Ptolemaios: chi era costui?

Auteur
Negri, M.
Publié dans
Paideia
Année
2001
Sujet
PTOLEMY
Langue
Italiano
Catégorie
C11 Cosmologie
Numéro d'archive
5913

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M. Negri, Prolemaios: chi era costui? RE, deve essere quindi considerata dubbia».° turale... L’attribuzione a Ptolemaios Epithetes, che si trova in Dihle astronomo Claudio Tolomeo sia meglio motivata, benché congetneti e del sole, Pimmobilita dell’epodo invece la fissitä della terra. Ed & proprio questo naturale riferimento alla immobilità della terra al centro dell’universo unitamente all’osservazione del movimento dei corpi celesti, che parla in favore di Claudio Tolomeo. L'argomento, fra tutti quelli portati, à Punico ad avere una certa consistenza: per questo riteniamo, al momento, che l'attribuzionc del frammento e del trattato Ilepı statixyg motnsews al musicologo e seguenti paralleli analogici: il movimento della strofe indica quello dell’universo, il movimento dell’antistrofe quello contrario det pialogica della struttura della triade strofica, che vi si trova, stabilisce i x 124 tiva si à rivelata l’osservazione fatta da O. Crusiuse ripresa da H. Färber sul contenuto stesso del frammento. La spiegazione cosmo- Paideia LVI (2001) Gro mept years dreroyopevar Teradra de ai oves Toa Ex TE STpOpTS Mat dvttatpspov zuEripdnd. otpOpT pev oùv ÉSTL xwhwy ROY edpudpos ouvdeor Ervepolats otpophs AVTLTTPOP zal STD où, xexntat de À yey sepapN, kaÿo nor tohepaingEv ze Ileot FIAT TRE GONEza adroune edpudpws xıveisdan, ayers av ENG Er’ TTATATS TOUNTEUX. dua, TO Touc do vrag vonk utvetaSar mept Tov Bapo, INWALYDYTaS Thy 700 ffiout emo derciarpopos de Six TO Te Opp rois da ET HÔOS de, net lo Tue vor éxysov, dta TOUTOU Sxeivov tov TOTOV, Ap'où heEovTo T6 zov velaar qviscovzo de Bra TOUTOU THY TOU tou KUNT, êen Tij Evavrian 09706 doxel TO EPpovov zal STEppOY THe VAE mApLoTÚ TES. Tralasctando per il momento i numerosi problemi posti dal testo, prendiamota considerazione solo la citazione che qui interessa.we non meglio precisato Tolemeo, nel suo trattato legt 5TTATLAŸS TOLHTEWS, aveva individuato nella successione di TROT, ÀYTITeo. pos ed éxwêcc un’allegoria degli opposti movimenti del cielo e del sole, nonché dell’immobile fissità della terra. Che nel corrotto tBiovt debba identificarsi il cosmo ovvero il cielo delle stelle fisse & garantito oltre che dalla parte riferita subito dopo al sole, il cui movimento à opposto tm xóspw, anche da numerosi altri passi, tutti ricollegabili tra loro, che nel riportare questa stessa analogia parlano rispettivamente di caelum, zo nav, Gwdraxds nuxhos. à âvurate spaipa, odpavos (Mar.Victorin. gramm. vol. VI p. 60.5-14 E da questo argomento contenutistico che deve allora prendere le mosse una riconsiderazione del problema. La prima osservazione é di carattere generale: se & fuori discussione che un riferimento alimmobile centralita della terra st troverebbe al suo posto nell'opera di Claudio Tolomeo, deponendo in questo senso a suo favore, & invece discutibile l'implicito presupposto che essa non potesse essere conosciuta, condivisa e magari citata da Ptolemaios Epithetes. Infatti la concezione geocentrica dell’universo, attribuita gia ad Anassimandro (Diog.Laert. 2.1 = A 1 DK) e Parmenide (Diog. Laert. 9.21 = A 1 DK), fu definitivamente consacrata nel corso del IV secolo a.C. dalla cosmologia platonica (Tim. gob-c, cfr. anche Phaed. 108-109) e aristotelica (De caelo 293a ss, in particolare 296a-297a) per poi diventare principio scientifico vulgato nel mondo greco come a Roma (Arat. 22-23, Zeno SVF 2.99, Chrysip. SVF 2.646, Lucr. 5.534, Cic. nat.deor. 2.91, 98; rep. 6.5.18; Manil. 1.202 ss; Vitr. 9.1.2; Plin. nat. 2.11, 176)” Va altresi notato come l’eleed. M. Schmidt, Leipzig 1854 (rist. Amsterdam 1964), pp. 395-396; J. Trigoin, Les scholies métriques de Pindare, Paris 1988, pp. 56 e 95. più o meno tacite identificazioni con Claudio Tolemeo, cfr. Didymi Chaleentert Fragmenta, 6 Assai decisa ta presa di posizione di Farber, op. cit, alla n. 4, pe zu: «es ist der bekannte Astronom, Geograph und Musiktheoretiker Klaudios Ptolematos, der sich schon in der Gleichsetzung der Epode mit der stille stehenden Erde verrät», cut si possono aceostare altre * Raccolti e discussi prima da ©, Crusius, Stesichoros und die epodische Komposition in der griechischen Lyrik, in Comment. Philologae quibus ©. Ribbeckio... congratulantur discipuli Lipsienses, Lipsiac 1888, pp. to s . (ron vidi), successivamente da II. Farber, Die Lyrik in ra, ac. di P. Gros, traduzione e commento di A. Corse - E‚ Romano, ‘Torino 1997, vol. 2 p. 1258 n. 74. Su questo e altri problemi dell’astronomia nella Grecia antica si vedano in gene- Keil: sch. Pind. capp. b, c pp. 306.16-24 e 307.9-18 Drachmann Il: EGen AB s.v. zeoowtov = EM 690.5 1-58; sch. rec. Heph. p. 172.29 ss. Westphal = p. 200.16 ss. Gaisford; sch. byz. Eur. Hec. 640)*. A sostenere l’identificazione di questo Ptolematos con l’Epithetes fu A. Dihle nell’articolo da lui dedicato a quest'ultimo in RE (n. 78), sulla base invero non molto solida della constatazione che l'unico Ptolemaios ad essere esplicitamente citato negli scoli a Pindaro@ appunto l’Epithetes (sch. ©. 5.44c). Mettendoin luce la debolezza di quest’argomentazione e basandosi su indizi di carattere contenutistico, F. Montanari propende cautamente per l’attribuzione a Claudio Tolomeo (op. cit. alla n. 1, pp. 108-109): «Più produtder Kansttheorie der Antike, München 1936 (dal quale dipendo per i testi di sch. rec. Herale DR. Dicks, Early Greek Astronomy to Aristotle, Ithaca (New York) 1970; FF Repelli- 7 ¥. Aratus, Phaenomena, ed. by D. Kidd, Cambridge 1997, p. 153 Vitruvio, De Architertu- $ Band 23/2, Stuttgart 1959, 1862.65- 1864.19. phest. « sch. byz. Eur. Hec. 640),

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mento, giudicato prettamente ‘tolemaico’, della terra come centro dell’ universo — elemento che in effetti comunemente compare in coppia con la sua immobilita -, nel nostro frammento non trova espressione diretta, ma si parla solo dell’assenza di movimento terrestre, concetto anche questo risalente almeno a Platone (Tim. sse: la terra é dxtvqtotaty) ce condiviso da Aristotele (De caelo 296b2526: [la terra] tt pev oùv ove wrveitar oùT'éxtoc neitar TOU Léon, PAVECOYV, 29742: AVAYXALOV... [LEVELY WITT ext TOY pesov) come dagli stoici (Diog.Laert. 7.144 = Chrysip. SVF 2.650: doxet de adzots TPARLPDELÄT Elvat... THY YY, AXIVNTOY oùgav). Gia al tempo dell’Epithetes dunque la teoria astronomica che sta alla base dell’analogia tra movimenti corali e movimenti astral esposta nel frammento qui in esame era patrimonio scientifico comune e diffuso, sostenuto da fonti autorevoli e non solo specialistiche, per cui la base contenutistica su cui si fonda la preferenza accordata a Claudio Tolomeo comincia a rivelare qualche debolezza. Un ulteriore e assai più decisivo indizio per escludere Claudio Tolomeo é invece fornito dalla forma stessa del frammento, laddove si dice che il sole «sembra» muoversi al contrario dell’universo (Hvisgovto Se ua TOUTOU THY TOD HAtou Ktvnorv, êneÔn THY EvavThay OUTIg Boxed Tú KOC noreisdar). Una formulazione di questo tenore non è assolutamente attribuibile a Claudio Tolomeo, in quanto contraddice proprio la teoria astronomica da lui sostenuta. Vediamo perché. Parlando in termini molto generali, la teoria cosmologica sottesa al nostro frammento fa riferimento ai moti opposti della sfera celeste (ovvero delle stelle fisse) e del sole (oltre che di luna e pianeti). Si tratta anche in questo caso di una dottrina assai antica, che trova per noi la sua prima espressione in Platone (Rp. 617a: wundeiodar de An TTEEPOLLEVOV TOV ATPARTOV OAOV LEV THY BUTHY popav, Ev dE TM OA HEPIDEPOLE VE TOUS ev ÉVTOG ÊTTA xuxhoug TAY Evavtiav TM) Dem Npepa reptpépes dat) ma era stata formulata gia dai pitagorici, forse addirittura al principio del V secolo a.C.*, e sancita poi da Eudosso (fr. 124 p. 68.12-17 Lasserre)?: Eaudo& totvuy zal vois noo ni, Matematica, astronomia e meccanica, ne Lo Spazio Letterario della Grecia Antica, vol. 1 tomo 2, Roma 1993, pp. 305-343 (sull'astronomia 318-334). 8 Vin proposite Géminos, Introduction aux Phénomènes, ed. G. Aujac, Paris 1975, p. 124 n. 3 e il testo stesso di Gemino 1.19; contrario a una datazione così alta D.R. Dicks, op. ait. alla n. 7, pp. 74-75. ? Die fragmente des Eudoxos von Knidos, herausgegeben, übersetzt und kommentiert von F. Lasserre, Berlin 1966. M, Negri, Prolemaios: chi era costui? 127 ao TeEic h Hhtos Eönxeı xıveisden mivngets TH te TOY AThAVEY opalen dm'dvarokúys ert Öuspas oupneptraydpevoc val altos THY EVAITIAY Ota TOY Seodexa Lmdlmv pephpevos at tpitov emt TOD dex pêotov Tov Code eis ta rAayın naperzperöpevos (cfr. anche la testimontanza di Aristotele, Metaph. A 58, 1073b.17 ss.). Tale dottrina fu stabilmente assunta tra i principi fondamentali della successiva speculazione astronomica, come si pud vedere ad es. nel trattato Dept éxttokmy xat duce di Autolico di Pitane, databile alla fine del IV sec. a.C., o nell’/ntroduzione ai Fenomeni di Gemino, opera del I sec. a.C. ma che attinge a fonti anche di molto anteriort in cui si veda, con ampia trattazione, l’intero capitolo 12, di cui basterà qui citare il titolo (Om thy évavtiay zo zoop zino ol mhavytes rotodvtat)®, fino a giungere a Claudio Tolomeo, Alm. 1.8 (26.14-27.4 Heiberg): zebs de toytors Ett xaxeivo viv x2%0 hou Ts Av Hynoarzo Sexating npodaBetv, O71 Ao Sragopal tay zouw “Loewy eiouw Ey tH) pa, Lia ev bp'he pepeta: navra and dvaroktov Er Öuopas.. de Étépa, xa hy al tdv dotéomy spaioat KATH TH EVAVTIA TH nooetenpévn pops MoLodvtat Tivac [LETAXIV GEG mept rohouc ÉTépous zat où TONS AUTOS Tois THE ROWING REL ayoyne. A franco di questa teoria ne fu sviluppata un’altra, probabilmente ad opera della scuola aristotelica' , secondo la quale il movimento del sole e dei pianeti nella direzione opposta al firmamento & solo apparente e dovuto in realta alla maggiore lentezza con cui questi corpi celesti compiono il loro moto rispetto alla sfera delle stelle fisse, la quale lentezza fa si che essi siano in ritardo rispetto al movimento celeste e sembrino pertanto spostarsi nella direzione contraria (v. Gem. 12.14-15: héyouor DE trvec eig wev Ta Enópeva Lodın THY petaBacty yiverdar tH AM nal Th sekhvn, ph pévror ye '° Autol. Epit. 2.1: Boze à zins Cudteey mids 6 Al, agit 22.4 VA, mat Avarodkeh pen coo flou Est Ort 700 A. Sore Sb Ent 700 Vy zat à xaos ane zis A Bao Ent Susi vey I Frpegesdm, & AE Mans eis th Evavıiz zu Leodtaxd ueveisGn. Gem. 1.19: 'Yrbverzar ve nebe Alıny Thy docpohoyiay H)ov ze zal Tenue ual rods € zharhvas broragios zet 6272 Ales wal Grevavtting To ap ztvelzda. Gemino viene datato ora alla prima, ora alla seconda meta del secolo: in proposito v. G. Aujac, ed. cit. alla n. 8, pp. XIX-X XIV; sulle sue fonti pp. LXXXIV-LXXXVIIL Per testimonianze del I sec. a.C. efr. anche Cic. nat. deor. 2.49; Vite. 9.1.5, 9.6.1. VEE variamente attribuita da fonti posteriori ad Anassagora, Democrito, Cleante, v. G. Aujac, ed. cit. alla n. 8, p. 146 n. 3. E forse utile confrontare anche Aristot. Vegt pedazopias fr. 12b Ross (= 11 Rose), in cui si dice che i primi vomini che osservarono il ciclo dedussero Pesistenza della divinità dalle ordinate danze degli asıri e dal percorso del sole Ara Avaroh és usypt dusen3,

