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VTA SAS.
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Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, 2 (2013), pp. 275-295
STUDI DI STORIA DELLA FILOSOFIA
MARIA CARMEN DE VITA”
IL BENE/SOLE NELL'ESEGESI NEOPLATONICA:
GIAMBLICO, GIULIANO E L'INNO A HELIOS RE!
E ormai un dato acquisito dai pid recenti studi sul neoplatonismo come la
© 2013 Vita e Pensiero / Pubblicazioni dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore
celebre analogia del Sole con il Bene, presente nel VI libro della Repubblica
platonica, costituisca peri filosofi postplotiniani uno dei riferimenti testuali
fondativi per comprendere la natura e le funzioni del Primo Principio. Il
brano, in particolare il passo che si estende da 508a a 509d, viene normalmente utilizzato — da solo o in associazione ad altri due testi cruciali della
tradizione platonica, come la prima ipotesi del Parmenide e il passo 312e
della pseudoplatonica Epistola H — per ricostruire un coerente insegnamento
metafisico-teologico, costituito dalla totale trascendenza del Primo (l'Uno-
Bene) rispetto alla totalita degli esseri che da esso derivano.
Nelle pagine seguenti mi propongo di analizzare in dettaglio l’interpretazione giamblichea di Resp. VI 508a-509d, che è ricavabile, a mio avviso,
da un brano [ino a questo momento non molto studiato dell’inno A Helios
re di Giuliano Imperatore. Ritengo opportuno, per meglio chiarire il contesto teoretico di tale esegesi, partire da un breve excursus sulle altre letture
— decisamente meglio conosciute — che anche Plotino, Proclo e Damascio
propongono del celebre brano platonico. Nelle loro interpretazioni si mani-
* Università degli studi di Salerno.
! I presente saggio nasce da una rielaborazione dell’ intervento da me presentato durante
la X International Conference of Neoplatonic Studies (Cagliari, 2012). Ringrazio vivamente
i proff. Riccardo Chiaradonna e Michele Abbate per gli utili suggerimenti che mi hanno
fornito in quella sede.
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DI FILOSOFIA NEO-SCOLASTICA
Anno CV
Aprile-Giugno 2013
VITA E PENSIERO
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Largo Gemelli 1
20123 Milano
In caso di mancato recapito si restiuisca al mittente che srimpe
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STUDI DI STORIA DELLA FILOSOFIA
© 2013 Vita e Pensiero / Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
il BeNe/Sole Nell’eSegeSi NeoPlatoNiCa:
giaMBliCo, giUliaNo e l’iNNo A Helios re1
È ormai un dato acquisito dai più recenti studi sul neoplatonismo come la
celebre analogia del Sole con il Bene, presente nel Vi libro della repubblica
platonica, costituisca per i ilosoi postplotiniani uno dei riferimenti testuali
fondativi per comprendere la natura e le funzioni del Primo Principio. il
brano, in particolare il passo che si estende da 508a a 509d, viene normalmente utilizzato – da solo o in associazione ad altri due testi cruciali della
tradizione platonica, come la prima ipotesi del Parmenide e il passo 312e
della pseudoplatonica epistola ii – per ricostruire un coerente insegnamento
metaisico-teologico, costituito dalla totale trascendenza del Primo (l’UnoBene) rispetto alla totalità degli esseri che da esso derivano.
Nelle pagine seguenti mi propongo di analizzare in dettaglio l’interpretazione giamblichea di resp. Vi 508a-509d, che è ricavabile, a mio avviso,
da un brano ino a questo momento non molto studiato dell’inno A Helios
re di giuliano imperatore. Ritengo opportuno, per meglio chiarire il contesto teoretico di tale esegesi, partire da un breve excursus sulle altre letture
– decisamente meglio conosciute – che anche Plotino, Proclo e Damascio
propongono del celebre brano platonico. Nelle loro interpretazioni si mani-
*
Università degli studi di Salerno.
1
il presente saggio nasce da una rielaborazione dell’intervento da me presentato durante
la X international Conference of Neoplatonic studies (Cagliari, 2012). Ringrazio vivamente
i proff. Riccardo Chiaradonna e Michele abbate per gli utili suggerimenti che mi hanno
fornito in quella sede.
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)festano diversi modi, più o meno radicali, di intendere la trascendenza
dell’Uno rispetto alla realtà molteplice dell’essere intelligibile; sicché non è
sbagliato affermare che, nel suo complesso, la storia esegetica dell’analogia
rilette quella che è la parabola evolutiva dell’intero movimento neoplatonico nella sua questione ontologica fondamentale (il rapporto fra il Principio
trascendente e unico del reale e la molteplicità dei derivati).
1. introduzione: le interpretazioni di Plotino, Proclo, Damascio
iniziando, dunque, dalle enneadi plotiniane, è noto come nell’opera la
metafora solare sia un topos ricorrente, volto a dimostrare la natura assolutamente semplice (aJplouvstaton) del Principio Primo, l’Uno-Bene. esso
risulta anteriore all’essere e ad ogni sua determinazione speciica: non è
o[n, dunque, e neppure ijdeva, ma viene deinito dall’espressione platonica
di ejpevkeina th oujsiva, interpretata come equivalente ad ejpevkeina tou
o[nto2. Proprio questo suo statuto originario e fondativo gli consente di porsi come causa trascendente e primissima della realtà intelligibile.
infatti, leggiamo in un brano famoso di enn. Vi 7 (38), come la luce del
sole è ciò che determina la visione degli oggetti sensibili, così, per analogia,
la luce di cui il Bene è causa risplende sugli intelligibili, garantendo ad essi
la possibilità di essere e di essere pensati3. Tale luce si speciica poi come
la verità propria della realtà intelligibile, cioè l’identità dinamica di essere
e pensiero che determina l’evidenza dei contenuti dell’intelletto4. il Bene/
2
Cfr. PlatoNe, resp. Vi, 509b8-10; per le occorrenze plotiniane, cfr. ad esempio PlotiNo, enn. i 7 (54), 1, 19; V 1 (10), 8, 8; V 3 (49), 17, 3 (ejpevkeina th oujsiva); i 3 (20), 5, 7-8,
ii 4 (12), 16, 25; iii 9 (13), 9, 1 (ejpevkeina tou o[nto). in altri termini, per Plotino, ciò che è
«al di là dell’essenza» è solo al di là di una determinazione speciica dell’essere, mentre il
Principio, origine prima della totalità degli enti, implica una forma di trascendenza più radicale e si trova perciò «al di là dell’essere» tout court; cfr. M. aBBate, il Bene nell’interpretazione di Plotino e di Proclo, in PlatoNe, la repubblica, libro V, traduzione e commento a
cura di M. Vegetti, Bibliopolis, Napoli 2003, pp. 625-678, spec. pp. 628-639. C’è da dire che
l’interpretazione plotiniana non corrisponde in alcun modo a quanto Platone afferma nella
repubblica a proposito dell’idea del Bene; quest’ultima, soprattutto in considerazione del
fatto che nel libro Vi viene deinita ijdeva e mevgiston mavqhma (resp. Vi 504d, 505a), non può
essere concepita come Principio che trascende in modo assoluto l’essere e quindi la dimensione intelligibile. Sul tipo di causalità esercitata dal Bene, considerato come la fonte prima
dell’essere eidetico delle forme, cfr. F. FeRRaRi, l’idea del Bene: collocazione ontologica e
funzione causale, in PlatoNe, la repubblica, libro V, pp. 287-325.
3
Cfr. PlotiNo, enn. Vi 7 (38), 16, 24 ss.
4
l’innovazione fondamentale di Plotino nell’evoluzione della dottrina platonica delle
idee consiste nell’aver concepito queste ultime non più soltanto come contenuti o strumenti
dell’intelligenza divina (secondo una dottrina ampiamente attestata in epoca medioplatoni-
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Sole appare come il Principio semplicissimo, trascendente e indifferenziato,
di tale unità: è auto-identità originaria al di là di ogni forma di molteplicità e, proprio in quanto tale, rende identici pensato e pensante, garantendo
all’uno e all’altro la loro natura propria. Per questo Plotino lo associa al
«Re del tutto», di cui si legge nel passo 312e della pseudoplatonica epistola
ii5: più esattamente, lo deinisce come th ajlhqeiva basileuv, «re della
verità»6, in quanto fonte della verità-luce propria della realtà intelligibile.
Come si può constatare, questo tipo di esegesi della metafora solare va
ben oltre la lettera del testo di Platone, che nel porre il Bene come il correlato metaisico del sole sensibile non ne aveva esplicitamente riiutato né
lo statuto di idea, né in generale il legame con la dimensione intelligibile7.
Siamo evidentemente dinanzi ad un fenomeno macroscopico di iperinterpretazione che va giustiicato alla luce del presupposto teoretico fondamentale della ilosoia plotiniana, ovvero la necessità di risalire ad un Principio
unico, di natura meta-ontologica e meta-noetica, di tutto ciò che esiste.
la trascendenza del Bene/Sole viene poi accentuata in maniera ancora
più radicale da Proclo, che all’esegesi della metafora dedica un’intera dissertazione, la Xi, del suo Commento alla repubblica. Qui il Bene appare
ca), bensì come menti pensanti e nell’aver posto dunque una relazione di identità fra oggetto
di pensiero e pensiero pensante; cfr. a. liNgUiti, Dottrina delle idee nel medioplatonismo,
in F. FRoNteRotta - W. leSzl (a cura di), eidos-idea. Platone, Aristotele e la tradizione platonica, academia Verlag, Sankt augustin 2005, pp. 247-261, spec. pp. 247-248. alle origini
di questa originale teoria sono alcuni spunti tratti dal Soista platonico (in particolare 241d
ss.); da esso, infatti, Plotino desume una concezione dell’essere come intrinsecamente vitale
e mobile, in virtù di tutto ciò che ne rappresenta una determinazione speciica; cfr. PlotiNo,
enn. V 4 (7), 2, 43, ss.; Vi 9 (9), 2, 24-25. Per questo gli enti nella loro totalità si pongono
nello stesso tempo come oggetti intelligibili e la dualità/identità originaria di essere/pensiero è fondamento di ogni forma di molteplicità; cfr PlotiNo, enn. V 6 (24), 6, 20-24; V 1
(10), 4, 31 ss; M. aBBate, Parmenide e i neoplatonici: dall’essere all’Uno e al di là dell’Uno, edizioni dell’orso, alessandria 2010, pp. 115-156.
