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Stat,
Simboli
d'individuazione nella
basilica sotterranea di
Porta Maggiore in
Roma
Aldo Carotenuto, Napoli
21 aprile 1917. Una voragine si apre sotto un binario
della linea Roma-Napoli, nei pressi di Porta Maggiore, e viene scoperta una basilica sotterranea a
tre navate, di cui la centrale termina in un'abside
semicircolare.
Gli esperti hanno modo di stabilire che i muri perimetrali ed i pilastri erano stati ottenuti scavando prima il terreno secondo le forme e profondità volute, e
poi riempendo gli scavi di malta e calce; il tempio
era stato successivamente vuotato di tutta la terra
attraverso un ampio foro adattato in ultimo a lucernaio; il pavimento della parte centrale veniva così
investito dalla luce che cadeva dall'alto. L'aspetto più
sorprendente della basilica, o almeno quello che più
colpisce il visitatore, sta nella presenza di un gran
numero di stucchi, perfettamente conservati, che
riecheggiano
alcuni
temi
fondamentali
della
mitologia greca.
Il giornale « Notizie sugli scavi », nella prima comunicazione che della scoperta venne data a! mondo
scientifico, avanzò con molta prudenza l'ipotesi che
Page 2
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Simboli
d'individuazione nella
basilica sotterranea di
Porta Maggiore in
Roma
Aldo Carotenuto, Napoli
21 aprile 1917. Una voragine si apre sotto un binario
della linea Roma-Napoli, nei pressi di Porta Maggiore, e viene scoperta una basilica sotterranea a
tre navate, di cui la centrale termina in un'abside
semicircolare.
Gli esperti hanno modo di stabilire che i muri perimetrali ed i pilastri erano stati ottenuti scavando prima il terreno secondo le forme e profondità volute, e
poi riempendo gli scavi di malta e calce; il tempio
era stato successivamente vuotato di tutta la terra
attraverso un ampio foro adattato in ultimo a lucernaio; il pavimento della parte centrale veniva così
investito dalla luce che cadeva dall'alto. L'aspetto più
sorprendente della basilica, o almeno quello che più
colpisce il visitatore, sta nella presenza di un gran
numero di stucchi, perfettamente conservati, che
riecheggiano alcuni temi fondamentali della
mitologia greca.
Il giornale « Notizie sugli scavi », nella prima comunicazione che della scoperta venne data a! mondo
scientifico, avanzò con molta prudenza l'ipotesi che
Page 3
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(1) F. Fornari, Brevi noti
zie relative alla scoperta
di un monumento sotter
raneo presso Porta Mag
giore. Notizie degli Sca
vi, Roma 1918.
(2) Franz Cumont, La basilique souterraine de la
Porta Maggiore. Revue Archeologique, Paris, 1918.
(3) J. Carcopino, Encore
la Basilique de Porta Maggiore. Revue Archeologique, Paris 1923; La Basilique pythagoricienne de
la Porte Majeure. L'Artisan du Livre, Paris 1943.
(4) Plinio, Storie Naturali.
XXII, 9. J. J. Dubochet
Paris 1850. Il testo originale è i! seguente: «et
Phaonem Lesbium Dilectum a Sappho: multa circa hoc, non magorum solum vanitate sed etiam Pythagoricum ».
(5) G. Bendinelli, La basilica di Porta Maggiore.
Monumenti Antichi, XXXI
Torino 1927.
il monumento fosse stato adibito al culto di qualche
religione misterica (1). In seguito lo studioso belga
Franz Cumont, notando che la caratteristica principale del tempio consisteva nel suo essere sotterraneo, si richiamò agli spelei mitriaci (2). Ma bisogna
dire che la maggior parte della decorazione interna è
in netta contraddizione con i riti connessi alla religione di Mitra: due soli elementi, il toro e i gemelli,
potrebbero riallacciarsi a tale culto; però, come verrà
chiarito, questi due stucchi si riferiscono a tutt'altra
simbologia. Nel 1923, infine, lo storico ed archeologo
francese Carcopino dimostrava l'appartenenza della
basilica ad una setta neopitagorica (3). Carcopino,
con una buona dose di fortuna, si era imbattuto in
un passo poco conosciuto di Plinio il Vecchio, là
dove si accenna ad una certa erba che aveva la
proprietà di rendere affascinante all'altro sesso chiunque riusciva a trovarla nelle campagne: cosa che
capitò a Faone, e la povera Saffo, innamoratasi
perdutamente di lui senza esserne corrisposta, si
uccise lanciandosi dal promontorio di Leucade. Ora,
dice Plinio, « a ciò credevano non solo quelli che si
interessavano di magia, ma anche i pitagorici » (4).
L'episodio di Saffo fa parte degli stucchi della basilica, ed occupa anzi una posizione predominante:
tutta la parte superiore dell'abside semicircolare. Vedremo in seguito come questo stucco, alla luce della
dottrina pitagorica e a quella della psicologia analitica, rappresenti, insieme allo stucco del ratto di
Ganimede, la sintesi finale del mitologema espresso
plasticamente sulle pareti e le volte della basilica.
Accertata dunque l'appartenenza del monumento alla
setta neopitagorica romana, e fattane risalire la costruzione al primo secolo dopo Cristo, l'attività degli
studiosi ha potuto stabilire ben poco d'altro; solo il
Bendinelli, in un'erudita monografia, ha sostenuto
che la basilica serviva da grande tomba per una
ristretta cerchia di aristocratici (5). Dicevamo che la
parte più sorprendente del tempio consiste nei
meravigliosi stucchi che lo decorano. Essi, con
ogni probabilità, non avevano soltanto un puro
scopo ornamentale, ma, trovandosi in un
Page 4
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)luogo di raccoglimento e di meditazione, dovevano
anche significare qualcosa: dovevano ispirare a
chi li contemplava un certo dramma, una certa teoria, una particolare visione dell'esistenza umana.
Avevano cioè quella funzione meditativa esercitata,
per esempio, dagli emblemi scolpiti nei monumenti
mitriaci di Ostia e di Santa Prisca a Roma, o dalle
pitture parietali della Villa dei Misteri a Pompei, o
dalle iconografie dei templi religiosi moderni. Se la
basilica apparteneva ad una setta neopitagorica, la
prima chiave di interpretazione degli stucchi ci sarà
fornita da un'analisi del pensiero pitagorico,
soprattutto in riferimento al modo di concepire la
vita e la condizione dell'uomo. Vorrei ricordare che,
come è stato talvolta accennato, si possono trovare
nella psicologia junghiana alcuni addentellati con
la filosofia pitagorica: condivido in parte tale ipotesi, e cercherò di dimostrarla analizzando gli stucchi che tratterò, dal punto di vista metodologico, come una serie di sogni.
Quest'analisi, alla luce della dottrina pitagorica e a
quella della psicologia analitica, condurrà a porre in
evidenza il concetto di « individuazione », inteso come processo psicologico inerente alla vita umana (6).
Il pensiero pitagorico.
Pitagora nacque nell'isola di Samo intorno al 571
a.e. In gioventù, stando alla tradizione, viaggiò in
tutte le parti del mondo allora conosciuto. Particolare importanza ebbe per lui l'incontro con la civiltà
egiziana, che gli permise d'essere iniziato ad alcune
religioni esoteriche. Dal contatto con il popolo
ebreo, sembra che abbia poi appreso l'arte di
interpretare i sogni. Verso i quarant'anni, non potendo
più sopportare la tirannia di Policrate, lasciò Samo e
si stabilì definitivamente a Crotone. Qui dette vita
alla sua famosa scuola. Più che di scuola, si dovrebbe parlare di una comunità a sfondo prevalentemente etico-religioso, che però si occupava anche
di concreti problemi sociali e politici. A lungo andare l'atteggiamento aristocratico dei pitagorici, ed
392
(6) E' bene comunque
chiarire che questa affermazione non vuole essere
metafisica e non ha nulla
di metafisico. L'osservatore è testimone di alcuni
fenomeni e parla esclusivamente di ciò che vede.
L'origine di questa ' inerenza ' è un problema insignificante. Monod parlerebbe di caso che poi diventa necessità. La psicologia analitica non deduce (come vorrebbero far
credere gli orecchianti)
dall'osservazione di fenomeni psichici alcun postulato trascendente come la
esistenza di Dio o altre
cose del genere. I
riferimenti alla filosofia
pitagorica sono stati fatti
da Beppino Disertori nel
suo libro « Itinerari Pitagorici » T.E.M.I., Trento
1954, pag. 81.
Page 5
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(7) Vincenzo Capparelli
La sapienza di Pitagora.
V oi . I. Ce d am , Mi l an o
1941, pag. 227 e segg.
(8) E. Rhode, Psiche. La terza, Bari 1970, pag. 490.
(9) Vincenzo Capparelli
op. cit., pag. 14.
il fatto che nella comunità venivano accolti soprattutto i giovani delle migliori famiglie, diede fastidio
al partito democratico. Pitagora fu costretto a lasciare Crotone.
Si rifugiò nel Metaponto dove morì verso il 479. La
scuola, secondo la tradizione, gli sopravvisse ancora per un secolo, finché non venne eliminata dai
democratici che uccisero tutti i suoi adepti. Si salvarono soltanto Liside e Aristippo; il primo si rifugiò
a Tebe dando vita a quella che fu poi chiamato il
pitagorismo tebano; il secondo fu l'iniziatore del pitagorismo tarantino.
Pitagora non lasciò nulla di scritto, e ciò rende piuttosto difficile la differenziazione del suo pensiero
da quello dei suoi discepoli. Dato però che nella
scuola era fortemente sentito il principio di autorità
del maestro, possiamo supporre che non esistano diversità sostanziali fra la dottrina primitiva — segreta
— e quella che venne poi divulgata da Filolao in
un'opera che ci è pervenuta soltanto in frammenti (7).
Pitagora era profondamente convinto che il processo
verso la perfezione non avesse limiti per l'uomo. Riconosceva che la strada era irta di ostacoli, ma sottolineava l'esistenza di alcuni fattori che dipendono
solo da noi stessi. Per diventare artefici del proprio
destino bisognava rendersi consapevoli di tali fattori, e, nel contempo, neutralizzare quelli nocivi, indipendenti dalla nostra volontà. La caratteristica
essenziale del pensiero pitagorico sta nell'indagine
sull'uomo e sui mezzi da prescrivergli affinchè la
vita abbia uno scopo (8). Il problema che il pitagorismo si pone è questo: « Esiste un particolare regime di vita che, oltre ad offrire un maggior benessere fisico ed intellettuale, possa stimolare alcune
facoltà latenti, privilegio di pochi fortunati? » (9).
Ecco la « grande questione » dei pitagorici. Tutti i
loro sforzi convergono verso il punto essenziale della rigenerazione umana, la nascita di un nuovo tipo
di uomo. Gli storici si sono sempre trovati d'accordo
nel ritenere che l'educazione impartita da Pitagora
avesse lo scopo di formare uomini superiori. Tutte le
riforme politiche proposte dalla scuola, pur
Page 6
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)aspirando ad un maggior benessere dei cittadini, avevano anche di mira il loro perfezionamento. Ma qual
era questo ideale di perfezione? Sappiamo da Aristotele che i pitagorici sostenevano l'esistenza di tre
esseri razionali: Dio, l'uomo e l'uomo pitagorico,
quest'ultimo intermediario fra Dio e l'uomo. Compito dell'uomo era quelio di tendere verso Dio. Si
trattava quindi di un vero e proprio « superamento »,
ottenibile secondo i pitagorici, attraverso un particolare regime di vita, regime che « mirava a potenziare, trasformare, glorificare corpo ed anima; lo
uomo pitagorico era tale se anche fisicamente più
bello, più vigoroso, più resistente alle fatiche, alle
privazioni, alle malattie, più giovanilmente longevo,
era tale solo se possedeva maggiori e più varie attitudini che lo rendessero atto a tutti i bisogni della
vita; se possedeva un'intelligenza più vasta, un più
ampio orizzonte intellettuale, una più profonda capacità di penetrazione nei segreti della misteriosa
natura ». L'uomo pitagorico si distingueva dunque
per una certa sua capacità taumaturgica, un dinamismo psichico che faceva di lui un centro di irradiazione, che gli consentiva di dominare la natura
spiritualmente, non meccanicamente, di penetrarla
e comprenderla non dall'esterno, ma dall'interno (10).
Nulla era lasciato al caso in quest'opera di profonda
trasformazione.
Pitagora aveva capito che ognuno può essere l'artefice del proprio destino, e che per ottenere la realizzazione di sé stessi bisogna innanzitutto farsi consapevoli di quel che dipende soltanto da noi. Egli
espresse in versi questo concetto: Conoscerai che gli
uomini di propria scelta si procacciano i mali, infelici
che, stando loro appresso i beni, non li guardano né
intendono... (11). « Gli uomini si procacciano i mali
». Ma quando il male colpisce ciecamente? come
superare il problema dell'apparentemente arbitraria
distribuzione del bene e del male su questa terra?
E qui si innesta un altro punto capitale del pensiero
pitagorico: la metempsicosi. L'anima, prima di
giungere una volta per sempre a Dio, deve
sottostare ad un certo
394
(10) Ibidem, pag. 14.
(11) Pitagora, I versi aurei
Carabba, Lanciano s. d.,
Page 7
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(12) Vincenzo Capparelli
op. cit., pag. 13.
(13) Rostagni, II verbo di
Pitagora. Bocca, Milano
1920, pag. 30.
numero di prove, ed ogni vita trasmetterà i suoi
effetti ad una vita successiva, che sarà migliore o
peggiore a seconda di quel che avremo precedentemente meritato. Ecco perché possono riversarsi
tante disgrazie su di un uomo che sembra nascere
per la prima volta; è l'effetto di precedenti esistenze
vissute nella malvagità e nell'errore. L'avvicinarsi
dell'anima a Dio, alla sua forma originaria e propria,
da cui un tempo parti, è un processo graduale e
lento, pieno di ripensamenti, di ritorni e di dolore.
Secondo la metempsicosi la vita è un circolo, nel
senso che l'anima è naturalmente protesa al ritorno
verso il luogo originario, il pitagorico perciò era
sempre teso al superamento della sua personale esistenza: ma vedeva forse questo superamento soltanto in funzione di una beatitudine eterna? Il genuino pensiero pitagorico era ben lontano da una simile impostazione. I pitagorici si impegnavano moltissimo per modificare le condizioni ambientali, sociali e politiche, perché sapevano che tali condizioni
sono in ogni tempo determinanti per l'armonioso
sviluppo dell'individuo.
Essi volevano che l'uomo « fosse un potenziato su
questa terra e per questa terra in cui il destino lo fa
nascere» (12); ma erano anche certi che il potenziamento in ogni singola vita favorisce, nelle vite
successive, quella crescente assimilazione a Dio che
dovrà rompere in ultimo il giro dell'esistenza. Si doveva però sempre vigilare, perché la vita umana
scorre in continua lotta tra la spinta al superamento
e l'attrattiva della banalità. Alla base di questa lotta
sta il dinamismo degli opposti, il pari e il dispari, che
sono « l'archetipo di tutta quella sequela di opposti,
antinomie fisiche e morali, di cui il mondo è costi tuito » (13).
I pitagorici sentirono in modo prepotente tale aspetto
della realtà: l'inevitabile presenza, in ogni « caso »
del vivere, di due opposti non contraddittori, ma
destinati alla sintesi per mezzo dell'anima. Questa
teoria, appunto perché presuppone una sintesi che
armonizza gli opposti trascendentali, si riallaccia alla
concezione del divenire continuo di tutte le cose.
Page 8
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)In un frammento pitagorico si narra di come un
tizio, per liberarsi dal suo creditore, ricorresse ad
alcuni argomenti filosofici: « ...così, vedi, sono anche
gli uomini. L'uno cresce, l'altro saie: in mutamento
siam tutti, per tutto il tempo. Dunque: quello che
muta per natura e mai resta nel medesimo stato,
mi sembra che sia già per essere diverso dal mutato. Anche tu ed io siamo altri oggi da quelli di
ieri, e altri saremo in futuro né mai i medesimi, secondo identica legge... » (14). Il primo sistema filosofico che viene in mente è quello di Eraclito. Ma
questa derivazione dall'eraclitismo è stata dimostrata
del tutto falsa sia con argomenti filosofici che cronologici, tanto che spetta senz'altro alla scuola pitagorica il merito di aver formulato le prime tesi riguardo
al continuo mutare dell'universo e alle categorie ordinatrici di questo mutare. Un suggestivo parallelo
potrebbe essere individuato nella concezione dell'I King: lo Yin e lo Yang sono i principi (l'uno femminile, l'altro maschile) centrali e cosmogonici della
realtà mutevole, e, al di sopra di essi, sta il Tao.
