Afficher le texte intégral9 pages
Page 1
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)CAS WW, , >,
taa o
L’INIZIAZIONE PITAGORICA DI VICO
di Paolo Casini
1. Premessa
Nelle pagine dell’ Autobiografía in cui Vico narra il suo ritorno a
Platone e al neoplatonismo del Cinquecento è vividamente fissato il
ricordo dell’amicizia improvvisa che strinse con due entusiasti della
metafisica platonizzante, Paolo Mattia Doria e Domenico d’Aulisio.
Gli aneddoti sono noti. L’incontro in casa Caravita con Doria «gran
cavalliere e filosofo» segnò l’inizio di una durevole simbiosi: nonostante una momentanea divergenza di giudizio riguardo alla metafisica
di Descartes, «da’ ragionamenti del Doria (Vico) vi osservava una
mente che spesso balenava lumi sfolgoranti di platonica divinità, onde
da quel tempo restaron congiunti in una fida e signorile amicizia»'.
L’aneddoto che riguarda Domenico d’Aulisio non è meno pregnante:
la pubblicazione a stampa del ‘De nostri temporis studiorum ratione
(1709) fornì all'illustre giurista l’occasione di approvare non senza
sussiego il lavoro, e di gratificarne l’autore in una solenne circostanza
accademica «invitandolo a sedere presso lui... dal qual giorno vi contrasse una strettissima amicizia, la quale egli continovò finché visse
questo gran letterato»?.
«Signorile amicizia», «strettissima amicizia»: sono espressioni simboliche che nobilitano il dato autobiografico con l’allusione a una
delle virtù più intensamente lodate nelle Vite pitagoriche di Porfirio
e Giamblico. Seguendo una tradizione largamente diffusa tra i letterati
del Regno di Napoli, Vico, Doria e d’Aulisio pitagorizzavano. Si senti1. Vico, Autobiografia, in Opere, a cura di Fausto Nicolini, Ricciardi, Milano-Napoli
1953, p. 31.
2. Ibid., p. 41.
Rivista di storia della filosofia n. 4,
Page 2
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)rono, ciascuno a suo modo, eredi o continuatori della cosiddetta «scuola
italica» e coltivarono il mito l’antica sapienza magnogreca. Si opposero al nuovo corso della filosofia corpuscolare e della fisica sperimentale, invocando un ritorno alla concezione animistica € platonizzante
della natura, o più esattamente alla «fisica timaica, cioé di Pitagora,
che vuole il mondo costar di numeri»?. Il De antiquissima italorum
sapientia (1710), dedicato a Doria, tra i molti scritti «pitagorici» è
pi
l’unico che ha vinto la sfida del tempo; ma d’Aulisio aveva anticipato
un percorso analogo in due dissertazioni del 1964", e Doria insisté
|
su questo tema in numerosi scritti editi e inediti’.
cosmologia
della
superstiti
Tra i primi a riconoscere nei frammenti
vichiana quella che defini una «tendenza gnostica», riconducibile agli
scritti di Robert Fludd, fu Antonio Corsano“. Le ripetute conferme
di Paolo Rossi” e lo stato presente degli studi consentono di vedere
come questo tema vichiano sia realmente un tardo residuo della men-
3. Ibid., p. 21. Un discorso a sé, che qui non si affronta, dovrebbe esser fatto
riguardo ai passi dedicati nel contesto agli «strani effetti della calamita» e alla «medicina
egiziana del lasco e dello stretto», pastiches che la «fisica» vichiana deriva da Gilbert
e da Prospero Alpino.
|
4. De harmonia timaica e De numeris medicis dissertatio pytagorica, entrambe apparse
in Dominici Aulisi Opuscula, Raillard, Neapoli 1694; una breve analisi è in N. Badaloni,
Introduzione a G.B. Vico, Feltrinelli, Milano 1961, pp. 195-96. |
;
.
5. Si cita per tutte una querimonia senile: «Gl’italiani sono corsi a guisa di pasore
a seguire le scienze degli Inglesi, né hanno mai avuto il coraggio di ricorrere all antica
italica sapienza ch’é quella di Pitagora e di Platone seguace della scienza pitagorica
e poco men che commentator di Pitagora, colla quale avrebbero potuto dimostrar false
tutt’ad un tempo le scienze francesi, e le inglesi, e si sarebbe altresi in virtù di quell antica sapienza rinnovellata nell'animo degl’italiani quell'antica ed eroica virtù dei romani.
Or qui mi sia lecito dire che questo coraggio di rinnovellare l’antica italica sapienza
e di dare le idee dell’antica italica virtü nelle tenebre di questo tempo lo ha avuto
e lo ho la Dio mercé solo io, il quale mi sono coraggiosamente opposto, mi oppongo
e mi opporrò... a tutta la moderna scienza»; Lettera di Paolo Mattia Doria ad un
anonimo, in Manoscritti napoletani di P.M. Doria, Congedo, Galatina 1979, L. IL
L’iniziazione pitagorica di Vico
867
talità magico-ermetica, insieme con il mito pitagorico e con i suoi
ingredienti più affini: la numerologia, l’harmonia mundi, l’animismo
,
la «fisica timaica». Sono aspetti dell’ereditä tardo-rinascimentale che
formano il corpus delle cosiddette pseudoscienze, non necessariamente
antagoniste della rivoluzione scientifica, riesumate dalla ricerca storica
recente.
Si cerchera qui di concentrare l’attenzione su due punti: 1) Nel De
antiquissima l’uso fantasioso e arbitrario del metodo etimologico modellato sul Cratilo di Platone riecheggia a suo modo un tòpos della
tradizione teosofica platonico-cabbalistica; 2) Il riassunto del perduto
Liber physicus, nell' Autobiografía, consente di riconoscere grazie ad
alcuni confronti tematici e testuali l’inconfondibile impronta di Robert
Fludd, metafisico pitagorizzante e teorico dell’harmonia mundi.