5
Cfr. [PlatoNe], ep. ii, 312e1-3; iD., resp. Vi, 509d2. Per una storia delle interpretazioni
dell’epistola in epoca medioplatonica e neoplatonica, cfr. PRoClUS, Théologie platonicienne,
livre ii, éd. par H.D. Saffrey - l.g. Westerink, les Belles lettres, Paris 1978, pp. xx-lix.
6
Cfr. PlotiNo, enn. V 5 (32), 3, 18 e anche V 5 (32), 3, 20-21 (basileu; basilevwn kai;
basilevwn pathvr).
7
Cfr. supra, nota 2. il Bene è concepito da Platone come il tevlo del mondo intelligibile
(resp. Vi, 532b); viene inoltre indicato come tou o[nto to; fanovtaton (518c) e to; a[riston
ejn toi ou\si (532c), proprio a sottolineare che si tratta del punto culminante della serie degli
esseri, ma anche che a questa serie appartiene. Più coerente, rispetto a quella plotiniana, con
la lettera del testo platonico è dunque l’esegesi dei ilosoi medioplatonici, per i quali l’idea
del Bene è l’essere più elevato; cfr. J. WHittakeR, !Epevkeina nou kai; oujsiva, «Vigiliae
Christianae», 23 (1969), pp. 91-104; M. BalteS, is the idea of the Good in Plato’s Republic
Beyond Being?, in M. Joyal (ed.), studies in Plato and the Platonic Tradition. essays Presented to J. Whittaker, ashgate, aldershot 1997, pp. 3-23.
Page 7
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)superiore non solo all’essenza e all’essere, come voleva Plotino, ma addirittura alla verità; come infatti – afferma il ilosofo licio – il sole è causa
della luce, per mezzo della quale tutte le cose si rendono visibili, e tale luce
ha analogia con la verità8, così il Bene è causa della verità che rende intelligibile (nohtovn) l’essere e risulta dunque al di là dell’essere e della verità
(ejpevkeina th ajlhqeiva, uJpe;r ajlhvqeian)9. Da ciò deriva un’importante
differenza rispetto all’esegesi plotiniana: il Bene/Uno non viene più inteso
da Proclo quale identità pura, fonte della verità/identità di essere e pensiero,
ma piuttosto come incommensurabile differenza e alterità rispetto a tutto ciò
che da esso deriva, compresa la verità delle realtà intelligibili.. esso viene
dunque a coincidere con l’Uno-in sé, che nella prima ipotesi del Parmenide
viene descritto unicamente per via aferetico-negativa10, e può essere inine
interpretato in chiave teologica, come Primo Dio, secondo quanto attesta la
dichiarazione conclusiva della Dissertazione Xi:
il Bene è secondo Platone il Primo Dio11.
Dalla teologizzazione del Principio supremo scaturisce quindi, nell’ottica di
Proclo, una teologizzazione complessiva di tutto il reale12.
8
Cfr. PRoClo, in remp. i 276, 23-277, 6.
Cfr. ibi, i 277, 14-15 e 16-17. Diversamente da Plotino, per Proclo l’ajlhvqeia della
dimensione intelligibile è il fondamento non solo dell’unità di pensato e pensante, ma anche
della loro originaria differenza; cfr. ibi, i 279, 29-30. Da ciò risulta una più marcata caratterizzazione della trascendenza del Principio, che non è più, come nelle enneadi, fonte dell’unità/identità della dimensione intelligibile ma assolutamente ulteriore rispetto ad essa; cfr.
ibi, i 280, 5-7; aBBate, il Bene nell’interpretazione di Plotino e di Proclo, p. 665.
10
Cfr. PRoClo, in remp. i 285, 23-27. Perciò, in coerenza con l’esegesi procliana del Parmenide, le uniche vie per cogliere l’assoluta originarietà del Principio Primo sono l’aphairesis (ovvero l’astrazione da tutte quelle proprietà riferibili alle realtà seconde) e l’apophasis (cioè l’assoluta e radicale negazione di ogni predicazione): entrambe, a loro volta, sono
destinate a concludersi nella totale negatio negationis, nell’assoluta ineffabilità del silenzio
mistico; cfr. iD., in Parm. Vii 1171, 7-8; Theol. Plat. ii 65, 13; M. aBBate, il ‘linguaggio
dell’ineffabile’ nella concezione procliana dell’Uno-in-sé, «elenchos», 22 (2001), pp. 305327; iD., il Bene nell’interpretazione di Plotino e di Proclo, pp. 659-678. Sull’importanza
dell’interpretazione del Parmenide nella speculazione neoplatonica e in particolare procliana
cfr. l’articolo tuttora fondamentale di e.R. DoDDS, The Parmenides of Plato and the origin of
the Neoplatonic one, «Classical Quarterly», 22 (1928), pp. 129-142 e, da ultimo, C. Steel,
Une histoire de l’interprétation du Parménide dans l’antiquitè, in M. BaRBaNti - F. RoMaNo
(a cura di), il Parmenide di Platone e la sua tradizione, atti del iii Colloquio internazionale
del Centro di Ricerca sul Neoplatonismo, Cuecm, Catania 2002, pp. 11-40.
11
Cfr. PRoClo, in remp. i 287, 16-17: to; a[ra ajgaqovn ejsti oJ prwto kata; Plavtwna
qeov.
12
in altri passi della Teologia Platonica Proclo si sofferma dettagliatamente sulla natura
divina del Bene, che si diffonde per tutta la realtà, permeandola interamente; cfr. iD., Theol.
Page 8
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)la presentazione dell’Uno/Bene come Primo Dio, fonte delle articolazioni divine di tutta la realtà, non elimina però l’aporeticità insita nella
nozione stessa di Principio Primo; questi, per essere autenticamente tale,
deve implicare una completa trascendenza rispetto a ciò che da esso deriva e
perciò risultare paradossalmente anteriore alla stessa nozione, in sé relativa,
di Principio13. Su questa problematica è imperniata, come è noto, la speculazione di Damascio, il quale, procedendo oltre Plotino e Proclo, è indotto a
postulare l’esistenza, al vertice del suo sistema metaisico, di un’entità superiore allo stesso Uno, l’assolutamente e totalmente ineffabile.
Di conseguenza, con l’ultimo diadoco della scuola di atene, ci troviamo
dinanzi ad un’interpretazione ancora diversa della metafora solare: il Bene/
Sole non è più il Principio Primissimo, ma una sorta di Secondo Principio,
che è insieme inconoscibile e conoscibile14. l’inconoscibilità è determinata, come in Proclo, dalla sua trascendenza rispetto alla luce/verità di cui è
causa15. Per quanto riguarda, poi, l’affermazione della sua conoscibilità16,
essa è garantita, secondo Damascio, da una forma di intuizione e ispirazione (ejpibolhv) meta-noetiche17, una sorta di conoscenza in lontananza
(povrrwqen), destinata comunque a risolversi nelle esperienze extra-razionali del contatto e nell’unione18.
Plat. ii 7, 44, 4-16; 48, 14-19. Sull’impostazione metaisico-teologica della speculazione
procliana, cfr. M. aBBate, il divino fra unità e molteplicità. saggio sulla teologia Platonica
di Proclo, edizioni dell’orso, alessandria 2008.
13
Secondo il ragionamento di Damascio, infatti, l’Uno/Bene di Plotino e di Proclo non
può essere assolutamente trascendente, perché implica in qualche misura i principiati cui
dà origine; invece l’autentico Principio, l’ineffabile, è totalmente privo di relazione e coordinazione con ciò che viene dopo di lui; per tutti i riferimenti, cfr. a. liNgUiti, Giamblico,
Proclo e Damascio sul principio anteriore all’uno, «elenchos», 9 (1988), pp. 95-106; PH.
HoFFMaNN, l’expression de l’indicible dans le néoplatonisme grec de Plotin à Damascius,
in C. leVy - l. PeRNot (éds.), Dire l’évidence (philosophie et rhétorique antiques), l’Harmattan, Paris-Montréal 1997, pp. 335-390, spec. pp. 376-377; e più ampiamente V. NaPoli,
!Epevkeina tou eJnov: il principio totalmente ineffabile tra dialettica ed esegesi in Damascio, Cuecm, Catania 2008.
14
Cfr. DaMaSCio, De Princ. i 86, 10-22; 83, 7-12; 10, 24-11, 5; 11, 14-15; V. NaPoli,
Conoscibilità e inconoscibilità dell’Uno nella lettura di Damascio della Repubblica di Platone, «Pan», 23 (2005), pp. 183-208.
15
Cfr. DaMaSCio, De Princ. i 70, 7-18.
16
ad essa sembra alludere l’espressione platonica di mevgiston mavqhma, in PlatoNe,
resp. Vi, 505a2, ripresa e commentata anche da DaMaSCio, De Princ. i 65, 1-10.
17
Cfr. DaMaSCio, De Princ. i 10, 12-24; 19, 2-4.