Il Tao non rappresenta la loro somma, ma il Superiore principio che li sintetizza: è una forza regolatrice, ritmica, armonizzatrice.
E veniamo al concetto di numero, pilastro della
filosofia pitagorica. Alcuni studiosi ritengono che la
teoria del numero sia balenata a Pitagora durante i
suoi esperimenti nel campo dell'acustica. Servendosi
di un monocordo, egli era giunto a scoprire il rapporto che passava fra l'altezza del suono e la lunghezza della corda: deducendo da tale fenomeno una
certa espressione numerica, si accorse che questa,
allo stato delle conoscenze di allora, poteva applicarsi a tutti i fenomeni naturali; da ciò concluse che
l'elemento primordiale di tutte le cose fisiche, come
pure delle entità ideali, fosse il numero che venne
cosi a identificarsi con il « principio » lungamente
cercato da tutte le filosofie precedenti. L'uno, o monade, è dunque il primo principio. Dall'uno si genera
la diade, poi la triade, portentoso simbolo della
divinità. Simbolo geometrico della triade è il triangolo. La tetrade era invece ritenuta l'origine della
(14) Antonio Maddalena (a
cura di) I Pitagorici. Laterza, Bari 1954, pag. 9.
Page 9
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(15) Rostagni,
op. cit.,pag. 89.
(16) Rostagni,
op. cit. pag. 155.
(17) J. J. Bachofen, Le
madri e la virilità olimpica. Bocca, Milano 1949
pag. 237.
eterna natura: basti ricordare i quattro elementi, i
quattro trimestri dell'anno, i quattro umori, i quattro temperamenti e le quattro facoltà critiche dell’
uomo. L'anima stessa, oltre che come un cerchio e
una sfera, era considerata come un quadrato. La
tetrade aveva inoltre attinenza con le età dello
uomo: sappiamo che i pitagorici distinguevano nella
vita quattro età, e che ritenevano difficile l'armonizzarle: « Esse infatti, quando una saggia guida non
operi fin dalla nascita, tendono ad essere corrotte
l'una dall'altra» (15). E vediamo come, secondo il
pitagorismo, la vita d'un uomo può essere suddivisa:
fanciullo fino a vent'anni adolescente fino ai quaranta; giovane fino ai sessanta; vecchio oltre i sessanta. Tale suddivisione presuppone sempre il concetto dell'armonia, e quindi la problematica dei contrari: «Tener questo conto delle età, vuoi dire metterle in armonia le une con le altre, regolare ed assecondare i trapassi che da esse conseguono, recuperare nel conflitto delle opposte tendenze l'armonia
generale della vita; e questo è alla fine il segreto
dell'educatore e la specialità dei Pitagorici » (16). Ma
la scuola pitagorica, in termini di « armonizzazione
», si assunse un altro compito veramente rivoluzionario: la rivalutazione della donna. Nel VI secolo
il primo compito della donna era quello di generare
figli. Subordinata al marito, aveva soltanto doveri da
assolvere, mentre la sua formazione culturale non
superava l'orizzonte delle cose domestiche. Pitagora
si presenta alla ribalta della storia come il paladino
del sesso femminile, ne difende i diritti e rivaluta la
missione della donna in seno alla società: « Egli insegna agli uomini che opprimere la donna è colpa.
La femmina non deve essere soggetta allo sposo, ma
deve stargli a lato dotata di un identico diritto » (17).
La donna diventa compagna dell'uomo, e, pur non
perdendo le sue virtù tradizionali, viene resa partecipe delle più alte forme di vita spirituale. Pitagora, in
uno dei suoi discorsi, sostenne che per i due sessi
esistono senz'altro occupazioni diverse e caratterizzanti, ma che le più alte prerogative della vita umana
sono ad entrambi accessibili; le donne vedevano
Page 10
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)così spalancarsi la porta della filosofia, e si trovavano
vicine all'uomo nell'apprendimento di verità psicologiche: « Le donne iniziate da Pitagora ricevevano con
riti e precetti i principi supremi della loro funzione;
egli dava a quelle che ne erano degne la coscienza
del loro ufficio. Svelava loro la trasfigurazione dell'amore nel matrimonio perfetto, che è la fusione di
due anime, il centro stesso della vita e della verità.
L'uomo, nella sua forza, non è il rappresentante del
principio e dello spirito creatore? La donna, in tutta
la sua potenza, non personifica la natura della sua
energia plastica, nelle sue realizzazioni meravigliose,
terrestri e divine? Ebbene, che questi due esseri giungano a fondersi interamente, corpo, anima, spirito, e
formeranno insieme un compendio dell'universo...
C'è una ricerca disperata dell'altro sesso, ricerca che
nasce da un divino stimolo inconscio e sarà un
punto vitale per la ricostruzione dell'avvenire: perché quando l'uomo e la donna avranno trovato sé
stessi e l'uno e l'altro per virtù dell'amore profondo
e dell'iniziazione, la loro fusione sarà la forza luminosa e creatrice per eccellenza... » (18). Il motivo
ricorrente della problematica pitagorica è la
convinzione che l'uomo possa migliorare indefinitamente. Per questo i pitagorici avevano elaborato
«il regime di vita pitagorica»: si alzavano molto
presto al mattino e, soli, se ne andavano passeggiando in luoghi tranquilli, rallegrati da boschi e da
templi: volevano sentirsi ben disposti d'animo prima
di venir in contatto con gli altri; più tardi, mediante
la ginnastica, si prendevano cura del loro corpo;
poi la colazione con pane, miele e decotto di mele;
durante il giorno non bevevano mai vino. Dopo la
colazione ognuno si dedicava ai propri uffici. A sera
riprendevano le passeggiate, non più soli ma in
compagnia, richiamando alla mente gli insegnamenti
e i precetti della dottrina. Poi mangiavano la carne
di quegli animali che era lecito sacrificare, e bevevano del vino. Al termine del pasto il più giovane
leggeva dei libri, mentre il più anziano sovraintendeva alla lettura dicendo che cosa e come dovevano
leggere. In ultimo il « maestro » impartiva i suoi in398
(18) E. Schurè, I grandi
iniziati. Laterza, Bari 1952
Page 11
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)segnamenti e ciascuno se ne tornava a casa. La
mattina dopo il pitagorico non si alzava dal letto
senza prima aver ricordato le cose avvenute il giorno innanzi: si sforzava di richiamare alla memoria
le prime parole dette e asco ltate e i primi ordini
dati ai familiari; poi, man mano, tutte le altre cose
dette, ascoltate o fatte. Ciò perché la memoria e il
suo esercizio erano ritenuti utilissimi per la conoscenza, esperienza e intelligenza. Ora, in chiave psicologica, non è difficile vedere in tale pratica un
vero e proprio « esame di coscienza », una volontà
di mantenersi vigili ai fatti della vita quotidiana: si
trattava non tanto di esercitare la memoria, quanto
di acquistare una maggiore consapevolezza. Non ci è
dato sapere fino a che punto l'inconscio fosse
congetturato dai pitagorici. E' comunque indubbio che
la psicologia del profondo ha dei lontani precedenti
in alcune religioni misteriche, nelle quali si prestava
una certa attenzione alla voce dell'inconscio.
Pitagora, stando alla tradizione, era esperto
nell'interpretare i sogni, ma non sappiamo in che
misura egli adoperasse questa perizia nella sua comunità. Siamo però informati che la fisionomica nasce con Pitagora. Egli osservava per un lungo periodo gli aspirant i discepoli, li guardava nei momenti di maggiore rilassatezza, durante il gioco
per esempio, o i pasti, particolare attenzione dedicava al riso, perché aveva intuito che in quei momenti il volto non poteva mentire; Pitagora sapeva
dunque che l'espressione emotiva, non soggetta alla
forza cosciente, era il mezzo più efficace per la
conoscenza dell'uomo.
E' chiaro che non intendo esporre qui tutti gli aspetti
del pensiero pitagorico; ne trascurerò ad esempio i
contributi propriamente scientifici; desidero solo esaminarne quelle intuizioni che trovano un'eco suggestiva nella psicologia junghiana. A questo proposito non bisogna dimenticare che, se due pensatori
giungono a conclusioni analoghe riguardo all'essere
umano, da ciò non si deve necessariamente dedurre
che uno abbia conosciuto il pensiero dell'altro; si
può soltanto affermare che, se si studia l'uomo in
Page 12
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)modo genuino e profondo, si incontrano sempre
analoghi problemi.
Gli storici, come già detto, si sono sempre trovati
d'accordo nel sostenere che tutto l'insegnamento
pitagorico, anche quello più propriamente scientifico, tendeva alla trasformazione dell'uomo. I!
termine trasformazione ha una diffusa risonanza
nel mondo della psicologia analitica; come pure in
quello dell'alchimia; quando Jung cominciò a studiare la mitologia e le religioni, si imbattè in simboli
alchimistici che subito gli richiamarono alla mente
alcune analogie con un misterioso processo trasformativo individuato in vari suoi pazienti; tale
processo si svolgeva « attraverso » simboli alchimistici nel senso che, in certo modo, questi ne rappresentavano le tappe e i punti di riferimento; ed
erano inoltre dotati di una forza impulsiva in vista
di futuri sviluppi (19).
Ma come avviene, secondo Jung, il processo psichico di trasformazione? Mediante l'assorbimento di
contenuti inconsci da parte del conscio, così da
sviluppare ed accelerare la tendenza verso una personalità più comprensiva e più vicina alla « totale »
individualità dell'uomo. Tale personalità più profonda, che com'è ovvio trascende l'« lo », è da Jung
definita il « Sé », inteso appunto come globalità di
coscienza e inconscio. La « trasformazione » che
porta a tale risultato viene definita « processo di individuazione ».
A me sembra che anche l'uomo pitagorico fosse
coinvolto in un processo simile. Ma qual era il fattore che provocava la metamorfosi e l'ampliamento
della personalità? Il regime di vita pitagorico doveva
certo avere il suo peso, ma solo come sistema per
creare un favorevole « temenos » di condizioni oggettive, dato che sostanziali mutamenti psicologici
non possono derivare soltanto da una tecnica; io
credo che la trasformazione dell'uomo pitagorico
avesse il suo punto focale in una progressiva e
particolare assimilazione di un concetto caratteristico di quella dottrina: la metempsicosi. Secondo
tale concetto, « le anime passano di generazione in
400
(19) C. G. Jung ha illustrato nel libro « Ricordi
Sogni Riflessioni », p. 232
e segg. (Il Saggiatore, Milano 1965) come sia sorto
il suo interesse per l'alchimia. Il lettore desideroso di approfondire il
problema dell'alchimia in
relazione alla psicologia
analitica può consultare i
seguenti lavori di Jung: a)
II Mistero del fiore d'oro.
Laterza, Bari 1936; b) Psicologìa e Alchimia. Astrolabio, Roma 1950; e) Psicologia del Transfert. I*
Saggiatore, Milano 1961.
Page 13
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(20) Rostagni, op. cit.
generazione, dall'uno all'altro corpo di uomini, di
bestie, di piante, scontando di tanto in tanto nelle
regioni dell'Ade i loro peccati, ma sempre rinascendo
in esseri migliori o peggiori a seconda dei meriti
acquisiti... » (20). Finché l'anima per grazia divina,
sarà sottratta al giro di esistenze mediante pratiche
e riti iniziatici che le religioni misteriche insegnavano ai loro adepti. Quale significato ha questa
dottrina da un punto di vista endopsichico? Il passaggio dell'anima attraverso varie vite — di uomini,
bestie, vegetali — configura un'idea importante, quella
cioè della parentela psicologica di tutte le forme
viventi; non solo, ma per il pitagorico qualsiasi forma
vivente, anche la meno nobile, può essere utile ad
affinare e comprendere — nell'ambito del susseguirsi delle vite — la dialettica del proprio compor tamento psicologico. Ebbene, a me sembra che questo processo sia suggestivamente analogo al processo di assimilazione dell'ombra: assimilare l'ombra, vale a dire i nostri aspetti negativi e rimossi,
prenderne coscienza, venire a patti con loro e riconoscerli come aspetti importanti della nostra personalità, rappresenta una vera e propria rinascita
spirituale; significa veramente abbandonare uno stato
psichico per un altro più profondo addirittura una vita
per un'altra, un destino per un altro. Pitagora teneva
moltissimo al concetto di continua rinascita dell'anima.
Egli cercava sempre di rammentarlo ai suoi allievi e
impiegava tecniche particolari per raggiungere il loro
intimo e calare in esso quell'idea; in special modo si
serviva della musica (l'espressione artistica più vicina
all'inconscio). Con la musica, inoltre, egli preparava
l'animo dei compagni ai sogni profetici della notte. La
Wickes parlando della rinascita psicologica come
risultato della volontà di vivere, dice: « Secondo
questa concezione, l'uomo non rinasce solo due
volte, ma di continuo. Se la vita richiede da noi
nuovi compiti e un nuovo orientamento interno, ciò
che di vecchio in noi esiste deve perire perché il
nuovo possa nascere. Paolo di Tarso, che,
convertendosi, subì un enorme mutamento interno e
sentiva in sé l'azione di forze mi 401
Page 14
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)steriose, disse: « lo muoio giornalmente ». Ci sono
delle crisi spirituali durante le quali la rinascita porta
seco una trasformazione dell'intera personalità. Tutte
le cose che erano accumulate vengono allora liberate
da una nuova concezione spirituale... Il nuovo atteggiamento porta ad un processo di individuazione
superiore, ad una visione più profonda delle cose ed
a maggior senso di responsabilità: processo che si
ripete sempre di nuovo. Ben presto, il nuovo lo
trova ostacoli che deve superare, e da ciò consegue
un'altra rinascita. L'energia psichica lotta per conquistare una nuova forma, e ogni qualvolta si giunge ad un simile rinnovamento ha luogo per l'individuo un grande processo interiore... » (21).
L'interpretazione della metempsicosi come assimilazione dell'ombra non deve essere considerata un
tentativo di psicologismo. Per usare le stesse parole
di Jung, tutti gli atteggiamenti e i fenomeni spirituali
implicano certe strutture e contenuti psichici dei
quali lo psicologo ha il diritto e il dovere di occuparsi.
Il passaggio dell'anima da una vita all'altra rappresenta una vera e propria spirale di approfondimento
che forse l'uomo pitagorico magari, senza rendersene
conto, riusciva ad assimilare da un punto di vista
endopsichico. Tale assimilazione provocava in lui
quel lento evolversi della sua anima verso il punto
di partenza a lei consono, punto che la psicologia
analitica chiama « Sé ». In definitiva, per riassumere
e concludere, avanzo quest'ipotesi: il pitagorico era
sicuro di credere nella trasmigrazione delle anime
da una vita all'altra; ma in realtà recepiva in maniera
endopsichica tale credenza, e quindi finiva col riferirla, sia pur inconsciamente, al passaggio della propria anima da uno stato a quello successivo più
ampio e profondo.
E torniamo a considerare un'altra caratteristica del
metodo pitagorico: quale significato poteva avere il
ricordare ogni mattina tutti gli avvenimenti del giorno
innanzi, le persone e gli animali incontrati, le parole
dette? Già ho affermato che per me si trattava non
tanto di un modo per esercitare la memoria, quanto
di un tentativo per allargare la coscienza. Tentativo
402
(21) F. G. Wickes, II mondo psichico dell'infanzia
Astrolabio, Roma 1948
Page 15
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(22) Ch. Baudouin, L'ouvre
de Jung, Payot, Paris 1963
condotto, al fondo, mediante l'esame dei comportamenti altrui e il confronto con i propri: ciò che portava a intuire — inconsciamente — un'anima almeno
in parte comune a tutti gli esseri viventi incontrati il
giorno prima, comune anche all'osservatore: e in
lui ancora operante.
Certo non abbiamo alcuna garanzia che i pitagorici
avessero coscienza dei meccanismi psichici così
ipotizzati. Ma credo che il processo di trasformazione non avrebbe potuto svilupparsi in loro senza i
supposti contenuti e atteggiamenti dell'inconscio.
Ricca di significato è poi la rivalutazione della donna, che trova oggi il suo parallelo nella scoperta
dell'androginia dell'anima. Quando i pitagorici parlavano di partecipazione della donna, intendevano
soprattutto riferirsi al campo spirituale, ai momenti
finali e delicati dell'iniziazione, momenti in cui la
donna non solo partecipava al mistero, ma contribuiva a che il rito fosse più fecondo per gli stessi
uomini.