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Paidert LVI (2001) Grevavites adtouc Kiveiodm tH zoomt, BAK dra Ta weyedn Unoreinesdar adtous THS vv anhavov àsTEpmy opalpas. Aoxsiv de qpiv els Ta Enopeva zov Cwdtwy thy petaBacty yiveodar wara THY varta mig [15] tos de py eivaı andes, AAG pepe dat wer Ahoy vant gekr m nv an ‘avazok.r ns ert duo, HATATAYOME VOUS Sond 109 xóopoupo TOD xoxkov zeprdpapeiv Ev toig ExopEvats Co dto1g SewpeicIat). Di questa teoria Gemino fornisce una decisa e dettagliata confutazione (12.19-27), che con tutta verisimiglianza sarà stata formulata già da qualcuna delle sue fonti, e più tardi lo stesso Claudio Tolomco, Alm. 1.8, non le dedicherà che un fuggevole cenno nel corso dell’esposizione delle prove in base alle quali& necessario postulare per sole, luna e pianeti un movimento opposto a quello del cosmo" Come si pud ve dere da Gemino 12.14 sopra citato (oxeiv de Hpty...), e come confermano trattatisti d’astronomia coevi e posteriori (che attingono però a fonti assai più antiche ¢ spesso autorevoli) quali, in epoca augustea, Igino, astr. 4.13.6 (sol... videtur contra mundum ire) ¢ più tardi Cleomede, C 1.3, 30.2-6 Ziegler (Abn dE N ivnais TV (he. zov TALUNE VOD] SyoAmoTepa ott Tis Tou Af. Negri, Ptolemaios: chi era costui? 129 nomiche non specificamente tecniche quale potrebbe essere stato appunto l'Epithetes. À quest'epoca infatti& plausibile che tale teoria non avesse ancora risentito granché di quel progressivo accantonamento che la portera at margini del sistema cosmologico tolemaico, edé difficile che discussioni scientifichein corso trovassero echi precisi nei ‘manuali’ della contemporanea divulgazione astronomica, in cui la teoria del ritardo incontrava forse favore anche per la sua maggior corrispondenza con il senso comune, giacché salvaguardava il movimento del sole da est a ovest (laddove il principio presupposto dalla teoria del moto contrario, per cui il movimento peculiare del soleà realmente da ovest a est, poteva suscitare perplessità nel pubblico dei non addetti ai lavori)'*. A cid si aggiunga che net Phaenomena, che costituiscono in questo secolo come nel precedente e net successivi il principale ‘motore’ della divulgazione astronomica — € allo stesso tempo della speculazione scienufica più seria -, Arato, pur toccando più volte l'argomento del percorso del sole (cfr. almeno vv. 319-321, 550-552, e dei pianeti 454 ss. ), non si sofferma sulla sua direzione, e per quanto gli scoli attuali riportino di preferenza la tesi del movimento solare opposto al cosmo (v. sch. XO ALVNTEUMS" Òoxel de zat THY Evav TLV xuvelodar Te OPA), oe ENO TAG Ouse Exil THY Avazodınv pepöpeva), 'impiego del verbo doxé a proposito dei moti planetari efo solari, quale compare nel frammento qui in esame, & specifico di questa teoria del ‘ritardo’ dei pianeti e non può pertanto essere attribuito a Claudio Tolomeo, che come s’é visto adotta senza incertezze la contrapposta teoria del loro movimento verso est, contrario a quello della volta celeste. La possibilita che nel fr. 6* Montanari l’uso di questo verbo non rispecchi le parole di Ptolemaios ma costituisca un intervento o una rielaborazione posteriore mi sembra ipotesi abbastanza remota, e destinata a porre problemi di non facile soluzione nel caso si volesse comunque attribuirlo a Claudio Tolomco, primo fra tutti il grado di competenza astronomica dell’eventuale rielaboratore (un ‘nostalgico’ sostenitore post-tolemaico della superata teoria del ritardo dei pianeti?), nonché i fini da lui perseguiti. Un riferimento a questa teoria del ritardo si spiegherebbe invece assai meglio in epoca relativamente alta quale la seconda meta del IT sec. a.C, e ad opera di un personaggio dotato di conoscenze astro- '? Sarebbeinteressante per esempio sapere quanto indietre nel tempo risale PiInterpretazione come presagio nefaste del sogno in cui il sole va da ovest a est, che troviame ormai eodificata nel I sec. d.C. nell'oniroeritica di Artemidore di Daldi, il quale la commenta con parole singolarmente consonant con la terminologia astronnmica (2.36): 09500 [ie Weal yap. we eines, Thy Évavsias giet xtvounevoy zins VOTE zal ch Gov zat to ext eene. Anche gli scoliasti all’ Oreste di Euripide (998) mostrano di intendere questa principio astronomico came un’inversione del corso del sole, dato che lo citano (6 var gorie Miyos toy Hato anodelzvun try Évavrias avin mopelav zn pavé) a Propesito dello stravolgimento del percorso solare operato da Eris per causa di Atreo di cui ai vv. 1002-1006. Ë anche possibile che una siffatta ragione per così dire di opportunità divulgativa, oltre all’ indole ‘conservatrice’ pica dei lavori di mera compilazione o riclaburazione delle fonti, abbia consentito la sopravvivenza della teoria del ritardo nelle opere astronomiche antiche assai più a lungo di quanto giustificasse la credibilità accordatale in sede scientifica, can’ che in alcuni dei trattati d'astronomia giunti fine a noi si ha Pimpressione che la differenza tra le due teorie non venga più colta distintamente (cir. Hyg. astr. 4.13.5-6; Cleom. 1.3, 301-15 Ziegler). Igino, dopo aver esposte € sostenuto la teoria del moto eppesto con uno sviluppo affine a Gem. 12.5-10, fino a cancludere come lui: (4.13.5) necesse est cum |i.e. solem] contra mundi inchnationem currere, passa sorprendentemente a esporre — in modo per la verità non del tutto chtaro — il paragone con una nave, proprio dellarmamentario argomentativo dei sostenitari della teoria del ricardo, per affermare in conclusione: (6) sol cum per ipsum mundum iter conficiat et eo contincatier, videtur contre mundion ire (sullaffrettata e pasticciata stesura del libro IV v. anche A. Le Boeuffle, ÆHvgin. 1’Astrononie, Paris 1983, p. XXVII). Cleomede + Alm. 1.8 (27.21-28.4 Heiberg): ef piv obv. neSavoy yap Av obting Boarn vat tb Thy yew. pévav abris peraßanıv na Orodkelgers Örapdenus nal pn KATH dutimeysevyy KLV À TOTEpresenta senza soluzione di continuità, ¢ senza accorgersi della contraddizione, la teoria del ritardo e il paragone con le formiche su una ructa di vasaio che fa invece parte degli argomenti portati a riprova della teoria del moto opposto, v, Vitr. 9.1.15, Ach. 20.16-24 p. 48 Reis ar. vov dt Aya (...). Maass.

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457, $50) c'è almeno un caso in cui sembrano alludere anche alla teoria del ritardo (sch. 321)"*. . Del resto l'attuale mancanza di questa teoria negli scoli ad Arato non influisce più di tanto sulla (concreta) possibilità che tra le fonti principali delle conoscenze astronomiche di Ptolemaios vi fosse un commento o un’introduzione ai Phaenomena di Arato, dal momento che l’affermazione in sede scientifica della teoria det moti opposti poté provocare la progressiva scomparsa dai commenti della teoria concorrente, ormai superata; a cid potrà aver contribuito anche la communis opinio secondo cui Arato mise in versi le tesi enunciate da Eudosso, convinto sostenitore della teoria det moti opposti. Al tempo dell’Epithetes infatti, come sappiamo da Ipparco, erano gia disponibili numerosi commenti ad Arato'’, in cut gli esegeti dovevano proporre interpretazioni diverse a seconda della propria posizione di scuola, talvolta anche a prezzo di pesanti distorsiont del testo arateo, come ci conferma un’affermazione del- Panonimo Legt Erynsemc che accompagna i nostri scoli, la quale seconde Martin potrebbe risalire addirittura all’edizione alessandrina di Arato: éAypqvay de root zoöro TO rotqua Coypapor zat dazgovópor Kal YOAMLATIXOL Kat Yempetoat, Exaato¢ AÜTOY FES zò Bou} zo idtov ypapas wai eEnyyaers tac moronpevor.'® C’e inoltre la possibilità che la v./. testimoniata da Achille al v. 455 dei Phaenomena, Era in luogo di zavrodev, sia la spia di un antico dibattito sulla posizione sostenuta da Arato su un punto importante della dottrina astronomica quale la natura dei moti di sole, luna e piancti che non trovava diretta espressione nel poema, un dibattito che qualcuno poté voler risolvere introducendo di peso nel testo M. Negri, Ptolemaios: cht era costui? 131 Che infine nel novero dei non specialisti potessero rientrare pure filologi di buona scuola e dottrina non deve sorprendere, dato che quella (reciproca) diffidenza tra filologia e astronomia ‘scientifica” nutrita in seno ai commentatori aratei che si può ricavare dalla significativa divisione appena ricordata tra yeappatixot e âotpovójot (delle cui competenze 1 primi erano evidentemente privi), era sicuramente avvertita proprio nell’ambiente alessandrino frequentato dall’Epithetes nel campo degli studi omerict. Una testimonianza in questo senso ci é fornita da Strabone che, nel riportare diffusamente alcuni aspetti della famosa disputa tra Aristarco e Cratete relativi all’esegesi di passi omerici di interesse astronomico-geografico, si schiera a favore del primo perché il secondo proponeva interpretazioni di Omero «troppo da astronomo» (1.2.24: elpnxe de oûtec KTTPOVORLKWTEROV vogtoac).'* Non penseret pertanto di dover vedere nell’impiego di doxém da parte di Ptolematos Epithetes una consapevole adesione scientifica alla teoria del ritardo in opposizione ai sostenitori della tesi concorrente quanto piuttosto un’espressione desunta dalla corrente divulgazione astronomica, da collegare forse all’interpretazione di Arato, tanto più che proprio l’analogia che egli presenta ha senso soltanto se i moti del ciclo e del sole vengono considerati opposti (se in apparenza o in realtà, non importa): diversamente infatti non sarebbe stato possibile accostarvi i movimenti del coro prima in un senso pot nell’altro. Negata a Claudio Tolomeo la paternitä del [legt sratınng zoungewe proprio su quel piano prettamente astronomico che sembrava dovergliela assegnare, l’attribuzione a Ptolemaios Epithetes riacarateo la test scientifica prescelta o ‘vincente’, quella cioè dei moti quista quindi piena plausibilitä, che cercheremo di sostenere con contrapposti?. ulterior’ elementi. L'esame del contesto astronomico del resto non esaurisce che uno dei numerosi motivi d'interesse offerti dal nostro SL) lou zêleubós bots u Stk means viv B dim EE dvavclas ven navel rives, Ty gy einev [v. 319] non Amends. Avamaaos pag wal Poadein, Ayipevas ag 6 Geos ono vhs Tod pan negtpegelas, 29793 els zooniam zat Wrngh Rousset, zal vbn lus adroj nier oi Keyausın, 'S Cosi si esprime Ipparco alla meta del II sec. a.C. nell’introduzione al suo commento ai Phaenomena (1.1.3): Wee qa nev obv thy “Agdrou Parvopeva zal 22201 meloves suvieFTAYATN. frammento, tutti degni di attenzione: il sostrato culturale di quest’analogia; la sua connessione con il titolo del trattato e il suo possibile significato nella storia dell’erudizione antica sull’argomento; la possibilità di ricostruire qualche aspetto di queste danze corali, soprattutto in relazione alla direzione dei loro movimenti, o alme- 6 Heat EEnyhoems 3, p. 80.24-26 Maass (che lo attribuisce ad Achille Fazio) = p. 33-10-13 Martin. V. Aratos. Phénomènes, texte établi, traduit et commenté par Jean Martin, Tome I diversa lege ferumtur fet proprio motu mundo contraria volvunt } curricnla exceduntque loco Texte, Tome 11 Commentaire, Paris, Les Belles Lettres, 1998, vol. Lp. CXXX; cfr. anche J. Martin, Histoire du texte d'Aratos, Paris 1956, pp. 10-11. et vestigia mutant (v. in proposito Germanicus. Les Phénomènes d’Aratos, ed. A. Le Bocuffle, Paris 1975, p. 66 n. 9). '7 Potrebbe aver avute a disposizione un esemplare di Arato recante ëpezdtv anche Germanico, che a propusite dei moti planctari così si esprime (437-439): Quingue aliae stellae V. anche Gem. 6.16, cfr. 6.20; Ach. p. 30.13-14 Maass: pagtupodae BE Keating wat Anion 4 |M.eisrovke)ians Ore Astpovanns "Uhwngos. 18 .

