Filosofia gesi e pseudografia negli Pseudopythagorica

Auteur
Ulacco, A.
Publié dans
Syzetesis
Année
2024
Sujet
PSEUDO
Langue
Italiano
Catégorie
B10 Fragments
Numéro d'archive
2040

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Syzetesis XI (2024) 303-314 / Note ISSN 1974-5044 - https://www.syzetesis.it DOI: 10.53242/syzetesis/96 Filosofia, esegesi e pseudepigrafia negli Pseudopythagorica * di Angela Ulacco Oggetto del volume qui discusso sono testi che nell’Antichità sono stati attribuiti, per ragioni diverse, a Pitagora e ai Pitagorici della prima e seconda generazione (come Archita e Filolao). Non si tratta, dunque, di un volume che si occupa di analizzare le fonti tarde alla ricerca di quanto è sopravvissuto del pitagorismo delle origini. I testi presi in esame sono infatti il frutto di un successivo e rinato interesse per il pitagorismo e, a loro volta, hanno contribuito a far rivivere l’autorità di Pitagora e della tradizione pitagorica in età ellenistica e imperiale1. La loro composizione risale probabilmente a un periodo che va dalla tarda età ellenistica (III-II sec. a.C.) fino ai primi secoli dell’età imperiale (I-II sec. d.C.)2. I temi trattati variano da dottrine filosofiche di etica, fisica, cosmologia, logica e epistemologia a precetti sul modo di vivere. La forma dei testi varia dalla prosa ai versi e sono presenti anche lettere e resoconti, oltre che trattati di argomento filosofico. Molto ci è ancora ignoto sulle origini e le finalità di questa letteratura pseudepigrafa, composta verosimilmente da diversi autori e con differenti finalità e strategie. Come sottolineato nell’Introduzione da C. Nota su una recente pubblicazione: C. Macris-T. Dorandi-L. Brisson (eds.), Pythagoras redivivus. Studies on the Texts attributed to Pythagoras and the Pythagoreans, Academia Verlag within Nomos Verlagsgesellschaft, Baden-Baden 2021. La ricerca per questo contributo è stata condotta nell’ambito del progetto “Not another history of Platonism”, finanziato dall’European Research Council (ERC), European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme (Grant agreement No. 885273). 1 Da qui la parte iniziale del titolo del volume “Pythagoras Redivivus”. L’espressione rimanda anche al noto e fondamentale volume di D. J. O’Meara, Pythagoras revived: Mathematics and Philosophy in Late Antiquity, Clarendon Press, Oxford 1989, che tuttavia non si occupava di testi pseudopitagorici, bensì dell’uso dell’autorità pitagorica in ambito matematico in Giamblico e nella sua ricezione nel neoplatonismo. 2 Per una panoramica sul carattere generale di questi testi e la datazione molto utile è il saggio di B. Centrone, The pseudo-Pythagorean writings, in C. A. Huffman (ed.), A History of Pythagoreanism, Cambridge University Press, Cambridge 2014, pp. 315-340. * © L’Autore 2024. Pubblicato da Syzetesis - Associazione filosofica. Questo è un articolo Open Access, distribuito ai sensi della licenza CC BY-NC 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/), che ne consente la riproduzione e distribuzione non commerciale, a condizione che l’opera originale non sia alterata o trasformata in alcun modo e che sia opportunamente citata. Per utilizzi commerciali contattare associazione@syzetesis.it.