Quando a Jung facevano notare come la maggioranza dei suoi discepoli fosse composta da donne, egli
rispondeva che la psicologia è la scienza dell'anima
e che non era colpa sua se l'anima è donna. D'altronde gli studi di Jung sul sentimento e sulla intuizione come strumenti conoscitivi, ci chiariscono i
motivi per cui l'anima femminile è cosi attratta da
certe discipline: essa, come afferma Baudouin, sembra possedere dei doni particolari che le rendono
congeniale la psicologia analitica (22). Un'altra
brillante anticipazione della scuola pitagorica sta
nella scoperta della mistica numerica e geometrica, la
cui validità ha trovato una conferma empirica
nell'analisi dei simboli mandalici presenti nel
linguaggio inconscio: certi sogni che preludono alla
armonia delle funzioni ed al superamento delle proiezioni in vista di un graduale costituirsi del Sé, sono
ricchi di simboli geometrici — triangoli, quadrati,
cerchi, il cui significato unificatore ed armonizzante
Jung non ha mai smesso di evidenziare. E' stato detto
testualmente: « La rivoluzione del concetto pitagorico riguardo all'anima, intuita come quadrata, e il
Page 16
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)riconoscimento di un valore scientifico moderno
alla mistica tetrade, quale espressione di un archetipo sotto la specie di mandala, non sfuggirono a
Jung medesimo, che dallo studio medico sui nevrotici aveva saputo estendere la ricerca psicologica
al corpus delle dottrine iniziatiche d'Oriente come
di Occidente... Ma la luce che dalla moderna psicologia degli archetipi torna alla filosofia esoterica e
alla mistica numerologica dell'Antico, non si limita
al significato psicologico della tetrade, quale proiezione d'un contenuto psichico inconscio che è allusivo della struttura stessa dell'anima; bensì l'intera aritmologia di Pitagora con la simbolistica correlativa viene ad acquistare dal punto di vista della
psicologia scientifica il significato di proiezione dell'inconscio, in rapporto a quei processi di svolgimento e perfezionamento della personalità spirituale
già suscitati dalla mistica iniziazione... » (23). Dallo
sguardo che abbiamo lanciato sul pensiero pitagorico
rapportandolo alla psicologia analitica, mi sembra
sia emerso un elemento fondamentale: il concetto di
trasformazione psicologica, meta principale di
entrambe le dottrine. Tale concetto acquisterà un
rilievo più plastico e suggestivo dalla concreta
indagine sugli stucchi della basilica pitagorica.
GLI STUCCHI DELLA BASILICA
L'Arimaspe.
Limiterò il mio esame agli stucchi dell'abside e
della volta centrale, gli elementi architettonici su
cui più facilmente converge l'attenzione del visitatore.
La prima domanda da porsi è questa: da quale punto cominciare? Gli stucchi della volta centrale sono
disposti lungo un grande rettangolo nel cui interno
è la scena che io ritengo rappresenti il compendio, la
conclusione di tutte le altre; questa scena, come vedremo in seguito, farà eco all'altra raffigurata nella
(23) B. Disertori, op. cit.
Page 17
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)abside. Mi è parso giusto procedere con l'esame dalla
periferia verso il centro del rettangolo in modo da
convergere verso il motivo dominante: ho voluto
cioè adottare lo stesso metodo impiegato da Jung
per l'interpretazione onirica, metodo basato sul presupposto che i sogni non derivano in linea retta lo
uno dall'altro, ma si situano concentricamente in(24) Per un'esauriente in- torno al tema principale (24).
formazione sulla tecnica
dell'interpretazione onirica Ai quattro estremi del rettangolo troviamo ripetuto
da un punto di vista jun- lo
stesso
motivo
mitologico:
la
lotta
ghiano si consulti il sagdell'arimaspe
con
il
drago.
gio di Edmondo D'Alfonso
« Lo studio dei sogni in Gli arimaspi erano un popolo misterioso del
C. G. Jung. Una disamina l'Asia minore, sempre in lotta per la conquista di un
storica ». Rivista di Psicologia Analitica, voi. Il - n tesoro custodito dal mostro, o per impedire a que1, Napoli 1971; si consulti st'ultimo di riprendersi il tesoro già conquistato. Il
anche della J. Jacobi, La
psicologia di Jung. Einau- significato endopsichico d'una lotta così incessante
di, Torino 1949, pag. 95 mi sembra piuttosto chiaro; ci troviamo innanzitutto
e segg.
di fronte ai modelli della ricerca di un tesoro e della
lotta col drago; ricerca e lotta che hanno il loro
equivalente nell'indagine alchimistica, la quale com'è ampiamente dimostrato, non mirava certo ad un
tesoro di tipo materiale, ma spirituale, quello stesso
tesoro, potremmo dire, che Jung denomina « Sé ».
Nella lotta dell'arimaspe sono adombrati, a mio
giudizio, il concetto pitagorico della continua perfet
tibilità umana e la tendenza della psiche verso l'indi
viduazione. E questo sforzo è reso ancor più dram
matico dal fatto che il tesoro può essere sempre di
nuovo perduto: la lotta non ha mai fine, è un mo
dello che si ripete senza speranza. Qual è allora,
nell'ambito del mitico motivo della lotta per un te
soro, l'elemento su cui con maggiore intensità si fer
ma l'attenzione dei pitagorici? Proprio questa im
possibilità di mantenere senza fatica le posizioni ac
quisite, che restano sempre, potenzialmente, alla
mercé dell'avversario. E qui bisogna ricordare quan
to dice Jung « II significato ed il disegno di un pro
blema sembra essere non nella sua soluzione, ma nel
(25) C. G. Jung, Simboli nostro cimentarsi con esso incessantemente » (25).
della trasformazione. Boringhieri, Torino 1965.
Il tesoro che l'uomo cerca è il « Sé », ma ogni vitto
ria in questa direzione comporta una nuova pro
spettiva che, nel momento stesso in cui viene alla
luce, è già insufficiente perché subito adombra un
Page 18
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)nuovo balzo in avanti. La lotta dell'arimaspe sottolinea appunto, io credo, l'impossibilità di raggiungere
in modo stabile la meta finale; e mostra come tutto
lo sforzo consista in un processo dinamico il cui
termine può trovarsi soltanto in un cambiamento
di stato totale, cioè nella morte. Chi potrà mai dire
durante la propria esistenza « Ecco! ho finito, sono
tranquillo, ho raggiunto quella pace spirituale cui
tanto anelavo? ». Nessuna situazione psichica potrà mai considerarsi chiusa in una totalità statica, e
ciò che oggi può apparirci come il tesoro conquistato, domani purtroppo non avrà più lo stesso valore. Ed è per questo che il vero senso della vita
umana non sta nella ricerca di una felicità astratta,
ma nella continua realizzazione del proprio autentico « essere individuale » che man mano si evolve,
nella ricerca di una fedeltà sempre adeguantesi a
quest'essere individuale che, finché vive, non giunge
mai ad una fine: l'individuazione è un processo non
una meta.
Vorrei ora notare che, la lotta con il drago per la
conquista di un tesoro che può essere sempre perduto e ricuperato, allude anche al mito dell'eterno ritorno e al problema dell'ansia. L'ansia è uno stato
primordiale comune a tutti gli esseri viventi: sarà di
volta in volta paura di perdere la vita, la salute, i
mezzi di sussistenza, la persona amata, una condizione particolarmente felice, il tempo, la stima sociale, il senso di sé stessi. Ma l'ansia ha pure una
radice più profonda: all'uomo, come compito, è
stato dato lo sviluppo della propria vita: l'ansia
può essere allora timore di non realizzare questo
sviluppo, e, contemporaneamente, spinta verso tale
realizzazione. In genere l'ansia è una caratteristica
che appare negli individui nevrotici. I nevrotici sono
quasi sempre degli inibiti, che pur sentendo determinati impulsi ad agire in una certa direzione, ne
sono impediti dalle loro resistenze interiori. Essi hanno, per dirla in breve, un arresto nel loro sviluppo.
Ora « la sola ed unica cosa che davvero conta è lo
sviluppo delle proprie potenzialità; ciò significa che
perfino l'istinto di conservazione è subordinato ad
Page 19
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(26) A. Jorés, Anxieties about life and death.
Spring, New York 1961
pag. 80 e segg. (27),
Questo sogno, come altri
inseriti nel testo, è
presentato esclusivamente
per mostrare un modello
particolare di comunicazione; vale a dire illustra
con l'azione in esso insita, una modalità di comportamento. I riferimenti
personali, derivanti dalla
storia del sognatore, sono
stati quasi del tutto esclusi, in quanto esulavano
dall'intento del presente
saggio.
una più alta legge di natura che da ogni essere vivente chiede il maggiore possibile sviluppo delle sue
facoltà interiori. La vittoria sull'ansia è dunque la
premessa fondamentale per la conquista del tesoro,
per quell'adattamento alla nostra realtà interna che
costituirà la base di ogni ulteriore sviluppo (26). Credo
che sia ora giunto il momento di illustrare con un
sogno (27) il tema della lotta incessante, del continuo
progresso che non avrà mai, finché si vive, una
stazione di arrivo; il sogno è di un mio paziente fornito
dì un rapporto con l'inconscio insolitamente
sviluppato:
Sto discutendo con i! mio analista una sua esperienza psichica. E in qualche modo lo aiuto anche a decifrarla. L'esperienza è questa: c'è l'immagine di una scalata, faticosa,
roccia dopo roccia, una scalata che alla fine porta sulla luna.
Non è la luna REALE — questo nel sogno lo so benissimo — è
una luna « psichica ». Ma, pur sapendo ciò, la suggestione è tale
che su questa luna io e l'analista CI TROVIAMO DAVVERO.
Voglio però ribadire che scalata e luna sono un'esperienza
psichica SUA, NON MIA: io mi trovo con lui e lo aiuto a
decifrarla. Su questa luna ci sono dei giardini e delle grandi
costruzioni: un cinema colossale, un teatro, forse un ospedale;
ma sono tutte costruzioni sparse, c'è molto spazio; e c'è
una luce diffusa, costante, ma comunque «notturna»: proprio una luce « lunare », anche se più chiara della vera luce
lunare.
L'analista mi parla della sua carriera, e mi dice che devo
condurmi come lui, cioè darmi da fare, prendere molti contatti, perché a volte le strade si aprono anche casualmente.
lo, senza rispondere, gli dico: « Com'è vero che ognuno di
noi vive esperienze psichiche diverse, lo, per esempio, sulla
luna non ci sono mai stato. E devo anche riconoscere che
mi piace molto questo tuo mondo lunare, così calmo e suggestivo ». All'improvviso capisco che, per lui, il trovarsi su
questa sua luna psichica, e il maturare quest'esperienza,
rappresenta soltanto una tappa in vista del prossimo «salto»:
che è quello di lanciarsi nello spazio sideralè. E ora, benché
per tutto il sogno sia stata chiara la coscienza, che la luna e
l'esperienza appartenevano all'analista (anche se io « c'ero »
ed « aiutavo »), ora la « intuizione » finale del sogno (la
luna è per lui tappa per il salto nello spazio) diventa valida
anche per me: anche per me la prossima tappa è il « salto »
nello spazio, e in certo modo sento che in questo salto io
e l'analista, se non proprio una cosa sola, saremo insieme.
Page 20
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Calcante ed Ifigenia.
Dedicherò adesso la mia attenzione allo stucco che
mostra Calcante nell'atto di recidere le chiome ad
Ifigenia, operazione che prelude al sacrificio. Calcante, secondo la tradizione è il più grande indovino
dell'antichità greca. Ma cosa rappresenta in tutte le
mitologie la figura del « mago »? Un'incarnazione di
Dio nell'uomo: incarnazione che non infonde tanto
una maggior forza, quanto una conoscenza più ampia, non limitata dallo spazio e dal tempo. Il mago
possiede quel tipo di personalità da Jung denominata
« mana », termine che riecheggia il modello dello
uomo che « sa » e che « può ». Tale immagine è una
dominante dello « inconscio collettivo ». E la divinazione non è altro che la capacità di percepire l'inconscio, sia personale che collettivo, capacità preclusa all'uomo normale. Percepire l'inconscio significa dunque conoscere la sorte — e la « realtà
globale » — propria e altrui. Potremmo allora dire
che l'inconscio, in un certo senso, rappresenta il destino dell'uomo, e chi, o per capacità diretta o affidandosi al « mago », prende coscienza del proprio
destino (quindi del proprio inconscio) e lo accetta,
trova in tale accettazione un riscatto al destino stesso,
quale che questo possa essere. La dolce Ifigenia,
come sappiamo dalla tradizione, non si oppone alla
sua sorte (28). Lo stucco della basilica la raffigura
mentre si offre in olocausto senza apparente timore,
la testa inclinata, modesta e bella, Ifigenia incarna
la figura di colei che espia. Deve pagare per la
colpa del padre, uccisore di un cervo sacro ad
Artemide, e attende il sacrificio con dolore, ma con
rassegnata serenità.
Salvata poi dalla stessa Artemide, sarà costretta
per lungo tempo a compiere sacrifici umani in Tauride; finché riesce a commuovere il severo Re Taonte
che abolisce i sanguinosi riti; Ifigenia salva così il
fratello Oreste e dona al popolo di Tauride la possibilità di una epoca civile e umana. La caratteristica
essenziale di Ifigenia è quella di vivere la storia
accettandola senza chiedersene o contestarne le ra408
(28) Questo non opporsi
alla sorte non va inteso
come rassegnazione cristiana di fronte alle ingiustizie della vita, in attesa
di un mondo migliore. Si
esprime invece il miglior
adattamento possibile ad
una data situazione.
Page 21
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(29) K. A. Villa, Dizionario
letterario Bompiani, voce
Ifigenia, Bompiani, Milano
1957.
gioni, « e appunto in questa ingenuità dolorosamente
colpita, in questa purezza che soggiace al male
senza esserne offesa, nella naturale devozione con
cui ella accetta gli ordini degli Dei e ammette
implicitamente in essi giustizia superiore che pur
non riesce a comprendere, sta la forza della sua
figura » (29). Nell'abbandono di Ifigenia al suo destino è anche la sua salvezza. Artemide la risparmia,
evento tanto più interessante quando si sottolinei il
carattere violento e vendicativo di questa dea, responsabile di varie morti atroci: quella di Atteone ad
esempio divorato dai propri cani, o quella del cacciatore Broteas, reso pazzo e spinto a lanciarsi nel
fuoco. La salvezza di Ifigenia è l'unico atto di indulgenza che venga attribuito dai mitologi alla dea.
Qual è allora il messaggio di questo stucco? Esso va
individuato appunto nell'invito ad abbandonarsi alla
voce dell'inconscio, a non contrastare le direttive
che provengono dalle dimensioni arcaiche della vita.
L'uomo deve fare il possibile per controllare gli
eventi esterni, ma deve anche sapere che non può
opporsi a certi disegni che lo trascendono: dalla
loro accettazione potrà anzi scaturire uno sviluppo
salutare. L'accettazione, in effetti, è un venire a
patti con l'inconscio e con i suoi modi di procedere; è
un riconoscere i complessi da cui siamo condizionati;
e ciò porta ovviamente al risultato di sminuire il loro
potere autonomo nei confronti della nostra
coscienza.
Vorrei a questo punto presentare il sogno di una mia
paziente, sogno che mi sembra illustri piuttosto bene il tema dell'accettazione del rischio e quello del
riconoscimento delle condizionanti difficoltà interiori:
Scendo per una strada che da casa mia dovrebbe portare
al centro. Gli autobus non ci passano più, perché non è più
asfaltata. E' tutta scoscesa e accidentata. Mia madre mi
accompagna all'inizio di questa strada. Le dico che può
lasciarmi e andarsene, perché posso continuare da sola. Lei
se ne va, ma io non riesco ad avanzare, incontro molti improvvisi dirupi, e ostacoli che rendono assai difficile il cammino. Vedo allora davanti a me una donna con un bambino
Page 22
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)in braccio, e mi accorgo che lei con sicurezza trova subito i
punti dove è più facile scendere: la seguo e mi sento più
tranquilla. Il suo atteggiamento è sereno ed ispira fiducia.
In questo sogno si possono anche osservare la problematica della madre negativa sostituita da un'immagine positiva della madre, e il prospettarsi di una
futura dinamica psicologica non più paralizzata di
fronte alle difficoltà.
Èrcole e Minerva.
Passiamo ora allo stucco che rappresenta l'incontro
di Èrcole e Minerva, accostamento rarissimo nelle
raffigurazioni mitologiche, dato che lo si è reperito
in tutto quattro volte.