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no delle descrizioni che ne davano gli antichi, attraverso il confronto con i numerosi — ¢ problematict — passi paralleli; infine la questione didimea, vale a dire la possibilità di vedere nel Hegt srarınng rovngeme una delle fonti del Ilepı Augızav orte» di Didimo. L'analogia formulata dall’Epithetes assoctando nozioni astronomiche e movimenti di danza nelle esecuzioni corali della triade strofica appare inedita, ma se consideriamo da un lato la strettissima correlazione di danza, poesia e musica nell’uso lirico antico (ribadita nel nostro caso dalla presenza di tale analogia in un contesto esplicitamente dedicato allo studio di forme poetiche, oltre che dalla forma stessa dell’ espressione che associa canto ce danza: toug adovtas aundm xwvelodar… tatapevor éxpdov), dall'altro l’affermazione che la danza umana imita i movimenti degli astri (Fnp.atvovcas. fvissovto), riesce possibile sia rivalutarne il contatto con quegli interesst musicali di Ptolemaios suggeriti dal fr. 5 (rohe uaioc de à ‘Enidétne tous &v Audta addons Prot meta zeverv Ev TH TEX) per i quali egli ha appunto meritato la sua unica citazione negli scoli a Pindaro (sch. ©. 5.44c), sia recuperarne il sostrato culturaleinserendolain quel filone di studi filosofico-musicali di antica matrice pitagorica che faceva della musica (terrena) un’imitazione dell’armonia prodotta dalle sfere celesti nei loro movimenti"? Assunto c rielaborato da Platone (cfr. ancora Rp. 617a-c, e ampiamente Tim. 35-36; per ’imitazione dell armonia divina nei suoni prodotti dall'uomo Tim. Sob), il modello pitagorico dell’«armonia delle sfere» esercita la sua influenza tanto sulla speculazione astronomica, con il concetto dei moti circolari e uniformi, quanto sugli studi musicali, per esempio nell’esame dei rapporti di nomi e altezze delle note con i pianeti,®® e conosce un duraturo successo in cpoca ellenistica e romana: come sappiamo dalla testimonianza del- ' Sulla possibile ascendenza pitagorica dell'analogia di Prolemaios (inteso perd come Claudie Tolomeo) cfr. ©. Crusius e 11, Farber, opp, att, alla n. 4, rispettivamente alle p. 12 ¢ 22. Com’ noto, Pitagora sarebbe stata in grado, a differenza degli uomini comuni, di udire Parmonia di universo, sfere e astri mobili, e avrebbe inoltre assimilato alle Muse à suoni prodotti dai sette pianeti, dalla sfera delle stelle fisse e dall ’antichthon: 25: 70 RAVTÈS aopovins Trgmarı unes The nudeln vin spp wal TAY KET ROT Eat»ape poles... 2 Tu ÉRTA kozegev poeyunse wal vig TOY Rare àEar ze carre £ tae Deven BE nav winds dutlydoune tag wen Moses etvar re (Porfirio, Vita di Pitagora 30-31). Di Snnaedtvor songer val Ent naauntin zal pia fj vat kds: parla invece Porph. fr. 3598 (p. 422.21-23 Smith). 20 . . . . . . . Numerose le testimonianze in merite sia da parte musicale (cfr. Nieom. Harm. 3, 241.1242.18 Jan; [Plut.] Afus. 44, 11474) sia da parte astvonemica (ctr. Dlin. zat. 2.84; Ach. 16 p. 43.10-13 Maass). M. Negri, Ptolemaios: chi era costui? 133 l’astronomo Achille Tazio (p. 42.20-23 ¢ 43.7-8 Maass), se ne occuparono in opere purtroppo perdute Arato, nel Canon, ed Eratostene, nell’Hermes; anche la ripresa ciceroniana della visione cosmica di Er nel Sommium Sciptonis (4.17-5.18)integrerä il modello platonico con materiale eratostenico, come il principio dei novem orbes vel potius globi, con l'aggiunta cioè della terra alle otto sfere di cielo e pianeti (v. Eratosth. fr. 15 Powell = 397A SH)". Alla prima meta del II sec. a.C. (entro il 168) va inoltre datato secondo Burkert un fortunato apocrifo pitagorico che, prendendo le mosse ancora dall'Hermes di Eratostene, sviluppava il concetto della musica delle sfere disponendo tra di esse intervalli di toni ¢ semitoni e assegnando a ciascun pianeta un’ barmonia (dorica, frigia, ecc.), e che esercito notevole influenza a Roma, costituendo fra l’altro la fonte di Plinio NH 2.84.” Nelle testimonianze in nostro possesso l’accostamento tra musica celeste e terrena risulta in genere applicato alla musica strumentale, in particolare della lira (così nell’Hermes eratostenico, fr. 13 Powell, il dio rimaneva sorpreso della consonanza tra i suoni dello strumento appena inventato e quelli prodotti dai moti celesti), a cui siaggiungeva forse quella vocale, se possiamo interpretare in questo senso l'espressione ciceroniana secondo cui i docti homines imitarono l’armonia delle sfere celesti nervis atque cantibus (Somn. 5.18), cioè con la musica di strumenti a corda ¢ la composizione di canti (sempre che non si tratti di un’endiadi). Una fonte tarda, ma significativa in un contesto di testimonianze cosi lacunose, ci induce però a ipotizzare che l’analogia tra i movimenti di danza e quelli degli astri rientrasse esplicitamente in questo filone astronomicomusicale: si tratta del grammatico Mario Vittorino (IV see. d.C.), che tratando De strophe et antistrophe et epodo nel primo libro della sua Ars grammatica così si esprime (vol. VI p. 60.5 ss. Keil): ®" Ach. 15 p. 42.20-23 Maass: &v 48 tip Entyprsmeun 25705 fie. "Apktuu] Kavive chy zegt at [Le zhavtjreov} moroupevor hoyov kopor tit zat onpr perst) Tag UNIES ar Eyer yeyovevan; 16 p. 43.7-10 Maass: zep! Di Ts Evrpprviou uavaserns ao fie. Savin | elev, os Epyy, “Aars Ev zp Kavow nat “Meatosdevns Ev cm “Mong zat enka nat Meran: zat "Aögas zoz "Anguhumeie. Esplicito il fr. ts Powell= 397A SH, nonostante un problema testuale nel v. 3 (ma v. app. ad loc): butin À wade mauım gov ap povifawy Agnper, / outs Sey apxipnse zukivdero winkloves | Ÿ ewearqy nest yaiav, hs etende yogeins Per le fonti di Cicerone v. A. Ronconi, Cicerone, Sommium Scipionis, Firenze 1961, p. 106 € in generale pp. 105-110 passim; su questo punto anche M. Tullius Cicero, De Re Publica, Kommentar von K. Büchner, Heidelberg 1984, p. 476. F7 W, Burkert, Hellenistische Psendopythagorika, «Philologus» 105 (1961) 16-43 (qui 28-43).

