lubens :: nei to rogandi et tut respondendi mihi. Il secondo verso è citato anche da Nonio (sor, 13 M. = 804 | L.) sotto il lemma genelivus pro dativo, nella forma però me interrogands et tus respondendi mihi. Secondo il Fay, questo verso doveva essere citato per tradizione, in elenchi di esempi compilati da grammatici, che forse già Nigidio Figulo usava : se în un lemma ci fosse stato: mei interrogandi, proprio con riferi- , mento a questo verso famoso, poteva benissimo seguire la frase : casus est quem genetioum vocamus. Tutto questo naturalmente* significavasolo che interrogandi è il caso che chiamiamo aw Gellio invece, leggendolo di seguito, lo interpretava cosi: lerrogandi casus quem genetivum vocamus cioè « noi chiamiamofi genitivo casus interrogandi » 4, Caduto nell’equivoco, Gellio ripeteva la frase ogni volta che gli si presentava l’occasione. Abbiamo accennato alla forma mei, e anche su questa Gellio resta ora da vedere perché e come Gellio sia caduto nell’errore ci prospetta un'altra stranezza di Nigidio ?*, a proposito dei di interpretazione: in un altro passo di Gellio # troviamo ripetuto: casus interrogands est quem ' genetivum’ grammatici vopronomi personali di 18 persona: nominativo ego, genitivo mi,. dativo mei 48, cant. Questa frase, che pare dapprima negare la nostra tesi, 1288 In «Riv. di filol.» XLVIII, 1920, pag. 188 A, RONCONI, Un equivoco di Aulo Gellio, in 'Imerpretazioni grammaticali, Padova 1958, pag. 209. “0 G. DEVOTO, Storia della lingua di Roma*, Bologna 1944, p. 158. 141 A, RONCONT. op. cit. pag. 214. 22 Cfr. J. VENDRYÈS, Récherches sur l'intensité initiale en latin, Parigi 1902, pag. 20. 14.20, 6, 73 Dubium porro, inguit, non est, quin eodem haec omnia casts dicantur: ‘nostri oblitus est’, ‘ nostri misertus est’, quo dicitur: 14 I varii casi venivano infatti ricordati con nomi diversi: così Prisciano (186, I K.) dice che il vocativo era chiamato salufatorius ; un ano-. nimo grammatico (Keil suppl. 249, 12) ricurda che magis hortativus, dicitur quam vocativus ; lo stesso Nigidio, concorde con Varrone, chiama . il nominativo plurale casus multitudinis rectus (Gell. 13, 26, 4). 16 Fr. 12 Fun. (38 Sw.): mi gui scribi in casu interrogandi, velut cum dicimus mi studiosus, per i unum scribal, non per e; al cum mei, tum per e et i scribendum est, quia dandi casus est. ° We Purtroppo i codici danno mei tanto al genitivo come al dativo, ma fortunatamente, per il genitivo c'è la spiegazione (per i unum scriinterrogandi est quem genetivum grammatici vocant, et ab eo declinatur “mei paenitet’, ‘mei misertus est’, ‘ mei oblitus est’. Mei autem casus bat, non per e) e per il dativo (per e et i scribendum est). Perciò non v'è * dubbio che abbia ragione il Buecheler quando scrive mi per il genitivo - quod est ego. e mei per a dativo.

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A tutta prima, parrebbe che mi fosse la forma di dativo cui si giunge da miki - mi (h)i- mit - mi, per contrazione, in seguito alla caduta della aspirazione mediana, tanto più che mi si trova nello stile familiare. Nei poeti, invece, pur essendo attestato, si trova più raramente. Per contro mei andrebbe bene come genitivo, in quanto dovrebbe essere derivato dal neutro meum, e trovarsi in uso soprattutto unito a un gerundivo in -i, tanto che si può considerare la forma singolare di quel mostri, vestri, opposto a nostrum, e a vestrum. Ma Nigidio, evidentemente, parte da un diverso concetto, se considera che il genitivo è mi e il dativo mes. Si potrebbe pensare, ad analogia di quanto supponeva il Lenchantin a proposito di Valeris - Valeri, che Nigidio partisse da un genitivo singolare “mis, attestato da Prisciano #7, con la caduta della sibilante finale; Quintiliano 18 attesta questa forma come usata da Virgilio, mentre i nostri codici non ce la hanno tramandata. La cosa si fa più chiara per il dativo, perché evidentemente Nigidio era al corrente che iscrizioni