Èrcole si avvicina solenne alla dea. Pende dalle sue
spalle la pelle leonina e in mano ha la clava. Nella
mitologia greca egli è per eccellenza l'« eroe ». A noi
interessa analizzare non tanto le sue vittorie, quanto
le condizioni in cui esse maturano. Èrcole, se vuole
conquistare l'immortalità, dovrà subire un processo di
trasformazione attraverso le dodici « fatiche », fatiche
che dovrà compiere per volontà di Euristeo; e
proprio qui sta la chiave per comprendere il
profondo dramma psicologico dell'eroe. Euristeo è il
tipo mediocre per eccellenza; non ha nulla di
eroico, di forte, di intelligente, nulla che possa
giustificare la sua posizione sociale. E' la banalità
fatta persona, attenta soltanto a! proprio benessere
individuale. Negli altri non vede che gli strumenti
per la realizzazione dei suoi interessi. E' l'uomo delle
convenzioni, l'uomo che difende le strutture sociali a
lui favorevoli e che, a ragione del suo mediocre
essere, del suo scarso talento e de! suo minimo
valore, possiede i beni del mondo ed il potere. Ed
Èrcole deve piegarsi di fronte al meschino Euristeo,
del quale sente l'indubbia inferiorità. Quando apprende che dovrà compiere le dodici imprese, l'eroe cade
nello sconforto: non perché tema la lotta, ma perché
è costretto ad una profonda umiliazione. D'altra parte sembra un tratto particolare del destino che gli
Page 23
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)uomini grandi siano sempre soggetti a forze negative
e prepotenti: mentre essi guardano allo spirito,
altri lavorano alla loro distruzione. Si pensi al nazismo: la « cultura », nel senso più ampio del termine, fu il primo nemico ad essere attaccato e sgominato. Ma per quella legge che fa seguire alla degenerazione la generazione, le anime sofferenti sparpagliate per tutta la terra acquistarono capacità di
sopravvivenza e rinascita in terre straniere. Alla fine
della grande follia ci fu come il ritorno di un'onda da
mondi lontani, e quest'onda rese familiari quei mondi: il ponte era gettato proprio da quelli che erano
stati costretti alla fuga. Dalia follia sembrerebbe
essere nata una consapevolezza dell'appartenenza
non alle nazioni ma al mondo intero. Come un motivo ricorrente nelle fiabe, il principio distruttore è
anche il principio di salvezza, nella misura in cui
spinge il perseguitato ad affinare le sue doti positive.
Tornando ad Èrcole, potremmo affermare che il suo
dramma con Euristeo configura, da un punto di vista
endopsichico, la necessità dell'eroe di fare i conti
con la propria parte oscura, con la propria ombra.
E ciò prima di affrontare il processo di trasformazione
attraverso le imprese. Per analogia sono condotto a
notare che, all'inizio dell'analisi l'elemento « ombra »
assume una grande importanza ai fini dello sviluppo
psicologico: capita spesso in questa fase che i
pazienti sognino un viaggio ne! fondo del mare
(simbolo dell'inconscio), dove sono costretti a fronteggiare realtà obbrobriose. E qui propongo il sogno di una mia paziente giunta all'analisi « sull'orlo
della disperazione ».
Sto nell'acqua sul fondo del mare e guido un carro da
cow-boy. Tutto è calmo intorno a me. Poi arrivo in un paese
bruttissimo dove i rifiuti arrivano al primo piano, ed è tutto
sporco, ed io comincio a pulire tutta quella spazzatura che
sembra un mucchio di cadaveri. A un certo punto vomito.
Poniamoci ora una domanda: oltre al confronto con
l'ombra, a cos'altro può alludere lo stucco di Èrcole
e Minerva? Èrcole, secondo il mito, è uno dei pochis411
Page 24
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)simi mortali che abbia combattuto e sofferto per
conquistare l'immortalità. Al grande impulso verso
la propria individuazione, che si manifestò per la
prima volta nella lotta contro i due serpenti, egli
non è mai venuto meno. E colui che affronta la lotta
trova anche il protettore. Subito dopo la nascita, Minerva espresse la sua ammirazione per il bambino.
Nella battaglia contro l'esercito della città di Orcomeno, Èrcole combattè rivestito della corazza donatagli
da Minerva. Durante la pulizia delle stalle di Augia,
Minerva appare soccorritrice. Gli interventi della dea
stanno dunque a significare che immancabilmente
subentrerà un fattore protettivo per coloro che seguono la strada autentica. « L'uomo deve soltanto
lottare e aver fiducia, ed i guardiani eterni appariranno » (30). Non c'è storia di eroi o fiaba che non
contenga questo particolare insegnamento, il quale,
trasferito sul piano psicologico, vuole ammonire che
le forze dell'inconscio daranno aiuto a chi subisce
le conseguenze di una lotta tesa alla ricerca della
personale autenticità. Dal primitivo e coraggioso
abbandono alle forze dell'inconscio (Ifigenia), si
passa quindi ad una fase in cui l'inconscio diventa
soccorritore, sebbene con modalità che spesso appaiono contrastanti con quelli che sono obbiettivi a
breve termine.
I segni astrali.
E veniamo a considerare gli stucchi relativi a due segni astrali: I Gemelli ed il Toro. Nella costellazione
dei Gemelli i Greci riconoscevano due famosi eroi,
i fratelli Castore e Polluce, figli del padre mortale
Tindaro e del padro divino Zeus. La madre era la
famosa Leda, amata da Giove sotto forma di cigno.
L'epilogo della vita avventurosa di Castore e Polluce
si ebbe nella lotta che essi sostennero con un'altra
coppia di gemelli, Linceo e Idas, figli di Aforeo.
Dallo scontro il solo Polluce uscì superstite. Egli
allora si rivolse a Zeus chiedendogli di poter morire
anche lui. Ma il padre degli dei gli rivelò che ciò
non era possibile: Polluce
412
(30) J. Campbell, L'eroe
dai mille volti. Feltrinelli.
Milano 1958, pag. 71.
Page 25
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)era immortale, mentre Castore era stato generato
da seme mortale. Zeus offrì quindi al sopravvissuto
due alternative: vivere sempre da solo sull'Olimpo,
oppure vivere in compagnia del fratello un giorno
sull'Olimpo ed un giorno nell'Ade. Polluce scelse
la seconda soluzione.
Il mito di Castore e Polluce simboleggia la vita e la
morte, il giorno e la notte, il male ed il bene, la
tesi e l'antitesi. L'archetipo dei due gemelli si ritrova in tutte le tradizioni primitive. Abbiamo in precedenza considerato l'importanza che per il pensiero pitagorico riveste il concetto degli opposti.
Vorrei qui rammentare che essi erano intesi non in
contraddizione, ma in reciproca mediazione e sintesi. Il mito dei due gemelli con diverso destino
allude all'aspetto immortale della vita umana. Riecheggia anche il mito dell'arimaspe in lotta spasmodica per il proprio tesoro, che può essere sempre
perduto e riconquistato. I gemelli rappresentano lo
spirito e la materia non più in antitesi, ma finalmente conciliati; rappresentano quindi una maggiore
armonia di inserimento nella vita, una migliore comprensione di quest'ultima: la vita non è luce e non è
ombra, ma è invece la coesistenza di questi due opposti; e l'uomo è attratto dall'uno più che dall'altro
a seconda del grado di consapevolezza raggiunto.
L'« integrazione » è un'esperienza fondamentale dell'analisi junghiana: « il conflitto tra estroversione
ed introversione, tra tendenze regressive e progressive, l'opposizione dialettica delle quattro funzioni (l'Io, la persona, l'ombra, l'anima-animus) e
del Sé, la loro vicendevole relazione nelle loro innumerevoli manifestazioni, costituiscono il completo
dinamismo della teoria e della pratica della psico(31) V. White, Kind of op- logia di Jung » (31). li riconoscimento e accettaposites. Si trova in: Stu- zione dell'ombra è dunque l'aspetto che soprattutto
dien zur analytischen Psychologie. Rascher Verlag risulta nel mito dei Dioscuri, una volta trasferito tale
Zùrich 1955.
mito sul piano psicologico. Dice Jung: « L'ombra è
un problema morale che sfida tutta la personalità,
perché nessuno può diventare conscio dell'ombra
senza un considerevole sforzo morale. Diventarne
consci significa riconoscere gli aspetti oscuri della
Page 26
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)personalità come presenti e reali » (32). Da parte sua
la Jacobi rileva: « Se si vuoi rendere cosciente l'ombra mediante il lavoro analitico, bisogna aspettarsi
una forte resistenza da parte dell'analizzando, che
non tollera affatto di considerare appartenente a sé
tutto quel buio e teme sempre di veder crollare sotto
il peso di questo riconoscimento l'edificio del suo
!o faticosamente costruito e tenuto in piedi... Per
quanto amaro, il calice non può venir risparmiato »
(33). Tanto l'affermazione di Jung che quella della
Jacobi sembrerebbero porre l'accento su un certo
modo di condurre l'analisi, modo che consiste nel
mettere in risalto gli aspetti negativi dell'analizzando,
affinchè questi possa integrarli in una personalità
cosciente. Ma io mi domando se tale modo di procedere sia proprio necessario e se, in fin dei conti, sia
terapeuticamente efficace. Ognuno di noi è già costretto nella vita di tutti i giorni, in abbondanza, a
sorbire il calice amaro. La vita, con le sue strut ture sociali, ottiene più che bene lo scopo di far conoscere al singolo le sue manchevolezze, i suoi
talloni di Achille. I contatti che si hanno prima in
casa, poi a scuoia e quindi nel campo del lavoro,
sono quasi sempre contatti che tendono a far risaltare l'ombra piuttosto che la luce. Questa affermazione mi sembra incontrovertibile. Ora, nel momento analitico, il paziente non ha bisogno di ulteriori amarezze: l'ombra, in fondo, non è così ombra come potrebbe sembrare. Essa è una parte caratteristica dell'uomo, sulla quale bisogna far leva
affinchè il paziente comprenda non soltanto la
propria negatività, ma tutta la globalità del suo essere.
Il paziente nevrotico ha già una vita difficile. La chiarificazione dei complessi può avvenire solo a condizione che egli prenda fiducia nel suo lo e cominci
a conoscere le sue potenzialità intrinseche. C'è
anche l'ombra, s'intende, in tali potenzialità: ma
esse, pur essendo bifronti, costituiscono un tutt'uno:
ed è così che vanno prospettate. Accanto allo stucco
dei gemelli, osserviamo quello del toro.
L'interpretazione simbolica del toro non è
414
(32) C. G. Jung, Aion. Pantheon, New York 1959.
(33) J. Jacobi, op. cit.
Page 27
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(34) M. Eliade, Trattato di
storia delle religioni. Einaudi, Torino 1955.
(35) H. G. Baynes, Mytho logy of thè soul. Routledge and Kegan Paul, London 1954, pag. 200.
(36) J. G. Frazer, The
dyin g Go d. MacMiil an
New York 1951, pag. 72.
(37) E. Neumann, The origins and history of consciousness.
Pantheon
New York 1954, pag. 76
e segg.
molto chiara, e le ipotesi avanzate sono molteplici.
Le popolazioni sumeriche, che tanto si sentirono
dominate da una moltitudine di divinità, dettero supremazia assoluta al dio toro. I Sumeri erano convinti della partecipazione del toro al fenomeno della
fecondazione. Anche gli antichi abitanti dell'india
avevano culti taurini connessi ai riti di fecondazione.
Alcune testimonianze persiane mettono in evidenza
che il dio degli dei creò un toro addirittura prima di
Gaymont, il primo superuomo. In Egitto, fin dalla
prima dinastia, si adorava il dio Apis sotto forma di
toro. Nella mitologia greca Zeus, trasformato in toro,
rapisce Europa, ha una relazione con Antiope, cerca
di violentare la sorella Demetra. Eliade riferisce che
a Creta si leggeva uno strano epitaffio: « Qui giace il
grande bovino che si chiama Zeus » (34). Sempre a
Creta, il toro era considerato come una dinamica
riserva di energia. Inoltre, secondo una credenza egiziana, la salma di Osiride, era condotta nelle sfere
celesti sulle spalle di un toro, che diveniva così simbolo di mediazione fra il cielo e la terra. Nel volume
« Mitologia dell'anima », di Baynes, troviamo rappresentato, nel disegno di un paziente, il toro celeste: esso appare in posizione emergente, come un sole
che stia per sorgere (35). Secondo Baynes il toro
del disegno simboleggia la liberazione dell'energia
primordiale, che in quel momento prendeva davvero
a funzionare nella vita del paziente. Stando al Frazer, il toro, per i popoli pastori, è un naturale emblema di vigorosa energia riproduttiva (36). Lo stesso significato hanno alcuni reperti archeologici siriani, nei quali è visibile una dea, con gli organi genitali esposti, seduta su di un toro: Neumann ritiene
che in questo caso il toro sia simbolo di mascolinità (37).
Nel rito mitriaco l'uccisione del toro è un atto creativo: dalla morte sorge nuova vita. Crediamo quindi
che si possa vedere in questo segno astrale il simbolo della forza istintiva, della vitalità che defluisce
naturalmente. E' significativo, mi sembra, che assai
spesso nelle fiabe una prova dell'eroe consista nella
lotta con un toro: la von Franz avanza l'ipotesi che
Page 28
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)tale lotta, vittoriosa, simboleggi la superiorità della
umana consapevolezza sulle emotive forze animali
(38). Giustamente però aggiunge che il problema dell'uomo moderno è quello di ritrovare una via alle
sue forze originarie istintive. E io credo che, in
chiave psicologica, proprio questo sia il messaggio
dello stucco ora esaminato: l'uomo non si distacchi
mai dalle sue potenzialità inconsce.
Il ratto delle Leucippidi.
Uno fra gli stucchi più belli rappresenta il ratto
delle Leucippidi. Le figlie di Leucippo, Febe ed
Maria, erano state promesse in spose ai loro cugini, i gemelli Idas e Linceo. I Dioscuri le rapirono
dando vita ad un feroce combattimento fra le due
coppie di gemelli. Poniamoci ora una domanda: qual
è il valore psicologico del ratto? Il ratto è stato probabilmente la prima forma di rapporto fra uomo e
donna. In un clima indifferenziato di minacce, pericoli, lotta per il cibo e probabile amore periodico, la
donna è soggetta senza possibilità di difesa alle violenze cicliche del maschio. Il ratto per la donna
rappresenta un cambio di stato: vi è la perdita della
verginità e la trasformazione in donna generatrice. Ma
quest'evoluzione positiva si ha dopo il ratto; al momento in cui esso avviene la donna, come appare
in tutte le raffigurazioni antiche, è atrocemente spaventata: nel nostro stucco, ad esempio, una delle
Leuccipidi ha il terrore stampato sul viso mentre
tende le braccia in un'invocazione di aiuto. Gli
aspetti psicologici fondamentali del ratto stanno
dunque nel « passaggio » da una fase all'altra della
vita e nella decisione forte, vorrei dire nella violenza, nello « strappo », che precede tale passaggio:
Vi sono momenti del vivere in cui bisogna « correre
il rischio », bisogna cioè sottrarsi agli schemi protettivi di un contesto sociale che basa la sua forza su
inevitabili costrizioni individuali; in quei momenti è
necessario porre in gioco la propria onorabilità, la
reputazione, insomma, tutti quei valori che la società
difende e protegge, e che assicurano al singolo il
(38) M. L. von Franz, Archetypical Patterns in fairy tales. Circolazione privata.
Page 29
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)generale rispetto: un rispetto sempre pagato con la
stretta osservanza di certe regole. Nell'attimo in cui
si « decide » che il proprio destino individuale è più
forte della banalità organizzata, allora non c'è altra
soluzione che lo « strappo », la rottura degli schemi.
E quando uno di quei momenti giunge a maturare, la
decisione va presa subito, con violenza, altrimenti
si rischia di rimandare per anni e anni la svolta decisiva della propria vita.
Vorrei ora illustrare questo tipo di liberazione mediante il sogno di un mio paziente, oppresso da una
figura paterna tirannica e vincitrice nella vita; una
figura accanitamente contestata, ma nello stesso
tempo accettata (di qui il compromesso e il conflitto) perché protettiva:
E' notte. Mi trovo in mezzo ad una bella strada larga, asfalto
lucido, poco illuminata. Alcuni ragazzi mi invitano ad entrare
con loro in una specie di teatro. Li seguo. Più che un teatro
mi sembra un locale notturno, vani piccoli, fiocamente illuminati da luci fredde, diffuse, verdi o azzurrastre; in ogni vano
personaggi immobili - gli attori - tutti in costume e disposti
in gruppi plastici. Ma ecco che i ragazzi entrati con me (nel
teatro ci eravamo divisi e ognuno gironzolava per conto suo)
mi passano a fianco correndo e mi gridano di scappare: il direttore ci insegue: non so perché, forse siamo entrati abusivamente. D'impulso esco e mi metto a correre con loro. Ma
d'un tratto penso: « lo non ho fatto niente, perché devo scappare? », e mi fermo. Gli altri mi incitano a fuggire. Mi sento
ancora spinto a seguirli, ma mi trattengo di nuovo. Penso:
« lo non ho fatto niente, e questo non può non contare ».