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M. Negri, Ptolemaios: chi era costui? 135 alit tradunt hoc sacrorum cantu concentum mundi cursumque ab Theiler; Gal. UP 3.238; Luc. Deor. conc. 5.6 ecc.)**. hominibus imitari. namque in hoc quinque stellae quas erraticas vocant, sed et sol et luna, ut doctiores tradunt philosophorum, iucun- Veniamo ora al rapporto che l’analogia tra movimenti corali e astrali può aver intrattenuto con l’argomento del trattato in cui compariva, ovvero alle modalità eeragioni della sua formulazione nel Hlept otarixñe ROUTES di Ptolemaios. Com’? verisimile, la definizione di ctattxn zoiner andra collegata a quei gener! poetici che prevedevano una performance corale ‘statica’, che cioè i coreuti eseguivano ‘sul Posto’ (probabilmente dopo aver raggiunto la loro posizione — staotc — nell’orchestra, oppure impegnati in figure di danza che limitavano a uno spazio circoscritto gli spostamenti)®: per esempio nella poesia lirica, oltre all’epodo come terzo elemento dissimos edunt sonos per orbes suos nitentes. igitur concentum mundi cursumque imitans chorus canebat dextrorsumque primo tripudiando ibat, quia caelum dextrorsum ab ortu ad occasum volvitur; dehinc sinistrorsum redibat, quia sol lunaque et cetera erratica sidera, quae Graeci nhavtyras vocant, sinistrorsum ab occasu ad ortum feruntur. tertio consistebant canentes, quia terra, circa quam caelum rotatur, immobilis medio stat mundo. Si tratta appunto di uno di quei numerosi passi che abbiamo citato all’inizio tra i testimoni dell’analogia attribuibile a Ptolemaios della triade strofica, inno propriamente detto, almeno secondo la Epithetes, chiaramente desunto da fonti anteriori (cfr. l’espressione notizia del Ilepi Aupexmy monty di Didimo, testimoniata anche da Proclo (Chrest. 40)”; nella poesia drammatica lo stasimo, che la stessa etimologia accosta chiaramente al contenuto del trattato. Da questo punto di vista il. termine otastpov poteva avere una parte importante nello svolgimento dell’argomentazione, dal momento che le nostre fonti ne attestano l’uso in campo sia teatrale sia lirico mettendone in rilievo la peculiare staticità orchestica**, spesso sancita da una forte connotazione etimologica: per l’ambito teatrale, oltre a sch. Aristoph. Ran. 1281 e sch. Eur. Phoen. 202, v. Suida e PEtymologicum Magnum ss.vv., in cui si trovano materiali strettamente affini a quelli degli scoli®; per l'ambito lirico Etymologicum alii tradunt) e di buona erudizione (come dimostrano le citazioni, immediatamente successive, da opere perdute di Vario e Varrone), che nell’esporre la relazione tra coro e corpi celesti instaura implicitamente un duplice parallelo: il coro imita da un lato, cantando con accompagnamento strumentale, il concentus mundi, dall’altro, danzando, il cursus mundi”. Questa forma approfondita ed estesa dell’analogia, ripetuta tra l’altro a distanza di poche righe, appare pienamente convincente, dotata com’é di coerenza e completezza, anche se non siamo in grado di attribuire queste qualita alla sua prima formulazione (in cui avranno avuto un ruoloi doctiores philosophorum?) o a un successivo sviluppo”*. Un elemento che a mio avviso può aver fornito un contributo non secondario all’elaborazione originaria di tale concetto è costituito inoltre dall’ immagine, gia ricorrente nella tragedia di V secolo, dei «cori» o «danze» degli astri (Eur. EL 467; fr. 593.3-4 Nauck; cfr. Soph. Ant. 1147), immagine ripresa anche da Platone (Tim. oc, Epin. 982e) e poi diffusasi fino a diventare uno stereotipo (Posid. fr. 18.48 Edelstein-Kidd = 255.40 23 Si noti che in contesto tecnico Plin. nat. 2.84 rende la pitagorica 6k xm Apanviav con U latino wniversitatem concentus, e concentio ne era stata la traduzione ciceroniana, cfr. ad es. rep. 2.69, Tuse. 1.41. 4 La compresenza dei due concetti - il ‘canto’ ¢ la ‘danza’ degli elementi del cosmo — compariva in una metafora cosmologica gid in Aristotele, Mund. 3oga: gta 6b x naviwy Sepovia suvasovimy Kat yopeudvram Hard Tov opavoy EE Evóz ze ylverat ual els Ev anodkryet, zó zov Eine Th TUR AQ oon dxosplav dvparasz. Aristotele poi amplia la metafora facendo riferimento piuttosto all’aspetto del canto. Curiosamente anche la metafora di Aristotele, come quella di Pralemaios, ha un significativo risvolto etimologico (per l’etimologia in Ptol. Epith. fr. 6 v. sotto), Un’analogia tra 2405 yopds e moto circolare dei corpi celesti (ñ kon THY OFpavioy suvodta [o guvedta?}) si riscontra anche in Euscbio, Praep.Ev. 14.25.16. *S Eur. EL 467237pay niger yooots fr. 593.3-4 Nauck: Arztrros Kager Bae Tepee; Plat. Tim. 4oc: yopetas St Toi (= Zager); E, Epin, 9826: où Belvar tay thy As cg pus, ieety wey ahhisrnv, mogela» de “xt yopetav TAVTOY YoY Kaldkierny RU MEY menen Tini zoeen vir RAI tots Cavat Th Sov aroredely; Arıstot. fr. tr Rose= Hegt oo gogias 12b Ross: azépo &BE edvaxcous zever yogeiaz. Chr. in proposito anche Arist. Quint, 3.20.9: … TO AR Ox RAT The, Tv ha wav Suey xivysey leupaiver|, :mept te pene Eix Dapper, woenzat wey vie vaer mh Reverse vot os Ba avis ous Ag toy pnpony Érovopatovres, gopni BE avices zal Wandeine lyveurat dCanadelbeon sounvêe ESronsav. Vin primo luogo A. Pickard-C ambridge, Le feste drammatiche di Atene (trad. it), Scandicci (Firenze)1996, pp. 345-346; poi A. Severyns, Recherches sur la Chrestomathie de Proclos. Première partie: Le codex 239 de Photins. Tome Il: Texte traduction commentaire, Paris 1939 (rist. 1977), p. 125 G. Comotti, La musica nella cultura greca ¢ romana, Torino 199t, p. 26; V. Di Benedetto - E. Medda, fa tragedia sulla scona. La tragedia greca in quanto spettacolo teatrale, Torino 1997, p. 238 en. 10. "7 Didimo p. 390 Schmidt: zo: Suvous Keds utg erzirtes Bouse; l'roclo Chrest. 40: à GE mupios Dvor mobs nıdägev Dero éstmtmy, su cui v. Severyns, op. cit. alla n. prec. pp. 120-125. 2° Ciÿ sia detto naturalmente in relazione alle affermazioni delle fonti antiche, non all’effettivo comportamento del coro tragico nell’esecuzione delle stasimo, su cui si veda la bibliografia citata alle nn. 26 © 32. 2y . » wows ? Sch. Aristoph. Ran. 1281: stadt pea raser pas, B Bousry lavapevoe ol ynçeurai:

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Mf. Negri, Ptolematos: chi era costui? 137 Genuinum (AB) s.v. zeoowdoy ed Eustazio, Introduzione al com- Di conseguenza, se & credibile Pipotesi che nel Meet ozatuxis mentario a Pindaro 38.1, nei quali lo stasimo viene in qualche ma- RouTews Ptolemaios si occupassedi una forma poetica ‘trasversale’ niera assimilato all’epodo della triade strofica®. Se poi si considera che nella voce dell’ Etymologicum Genuinum questa definizione di otast.ov & immediatamente seguita dall’analogia tolemaica tra cori e astri, sia pure in forma fortemente problematica (su cui v. sotto), non pare fuori luogo domandarsi se tale voce non possa in qualche modo averci conservato una connessione instaurata gia in Ptolerispetto alle gid consuete divisioni di genere scegliendo come discrimine un particolare atteggiamento del coro, la portata dell’analogia che stiamo esaminando assume rilievo anche a livello di organizzazione dei contenuti, giacché il nesso allegorico-etimologico così stabilito costituiva un mezzo comodo e sicuro di giustificare la confluenza sotto lo stesso titolo di componimenti verisimilmente maios* eterogenci, oltre a fornire un’interpretazione simbolica che poteva Senza voler entrare nel merito di una questione complessa come quella delle caratteristiche dell’antico srasıp.ov”, va però precisato che le tarde definizioni dei lessicografi sembrano rispecchtare una tradizione assai più consona al contesto del nostro frammento rispetto alla notissima formulazione aristotelica (Poet. 12, 145 2b.24: grasuov de ERDE yopo TO Aven dvanatotou HAL Teoyatou) per cui lo stasimo non contemplerebbe il recitativo né ı ritmi di marcia®: qui infatti il concetto @ espresso in termini metrico-ritmici anziché, per così dire, coreografici, e manca la connessione etimologicä con totnut altrove fondamentale, senza contare che la definizione aristotelica ha validità esclusivamente teatrale, mentre nelle testimonianze lessicografiche emerge anche la tendenza a fondere (6 confondere?) l’ambito teatrale ¢ quello lirico (la voce di Suida ad es. © ambivalente)”. sch. Eur. Phoen. 202: voto vh pus staa kEyerar. bras Yan 6 yoous peta Thy RAend0v REY Tt wekos xpos mv Ondes OS kxtvnros peu, TTATYLOV MEyenm TO Aap; di Trasyaa in relazione a ovtvres del testo si parla anche in sch. Aristoph. Ve. 270. Suida s.v. Frasyanv: eldoz urn, bee € latine, wo at Lopesrat. EM 725.3--6 5.0. 37 From: zò whos 29) poen Arav vas & yoons era THY nagodey Stacidntat wt péves Autenzos 7605 Thv drodesty, Av LOTS TtaTyLOV RÉYOLTO. 3° FGen s.v. npoaqStov: … aram BE, à Ertinzes Ünrepav EXE yoy, dvanavopevar pets TD we “dep Borgers cod Boo; Eust. /ner. Pind. 38.1: nov Bi, €vG2 elot Ta tela 72972, h ooo Sat, % Avttazpnong wat à ends, rei zat yooat eisı zrper EVOL HAL AVTLTTREGÖEVOL nat 40x wes nantes Kal 20 FTATULDV, EITE HUN MODE Oval etoty... ette zat Erepoint, 3" Quest’ultima testimonianza al pari di quella eustaziana lascia insoddisfatte molte curiosià, soprattutte in merito alle fonti da cui sono tratte; per il loro esame v. sotto, p. 144 SS. 2 . . . + D . N . ME Su cui v. almeno W. Kranz, Stasinon. Untersuchungen zu Form und Gehalt der griechischen Tragödie, Berlin 1933 {qui p. 114 A.M. Dale, Stasimon and Hyporcheme, «Eranos» 48 (1950) pp. 14-20. A riprova dell’'importanza attribuita anchein tempi moderni all’etimo del termine cfr, la proposta di interpretare l” espressione svh xoeês nel preciso senso di «to composea stationary chorus, to make a chorus singa stasimon» avanzata in A. PickardCambridge, Dithyramb Tragedy and Comedy, Oxford 1962, pp. 11-12. 33 v‚ A, Pickard-Cambridge, Le feste drammatiche di Atene, cit. p. 345 n. 112. 4 Un’analoga fusione di clement lirici e teatrali si riscontra a proposito della triade strofica in sch. Aristoph. Nab. 333: kun diay pope topatonapnsas Ok zh évagpoviors dronintery rappresentare un ulteriore elemento unificatore. L’analogia cosmologica, infatti, si dispicga non solo-sul piano delle corrispondenze dei movimenti (circolari, contrapposti, assenti) che abbiamo lungamente esaminato, ma anche sul piano terminologico, dal momento che essa avrebbe agito gia nella scelta stessa dei termini tecnici della triade strofica: strofe e antistrofe «si chiamano così» eener zat) per analogia con la 57p0ph del cosmo e dei corpi celesti in un senso e nell’altro (per quest'uso di otpopn e ozpegw v. almeno Soph. fr. 432.11, 738.2: Plat. Tim. 40b; Epin. 9775; Autol. Epit. 2.1), l’epodoinvece net istapevor expsov, una spiegazione in cui l’elemento apparentemente estraneo fotapever riacquista la sua valenza etimologica appunto in riferimento alla statızn nolyats del titolo (nonché alla ozaots della terra: cfr. cap. b Drachmann, sch. byz. Eur. Hec. 640), al cui ambito viene così recuperato l’epodo, fine irraggiungibile attraverso la sola e codificata — e ovviamente innegabile - derivazione da èraôc Se dunque l’analogia cosmologica aveva tra le sue funzioni quella di spiegare e insieme giustificare la scelta tematica espressa dal titolo, svolgendo di conseguenza una parte importante nella definizione della terminologia tecnica, È assai probabile che Ptolemaios se ne servisse in fase introduttiva, sede in cui era opportuno da un lato puntualizzare il comune denominatore offerto dalla radice di totypt, dalP altro circoscrivere con cognizione di causa l’argomento preAIT TH FUL YPALATA MARS Eyoute THelovas, Rs nl wouszel madnùo Srpmas nab dott argbpous wal Exwdods, dew nat Ev Tale tpxymitas TuvErTTRE TH Yond. 35 Su cui v., oltre a Eustazio /ntr. Pind. 38.1 sopra citato, Mar.Victorin, gramm. nella citata trattazione de strophe et antistropbe et epodo, vol. VI p. 5814-05 Keil igituer quod post orooptv et AvitztpngHy exysov dicebant epudon fid est supercaneref, Tortun. gramm. p. 294.28-295.5 (de metris Horatii): in cantionibus autem Lyricis legitime scriptis, hoc est monostrophis [sic], haec tria inveniri necesse est, strophen, antistrophen, epodon. olim enim carmina in deos scripta (ex his tribus) constabant: circumire aram a dextra strophen vocabant, redirea sinistra antistrophen, „post, cum in cospectu dei consistentes canticis reliqua peragebant, epodon,bi Th spor Kat Th Lotta Te hum expdov,