Non c’è dubbio che i due punti siano strettamente legati. Basti rammentare che il riassunto del Liber physicus è preceduto da un duplice
richiamo alla prisca sapientia. A proposito della ricerca dei principi
metafisici svolta nel De antiquissima (1710) Vico rivendica, contro
il metodo allegorico usato da Bacone nel De sapientia veterum, l'«auttoritá di Platone, ch’era andato nel Cratilo ad investigargli dentro
le origini della lingua greca»: ma l’esempio platonico gli serve come
guida per risalire al substrato della sapienza presocratica («il sapere
della setta italica fiori innanzi, nella scuola di Pitagora, più profondo
di quello che poi cominciò nella medesima Grecia»)!. Nonostante la
svolta degli anni Venti, la testimonianza autobiografica del 1723 ripercorre puntigliosamente un lungo tratto dell’itinerario giovanile: l'autore della prima Scienza nuova (appena apparsa) non rinuncia a esporre
la connessione che nel 1710 legava nella sua mente temi apparentemente così eterogenei, e in gran parte abbandonati, come la sapienza ermetica degli antichi egizi, la sua trasmissione ai romani tramite l'Etruria,
le dottrine iniziatiche della scuola italica, il contenuto metafisico degli
etimi latini arcaici, la fisica timaica, i punti metafisici di Zenone, il
verum-factum e le altre tesi del De antiquissima, fuse insieme sotto
p. 315. Nella sua esasperata invettiva Doria contrappone a tutti I matematici stranieri
un unico sigillo: la «forte conghiettura che in Italia fossero lettere
molto più antiche che le greche»?.
nesimo al giurisdizionalismo, Laterza, Bari, 1937, pp. 101-103; cf. Vico e l'ermetismo,
9. Nella Scienza nuova del 1725 Vico crede ancora al mito del primato italico,
che
— che non l’avevano preso sul serio — le proprie modeste trattazioni di due noti
,
problemi geometrici, la quadratura del circolo e la duplicazione del cubo.
6. A. Corsano, H realismo religioso del Vico, in Il pensiero religioso calano dall umain Omaggio a Vico, Morano, Napoli, 1968, pp. 19 sg., dove Corsano menziona gli
Rizzoli, Milano 1963, I, p. 10;
i È Ed, «Nota a Vico», in La scienza enuova,
le opere di Giambattista Vico, in Le
studi
di
A.F. Yates.
ripreso in altri scritti, in particolare La vita
sterminate antichità, Nistri-Lischi, Pisa 1969, p. 33: «Tra le fonti di Vico... ritroviamo
le sconcertanti opere dell’inglese Robert Fludd, pubblicare quasi un secolo prima...».
8. Autobiografia. cit., p. 41.
in seguito abbandonò: «Si dimostra che ’! sapere d’Italia è assai più antico
del sapere
di essa Grecia, perché mentre qui Pittagora insegna le più riposte verità metafisiche,
matematiche e fisiche intorno al sistema mondano (ci piace ora co’ volgari cronologi
porlo a’ tempi di Numa) in essa Grecia ancora avevano a provenire i sette sapienti,
che incominciarono da cento anni dopo...». Principj di una scienza nuova
intorno
alla natura delle nuzioni, F. Mosca, Napoli 1725 (ristampa anast., Roma 1979),
Page 3
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Paolo
Casini
La cosiddetta «prima forma della filosofia vichiana», è stata interpretata in vari modi come una fase transitoria e presto superata della
formazione dell’autore della Scienza nuova. Croce e Nicolini la semplificarono notevolmente, insistendo soprattutto sulla polemica anticartesiana, sul rigetto della geometrizzazione a oltranza della fisica e della
metafisica, sulla formula verum-factum, strumento metodico destinato
ad avviare la svolta intellettuale verso lo storicismo. Nicola Badaloni
ha indicato nel pensiero del primo Vico una summa della cultura degli
Investiganti, non arcaizzante ma ben allineata con lo sperimentalismo
galileiano e investigante: quasi una teoria della prassi (nella diade verumfactum prevale il facere, l’azione umana e sociale), primo passo sulla
via di una razionalita progressista che nella Scienza nuova appare gia
carica di «esigenze sociali e di necessità politiche»’.
A un esame attento, con buona pace dei più zelanti difensori della
L’iniziazione pitagorica di Vico
869
bo archetipico, l’esegesi iniziatica di apocrifi quali i Proverbi e i Versi
a Pitagora, i frammenti dei pitagorici, le lettere di
aurei attribuiti
Platone, i trattatelli attribuiti a Timeo di Locri e Ocello Lucano, con
l’intero corpus neopitagorico'. Ed è noto che per tutto il secolo
XVII, negli scritti di non pochi protagonisti della rivoluzione scientifica e dell'astronomia copernicana, correntemente definita «sistema pitagorico del mondo», è ben presente l’eredità di temi di remota origine
pitagorica come l’armonia del cosmo e la musica delle sfere; mentre
geometri, musici e architetti non cessavano di discutere sui poliedri
regolari, sugli accordi della scala pitagorica, sulle proporzioni vitruviane del tempio e del teatro. La filologia critica delle fonti antiche e
la mentalità razionalista non impedirono a questa eredità di esercitare,
sotto altre forme, un certo fascino in pieno secolo dei lumi: per esempio, sulla simbologia iniziatica delle logge massoniche.