18
Cfr. ibi, i 83, 7-84, 7. Queste espressioni sono piuttosto simili a quanto Plotino e Proclo affermano sulla possibilità di entrare in contatto con l’Uno. Plotino, infatti – com’è noto
– parla dell’ektasis come modo per diventare semplici e raggiungere ciò che è anteriore
ad ogni forma di differenza e determinazione; cfr. M.l. gatti, Plotino e la metaisica della contemplazione, Vita e Pensiero, Milano 19962, spec. p. 45 e pp. 231-236. Per Proclo,
Page 9
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)l’interpretazione della metafora solare raggiunge dunque, nel De Principiis, una straordinaria tensione teoretica, che si manifesta nell’approdo ad
una concezione di trascendenza sempre più radicale e incommensurabile.
Non più al vertice della gerarchia metaisica, come per gli esegeti precedenti, il Bene/Sole di Damascio risulta l’«ultimo conoscibile (to; e[scaton
gnwstovn)»19, dalla conoscibilità però indeterminata e sfuggente. ad esso
risulta dialetticamente legata la nozione di ineffabile, il Primo Principio
di cui nulla si può predicare, neppure l’ineffabilità, e rispetto al quale non
ha senso parlare di luce di verità, ma si può solo «brancolare nel vuoto
(kenembatein)»20 di una «iperignoranza (uJperavgnoia)»21.
2. l’esegesi di Giamblico/Giuliano
2.1. Tracce giamblichee nell’inno a Helios re
la posizione di un Principio ineffabile anteriore allo stesso Uno non è una
novità introdotta da Damascio nel panorama della metaisica tardoantica.
Sarebbe stato in realtà giamblico – come leggiamo sempre in una pagina del
De Principiis – il primo ad avvertire la necessità di radicalizzare la trascendenza del Principio per salvaguardarne la funzione di fonte, assolutamente separata da tutto, dell’universale processione degli enti. Più in dettaglio, egli avrebbe
scisso l’assoluta semplicità dell’Uno plotiniano in una struttura a più livelli
comprendente, al vertice, il Principio unico del tutto, assolutamente indicibile22; al secondo posto, l’Uno assoluto o puro non coordinato con la triade intelpoi, l’Uno è conoscibile solo attraverso un’intuizione (prosbolhv) divinamente ispirata e
superiore all’intelletto; il ilosofo la identiica con lo sguardo dell’anima (assimilato all’Uno
dell’anima), stabilendo un legame fra questa intuizione e la dialettica negativa; cfr. PRoClo,
in remp. i 280, 26-27; aBBate, il ‘linguaggio dell’ineffabile’ nella concezione procliana
dell’Uno-in-sé, passim.
19
Cfr. DaMaSCio, De Princ. i 20, 7-8; 18, 3-4.
20
Cfr. ibi, i 7, 24-8, 5.
21
Cfr. ibi, i 84, 16-18. Sulla peculiare nozione damasciana di uJperavgnoia, cfr. P.
atHaNaSSiaDi, The Chaldaean oracles: Theology and Theurgy, in P. atHaNaSSiaDi - M.
FReDe (eds.), Pagan Monotheism in late Antiquity, oxford University Press, oxford 1999,
pp. 149-183, spec. p. 167.
22
Cfr. DaMaSCio, De Princ. ii 1, 6; 25, 17; 16, 4. Questo Principio Primissimo è deinito
anche come «Dio uno», superiore agli esseri realmente esseri, immobile nella solitudine della sua unicità, fondamento dei primi intelligibili nel De mysteriis; cfr. giaMBliCo, De Myst.
Viii 2, 261, 9-262, 2; sul rapporto esistente fra questo passo e la dottrina giamblichea dei
principi come ci è nota attraverso Damascio, cfr. PRoClUS, Théologie platonicienne, livre
iii, pp. xxx ss.
Page 10
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)ligibile23; inine l’Uno-Essere, principio del mondo noetico derivante dall’Uno
assoluto con la mediazione dei due principi universali di limite e illimitato24.
Questo sistema così complesso, probabilmente frutto dell’apertura al
confronto fra più tradizioni teologiche (greco-romane, caldaiche ed ermetiche), doveva essere sostenuto, dal ilosofo di Calcide, soprattutto con il
ricorso ai testi cruciali della tradizione metaisica platonica; fra questi ultimi
è lecito supporre che il brano di resp. Vi 509d occupasse un ruolo determinante. Non possediamo però, come per Plotino, Proclo o Damascio, riferimenti testuali precisi che ci consentano di ricostruire, sia pure per grandi
linee, l’interpretazione giamblichea della metafora solare. Disponiamo soltanto di una testimonianza per dir così indiretta, costituita dall’inno giulianeo A Helios re: ad esso occorre dunque rivolgersi, per tentare di cogliere la
novità di un’esegesi che, come vedremo, sembra sotto molti aspetti anticipare quella proposta da Damascio nel De Principiis.
ora, sulla singolarità dell’inno A Helios re e, in generale, del pensiero
ilosoico di Giuliano Imperatore molto è stato scritto, soprattutto negli ultimi decenni, alla luce del crescente interesse per la igura intellettuale di un
autore che per lungo tempo è stato piuttosto semplicisticamente considerato
solo come un passivo portavoce di giamblico25. Non v’è dubbio che l’inno
A Helios re costituisca, per esplicita dichiarazione dello stesso giuliano, uno
dei testi in cui l’eredità giamblichea si manifesta nella maniera più evidente26; altrettanto evidente, però, è anche l’originalità con cui l’autore riesce a
23
Cfr. DaMaSCio, De Princ. ii 28, 2 e iD., in Parm. ii 76, 2.
Cfr. iD., De Princ. ii 1, 6-7; 25, 1-6. Per un’esposizione sintetica del sistema metaisico giamblicheo, rinvio a J.M. DilloN (ed.), iamblichi Chalcidensis in Platonis dialogos
Commentariorum Fragmenta, Brill, leiden 1973, pp. 26-53; g. CoCCo, la struttura del
mondo soprasensibile nella ilosoia di Giamblico, «Rivista di Filosoia Neo-Scolastica»,
84 (1992), pp. 468-493. In particolare, per il ruolo assunto nel ilosofo di Calcide dai due
principi ontologici universali di pevra e di a[peiron, cfr. g. VaN Riel, iamblichus and the
Philebus of Plato, «Syllecta Classica», 8 (1997), pp. 149-162; D.P. taoRMiNa, Jamblique:
critique de Plotin et de Porphyre: quatre études, Vrin, Paris 1999, pp. 39-44.
25
Si vedano, fra i contributi più rilevanti dal punto di vista ilosoico, e. CoRSiNi, l’imperatore Giuliano tra cristianesimo e neoplatonismo, in i. laNa (a cura di), il «Giuliano
l’Apostata» di Augusto rostagni, atti dell’incontro di studio di Muzzano del 18 ottobre
1981, Supplemento al volume 116 (1982) degli atti dell’accademia delle Scienze di torino,
ii Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, torino 1983, pp. 45-56; a. MaRCoNe,
l’imperatore Giuliano, Giamblico e il Neoplatonismo. A proposito di alcuni studi recenti,
«Rivista storica italiana», 96 (1984), pp. 1046-1052; J. DilloN, The Theology of Julian’s
Hymn to king Helios, «itaca», 14-15 (1998-1999), pp. 103-115, J.F. FiNaMoRe, Qeoi; qewn:
an iamblichean Doctrine in Julian’s against the galilaeans, «transactions of the american
Philological association», 118 (1988), pp. 393-401.
26
il nome di giamblico ricorre in tre diversi punti dell’orazione (giUliaNo, or. 11, 146a,
150d, 157b-c); inoltre l’apostata sottolinea la straordinaria rapidità nella composizione
Page 11
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)piegare i contenuti ilosoici appresi ad un’utilizzazione pratica e immediata, quella cioè di costituire la cornice teorico-dogmatica di una nuova forma
di religione pagana, un ellenismo solare dalla struttura sincretistica27.
A riprova di ciò, è possibile citare vari esempi signiicativi che illustrano la persistenza e la trasformazione, nel testo giulianeo, di alcuni elementi caratteristici dell’insegnamento impartito da giamblico (o, com’è
più probabile, dai successori di giamblico che il princeps ebbe modo di
conoscere)28. Partiamo, anzitutto, dalla scissione, che senz’altro va attribuita al ilosofo di Calcide, della realtà uni-molteplice dell’Intelletto plotiniano – identità dinamica di essere e pensiero – fra un aspetto oggettivo
o intelligibile (nohtov) e uno soggettivo o intellettivo (noerov)29: essa
ispira a giuliano, all’interno dell’inno, la creazione di una gerarchia del
reale a tre livelli o kosmoi, quello intelligibile, quello intellettivo e quello visibile, ad ognuno dei quali è preposta una divinità suprema, Helios
nohtov, Helios noerov ed Helios aijsqhtov, fra loro legate da un rapporto di tipo analogico30. e ancora: gran parte del discorso giulianeo è
dedicata alla celebrazione del Secondo Sole, Helios noerov che, come
intermediario fra il piano intelligibile e quello sensibile, occupa una posizione centrale fra i kosmoi31; ebbene, tutto l’impianto della trattazione, che
si sofferma prima ad esaminare l’oujsiva mediatrice del dio32, poi, in detdell’inno (157 b-c). Secondo la maggioranza degli studiosi, la fonte da lui utilizzata sarebbe
stato un trattato giamblicheo De diis, di cui si sarebbe servito anche Sallustio per la redazione del cap. Vi De diis et mundo e in merito al quale ci informano PRoClo (Theol. Plat. i 11,
52, 3-4), DaMaSCio (De Princ. ii 71, 25-72, 1) e lo stesso giaMBliCo (De Myst. Viii 8, 271,
13; Protr. 21, 120, 7).