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M. Negri, Ptolemaios: chi era costut? 139 scelto all’interno della più ampia trattazione metrico-musicale-orchestica della poesia tanto lirica quanto drammatica a cui esso veniva qua e là a sovrapporsi. Data la funzione centrale svolta dalla radice sta- in questa connessione etimologica che coinvolge danza e astronomia, resta la curiosita di sapere se vi glocasse un qualche ruolo anche quell’etimocoerente, ma proprio per questo sarebbe interessante conoscere il motivo per cui quest’etimologia meritava una citazione in tale contesto musicale di plausibile ascendenza pitagorica. A una matrice pitagorica farebbein effetti pensare anche lo sviluppo dell’argomentazione in Ach. p. 39 Maass (10. repi äotépoc), cheé la fonte del fr. 128 di Postdonio: Achille ‚spiega che la definizione di asthe come corpo oôenore ITALY Eyov AAdet pepoireto sia musicale sia astronomico (sia più tardi lessicografico, cfr. Choerob. Epim. in Ps. p. 109.26-27 Gaisford; Etymologicum Genuinum, Gudianum, Magnum ss.vv.) e che, contrassegnando i corpi celesti con l’assenza di stasi, li oppone implicitamente all’imvov xuxktxig proposta da Diodoro e prima di lui da Posidonio logia didotnp da &- privativo e aar che ci viene proposta in ambinon ha valore assoluto perché, se & valida per i xAavytec, non lo à invece per gli arAaveis, e conclude annotando che secondo i Tuÿa- AITaT ws porCoupevouc) e da esso si fa derivare lo stesso ter mine yopeıoı sono dotati di movimento proprio non solo i primi ma anche 1 secondi, che ruotano su se stessi (p. 39.28-32). Sembrercbbe potersene dedurre che tale definizione, avendo piena validita solo in un sistema che contemplasse questo principio pitagorico, debba in ultima analisi appartenere alla stessa corrente di pensiero, tanto più che essa pare comunque anteriore a Posidonio, il quale ne trasferi l'applicazionc daäovnp ad&otpov, sacrificando la connessione etimologica al rispetto della differenza da lui stabilita - o comunque osservata — tra i due termini, di cui il più generale& appunto X5Tpov (v. fr. 127 Edelstein-Kidd = 271a Theiler)’. Questa derivazione da&- privativo e fart rispetta infatti le ‘regole del gioco’ della (par)etimologia antica sc © coniata sulla base di sr, non su quella di&stpov, come dimostrano anche le corrispondenti voci dei lessicografi: EGen (AB): ao Th" yupling Ent THY ha vrEY heyerasty 6 un stacy Eywv, dotarhp Kat aot HE RATAYONTTAME zat En Ash: Evdev yap nal zoù Asınp Òvop.a.Tos TETEUYLEY Exaa tog olov TTATEHIG ÈTTEPNLEVOS Hal det Few, nap’d xat dec xat aldne avopatonenointa: (per letimo di aidye e Seos v. Plat. Crat. 397d, totayLevoc: map TO ATTATOY Syers dpopov plus Ent tov ham zv Aeyeran, 6 vn otaarv Eyuv, AITATH nal RATE HATAYENITmobilita della terra in termini paralleli all’opposizione strofe + antistrofe vs. epodo in Ptolemaios. Difatti la definizione di astro come ovdexote stacy Eyov compare in ambito astronomico almeno a partire da Posidonio (frr. 127-128 Edelstein-Kidd = 271a-b Theiler), mentre viene esposta in ambito musicale dal neopitagorico Nicomaco di Gerasa (Harm. 3, 241.15-16 Jan)”, in un contesto che tratta della «musica prima» prodotta dai pianeti nei loro moti e della sua imitazione da parte della musica terrena: dopo aver affermato che i nomi delle note derivano dai sette astri «vaganti per il cielo» (sole, luna e cinque pianeti) in corrispondenza con l’altezza del suono prodotto da ciascuno, e prima di entrare nel merito della spiegazione relativa, si parla del loro incessante moto attraverso Vetere (mAavyntas... dia TOU aideptou AVAYOLATOS Sinvenws vat Tv ankavmv; EM: ast np" forme, STATE, The, xat as The. 5 py 4tob)*. Il corso dell’argomentazione non appare perfettamente KOC wat ext Tov arhavev®, voci che tra l’altro offrono ulteriore 36 I concetto che gli astri siano in perenne moto à ovviamente anteriore a Posidonio, basti vedere Plat. Crat. 397d: gli uomini considerarono dei (Sent) il sole, la luna, la terra, gli astri (49792), il cielo perché el tôvra Borne vat Iéovra, oppure Arat. 19-20 con gli scoli ad loc. Per le edizioni dei frammenti posidoniani v. Poseidonios. Die Fragmente. | Texte, I Erläntestimonianza dell’esistenza in antico di un dibattito sulla pertinenza e precisione di questa definizione, come abbiamo visto documentato in Achille Tazio, p. 39 Maass. Sono dunque numerosi gli indizi, pur talora labili, che concorrono all’impressione chei tre ambiti astronomico, etimologico e orterungen, hrsg. W. Theiler, Berlin - New York 1982, e Posidonius. I. The Fragments, edd. L. Edelstein - 1.G. Kidd, Cambridge 1989°; LG. Kidd, IL The Commentary. (i) Testimonia and Fragments 1-149 € (ii) Fragments 150-293, Cambridge 1988. 37 Sulla matrice platonico-pitagorica del pensiero di Nicomaco v. L. Zanoncelli, La mannalistica musicale greca, Milano 1990, p. 139. 38 Lo stesso accostamenta di questa etimologia a quella platonica di 2/942 compare ad es. in Cornuto 1, p. 2.12-16 Lang: dev zat aiding Ex zb êkorratu pdgos Tou xdgpou dnd Tod algen dar zeviz SE past And zou ket Dei oltms goto Guards, 8 dott nite péper dan. AML TH 25702 yap olovel AsTaTa Erzıv tog Oden Te ITrapeva, ZAI Ket uevodm|eva. 59 Le ragioni per cui la definizione posidoniana doveva riferirsi ad 45+çov piuttosto che ad hazhp sono esposte ad loc. da 1.G. Kidd, Posidonius. II. The Commentary. (i) Testimonia and Fragments 1-149, Cambridge 1988, cit, p. 485. 4° Inoltre Choerob. Epim. in Ps: maer zh Can: schoor onp AAAap, 6 wa!istrapers; EGud: zaga zò AFTaTov Eyes zov Boop. Ar nà zh lapt, aha arg wat 20776, 6 UN fo zapevas) (anche s.v. 43790" magt To ain. Arıgov wat dochs. "II apk Th atm, Seren, | orme).

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chestico(-musicale) chiamati in causa da Ptolemaios avessero gia conosciuto prima di lui delle interconnessioni in ambiente pitagorico, della cui vitalità tra I e L sec. a.C. abbiamo gia parlato (senza dimenticare, & ovvio, il possibile contributo della scuola platonica)". E possibile allora che nella sua interpretazione cosmologica della triade strofica l’Epithetes abbia rielaborato e riformulato secondo le sue conoscenze ed esigenze rapporti analogici ed etimologici preesistenti, il che consentirebbe di capire meglio alcunt elementi lievemente incongruë (1) Panalogta cosmologica dev’essere M. Negri, Ptolemaios: chi era costui? 141 pretazione cosmologica, che si dividono nell'indicare ora un movimento circolare prima da sinistra a destra e poi da destra a sinistra (Mar.Victorin. gramm. vol. VI p. 60.8-12 Keil, cap.c Drachmann, sch. byz. Eur. Hec. 640, EGen s.v. rpormñtov), ora viceversa (cap. b Drachmann, Fortun. gramm. vol. VI p. 295.3-5 Keil; cfr. Mar. Victorin. gramm. vol. VI p. 58.8-13 Keil, dove però st tratta probabilmente di un errore)". La spiegazione più convincente di quest’incongruenza mi pare resti quella proposta da H. Farber, op. cit. alla n. 4, secondo cut tale stata concepita per l’intera triade strofica, mentre nel contesto del doppia versione rispecchiava1 due differenti punti di vista dei co- Ilept otatxhs rounsemc a Ptolemaiosinteressava propriamente il solo epodo. (2) La formulazione originaria poteva essere stata concepita, piuttosto che secondo la teoria del ritardo con cui viene espressa in Ptolemaios (cfr. l’uso di Soxei), secondo la teoria dei moti opposti di cielo e sole (e pianeti), che le& in effetti più consona; in questo potrebbe aver svolto un ruolo anche il concetto pitagorico dell’armonia come Evavtimv cuvaguoyy, da attribuire forse a reuti da un lato, degli spettatori dall’altro (p. 21: «Eine Erklarung für diese Richtungsvertauschung läßt sich nicht denken, außer man nimmt an, daß das eine Mal vom Zuschauer, das andere Mal vom Tänzer aus gesprochen wird»)", Quello che si può aggiungere alle osservazioni di Färber& che l'analogia cosmologica offre la possibilità di individuare quale fosse il punto di vista degli uni e quale degli altri, e quindi di stabilire quale fosse l’effettiva direzione di partenza dei cori: il parallelo con i moti astrali à efficace solo se il primo movimento ha luogo partendo dalla sinistra e andando verso Filolao, testimoniato da Nicomaco di Gerasa e Teone di Smirrie®. (3) La formulazione originaria poteva prevedere la duplice forma dell'analogia documentata in Mario Vittorino, relativa sia al canto sia alle danze del coro, mentre a Ptolemaios interessava in questa sede solo la seconda, la più propriamente pertinente al concetto di gtatixy motnoie (anche se é possibile che sia la fonte intermedia della citazione a semplificare). Una questione ancora che coinvolge, sia pure indirettamente, il contenuto del nostro frammento riguarda la direzione verso cui i cori si muovevano nel corso della strofe e dell’antistrofe. Nel testo come ci & conservato, Ptolemaios non la affronta esplicitamente, ma essa sorge dal confronto con la maggior parte delle altre fonti antiche che riportano la definizione della triade strofica e la sua inter* A questi indizi vorrei accostare anche Pimportanza accordata dai pitagorici alla zerds come principio definitorio del tutto: xadanep yap past zat ot MuSayopero, vh nav ai TH RAT Tots Tpraty MELTTA TEIEUTN Yap wat pesov wat doyy zov Aero Eper tov =09 rave ts, zayra BR thy tHe tprados (Aristot. Cael, 268a). Se consideriamo che il termine zeeás in riferimento alla triade strofica era probabilmente in uso almeno a partire dalla scuola aristarchea, come sembra indicare lo scolio pindarico N. 7.70 che lo impiega nel riportare un’interpretazione di Aristodemo, un discepolo di Aristarco (in finem: 5 8 ‘Apa todiquos éxex sola 725 spadaz Inner Thv yap key Enos nooonyigeny Thv oTpophv HA thy Avari zat tov éxtpddy), © possibile che questo termine metrico-musicale abbia di per sé esercitato un certo fascino in ambtenti pitagorici. * Philol. B 10 DK in Nicom. /utr.Ar. 2.19; Theo Smyrn. p. 12.10 Hiller. la destra dei coreuti, ovvero dalla destra alla sinistra degli spettatori, dal momento che tale parallelo si fonda sul principio astronomico del movimento da est a ovest del ciclo delle stelle fisse vs. quello da ovest a est del sole durante il suo percorso annuale, e st tratta in questo caso di direzioni ‘assolute’, cioè vincolate ai punti cardinali determinati dal sole e non al punto di vista dell’osservatore". A 4 Secondo quest’ultimo passe (vol. VL p. 588-13 Keil) tanto la strofe quanto l’andstrufe andrebbero da destra a sinistra: antiqui deorum landes carminibus comprebensas circum aras cornm euntes canebant, cuins primum ambition, quem ingrediebantur a parte dextra, Trenet vocabant; reversionem autem sinistrorsum factam completo priore orbe antistrophon appellabant. In questa caso © perd molto probabile che si tratti di un vero e proprio errore, dal momento che poco dopo, riportando l'analogia cosmolagica a conclusione della trattaztone sulla criade strofica, Mario Virtorino espone le direziont nella sequenza corretra (gramm. vol. VI p. 60.8-12 Keil): … chorus canebat dextrorsumgne primo tripudiando that... dehine sinistrorsum redibat. Ver il passo di Fortun. gramm. v. sopra i. 35. Ma non & escluso che essa possa rispeechiare convenzioni esecutive di tenore analoge a quella sul coro comico tramandata in Anon. De comoedia Xa 1-3 in Scholia in Aristophanem, Pars I Fasc. I A continens Prolegomena de Comoedir, ed. WJ. W. Koster, Groningen 1975, Ps 19: et we tz Ann FA moles AayerEm: on Serzpnv, Durvhs Agestepas aidons elmiet „el de mg an Ayo). Br Th: Betas. 48 Tl rapporto tra la determinazione delle direzioni e il punto di vista dell'osservatore era fonte di equiveci anche nell’astronomia antica, cfr. ad es. le avvertenze di Ach. p. 72.26-30 Maass per il correito use della sfera armillare; per l'emergerc del problema già in Platone v. Platon. Timée — Critias, ed. A. Rivaud, Paris 1985, pp. 55-56.