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Macris (pp. 25-26), una delle motivazioni che possono aver spinto alla composizione di almeno una parte di questi testi può essere stata la necessità di rimediare alla mancanza di scritti di Pitagora e dei suoi primi discepoli: un’assenza forse dovuta al vincolo di segretezza tipico dell’associazione pitagorica e alla preferenza per l’oralità rispetto alla scrittura. L’operazione, a prescindere dalle possibili motivazioni che ne sono alla base, ha avuto un enorme successo: ad eccezione di alcuni casi 3, si tratta infatti di testi che sono stati ritenuti autentici fino agli inizi del secolo scorso, quando grazie agli strumenti della filologia moderna se ne è individuato il carattere pseudepigrafo 4. Non è una esagerazione sostenere che questi scritti abbiano contribuito in modo sostanziale, nel corso dei secoli fino almeno a Keplero, alla costruzione di una immagine del pitagorismo che, secondo il parere di alcuni studiosi, compresa chi scrive 5, difficilmente può essere identificata con le posizioni sostenute da Pitagora e dai suoi seguaci 6. Il volume qui discusso rappresenta un importante avanzamento nelle ricerche sul pitagorismo antico e tardoantico poiché non solo ha il merito di stimolare una maggiore attenzione verso questo corpus di testi ancora poco conosciuti e che costituiscono tuttavia una tappa importante del pensiero filosofico antico, ma anche quello di fornire spunti alla discussione sulle metodologie necessarie per affrontarli. L’avanzamento negli ultimi decenni degli studi specialistici sugli Pseudopythagorica 7 e l’interesse emergente per la storia del pitagori3 Si veda, per esempio, Temistio (Boeth. in Cat. 1, 162 A Migne), secondo cui l’Archita a cui vengono attribuiti due trattati (probabilmente il Περὶ τῶν καθόλου λόγων e il Περὶ ἀντικειμένων) che in realtà sono una riscrittura e interpretazione delle Categorie di Aristotele, non sarebbe l’Archita originario, come l’operazione pseudepigrafa vorrebbe far credere, ma un filosofo peripatetico. 4 In particolar modo a partire dal monumentale studio di E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung, vol. III: Die nacharistotelische Philosophie, O. R. Reisland, Leipzig 1923 5 (rist. 1963). 5 Mi permetto di rimandare, per una panoramica sulle strategie impiegate nella produzione di questi testi e sulla loro ricezione nel neoplatonismo, ad A. Ulacco, The Creation of Authority in Pseudo-Pythagorean Texts and their Reception in Late Ancient Philosophy, in J. Papy-E. Gielen (eds.), Falsifications and Authority in Antiquity, the Middle Ages and the Renaissance, Brepols, Turnhout 2020, pp. 183-214. 6 Per esempio, di recente, L. Zhmud, What is Pythagorean in the pseudo-Pythagorean literature?, «Philologus» 163 (2019), pp. 72-94, ha argomentato che nella letteratura pseudopitagorica si trova molto poco del pitagorismo originario. 7 In particolare ricordo qui le edizioni con traduzione e commento: W. Marg (ed.), Timaeus Locrus: De natura mundi et animae, Überlieferung, Testimonia, Text und

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smo in generale, che ha permesso il fiorire di un numero discreto di volumi collettivi (i quali tuttavia dedicano ancora poco spazio al corpus apocrifo pitagorico) 8, hanno creato le condizioni favorevoli per questo primo lavoro collettivo interamente dedicato agli Pseudopythagorica 9. Come spiega C. Macris nella Prefazione (p. 9), questo peculiare fenomeno di letteratura filosofica pseudepigrafa richiede necessariamente un approccio interdisciplinare per poter essere analizzato in tutta la sua ricchezza e complessità. Inevitabilmente, data l’ambizione del progetto, non ci si può aspettare che un singolo volume collettaneo (insieme al secondo la cui uscita è prevista a breve) 10 esaurisca i problemi ancora aperti, ma questo volume è certamente una tappa importante in vista di una maggiore chiarificazione di questi problemi. La lista degli studiosi coinvolti sino ad ora nei workshops e nelle pubblicazioni – in cui è da segnalare come lodevole l’ampio spazio dedicato ai giovani ricercatori – si compone di specialisti del Übersetzung, Brill, Leiden 1972; M. Baltes, Timaios Lokros. Über die Natur des Kosmos und der Seele, Brill, Leiden 1972; T. A. Szlezák (ed.), Pseudo-Archytas über die Kategorien, W. de Gruyter, Berlin-New York 1972; B. Centrone (ed.), Pseudopythagorica Ethica. I trattati morali di Archita, Metopo, Teage, Eurifamo, introduzione, edizione, traduzione e commento, Bibliopolis, Napoli 1990; A. Ulacco, Pseudopythagorica Dorica. I trattati di argomento metafisico, logico ed epistemologico attribuiti ad Archita e a Brotino, introduzione, traduzione, commento, W. de Gruyter, Boston-Berlin 2017. L’Introduzione al volume qui discusso si conclude con un’ampia bibliografia (23 pagine) che include in modo esaustivo gli studi pubblicati fino al 2021 su aspetti specifici o su singoli scritti del corpus apocrifo pitagorico. 8 Si veda il saggio di M. Bonazzi, Eudorus of Alexandria and the “Pythagorean” pseudepigrapha, in G. Cornelli-R. McKirahan-C. Macris (eds.), On Pythagoreanism, W. de Gruyter, Berlin-Boston 2013, pp. 385-404; il saggio di B. Centrone, The pseudoPythagorean writings, cit.; si veda inoltre, sull’uso degli Pseudopythagorica in Ficino, il saggio di D. Robichaud, Marsilio Ficino and Plato’s Divided Line: Iamblichus and Pythagorean Pseudepigrapha in the Renaissance, in A.-B. Renger-A. Stavru (eds.), Pythagorean Knowledge from the Ancient to the Modern World: Askesis, Religion, vol. 4, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden 2016, pp. 437-453. 9 A partire dal 2015 sono stati organizzati workshop e seminari grazie a un progetto condotto a Parigi con il titolo “Pseudopythagorica. Stratégies du faire croire dans la philosophie antique” dai tre curatori, Constantinos Macris, Tiziano Dorandi e Luc Brisson grazie a un finanziamento del laboratorio di eccellenza HASTEC, in collaborazione con due centri CNRS, ovvero il LEM (Laboratoire d’Études sur le monothéisme) e il Centro Jean Pépin. 10 C. Macris-T. Dorandi-L. Brisson (eds.), From the “Pseudopythagorica” to the Neopythagoreans. Further Studies on the Texts Attributed to Pythagoras and the Pythagoreans, Academia Verlag within Nomos Verlagsgesellschaft, Baden-Baden (in corso di pubblicazione).