27
Cfr. M.C. De Vita, Giuliano imperatore ilosofo neoplatonico, Vita e Pensiero, Milano 2011, pp. 139-158, 315-330.
28
Fra questi ultimi, spiccano in particolare le igure dei ilosoi pergameni Massimo e
Prisco, per i quali rinvio agli esaurienti proili biograici tracciati nei volumi recentissimi del
Dictionnaire des philosophes antiques; cfr. F. DelFiM SaNtoS, s.v. Maxime (D’Éphèse?), in
Dictionnaire des philosophes antiques, tome iV, Éditions du CNRS, Paris 2005, pp. 313322; R. goUlet, s.v. Priscus de Thesprotie, in Dictionnaire des philosophes antiques, tome
iVb, Éditions du CNRS, Paris 2012, pp. 1528-1539.
29
Nel sistema metaisico di Giamblico si rinuncia a quello che era stato l’aspetto più
rivoluzionario della dottrina plotiniana dell’Intelletto (ossia l’identiicazione di essere/pensiero, cfr. supra, nota 4) e si assiste ad una scissione del livello del nou in due piani metaisici separati, nohtov (il conosciuto o intelligibile) e noerov (il conoscente o intellettivo,
inferiore all’intelligibile). Forse alle origini dell’innovazione giamblichea va posto un problema di interpretazione degli oracoli caldaici, che impiegavano senza distinzione nohtov e
noerov per designare l’intelligibile in opposizione al sensibile; cfr. CoCCo, la struttura del
mondo soprasensibile nella ilosoia di Giamblico, pp. 480-481.
30
Cfr. giUliaNo, or. 11, 132c-d, 133c.
31
Cfr. ibi, 135c, 138d, 140a-b, 138d.
Cfr. ibi, 132 b ss.
Page 12
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)taglio, le sue potenze o dunavmei33, in ultimo le sue ejnevrgeiai, ossia
i beneici effetti della sua azione provvidenziale34, rilette lo schema triadico oujsiva/duvnami/ejnevrgeia, già impiegato da giamblico nel De
Anima e nel De Mysteriis35. Inine, anche la teoria, di lontana ascendenza
aristotelica, esposta in or. 11, 133d-134b, relativa alla propagazione della
luce solare dal Nou ai kosmoi potrebbe risalire, in ultima analisi, al ilosofo di Calcide; sono signiicative, a tal proposito, le coincidenze tematiche e lessicali riscontrate dagli studiosi con alcuni passi del De Mysteriis e
soprattutto del commento procliano al Timeo36.
Ulteriori elementi giamblichei afiorano poi sporadicamente in numerosi punti dell’inno37; e ciò consente di avallare l’ipotesi avanzata da Jean
Bouffartigue nella sua analisi delle fonti del discorso di giuliano, secondo
la quale il princeps nel redigere l’inno avrebbe avuto modo di consultare
33
Le potenze di Helios sono identiicate in una visione sincretistica con le divinità maggiori della tradizione greco-romana ed orientale; cfr. ibi, 142b ss.
34
Cfr. ibi, 145 c ss.
35
Nel De Anima lo schema tripartito è utilizzato per l’esame della sostanza, delle facoltà
e degli atti dell’anima, mentre nel De Mysteriis lo si ritrova nella distinzione delle varie
classi di esseri superiori (appunto in base alle rispettive sostanze, facoltà, attività); cfr.
giaMBliCo, De An. 1, 26, 1-24, 51, 9; De Myst. i 4, 11, 8-16; ii 1, 67, 10-68, 2; C. Steel, The
Changing self. A study on the soul in the later Neoplatonism: iamblichus, Damascius and
Priscianus, Paleis Der academiën, Brussel 1978, tr. it. di l.i. Martone, il sé che cambia.
l’anima nel tardo Neoplatonismo: Giamblico, Damascio e Prisciano, edizioni di Pagina,
Bari 2006, p. 93, nota 31.
36
Più esattamente Giuliano, recuperando una deinizione aristotelica (cfr. aRiStotele,
De An. ii 7, 418b10-13), presenta la luce come «forma» o «colore del trasparente» (ei\do [...] kai; qeion tou kat! ejnevrgeian diafanou), o meglio, come vera e propria attività
(ejnevrgeia) che viaggia attraverso i kosmoi; essa è emanata da una fonte incorporea coincidente con il Nou dell’universo e discendendo verso il cosmo materiale diventa progressivamente meno eterea e pura. echi di questa teoria si riscontrano anche in giaMBliCo,
De Myst. ii 4, 77, 10-18, dove viene descritta una scala discendente di luci in riferimento
agli ajgavlmata divini, dalla luce incorporea di dèi, angeli e arcangeli al fuoco corporeo dei
demoni, degli eroi e delle anime. e a giamblico, probabilmente, come già giuliano, si rifà
anche Proclo, che nel commento al Timeo stabilisce una gerarchia di a) fuoco o luce noerica,
b) luce celeste, che è mivmhma della luce noerica e c) luce terrena, che esiste solo a livello materiale e per partecipazione; cfr. PRoClo, in Tim. ii 42, 9-44, 7. Per quanto riguarda,
inine, la concezione procliana della luce solare, che è propriamente «luce noerica (noero;n
fw)» avente la sua origine nell’Uno/Bene ed è capace di favorire la generazione dei corpi
e l’elevazione delle anime; cfr. iD., Theol. Plat. ii 7, 48, 9-14; Vi 12, 61, 7, 15; in Tim. iii
80, 31-83, 17; hymn. i 1; J.F. FiNaMoRe, iamblichus on light and the Transparent in H.J.
BlUMeNtHal - e. g. ClaRk (eds.), The Divine iamblichus: Philosopher and Man of Gods,
Bristol Classical Press, london 1993, pp. 55-64; Proclus’ Hymns, essays, translations,
Commentary by R. M. VaN DeN BeRg, Brill, leiden-Boston-köln 2001, pp. 152-155.
Basti pensare al ruolo metaisico e soteriologico attribuito alla dottrina del quinto corpo, su cui cfr. infra, nota 39.
Page 13
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)uno o più scritti di giamblico, per noi perduti, esplicitamente dedicati alla
teologia solare38.
2.2. Il dio Sole: una collocazione metaisica ambigua
appurato dunque il sicuro background giamblicheo dell’orazione di giuliano, vale la pena di sottoporre ad un’analisi più accurata la sezione 132c-d,
relativa al Primo Sole, il Principio dell’universo, esplicitamente identiicato
dal princeps con il Bene/Sole della repubblica platonica:
Questo universo divino e bellissimo, dalla sommità della volta del cielo ino
alle estremità della terra tenuto insieme dall’indissolubile provvidenza del dio,
dall’eternità è nato senza generazione, eterno anche per il futuro, da nient’altro
custodito se non direttamente dal quinto elemento39, che culmina nel raggio del
38
Cfr. J. BoUFFaRtigUe, l’empereur Julien et la culture de son temps, institut des Études
augustiniennes, Paris 1992, pp. 336 ss. Quello dei trattati di teologia solare sembra, del resto,
che fosse un genere di moda fra ilosoi e letterati del iii e iV secolo, destinato poi a rimanere
in auge anche nel corso del V: lo dimostra tutta una serie di opere, greche e latine (da Macrobio a Proclo, a Marziano Capella, a Nonno di Panopoli), che con l’inno giulianeo A Helios
re presentano signiicative afinità. Per tutti i riferimenti, cfr. H.D. SaFFRey, la dévotion de
Proclus au soleil, in J. SoJCHeR - g. HottoiS (éds.), Philosophies non chrétiennes et christianisme: morale et einsegnement, editions de l’Universitè, Bruxelles 1984, pp. 73-86 (poi
in iD., le néoplatonisme après Plotin, Vrin, Paris 2000, pp. 179-191); W. lieBeSCHUetz, The
Signiicance of the Speech of Praetextatus, in atHaNaSSiaDi - FReDe, Pagan Monotheism in
late Antiquity, pp. 185-205, spec. pp. 191-192; VaN DeN BeRg, Proclus’ Hymns, pp. 145-189.
39
Nella visione dell’apostata, il quinto corpo visibile (oJ fainovmeno kai; pevmpton swma)
è una realtà al tempo stesso isica e geometrica, dotata di moto circolare, che avviluppa l’universo, tenendolo unito e rinserrandolo in sé; cfr. giUliaNo, or. 8, 162b, 163d. Costituito dall’etere più puro, impassibile, è identiicato con il cielo visibile che nell’inno Alla Madre degli
dèi adorna il copricapo di attis; cfr. ibi, 166d, 165a-c, 167d, 170c; iD., or. 11, 132c, 139c-d,
140c. Soprattutto, si afferma in or. 8, 162d, esso contiene in sé le cause incorporee delle forme
materiali, cioè trasforma la forza produttiva del Principio intelligibile in realizzazioni materiali
concrete, assicurando l’ordine e la coesione dell’universo. la sua funzione viene in tal modo a
sovrapporsi alla nozione platonica di Anima Mundi, che in Tim. 41d viene appunto identiicata
con il cielo. Sappiamo che sulla dottrina aristotelica relativa al quinto corpo o etere costitutivo
della regione celeste si era aperto un dibattito, in ambito neoplatonico, fra i ilosoi (come
Plotino, Poririo, Proclo) che la riiutavano, facendo derivare la superiorità dei corpi celesti
dall’eccezionale purezza del fuoco di cui risultano composti (PlotiNo, enn. ii 1 (40), 4, 14;
PRoClo, in Tim. ii 42, 9-44, 24), e quanti, invece, come giamblico e Siriano, la accettavano
cercando di armonizzarla con la cosmologia platonica; cfr. SiMPliCio, in De Cael. 1, 24-2, 5;
5, 6-13; iD., in De An. 48, 31-34. inoltre, la sostanza eterea era sfruttata anche in ambito psicologico, come componente dell’anima o del suo veicolo luminoso; cfr. CiCeRoNe, Tusc. i 26,
65-27, 66; SiRiaNo, in Metaph. 86, 2 e R.l. CaRDUllo, Natura e moto del cielo in siriano, in
a. loNgo (a cura di), syrianus et la metaphysique de l’antiquité tardive, actes du Colloque
international, Université de genève, 29 septembre-1er octobre 2006, Bibliopolis, Napoli 2009,
Page 14
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)sole40; poi ad un secondo livello è custodito dal cosmo intelligibile, inine, ad un
livello ancora superiore, dal re del tutto, intorno a cui sono tutte le cose. Quest’ultimo, dunque – che sia giusto designarlo come ciò che è al di là dell’intelletto,
oppure come idea degli enti, cioè, intendo, l’intelligibile nella sua totalità, oppure
come uno, dal momento che l’uno sembra essere in un certo modo anteriore a tutte le cose, oppure bene, come era solito deinirlo Platone – questa causa uniforme
di tutte le cose, che per tutti gli esseri è modello di bellezza, di perfezione, di unità e di potenza straordinaria, ha fatto risplendere da sé, in virtù della sua essenza
primordiale e in sé permanente, al centro delle cause mediatrici, intellettive e
demiurgiche, Helios dio potentissimo, in tutto simile a sé.