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meno che non si voglia negare ogni competenza astronomica a chi formulò quest’interpretazione della triade strofica, e sempre che Pindividuazione di una successione fissa di direzioni negli spostamenti del coro corrisponda realmente all’uso antico, tale successione sara stata sinistra — destra e poi destra — sinistra, come si deduce dall’analogia di Ptolemaios. Credo peraltro plausibile che l’attuale assenza delle direzioni dei moti celesti nel testo dell’Epithetes sia dovuta al progressivo depauperamento della fonte nel corso della tradizione, come mi pare suggeriscano i passi paralleli che presentano insieme la definizione della triade strofica ¢ la sua interpretazione cosmologica (capp. b, c pp. 306.16-24 € 307.9-18 Drachmann II]; Mar.Victorin. gramm. vol. VI p. 58.8-13 Keil; sch. byz. Eur. Hec. 640; in parte EGen s.v. nposmétoy), da cui si ricava un’informazione supplementare: quale che sia la direzione che essi assegnano ai cori, le direzioni dei moti opposti di cielo / cosmo e sole / pianeti sono sempre le stesse (est — ovest nel primo caso, ovest — est nel secondo) e sempre espresse nei corretti termini di oriente e occidente (avatodixa, dvarokat, Ema, ortus vs. durina, ductc, Just, occasus), mai di destra e sinistra. Particolarmente interessante a questo proposito é il cap. b Drachmann, il cui redattore evidentemente si sforza di conciliare la notizia della partenza dei coreuti da destra ce l’analogia con l’universo che si muove da oriente: ’Iotéov 671 of Duprxot Ev zoic zoeft LE Eyphvro Stoop, vts TBODY zai Endor oTpoph per, Au ano toy dekàEatpEpovto ext TH Apra zepdt, Tien Ayakoyei ñ Too AVE AVIS h ARD THY dvatomndy ent ta Aurea, deka yap adel 5 “Changs za Avarokızd, ApıaTepa de Ta Butuxar AvTLT Top M. Negri, Ptolemaios: chi era costui? 143 La prima impressione è che si tratti di una soluzione non solo insoddisfacente, ma anche ingenua, almeno nella sua forma attuale: vi sono però alcuni elementi che non vanno trascurati ¢ che possono deporre per una più benevola considerazione del materiale erudito qui rielaborato. (1). Al redattore va riconosciuto un atteggiamento metodologicamente corretto, giacché non altera il testo della sua fonte per eliminare la palese contraddizione ma cerca diiinterpretarlo. (2). Questa spiegazione potrebbe essere desunta da una fontein cui l’argomentazione era assai più ampia, ma i cui stessi nessi logici sono ormai celati dalla forma estremamente sintetica dell’ esposizione. Si vedain proposito il caso degli scoli omerici ad loc, in cui compare la medesima spiegazione proposta qui (sch. 7. 12. 239 (Ariston. } br duo drag tagers oldev “Opnpos KOTPLKAS, Avatohnv xat Ôvouv. xat deka Ev TAnpôc Avarokac, Apıstepa de Ta TEOG Suapag Aeyet (A); sch. D: de%ta tx avarokuxa vakei, dptorepr de Ta Busine [ZYQX; val. durıza Q])”, mentre non é rimasta traccia del vivace e approfondito dibattito che la questione aveva suscitato tra gli esegeti di Omero e di cui abbiamo notizia da Strabone 1.2.20 ¢ 24-26 (cfr. anche Eust. Comm.Il. 902.10-15). A questo verso dell’Zliade spettava infatti un ruolo centrale nella discussione sulle conoscenze geografiche (e astronomiche) di Omero, che aveva coinvolto i nomi e le scuole più illustri, da Eratostene ai ‘nemici storici’ Aristarco e Cratete, e ad esso si fa più volte riferimento a proposito di altri passi omerici sul tema (v. sch. Od. 2.154, 8.29, 9.26, 13. 241). (3). Se& probabile che il redattore del cap. b abbia introdotto la citazione di //. 12.239 per ragioni più letteraric che scientifiche, nel senso che il modello omerico costituiva una buona base per giustidé, OT ÉXIVOUVTO dro THY pro cow ent za debra,yrıvi f avahoyet N ficare un uso attribuito alla poesia lirica, non siamo autorizzati a TOY nhavnrwv Xlvnoıs N AO voeg sic kvaronde. Emwd@ de, Ott totav7o Ev Evi Torup HA Eheyov vac HOME, Aru avahoyel N oTaors ™s yas. La soluzione scelta dall’anonimo autore à quella di chiamare in causa Omero, Il. 12.239-240, in cui Ettore rifiuta di farsi condizionare dai presagi tratti dal volo degli uccelli, ett'ert dektTewat TENS Hw TMERLOV te, / ett er 'dorateox tot ye moth Copov hepóevta; qui l’indicazione dell’oriente a destra e dell’occidente a sinistra rispecchia la posizione in cui si trovava l’antico oiwvooxorog, che scrutava il ciclo rivolgendosi a nord", dedurne automaticamente che tale citazione in contesto astronomico sia indice di scarse conoscenze in materia e che il ricorso a Omero supplisca ai limiti di una preparazione culturale sempre meno approfondita, dato che questo passo omerico trova il suo posto anche nella trattatistica astronomica e potrebbe risalire per esempio a un’introduzione o un commento ad Arato (cfr. Ach. p. 62.9-12 “vB, Hainsworth, The Hiad: a Commentary. Volume IH: books 9-12, Cambridge 1993 p. 343 vv. 239-240: «The Greek ntervooxónns faced north, hence the sunrise lay on his right and the sunset on his left. The same language is used to indicate west and east at Od. 9.26 P192- Maass). Un passo ancor più problematic è costituito dalla voce zpoun] webs Cogoy, af Bé 'averde mods her heh zen. 7 L'edizione degli Scholia D in Hiadem a cura di Fl. Van Thiel & consultabile su Interner (Proecdosis 2000) al seguente indirizzo: www.unikoctnde/phil-faksifafvanthiel/scholiaD.

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awdrov in EGen (AB}*, che presenta una serie di aporie cui ci limitiamo ad accennare: Icocmdtov: Attaveta peta pvr Rapa TO Teostevat BETA TOUtov Tol (roi Beotoict B) dente. “Lovéov de 671 tay peo HAL TOY Syv (wat. tev Dvor om. B) za gev xaheitar eoa (reoowStar B sic) za de, dropynuata. Kai meootpdu new, Ta heyopeva kopt ei pepop eva (A: elagepopatvor) eig zov Bpv tev iepelwv vat TUE elonvat rapa to (tov B) TPOTLOVEWY Etc TOV Boo M. Negri, Prolematos: chi era costuri? 145 sinistra; infine, si afferma che la danza del coro da destra.a sinistra imita il movimento del cielo, il che à allo stesso tempo: astronomicamente errato; coerente con il primo movimento del coro, che era da sinistra a destra; in ulteriore contraddizione con il moto assegnato allo zodiaco dro duspov Ent avarokas in opposizione al cielo. C’é quindi una singolare mescolanza di errori astronomici e incongruenze interne che non mi sembra si possano spiegare con la sola incompetenza del compilatore o dei compilator, t cui ‘pasticci’ Tv Gura Tata never (eyes das A). rop)AALATA de, attva zakuv Eheyov òpyoupevor (dp Kara vor A) vat teeyovtes Ton (ro om. A) xuxAw Tob Broprob, HALNLE VON TOY LEBELMV. Yrasına. de, à spesso non fanno che riprodurre lo stato lacunoso e/o confuso delle fonti a loro disposiztone. Una prima spia in questo senso é l'attri- Eatimtes Dorepov Eheyov, advanzorJÓpLEVOL (Avanavop.aıvor A) pera T0 ÉVAVTIAY TO OR ROLE TAL XVI, ano duoytov ext AVATONAS peeópevos, cheè invece una tipica descrizione del moto del sole, come si vede dal confronto con le fonti astronomiche”. Seà lecito ritenere chein origine l’analogia cosmologica si presentasse nella forma consueta, con lo zodiaco a far la parte della volta celeste che procede da est a ovest c il solein opposizione da ovest a est, il suo stato attuale farebbe sospettare che una lacuna (o magari un saut du méme au méme, se anche per lo zodiaco si forniva una spiegazione del suo moto introdotta da ézet) ne abbia fatto cadere la seconda parte 20470 dpapsty 709 Bwpod. "Ore de TEPLETPELOV zó Bupov. any EGav TPOTEPOY 7 gev (rev om. À) dro zoù dto Tepou peEpous émt to deov, HATA Kipenstv tod Cmôtaxoù wax kou, EXE! wat AÙTOG THY EvavTIAY TH OVOAVED TOLELTAL HLA, ano (én B)ôGap Ent Avazorac pepöpevos (pepopanvos A) botepov de RAY, dro Ton Òektnù ext TO agra TEpoy Res av, KATA pipmstv TOD odpavoùr zeheutaiov de, navıa Tov Buoy reptETpE ov. Nel discutere la seconda parte della voce (daZrasına € alla fine) accanto alle altre fonti dell’analogia cosmologica attribuita a Ptolemaios, Farber (op. cit. alla n. 4,p. 22) vi vede semplicemente una versione parallelain cui il ruolo di opposizione alla sfera celeste svolto altrove dal sole o dai pianeti & assunto dallo zodiaco, ma non sembra accorgersi che quest’interpretazione, oltre ad essere astronomicamente impossibile, presenta difficoltà insormontabili. In primo luogo, lo zodiaco non può avere quel moto da ovest a est proprio del sole e dei pianeti perchéà costituito da ArAaveis, da stelle fisse, quindi il suo moto non può che essere quello del cielo (o, per usare le definiziom alternative delle nostre fonti, del cosmo o dell’universo) da est a ovest, come in effetti risulta anche dalla voce di EGen: anrpesay... dro Tov Aptatepou pepous ext TO SeEtov, xaza (ui nowy 70) Crono „ux kou. La possibilità di un errore é certo sempre in agguato (anche se abbiamo gia notato la precisione astronomica con cui la nostra analogiaà costantemente tradita), ma qui c’& molto di più: subito dopo, ‘Teggiamo che la danza da sinistra a destra imita il moto dello zodiaco che, al contrario del ciclo, va amo duc ent avatonac, cioë, con palese contraddizione, da destra a * Devo la possibilità di citare con precisione questa voce dell Etymologicum Genninum (AB) alla dott.ssa Francesca Schironi, che Nha gentilmente controllata per me su microfilm. buzione allo zodiaco della parentesi esplicativaéxet xat autos Thv con la menzione del sole, sicché la definizione del moto solare fu riferita allo zodiaco e l’analogia fu completata, senza la necessaria competenza astronomica, ricavando per inversione della prima parte dell’ analogia sia la direzione da destra a sinistra (1. ar nesav mpOTEpOV pev ano TOU apıozepoh wéoous émt TO elrov.. 2. barepov de RAM,470 To) dekuoù ext à to Apıstepov Mesav) sia "imitazione del cielo (1. KATH wenn TON Coodiaxon 20H) ou, ênel val wT0¢ Th ÉVAYTIAY TG) OVOAVG) TOLEITAL KING... 2. MATH [LUANIIV TOD OÙpavoo). Anche la frase finale, che crea un’imbarazzante tautologia con quanto precede (ote Se negrevpegov tov Bmpov.. teAeutalov Bé, rave Tov Bmpov repretpexnv), potrebbe risultare da un tentativo di dare, per quanto possibile, forma compiuta a un passo la cui fonte era irrimediabilmente danneggiata, ispirandosi al testo rimasto, tanto più che la ‘naturale’ conclusione dell'analogia, il parallelo con Pimmobilità della terra, in questo passo à assente, caso unico tra le font dell’analogia di Ptolemaios. 4 Cfr. Eudox. fr. 124: 36%. D Rans Edözer never ae. thy évavstay [xivnsiv] Bà zórs daserr Clu vepopevos; Gem. 12.5: 6 pévint ye Gatos And Diners ext Thv Avante pige TH JTEVANTL Go zögern; dei pianeti Cleom. 1.3, 30.2-6 Ziegler: … ty dvavttay uivetsdat Ty Dga, og nh vis DUT ext Thy AURTOITV DERÜNLENT.