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platonismo e dell’aristotelismo antico, si compone di filologi e storici della lingua, della letteratura e delle religioni antiche, fino ad arrivare a studiosi della ricezione araba e siriaca del pensiero antico 11. La molteplicità degli approcci è evidente anche nei contributi di questo primo volume che è diviso in quattro parti: una prima parte si occupa (con i contributi di R. M. Piccione e C. Hofstetter) dei problemi posti dalle fonti e dalla trasmissione dei testi; una seconda parte affronta alcuni degli scritti presenti nella raccolta di H. Thesleff (con contributi di P. Horky, F. Scrofani, J. C. Thom, M. Varoli, L. Saudelli e M. Donato); una terza parte concerne possibili nuove inclusioni rispetto all’edizione di H. Thesleff (con contributi di J. C. Thom, L. Zhmud e L. Brisson); e infine una quarta parte è sulla ricezione di alcuni testi pseudopitagorici in Giamblico, Simplicio e nel mondo arabo e siriaco (con contributi di A. Lecerf, M.-A. Gavray e A. Izdebska). Occorre sottolineare che un altro punto di forza del volume è che i contributi sono scritti in inglese, italiano e francese, aspetto questo che rispecchia la volontà di rispettare le differenti tradizioni e prospettive di ricerca. Ognuno dei contributi presenti nel volume evidenza risultati importanti e sarebbe impossibile renderne merito in modo adeguato in questa sede. Nella mia discussione mi soffermerò pertanto su quelli che mi sembrano gli aspetti più rilevanti da un punto di vista metodologico e storico-filosofico che emergono in particolare dall’Introduzione al volume e su un gruppo di contributi che, per il tema trattato, presentano tra loro una forte linea di continuità. La raccolta è aperta da un’ampia e ben documentata guida introduttiva. Constantinos Macris presenta i problemi posti dal corpus apocrifo pitagorico da un punto di vista storiografico e metodologico e indica le prospettive di ricerca che idealmente dovrebbero aprirsi per chiarire molte delle questioni ancora aperte. Il lavoro prende le mosse dall’edizione, ancora oggi fondamentale, di Holger Thesleff pubblicata nel 1965 12. Tuttavia, come è visibile dalla sezione III intitolata “Expanding Holger Thesleff’s corpus” (pp. 317-398), il progetto mira anche ad ampliare questa edizione. Thesleff ipotizzava l’inizio della composizione di questi testi nella Magna Graecia del IV secolo 11 Segnalo la nascita recente di due progetti paralleli condotti dallo stesso C. Macris, in collaborazione con altri specialisti, sulla ricezione degli Pseudopythagorica nel mondo orientale (Pythagorica Orientalia, con D. De Smet e I. Jurasz) e bizantino (Pythagoras Byzantinus, con E. Delli e D. O’Meara). 12 H. Thesleff, The Pythagorean Texts of the Hellenistic Period, Åbo Akademi, Åbo 1965.