«modernità» di Vico o «devoti» vichiani'', la sintesi tentata nel De
antiquissima appare piuttosto una giustapposizione precaria di tépoi
correnti. Se si considerano in una prospettiva non finalistica — cioè
come non necessariamente predestinati alla catarsi dello «storicismo»
— quei /öpoi recano ben visibile l'impronta del sincretismo ermetico,
pitagorico, platonizzante, cabbalistico di Ficino, Pico, Reuchlin, Agrippa, Zorzi, Bruno che, superata la critica distruttiva di Casaubon e
di altri, sopravvisse in Fludd, nei platonici di Cambridge e oltre. A
quella sintesi dottrinale va probabilmente riconosciuta una certa continuità, giacché tra Cinquecento e Seicento assunse le proporzioni di
una complessa religio laici, condivisa da una vasta élite internazionale
di iniziati, perseguitata e più volte condannata — come si sa — dalla
Chiesa di Roma. In questa corrente si fondevano, come in un magma,
motivi pagani, ebraici e cristiani; oltre le metafore teosofiche tratte
dal Corpus Hermeticum, includeva il potere magico delle parole, il
significato pregnante dei nomi divini, gli arcani racchiusi nel Ver-
2. L’esegesi del Cratilo di Platone
Tra i platonici e i cabbalisti della rinascenza proprio il Cratilo fu
spesso citato come un documento della prisca theologia che dimostrava
— circa la questione del linguaggio — la concordia tra varie tradizioni:
le dottrine di Platone («Mosé atticizzante») la rivelazione biblica, la
sapienza ermetica, il pitagorismo. La discussione che si svolge nel Cratilo tra Socrate, Ermogene e Cratilo circa l'origine del linguaggio,
il potere delle parole e i nomi delle divinità pagane fu interpretata
sia come la versione ellenica della Kabbalah ebraica, sia come una
conferma filosofica del Lògos secondo il Vangelo di Giovanni.
Un anello essenziale di questa tradizione era nei testi — assai diffusi
— del revival neopitagorico della tarda antichità. Un passo significati
vo si legge nelle Lezioni di Proclo sul Cratilo: «Pitagora, interrogato
su quale fosse, secondo lui, il più saggio tra gli enti, rispose ‘il numero”; e quale fosse il secondo in saggezza, rispose ‘colui che impone
il nome alle cose’. Col numero egli alludeva all’ordinamento intelligibi-
10. Nicola Badaloni, La cultura, in Storia d'Italia Einaudi, 3. Dal primo Settecento
all'unità, Torino, 1973, pp. 761 e 773; che presuppone ovviamente la complessa analisi
della Introduzione a Vico, Feltrinelli, Milano 1961. Sulla modernità di Vico e sul suo
allineamento al «galileismo» Badaloni è tornato a insistere, con argomenti in parte
nuovi, nella sua più compendiosa /ntroduzione a Vico, Laterza, Roma, 1984 (varie
le che contiene la molteplicità delle Forme intellettive; lassù, infatti,
dopo l’Uno superessenziale, sussiste il numero nella sua forma primaria e fondamentale, e questo numero che fornisce a tutti gli enti le
misure della loro essenza». Dopo aver illustrato la distinzione «pitaristampe).
11. Di «devozione mal collocata» ha parlato in proposito Isaiah Berlin, Vico e Herder:
due studi di storia delle idee, Armando, Roma 1978, p. 178; la definizione è stata
efficacemente ripresa e sviluppata da Paolo Rossi, Devozioni vichiane, «Rivista di Filosofia», 2, 1995, pp. 173-215.
| 2. Si veda su questa letteratura, ben nota nel Cinquecento, D. O'Meara, Pythagoras
revived, Mathematics and philosophy in late antiquity, Clarendon,
Oxford,
Page 4
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)gorica» tra l’intelletto (nous), che contiene gli archetipi, e l’anima
(psyche) che impone i nomi, Proclo prosegue: «Ogni cosa, mentre
riceve l’essere dall’intelletto che conosce se stesso ed è saggio, riceve
invece il suo nome dall’Anima che imita l’Intelletto. La creazione dei
nomi, dice Pitagora, non appartiene a chicchessia, ma a chi contempla
l'Intelletto e la natura degli enti. Dunque i nomi sono per natura».
Per i lettori rinascimentali di Platone, Proclo, Giamblico e dei testi
pseudo-pitagorici, il Cratilo indagava sul messaggio mistico proveniente da una fonte comune, la rivelazione di Ermete Trimegisto. Il dialogo
confermava inoltre la cosmogonia del Timeo e quella del Genesi. L'imposizione dei nomi, attribuita al Nomoteta divino, dava un senso unitario ai vari racconti della creazione. L'autoritá di Platone svelava
la chiave numerologica celata nei primi versetti mosaici e i misteri
racchiusi nel tetragramma pitagorico-cabbalistico esprimente in modi
diversi il nome di Dio: Zeus, Teos, Jawé, Jesu, Allá. Queste erano
appunto le scaturigini della philosophia perennis tramandata dalla catena degli iniziati: giacché — dopo Ermete e Mosé — Orfeo, Aglaofamo, Pitagora e il divino Platone, discepolo del pitagorico Timeo di
Locri, erano stati volta a volta i depositari della rivelazione originaria.
Marsilio Ficino accreditö e diffuse nella sua forma più nota la genealogia della prisca sapientia. La sua epitome In Cratylum, che accompagna la parafrasi latina del dialogo, contiene un’efficace sintesi
della disputa sulla genesi del linguaggio e sulla genealogia dei nomi
divini: «Cratylus sectator est Heracliti caeterorum priscorum, qui multis ante Heraclitum saeculis philosophati sunt, putaverunt nihil usquam
stabile, sed omnia in perpetuo motu versari, unde et nomina rebus
ab ipso motu plurimum, posuerunt. Hermogenes vero Parmenidis Pytagoreorum cultor contra putantium omnia permanere nomina vero
Dei prima atque sincerissima apud mentes supernas Coelestesque esse
indicat, a quibus Deus ipse concipitur», Il Verbo, secondo la tradizione pitagorica ripresa da Platone, si sarebbe trasmesso da Dio ai démoni buoni, e da loro «in animis hominum, eaque per priscos viros Deo
afflatos, quasi Dei tuba fuisse prolata». Sicché il metodo etimologico
discusso da Platone era destinato nientemeno che a ricavare il senso
originario del Verbo dal deposito della rivelazione affidata ai prisci
L’iniziazione pitagorica di Vico
871
Nel corso del Cinquecento la tematica della Kabbalah s’innestö sulla
lettura iniziatica del Cratilo. Francois Secret ha mostrato come la simbiosi tra queste due tradizioni divenne res nullius sia tra i seguaci
del sincretismo di Ficino, sia tra i cabbalisti cristiani. Ad esempio,
un dialogo dell’ebraista veneziano Paolo Paradisi dedicato all’arte cabalistica riassume così la questione:
Matthaeus. Ais Graecos etiam tractasse Cabballystica?