@O qeio ou|to kai; pavgkalo kovsmo, ajp! a[kra aJyido oujranou mevcri gh
ejscavtwn uJpo; th ajluvtou sunecovmeno tou qeou pronoiva, ejx ajidivou gevgonen
ajgennhvtw e[ te to;n ejpivloipon crovnon ajivdio, oujc uJp! a[llou tou frourouvmeno
h] prosecw me;n uJpo; tou pevmptou swvmato, ou| to; kefavlaiovn ejstin ajkti; ajelivou,
baqmw/ de; w{sper deutevrw/ tw/ nohtw/ kovsmw/, presbutevrw de; e[ti dia; to;n pavntwn
basileva, peri; o}n pavnta ejstivn. Ou|to toivnun, ei[te to; ejpevkeina tou nou kalein
aujto;n qevmi, ei[te ijdevan twn o[ntwn, o} dhv fhmi to; nohto;n xuvmpan, ei[te e{n, ejpeidh;
pavntwn to; e}n dokei pw presbuvtaton, ei[te o} Plavtwn ei[wqen ojnomavzein tajgaqovn,
au{th dh; ou\n hJ monoeidh; twn o{lwn aijtiva, pasi toi ou\sin ejxhgoumevnh kavllou
te kai; teleiovthto eJnwvsewv te kai; dunavmew ajmhcavnou, kata; th;n ejn aujth/
mevnousan prwtourgo;n oujsivan mevson ejk mevswn twn noerwn kai; dhmiourgikwn
aijtiwn, $Hlion qeo;n mevgiston ajnevfhnen ejx eJautou pavnta o{moion eJautw/41.
il brano non è immediatamente perspicuo, com’è lecito attendersi da un
testo destinato non all’analisi e alla discussione nelle scuole ilosoiche, ma
piuttosto alla meditazione orante da parte dei sacerdoti e fedeli del nuovo
ellenismo. giuliano parte dall’opposizione platonica fra l’universo visibile
e divino e l’universo intelligibile42, per introdurre poi, come mediatore fra
le due sfere della realtà, un kosmos intellettivo (noerov), riunito intorno ad
un principio unico (῞Hlio qeo; mevgisto), a sua volta derivante da un altro
Principio ad esso superiore. Quest’ultimo viene identiicato prima con il «re
di tutto ciò che esiste» dell’epistola ii pseudoplatonica (312e), poi con il
pp. 93-130. Forse i brani di giuliano potrebbero conservare l’eco di originarie dottrine giamblichee sul quinto corpo e sui suoi rapporti con l’anima, individuale e cosmica.
40
il passo è probabilmente da collegare alla più ampia spiegazione sulla natura della
luce solare che ricorre in giUliaNo, or. 11, 133d-134b; cfr. supra, nota 36.
41
giUliaNo, or. 11, 132c1-d8. La traduzione (leggermente modiicata) è tratta da giUliaNo iMPeRatoRe, Alla Madre degli dèi e altri discorsi, introduzione di J. Fontaine, testo
critico a cura di C. Prato, traduzione e commento a cura di a. Marcone, Mondadori, Milano
2002.
Cfr. PlatoNe, Tim. 92c, ove l’universo è deinito «divinità sensibile che è fatta ad
immagine della divinità intelligibile».
Page 15
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Bene della repubblica43; ma, più interessanti di queste citazioni di scuola,
sono gli epiteti elencati di seguito in 132c7-d3: esso è «al di là dell’intelletto
(to; ejpevkeina tou nou)», «idea degli enti (ijdeva twn o[ntwn)», «l’intelligibile
nella sua totalità (to; nohto;n xuvmpan)», «uno anteriore a tutte le cose (e}n
pavntwn presbuvtaton)».
Ora, a costituire nel passo una grossa dificoltà esegetica è la contemporanea presenza di denominazioni implicanti sia la trascendenza sia l’immanenza del Bene/Sole rispetto al livello intelligibile: com’è possibile che
ciò che è al di là dell’intelletto, anteriore a tutte le cose, sia al tempo stesso
l’«idea degli enti» e l’«intelligibile nella sua totalità»? a rendere l’interpretazione particolarmente dificile è poi il ricorrere dell’espressione ijdeva twn
o[ntwn: essa non trova riscontro nei testi giamblichei a noi pervenuti, bensì
in un passo del commento al Parmenide attribuito a Poririo44, ove «idea
dell’ente (ijdeva tou o[nto)» è una denominazione del Primo Principio, essere in sé o appunto idea, di cui il Secondo Uno, l’intelletto o Uno-ente, partecipa45. La formula sembra conigurare una forma di coordinazione fra un
43
Una citazione letterale da resp. Vi 509a ricorre poi in giUliaNo, or. 11, 133a.
l’attribuzione dei frammenti dell’anonimo Commentario al Parmenide ritrovato in un
codice della Biblioteca Nazionale di torino costituisce a tutt’oggi una vexata quaestio fra
gli studiosi. gli argomenti addotti da Hadot, in un suo celebre lavoro del 1968, per sostenere
la paternità poririana dell’opera, soprattutto alla luce del confronto con la dottrina degli
oracoli Caldaici (nota sia a Poririo, sia all’anonimo commentatore) e con gli scritti teologici di Mario Vittorino (in cui è evidente l’inlusso di una fonte neoplatonica greca) non
sono ormai concordemente accettati dagli studiosi; cfr. P. HaDot, Porphyre et Victorinus,
i-ii, Études augustiniennes, Paris 1968, trad. it. di g. girgenti, Poririo e Vittorino, Vita e
Pensiero, Milano 1993. linguiti ad esempio invita ad assumere un atteggiamento prudente,
soprattutto in considerazione della totale assenza, nel commento al Parmenide di Proclo,
delle dottrine sostenute dall’anonimo; formula perciò l’ipotesi di un neoplatonico posteriore a Poririo, che abbia operato nel pieno del iV secolo; cfr. a. liNgUiti (a cura di), Commentarium in Platonis Parmenidem, in Corpus dei papiri ilosoici greci e latini, testi e lessico
nei papiri di cultura greca e latina, Parte iii, Commentari, l.S. olschki, Firenze 1995, pp.
63-202, pp. 90-91. Viceversa, Bechtle, valorizzando i punti di contatto che il commentario esibisce con le speculazioni dei medioplatonici e dei neopitagorici, suggerisce l’idea
che l’autore sia anteriore a Poririo o addirittura a Plotino, giacché rispetto a quest’ultimo
presenta «a less far developed or more primary state» nell’interpretazione metaisica del
Parmenide; cfr. g. BeCHtle, The Anonimous Commentary on Plato’s Parmenides, Verlag P.
Haupt, Bern 1999, pp. 216-217.
45
Cfr. PoRFiRio, in Parm. Xii, 22-23: «guarda ora se Platone non sembra lasciar intendere questo, cioè che l’Uno che è al-di-sopra della sostanza e dell’ente (to; e}n to; ejpevkeina
oujsiva kai; o[nto) non sia né ente, né sostanza, né attività, ma piuttosto agisca e sia lui
stesso l’agire puro; di conseguenza lui stesso sarebbe l’essere che è prima dell’ente […].
Ne consegue che l’essere è duplice (ditto;n to; ei\nai): il primo preesiste all’ente; il secondo
è quello che è prodotto dall’Uno che è al di là dell’ente; e l’Uno è in assoluto esso stesso
l’essere, in qualche modo è l’idea dell’ente (ijdeva tou o[nto)»; per la traduzione, rinvio
Page 16
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Primo Principio e un Secondo, che è l’essere determinato generato dall’essere puro: un risultato cui, come è noto, Poririo perviene ristrutturando la
dottrina plotiniana delle ipostasi alla luce del confronto con la triade caldaica Padre-Potenza-intelletto e che risulta quanto mai lontano dalla concezione giamblichea del Principio come entità assolutamente ineffabile e
separata46.