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a.C. e pensava a una continuità di produzione, e quindi di interesse per il pitagorismo, fino ai primi secoli dell’Impero. Negli ultimi decenni, studi specialistici hanno messo in evidenza la relazione che un gruppo piuttosto omogeneo di questi testi, composti in un dorico artificiale (quelli che Thesleff considerava appartenenti alla classe II, mentre nella classe I considerava testi scritti nella koine attica o in dialetto ionico attribuiti a Pitagora e a membri della sua famiglia) 13, esprime con il platonismo di età post-ellenistica, collocandoli tra il I sec. a.C. e il II d.C. Ciò ha riportato in auge, con nuovi argomenti 14, una nota tesi di E. Zeller, che vedeva l’origine della letteratura pseudepigrafa nell’Alessandria del I sec. a.C. e come un prodotto di circoli pitagorizzanti 15. Non si può tuttavia ritenere plausibile che tutto il corpus sia il prodotto di un singolo circolo intellettuale o che questi testi siano apparsi improvvisamente sulla scena del I sec. a.C. (p. 35). Le questioni sollevate da Macris sono molte e molto interessanti. Mi sembra tuttavia utile sottolineare due punti rispetto ai quali potrebbe emergere qualche ambiguità: 1) il rapporto tra fenomeno letterario e l’esistenza concreta di circoli intellettuali o religiosi; 2) l’importanza di una definizione e una denominazione corretta per questi scritti. 13 Per una differente classificazione L. Zhmud, What is Pythagorean, cit., ripresa da C. Macris nell’Introduzione, p. 33. 14 Tra questi sono da segnalare in particolare il rapporto con le tendenze filosofiche post-ellenistiche, in particolare con un platonismo di impronta dogmatica e volto a un ritorno all’Accademia Antica, in risposta alle filosofie ellenistiche, in particolare allo Stoicismo; l’appropriazione di teorie e terminologia aristoteliche che evidenziano l’appropriazione di aspetti dei testi di scuola di Aristotele, tornati ad essere al centro del dibattito nel I sec. a.C. Per una discussione più approfondita mi permetto di rimandare ad A. Ulacco, Pseudopythagorica, cit., pp. 1-16. Cfr. le edizioni, traduzioni e commenti citati alla n. 7. 15 E. Zeller, Die Philosophie der Griechen, cit., p. 123. Zeller pensava in particolare al circolo di Eudoro di Alessandria, per il quale un interesse per il pitagorismo è testimoniato. Tuttavia occorre esercitare la necessaria prudenza: se è vero che forti affinità sono presenti con gli Pseudopythagorica, quello che sappiamo di Eudoro di Alessandria è molto limitato per poter arrivare ad attribuire al suo circolo la loro produzione. Per il rapporto dei testi pseudopitagorici con Eudoro di Alessandria si vedano R. Chiaradonna, Autour d’Eudore. Les débuts de l’exégèse des Catégories dans les Moyen Platonisme, in M. Bonazzi-J. Opsomer (eds.), The Origin of the Platonic System: Platonisms of the Early Empire and their Philosophical Contexts, Éditions Peeters, Leuven 2009, pp. 89-111; M. Bonazzi, Eudorus of Alexandria, cit., e Id., Pythagoreanising Aristotle: Eudorus and the Systematisation of Platonism, in M. Schofield (ed.), Aristotle, Plato and Pythagoreanism in the First Century BC. New Directions for Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 160-186.