Martialis. Inter Graecos philosophos Caballystem, praeter Platonem, scio neminem.
Matthaeus. Undenam deprehendis Platonem caballysta esse?
Martialis. Ex dialogo, quem Cratylum vocat, sive de recta nominum interpretationc, Ubi non solum deorum nomina interpretantur, sed etiam omnium
.
1s
virorum...'*,
Conferme circa il nesso tra il senso teosofico e «cabbalistico» del
dialogo di Platone e la tradizione pitagorica si trovano del resto nel
trattato Legum allegoriae di Filone di Alessandria'®. All’inizio del secolo XVII l’umanista francese Pontus de Tyard de Bissy riprese a
suo modo la lettura cabbalistica del Cratilo. Egli si era proposto di
tradurre il trattato di Filone; si limitò invece a dare alle stampe nel
1603 un proprio opuscolo, nel quale espone le opposte tesi discusse
dai protagonisti del Cratilo. A suo avviso, la tesi più attendibile è
quella secondo la quale i nomi delle cose risalgono alla «impositio
primigenia» voluta da Dio al momento della creazione. Proprio questo
era stato il grande merito del filosofo ateniese: «Il pagano Platone,
acceso dal fuoco della verità, portò la luce nelle tenebre dei filosofi...
i quali gustarono appena qualche goccia della verità, assaggiando la
dottrina degli inizi e della. creazione del mondo». Il Cratilo contiene
appunto, secondo Pontus, la dottrina dei nomi intesi non come artifizi
e convenzioni, ma come simboli carichi di significato mistico, imposti
alle cose dal Verbo del Nomoteta divino’”,
Si potrebbero citare altri esempi dell'esegesi corrente del Cratilo®.
Era res nullius, tanto da rendere ovvia l'ipotesi che Vico si inserisse,
philosophi'*.
15. Pauli Paradisi Veneti De modo legendi hebraice dialogus, Parisiis, 1534, n.p.
Cf. Frangois Secret, Les Kabbalistes Chrétiens de la Renaissance, Paris 1964 (rist, anast.
13. Proclo, Lezini sul Cratilo di Platone, XVI; trad. it. con testo greco a fronte
di F. Romano, Catania 1989, p. 5.
|
|
|
14. M. Ficino, In Cratylum, vel de recta nominum ratione epitome, in Opera, Francfurti 1535; Il, 1310.
Milano 1985), p. 317.
16. Allegorie delle leggi, 1, 14, in Filone Alessandrino, La filosofía mosaica, a c.
di G. Reale e R. Radice, Milano 1987, p. 146 e commento, p. 393.
17. Pontus de Tyard, De recta nominum impositione, J. Roussin, Ludguni 1603, p. 3.
18. Cf. F. Secret, op. cit., pp. 107, 111, 167, 313,
Page 5
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)a suo modo, nella medesima tradizione quando decise di seguire nel
De antiquissima «Vesempio di Platone, che per l’istessa via nel Cratilo
tentò investigare l'antica sapienza de’ greci»!?. Si potrebbe argomentare, non a torto, che la versione di Vico non fa alcuna allusione
alla Kabbalah, alle Sefiroth. al connesso allegorismo o alla lettura
numerologica del Genesi; e che di conseguenza il filosofo napoletano
abbia lasciato cadere gran parte di quel sincretismo pitagorizzante al
quale pur si richiama, in modo assai esplicito, con Doria e d’Aulisio.
Il silenzio di Vico su questo punto è significativo; ma non perché
lasci presumere la sua estraneità al retaggio di quella cultura. Si può
anzi spiegare come una delle sue non infrequenti misure di autocensura, come una cauzione contro ogni accusa di eterodossia, sempre possibile, se si pensa ai rischi incombenti sugli scrittori nel clima inquisitoriale di Napoli; e se si considera che il rigetto dell’ebraismo e del
cabbalismo cristiano dominava ormai la cultura cattolica.
L’intento che Vico si propose nei suoi scritti degli anni 1709-1710
non era comunque un recupero integrale dell’ermetismo e della Kabbalah o la messa a punto di una pura tecnica filologica, ma il tentativo
di far rivivere — attraverso elaborate suggestioni dottrinali — proposizioni metafisiche ormai obsolete da reinterpretare e opporre alla filosofia corpuscolare; di escogitare insomma un metodo speculativo originale — alternativo al metodo geometrizzante di Descartes — atto a
giustificare da un punto di vista storico ed ermeneutico il suo principa-
L’iniziazione pitagorica di
Vico
873
ne dell'antica sapienza italica, la fantasiosa tecnica etimologica, erano
| presupposti stessi della «metafisica propia». La battaglia di Vico
si svolgeva su due fronti:
la teoria dei punti metafisici,
«ripurgata
dagli alterati rapporti di Aristotele», restituita a Zenone stoico e all'italico Pitagora, doveva fungere da supporto a una filosofia animistica
della natura, alternativa sia alla vecchia scolastica aristotelica, sia alla
nuova filosofia corpuscolare di
Descartes e Gassendi.
Da questo punto di vista il vero significato del richiamo vichiano
alla geometria sintetica degli antichi, di solito riferito al platonismo
matematico di Paolo Mattia Doria, rientra in un contesto assai più
ampio e complesso, che ci si limita qui ad indicare: la numerologia
e l’aritmo-geometria caratteristiche della cultura neopitagorica rinascimentale. Ossia una pseudoscienza priva di sviluppo e ispirata, oltre
che al Timeo di Platone ed ai suoi commentatori, soprattutto al Commento al primo libro di Euclide di Proclo. La rivendicazione della
geometria come mediazione tra astrazioni matematiche e fisica non
è dunque moderna, non ha nulla a che fare con la fisica matematica
di Galileo e Newton o con la concezione convenzionalista delle
matematiche”. Non propone un’alternativa alla geometrizzazione a
oltranza del mondo fisico da parte di Descartes, ma si oppone ad
essa in nome di una vecchia polemica antiaristotelica che risale ai
mistici neopitagorici del II secolo a.C. ed ai loro seguaci del Cinquecento.
le assunto, ossia il filosofema verum et factum convertuntur.