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M, Negri, Ptolemaios: chi era costui? 147 ni dei movimenti corali nell’esecuzione della triade strofica, Puna formazioni analoghe™, che dopo la strofe in un senso e l’antistrofe nell’altro (yogot... stpepopevor wat dvruotgepdpevot) si disponevano nel centro dell’orchestra intorno all’altare per eseguire l’epodo; la forma generica e allusiva in cui egli si esprime & a mio parere indice dell’eterogeneitä delle informazioni a sua disposizione che gli parlavano ora di cori circolari ora disposti diversamente e tra le quali non era in grado di operare né una scelta né una conciliazione®. con la consueta disposizione in cerchio, l’altra che prevedeva invece una diversa formazione dei coreuti (per esempio in linea) nell’esescarni elementi in nostro possesso, pura speculazione. Per tornare cuzione di strofe e antistrofe, coreuti che alla fine si disponevano in invece al nostro filo conduttore, il fr. 6 di Ptolemaios Epithetes, il cerchio intorno all’altare per recitare l'epodoS. La presenza dell’analogia cosmologica, valida in riferimento alla prima descrizione ma non pertinente alla seconda (che non prevede moti circolari), potrebbe aver ulteriormente complicato le cose, tanto più se si presentava in forma corrotta o lacunosa. Un’ipotesi siffatta potrebbe trovare indiretto sostegno nel passo di Eustazio, Intr.Pind. 38.1, che abbiamo gia accostato a questa voce di EGen per il particolare impiego di srasıov come sinonimo di ëxwoc e che potrebbe far pensare alla conservazione di notizie analoghe nell'ambito della tradizione pindarica. Qui infatti Eustazio si esprime in modo per noi purtroppo sibillino, affermando che l’epodo-stasimo si cantava «in mezzo» (yopot… Ira pet Erradovzes HAL TO gtasyuov) € accennando a cori «diversi» da quelli circolari (ette wonko. elte wat Erepoior): ma cosa significa qui «in motivo per cui ci siamo soffermati sulla voce zpoowdrov dell’ Erymologicum Genuinum risiede nella possibilita di avanzare sulla sua baa qualche concetto affine, e in questa direzione si sono rivolte le proposte di emendamento cautamente avanzate da Crusius c Drachmann, quali xóspou, 6)0u, oMpavou; spiegare però la genesi dell’errore @ compito particolarmente arduo, né sono di molto auto i passi paralleli (che, come s’è visto, presentano termini quali caelum, zo rav, à Avwrartın opatpa, oùpavóe). La proposta di emendamento paleograficamente più vicina al nostro testo, Atou (Boissonade), è chiaramente insostenibile per quelle ragioni di coerenza interna di cui ci siamo gia occupati a proposito del passo di EGen. spazio di danza, ma «in mezzo» al coro che danza in cerchio tradi- Vanalogia cosmologica in cui il termine di confronto per il movi- E però anche possibile che tale conclusione vada presa sul serio, vale a dire che tanto l’affermazione che alla fine i coreuti ravra Tv Bopov repterpeyov quanto Vassenza dell’analogia con la terra rispecchino in qualche modo il contenuto delle fonti. Se così fosse, unica plausibile ipotesi di spiegazione è che si sia verificata una confusione di elementi eterogenci derivati da due diverse descriziomezzo»? L'unica risposta plausibile & che indichi il centro dello zionalmente si dovrebbe trovare l’altare o la statua della divinitàf'; quest’indicazione apparirebbe allora più sensata in relazione ai cori «diversi» da quelli circolari, ma qual era la loro disposizione? In pratica mi pare che le parole di Eustazio (o della sua fonte) recuperino senso e coerenza solo se le riferiamo a cori disposti in linea o 5° In questo senso l'uso di neptzeeyeu Farebbe pensare a un’esccuzione dell’epode in cui i coreuti non sono fermi ma si muovone in circole intorno allaltare; il verbo potrebbe però indicare anche Vato di disporsi intorno all’altare eircondandolo (e cantando poi l’epodo in questa posizione). Per neatzge ym ‘circondare’ cfr, ‘Theoer, Epigr. 4.5 (di un recinto sacro); Dion.Per. 41 (dell Oceano che circonda la terra}; sch. Callım. H. 4.261 (del mare che circonda Delo: repı zgeyeiv 20x20); EGud sv, nrodinopdos (yiverar Ex Tod népdm, raph Th neptdëgiv TOUT Est: neptipeysiv THY Phy Kat Thy wrt), 5" Oppure Pauleta o il citarodo, o comunque un punto di riferimente o un elemento chiave della performance del coro lirico, cfr. C. Calame, Les choeurs de jeunes filles en Grèce archaique, |, Roma 1977, pp. 79-80; G. leranò, 11 ditirambo di Dioniso. Le testimonianze antiche, Pisa-Roma 1997, p. 238. Andare al di là di queste osservazioni sarebbe, sulla base degli se una proposta congetturale per sanare il locus cruciatus thy frod Btout xtvnorv. I] significato, dell’espressione originaria & infatti sicuro, giacché deve corrispondere al cielo delle stelle fisse o al cosmo o La voce dell’Etymologicum Genuinum È invece unica fonte delmento del coro da sinistra a destra & il circolo delle costellazioni zodiacali (6 Gwdtaxo¢ x5x%06), che fa le veci non del sole, come pure s’è creduto, bensi del cielo: lo zodiaco infatti indica specificamente quella parte della sfera delle stelle fisse (cfr. dvatatw spaïpa di sch. rec. Hephest. p. 172.29 Westphal) in cui si svolge il percorso annuale del sole, come emerge per esempio dalle formulazioni di Eudosso (fr. 124), di Arato (550-552, v. anche sch. ai vv. 457, 550) 0 *? Cfr. per i cori teatrali Poll. 4.106-107, su cui v. V. Di Benedetto - E. Medda, La tragedia sulla scena, cit. pp. 234-235. 53 Se à lecito estendere all'ambito orchestico Patteggiamento tenuto da Eustazie nei confronti delle fonti in materia metrico-musicale, possiame notare come cgli preferisca sorvolare su questi argomenti o limitarsi a generici cenni proprio perché consapevole sia dell ignoranza sua € dei contemporanei su questi aspetti della poesia antica sia della loro irrecuperabilnä; cfr, Pair. Pind, 1.3-4 e relative commento (Eustazio di Tessalonica, Introduzione al commentario a Pindaro, a cura di M. Negri, Brescia 2000, pp. 150-151).

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di Gemino (1.6)*. La menzione dello zodiaco risulterebbe pertanto assai appropriata al contesto dell’analogia di Ptolemaios, il quale paragonando l’antistrofe al corso del sole ne mette in rilievo il compimento del giro fino al punto di partenza — al che corrisponde, in termini astronomici, la definizione dell’anno come ritorno del sole nello stesso punto della volta celeste (cfr. solo sch. Arat. 550). Se così fosse — se cioè Ptolemaios avesse scelto come simbolo del movimento corale nella strofe il circolo zodiacale — si può forse tentare una nuova riflessione sul problema testuale di tod Bou azzardando un ipotesi alternativa di ricostruzione che instauri un più stretto legame, oltre che con il passo di EGen, con il testo di Arato, il quale in celebri versi (544-552) introduceva il più antico elenco a noi noto delle costellazioni dello zodiaco con l’esplicita definizione del suo nome e illustrava il corso annuale del sole ¢ la determinazione delle stagioni in riferimento ai dodici segni. Attenendoci alla pressoché unanime testimonianza della tradizione manoscritta, la denominazione assegnata da Arato allo zodiaco sarebbe quella di Lmidros xuxhos (v. 544: Gutdiov dé € xuxhov EnixAngıv xareoust), una locuzione corrispondente per origine e significato alla gia diffusa forma GpStaxog [xvxAos] (cfr. Autol. Epit. 1.4, 2.7) in cui però l’aggettivo Cwidtog costituirebbe un hapax legomenon assoluto. Se potessimo ipotizzare con qualche verisimiglianza che Ptolemaios volesse in qualche modo riprendere questa denominazione, l’impiego da parte sua di un’espressione rarissima come nv Lmiötou xuxhou xtvygty avrebbe potuto rappresentare, specie nel caso di una caduta o corruzione di xvx}ov, un problema arduo abbastanza da indurre in errore più d’un copista, anche non del tutto digiuno di astronomia, dato che il solo Gwtêtou indicherebbe semplicemente una costellazione, e non necessariamente zodiacale. Un siffatto passaggio da Candtov a tou Blou potrebbe anche avere qualche plausibilità paleografica, partendo magari da una corruzione o errata let54 phaen. ss0-ss2: Ky wig Aedına pépevar Buoxaibera zis [se Condions| / vt eaavzoy Ryu, val nl rept toom loves | xinkov Alknvrar mera Endor mo; Gem. 1.6: 6 ZE Manz Enauım dranngesera Thv Luda xowdov. Per Eudax. fr. 124 v. sopra. Cfr. anche Ps.Archyt. in Stob. 4.0.138 p. 87.17-20 Hense: 1570 yap xal 4 Hans peppeuns 612 Tin Lepopope Suavepet vois ext yrs nase zal yeveoos xa! tpopis zat flocks viv nodannuan poi er. SS La lezione GesiBiers in luogo di Letôtav compare solo in tre codici (NQO*) strettamente imparentati fra di loro; il fatto che essi conservino tracce del lavoro filologico di Massimo Planude ¢ Demetrio Triclinio potrebbe far pensare che tale lezionc provenga non da tradizione manoscritta ma da un emendamento bizantino. At. Negri, Ptolematos: chi era costui? 149 tura delle lettere iniziali Cee (La) come zor (Tip), identificato con Particolo +6 e corretto nel genitivo tod per poterlo collegare a don, corrotto (© corretto) nel frattempo in Biov, ma & evidente che si trata di una ricostruzione fondata su elementi puramente congettural. Le questioni sollevate da questa proposta non si limitano peraltro alla genesi dell’errore, ma riguardano il testo stesso del passo di Arato, giacché la lezione Cnidiov x3xA0v viene comunemente considerata corruzione di Leidioy xUxAov ed emendata in questo senso, né mancano ottime ragioni a sostegno di quest’emendamento (v. D. Kidd, op. cit. alla n. 7, pp. 373-374), che costituirebbe comunque un hapax arateo. I nocciolo del problema, in sintesi, consiste nell'implicita anticipazione della lezione Gestdtov alla seconda meta del If sec. a.C., allorché avrebbe potuto accoglierla Ptolemaios: un epoca certo assai alta, che ci condurrebbe a una datazione della variante molto (troppo?) vicina all’originale, su cui varrà la pena di soffermarsi brevemente. Esiste infatti qualche indizio che consentirebbe di far risalire la presenza della lezione Ceidtov nella tradizione aratea almeno all’etä imperiale, dal momento che essa & testimoniata da Erodiano nella sua citaztone di Arat. 544 come esempio della Stactasts di Cwidiov (Orth. p. 516.5, tomo II fase. | Lentz) ed é plausibile che Lasiöıov fosse la lezione dell’edizione , da collocare al IT-TIT sec. d.C., come suggerisce la traduzione signalem circnlum dell’Aratus Latinus, che di tale edizione costituisce l'adattamento™. A cio si aggiunga che in generale la nostra tradizione manoscritta e il suo corpus di scoli (e il lemma degli scoli ad loc. reca anch'esso Cwidrow) deriva sostanzialmente da un’edizione molto antica. forse attribuibile al grammatico Teone di Alessandria”. Indicaziont per un’ulteriore retrodatazione di questa variante alla prima meta del I sec. a.C. potrebbero venire da Cicerone, che nei suoi Aratea, redatti in eta giovanile, così traduce il passo di Arato: © Alper imperiale ale risale ri ale 2anche lo sch. sch. Eur. Eur. Phoen. 1,1, nei nei cut cui manoscritti scritti ill verso vero aratco ar. compare ora con Ztudter (cod. B) ora con Lefs)dtou (codd. MTA), che farebbe pensare a una corruzione di Lmtòzov (lezione che lapparato ad loc. di Dindorf, discordantie da quello di Schwartz, assegnava ai codd. BM); v. Euripides. Phoenissae, ed. D.J. Mastronarde, Cambridge 1994, p. 141: «The scholion commenting on them fie. ve. Eur. Phoen. 1-2], as presently phrased, is probably of Imperial date», con rimando a M.W. Haslam, The Authenticity of Euripides, Phoenissae ?-2 and Sophoces, Electra 1, GRBS 16 (1975) 149-174, Pe 162 n. 48. 57 Su questo, sulla datazione dell'edizione tb (il cui terminus ante quem à Lartanzio) e sui sve rapport con l’Aratus Latinus v. J. Martin, Aratos. Phénoménes, cit. alla n. 16, vol. | p. XXVI.