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Rispetto al primo ordine di questioni, C. Macris indica che una recente e diffusa tendenza di ricerca favorirebbe la contestualizzazione di scritti apocrifi nell’ambito di gruppi realmente esistiti, siano essi comunità testuali ebree, cristiane, gnostiche o ermetiche. Questa tendenza metterebbe in discussione la nota e autorevole tesi di Walter Burkert 16, che vedeva in questi testi un fenomeno letterario e filosofico che non aveva radici in quelli che Macris chiama «actual neo-Pythagorean groups» (p. 37). Macris non specifica se questa valutazione debba riguardare una parte specifica del corpus apocrifo o solo alcuni testi, ma fa riferimento in nota a uno dei contributi di Johan C. Thom in questo volume, nello specifico la sua discussione sui Versi Aurei. Thom ipotizza che i Versi Aurei, la cui origine e autenticità sono da sempre molto discusse, ma che nell’antichità erano considerati pitagorici, rimanderebbero a pratiche impiegate all’interno di una comunità realmente esistita 17. Sebbene condivida la necessità di integrare, nello studio di questi testi, i risultati delle ricerche in ambito storico, sociologico e religioso, ritengo occorra esercitare una certa prudenza rispetto a questo aspetto e analizzare caso per caso. Le nostre fonti non sono in grado di indicarci che gli apocrifi pitagorici, nella loro interezza, siano il prodotto di una o di un’altra comunità religiosa con uno specifico modo di vivere, un bios che li contraddistinguerebbe come comunità pitagoriche. Allo stesso modo un interesse filosofico e testuale di una comunità intellettuale che avverte la propria identità filosofica in continuità con il pitagorismo antico non deve di necessità corrispondere all’attuazione concreta di un modo di vivere e di precetti pitagorici. Ciò che sembra rivivere, almeno per buona parte di questa produzione apocrifa, è piuttosto una certa autorità che il richiamo al pitagorismo implica, e che non pare legata al tentativo di ricostituzione di una associazione o scuola pitagorica 18. Diventa allora ancora più interessante, se la produzione di testi apocrifi non serve a giustificare un modo di vivere simpliciter, ma più in generale, un modo di fare filosofia, chiedersi quale tipo di autorità venga attribuita, per quali ragioni e in quali ambiti, e, non 16 W. Burkert, Hellenistische Pseudopythagorica, «Philologus» 105 (1961), pp. 226-246, pp. 232-233. 17 Cfr. J. C. Thom, The Golden Verses as Pseudo-Pythagorean Text, pp. 205-227 del volume qui discusso. 18 Cfr., su questa linea, B. Centrone, La letteratura pseudopitagorica: origine, diffusione, finalità, in G. Cerri (ed.), La letteratura pseudepigrafa nella cultura greca e romana, Istituto Universitario Orientale, Napoli 2000, pp. 429-452, pp.437-438.

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meno importante, quale sia l’orientamento filosofico e intellettuale per il quale questa autorità vuole essere ottenuta. Il secondo ordine di problemi, in parte legato al primo appena discusso, riguarda la seconda parte del titolo scelto per il volume Studies on the Texts attributed to Pythagoras and the Pythagoreans, su cui Macris si sofferma, non essendoci al riguardo una unanimità tra gli studiosi rispetto alla scelta di quale denominazione impiegare per indicare questi testi. L’impiego di una categoria o di un’altra non è infatti sempre neutrale. H. Thesleff aveva usato la dicitura testi pitagorici di età ellenistica, che non pregiudicherebbe l’autenticità del loro contenuto. Walter Burkert aveva invece scelto Pseudopythagorica, una denominazione che ha il grande vantaggio, a mio avviso, di restituire un dato oggettivo: si tratta testi pseudepigrafi in quanto attribuiti a nomi che non corrispondono agli autori che li hanno composti. La denominazione Pythagorean pseudephigrapha (o apocrifi pitagorici) è un’altra opzione plausibile («a bit more graciously» secondo Macris, p. 27), che lascia aperta la possibilità di una continuità di questi testi con l’antico pitagorismo. Se la denominazione di pseudepigrafo può suscitare in noi moderni un giudizio di valore e portarci ad identificarli come falsificazioni, occorre sempre ricordare che nell’antichità esistevano diverse forme di pseudepigrafia, compresa quella filosofica e di scuola, che non implicava l’intento di ingannare o guadagnare denaro tramite la creazione di falsi. Spesso infatti si scriveva sotto pseudonimo perché le dottrine esposte erano considerate parte di un’unica scuola, pur contemplando diverse prospettive o sfumature che non facevano altro che confermare la ricchezza dello stesso orientamento filosofico 19. Trovo in ogni caso che la scelta degli editori di indicare i testi trattati in questo volume come testi attribuiti a Pitagora e ai Pitagorici sia senza dubbio la più corretta, poiché nel volume non vengono solamente analizzati testi composti in forma pseudepigrafa, ma anche testi (o frammenti e testimonianze di testi) che, sebbene non attribuiti direttamente a Pitagora o a un pitagorico nel momento della loro composizione, almeno a quanto ne sappiamo, vengono successivamente considerati pitagorici o riferentesi a 19 Ancora fondamentale, per una distinzione tra le diverse forme di falsificazione e di pseudepigrafia nell’antichità, resta lo studio di W. Speyer, Die literarische Fälschung im heidnischen und christlichen Altertum. Ein Versuch ihrer Deutung, C. H. Beck, München 1972.