Tale è il senso della sua ardita meditazione su quel sapere arcano
e favoloso che tutta una tradizione dotta aveva correntemente chiamato «sapienza italica». 11 ritorno alle radici consentiva la fictio dell'attribuzione agli antichi italici del proprio filosofema mediante l'invenzione ex-novo di etimologie ritenute capaci di risalire alle origini autoctone di una concezione divina e umana del Verbo. Grazie al modello
del Cratilo, sullo sfondo di quest'impresa restava la suggestione dell’ermetismo e del cabbalismo cristiano. Nel patrimonio linguistico del
latino arcaico doveva esser racchiuso il messaggio della sapienza riposta trasmessa dagli «egizi» (il nome di Ermete Trimegisto essendo impronunciabile dopo la nota critica di Casaubon) al «toscani», e da
questi ai latini. Nel proemio del De antiquissima € evidente l'intento
di ripercorrere a ritroso il cammino della prisca sapientia rinascimentale. Come è ripetuto ancor più chiaramente nella Seconda risposta €
nella Autobiografia” — il recupero del mito pitagorico, l'esaltazio19. Seconda risposta, in Opere, cit., p. 334.
20. Ibid. e Autobiografia, cit., p. 45.
3. L'influenza di Robert Fludd
Che la filosofia di Vico sia «senza natura», come è stato detto,
è solo una mezza verità. Se questa definizione vale entro certi limiti
per la Scienza nuova, non si deve dimenticare che il complesso disegno
giovanile include quello che, secondo le apparenze, si potrebbe definire
un caput mortuum: la favola cosmogonica ispirata almeno in parte
alla dottrina aritmologico-pitagorico-cabbalistica di Fludd. La suggestione fluddiana sì avverte nella pagina assai oscura della Autobiografia che espone la tematica del perduto Liber physicus.
Un confronto testuale può dare maggior consistenza all’ipotesi che
fonte diretta di Vico sia stato il trattato De utriusque cosmi histo-
21. Si veda su questo punto l'informata rassegna di D. Lachterman, Vico, Doria
e la geometria sintetica, in «Bollettino di studi vichiani», X (1980), pp. 10-35, che
si riferisce a Euclide, ma non coglic affatto "influenza delle Lezioni sul primo libro
di Euclide di Proclo.
Page 6
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Paolo
Casini
ria (1617), parte dell’enciclopedia (incompiuta) in sette mec -_
studiosi recenti hanno iniziato a esplorare. Dopo aver esaltato i nn
della «scuola di Pittagora, più profondo di quello che pol ue
nella medesima Grecia», Vico inizia cosi il suo riassunto: eni = a
voce coelum, che significa egualmente il bolino e ’l gran corpo dell’aria, congetturava non forse gli egizi da cui Pittagora aveva appreso,
avessero oppinato che l’istrumento, con cui la natura e pus
egli sia il cuneo, e che cid vollero significare gli egizi con le loro
a
qn se non é facile colmare la lacuna dell’opera perduta,della
si notano a prima vista non poche coincidenze con la descrizione
creazione offerta dal prolisso trattato di Robert Fludd. Il visionario
inglese attingeva a piene mani dalla letteratura ermetica, dal sincretismo ficiniano-pichiano, dagli scritti di Reuchlin e di Cornelio dig
insomma dalla tradizione che saldava in un cerchio immaginario .
mito egizio e quello pitagorico, la geometria € la matematica, la pend
balah e il /ogos giovanneo, privilegiando 11 simbolismo egizio de e
piramidi e le speculazioni sulla musica e sulla harmonia mundi. La
mitologia fluddiana della creazione non é propriamente «gnostica»,
ma segue la falsariga dell’emanatismo e la dottrina delle si er
porzioni numerologiche attribuite a Pitagora, riprese nel Timeo di Pla|
tone e in tutta la successiva esegesi neopitagorica.
Nei primi atti della creazione, il puro spirito creatore discende gerarchicamente dal livello supremo dell’essere a quello infimo della materia, secondo un processo ipostatico inversamente proporzionale alla
crescita della materia. Nelle spettacolari incisioni che illustrano i trattati di Fludd, la polarità delle forze cosmiche in fieri SITE
da una figura geometrica: due triangoli isosceli incastrati l’uno ne an
tro con i vertici che si compenetrano, e le basi che si collocano = i
estremi della figura”. L’immagine si ripete in una varietà di modi
nei vari trattati. Le didascalie e i commenti precisano che si tratta
di piramidi variamente disposte, con le loro proporzioni, non so tan °
a rappresentare la compenetrazione tra spirito e materia, ma a so
ibus, Utriusque cosmi... historia, de Bry, Oppenheim 1617, t I,
mu
p Pre er che Fludd abbia tratto la sua figura simbolica
pi pipes Si
dal De docta ignorantia di Niccold Cusana, seguace della Rai
pitagorizzante e platonica. La letteratura merone rg us
ca Fous
a
en
verginide ond ape Regioni: London-New York 1988; e la enRinasc
A
i
rima opera organica su di
lui s
H.
essenziale, tradotta in italiano da S. Parigi, in La magia or nel
introd. di Paolo Rossi, Strenna UTET, Torino 1989, pp. 101-34.
L’iniziazione pitagorica di Vico
875
reggere le gerarchie ontologiche
delle regioni del macrocosmo, e
le
rispettive corrispondenze armoniche con
il microcosmo. In breve, nel
duplice cosmo fluddiano, le piramidi hanno
un ruolo centrale: esse
formano la comune substruttura geomet
rica e metafisica sulla quale
da un lato si eleva il vasto universo che
circonda la Terra (secondo
uno schema ancora geocentrico e tolemai
co); d’altro lato si regge il
microcosmo dell’essere umano.