di un secolo precedente avevano la forma mihes, tibet, sibes 49, La vocale i finale era originalmente lunga : poi, coi poeti, Plauto, Cecilio, Turpilio, si fece di solito breve. Leggiamo ancora nell’iscrizione di Mummio del 146 15° de decuma victor tibet L. Murimius donum, il che farebbe credere alla sopravvivenza fino a un secolo prima di Nigidio ; ancora in una iscrizione scipionica di del dativo, vale ricordare che nel latino arcaico troviamo spesso un dativo me: tale dativo non può nascere che da un mthe Y, Alcune volte questo me dativo fu scambiato per accusativo o addirittura per ablativo; per esempio, in Terenzio (Eun. 222) ; me indulgeo. Tuttavia, nonostante le apparenze e i casi controversi, me dativo è documentato da Festo 1, anche se, fra gli esempi addotti, non tutti sono plausibili. | ; Anche per le parti invariabili, i grammatici dell’età repubblicana dovettero raccogliere il frutto dei loro studi in libri, se, pur tra i pochi frammenti, troviamo che Lucilio, ad esempio, si occupò della differenza tra intus e intro 16, Varrone distingueva gli avverbi di maniera, che riteneva derivati dall'aggettivo 155, da quelli di luogo, che erano forme « declinate» di pronomi 1%, così Nigidio parla di avverbi terminanti in -im, derivati da verbi di moto?” e in -Hm formatisi da nomi di animali, come canatim, suatim, bovatim®*. È indubbio che Nonio, quando enumerava gli avverbi, li attingeva, di seconda mano, da un glossario che raccoglieva gli avverbi uscenti in. -tim. Abbiamo visto che per il primo gruppo Nigidio dice che. derivano da verbi di movimento e ricorda due esempi : expwlsim,* che troviamo anche in Varrone 15° e cursim, usato da Afranio 190 e da Plauto, ma unito al verbo che ha la stessa radice (Pseud. 358) : numquam ad praetorem aeque cursim curram. 1 due avetà graccana! leggiamo: maiorum opienui laudem ut sibei me esse creatum. È facile quindi pensare che, accanto a tibei, stbez, ci fosse un mihei. Con la caduta dell’h la contrazione ha dato mi. Per Nigidio invece la caduta dell’h renderebbe la prima # breve davanti a ei e quindi più facilmente cadrebbe. A favore della permanenza di una e nella forma 188 Cfr, ’umbro mehe. Anche Livio scriveva sibe. 18 161, 6 M.: me pro miki dicebant antiqui. | 18 Cfr. Fun. fr. 39 : nam velut intro aliud longe esse atque intus videmus. 168 De I. Lat. 8, 12. 15 Fr, 264 Fun. 187 Fr. 7 Fun. (11 Sw.): cuius modi genus adverbiorum a verbis: ‘ motus quod venit, ul expulsim cursim. 188 Fr. 22 Fun. (12 Sw.) : sunt etiam adsimulanter dicta haec, cana-; fim suatim bovalim, quae ab animalibus sumuntur. Circa l'avverbio 17 Mis sarebbe la forma antica del genitivo del pronome di prima persona, come per la seconda persona esisteva tis (cfr. Plaut. Mil. 1027: quia tis egeat, quia te caret.). (Bacch. 951). Mi pare invece più adatto al contesto, intenderlo come 148 8, 3, 25. 14 Queste forme sono confermate dall'osco sefei (cfr. Stolz-Schmalz pag. 282, par. 199). 350 Cfr. Dessau 11* 3410. 14 Cfr. Dessau I n. 6. adsimulanter, non concordo con lo Swoboda che vorrebbe vedervi (pag. 11) : una adsimulatio, cioè il falso adattamento di una parola a mo’ di esempio, e questo per non confonderlo con adsimiliter, che si trova in Plauto «creato per analogia», «formato in modo analogo ». j . 18° Varro Men. fr. 456 Bue.: recte purgatum scito, quom videbis Romae in foro ante lanienas pueros pila expulsim ludere. 160 Fr, 294. a 86