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dottrine pitagoriche 20. Corretta è anche la scelta di non utilizzare la categoria di Neopitagorismo 21. Questa categoria è già stata messa in discussione, con ottimi argomenti 22, anche per autori platonici (quali Nicomaco, Moderato e Numenio) che sono vissuti successivamente alla produzione di testi pseudepigrafi, che scrivono con il proprio nome, e che si presentano o vengono presentati dalle fonti come pitagorici, oltre che come platonici. Come è stato notato, non è semplice indicare per questi autori una identità pitagorica, tale per cui il loro pitagorismo sia predominante rispetto alla propria identità di platonici. Si può piuttosto parlare di platonici pitagorizzanti, o di tendenze pitagorizzanti nel platonismo imperiale. La categoria rischia pertanto di essere fuorviante a maggior ragione per i testi pseudepigrafi, rispetto ai quali non siamo in grado di dire con certezza quali fossero gli autori e che, almeno stando alle fonti a nostra disposizione, poco conservano di dottrine pitagoriche originarie. Essa rischia inoltre di appiattire le differenze tra questa particolare forma di letteratura e le tendenze pitagorizzanti successive. Un contributo molto importante dell’Introduzione è fornito da Macris anche nell’indicazione dei criteri e delle piste future che la ricerca dovrebbe idealmente intraprendere se si vuole proseguire sul terreno tracciato da H. Thesleff ed espandere il corpus. Tra questi desiderata (non tutti affrontati nei contributi del volume), Macris include la possibilità di cercare ispirazioni metodologiche e teoretiche da altre aree e, ad esempio, analizzare altri fenomeni di pseudepigrafia o corpora simili, come gli Orphica e gli Hermetica. Produttiva sarebbe, secondo Macris, anche una ricerca più approfondita sulla nozione 20 Mi riferisco in particolare al contributo di Carole Hofstetter (pp. 107-138), che affronta alcuni problemi del dialetto dorico dei frammenti originari di Archita e Filolao e il modo in cui, nella tradizione manoscritta della Introductio arithmeticae di Nicomaco, che ne è una fonte importante, lettori e copisti lo hanno modificato per restituire il più possibile il testo originale; il contributo di L. Brisson (pp. 382-397) affronta i riferimenti e il materiale pitagorico in alcune lettere (II, VI, XIII, IX, XII) attribuite a Platone. 21 G. Roskam utilizza per esempio in modo interscambiabile le categorie di pseudoPitagorici e Neopitagorici per i trattati apocrifi pitagorici sulla regalità, cfr. per es. G. Roskam, Some fresh air into the Neopythagorean tradition: the fragments On Kingship by Diotogenes, «The Cambridge Classical Journal» 66 (2020), pp. 203-220. 22 Si veda, in particolare, B. Centrone, Cosa significa essere pitagorico in età imperiale. Per una riconsiderazione della categoria storiografica del neopitagorismo, in A. Brancacci (ed.), La filosofia in età imperiale. Le scuole e le tradizioni filosofiche, Bibliopolis, Napoli 2000, pp. 137-168.

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di autorità e di autorialità nell’antichità (come ad esempio fa Philipp Horky nel suo contributo, pp. 141-176). Inoltre, potrebbe essere proficuo considerare testi e testimonianze che nell’edizione di Thesleff sono citati solo marginalmente o sono completamente assenti. In questo senso andrebbero fatti tre tipi di aggiunte: testi orfici presumibilmente scritti da antichi Pitagorici, symbola che si ritiene siano pitagorici come nel caso di Androcide (affrontati nel secondo contributo al volume di J. C. Thom, pp. 317-339), testi falsamente attribuiti a Pitagorici nella tradizione araba (si veda su questo il contributo di A. Izdebska, pp. 475-509), o lettere con contenuto che si richiama al pitagorismo (si veda in questo caso il contributo di L. Brisson, pp. 381-397). Macris sottolinea anche la necessità di prendere in considerazione le opinioni filosofiche che vengono attribuite al pitagorismo nei Placita di Aezio e in generale nella tradizione dossografica 23. Tra tutti i possibili e importanti approfondimenti segnalati nell’Introduzione, quelli più interessanti riguardano, a mio avviso, l’attenzione al valore filosofico di questi testi e l’importanza che essi hanno per la storia del pensiero antico e tardoantico, in linea di continuità con i risultati degli studi specialistici sugli Pseudopythagorica negli ultimi anni. Segnalo, in aggiunta a quanto indicato, che per una buona parte dei testi editi da H. Thesleff mancano ancora una traduzione e un’analisi approfondita che ne analizzi il contenuto e che li metta in rapporto con i risultati raggiunti fino ad ora su altri testi di argomento filosofico. Mi sembra inoltre che, da un punto di vista metodologico, un’altra prospettiva da considerare in modo più approfondito sia, almeno per i testi in dorico di carattere più teorico, il modo in cui gli autori, pur celandosi dietro una maschera pitagorica, propongano una esegesi e una rielaborazione delle loro fonti alla luce dell’interpretazione di Platone (e di Aristotele) che intendono veicolare. Questa prospettiva è centrale, in quanto ci dice molto sulle loro strategie e ci aiuta a contestualizzarli meglio nelle discussioni filosofiche di età post-ellenistica. Rispetto a questo punto, per esempio, tre contributi del volume, mi sembrano offrire spunti particolarmente proficui. Si tratta dei tre studi sul testo attribuito a Timeo di Locri, Sulla natura del cosmo e dell’anima, e alla sua ricezione nel neoplatonismo (sono i contributi di M. Varoli, L. Saudelli e M.-A. Gavray). Il trattato di Timeo di Locri (d’ora in avanti TL) è stato con23 Su questo punto segnalo una recente e importante pubblicazione di J. Mansfeld, “Pythagoras” and Ps.-Archytas on Principles, «Elenchos» 40 (2019), pp. 123-135.