Quando parla di «piramidi egizie» e di
«cunei», Vico allude con
ogni probabilità proprio alle incisioni che
adornano l’Utriusque cosmi
historia e alle didascalie che ne illustr
ano le proprietà geometricoontologiche. Ancora, immaginando la
similitudine del «bolin
o dell’aria», Vico sostiene che «la mano che muova
questo istromento sia
l'etere, la cui mente fu da tutti creduta Giove»
. Seguono alcune etimologie di tipo animistico e una metafora sessual
e: «i latini l’aria dissero
anima, come principio onde l’universo abbia
il moto e la vita, sopra
cui, come femmina, operi come maschio
l’etere, che, insinuato nell’animale, da’ latini fu detto animus... e che
il pensiero o mente sia
agli uomini mandato da Giove, che è la mente
dell’etere».
Nella cosmogonia di Fludd la medesima
metafora sessuale, di evidente origine ermetica, ricorre più volte,
ad esempio in questa sintesi
delle sue argomentazioni: «Manifestum est
coelum aetherem huius mundi
materialis partem esse masculinam, et
naturam agentem, generantem,
ac multiplicantem quia magis calidu
m est, virile et de coeli empyrei
calore magis participans; partem vero infima
sior et frigidior est, quasi foeminam esse,
m elementarem, quae grosmundique portionem magis
passivam; cuius matrix est ipsa terra, in qua,
rae transitoriae formantur. Coelum
et ex qua omnes creatuigitur hoc super partes elementares
passim vehitur et movetur, ut more anima
lium cum inferioribus tamquam cum foeminam suarum seu
passivo conjugi possit et coire»3,
Fludd usa correntemente il tòpos
di Giove come metafora sotto
la quale i prisci philosophi, d’accordo
con i platonici e i pitagorici,
designano l’anima mundi: «spiritum hunc
divinum animam mundi vocant; hi lovem esse dixerunt ...»®. In
altri passi i misteri della creazione sono ricercati nelle molteplici metafo
re che esprimono il nome
di Dio, sia nell'Antico Testamento che
in Orfeo, Zoroastro, Eraclito,
23. De utriusque cosmi, cit., p. 169;
cf. Philosophia moysaica, Rammazen,
Gouda
1638, fol. 77 b: «Ita ut coelum aestime
lur ab omnibus philosophos esse mas,
et elementum sublunare foemina, cuius matrix
est terra et aqua, nam terra et aqua
recipiunt
influent
ias quasi masculi spermata, utque ita omnes
24. Ibid.,
generationes in terra et aqua fiunt».
Page 7
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)reducebant
nei platonici, nei pitagorici: «Hos Deos omnes ad unum
claritatis,
,
caloris
Omnes
unt
icaver
lovem: per quod planissime signif
superlucido
fonte
unico
ab
s
rivulo
vitae, formarumque essentialium
ritema
il
ica
moysa
ophia
Philos
nella
E
naturali promanare ...»”.
monoal
i
pagan
torna, equiparando l'apparente politeismo dei filosofioricis
asseveravePythag
cum
us,
Orphe
s,
critu
«Demo
co:
teismo mosai
summum
m
unicu
ad
runt, omnia esse Diis plena, at omnes hos deos
lovem referunt»*.
Badaloni ha
Nella sua autorevole Entwicklunsgeschichte vichianaente.
Il verso
tere-m
dell’e
ora
metaf
insistito sul tema di Giove come
te
elegan
sua
nella
funge,
60)
III,
(Buc.,
plena
virgiliano Jovis omnia
ruisce
ricost
analisi, come filo conduttore di una tesi interpretativa ,cheriperc
orrendo
umana
prassi
o
,
facere
come
e
ragion
della
la preistoria
Invedegli
sta
empiri
e
un gran numero di testi provenienti dall'ambient
ntanComme
alto.
più
punto
stiganti, fino a raggiungere in Vico il suo
la metafodo i numerosi passi della Scienza nuova prima in cui ricorre
ni —
Badalo
dice
—
plena
omnia
Jovis
del
ra di Giove, «la formula
vale per tutte le epoche dell'umanità. Per l’epoca ultima, essa vale
nel
per l'aspetto di razionalità, per cui tutti gli uomini sono inseriti
intensi
cui
per
fisico,
regno della coscienza; e vale anche per l’aspetto
e
de che la natura è ordinata secondo leggi ... Nell’epoca dellazaragion
raziocoscien
la
genera
che
mente
una
tutta spiegata Giove è insieme
nale degli uomini, ed un etere che penetra e muove tutto»”. ne
La vicenda narrata da Badaloni si fonda su una documentazio
alla
molto ampia ed ha una sua innegabile coerenza. Ma che dire secapita
Vico,
di
tacite
ni
citazio
origine di tale vicenda, scavando tra le
di ritrovare la metafora «gioviale» nella cosmogonia ermetizzante di
Fludd? Si dirà che è un tòpos corrente. Ma su questo punto cruciale
Fludd, scrittore tutt'altro che galileiano ed empirista, non fu forse
uno degli «auttori» segreti di Vico?
L’iniziazione pitagorica di Vico
877
Keplero, Mersenne, Gassendi, con tutte le implicazioni che comportarono? Quello scontro epocale aveva fatto precipitare il dissidio latente
tra due concezioni opposte della fisica (e dell’uso della matematica
in fisica), e aveva approfondito in modo ormai irreparabile il conflitto
tra mentalità scientifica e mentalità magica, filosofia corpuscolare e
animismo, facendo crollare l’edifizio visionario di Fludd,
vo della rinascenza”.
frutto tardi-
|
Probabilmente verso il 1725 Vico senti che la cosmogonia di Fludd
con tutte le sue premesse «egizie» e «pitagoriche», era perdente. Nella
Scienza nuova prima riprese e modulò l’immagine pregnante Jovis
omnia plena, ma non certo in senso panteistico. Anzi, il simbolismo
della divinità olimpica e pagana è una conferma — come in Fludd
emulo dei cabbalisti cristiani — dell'immagine monoteista e cristiana
della provvidenza. Quando poi nella prima Scienza nuova prese le
distanze dal mito della antiquissima italorum sapientia, fece autocritica
anche riguardo all’esegesi iniziatica del Cratilo, «del quale — ammise
—
ci siamo con error dilettati»?”.