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verbi appaiono formati da un supino, per assonanza con un esito di antico accusativo singolare di parola astratta in #-, come troviamo in partim, statim ecc. Ma, a parte il fatto che le due forme non possono risalire al verbo nello stesso modo, dal momento che curro è intransitivo, già Carisio 29 aveva confessato di non saper rispondere se derivasse dal verbo o non Ma già nel latino arcaico gli avverbi derivati da un supino hanno un carattere piuttosto eccezionale e di essi abbiamo un numero assai ridotto di esempi : forse perché sono stati superati dall’uso dell’ablativo del gerundio (il gerundio é ritenuto una suna delle lingue apparentate : gli avverbi greci in -fi non possono aver nulla direttamente in comune con queste forme, innovazione delle lingue italiche) per esprimere la simultaneita dell’azione verbale 17, In conclusione, queste forme di avverbi, del tipo expulsim, cursim «sono forme verbali infinite, e il loro significato è quello di simultaneità di azione verbale, espressa attraverso il semantema in rapporto all’azione del verbo principale della frase, mentre il significato del primo supino è quello poiché, presso i più antichi, la maggior parte ha il prefisso nedi successività 1°? », . gativo úá-. Ma questo fatto non ci autorizza a cercare la spie- Sisenna usava molti avverbi in -## e, come trovava ¿atm 199 così scriveva mnostratim; quindi Nigidio, non sappiamo se per polemica o per analogia (óuowórarow) sul tipo columbatim e anseratim attestato da Carisio, creava bovatim, suatim, canatim. Sta tuttavia di fatto che questi avverbi, anche se derivati da nomi di animali della prima o della seconda declinazione, non sono testimoniati molto presto; ció fa supporre cioé che da nomi di animali nell'etá repubblicana non si era coniato piuttosto dal sostantivo cursus. La formazione di tali avverbi non ha corrispondenti in nesgazione solo nell’interno del latino, come fa lo Hofmann ?®, il quale riduce la formazione al solo avverbio statim, esattamente paragonabile allo ordaiv greco, e col significato che ha nell'etá arcaica, legato al verbo stare (Plaut. Amph. 239): nec recedit loco quin statim rem'gerat ; e così pure pensano Stolz-Schmalz 19, Che le forme in -it siano un accusativo del tema -ti- è incerto : il solo caso in cui si ha sicuramente un antico *im è l'accusativo dei temi in i che ha la finale em: ma il Meillet 1% ritiene -cm lo sviluppo fonetico di -¿m. Si può anche pensare che tali avverbi derivassero non dall’accusativo, ma dallo strumentale. Per spiegare la finale im, Hirt 15 e Bonfante 1% fanno derivare -tim da *ti-mi. Dal punto di vista fonetico, non vi è nulla da opporre: la caduta dell'i finale poté essere contemporanea all’abbreviazione delle vocali lunghe davanti alla # finale e 1' breve, che in questa posizione non era cambiata in e, ha potuto confondersi con la ¿ lunga, che si era abbreviata davanti a -m (cfr. decem, ma undecim). _ 161 I, 186, 17 K: dubitat utrum cursim a curro an a cursus ductum sit. 36 J. B. Hormann, Syniakiische Gliederungsverschiebungen im Lateiquesto tipo di avverbi in -fim. In origine esso doveva derivare da un participio perfetto di un verbo. Esso poteva uscire in tim, così come gli aggettivi corrispondenti uscivano in -for, 0 anche in -sim, come gli aggettivi corrispondenti in -sor. Il passaggio dal verbo al sostantivo deve essere avvenuto grazie ad alcuni casi in cui si finiva di dimenticare il participio e si ricordava il sostantivo. In undatim, (ad)umbratim, l'orecchio non percepiva undare, umbrare, ma unda e umbra. Ora, si dà il caso: che negli anni in cui scriveva Nigidio, Sisenna faceva uso dei verbi in -im: celatim (Gellio, 12, 5); celcratim (Nonio 87, I M.=123L.); entxim (Nonio 107, 16M. = 153L.) ; (prae)festinatim (Nonio, 161, 22 M.= 238 L.); vellicatim (Gellio 12, 15, 2). Il fatto che il sostantivo, di qualunque declinazione esso sia, finisca’ nischen infolge Erstarrung...in «Indogerman. Forsch. » 1924, 42, pag. 84. 18 Op. cit. pag. 300 - par. 215. 166 Cr A. MEILLET, De quelques innovations de la déclinaison latine, 1906. 16 In «Indogerman. Forsch. » 1887, 5, p. 252. 166 In «Rev. Et. Lat. » 15 p. 86. 88 167 STOLZ-SCHMALZ, Of. cil. pag. 599, par. 178 IV A. 101 K. BERGSLAND, Les formations dites adverbiales en -tim, alim ei im du latin republicain, in « Symbolae Osloenses », XX, 1940, pag. 61. 16 Plaut. Amph. 554: eccere, iam tuatim | facis.