Se l’Helios di giuliano non è, perciò, l’ineffabile di giamblico, in che
modo va metaisicamente interpretata la descrizione del Principio fornita
dall’apostata?
l’ipotesi più probabile è l’associazione ad un’entità del sistema giamblicheo subordinata al Primo Principio, cioè l’Uno-che-è o Esistente, deinito
anche come Monade47, e descritto nelle sue prerogative in alcuni frammenti
dei commenti al Timeo e al Parmenide. Vari dettagli di questi testi richiamano infatti le denominazioni del Bene/Sole dell’or. 11; in particolare risultano
interessanti i punti in cui si afferma, da un lato, che il «sempre esistente»
(to; ajei; o[n), cioè la Monade dell’essere, «è superiore ai generi dell’essere
e alle idee, (kreitton kai; twn genwn tou o[nto kai; twn ijdewn) […] afinché possa godere della prima partecipazione all’Uno (prwvtw metevcon tou
a PoRFiRio, Commentario al Parmenide di Platone, saggio introduttivo, testo con apparati critici e note di commento a cura di P. Hadot, presentazione di g. Reale, traduzione e
bibliograia di G. Girgenti, Vita e Pensiero, Milano 1993. In questo brano, è stato osservato,
Poririo attua una conciliazione fra ontologia aristotelica e henologia platonica, ossia fra la
dottrina dello Stagirita per cui Dio è essere e atto Puro e il concetto platonico e plotiniano
dell’Uno come Principio supremo; cfr. g. giRgeNti, Il pensiero forte di Poririo. Mediazione fra henologia platonica e ontologia aristotelica, Vita e Pensiero, Milano 1996, p. 208;
iD., La metafísica de Poririo como mediación entre la henología platónica y la ontología
aristotélica base del neoplatonismo cristiano medieval, «Anuario Filosóico», 23 (2000),
pp. 151-162. Nello speciico, il ilosofo di Tiro stabilisce una distinzione fra due signiicati
di essere: uno indicato dal verbo all’ininito (to; ei\nai) e riferito al Primo Uno, inteso come
agire assoluto; uno indicato dal participio (to; o[n) e riferito al Secondo Uno, che riceve il
suo essere derivato dall’essere puro. Perciò l’espressione ejpevkeina th oujsiva, creata da
Platone e consacrata da Plotino (cfr. supra, nota 2), viene ad indicare, secondo Poririo, che
il Primo Uno è al di sopra dell’ente (ossia del Secondo Uno), non dell’essere, in quanto
essere ed ente sono distinti; cfr. giRgeNti, Il pensiero forte di Poririo, pp. 219-233. ancora,
l’espressione ijdeva tou o[nto è riferita al fatto che il Primo Uno è il fondamento ontologico
del Secondo: è la forma trascendente di cui l’ente è concretizzazione; cfr. P. HaDot, la
métaphysique de Porphyre, in entretiens sur l’Antiquité classique, Xii, Porphyre, Fondation
Hardt, Vandœuvres-genève 1966, pp. 127-163, p. 151; giRgeNti, Il pensiero forte di Poririo, pp. 210-211.
46
Per una concisa esposizione delle differenze fra il sistema metaisico poririano e quello giamblicheo, cfr. anche taoRMiNa, Jamblique: critique de Plotin et de Porphyre: quatre
études, pp. 7-13.
Cfr. DaMaSCio, De Princ. ii 25, 6; giaMBliCo, in Tim. fr. 54. la traduzione dei frammenti giamblichei è mia.
Page 17
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)eJnov)»48, dall’altro si speciica che «l’intelligibile resta sempre unito ad
esso (ejn tw/ eJni; mevnein to; nohto;n ajpefhvnato, o{ti mallon h{nwtai pro;
aujtov)», visto che «l’essenza dell’Uno che è consiste in ciò, nell’essere completamente ogni cosa (ejn touvtw/ de; e[cei to; ei\nai, ejn tw/ pavnta ei\nai kata;
sunaivresin)»49. Come si può constatare, ritroviamo qui la medesima dialettica di immanenza/trascendenza del Principio rispetto alla sfera intelligibile
che caratterizza anche le denominazioni del Primo Sole giulianeo; e questa condizione di ambivalenza metaisica richiama, da un punto di vista più
generale, uno dei presupposti del sistema di giamblico, che individua all’interno di ogni ordine metaisico una duplicità di aspetti, uno trascendente e
uno immanente rispetto all’ordine inferiore, sì da salvaguardare l’armonia e
la continuità fra i vari livelli del reale50. Di conseguenza l’Uno-che-è (ovvero il Bene /Sole, nella lettura di giuliano) può essere considerato contemporaneamente come l’ultimo termine dell’ordine superiore (quello dell’Uno)
e come Monade, ossia vertice trascendente dell’ordine inferiore (quello del
Nou): si spiega così perché risulti caratterizzato da un’essenza al tempo
stesso tempo ipernoetica e noetica, propria cioè di un Principio colto sia nella sua separazione ontologica, sia nella sua comunione noetica con la sfera
intelligibile.
adottando questa chiave di lettura, anche gli altri epiteti menzionati da
Giuliano in 132c-d riescono allora a trovare giustiicazione ricorrendo ai
testi giamblichei relativi alla collocazione metaisica dell’Uno-che-è. Esso
viene denominato, ad esempio, «Bene verso cui tutte le cose tendono»
(diverso dal Bene trascendente, ovvero dall’Uno ineffabile) in un frammento del commento al Filebo51; ancora, sempre nello stesso passo del commento al Parmenide sopra considerato, si speciica che «esso è tutte le cose, ma
in modo intelligibile (pavnt ! e[sti gavr, ajlla; nohtw)»52. l’espressione è una
48
Cfr. giaMBliCo, in Tim. fr. 29.
Cfr. iD., in Parm. fr. 2b.
50
o, più esattamente, «a capo di ogni livello presiede la monade impartecipata, anteriore
a quelle entità che sono partecipate». Questo principio è enunciato in PRoClo, in Tim. ii 240,
4 ss., dove è attribuito a giamblico (= in Tim. fr. 54), ma anche in iD., in Parm. 1069, 23 ss.
e in eT 21, 23. l’entità più elevata dell’ipostasi inferiore partecipa a sua volta dell’entità
più bassa o partecipabile dell’ipostasi superiore. ogni ipostasi o livello del reale prevede
infatti tre momenti: l’impartecipato (ajmevqekto), il partecipato (metecovmeno) e il relazionale (kata; mevqexin o ejn scevsei); cfr. DilloN, iamblichi Chalcidensis in Platonis dialogos
Commentariorum Fragmenta, pp. 33-36, 52, 342.
51
Cfr. giaMBliCo, in Phil. fr. 1 (ejf! o} speuvdei ta; pavnta). Può essere interessante, a
questo proposito, ricordare come il collegamento fra il Bene della repubblica e il Bene del
Filebo sia presente anche nella Xi Dissertazione del commento alla repubblica di Proclo;
cfr. PRoClo, in remp. 269, 15-272, 7.
Cfr. giaMBliCo, in Parm. fr. 2b.
Page 18
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)citazione dagli oracoli Caldaici, dove è riferita al Padre, intelletto supremo, che contiene in sé le idee53, e sottolinea, in giamblico, l’immanenza
della Monade al piano degli intelligibili, tutti in lei rinchiusi come strutture
originarie o paradigmi delle realtà create. essa sembra, non casualmente,
richiamare il «tutto intelligibile (to; nohto;n xuvmpan)», che in giuliano, or.
11, 132d1-2 è aggiunto a mo’ di glossa esplicativa a ijdeva twn o[ntwn; gli
intelligibili giamblichei, però, diventano nella trasposizione teologica del
princeps gli dèi intelligibili che hanno con il Primo Helios un rapporto di
pressoché totale identiicazione54.
Esiste inine un ultimo aspetto del Bene/Sole giulianeo, ricavabile da un
passo immediatamente successivo a 132b-c, su cui è opportuno soffermarci:
si tratta della sua eternità. il dio Helios infatti – si afferma in 132d6 – permane in sé, in virtù della sua sostanza originaria (kata; th;n ejn aujth/ mevnousan
prwtourgo;n oujsivan); esiste dall’eternità (ejx ajidivou)55; è autosussistente
(aujqupovstaton)56. ebbene, anche l’eternità è una delle forme o manifestazioni dell’Uno che è: lo dimostra un frammento del commento al Timeo ove,
secondo l’interpretazione proposta da John Dillon, giamblico si sofferma
sull’espressione platonica «l’eternità resta statica nell’Uno (mevnonto aijwn o
ejn eJniv)»57 e riferisce l’Eternità proprio al Terzo Uno dell’ordine metaisico,
53
Cfr. Chald. fr. 21. a loro volta, poi, le affermazioni relative al Padre, negli oracoli
Caldaici, oscillano fra l’assoluta indicibilità e trascendenza (cfr. frr. 18, 84, 16; H. leWy,
Chaldaean oracles and Theurgy. Mysticism, Magic and Platonism in the later roman
empire, Études augustiniennes, Paris 1978, pp. 159-161) e dichiarazioni che implicano
qualche forma di relazionalità e determinazione (è «intelletto» nel fr. 5; «intelletto paterno»
nei frr. 39, 1; 49, 2; 108, 1; 109, 1; «Bene», «Monade», «Uno» nel fr. 11). Proclo lo colloca
al culmine della sfera intelligibile, ma non al di là dell’intelletto; infatti, in quanto intelletto
supremo, il Padre possiede in se stesso le idee, che sono generate da lui; cfr. R. MaJeRCik, The Chaldean oracles: Text, Translation and Commentary, Brill, leiden 1989, p. 6. È
dunque causa generante di tutto l’universo, sebbene la generazione avvenga per mezzo di
divinità intermedie, le quali risultano virtualmente identiche al Principio supremo, ma nel
momento in cui vengono attualizzate acquisiscono un’esistenza propria; cfr. leWy, Chaldaean oracles and Theurgy, pp. 79-83.