4. Vico e gli etruschi
La sapienza egiziana — si legge nel proemio del De antiquissima
- fu trasmessa ai latini dalla coltissima nazione etrusca. Riguardo
all’ Etruria e al sapere etrusco Vico ripete luoghi comuni tradizionali
attinti a Vitruvio, Plinio, Livio, Plutarco, Dionigi di Alicarnasso: la
superiorita dell’ordine architettonico, i magnifici rituali, Fassellenss
della religione e della teologia civile, donde proviene in sostanza l'interior doctrina celata nelle locuzioni latine. Curiosamente, tuttavia, queste asserzioni del proemio non trovano alcun riscontro nel resto del
De antiquissima.
Se è così — e gli indizi sembrano convincenti — si potrebbero porre
sopaltre domande. Perché Vico tacque sempre il nome di Fludd, ile conesporne
a
are
rinunzi
senza
ma
s,
presse il proprio Liber physicu
censione apparsa sul «Giornale de’ Letterati», espresse il suo dissenso
quasi impenetrabile? Il suo silenzio fu dettato da un'autocensura puraego ricercare qual fosse la filosofia antichissima dell’Italia, e’ non era
tenuto nell’autobiografia in forma tanto criptica da rendere l’enigma
che
mente prudenziale? Oppure ebbe presenti le dure repliche polemi
come
uomini
in
che la cosmogonia mistica di Fludd aveva suscitato
25. De utriusque cosmi, cit., t. I, p. 48.
26. Philosophia Moysaica, cit., fol. 79 a.
21. Introduzione a Vico, cit., pp. 377-78 € passim.
È noto che Bernardo Trevisano, al quale è attribuita l’anonima redal metodo usato da Vico:
da rintracciarla tra l’origini e i significati de’ latini vocaboli, la qual via è
incertissima e suggetta a mille contese; ma egli era da procacciarsela in ri-
28. Circa il significato di quelle polemiche si veda ora W.H. Huffman,
pp. 53-63, che tiene conto di tutti gli studi precedenti. *
29. Scienza nuova prima, cil., p.
184.
Page 8
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)vangando e dissotterrando, per quanto si pud, i monumenti più antichi della
vecchia Etruria, onde i romani ricevettero le prime leggi spettanti sì al governo
civile della sua repubblica, sì a’ riti sacri della sua religione. Ovvero almeno
egli era da ricercare quali fossero i principi di quella filosofia, cui Halle Ionia
traslatò Pittagora nell'Italia e perciò fu detta «filosofia italica»...*.
Lo spostamento d'accento dal terreno incerto delle etimologie all'esame delle iscrizioni e delle fonti letterarie dimostra che il recensore
non condivide lo sfondo platonizzante del Cratilo né le tecniche dell’esegesi cabbalistica, ma si muove nell’ottica dell’antiquaria razionalista.
Infatti, in Italia e in Europa, le congetture sui rapporti tra etruschi
e pitagorismo, sulla personalita storica di Pitagora e sulla «scuola
italica» erano correnti da oltre un secolo tra i curiosi di etruscheria
e gli studiosi delle fonti greche, eruditi, archeologi, filologi. Gli accenni presenti nel De antiquissima mostrano che Vico aveva in qualche
L’iniziazione pitagorica di Vico
879
egizi al potente regno dei toscani ai romani, che dai loro vicini furono
iniziati non solo all’ordine architettonico e all’arte militare, ma soprattutto ereditarono l’arcana metafisica celata nella lingua e la «religione
più tragica... l'arcano della religione che non fa di leggieri scovrirsi».
Egizia, ossia ermetica, è dunque l'origine delle locuzioni latine e dei
«pochi ed oscurissimi dogmi di Pittagora»?.
Come si può vedere, nella Seconda risposta il filosofo napoletano
riunifica i due filoni del mito pitagorico, l’etrusco e il magnogreco,
da sempre compresenti nelle fonti greco-latine (p. es. Aristosseno, Porfirio, Cicerone, Ovidio, Plinio, Plutarco, Dionigi di Alicarnasso). Tuttavia prende posizione in modo più o meno implicito rispetto alla
filologia critica anglo-olandese del secolo XVII: tiene ferma l’origine
greca di Pitagora; rinuncia alla variante del mito che ne faceva un
oriundo «tirreno». Comunque, da parte sua, affermare l’esclusiva influenza degli etruschi sulla «setta italica», il primato cronologico e
l'autonomia dottrinale dei pitagorici rispetto alla filosofia greca, era
modo presenti quelle congetture; ma non raccolse la sfida di Trevisano
né entrò nei dettagli. Si limitò a replicare che tutt’altro era il suo
intento. Insisté sull’ipotesi che i pitagorici, pur essendo greci, avessero
importato la loro sapienza iniziatica non dalla Grecia, ma da «lettere
sti dell'Europa protestante.
atavico diffuso nella penisola, del quale la testimonianza più concreta
della «metafisica propia» il mito della sapienza italica; ma fece parte
molto più antiche delle greche»; ossia dal patrimonio di un sapere
è il tempio etrusco o tuscanico descritto da Vitruvio. Dopo una puntigliosa difesa della sua metafisica e delle sue etimologie, Vico riafferma
la «forte conghiettura», anzi la «ferma opinione», che l'iniziazione
dei latini venisse, tramite non i greci ma gli etruschi, direttamente
dall’Egitto — la patria di Ermete e dell’occultismo — «quando nell’Egitto fioriva quel grandissimo imperio ... Verisimile, anzi necessaria
cosa, egli & che gli egizi, signoreggiando tutto il mare interno, facilmente per le sue riviere avessero dedotto colonie e cosi portato in
Toscana la loro filosofia»?'. Allude, a sostegno della propria tesi, al
mito platonico di Atlantide del Timeo: «Come dicesi di Platone in
dar prova di una pietas patriottica da sempre diffusa nella penisola,
ma ormai contraddetta dalle ricerche filologiche degli eruditi razionali-
Nel 1710 Vico utilizzò dunque a suo modo e adattò alle formule
a sé nella disputa sulle origini degli etruschi e degli italici che s’intrecciava al di qua e
al di lá delle Alpi. Nel Diritto universale e nella
Sinopsi (1721) i primati dei «toscani» rispetto ai greci e il loro influsso
sui romani sono nuovamente elencati con puntiglio**.