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siderato sin dall’Antichità come il modello pitagorico a cui Platone si sarebbe ispirato per la composizione del Timeo. Il testo, in dorico artificiale, è in realtà una sorta di riassunto interpretativo del dialogo e in qualche misura lo riscrive omettendo delle parti o aggiungendo aspetti non presenti nel dialogo 24. Come ho argomentato altrove 25, il modo in cui il testo di Platone è riassunto e modificato veicola anche una interpretazione del dialogo. Il contributo di Matteo Varoli (Il tempo, la Terra, i pianeti. Osservazioni sull’esegesi di Tim. 37c-39e in Ps.-Timeo di Locri, pp. 229-247) esplora le sezioni astronomiche del trattato di TL, discutendo i passi in cui queste modifiche sono visibili. Per esempio, TL interpreta il noto passo del Timeo che definisce il tempo come una immagine mobile dell’eternità proponendone una nuova definizione, non presente nel dialogo platonico: il tempo è «immagine del tempo ingenerato che chiamano eternità» 26. TL sembra modellare la definizione dell’eternità su quella del tempo, e non viceversa, come accade nel Timeo. Secondo Varoli ciò indica che in TL l’eternità è vista come un tempo eternamente presente. Varoli precisa correttamente che il tipo di generazione a cui TL fa riferimento non deve essere inteso in modo temporale (p. 231). Dal testo 27 si può infatti ricavare che TL si colloca dalla parte dei platonici che, sin dall’Accademia antica, avrebbero difeso una lettura non temporale, didascalica o metaforica della generazione del cosmo. Il contributo di Marc-Antoine Gavray (De l’usage d’une autorité: Timée de Locres et Simplicius, pp. 447-474) esplora in modo esemplare il modo in cui Simplicio, nei suoi commentari alla Fisica e al De Caelo di Aristotele, utilizza il testo di TL, in particolare la sua definizione ilomorfica dei corpi elementari, per formulare la sua propria interpretazione della teoria dei corpi elementari del Timeo. Utilizzando TL, Simplicio è in grado di rispondere alle accuse di Aristotele contro l’atomismo geometrico del Timeo: la fonte comune a Platone e a Aristotele, il pitagorico Timeo di Locri, avrebbe già concepito una composizione ilomorfica alla base della struttura geometrica dei corpi elementari 28. Questa operazione permette a Simplicio non solo 24 Si vedano W. Marg (ed.), Timaeus Locrus, cit., e M. Baltes, Timaios Lokros, cit. A. Ulacco, The Creation of Authority, cit., pp. 192-203. 26 Tim. Locr. De nat. mund., p. 215, 1-6 Marg. 27 Ivi, p. 206, 11-12 Marg. 28 Per uno studio approfondito della teoria ilomorfica dei corpi elementari in TL mi permetto di rimandare ad A. Ulacco-A.-J. Opsomer, Elements and Elemental Properties in Timaeus Locrus, «Rheinisches Museum für Philologie» 157 (2014), pp. 154-206.