Ma sono combattuto, perché penso anche: « Non ci si può
fidare della giustizia: errori ne commette tanti. Se mi lascio
acchiappare, corro il rischio di dover stare in prigione per
anni pur essendo innocente. Dopo rimpiangerei orribilmente
di non essere fuggito ». Però, alla fine, decido di aver fiducia
nel fatto di essere innocente: vada come vuole, io non
scappo. Il direttore mi raggiunge. Sembra disinteressarsi di
me. Mi passa accanto e continua ad inseguire gli altri. Sono
felice: ho preso la decisione giusta. Riprendo a correre perché voglio vedere come andrà a finire: i ragazzi si infilano
in una stazione ferroviaria, e il direttore dietro. Penso rivolto
a quei ragazzi: «Avete visto? Non siete stati ancora presi, ma
siete braccati, impauriti, lo invece... ». Non entro nella stazione e proseguo libero e tranquillo per la mia strada.
Page 30
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)La meraviglia del sognatore fu grande di fronte ai
contenuti del suo inconscio. Egli potè ricavarne
quel minimo di sicurezza che poi, a livello delle
dinamiche inconsce, gli consentì di assumere un diverso atteggiamento nel contrapporsi alla figura
del padre, nello staccarsene e rendersene indipendente.
Andiamo ora verso il centro della volta, i cui motivi
mitologici si dispongono in un chiaro proseguimento
del processo finora illustrato. Intorno al quadro
centrale, che mi riservo di analizzare in seguito, vi
sono quattro stucchi raffiguranti quattro coppie di
personaggi; Orfeo ed Euridice, Ulisse ed Elena,
Giasone e Medea, Èrcole ed Esione. L'accostamento
di tali personaggi non dev'essere stato casuale; io
credo che l'artista, nella creazione dei suoi stucchi
abbia seguito alcuni particolari motivi conduttori. La
prima cosa che viene in mente a proposito di
queste quattro coppie, è che tutte hanno in
comune il tema del viaggio nell'altro mondo: Orfeo,
dopo la perdita di Euridice, discese negli inferi per
tentare la riconquista della donna amata. Giasone
salpò verso il misterioso paese di Colchide per
impadronirsi del vello d'oro, e questo viaggio, come
ci attesta l'arte funeraria, simboleggia una discesa
nell'oltretomba; Èrcole compì la sua più dura fatica
recandosi nell'Ade per catturare Cerbero; Ulisse
come racconta l'undicesimo canto dell'Odissea,
incontrò le ombre dei morti nella lontana terra dei
Cimmerii, avvolta in un continuo crepuscolo nebbioso.
L'ombra di Tiresia diede all'eroe utili consigli contro i
pericoli da superare durante il resto del viaggio.
La discesa nel mondo degli inferi rappresenta sul
piano psicologico, la discesa nell'inconscio. Nelle
storie d'eroi, nelle avventure dei protagonisti di fiabe, si presenta spesso la necessità di penetrare nel
fondo della madre terra, alla ricerca di un tesoro, di
una donna, di un qualcosa il cui ritrovamento è indispensabile per l'ulteriore sviluppo della vicenda. La
discesa nell'inconscio, dunque, è una tappa fondamentale per la conoscenza delle forze oscure e sco418
Page 31
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)nosciute che muovono la nostra esistenza e ia spingono verso il suo vero significato. Questo viaggio
non è mai senza pericoli: c'è sempre un mostro, un
tranello, un gigante, insomma un ostacolo che mira
ad atterrire l'eroe e indurlo alla fuga. Due sono allora i possibili atteggiamenti: la rinuncia o il tuffo
nell'avventura. Chi sceglie questa seconda via, lo fa
perché spinto da un'esigenza insopprimibile: conosce
il pericolo, sa che rischia la morte, ma la morte
fisica è per lui preferibile a quella psicologica; la
rinuncia significherebbe la completa identificazione
con i valori vegetativi della natura. Certo, il viaggio
incute spavento perché implica la necessità di avventurarsi in un territorio misterioso le cui particolari
caratteristiche non hanno quasi risonanza in chi si
accinge all'impresa; bisogna avanzare senza sapere
se le forze di cui si dispone saranno adeguate, e,
per di più, senza una chiara percezione di quel che
sta avvenendo, tanto che il senso stesso della
avventura sembra sfuggire all'eroe; e tuttavia il viaggio è necessario per la rinascita psicologica: è il
peixorso obbligato verso l'individuazione. A volte
questo tipo dì percorso si manifesta nelle visioni oniriche come una difficile e penosa immersione marina,
e a conferma di ciò riporto il sogno di un mio paziente:
C'è un meraviglioso paesaggio marino, molto accidentato:
fiordi, scogli, tratti di mare calmi e stupendamente azzurri
limpidi, altri schiumosi e precipitosi come torrenti. Con me
ci sono un ragazzo e una ragazza che non conosco: saranno
le mie guide. Comincia una difficile traversata: nuotiamo, ci
arrampichiamo su scogli scivolosi, guadiamo tratti agitati, insomma superiamo ogni difficoltà. Ma eccoci davanti all'ultimo
ostacolo: superato questo, il più difficile, la traversata
sarà pienamente riuscita: si tratta di uno sperone roccioso che
sprofonda nel mare come una chiglia, bisogna tuffarsi, passarci sotto e riemergere dall'altra parte; le mie guida vanno
giù tranquille; mi tuffo dietro di loro e, fin dall'inizio, sento
che molto difficilmente ce la farò; ho aspirato poca aria. Lo
sperone roccioso scende e non finisce mai; vedo le due
guide che mi nuotano davanti, è una bella scena subacquea.
Non resisto più, mi sento soffocare, i polmoni stanno per
scoppiare. Sono costretto a voltarmi e tornare indietro. Però è
Page 32
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)strano: sempre nel sogno, ho una fuggevole sensazione di
me riemerso dall'altra parte insieme alle mie due guide.
Domandiamoci ora a cos'altro possono alludere —
oltre che alla discesa nell'inconscio — le quattro
coppie di personaggi: io credo che Giasone, Orfeo,
Ulisse ed Èrcole stiano a rappresentare i quattro
tipi psicologici propriamente detti, mentre Medea,
Euridice, Elena ed Esione rappresentino le quattro
strutture fondamentali della psicologia femminile.
Vorrei tentare di dimostrarlo:
Giasone affronta le sue imprese non in maniera
violenta, ma cercando come prima cosa di chiarirsi
le idee: discute con pacatezza ogni problema, scevera attentamente i fatti e si sforza sempre di giungere ad una soluzione razionale. In Colchide, mentre
i compagni tengono consiglio di guerra, Giasone reputa che sia meglio presentarsi prima ad Eete e
trattare con lui la restituzione del vello d'oro. Nonostante l'iniziale sgarberia del re, Giasone non perde la sua calma e gentilezza. Continua ad esporre
le sue argomentazioni fino a quando Eete non può
rifiutarsi di accettare un compromesso. Giasone è
un eroe solare, i cui principali attributi sono la bellezza fisica, la lealtà, l'inalterabile limpidezza dei
suoi atteggiamenti di fronte ai vari casi della vita. Da
come affronta le situazioni, potremmo dire che egli
usa soprattutto la funzione del pensiero: non commette azioni impulsive, comprende la realtà esterna
e vi si adatta.
La donna che gli è vicina nello stucco è la consorte, Medea, la maga, l'incantatrice. E' l'unica donna
che partecipa con i cinquanta eroi alla conquista
del vello d'oro, e la sua presenza si rivela indispensabile per la riuscita dell'impresa. Medea non stabilisce mai un rapporto autentico col marito, vive con
lui in uno stato di rivalità, e più volte gli fa notare
che i troni posseduti da Giasone dipendono dal potere di Medea. Il fatto di essere moglie di un eroe non
le basta: ha bisogno di vittorie e conquiste sue
personali, che persegue mediante l'arte magica, equivalente della forza maschile nel mondo antico. Fino
Page 33
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(39) T. Wolff, Structurai
forms of thè feminine psyche. Zùrich, 155, pag. 7.
(40) Si consulti la bellissima interpretazione di E
Neumann: Amor and Psyche. Pantheon, New York
1956, pag. 121.
all'ultimo non accetta alcuna superiorità o autorità:
ella appartiene al tipo di donna Amazzone (39), indipendente, incapace di dar vita ad un'armoniosa
relazione psicologica con l'uomo, ma capacissima
di diventare per lui un compagno d'avventura, di dividere con lui fatiche ed imprese. Naturalmente il
tipo amazzone presenta tutti gli aspetti negativi caratteristici della donna in preda alla protesta virile,
che non riconosce alcuna autorità, affronta il mondo
soprattutto con strumenti intellettuali, e, se si sposa,
considera il matrimonio soltanto come un mezzo per
lo sviluppo dei suoi interessi personali. Orfeo era
così abile nel cantare e nel suonare la lira che la
dolcezza della sua musica e il profondo sentimento
della sua poesia riuscirono ad ammansire le bestie
feroci, e smuovere le montagne e gli alberi, che
lasciarono le loro secolari radici per seguirlo ed
ascoltarlo. Orfeo partecipò alla spedizione degli argonauti, e il suo canto fu decisivo nel superamento di
alcuni pericoli. Egli è il simbolo della musica e della
poesia, è il simbolo del sentimento spinto alla sua
espressione più intensa: il rapporto con Euridice fu
« sentito » a tal punto che la tradizione vuole addirittura Orfeo sbranato dalle Menadi, rese furiose dal
suo completo disinteresse per qualsiasi altra donna.
Quando Euridice, cercando di sfuggire ad un atto
di violenza, incespicò in un serpente e morì per il
morso, Orfeo fu preso dalla disperazione. Osò tutto
quel che un mortale poteva osare: scese nel Tartaro
e supplicò gli inferi di rendergli la sposa. Persefone
si commosse profondamente al dolore di Orfeo, e
gli concesse di portar via Euridice ad una condizione; non doveva voltarsi a guardarla in viso prima
di uscire alla luce del sole. Ma come Psiche, a causa
della sua femminilità piena di sentimento non resiste
alla proibizione ed apre la scatola che le farà nuovamente perdere Amore, così Orfeo, legato com'è
alla funzione sentimentale, non riesce a trattenere lo
impulso di guardare Euridice e perde per sempre la
donna amata (40).
Euridice rappresenta la donna madre, piena di carità
e di comprensione. Per lei Orfeo è costretto a scen421
Page 34
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)dere nel Tartaro, ad ampliare quindi le sue dimensioni
spirituali. Ella riesce a sviluppare e rendere armoniche tali dimensioni al punto che Orfeo, di ritorno
dall'Ade, fonda nuovi misteri a cui accorrono tutti
gli uomini di Tracia.
Ulisse ed Elena ebbero diversi contatti. Il loro incontro più importante, quello a cui allude lo stucco,
si riferisce ad un episodio narrato nel libro IV dell'Odissea: Troia sarebbe caduta soltanto se i greci
fossero riusciti a rubare dalla città il Palladio di
Atena; Ulisse si fece ridurre lacero e sanguinante, e
potè in tal modo introdursi a Troia fingendosi uno
schiavo fuggiasco. Elena fu l'unica a riconoscerlo,
ma non lo tradì e Ulisse rivelò i piani della conquista.
Lo stucco li rappresenta appunto durante tale colloquio. Più tardi, con l'aiuto di Elena, egli riuscì ad impadronirsi del Palladio.
Ulisse è l'eroe del grande viaggio, l'uomo intrepido
e paziente che sa sfruttare le occasioni più labili per
raggiungere i suoi obiettivi. Nelle situazioni strane
ed insolite, quando le idee e i valori correnti non possono essere d'aiuto, Ulisse, facendo ricorso alla
intuizione, è capace di decisioni istantanee. Ora, dice Jung, « l'intuizione è un modo di percepire la
realtà non più attraverso la coscienza, ma attraverso
l'inconscio. E non è soltanto una mera percezione;
è un processo creativo che si impadronisce della
realtà esterna e tenta di modificarla » (41). Nel
pieno d'un qualunque caso difficile e problematico,
insomma, l'intuizione mira per sua natura ad uno
sbocco che nessun'altra funzione sarebbe in grado
di trovare.
La figura di Elena è una delle più interessanti della
mitologia greca. La sua bellezza provocò ben due
guerre. Quando Afrodite volle convincere Paride a
donare il pomo ad Eiena, ne mise in evidenza soprattutto l'aspetto passionale e ardente: « Sono certa che, se ti vedesse, abbandonerebbe !a sua casa
e le sue famiglie, tutto insomma, per divenire la tua
amante ». Elena infatti fuggì con Paride, e si dette
(41) C. G. Jung, Tipi psicologici, Boringhieri, Torino 1969.
Page 35
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)all'uomo amato nel primo porto dove gettarono
l'ancora. I troiani restarono fortemente colpiti dalla
bellezza di Elena, e in ultimo tutta Troia era innammorata di lei. Sta scritto in un testo antico: « Elena
è la dea sovranamente bella che passa e diffonde
intorno a sé il fascino irresistibile della sua persona... La sua figura penetra come un raggio di illuminazione interiore per far comprendere quello di
cui, nel pieno empito sentimentale, è capace l'ani(42) M. Untersteiner, La fi- mo umano » (42).
siologia del mito. Bocca
Da un punto di vista psicologico, mi sembra che
Milano 1946, pag. 142.
Elena rappresenti il tipo di donna interamente impegnata nel rapporto col partner: « II suo interesse
istintivo è diretto verso il contenuto della relazione
e verso l'uomo. L'uomo d'altronde tende spesso ad
evitare un rapporto totale, vissuto in tutte le sue
potenzialità, o comunque il rapporto è per lui meno
conscio e meno importante, perché può distrarlo
dai suoi impegni. Per questo tipo di donna, invece,
il rapporto è decisivo: qualsiasi altra cosa, sicurezza sociale, posizione, rispettabilità, viene da lei
(43) T. Wolff, op. cit.
considerata secondaria e non importante » (43). E
pag. 6.
veniamo all'ultima coppia, Èrcole ed Esione. La
funzione psicologica dominante in Èrcole è a mio
giudizio quella della sensazione. Se osserviamo il
semidio nei momenti che precedono le dodici fatiche, notiamo che molte divinità vengono in suo
aiuto: Hermes gli dona una spada, Apollo frecce ed
archi, Efesto uno scudo d'oro e Minerva una tunica
miracolosa. Ma Èrcole rifiuta questi doni, perché li
sente al di fuori della sua esperienza: preferisce
servirsi soltanto della fida clava e del suo arco.
Egli, insomma, resta ancorato a ciò che può con
immediatezza — e superficialità — toccare, comprendere, conoscere: « II tipo sensoriale prende
ogni cosa come viene, vive le sue esperienze per
quelle che sono, in modo diretto, né il pensiero
tenta di indagare in cerca di spiegazioni più profonde. Il pane è il pane; al di là di questo dato evidente non c'è nulla, ciò che conta è la forza e il
(44) Per questi problemi piacere della sensazione » (44). I poeti comici greci
di caratterizzazione tipolo- puntarono ben presto sulla figura di Èrcole. Misero
gica si consulti l'opera già
Page 36
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)in ridicolo la sua straordinaria capacità di ingurgitare cibi, la sua mancanza di sottigliezza. Quando
Èrcole si trovò ad affrontare la città degli uccelli,
che minacciava la vita degli dei, venne meno al suo
compito per seguire l'odore di pietanze squisite.
Consideriamo ora l'incontro di Èrcole ed Esione:
egli s'imbattè nella fanciulla completamente nuda,
avvinta ad una roccia in attesa di essere divorata
da un mostro. Esione, figlia di Leomedonte, doveva
essere sacrificata per espiare le colpe del padre.
Ma Èrcole la liberò e uccise il drago. Il motivo
della vergine esposta al mostro e liberata dall'eroe,
è un pattern classico riscontrabile in tutte le mitologie e fiabe del mondo. Tale motivo fu studiato
dal Frazer che lo interpretò come il retaggio di un
costume arcaico, secondo il quale si dovevano sacrificare vergini agli spiriti delle acque (45). Nel particolare caso di Esione, come vedremo in seguito,
l'esposizione al mostro ci servirà per illuminare di
luce riflessa la figura di questa donna, dato che
su di lei abbiamo pochissime fonti mitologiche dirette. Ma, ripeto, di questo parleremo in seguito.
Quello che ora mi interessa esaminare è il modo
con cui Èrcole combattè ed uccise il mostro: egli
saltò nelle sue immense fauci e trascorse ben tre
giorni nel ventre della fiera prima di riemergerne
vittorioso; nella lotta però perse completamente la
capigliatura. Scrive il Graves: « La leggenda di Èrcole che salva Esione, paragonabile alla leggenda
di Perseo che salva Andromaca, deriva senza dubbio da una raffigurazione assai diffusa in Siria e
Asia Minore: la vittoria di Marduk sul drago marino
Tiemat.