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‘per essere sempre considerato della prima declinazione e, per di pit, abbia la 4, ci conferma nella nostra ipotesi che il nome venisse concepito come se fosse ricavato da un participio passato di un verbo creato da quel nome. L’a del femminile nell'antico latino era lunga; ma in età ciceroniana tali esiti dovevano essere avvertiti come brevi. Ora, poteva Nigidio sentire nel primo il confronto è tra i due aggettivi religens e religiosus ; e di qui trae lo spunto per affermare che le terminazioni in -osus indicavano, a parere di Nigidio, una copiam quandam assulatim o catervatim come formato da assulá + tim o catervà + tim? Evidentemente no, perché lo concepiva come forma derivata dal participio passato del tipo amatus, anche se poi non esisteva il verbo *bovare, *canare, *suare. Passando ora dalla prima declinazione alle altre (non ci sono esempi di avverbi della 58), benché dalla 28 venga viritim, dalla 33 furtim, senza la vocale 4, tuttavia, per una falsa anariosus, ecc. L'altro aggettivo, di cui ci è conservata testimonianza, è bibosus, che ha quasi lo stesso significato di bibax, Ma Gellio dice di aver letto bibax come edax, in molti luoghi, . mentre non ha trovato bibosus, se non in Nigidio e in Laberio. Infatti, aggiunge, non si può avvicinare tale aggettivo con altri logia, da sostantivi della 2%, 38, 48 già fin dal tempo di Nevio inmodicam rei cioè un eccesso, con valore peggiorativo: e il grammatico lo confuta con una serie di aggettivi aventi la stessa terminazione, ma con valore positivo : disciplinosus, victoche paiono simili, come vinosus, vitiosus, perché questi ultimi si trovano formati da sostantivi, bibosus invece da un verbo. La notizia di Gellio non è esatta: noi sappiamo che altri (vicissatim), e di Ennio (visceratim) o di Plauto (frustillatim, palliolatim) si sono formati tali avverbi. Evidentemente, proprio per reagire a una tale mania, che in Sisenna raggiunge addirittura effetti stilistici 179, Nigidio ha creato adsimulanter, cioé per analogia, ma per dimostrare la falsità del procedimento, aggettivi esistevano, almeno nell'antico latino, simili a bibosus : foetosus da foetere, humosus da humere, stridosus da siridere, ecc. i tre casi ben noti: swatim, canatim, bovatim. La forma vera, come il latino «ensus. Non maggiori soddisfazioni diede la teoria dello Zimmermann !*, il quale, come aveva fatto derivare il suffisso -wlentus dal participio presente olens, così avvicina, per gli aggettivi in -osus, il participio perfetto osus da ods. Egli inoltre trova un’altra spiegazione in una osservazione di se fosse stata analogica, sarebbe stata suttim, cantiim, bovitim. 5. I sinonimi. L’origine della formazione è oscura: il Solmsen !” e, poco dopo di lui lo Stolz 1” spiegarono la derivazione in -osts con l’indogermanico o-wnf'-to-s, cioè went dal greco yaol -(F)- evi Nonio : questi infatti (489, 11 M. = 785 L.), ricorda una deriva- Nigidio si occupò anche delle terminazioni degli aggettivi in -osus. La notizia ci è riferita da Gellio, in due diversi passi 1 ; 170 Cfr. A. Mazzarino, La Milesia e Apuleio, Torino 1950, pag. 60. n 4, 9, 1: ‘religentem esse oportet, veligiosum nefas. Hoc inclinamentum semper huiuscemodi verborum, ul vinosus mulierosus religiosus significa copiam quandam inmodicam rei, super qua dicitur. Quecirca religiosus is appellabatur, qui nimia ef superstitiosa veligione sese alligaverat, caque res vitio assignabatur (fr. 4 Fun. = 4 Sw.). 3, 12, 1: bibendi avidum P. Nigidius in commentariis grammaticis bibacem et bibosum dicit. Bibacem ego ut edacem a plerisque aliis dictum lego, bibosum dictum nondum etiam usquam repperi, nisi apud Laberium; neque aliud est quod simili inclinatu dicatur. Non enim simile est ut vinosus aut vitiosus ceteraque, quae hoc modo dicuntur, quoniam a vocabulis, non a verbo 90 zione labosus da labos in Lucilio e non laboriosus (ab co quod est labos labosum facit non laboriosum. Lucilius satyrarum lib. III) : lo stesso si può dire per clamosus, dal sostantivo clamos, che troviamo nel 14° libro degli « Annali » di Ennio e ci riporta inclinata sunt. Laberius in mimo, qui Salinator inscriptus est, verbo hoc ita ulituy: * non mammosa, non annosa non bibosa non procax’ (fr. 26 Fun. = 5 Sw.). 152 Studien zur lateinischen Lautgeschichte, Strasburgo 1894, pag. 83. 173 Historische Grammatik der lat. Sprache, 1, Lipsia 1895, p. 537; par. 193. 1% A. ZIMMERMANN, Zu lateinischen Suffixen, in «Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung », 1911 n. 44, pag. 15.