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Zodiacum hunc Graeci vocitant, nostrique Latini | orbem signiferum perbibebunt nomine vero (vv. 317-318). Ci troviamo di fronte a un luogo particolarmente significativo per l’intera struttura del poema, sia dal punto di vista dello sviluppo contenutistico, perché introduce il celebre catalogo delle costellazioni zodiacali segnando così il passaggio a una nuova sezione del poema (in Arato vv. 559732), sia dal punto di vista formale, perché Cicerone si propone come creatore di una nuova, e appropriata, denominazione latina, cheinsieme traduca e sostituisca originale greco. In un passo così cruciale, dove le scelte espressive del traduttore saranno state ponderate con particolare accuratezza (specialmente nella formulazione del nome da assegnare al circolo zodiacale), la scelta di adottare un sintagma composto da aggettivo + sostantivo quale orbem signiferum potrebbe far pensare che esso sia modellato su un testo arateo recante Gwtdtov xuxAov, non Cision, anche in considerazione del fatto che Cicerone aveva a propria disposizione pure la perifrasi bis sex signorum orbis, cheimpiega sia negli Aratea sia altrove (Arat. 226; nat.deor. 2.52, nella forma duodecim signorum orbis) e che qui sarebbe risultata perfettamente equivalente a Cwidtwy xoxkov. Inoltre il modello greco, qualora avesse riportato Gwidiov x5xXov, sarebbe risultato intraducibile per Cicerone, il che potrebbe costituire una spiegazione plausibile sia dell’assunzione da parte sua di un modello alternativo per l’espressione latina — che sembrerebbe essere 6 Cwopópos xahoumevos xux2.0¢ di Aristot. Mund. 392a.11 — sia del riferimento al greco zodiacus che sicuramente non é arateo (ma per quest’ultimo punto sono possibili anche altre spiegazioni). Questi caratteri di notevole antichita e diffusione nella tradizione aratea, insieme a una certa peregrinitä della lezione™, si comprenderebbero meglio se potessimo ipotizzare che essa comparisse in una di quelle edizioni commentate che, come s’é gia detto, cominciarono a circolare prestissimo dopo la composizione del poema introducendovi una quantita di vartae lectiones con frequenti forzature e manipolazioni del testo (v. sopra e nn. 15-16): un’edizione che, procedendo sempre per ipotesi, avrebbe potuto anche essere quella seguita da Ptolemaios. Muovendo da qui, si potrebbe avanzare cautamente la supposiztone che la diffusa presenza di una rari- Af. Negri, Prolemaios: chi era costut? 151 ta quale Cwidtov xuxdov nel testo di Arat. 544 sia imputabile non a corruzione bensi a una lezione molto antica insediatasi nella tradizione manoscritta nel corso del secolo abbondante che separa i Phaenomena dallattivita filologica dell’ Epithetes, presumibilmente per iniziativa e col sostegno di qualche edizione diffusa e/o autorevole, e da essa quest'ultimo avrebbe potuto attingere la definizione dello zodiaco come Gmidiog Kur doc. Naturalmente questa ricostruzione, con lannessa proposta di leggere nel fr. 6 di Ptolemaios nv Gerdtou (xúx hou) yiunatv in luogo di zn trod Biovt xtvysty, per quanto suggestiva, non È che una mera ipotesi, ¢ neppure Punica possibile: altre se ne potrebbero prospettare, forse più ingegnose che probabili, nessuna comunque definitiva.”” Se ne può comunque trarre almeno un elemento, che credo mantenga una sua validita e utilita per lo studio del testo tràdito, cioè la plausibilità che l’'analogia cosmologica, in Ptolemaios come nell’ Erymologicum Genuinum, presentasse per il movimento corale nella strofe un termine di paragone meno gencrico rispetto a oùgavóg 0 70 ray, in cui si faceva specifica menzione del circolo zodiacale, indicato perd con una formainconsucta abbastanza da generare fraintendimenti ed errori tali da oscurare irrecuperabilmente il testo genuino. In conclusione, resta da affrontare un’altra questione, di cui Montanari ha posto in luce sia l’importanza per questo passo di Ptolemaios sia la difficoltà, ovvero la possibilità di appurare se questa citazione provenga dal [leet Auprxmy romrov di Didimo“ 99 Altre ipotesi si potrebbero formulare prendendo le mosse da espressioni tecniche della terminologia astronomica corrispondenti allo zodiaco e meno diffuse rispetto a 4 Tmêtax: words di EGen, ad es. t «B Lasser oh (Ta 18) Groter zondoss cfr. ad es, oltre ad Arato $44 secondo il testo emendato Cleir. mov), l inizio dell’Anréroduzione ai fenomeni di Gemino, 1.1: 0 za Cotros moxdosDrmpeitas eis men fB. “Kare de mal za eB Côte cade, a cui sepue l’elenco delle costellazioni (v. inoltre Eudox. fr. 124 city Aristot. Meteor. 34}a.24 Autol. Epit. 1.4, 2.1; Eucl. Phaen. 7; Gem. 1.4, 5.51, als sch. Arat. 321, 457, ecc.). Supponendo che la forma adottata da Ptolemaios per indicare il movimento del cielo delle stelle fisse ¢ ancora riccheggiata da vicino nella voce di EGen fosse un’espressione come zv tH 18 ar dtv (0 Costes) xtvqgey, si potrebbe ipotizzare una progressiva corruzione di zav db Sar tes in zerv Bles, successivamente corretto nel singolare +5 Blou per rendere al testo almeno una parvenza di senso. | numerali, com’? noto, sono fra gli element più esposti a corruzione nel corso della tradizione manoseritta, e proprio il fraintendimento del numerale potrebbe aver portato a un’errata scomposiziane della parola (sav fée mv?) a a una grafia incomprensibile (cay Bbesfe]Btenv?), a cui si tentd di porre rinedio attraverso la trascriziane ze 58 Che non sta solo nella sua qualicä di hapax assoluto e di lectio indubbiamente difficilior rispetto a Zetdiwv, ma soprattutto nella sua (astronomicamente indesiderabile) omofonia con il sostantivo Lntätoy, «costellazione, segno zodiacale», altre che nel contraste con l’espressione éxtzAysty xadgoust, che in Arato indica piuttosto una denominazione d’uso corrente, Bars o fors’anche la prima parte di Cote cisultava illeggibile per qualche guasto meccanico € il numerale fu automaticamente annesso alla seconda parte della parola. Cfr. ancora Montanari, ed. cit, pp. 97-98: «L’attribuzione a Prolemaios Epithetes dello seritto Test statin qszouigews & sostenuta da Dihle, RE, sulla base del fatto che egli& Puni-

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M. Negri, Ptolemaios: cht era costut? 155 Aftonio (Ps.Mar.Victorin. gramm.) vol. VI p. 183.29-184.7 Keil: melos autem... dictum putant a Meline, Oceani filia, quam primum quattuor chordis usam adfirmat Lysanias, sive ut Licymnius, axo too pereatery, toutéste Ipnveiv. quibusdam placet ab apibus, quae graece pedasa: dicuntur. nam sicut illae omni cura flores legunt, ut Su queste basi la strada che collega Ptolemaios a Didimo potrebbe rivelarsi un po’ meno teorica di com’? stata giudicata, e meriterä forse di essere percorsa in futuro proprio partendo da qui. mella conficiant, nai Ort perder abtaic hoc studium, pedaca dictae, par l’auteur des scholies métriques-; clr. anche A. Kambylis, Exstathios über Pindars Epinikiendichtung. Ein Kapitel der klassischen Philologie in Byzanz, Hamburg 1991, p. 71 n. 252. in scriptura quoque quidquid floris est in sono vocis et rhythmis ad componenda pel. colligimus, ut auribus tradamus, unde et Homerus où nal dro yAmoons LEMTOS yAuxioy beev adt. nam veluti gustu vocis aures pabulantur. Ancora, una frase come quella che si trova attualmente à p. 310.25-26 Drachmann III e segue direttamente il passo appena citato: Ôvvazar de wat da TO Kponpa om HA WEAN OV heyea$at, problematica sia nel suo significato intrinseco, sia nella connessione a quanto precede, si spiega a mio parere solo con la progressiva condensazione (e di pari passo oscurazione) di concetti come quelli espressi da Aftonio (Ps.Mar.Victorin. gramm.) vol. VI 183.22-27 © 184.7-9 Keil: Ode est dulcedine soni verbum lexisve pronuntiata. nam si sine verbo sonus pronuntietur, crusma dicetur... quod crusma variatur ex rhythmo... (184.7) vel ideo melos, quoniam pars est wÖng zat hekeos, sicht et corporis nostri partes graece nein appellantur.“ Va infine tenuta presente la plausibilitä anche cronologica che la fonte ultima — mediata se non diretta — di questi materialı eruditi di buona qualitä fosse Didimo, la cui opera di sistemazione della dottrina filologica dei predecessori ne fece al contempo un punto di arrivo e un punto di partenza per gli studiosi delle generazioni successive. Al terminus ante quem offerto da Aftonio, attivo nella meta del IV secolo — e comunque dipendente da fonti anteriori -, si può aggiungere che questi capitula nella loro forma originaria dovevano risalire ad epoca assai antica, probabilmente all’ introduzione dell’edizione degli Epinici pindarici databile al Il sec. d.C., e che per essi & stata autorevolmente suggerita l’attribuzione al redattore degli scoli metrici a Pindaro®. A propesito di quest’ultime accostamento, il fatto che in origine anche il cap. f_o la sua fonte citasse Pomofonia di In = canti ¢ pen = membra del corpo à suggerito dalla presenza dell'avverbio épaves, che non pud riferirsi a una sinonimia di pe, e wêkoz come sembrerebbe emergere dallo stato attuale del testo (ci vorrebbe infatti svv vigene). SV, J. Irigoin, Histoire du texte de Pindare, Paris 1952, p. 105; /d., Les schalics métriques de Pindare, Paris 1958, p. 56: «Il paraît assez probable que certains de ces opuscules, sous leur forme primitive, aient appartenu à l’edition des Épinicies; ils auraient alors été composés Montca NEGRI Necri, Monica. - Prolemaios : chi era costui ? Sulla paternità e i contenuti del Nepi orarixfg momoewg (Pol. Epith. fr 6* Montanari). Paideia 2001 56 : 123-155. + Attraverso l’analisi e la discussione di numerose fonti e passi paralleli, si esaminano i problemi posti dal fr. 6* di Ptolemaios Epithetes, ribadendone l'attribuzione all" Epithetes anziché a Claudio Tolemeo e avanzando congetture per sanare la crux Thy trod Biout xivnouv. L'interpretazione cosmologica della triade strofica proposta nel frammento potrebbe essere rielaborazione di relazioni analo[72-05017 giche ed etimologiche più antiche, forse di matrice pitagorica.&