Èrcole, come Marduk, viene inghiottito dal mostro
e sparisce per tre giorni prima di riemergerne vittorioso dalla sua bocca. Cosi pure, secondo il racconto morale ebraico che a quanto pare si ispira
alla medesima fonte, Giona passò tre giorni nel
ventre della balena. E il re di Babilonia, rappresentante di Marduk, trascorreva ogni anno tre giorni di
ritiro, come se dovesse simbolicamente lottare contro Tiemat... La calvizie di Èrcole accentua il suo
citata di Jung «Tipi psicologici ».
(45) J. Frazer, op. cit.
Page 37
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(46) R. Graves, I miti greci. Lonqanesi, Milano
1963, pag. 672-673.
(47) la. V. Propp, Le radici storiche dei racconti
di fate. Einaudi Torino
1949, pag. 359.
carattere di Dio solare: una ciocca di capelli recisa quando l'anno volgeva al termine, simboleggiava infatti un affievolirsi della magica forza del
re sacro, come d'altronde accade nella leggenda
di Sansone. Quando il re riappariva, aveva il cranio
liscio come quello di un neonato... » (46). Ora mi
sembra che Graves non faccia altro che porre
l'accento sul tema dell'inghiottimento da parte del
mostro, ma senza metterne in luce il vero significato;
c'è poi da dire che, valutando il particolare dei
capelli perduti come un « affievolirsi della forza »
Graves ne da un'interpretazione troppo ri-duttiva. Più
acutamente Propp individua nel tema inghiottimento eruttazione un complesso rito di tipo iniziatico: « Le
forme di questo rito mutano, ma hanno pur sempre
caratteri costanti. Noi lo conosciamo attraverso il
racconto di coloro che lo hanno subito, e ne hanno
violato il segreto, attraverso testimoni oculari, miti,
informazioni ricavate dalle arti figurative. Una di
queste forme consiste nel far passare l'iniziando
attraverso un congegno che rappresenta un animale
mostruoso. Là dove già si costruivano edifici,
quest'animale era rappresentato da una capanna o
da una casa di forma speciale. S'immaginava che
l'iniziando venisse digerito e quindi vomitato come
un uomo nuovo. Dove ancora non esistevano
edifici, si ricorreva ad altri mezzi. Cosi in Australia
il drago era raffigurato da una cavità sinuosa
nella terra; altre volte nell'alveo asciutto d'un fiume
si erigeva una tettoia, e davanti a questa si
collocava un pezzo di albero spaccato raffigurante le
fauci » (47).
Potremmo dunque dire che nella lotta con il mostro Èrcole viene sottoposto ad una rigenerazione
completa, ad una vera e propria rinascita. Questo
è il senso, io credo, della perdita dei capelli, della
riapparizione al terzo giorno « con il cranio liscio
come quello di un neonato ». Graves non accenna
questa interpretazione, suppongo, a causa della
sua resistenza emotiva verso tutto ciò che suona
di psicologia analitica. Più volte egli ha attaccato,
in un modo che mi sembra legittimo definire gra425
Page 38
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)tuito, le scoperte di Jung. Dice Graves che la mitologia non va studiata in un gabinetto psichiatrico,
ma nei contesti della storia, dell'archeologia e delle
religioni comparate (48). Ebbene, in una nota su ciò
che si deve intendere per fenomenologia dello
spirito nell'ambito della favola, Jung dice testualmente: « ... la teoria della struttura della psiche non
fu dedotta dalle favole e dai miti, ma si fonda su
esperienze e osservazioni appartenenti alla sfera
della ricerca medico-psicologica; e solo in una seconda fase questa teoria ha trovato conferma nello
studio comparativo dei simboli, in campi prima lontanissimi per il medico » (49). Nessun psicologo
analista ha mai affermato di studiare la mitologia
attraverso i sogni dei pazienti. Quel che invece si
può sostenere è che la presenza di temi mitologici
nel materiale onirico di un qualunque analizzando
— temi a volte del tutto ignoti alla coscienza del
sognatore — indica l'esistenza di un inconscio al
di là delle esperienze del singolo individuo, quindi
un inconscio collettivo, comune a tutti. Ed allora
lo psicologo deve chiedersi che significato ha quel
mito, prima nel suo contesto storico, archeologico
ed antropologico, e poi nella psicologia stessa del
paziente (50).
Ad esempio di ciò riporto un sogno di un mio giovane paziente, in analisi da 3 mesi circa. Vorrei comunque premettere che il mito si esprime attraverso simboli. I simboli sono, per cosi dire, il modo
con il quale lo psicologo si accorge d'essere di
fronte ad una modalità non del tutto personale, vale
a dire legata alla storia del soggetto: questa modalità, tanto per dare un nome, viene chiamata da
Jung archetipo. Quella dell'archetipo è una espressione innocente che ha suscitato ansie ed improperi specialmente fra gli incompetenti che non hanno mai consultato un testo di Jung, documentandosi soltanto sull'ormai famigerato falso scientifico
del signor Glover! (A questo proposito si consulti
un esame onesto — qualche volta capita — da
parte di un freudiano dell'opera di Jung, The Psychotherapy of C. G. Jung, by W. Hochheimer.
426
(48) R. Graves, op. cit.
pag. 24.
(49) C. G. Jung, La simbolica dello spirito. Einaudi, Torino 1959, pag. 299
nota n. 46.
(50) Ho cercato di chiarire questa modalità operativa nei confronti dell'inconscio nel mio saggio
« Empirismo, intuizioni e
rigore scientifico nel metodo di C. G. Jung ». Il
saggio è pubblicato come
introduzione a: C. G. Jung
Inconscio Occultismo e
Magia. Newton Compton
italiana, Roma 1971.
Page 39
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Putnam's Sons, New York 1969. Viene detto a pagina 139 « La sua (Glover) presentazione della psicologia junghiana è estremamente distorta ». Su
Glover ci è cascato perfino il teorico della rivoluzione (!) Marcuse). Dice Jung: « Gli archetipi si
possono definire fattori e motivi, che ordinano gli
elementi psichici in certe immagini... e in modo tale
che si possono riconoscere soltanto dal loro effetto. Esse sono preconsce e formano presumibilmente le dominanti strutturali della psiche in genere... Come condizioni a priori, gli archetipi rappresentano il caso psichico del ' pattern of behaviour' — modello di comportamento — familiare
al biologo, che presta ad ogni essere vivente il suo
modo psichico » (La Simbolica dello spirito. Einaudi, Torino 1959, pagg. 345-346). E' più oltre « L'attivarsi di un archetipo è assai probabilmente dovuto a un mutamento dello stato di coscienza che
esige una nuova forma di compensazione » (ibidem,
pag. 346).
Per tornare al sogno del nostro paziente, è interessante notare come la lotta con la strega emerga
con una vivezza che raramente ho incontrato nel
trattamento di altri pazienti. Vorrei ricordare anche
le parole di Neumann: « ... e se ad esempio per un
bambino... è giunto il tempo di staccarsi dalla madre... costei si trasforma in strega » (E. Neumann,
II mondo archetipico di Henry Moore. Boringhieri,
Torino 1962, pag. 78). Il nostro paziente non è un
bambino ma, come dice Jung, l'attivarsi di un archetipo è dovuto ad un mutamento dello stato di
coscienza. Di questo mutamento dovrebbe rendersi
conto il paziente.
Ed ecco il sogno:
Mi trovavo nella camera da letto dei miei genitori, in compagnia di mìo padre, mia madre e mia nonna. Era presumìbilmente sera o notte, sentivamo dei rumori, scorgevamo delle
ombre scure nel corridoio: erano certo delle streghe nascoste, di cui si profilava a terra la sagoma. Mio padre ed io
chiudevamo l'ingresso della scala che va al piano superiore;
dopo un po', terrorizzato, scoprivo che la porta era stata
Page 40
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)aperta: mio padre intrepidamente entrava nelle scale, io
esitavo sulla porta raccomandandogli di non esporsi, lui notava la luce accesa nel ripostiglio, vi entrava, vedeva che non
c'era nessuno, spegneva la luce ed usciva: di nuovo chiudevamo la porta. Tornati in camera, vedevo di nuovo profilarsi
quelle ombre: erano certo delle streghe che si nascondevano,
non viste, nel corridoio. Ero letteralmente terrorizzato. Poiché
in realtà dormo in una camera appartata dal resto della
casa, pregavo mia madre (la quale mi pare fosse sdraiata
o a letto, non ricordo bene) di farmi dormire per quella notte
nella camera di mia nonna; mia madre rifiutava, adducendo dei
motivi, per così dire, tecnici: l'impossibilità di rifarmi il letto,
spostare i materassi ecc. Intanto, con una pistola in pugno, mi
affacciavo sulla soglia della camera: le streghe si erano
avvicinate, ora occupavano la stanza attigua alla nostra, cioè
quella dove dorme mia nonna e prima dormivo anch'io. Sparavo alcuni colpi di pistola, che non ricordo se andarono o
meno a segno. Ero, però, intralciato dai miei, che, sporgendosi anch'essi dalla camera, si esponevano al pericolo e mi
impedivano di sparare con precisione. Li invitavo a rientrare,
usavo anche mezzi coercitivi, li spingevo indietro con braccia
e gambe, giungevo perfino (ma il ricordo non è chiaro) a
chiamare mio padre « un imbecille ». Ora accade qualcosa di
incredibile: mia madre si sporge al mio fianco, la sua ombra
si proietta davanti a me, cioè proprio dalla parte dove io
sparo, sicché io, continuando a sparare, la colpisco (a rigor
di logica colpisco la sua ombra, ma nel sogno era come se
colpissi la sua persona fisica). Mia madre viene portata dentro
la camera: saprò poi che è solo ferita. Intanto mio padre ed
io tentiamo una sortita: io salto giù dalla finestra della camera e, sceso nel cortile, mi avvicino dall'esterno alla finestra
della camera di mia nonna, dove sono le streghe, per coglierle di sorpresa; mio padre, invece, entra nella stessa
camera dalla porta, lo per primo giungo vicino alla finestra: la
camera di mia nonna sembra tranquilla, non si vede nessuno,
ma sento delle voci; infine, quando mio padre apre la porta
ed entra, sbucano due giovani donne, belle e con un sorriso
cordiale, che non hanno affatto l'aria d'essere streghe, lo
rimango esterrefatto, mio padre se ne va; ma, poco dopo
che lui si è allontanato, il sorriso di una delle due donne si
trasforma, da cordiale che era, in satanico, diabolico: esse
sono vere streghe e, ingannato mio padre, forse ora mi prenderanno. Fuggo via terrorizzato e, con un balzo attraverso la
finestra (somigliava stranamente a uno sportello d'auto), rientro nella camera dove sono barricati i miei, proprio mentre
una terza strega, sempre con l'apparenza d'una giovane donna, entra nel cortile di casa. Giunto in camera, chiudo a chiave la serratura dell'uscio: ormai siamo barricati. Mia madre
è ferita, ha bisogno di un medico, qualcuno deve accompagnarla fuori di lì: questo «qualcuno», accompagnando lon-
Page 41
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)tano mia madre, avrà cosi anche l'opportunità di salvare se
stesso. Per un momento penso egoisticamente di essere io
quel «qualcuno»; poi mi convinco che mio padre è più adatto
di me a compiere quella missione e quindi tocca a me rimanere. Più o meno a questo punto del sogno mi sveglio
terribilmente terrorizzato.
Ed eccoci a parlare di Esione. Le fonti mitologiche
riportano di questa fanciulla pochi ed insignificanti
particolari. Sembrerebbe quasi che la sua figura
serva da stimolo e veicolo per le imprese altrui: nel
nostro caso, ad esempio, ella provoca sia pur indirettamente la rigenerazione di Èrcole. Credo quindi
si possa affermare che Esione rappresenti il tipo
psicologico della donna mediatrice, la cui prima
caratteristica è lo spirito di sacrificio: in tutti i racconti mitologici in cui una vergine viene offerta in
olocausto al mostro, è ella stessa che si reca impavida sul luogo. Inoltre, aspetto più importante,
questo tipo di donna rappresenta uno strumento
attivatore dei processi archetipici maschili: Èrcole,
che era stato schiavo di una donna, si riscatta salvando una donna attraverso la lotta che, come abbiamo visto, allude ad un processo. Esione
evidenziò il suo ruolo di mediatrice anche in
un'altra significativa circostanza: Troia era stata
distrutta da Èrcole e Telemone, che avevano annientato quasi tutta la famiglia reale: sopravvissuti
erano soltanto Esione ed il più piccolo dei suoi fratelli, Priamo; la fanciulla implorò Èrcole, di risparmiare almeno il bambino, e l'eroe esaudì la preghiera. I discendenti di Priamo dovevano poi sostenere una parte molto incisiva nella storia del mondo antico. Vorrei ora soffermarmi sul fatto che Esione ottenne la salvezza del fratello non solo supplicando, ma anche facendo dono ad Èrcole di un
velo ricamato in oro: il velo, da un lato è simbolo
di protezione femminile, dall'altro rappresenta l'« invisibile », quindi lo spirito; Esione impegna tutto il
suo spirito — tutto il suo inconscio — per salvare
il piccolo Priamo: « la donna mediatrice è quasi
schiacciata dagli effetti dell'inconscio; essa è as429
Page 42
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)sorbita e formata da esso e qualche volta quasi lo
rappresenta» (51).
Riassumiamo ora il significato dei quattro quadri
mitologici. Il motivo comune è il viaggio nel mondo
sotterraneo, che quasi sempre è l'ultima fatica o
l'ultimo obbligo che viene assegnato all'eroe. Ed è
un'avventura che simboleggia lo sforzo verso l'individuazione.
Il ritorno prelude ad un completo rinnovamento
dell'eroe che è riuscito a superare la più difficile
delle imprese. (Si ricordi ad esempio la discesa di
Enea nell'oltretomba, e come egli ne ritorni più
forte e più coraggioso). Il mito di tale viaggio trova
il suo equivalente psicologico nell'indagine analitica dell'inconscio. Che tale indagine sia pericolosa
e richieda molto coraggio, è inutile sottolineare.
Quest'indagine tende all'individuazione che è, nel
senso pitagorico, armonia e bellezza. I quattro quadri stanno inoltre a simboleggiare le funzioni e le
strutture psicologiche femminili. Ma non dobbiamo
intendere tali funzioni e strutture come rigidamente
separate, vale a dire come rigidamente caratteristiche dell'uno o dell'altro sesso: la contrapposizione maschio-femmina mette anzi in luce il rapporto anima-animus all'interno dello stesso individuo, uomo o donna che sia.
Nel momento in cui Pitagora, primo nell'antichità,
riabilitava la funzione della donna, intuiva profondamente il rapporto psicologico fra le componenti
maschili e femminili nella personalità di qualsiasi
essere umano.
Vorrei a questo punto ricapitolare brevemente tutto quanto finora esposto, aggiungendovi magari
qualche altra considerazione: l'uomo deve conquistare e mantenere il suo tesoro più intimo con una
lotta che non ha mai fine, lotta che in sostanza è
un perenne confronto con l'inconscio: la situazione
inconscia è infatti uno stato naturale. Dice Neumann: « non si può desiderare di rimanere inconsci, perché di fatto si è inconsci » (52). Il desiderio
della consapevolezza è un tentativo di violenza alla
stessa natura. Fra tutte le specie viventi, soltanto
430
(51) T. Wolff, op. cit., p. 9
(52) E. Neumann, The origins and thè history of
consciousness, op. cit.
Page 43
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)l'uomo manifesta questo tipo di ansia. Ma la lotta
per la consapevolezza non può avere successo
senza l'aiuto degli aspetti inconsci della personalità, i quali non controllati criticamente dalla censura che mira ad inserire ogni cosa nell'ambiente
in cui viviamo, sono spesso più saggi e lungimiranti degli atteggiamenti consci. Si ricordi però
l'affermazione di Jung: « la presunta onniscenza
delle parti funzionali inconsce è naturalmente una
esagerazione. Di fatto esse dispongono — e ne subiscono l'influenza — delle percezioni e dei ricordi
subliminari, così come dei contenuti istintivi dell'inconscio con carattere di archetipo. Questi appunto
procurano all'attività inconsce informazioni di in(53) C. G. Jung, La sim- sperata esattezza » (53). I miti e le fiabe ci parlano
bolica dello spirito. Op. spesso di aiuti soprannaturali: tali aiuti sul piano
cit., pag. 299, nota n. 49
psicologico, rappresentano il benefico influsso dell'inconscio. Il fatto straordinario e stupefacente è
che, in concreto, l'uomo sulla via dell'individuazione, l'uomo cioè che vive in un continuo e vitale
confronto col proprio inconscio riesce a fronteggiare e risolvere situazioni apparentemente senza
via d'uscita: egli si affida soprattutto alla comprensione e assimilazione del concetto di sintesi degli
opposti, per cui riesce spesso ad avere visioni per
così dire « globali » delle varie circostanze e problemi, egli inoltre, non dimentica mai la presenza
e l'indissolubile simultaneità di luce e ombra nella
vita personale di qualsiasi individuo. Quella che
Jung chiama « la più meravigliosa di tutte le leggi
psicologiche, cioè la funzione regolatrice degli opposti », non fu, come già abbiamo visto, una scoperta di Eraclito, ma una formidabile intuizione pitagorica.