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a tutti gli aggettivi derivati da sostantivi in -or, -oris, prima per questo verbo, sui particolari : egli era un pitagorico e, come che avvenisse il rotacismo. Secondo lo Zimmermann, dunque, tale, si asteneva dal vino!”®: chiunque ne bevesse, poco o il suffisso in -osus, non è altro che il suffisso in -orus (cfr., ad molto, era sempre riprovevole. Diverso il caso di religens e religiosus. esempio, canorus) dei sostantivi della terza declinazione in -or, -oris. Per un errato concetto di connessione altri aggettivi derivarono da verbi: così labosus da labi, stridosus da stridere, fluosus da fluere e così via. Lo Zimmermann non fa cenno a bibosus, ma l'analogia coi precedenti è chiara. Più recentemente ha ripreso la questione l’Ernout "5, che, rifacendosi ad una tesi già sostenuta dal Wackernagel 1%, ritiene l’uscita -osus degli aggettivi da o-ods-os- in odos corrispondente al greco degli aggettivi in - wins (cfr. ävSeuwôns), che qualche volta possono, come bibosus, derivare da verbi (es. zgerwön; da xpéxo 172). Gli aggettivi in -osus sono derivati sia da nomi designanti nozioni astratte (gloria-gloriosus), sia da nomi concreti (/umusfumosus). Fra i derivati da nomi concreti si trova un grande numero di termini che appartengono al linguaggio tecnico, dell’agricoltura e della medicina. Essi infatti sono numerosi nel de agri cultura di Catone; meno frequenti, ma ancora notevolmente rappresentati, in Plauto, Terenzio e Lucilio. Sul senso e sull’origine di religio abbiamo due — diverse: una ci viene data da Cicerone, che risale al verbo relegere, nel significato di « seguire, osservare le norme rituali », in contrapposizione con neglegere (de nat. deor. 2, 72). Lattanzio {inst. 4, 28, 2) e Servio (Aen. 8, 349) invece fanno risalire religio a religare, cioè considerano questa come un vincolo del pensiero. Delle due interpretazioni, la più soddisfacente sarebbe quella di Cicerone 179, se egli stesso, in un'altra opera (de fin. 7, 22) non dicesse: religiosus is appellabatur, qui nimia et superstidiosa religione sese alligaverat: eaque res vitio assignabatur, conformandosi così al medesimo verso anonimo citato da Nigidio Figulo: religentem te esse oportet, religiosus ne fuas. I due termini, evidentemente, corrispondono a esvcefis e detordaipwv. Varrone, invece, fa una distinzione tra religiosus e superstitiosus e dice che quest’ultimo ‘teme’ gli dèi, mentre chi è religiosus ne ha venerazione wi parentes, non hostes 150, L’Emout pone l'aggettivo bibosus fra quelli di derivazione irregolare e ne attribuisce la creazione a Laberio, fatta su bibo, piuttosto le circostanze e le persone che le pronunciavano a come corrispondente all'aggettivo xolvxwmg. Questo richiamo dare un loro preciso valore. a Laberio, se consideriamo in questi suffissi la propensione o l'inclinazione a fare qualcosa, ci fa capire come bibosus doreligiosus superstitiosus, è chiaro che anche Nigidio non riuscì vesse appartenere alla lingua della commedia o della satira : a sottrarsi al fascino della sinonimia che attrasse tutti gli stuper questo, dunque, e non per la sua formazione, l'aggettivo può essere considerato popolare. diosi e si interessò diffusamente dei quasi-sinonimi: così lo vediamo segnare una opposizione tra vetustisco e inveterasco 181 : I termini probabilmente erano poco distinti tra loro ed erano Comunque si dovesse intendere il significato di religens Tra bibacem e bibosum c'era dunque una differenza: bibosus era «l'avido di bere » senza moderazione, bibax colui che usava bere: è questa una sfumatura che sfugge a Nigidio, che pure, come dimostrerà il caso di religiosus, era in grado di riconoscerla ; probabilmente c’è un’altra ragione per cui Nigidio non insiste, 178 Giamblico (107, 69) ed Epifanio (Haer. p. 1087 B) affermano che Pitagora interdisse l’uso del vino (cfr. Zeller-Mondolfo, op. cit. p. 406 n. 4). 179 Cfr. P. TACCHI-VENTURI, Storia delle religioni, Torino 1944, 1 p. 657, n. 1. 180 Fr. 175 Fun. : cum religiosum a superstilioso ea distinctione discernal (Varro), ul a superstitioso dicaf timeri deos, a religioso autem lan173 A. ERNOUT, Les adjectifs latins en -osus et -ulentus, Paris 1949. dum vereri ut parentes, non ul hostes timeri. 17? Aristoph. Plut.: 793: ngenödtg éorw, ala paddrov elopégerv. Stiscere, invelerascere quae meliora. la Dehnungsgesetz der griech. composita, Basel 1880, pag. 44. 92 182 Fr, 3 Fun. (3 Sw.): dicemus quae vetusiate deteriora fiunt vetu:

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invecchiare con senso peggiorativo, e invecchiare « migliorando ». sante vedere in essa il contrasto tra l’eterno, che è immutabile, Secondo lo Swoboda questa è più una distinzione arbitraria, e la perpetuità della natura, che varia continuamente : è questo che non una vera osservazione, mentre Ernout-Meillet 1% accetun concetto tipicamente epicureo, che troviamo nella « Lettera ad Erodoto » 189 nella differenza tra ouuBefinxüta e ovparmpare, tano il pensiero di Nigidio: è evidente che le sue definizioni e e le sue regole derivavano da profonda cultura, anche se qualche volta pare che esse fossero applicate a caso. C'è differenza tra mendacium dicere e mentiri18: chi mentitur non viene ingannato, ma tenta di ingannare l’altro, e, e ripresa poi da Lucrezio (I, 449). 6. L'etimologia. per quanto sta in lui, inganna, mentre chi mendacium dicit si fa solo portavoce di una menzogna. Tale differenza si trova anche in Catone, che lasciò scritto in una orazione: «se alteri il vero, sarai detto falsarius, se narri il falso mendax » 1%, C'è differenza tra vanus e stolidus : vanus è lo sciocco che si perde in sottigliezze, stolidus colui che si oppone a tutti 198. Ma in questo senso non consta sia stato mai usato. Ancora un sinonimo nigidiano è sempiternum perpetuum : sempiternum è ciò che è immortale (= semper + acternum), per- In ambiente pitagorico, il parallelo fra etimologia e anatomia acquista un particolare significato, perché noi sappiamo che i j pitagorici si vantavano conoscitori della medicina 189, Essi consideravano il linguaggio come in condizioni patologiche, quasi che con gli anni si fosse ammalato e avesse perso la sua originaria schiettezza 19°. Toccava al bisturi dell'etimo: logista intervenire in modo da togliere la parte malata e restituire la parola al suo vero significato. Casi di interventi « chiparticolarità di tempo poiché gli aggettivi che terminano in -ernus, -urnus indicano (cfr. ae(vi)ternus), mentre la seconda rurgici» possono essere considerati i seguenti: jrater (= fere alter) ; autumo (= ab aestumo) ; locupletem (= loca plurima habei) ; infestum (a festinando); avarus (= avidus aeris). Il caso di frater = fere alter rientra nella xata Sidivow cuvvdéceos” ©g non è confermata dai moderni grammatici 17: ma è intereséxi vo Avyvoc, Avvuyos' Aúvuyos yao éyetat napa tO Ave TO detuum ció che è legato all'uomo, in quanto è legato al pati 186. Per quanto riguarda la prima etimologia Nigidio aveva ragione, viyos, È Emm 16 oxóros. 182 Dict. Etym*. II, pag. 730. 48 Fr. 31 Fun. (49 Sw.): inter mendacium dicere et mentiri distal. qui mentitur, ipse non fallitur, alterum fallere conatur; qui mendacium dicit, ipse fallitur. 1% Fr. 14 Fun. tu, inguam, si verum supprimis, falsarius agnosceris; si L'etimologia di frater = fere alter!" è stata definita da Gellio (13, 10, 4) arguto subtilique ¿xópo e viene ripresa da Nonio, il quale riconosce fratrum proprietatem Nigidius acutissime dixit, Non tutti erano d’accordo su questa etimologia. Varrone 193, falsa confingis, mendax esse videris. 18 Fr. 34 Fun. (45 Sw.): ex Apollinari didicimus vanos proprie dici, non ut vulgus diceret, desipientis aut hebetes aut ineptos, sed, ut veterum doctissimi dixissent, mendaces et infidos et levia inaniaque pro gravibus et veris astutissime componentes; stolidos autem vocari non lam stultos et excordes quam taetros el molestos et inlepidos, quos Graeci poy8n0005 xai gogrimoús dicerent. Etyma quoque harum vocum et origines scriplas esse dicebat in libris Nigidianis. le Fr. 1 Fun. {1 Sw.): sempiternum inmortalium rerum, perpetuum mortalium est ; perpetuitas enim in nostra natura est, quae perpeti accidentia potest, sempiternilas infinita est, eo quod semper. 1? Cfr. ERNOUT-MEILLET* II p. 499: perpes da *per-pet-s (cir. impes = élan, assaut, choc, impulsion, instinct). 94 169 Epist. ad Herod. 68 (ediz. Arrighetti, Torino 1960, pag. 61). | 18° Diog. Laert., 8, 12; Porphyr., Vita Pythag. 33; Jambl., Vita Pythag. 264; Cels. de med. praef. 1; in particolare su Alcmeone, cfr. Aristot., Metaph. 1, 5, 986 a 27. 190 Cir. de l. Lat. 5, 5: quem puerum vidisti formosum, hunc vides deformem in senecta. | 11 Fr. 28 Fun. (= 50 Sw.): fraler est dicius quasi fere alter. — 19 De I. Lat. s, 85; Fralres Arvales dicti qui sacra publica Jaciunt propierea ut jruges ferani arva: a ferendo et arvis Fratres A rvales dich sunt qui a fratria dixerunt. Fratria est Graccum vocabulum partis hominum. Che la parola Arvales sia derivata da arvum è chiaro, ma frafres non ha