Dopo la svolta del 1725 il tema etrusco scompare invece dall’orizzonte vichiano. Nell’autobiografia e nelle tre redazioni della Scienza
nuova (1725, 1730, 1744) gli etruschi sono menzionati soltanto sporadicamente. Vico aveva recuperato le cronologie bibliche ed esorcizzato
le sterminate antichità della storia pagana”. Tutto intento a meditare sulla storia delle più remote origini umane, rimase estraneo al revi-
Egitto, Pittagora in Italia a cotal fine portatosi, qui avendo apparato
italiana filosofia e riuscitovi dottissimo, li fosse piaciuto fermarsi
nuova il tema della prisca sapientia razionale fu sostituito dalla teoria
sapienza egizia fu «molto innanzi portata da Toscana in Magna Grecia
suoi occhi anche la figura favolosa di Pitagora —
nella Magna Grecia, in Cotrone, ed ivi fondar la sua scuola»”. La
e, prima che in Magna Grecia, nel Lazio». Riassunta «la condotta
dell’opera», Vico ricapitola la genealogia dell'antica sapienza, dagli
val settecentesco della discussione sulle origini etrusche. Nella Scienza
degli universali fantastici, del mito e della poesia primitiva. Così ai
Ermete —
come quelle di
si trasformò in un simbolo, in un «poeta teologo», e i
33. Jbid., p. 335.
30. Vico stesso cita questo passo del recensore in «Seconda risposta», Opere, cit., p. 332,
31. Ibid., p. 333.
32. Ibid., p. 334.
34. II diritto universale, a cura di F. Nicolini, Bari 1927, 3 vol.; I, 7 e Il, 396-98.
35. Cf. Paolo Rossi, «Il rifiuto delle sterminate antichità», in Le sterminate antichità,
Pisa 1969, pp.
Page 9
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)viaggi di cui parlano le Vite pitagoriche apparvero finzioni € imposture. Vico non s'interessó più delle congetture sul pitagorismo italola
etrusco, che ripresero vigore con l’etruscheria settecentesca dopodelregali
Etruria
De
del
pubblicazione, a cura di Filippo Buonarroti,
l'erudito scozzese Thomas Dempster (1726). Attorno a questa massiccia compilazione, composta quasi un secolo innanzi su commissione
NOTE E DISCUSSIONI
«EXPURGATIO IMPOSSIBILIS»:
FILOSOFIA E RELIGIONE IN TELESIO
di Roberto Bondì
di Cosimo Il dei Medici e rimasta inedita per oltre ottant’anni, si
annodarono negli anni Trenta vivaci discussioni tra antiquari come
a
Scipione Maffei, Anton Francesco Gori, gli accademici di Corton
antie altri eruditi toscani*, nessuno dei quali fa menzione del De
quissima. La rarissima edizione del Liber metaphysicus, lasciato cadere
nell’oblio ma non ripudiato dal suo autore, sarebbe riaffiorata soltanto alla fine del secolo grazie a Vincenzo Cuoco, che sulle elucubrazioni
antiquarie del primo Vico avrebbe fondato il suo romanzo utopistico,
pitagorico, platonico e patriottico sull’antica sapienza degli italiani.
1. La lettera di Telesio al cardinale Flavio Orsini del 1570
Nel proemio all’edizione definitiva del De rerum natura, Telesio, con parole
divenute giustamente famose, affermava la netta subordinazione dell’indagine
filosofica alla fede:
Affermiamo e dichiariamo fermamente che se qualcosa di ciò che abbiamo sostenuto
non dovesse concordare con le Sacre Scritture o con le verità della Chiesa cattolica
non deve essere mantenuto, anzi deve essere totalmente rifiutato. Ad esse, infatti, bisogna posporre non solo qualsiasi ragionamento umano, ma anche il senso stesso; se
con esse non concorda, persino il senso deve essere assolutamente rinnegato!.
La critica ha discusso a lungo su questa dichiarazione. Convincente è la
tesi di Eugenio Garin secondo la quale Telesio obbedirebbe a un’«esigenza
di umile sottomissione»?. Non è invece convincente la tesi di Luigi De Fran-
1. B. Telesii De rerum natura iuxta propria principia libri IX, apud Horatium Salvianum, Neapoli 1587, p. 2: «Nec tamen (si quid eorum, quae nobis posita sunt, sacris
litteris, Catholicaeve Ecclesiae decretis non cohaereat) tenendum id, quin penitus reiiciendum asseveramus, contendimusque. Neque enim humana modo ratio quaevis, sed
ipse etiam sensus illis posthabendus, et si illis non congruat, abnegandus omnino, et
ipse etiam est sensus». La terza edizione del De rerum natura risale al 1586, ma vi
sono alcuni esemplari che recano la data 1587; tra questi quello che si è adoperato
nel presente studio, indicato da qui in avanti con DRNS.
2. E. Garin, Postilla telesiana [1957], in La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Sansoni, Firenze 1961, p. 447. In questo scritto, che è ancora fondamentale nel
panorama degli studi telesiani, Garin sottolineava la «freschezza impetuosa che fa del
de rerum natura del *65 forse il capolavoro di Telesio», e evidenziava la presenza,
nelle edizioni successive, di «devote precisazioni».
Rivista di storia della filosofia n. 4, 1996