54
in essi si è riconosciuta una sorta di anticipazione delle enadi procliane; cfr. DilloN,
The Theology of Julian’s Hymn to king Helios, pp. 110-111.
55
Cfr. giUliaNo, or. 11, 133b.
56
Cfr. ibi, 139d-140a. Come ha dimostrato Whittaker in un articolo tuttora fondamentale, il concetto di aujqupovstaton, che trova la sua prima attestazione in una delle epistole di
giamblico (StoBeo, ecl. ii 8, 45a, p. 174, 22), ha un background storico che risale alla dottrina stoica dell’universo e diventa centrale in età neoplatonica in relazione alla deinizione
dei rapporti fra il Primo Principio trascendente e il Secondo autosussistente; cfr J. WHittakeR, The Historical Background of Proclus’ Doctrine of the aujqupovstata, in entretiens
sur l’Antiquité classique, XXi, De Jamblique à Proclus, Fondation Hardt, Vandœuvresgenève 1975, pp. 193-230.
Cfr. PlatoNe, Tim. 37d.
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)considerato nel suo aspetto immanente all’ordine intelligibile, di cui costituisce appunto la misura eterna (che è sempre) e immutabile58. il concetto
di eternità, aijwnv , inoltre sembra a sua volta caricarsi di ulteriori risonanze
metaisiche, dal momento che rinvia ad una delle divinità principali del sistema teologico degli oracoli Caldaici, ossia Aijwnv , reggitore del regno empireo59; di qui la possibilità, che è stata sostenuta da alcuni studiosi, di ritrovare
nell’intero inno A Helios re le tracce di una voluta convergenza fra gli ordini
metaisici neoplatonici e quelli caldaici60.
Sarebbe stato ancora una volta giamblico, autore di vari scritti per noi
perduti di commento agli oracoli, l’arteice di questa operazione; la teoria è
affascinante – anche se non pienamente dimostrabile61 – giacché consente di
cogliere nell’inno giulianeo gli importanti sviluppi di un metodo esegetico
comparativo (da Platone agli oracoli), introdotto da giamblico e successivamente perfezionato da Proclo62.
58
Cfr. giaMBliCo, in Tim. fr. 61; DilloN, iamblichi Chalcidensis in Platonis dialogos
Commentariorum Fragmenta, p. 343.
59
Nel sistema degli oracoli caldaici sono distinti tre livelli di realtà o kosmoi: l’empireo (ejmpuvrio), trascendente e puramente intelligibile, l’etereo (aijqevrio) o aereo
(ajevrio), coincidente con il circuito delle stelle isse e inine lo ctonio (cqovnio) o materiale (uJlaio), ossia il mondo sensibile.. i tre livelli appaiono governati, come da «principi
impetuosi cui tutto è asservito» (Chald. fr. 73), da tre reggitori o padri, corrispondenti a tre
misteriosi pianeti: Aijwvn, il Sole e la luna. Aijwvn è una sorta di sole invisibile, Secondo
Principio metaisico posto immediatamente dopo il Padre: la sua funzione è quella di trasmettere al sole sensibile la luce noetica, dotata di poteri catartici ed elevanti; cfr. Chald. fr.
37, 4; fr. 81, 1; leWy, Chaldaean oracles and Theurgy, pp. 150-155; MaJeRCik, The Chaldean oracles, pp. 14-16; R. SMitH, Julian’s Gods. religion and Philosophy in the Thought
and Action of Julian the Apostate, Routledge, london-New york 1995, pp. 152-153.
60
Cfr. J.F. FiNaMoRe, iamblichus and the Theory of the Vehicle of the soul, Scholars
Press, Chico (Cal.) 1985, pp. 133-135.
61
la tripartizione giulianea, infatti, non coincide con quella caldaica: il primo kosmos
degli oracoli, puramente noetico, corrisponde solo in parte al primo kosmos dell’inno, che
oscilla, come si è visto, fra un livello intelligibile e uno sovra-intelligibile; inoltre, il secondo e il terzo kosmos caldeo, coincidenti, rispettivamente, con la sfera delle stelle isse e la
regione sublunare (i pianeti e la terra) risultano associati nel terzo kosmos visibile di giuliano. Le divergenze sono giustiicate dal fatto che l’imperatore non segue il testo degli oracoli, ma, con ogni probabilità, il commento giamblicheo; cfr. leWy, Chaldaean oracles and
Theurgy, pp. 137-157; SMitH, Julian’s Gods, pp. 152-153.
62
la sumfwniva fra le dottrine ricavabili dai dialoghi platonici e l’intera tradizione teologica greca (in particolare le teorie esposte negli oracoli Caldaici) è assunta come premessa metodologica da Proclo all’inizio della Teologia Platonica e costantemente dimostrata
nel corso dell’intera opera; cfr. PRoClo, Theol. Plat. i 6, 25, 24 ss.; cfr. P. HaDot, Théologie,
exégèse, revelation, écriture, dans la philosophie grecque, in M. taRDieU (éd.), les règles
de l’interprétation, les Éditions du Cerf, Paris 1987, pp. 13-34 (poi in iD., Études de philosophie ancienne, les Belles lettres, Paris 1998, pp. 27-58).
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)3. osservazioni conclusive
giunti, dunque al termine dell’analisi di giuliano, or. 11, 132 c, è opportuno istituire un confronto fra quella che abbiamo individuato come l’esegesi
giamblicheo/giulianea della metafora solare e le interpretazioni fornite dagli
altri ilosoi neoplatonici (Plotino, Proclo, Damascio). In che modo viene
da rielaborata dai vari autori la celebre immagine platonica relativa alla trascendenza del Bene?
È stato giustamente osservato come le interpretazioni fornite da Plotino
e Proclo costituiscano due percorsi metaisico-teoretici in un certo senso
complementari: l’analogia con il Sole, che illumina le realtà sensibili, nelle enneadi viene riferita all’Uno che nella sua auto-identità costitutiva è
fonte prima della verità intelligibile, mentre nel commento alla repubblica
di Proclo serve a chiarire l’assoluta differenza del Principio che è anche
Primo Dio, superiore alla verità stessa e dunque totaliter aliter rispetto al
sistema del reale.
In entrambi questi ilosoi, però, il vertice supremo della trascendenza è
costituito dall’Uno stesso e non è previsto, al di là dell’Uno, un Principio
ulteriore; nel sistema di Damascio, invece, in virtù di una radicalizzazione
della trascendenza del Principio, che diventa l’ineffabile completamente
non-coordinato, il Bene/Sole viene riferito non al vertice sommo del sistema,
ma all’Uno inteso come un principio secondario, posteriore all’ineffabile.
È probabile che l’interpretazione giamblichea, quale è parzialmente ricostruibile dalle pagine dell’inno A Helios re, non fosse molto diversa da quella
di Damascio e, alla pari di quest’ultima, comportasse una sorta di declassamento metaisico del Bene/Sole, dal Primo Uno (divenuto l’ineffabile) ad
un altro principio (l’Uno-che-è) ad esso subordinato. Forse, se la mia analisi
degli epiteti giulianei è corretta, l’ambiguità che nel testo platonico sembra
contrassegnare lo statuto conoscitivo del Bene (per un verso contrassegnato
come ejpevkeina th oujsiva63, per l’altro invece deinito mevgiston mavqhma
e tou o[nto to; fanovtaton64) e che Proclo e Damascio giustiicano in vario
modo, riferendola ora all’Uno/Dio (Proclo) ora all’Uno inferiore all’ineffabile (Damascio), caratterizzava anche l’Uno/Bene giamblicheo che, come
termine di passaggio fra la sfera dell’Uno e la sfera del Nou, risultava al
tempo stesso coordinato e non coordinato alla sfera intelligibile, di cui costituiva la Monade trascendente65.
63
Cfr. PlatoNe, resp. Vi 509b8-10.
Cfr. ibi, 518c e supra, nota 2.
65
È importante, a questo punto, sottolineare come la speculazione procliana si sviluppi seguendo le coordinate già presenti nella dottrina di giamblico. anche secondo Proclo,
infatti, la totalità degli enti implica una Monade originaria e trascendente dalla quale essi
Page 21
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Questa mia interpretazione, però, poggia esclusivamente sull’ipotesi che
l’inno A Helios re, nel richiamo all’analogia solare, conservi effettivamente
una traccia della dottrina giamblichea relativa ai principi supremi. Ma se è
così, allora, come va giustiicata la completa assenza in Giuliano di qualsiasi riferimento all’Uno trascendente, all’ineffabile di giamblico66?
Forse, è stato osservato, il princeps, preoccupato di issare le linee dogmatiche del suo nuovo ellenismo solare, potrebbe aver scelto di omettere
radicalmente quegli aspetti del sistema giamblicheo (come appunto l’assoluta trascendenza di un Principio ineffabile) che potevano risultare inutili
ai ini della divulgazione liturgica, catechetica del suo scritto; per lo stesso
motivo, del resto, l’intera orazione 11 risulta imperniata sulla celebrazione
non del Primo Sole, bensì del Secondo, Helios intellettivo, che, in quanto mediatore fra il piano intelligibile e il piano sensibile dell’essere, risulta
signiicativamente più vicino alla sensibilità comune dei sacerdoti e fedeli.
esiste tuttavia anche una seconda spiegazione, che è decisamente più
interessante dal punto di vista teoretico. Ho tentato di dimostrare infatti
come il Bene/Sole giulianeo, nella sua piena appartenenza alla dimensione
ontologica e nella sua dialettica di immanenza/trascendenza rispetto al piano
dell’intelligibile, si presti ad essere equiparato all’Uno/essere giamblicheo:
ma le medesime prerogative caratterizzano anche il Primo Principio del
commento a Parmenide attribuito a Poririo, che è deinito «Uno-Essere» e
«idea dell’ente», con un’espressione che viene ripresa in forma simile dallo
stesso Giuliano. E c’è di più. Prima di Poririo, erano stati i platonici del I-II
derivano e dipendono: questa Monade – identiicata con l’Uno-che-è della seconda ipotesi
del Parmenide – viene considerata come l’essere a titolo primario o in senso primo (to;
prwtw o[n) ed è in virtù di essa che gli enti costituiscono nella loro totalità un determinato
ordinamento del reale e vengono denominati appunto enti; cfr. PRoClo, in Parm. i 703-705,
ss. a sua volta, poi, l’Uno-che-è, pur risultando causa di unità e molteplicità, di identità e
differenza delle cose che sono, implica in se stesso una originaria dualità (quella fra essere e
uno) e non può essere perciò identiicato con il Principio Primissimo: deve perciò dipendere
da un Principio ulteriore, l’Uno-in-sé, necessariamente concepito come al di là dell’essere.