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mentre per i fratres Arvales da : ut fruges ferant arva : a ferendo et arvis fratres Arvales dicti, mostra di conoscere un anonimo grammatico che ricollegava fratres a fratria, che poi è l'unica etimologia scientificamente esatta 1%, Una terza etimologia ci è fornita da Isidoro (9, 65) : ex eodem fruciu nati. Il Roehrig!* ritenne l'errore di Nigidio dovuto al fatto che egli cercava l'etimologia dei vocaboli nella sola lingua latina non in quella greca, ma, come si è visto, la via che voleva percorrere Nigidio era molto diversa: se una ragione esterna confort Nigidio nella sua tesi, oltre a quella strettamente eti‘mologica, fu forse l’esistenza di un trattato, che il Carcopino 195 volle chiamare il « catechismo acusmatico », in cui tale concetto di solidarietà era chiaramente espresso, di cui ci è testimone Porfirio, quando dichiara che Pitagora per primo definì l'amico auri. In ogni caso già con Gellio il buon senso si faceva luce e, sia pure in forma dubitativa, Gellio pensava ad una derivazione dal verbo avzre. Interessante è notare come Nigidio, per giustificare la SudAvors, dica che nella copula la lettera e detrita est.Evidentemente egli pensava a questo passaggio avidus aeris-. av(idus) a(e)ris. La cosa è possibile in quanto il dittongo ae ai suoi tempi non aveva ancora avuto la sinizesi, ma le due : lettere si pronunciavano separatamente. Ci si domanda tut- tavia come potessero distinguere aeris (= vento) da aeris | {= bronzo). In una cosa tuttavia Nigidio vede bene: nei due significati di avarus (o qudeyugos o oxvipés). preferisce il valore di q- . Adoyvoos. Anche l'aver scelto il bronzo, cioè il denaro in genere (aes) anziché l'aurum denota, da parte di Nigidio, la qualifica «un altro se stesso » 198. dell'avarus come di un cupidus, di un avidus, il che, secondo . Dal confronto tra l'atteggiamento di Varrone, che giustamente riconduceva al greco e quello di Nigidio, che applicava il todxos della Sidivars ouvôéoeux, bisogna riconoscere che, se anche Varrone era nel vero, tuttavia l'ammirazione di Gellio e di Nonio andava a Nigidio. L'etimologia xurì ómilvow era particolarmente applicata da Nigidio. Nell'antichità poteva esserci incertezza se avarus fosse avidus aeris #7 o, secondo l'etimologia di Isidoro TM, avsdus Nonio (442, 9 M. = 710 L.) aveva un suo particolare significato : avarum ct avidum tla discernuntur. Avarum enim semper in reprehensione est ; avidum autem ab avendo, quod est etiam honeste cupiendo, et a dilectione intelligi potest, ac per hoc aliquando malis, aliquando bonis adiungitur causis. Quindi, da parte di Nigidio c’era il mezzo di svuotare il concetto di avarus di quel che aveva di deteriore: ne faceva semplicemente uno studiosus. E in un altro frammento, riportato da Servio Danielino (Georg. 1,47) chiariva questo concetto nessun rapporto né con fero né con /ruges. Strano che Varrone non abbia fatto menzione della leggenda creata proprio per spiegare /rafres in questa circostanza: Acca Larenzia, perduto uno dei suoi dodici figli, accolse al suo posto Romolo, il quale cred per sé e per i suoi undici fratelli il nome di Fratres Arvales, e diede origine alla prima confraternita (cfr. Gell .7, 7). i 19 Fyaler è uno dei nomi indoeuropei di parentela e va posto in rapporto con qeatgia. 1% Op. cit. pag. 46, n. 3. 185 Op. cit, pag. 258, n. 4. 19 Porph, Vita Pyth. 33. 197 Fr, 14 Fun. (42 Sw.) : avarus non simplex vocabulum sed iunctum .copulatumque esse P. Nigidius dicit in commentariorum undetricesimo. Avarus enim inquil appellatur qui avidus aeris est. Sed in ea copula e con la differenza: gui parcior est, suo contentus est, quod avarus non facit ®, L’avaro è solo uno che non è contento del suo, e quindi vuole avere di più. Tale interpretazione etimologica del concetto di avarus, trova una conferma nella famosa lettera di Cicerone; dove non si fa mistero della abilità finanziaria di Nigidio (ad Att. 7, 4: nihil in re familiari mea est, quod ego meum malim esse quam tuum; hac de re et de hoc genere toto hoc scribo parcius, quod te id, quod ipse confido, sperare malo, le esse usurum tuts). Così locupletem, per Nigidio, è colui che possiede plurima dittera inquit detrita est. 198 Efymol. 10,9: avarus ex eo dicius, quod sit avidus auri, et numquam opibus expleatur, el quantum plus habuerit, tantum plus cupiat. 96 19% Fr. 25 Fun. (43 Sw.).