Ricordiamo poi il valore del ratto, che, sul piano
psicologico, va inteso come « rottura degli schemi » rifiuto della banalità organizzata, ricerca di una
soluzione individuale al dramma dell'esistenza. E
mi sembra che, oltre a ciò, il ratto possa anche
alludere al rapporto anima-animus, rappresentando
una volontà di unione mistica tra le componenti
maschili e femminili dell'individuo. La strada verso
Page 44
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)l'armonia e la realizzazione del Sé, si snoda poi
attraverso la presa di coscienza delle varie funzioni
atte ad affrontare e risolvere i problemi del vivere,
ma la discesa nell'inconscio è l'elemento decisivo,
la condizione imprescindibile per la completa rinascita e trasformazione dell'uomo. Questa rinascita è
illustrata dal ratto di Ganimede e dall'ultimo
episodio della vita di Saffo.
Ganimede e Saffo
II quadro centrale della basilica ci mostra la elevazione di Ganimede all'Olimpo. Come narra Omero nell'Iliade, Ganimede era un bellissimo fanciullo,
che, a causa delle sue attrattive, fu rapito direttamente in cielo per fare da coppiere agli dei. Ganimede è uno dei pochissimi esseri umani innalzati
alla immortalità. Il fatto che questo quadro occupi
la posizione centrale non è certo un caso: esso
doveva, in un certo senso, raccogliere e sintetizzare il significato di tutte le altre illustrazioni. Tale
compito va naturalmente attribuito anche agli stucchi dell'abside, che, come nelle chiese cristiane,
aveva la funzione di riassumere i concetti più alti
da ispirare ai fedeli. In quest'abside appare una figura femminile sul ciglio di un promontorio. Sulla
testa ha un velo gonfiato dalla brezza marina. Sembra che la fanciulla stia per tuffarsi nelle onde lievemente agitate del mare. Nella mano sinistra ha una
cedra. Eros la spinge premendole col braccio le
spalle. Nel mare un tritone stende un velo per riceverla, mentre un altro tritone suona la buccina.
Su uno scoglio siede un giovane pensoso, con la
guancia al palmo della mano. In alto si vede Apollo
che impugna l'arco rituale. Lo stucco si riferisce
all'ultimo episodio della vita di Saffo, così come è
stato tramandato dalla leggenda: respinta da Faone
per la sua bruttezza fisica, Saffo si uccide lanciandosi in mare dalla rupe di Leucade. Viene subito
in mente una considerazione: suscita meraviglia il
fatto che i pitagorici abbiano posto in risalto un
episodio tanto in contrasto col loro ideale di vita:
Page 45
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(54) R. Graves, op. cit.
il pitagorismo, analogamente all'idealismo cristiano,
interpreta la vita umana come un perfezionamento
in vista dell'immortalità, per cui non è consentito
all'uomo di accorciare la durata della prova e scrollarsi di dosso il fardello. L'episodio di Saffo può
essere compreso soltanto se non lo si valuta come
il dramma di una morte volontaria, ma come un rito
di rigenerazione che Saffo affronta con grande fede: il salto nel mare è simbolo di rinnovamento, e
in questo senso si ritrova in altri racconti mitologici. Negli inni di Callimaco, ad esempio, leggiamo
che Britomarte, inseguita da Minosse, riuscì a sfuggirli gettandosi in mare, e che, dopo quell'atto fu
trasformata in Dea da Minerva. Apollodoro mitografo ci parla di Ino, resa folle da Giunone: dopo
aver ucciso il proprio figlioletto, si lanciò in mare
e divenne una divinità marina. Quando Teseo arrivò a Creta, dovette dimostrare di essere figlio di
Posydone: Minosse buttò in mare un anello e gli
chiese di ripescarlo. « Senza esitare Teseo si tuffò
allora nel mare; un branco di delfini lo scortò fino
al palazzo delle Nereidi, dove Teti gli regalò una
corona ingioiellata, dono nuziale di Afrodite che
più tardi cinse il capo di Arianna; altri dicono che
Anfitrite, la dea del mare, gli consegnò la corona
e ordinò alle Nereidi di nuotare tutt'attorno per trovarle l'anello. In ogni caso Teseo emerse dal fondo del mare reggendo sia l'anello che la corona » (54).
Ora è senza dubbio interessante il fatto che Teseo
dopo l'immersione nel mare, riporta non solo l'anel lo, ma anche una splendida corona. Jung ha rilevato che la corona è per eccellenza il simbolo
dell'avvenuto raggiungimento di qualche alto obiettivo: chi conquista sé stesso, ottiene la corona
della vita eterna. Mi sembra utile a questo punto
ricordare una recente scoperta archeologica di Mario Napoli: la «Tomba del tuffatore», rinvenuta a
Paestum il 3 giugno 1968. Una pregevole e plastica
pittura, raffigurante un giovane teso nel tuffo, ador na la quinta lastra di questa tomba. Tra le varie
interpretazioni proposte, la più convincente appare
Page 46
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)quella che si richiama ai riti di purificazione connessi alla conquista dell'immortalità. Dice Napoli:
« Da quanto si è detto, apparirà chiaro che siamo
presi dal forte sospetto che la Tomba del tuffatore
possa essere compresa solo in chiave pitagorica.
L'argomento meriterebbe una più approfondita indagine... Ma è certo che il tuffo può essere spiegato solo come allegoria della liberazione dell'anima dal peso del corruttibile corpo, per la sopravvivenza della purificata anima al di là della morte» (55).
E' anche da riferire l'autorevole testimonianza di
Carcopino: « Se noi guardiamo attentamente la Saffo
della basilica, non possiamo scorgere nessuna
agitazione nel suo atteggiamento; Saffo è l'esempio
classico di una rigenerazione sacramentale e morale che trasforma gli iniziati » (56). Ma che cosa
significa tutto questo in termini psicologici? Jung
afferma che ogni vita, in fondo, è un processo che
tende alla realizzazione della totalità, del Sé, tende
insomma all'« individuazione »; e questo processo
implica un rinnovamento, una « trasformazione ». Si
può affermare che il vero scopo della psicologia
analitica è appunto quello di provocare, in un modo o nell'altro a seconda del livello del paziente,
un processo che conduce a irreversibili trasformazioni della personalità. Dice Jung: Le collettività
sono somme di individui e i loro problemi somme
di problemi individuali... Tali problemi non sono
mai risolvibili con artifici legislativi. Per risolverli
occorre un generale mutamento nei modi di concepire e affrontare i problemi dell'esistenza, mutamento che non comincia con la propaganda, coi
raduni di massa o con la violenza: esso deve cominciare nei singoli, e deve consistere in una trasformazione delle loro tendenze e avversioni personali, dei loro modi di vedere le cose, dei loro
valori; soltanto la somma di tali trasformazioni individuali condurrà ad una soluzione collettiva » (57).
In un altro scritto Jung è ancora più esplicito, coinvolgendo nel processo di trasformazione anche la
personalità dello psicoterapista: « Le personalità del
434
(55) Mario Napoli, La tomba del tuffatore. De Donato, Bari 1970, pag. 165.
(56) J. Carcopino, La basilique pythagoricienne de
la Porte Majeure. Op. cit.
(57) C. G. Jung, Psicologia e religione. Comunità
Milano 1963, pag. 119.
Page 47
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)(58) C. G. Jung, I problemi della psicoterapia moderna. Si trova in: « II problema dell'inconscio nella
psicologia moderna ». Einaudi, Torino 1964, pag
medico e del paziente valutate « insieme » sono
spesso molto più importanti — per una buona riuscita della terapia — di quanto il medico dica e
pensi... L'incontro di due personalità è come l'unione di due differenti sostanze chimiche: se c'è qualche combinazione, ambedue sono trasformate. In
ogni reale trattamento psicologico il medico è impegnato a influenzare il paziente; ma questa influenza può soltanto aver luogo se il paziente ha
una reciproca influenza sul medico. Non si può influenzare se non si è influenzabili » (58). E qui riporto la bellissima immagine con cui, nel sogno di
una mia paziente, viene espressa la realtà di questo reciproco coinvolgimento:
« L'analista mi prende in braccio per aiutarmi a passare a
guado un torrente tempestoso. Io ho addosso una lama tagliente che gli fa male proprio mentre mi porta in braccio e
mi stringe a sé ».
(59) Dice Freud: « Non è
affatto raro, poi, che l'interesse attivo per la psicoanalisi, se non è corretto da un'analisi personale, possa suscitare di-
La conclusione del lungo iter pitagorico è dunque
rappresentata dall'immortalità a cui viene elevato
Ganimede, e dal rito di « rinascita » vissuto da
Saffo. Mi sembrano a questo punto evidenti le notevoli convergenze tra il concetto di trasformazione
insito nelle teorie pitagoriche e lo stesso concetto
cosi come viene illustrato da Jung. Si pensi soprattutto all'importanza che i circoli pitagorici dettero alla realizzazione pratica e terrena dei precetti
psicologici che essi venivano imparando dalle testimonianze del maestro. E qui vale forse la pena
rammentare che anche la psicologia analitica, secondo noi, non può prescindere dall'esperimentazione dell'archetipo nella vita di tutti i giorni. Non
è sufficiente a parer nostro ciò che dice la Jacobi,
quando afferma che la individuazione porta al singolo quella tolleranza e quella bontà di cui è capace soltanto chi ha indagato le proprie oscure
profondità e le ha consciamente vissute (59). Bontà
e tolleranza sono soltanto tali quando si è nella
mischia sino al collo e non nel ritiro di previlegiate
situazioni.
Page 48
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Nell'espressione di Jung « L'individuazione è un
migliore e più completo adempimento delle finalità
collettive dell'uomo », noi intravediamo quanto a
cuore stesse a Jung che l'analisi ed il lavoro psicologico non estraniassero l'individuo dalle sue responsabilità verso l'ambiente di cui, volente o nolente, è partecipe.
L'uomo ha un unico scopo nella vita, la fedeltà a
sé stesso (60). Ma tale fedeltà si realizza sempre
e solo su due fronti, interno ed esterno. Nel momento della trasformazione interiore, prima o poi
ci si scontra con un ordine sociale collettivo che
vede le innovazioni come elementi di estrema rovina.
A noi sembra evidente che il contrasto individuocollettivo sia risolvibile prendendo in considerazione ambedue le modalità, mentre ci appare del tutto
irrisoria l'enfasi che generalmente viene data all'uno
0 all'altro aspetto dagli psicologi o dai sociologi. I
due momenti sono talmente intricati da essere, in
pratica, inseparabili. Ed a questo proposito è iiluminante quanto scritto da Ernst Bernhard: « Una
delle mie idee essenziali, che voglio realizzare con
la mia mitobiografia, è quella della così detta presa
di coscienza collettiva. Sono oggi del parere che
la presa di coscienza collettiva individuale non è
affatto possibile e non dovrebbe essere possibile
senza una simultanea presa di coscienza collettiva.
Poiché esse devono integrarsi reciprocamente... (in
fatti) in ogni analisi, in ogni situazione di presa
di coscienza, deve sempre venire insieme elabo
rato il collettivo, e si dovrebbe sempre fare il ten
tativo di una presa di coscienza collettiva poiché
questo risparmia una fatica immensa al singolo. Se
1 genitori restano inconsci, tocca ai figli far tutto,
e così se il collettivo resta inconscio, devono far
tutto i singoli. Naturalmente i singoli influenzano
per così dire il collettivo, ma ciò che avviene nel
singolo è già il collettivo » (61).
D'altra parte ci sembra anche che l'umanità abbia
di continuo oscillato fra i poli opposti del rifiuto
assoluto della vita in terra ed il desiderio di creare
436
sposizioni patologiche, così
come d'altro canto, può
sviluppare gli aspetti cattivi del carattere » (E
Weiss, Sigmund Freud come consulente. Astrolabio, Roma 1971, pag. 60)
(60) Si consulti la nota
n. 6. Mi irritano particolarmente quei dilettanti, falsi
marxisti e quindi fondamentalmente
reazionari
che dalla accentuazione
dell'interesse per il singolo individuo, deducono
(non si sa con quale logica) che si voglia misconoscere il valore delle trasformazioni sociali. I « veri
» psicologi sanno invece
che non si possono sostituire le rivoluzioni sociali con la guarigione
del singolo ma sono anche al corrente che, mi si
scusi l'ingenuità, i fatti sociali sono determinati dagli
individui. Da che parte
cominciare?
Jung
risponde: « Non si comprende una buona volta
che tutti i cambiamenti e
i miglioramenti esterni non
toccano l'intima natura
dell'uomo, e che infine
tutto dipende dallo stabilire se l'uomo, padrone
della scienza e della tecnica, sia o no responsabile? » (La Simbolica dello
spirito, op. cit., pag 58).
Mi pare che ci si possa
muovere in questa direzione, cioè rendendo cosciente l'individuo d'essere
il padrone delle cose e
non il loro schiavo. Mi
sembrano interessanti a
questo proposito gli esperimenti delle fabbriche socialiste dove, una volta
tanto, il profitto non è il
« primum movens ». Naturalmente ciò può accadere perché, come diceva
William Blake « la ragione, ovvero il rapporto di
Page 49
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)tutto ciò che già sappiamo, non sarà la stessa
quando sapremo di più »
(citato da P. A. Baran in
Monthly Review, anno III,
numero 1/2, gennaio febbraio 1970, pag. 41). E'
anche vero però che, come dice Baran nel già citato articolo, pag. 40, molte volte « la disoccupazione, un lavoro particolarmente nocivo, la morte o
la mutilazione in guerra,
ogni cosa si presenta alla
gente
come
disastro
personale, come manifestazione di sfortuna individuale, piuttosto che come il destino di una classe sfruttata in un ordine
sociale rovinoso e irrazionale ». Allora io mi domando: « E' mai possibile
che esistano degli analisti talmente ciechi da considerare questi tormenti
oggetto d'analisi? » Forse
si tratterà degli analisti
autoelettisi...
(61) Ernst Bernhard, Mitobiografia. Adelphi, Milano
II edizione 1971, pag. 224225
in questo mondo un'esistenza più sopportabile e
degna di questo nome. Ambedue le posizioni, comunque, offrono all'individuo una soluzione metafisica del proprio problema individuale rimandando
a Dio o alla società le responsabilità dei propri destini. Possiamo definire queste posizioni come dei
tentativi « paranoici » di comprensione della realtà.
Di fatti l'individuo viene privato, nell'uno o nell'altro
caso (Dio o società) delle sue capacità introspettive
per cui, come ha notato Jung in un commento al
Briccone divino (Bompiani, Milano 1965, pag. 114)
l'etica di un tale individuo « è soppiantata dalla conoscenza di ciò che è permesso o proibito o comandato ». E' preoccupante notare lo sforzo demagogico corrente perché si dimentichi l'importanza
dell'impegno individuale. Ciò è tanto più sconfortante se si pensa che una corretta interpretazione
del marxismo evidenzia la necessità di modificare
i rapporti fra gli uomini proprio perché i singoli si
realizzino con maggiore « interezza » e responsabilità.
Page 50
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)OPINIONI
Elementi distruttivi
nell'analisi ()
Adolf Guggenbiihl - Craig, Zurigo
Altrove, in una serie di brevi pubblicazioni e conferenze (1), ho tentato di circoscrivere alcune manifestazioni dell'ombra archetipica. Per ombra archetipica intendo quel nucleo irriducibile di distruttività che agisce contro noi stessi e gli altri e che
deve essere distinto dall'ombra personale e collettiva. L'ombra impone il suo tributo a tutti fin dalla
giovane età: sempre e continuamente persone normali e sane cadono vittime delle proprie tendenze
aggressive e autodistruttive. Abbattono ciò che
hanno costruito, sabotano le relazioni più intime,
opprimono i familiari o gli amici, oppure esternalizzano la distruttività, attraverso le proiezioni, su
tutto ciò che li circonda. Ma il problema dell'ombra
archetipica colpisce lo psicoterapeuta in maniera
particolare.