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di fornire una prova della symphonia tra Platone e Aristotele, ma anche di assicurare, tramite le affinità che egli mette in mostra con l’atomismo democriteo, la transizione tra i preplatonici e Platone. Gavray dimostra efficacemente che l’uso esegetico del trattato pseudopitagorico da parte di Simplicio è molto più di un semplice ricorso ad un’autorità nominale. Proclo, che pure nomina TL nel suo prologo al commento al Timeo, sembra farne un uso diverso, in quanto fa riferimento a TL solo alla fine delle sue argomentazioni per apporre un sigillo di autorità alla sua interpretazione (pp. 454-547). Il contributo di Lucia Saudelli (L’eschatologie du pseudo-Timée, pp. 249-273) attira l’attenzione su un passo poco conosciuto nel panorama degli studi attuali, ma che è di fondamentale importanza per la storia delle interpretazioni del Timeo nell’antichità. Si tratta delle linee finali del trattato attribuito a Timeo di Locri. A chiusura del trattato TL riscrive il lungo passo di Timeo 90e 1-92c 9, in cui la generazione delle donne e delle varie specie animali è spiegata attraverso il susseguirsi di successive reincarnazioni che dipendono dall’uso dell’intelletto che si è fatto nelle precedenti vite. Saudelli propone una traduzione del passo di TL (pp. 224, 13-225, 5 Marg) e argomenta che il modo in cui TL accosta le pene della trasmigrazione (definite come insolite, τιμωρίαι ξέναι) alle pene dell’Ade raccontate da Omero (racconti che TL definisce falsi) indicherebbe che egli considera la trasmigrazione un racconto educativo mirato a persuadere gli uomini dal tenersi lontani da una condotta di vita senza virtù, facendo intravedere loro le pene che li attendono nelle successive reincarnazioni. Se è vero che l’aspetto educativo dei miti escatologici è un punto importante, efficacemente dimostrato da Saudelli, mi sembra tuttavia che il testo non offra appigli per ritenere che questa sia una tesi (p. 252) che TL difende fino all’estrema conseguenza di ridurre la trasmigrazione solo a un racconto, per di più falso come quelli di Omero. Nell’ultima parte del testo (p. 225, 5-10 Marg), infatti, che non è tradotta e analizzata nel contributo di Saudelli, è possibile rintracciare una teoria dei cicli della reincarnazione, che TL sembra escludere con chiarezza dalla definizione di racconto falso: a partire dal secondo ciclo delle reincarnazioni è Nemesi, con l’aiuto dei demoni vendicatori, a determinare il modo in cui queste reincarnazioni avvengono. Ciò lascia intendere, a mio avviso, che se da lato TL, accostando la trasmigrazione del Timeo ai miti escatologici di Omero, vuole sottolinearne il loro valore sul piano educativo, dall’altro questo racconto esprime aspetti di una teoria della trasmigrazione che TL sembra accettare come

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propria. Mi sembra che la strategia di TL sia quella di suggerire una interpretazione non letterale della trasmigrazione in corpi di animali, aspetto che Aristotele aveva criticato aspramente, e che non intenda rifiutarla interamente 29. Se TL rappresenta, nella finzione dello pseudepigrafo, il testo autorevole a cui Platone ha fatto riferimento per scrivere il Timeo, la ricostruzione proposta da TL corrisponde a quella che TL vuole proporre come la lettura più corretta e autorevole del dialogo 30. In questo modo Platone può anche essere indirettamente difeso rispetto alle critiche a lui rivolte. Come emerge da questa breve ricognizione, il volume qui discusso si distingue per ricchezza di prospettive e approcci che mostrano come il pitagorismo nella sua storia e nella sua ricezione sia difficilmente riconducibile a un’etichetta storiografica, ma debba essere inteso piuttosto come un fenomeno proteiforme che si declina in modi e forme differenti nel corso dei secoli. Il volume – e il progetto da cui ha avuto origine – ha tra i tanti meriti quello di aver riportato all’attenzione degli studiosi, non solo degli specialisti di storia del pitagorismo, la necessità di considerare questi testi a tutti gli effetti un elemento centrale della storia del pensiero antico. Questa raccolta sarà d’ora in avanti un riferimento importante per chi si occupa di pseudepigrafia nel mondo antico, di storia del pitagorismo e della sua ricezione, oltre che delle sue interazioni con il platonismo e l’aristotelismo. KU Leuven angela.ulacco@kuleuven.be 29 Aristot. De an. 407b 23-24. Ho argomentato questa interpretazione in modo più dettagliato in A. Ulacco, Di destini umani, punizioni e corpi animali. Ps.Timeo di Locri e l’esegesi di Timeo 90e1-92c9, «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», Online First (2023), pp. 1-16.