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loca *°°, etimologia che conosceva anche Svetonio, per il quale Infine Nigidio ci dice: infestus a festinando ®%. La sua formazione è analoga a quella di manifestus, aggettivo che, fin dal tempo delle XII Tavole, significava ‘ colto sul fatto ’, usato locuples dicebatur... qui locis plurimis abundabat. Entrambi tendono a riportare -pletus non già al verbo *fleo, e quindi all’aggettivo plenus, ma piuttosto a plus-plurimus. Evidentemente erano preoccupati di dimostrare che la ricchezza era nata dalla quantità. Di diverso avviso è Ovidio 2% che, anziché alla pluralità, pensa alla estensione: latam dives habebar humum : per un ladro. Infestus è conseguentemente uno che non può essere colto, che non si lascia prendere: è dunque un nemico. Gli antichi ricollegavano tale parola con festino, mentre alcuni tra i moderni 2% lo ricollegano all'antico indiano a-dhrstih (= assalto) ; il che denota che l'etimologia nigidiana trova ancor oggi hinc etiam locuples. Giusto invece è il significato di xïgos (= lotto di terra) ?® e pletus nel senso di ‘ pieno’, ma con sigmificato passivo: cioè locwples è chi locum plenum habet, e non già chi è plenus loci. Che plenus fosse sentito come dives, qualche sostenitore. Ernout-Meillet 2% fanno derivare festino da un tema */estis = precipitazione, premura: quindi snfestus sarebbe colui che fa le cose in fretta 308 e, come accade spesso, le fa conseguentemente male. Poiché dunque le etimologie di Nigidio appaiono talvolta politicamente qualificate e spesso lo attesta anche Orazio ®®: per lui plentor equivale a ditior. Nigidio, fuorviato dalla non esatta comprensione di les, pensò che esso fosse un plus, e, anziché risalire da un caso obliquo pletis, pleti, pletem, partì dal nominativo che gli suggeriva la idea di plus, pluris. Altra etimologia è quella di auiumo che Nigidio fa risalire ad ab + aestumo *%, Indubbiamente essa non è esatta: aufumo era forse inteso come forma secondaria da aestumo : in origine i due verbi non erano uguali, perché aesiumo ha un valore collegato con aes, mentre aulumo con autem ; questo con il significato di ‘rincalzare, ripetere’, l'altro con quello di ‘stimare, reputare ': tuttavia, nell’uso, si trovarono poi appaiati. Nigidio è caduto nel facile tranello teso dalle origini diverse, e dai risultati abbastanza simili. Ha voluto spiegare au sul piano di aufero, aufugio, mentre in latino au non è derivato da ab, bensì da una opposizione au - autem, che indica «in un senso diverso ». 200 Fr, 15 Fun. (44 Sw.) : locupletem dictum ait ex compositis vocibus qui pleraque loca, hoc est qui multas possessiones teneret. 201 Fast. 5, 280-1. 302 Cfr. E. VETTER, Zur lateinischen Wortforschung, in «Wiener Blätter » 1921 pag. 9.; ERNOUT-MEILLET* I, pag. 365. 03 Epist. 2, 2, 153-4: el, cum sis nihilo sapientior, ex quo | plenior es, tamen uteris monitoribus isdem ? 20 Fr, 24 Fun. (51 Sw.): invenimus in commentario Nigidiano verbum autumo compositum ex ab praepositione et verbo aestumo dictumque inlercise autumo quasi abaestumo, quod significare totum aestumo, tamquam abnumero. 98 anche tendenziose, probabilmente, per lui, c’era in injfestus, l'idea di chi vuol far molte cose, ma non riesce poi in pratica a portante a compimento, e cioè, come diceva Nonio (441, 20 = 709 L.) qui multa simul incipit neque perficit, festinat. IMTdeVRlimTEe—OI 105 Fr. 29 Fun. (47 Sw.): infestum est a festinando dictum. 20 Cfr, W. C. Corssen, Kritische Beitrage, Lipsia, n. 182. 20? Cfr. op. cit. 1, pag. 338. 208 Cfr. M. Porcius Cato (fr. 131 Malcovati): aliud est properare, aliud festinare: qui unum quid mature transigit, is propera!, qui multa simul incipit neque perficit, ts festinat, Non. 51, 16 M. = 73 L.: infesti proprietatem hanc esse Nigidius voluit, quasi nimium festinantis ad scelus vel ad fraudem.