Fra l’Uno-in sé e l’Uno-che-è – considerato da Proclo, in base alla propria interpretazione del Filebo, anche come «misto», originato dal principio del «limite» e dell’«illimitato»
– viene posta poi l’intermediazione delle enadi, che possono essere considerate come le
prime forme di articolazione della nozione pura di unità, irradiazioni supreme della sovrabbondante potenza dell’Uno; cfr. aBBate, Parmenide e i neoplatonici: dall’essere all’Uno e
al di là dell’Uno, pp. 157-217. Sulla problematica collocazione delle enadi, cfr. C. D’aNCoNa, Proclo: enadi e ajrcaiv nell’ordine sovrasensibile, «Rivista di Storia della ilosoia», 47
(1992), pp. 265-294.
Si è visto infatti, come il sistema dei tre soli delineato nell’or. 11 non preveda il riferimento ad un Principio sovra-essenziale, ma parta già dal livello intelligibile di Helios
nohtov per descrivere poi, lungamente, quelle che sono considerate come le sue dirette emanazioni (cioè Helios intellettivo e Helios sensibile).
Page 22
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)secolo ad attribuire all’entità suprema una natura per così dire oscillante fra
lo statuto ontologico e quello meta-noetico, usando in maniera interscambiabile, in riferimento al Principio, i termini di Bene, essere e intelletto.
il caso più noto è certamente quello di Numenio di apamea, per il quale il
Bene, pur essendo causa dell’essere, dunque superiore ad esso, tuttavia possiede in forma prototipica l’essere e l’intelligibilità ed è dunque prwton o[n,
aujtoovn e prwto nou67; ma non diverso è anche l’orizzonte metaisico di
alcinoo o di Plutarco68.
Queste considerazioni, allora, mi inducono a porre l’ulteriore ipotesi di
un possibile iltro mediatore fra la dottrina di Giamblico (giuntaci attraverso
i frammenti dei commentari ai dialoghi platonici) e la concezione giulianea del Bene/Sole, quale è delineata nell’inno A Helios re. Forse giuliano
nell’esegesi dell’analogia solare può aver scelto volutamente di smorzare
il radicalismo della dottrina del maestro, riiutando il concetto di Ineffabile
ed esprimendo una concezione del Principio implicante un basso indice di
67
Per queste deinizioni, cfr. NUMeNio, frr. 16 (suvmfuton th/ oujsiva)/ ; 17 (aujtoovn); 20
(prwto nou) ed. Des Places. Queste oscillazioni teoretiche in Numenio sono state interpretate come l’esito di un rafinato procedimento ermeneutico, relativo alla deinizione del Bene
contenuta nella repubblica platonica; cfr. M. BoNazzi, Un lettore antico della Repubblica:
Numenio di Apamea, «Méthexis», 17 (2004), pp. 71-84, spec. p. 82. È verosimile, del resto,
che sia stata proprio l’oscurità di simili brani dei dialoghi (non soltanto la descrizione del
Bene nella repubblica, ma anche, ad esempio, la prima ipotesi nel Parmenide) ad alimentare,
presso i medioplatonici e in generale presso gli autori del i-iii secolo, una certa ambiguità
nella deinizione del Principio supremo (identiicato con l’oujsiva o con il nou oppure, diversamente, con un’entità che trascende entrambi); cfr. WHittakeR, !Epevkeina nou kai; oujsiva;
BalteS, is the idea of the Good in Plato’s Republic Beyond Being?, passim.
68
Per il misterioso autore del Didascalicus sono evidenti le tensioni tra la funzione
generativo-causale del Primo Dio, che è Primo intelletto, e la sua piena appartenenza alla
sfera ontica e noetica; cfr. alCiNoo, Didasc. X, 164, 29-165, 16; M. zaMBoN, Porphyre et
le moyen-platonisme, Vrin, Paris 2002, pp. 225-233. Sulla «trascendenza razionale» del
Principio secondo Plutarco rinvio direttamente a F. FeRRaRi, la trascendenza razionale: il
principio secondo Plutarco, in F. CalaBi (a cura di), Arrhetos Theos. l’ineffabilità del primo principio nel medioplatonismo, etS, Pisa 2002, pp. 77-91. il collegamento dell’espressione ijdeva tou o[nto alla temperie metaisica del medioplatonismo è sostenuto da Bechtle
con richiami alla dottrina di Numenio e anche di Moderato; cfr. BeCHtle, The Anonimous
Commentary on Plato’s Parmenides, pp. 82-84; 107-111. la tesi, invece, è stata messa
in discussione da linguiti nel suo commento ai frammenti dell’anonimo commentario al
Parmenide; per lo studioso, infatti, è signiicativo che la deinizione ijdeva tou o[nto non
ricorra alla lettera nei testi di Numenio, dove sono presenti invece le espressioni di ijdeva
ajgaqou, aujtoagaqovn e to; ajgaqovn (fr. 20, 5 e 11-12; frr. 16, 4 e 5; 19, 12-13). Queste ultime sono riferite al Primo Principio o intelletto, ma il Secondo non è «il Bene» o l’«ente»
(come sembra essere deinito dall’Anonimo), ma qualcosa che è buono per partecipazione
al Bene. Di conseguenza, l’interpretazione del Primo Principio come idea dell’ente può
essere spiegata riconducendola a temi plotiniani: cfr. liNgUiti, Commentarium in Platonis
Parmenidem, pp. 192-193.
Page 23
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)trascendenza, sullo stile cioè di quella affermata dagli autori preplotiniani. Potrebbero essere stati, allora, i suoi maestri, cioè i ilosoi della scuola
di Pergamo, ad operare questo slittamento teoretico. essi, in altri termini,
avrebbero recuperato, nella concezione di un Principio anteriore all’intelletto, ma non all’essere tout court, la prospettiva intraontologica del medioplatonismo, rivisitandola però secondo le coordinate concettuali giamblichee
(di qui l’equivalenza del Principio di giuliano con l’Uno-essere di giamblico).. Ciò facendo, avrebbero contemporaneamente salvaguardato la lettera
del testo platonico ed evitato la tensione teoretica connessa alla nozione di
un Principio assolutamente trascendente e ineffabile che, in seguito, l’aporetica damasciana avrebbe ampiamente messo in rilievo.
a conferma della presenza, in giuliano, di un orizzonte concettuale
medioplatonico si potrebbero del resto citare anche numerosi altri punti dei
Discorsi dove l’apostata rivela, in ambito cosmologico, animologico, esegetico, signiicative afinità con le speculazioni dei suoi predecessori del I-II
secolo69: tutto questo, allora, può valere a provare l’importanza di un autore
che è testimone prezioso di una fase per noi poco conosciuta della storia del
neoplatonismo (il iV secolo) e manifesta nei suoi scritti una notevole sensibilità alla ricchezza speculativa dell’intera tradizione platonica.
Abstract
il contributo ricostruisce l’interpretazione giamblichea dell’analogia solare presente nel Vi libro della repubblica platonica (508a-509d) prendendo in esame un passo dell’inno A Helios re di giuliano imperatore (132b-c). Si esamina la possibilità
che nel sistema metaisico di Giamblico l’immagine del Bene/Sole fosse riferita
non al Primo Principio assoluto, l’ineffabile, ma ad un Secondo Principio, l’Unoche-è, presentato come termine di passaggio fra la sfera dell’Uno e quella del Nous.
l’esegesi giamblicheo/giulianea, così interpretata, si differenzia da quelle proposte
da Plotino e da Proclo nel fornire una visione meno radicale della trascendenza
del Bene/Sole e, per contro, risulta piuttosto vicina all’interpretazione fornita da
Damascio nel De principiis.
Parole chiave: Bene, Sole, Primo Principio, trascendente, intelligibile
in this paper, i will discuss iamblichus’ interpretation of the solar analogy in Book
Vi of Plato’s republic (508a-509d) through a reexamination of the julianic Hymn
to King Helios (132b-c). there is, in my opinion, the possibility that in iamblichus’
Cfr. ancora De Vita, Giuliano imperatore ilosofo neoplatonico, p. 112, 203-217, 319
e, più dettagliatamente, eaD., Giuliano e il medioplatonismo: il caso di Plutarco, «elenchos», 34 (2013), in corso di pubblicazione.
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)metaphysical system the image of the good/Sun was related not to the First Principle, the ineffable, but to a Second Principle, the one-existent, presented as a necessary link between the realm of the one and the realm of the Nous. So interpreted, the exegesis of resp. Vi 508a ss. given by iamblichus/Julian differs from those
proposed by Plotinus and Proclus in providing a less radical vision of the transcendence of the good/Sun; but, on the other hand, it is quite close to Damascius’ interpretation exposed in his work De principiis.
Keywords: good, Sun, First Principle, transcendent, intelligible