In un capitolo precedente ho formulato una « legge
psicologica »: quanto più lottiamo verso la luce tan ta più oscurità viene costellata e ho espresso la
convinzione che nell'analista, il quale compie il
438
(1) « Sozialarbeit und
Macht », Soziale Arbeit,
39, 5, 1967;
« The Psychotherapist's
Shadow » in The Reality
of thè Psyche, New York
1968;
« Medicine and Power:
The Wounded Healer »
Harwest 14, London 1969;
« Youth in Trouble and
thè Problem of Evil » Andower Newton Quarterly,
January 1965; Lectures on
« Ppy/er and Medicine » «
Shadow
Pro-blems
in
Psychotherapy
»,
«
Pseudo-Reliigous
Phenomena in Psychoterapv», C. G. Jung Institute,
Zurich.
Page 51
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)proprio sforzo per diventare cosciente e per aiutare
il paziente nello stesso senso, l'inconscio viene
costellato in maniera più decisa rispetto ad un'altra qualunque persona. Paradossalmente si può affermare che quanto più il terapeuta diviene conscio, tanto più diventa inconscio. Ciò non è causato
solo dal fatto che in lui si fa sentire in modo particolare il peso dell'inconscio provocandogli una
maggiore suscettibilità all'ombra archetipica, ma
proprio dalla sua attività rivolta ad aiutare la gente
a diventare più libera dalla propria distruttività.
Egli lavora otto ore al giorno allo scopo di aiutare
la gente a trovare una via d'uscita dai propri atteggiamenti distruttivi, un'aspettativa piuttosto opprimente. Una tale buona volontà, a livello cosciente, deve
essere compensata da una eguaie cattiva volontà,
dalla costellazione, a fini compensatori, di una eguale
distruttività.
Oltre al paradosso del!'« inconscio analit ico », c'è
un altro fattore che si combina con le difficoltà
dell'analista a proposito dell'ombra: è ciò che io
ho definito la scissione dell'archetipo. In breve,
ho suggerito che noi saremmo molto più precisi se
parlassimo del Medico-Ferito, piuttosto che di un
archetipo del Medico e della Terapia, e di un archetipo del Malato e della Malattia. L'Io ha la tendenza a scindere la polarità degli archetipi. Allo
stesso modo, noi a volte parliamo, senza porci
troppi problemi, della Grande Madre, di Kore, del
Fanciullo, del Vecchio Saggio. Al contrario la MadreFanciulla rappresenta una sola configurazione, e
cosi pure il Puer-Senex. Prendere in considerazione
un solo aspetto di questa polarità significa perdere
di vista tutto il complesso psicologico e la sua
ambivalenza. Significa fare della psicologia solo dal
punto di vista della coscienza. Un medico che ha
operato questa scissione dell'archetipo del « MedicoFerito » non riesce più a costellare il fattore
terapeutico nel paziente. Diventa unicamente il
medico, sano e forte, mentre il paziente può
sostenere solo la parte del debole e del ferito.
Page 52
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Nella misura in cui l'analista adotta il modello del
medico anche egli è soggetto alla tentazione di
reprimere un polo dell'archetipo del Medico-Ferito
e di proiettare il fattore represso sul paziente. Come
medico, allora, egli tenterà, per ragioni che ho
già espresso altrove, di colmare la separazione attraverso tentativi di dominio: tenterà di ricomporre
la scissione dell'archetipo dominando il paziente,
portatore della proiezione della polarità scissa. Durante il processo analitico la polarità dell'archetipo
del Medico-Ferito viene accentuata dalla polarità
conscio-inconscio, cosicché l'analista viene a rappresentare la coscienza e il paziente l'inconscio.
Per il fatto che deve rappresentare la coscienza
per il paziente, l'analista appare estremamente cosciente, mentre la sua inconsapevolezza deve essere dislocata altrove, soprattutto sul paziente. E
anche se, per caso, l'analista subisse un'autentica
presa di coscienza, ciò non farebbe altro che rendere più oscuro l'inconscio proiettato. Più c'è luce,
più c'è ombra. In questa oscurità il falso profeta e
il ciarlatano, oscuri compagni del sacerdote, del
medico e di tutti quelli che esercitano una professione terapeutica ed educativa, trovano il loro campo di espansione. È una situazione psicologica
ideale per l'ombra archetipica. La distruttività archetipica, attraverso le oscure figure del ciarlatano
e del falso profeta, approfitta cosi della scissione
dell'archetipo. L'analista allora viene ad essere minacciato.
L'elaborazione che ho fatto di questo argomento
nei capitoli precedenti presenta un quadro pessimista. Eppure tale quadro sembra venir confermato
dalle innumerevoli aspre battaglie tra gli analisi. Raramente le dispute professionali tra colleghi vengono combattute con tanta slealtà e tanta distruttiva
inconsapevolezza. Eppure questi stessi contendenti
vengono ritenuti ufficialmente depositari della coscienza e della guarigione.
La mia domanda è allora questa: La psicoterapia,
cioè l'analisi dei livelli più profondi dell'anima
umana, diventa un'impresa impossibile proprio a
Page 53
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)causa di questo problema d'ombra? Il nostro grandioso esperimento deve considerarsi fallito? L'ana lisi e gli analisti verranno distrutti dalla distruttività
implicita nell'ombra analitica?
II. - L'inflazione analitica.
L'isolamento è la grande maledizione dell'analista.
Anche se la maggior parte delle scuole psicoterapeutiche hanno un regolamento molto rigido a proposito dell'analisi didattica e dell'analisi di controllo, l'analista in effetti è lasciato completamente
solo con sé stesso. Soltanto lui e i suoi pazienti
sanno quello che succede durante le sedute. Egli
vive sempre più solo nella sua torre. Molti analisti
sono soli perfino in presenza dei pazienti: ogni
tentativo del paziente di penetrare al di là della
maschera analitica e di raggiungere la personalità
dell'analista viene sviato e interpretato come un
problema del paziente. Un cliché comune alla teoria e alla prassi psicoanalitica presenta gli analisti
come persone non sottoponibili ad obiezioni da
parte dei pazienti.
Jung ha sottolineato molto chiaramente, a questo
proposito, che il processo analitico deve essere reciproco: l'analista produce degli effetti sul paziente
e il paziente sull'analista. Cionondimeno, anche la
scuola junghiana non può sfuggire al dato di fatto
che l'analisi è una relazione asimmetrica. Per di
più, quanto più l'analista è anziano ed esperto, tanto più asimmetrica è la relazione. Le obiezioni
che il paziente può presentare al processo psichico
dell'analista diventano sempre più esigue. Il dialogo
è in ogni caso appesantito dalla scissione dell'archetipo tra il medico sano e il paziente malato.
Certamente ci saranno tra gli analisti alcuni in cui
l'archetipo del medico-ferito non è stato scisso, i
quali vivono in stretto contatto con la loro propria
debolezza e malattia, e permettono in tal modo al
paziente di poter sviluppare il proprio aspetto curativo. Il medico-ferito tende, in questo caso, a lasciarsi continuamente esaminare e lasciare che il
Page 54
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)paziente lo sottoponga continuamente a sollecitazioni e pressioni: in tal modo può rendersi conto
sempre e continuamente di come i problemi del
paziente costellino i suoi propri, e viceversa. Così
non lavora soltanto sul suo paziente ma anche su sé
stesso. Continua a rimanere lui stesso un paziente.
Sfortunatamente tuttavia, succede fin troppo
spesso che l'analista si identifichi sempre di più
esclusivamente col suo ruolo di Medico, di falso
Profeta e di inconsapevole ciarlatano. A questo
punto è stata proposta la soluzione che l'analista
venga controllato nel suo lavoro da un collega. Ma
la parola « controllo » è tra le più inappropriate;
perfino le sedute di controllo dei candidati analisti
sono discutibili. Chi può « controllare >> l'umore,
l'atteggiamento, l'intonazione anche se riferiti
assiduamente? Si finisce sempre col fare una
selezione — anche se si usa il registratore o gli
specchi unidirezionali. C'è sempre l'equazione personale del candidato e dell'analista di controllo
con la sua specifica asimmetria. Per di più, i sogni
del paziente risultano spesso incomprensibili all'analista di controllo dal momento che presentano un
messaggio che forse può essere comprensibile al
paziente e al suo analista, ma non all'analista di
controllo. L'analisi è qualcosa di cosi personale
che qualunque consiglio, anche se competente, è
spesso solo fuorviante e a volte perfino sbagliato.
Fondamentalmente i problemi dell'analista riguardano il controllo non del suo lavoro, ma della sua
psiche. Sebbene i pericoli che ho descritti si riferiscano alla distruzione che può presentarsi nel
lavoro analitico, nondimeno essi sono parte dell'intero sviluppo della personalità del terapeuta. Allora
il problema diventa quello di trovare la strada e i
mezzi per scuotere ed esaminare l'analista in una
maniera profondamente personale. Per risolvere
questo problema è stato adottato il postulato che
l'analista debba sottoporsi ad una specie di analisi
didattica con una certa frequenza stabilita. Ma c'è
molto da obiettare ad un simile regolamento.
Generalmente succede, a meno che la società ana442
Page 55
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)litica non sia molto grande, che un analista riesce
a trovare difficilmente qualcuno col quale non abbia qualche sorta di interesse comune, principalmente politico, o nell'organizzazione professionale,
in quella clinica o in quella accademica. Un analista di un certo grado e con una certa posizione
difficilmente si aprirà ad un collega dello stesso
grado e con la stessa posizione. Ci sono troppe
rivalità e troppe cose in gioco per permettere un
rapporto franco ed onesto. Un analista anziano difficilmente deciderà di andare da uno più giovane
che si trovi all'inizio della sua professione. D'altro
canto, un giovane analista che ha finalmente concluso la sua esperienza didattica e si trova all'inizio di una sua carriera indipendente, non è molto
sollecitato a continuare a recarsi regolarmente per
l'analisi da un collega più anziano. Corre il rischio
di rimanere sempre fissato alla sua condizione di
studente.
Di valore limitato è anche la discussione collegiale
dei casi. Ognuno che abbia preso parte a una riunione del genere sa che non ci si avvicina quasi
mai al nucleo del lavoro analitico. Ogni partecipante infatti cerca di mostrarsi, in una maniera o
nell'altra, in una luce favorevole. Ancora una volta,
la situazione di gruppo costella la rivalità di gruppo; la propria incertezza fondamentale a proposito
di sé stessi che appartiene alla propria condizione
di feriti inerente alla professione terapeutica, viene
ad essere ancora più mascherata. È una maschera
che può prendere le più strane forme. Un collega
può sentire l'esigenza di conformarsi all'ideale di
analista brillante e sceglierà quindi il materiale più
complesso o il caso più difficile in modo da presentarsi sotto l'aspetto desiderato. Un altro può
desiderare di mostrarsi onesto; egli lascerà allora
che gli altri gli « guardino dentro » senza che lui
nasconda nulla. Egli si rivela ingenuo, dando l'impressione di essere vittima dell'inconscio e dell'ombra durante il suo lavoro analitico più di quello che
realmente non sia. Nella discussione dei casi si
può parlare solo di questioni molto generiche, men443
Page 56
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)tre lo sviluppo personale dell'analista rimane un
argomento periferico.
Un'altra proposta è la psicoterapia di gruppo che è
veramente molto utile e stimolante. Tuttavia anche
qui, l'analista conosce il gioco, ha una corazza solida e sa difendersi perfettamente. Le profondità
del suo animo non possono essere nemmeno scalfite; il gruppo e i suoi membri non sono cosi importanti per lui da poter penetrare nell'armatura di
un serio e solido training analitico e da poter infrangere la sua corazza fatta di conoscenze scientifiche a proposito della psicodinamica individuale
e di gruppo. Le mie perplessità circa questi tentativi di far fronte ai pericoli della professione analitica attraverso ogni genere di ulteriore analisi,
sono molto forti. Le manifestazioni dell'ombra di
cui ho già parlato riappariranno naturalmente nella
nuova analisi e condurranno alle stesse complicazioni.
Forse siamo arrivati al punto in cui l'analista è costretto in tutta modestia a cercare al di là della
sua professione la possibilità di proteggersi dalle
tragiche conseguenze che essa porta con sé. lo
penso che alla radice dell'idea che l'analista può
essere aiutato nel modo migliore proprio dall'analisi, ci sia una sorta di inflazione analitica, come
se l'analisi fosse il non plus ultra per lo sviluppo
della psiche. E qui noi stiamo parlando dello sviluppo psichico e non della nevrosi e della terapia.
L'analista che si impiglia nella propria ombra non
è ammalato; non ne soffre direttamente e necessariamente come se si trattasse di una malattia. Probabilmente il suo problema d'ombra si risolve in
una minore capacità di aiutare il paziente e in un
difetto della sua personalità globale. Nel linguaggio psicanalitico freudiano si potrebbe anche dire
che il coinvolgimento dell'analista nell'ombra è nello
stesso tempo un magnifico meccanismo di difesa
che protegge l'analista da un eccesso di dolore e
difficoltà. Gli elementi nevrotici, distruttivi e inconsci
dell'ombra archetipica non appartengono più allo
psicoterapeuta. A causa della scissione
Page 57
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)dell'archetipo egli ha scostato l'albatross dal proprio collo per appenderlo tramite una proiezione
su quello degli altri, i pazienti, guadagnandone in
tranquillità personale.
Dalle opere di Jung, ma specialmente dagli scritti
e dagli orientamenti dei suoi discepoli, si ricava
l'impressione che l'analisi sia, per eccellenza, lo
strumento atto a promuovere l'individuazione. La
comprensione dei processi psichici attraverso le
scoperte e il linguaggio della psicologia analitica,
acquista quindi una importanza decisiva. Cosi non
è una gran fatica per un analista di una certa età,
che ha dedicato tanti anni della sua vita all'analisi
e ha lavorato tanto a lungo per comprendere sé
stesso in base alle categorie della psicologia analitica, diventare, per così dire, uno « specialista
nell'individuazione ». I pazienti poi rinforzano questa
inflazione perché, per molte ragioni, desiderano
vedere in lui una persona non solo psichicamente
sana, ma anche molto avanti nel suo processo di
individuazione. Desiderano cioè avere come terapeuta un mago onnisciente, o un Vecchio Saggio.
Horribile dictu, questa situazione in cui l'analista
viene lentamente divorato dall'ombra archetipica
dell'analisi, si verifica senza che nessuno se ne
accorga. L'analista sembra fare dei progressi: una
parte sempre più grande del mondo, fatto di rapporti personali, di arte, della famiglia, di avvenimenti politici, si integra nella sua prospettiva analitica. Tutto diventa sempre più comprensibile. Il
mandala del suo processo ha incorporato il mondo
di modo che egli sente di aver realizzato in sé
stesso l'unus mundus. Invece questo mandala è diventato molto simile agli antichi scudi greci, un
sistema di difesa paranoico fatto di simboli dietro
i quali egli si protegge dall'esistenza, o attraverso
i quali l'esistenza deve passare prima di potere essere integrata. Il mondo continua a non accorgersi
di nulla poiché a misura che egli diventa anziano
viene sempre più rispettato come un esperto. Sebbene la sua presa sulla realtà psichica cominci a
venir meno a causa di questo scudo costituito dal445
Page 58
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)la comprensione analitica, egli crede di essere sempre più efficiente e comprensivo. Cosi non c'è pericolo che diventi nevrotico, psicotico o infelice.
Appare come una persona mentalmente sana, socialmente ben adattata, ' individuata ' e di successo. In contrasto con questa pace interiore e con
questa vasta comprensione, si verificano tuttavia
molto spesso degli avvenimenti stranamente distruttivi proprio nella cerchia del suo mondo familiare
e della sua associazione professionale. La sua interna armonia può essere stranamente accoppiata
ad una rovina esteriore.
L'analista dominato dall'ombra archetipica dell'analisi ha trovato una via per venire a patti con le
forze demoniache che gli hanno lasciato condurre
una vita in cui i suoi propri conflitti si sono stabilizzati. In tal modo egli può entro certi limiti aiutare
i suoi pazienti a raggiungere la stessa stabilità. Se
si tratta di un analista didatta, i suoi risultati con i
candidati evidenziano le stesse forme di stabilità.
Dopo il processo dell'analisi i suoi pazienti vengono spesso ad essere liberati dai sintomi nevrotici, ma spesso diventano un po' più insensibili e
più egoisti e cattivi di prima. In qualche strano
modo questa ombra agisce per l'analista alla guisa
di un patto col diavolo: il suo sistema analitico è
stato sottoposto ad una verifica positiva perché ha
liberato sé stesso e gli altri dai sintomi nevrotici,
ha curato le sue ferite e sembra persino garantirgli
una lunga vita. Cosi gli analisti continuano spesso
a lavorare fino a tarda età, molto più tardi rispetto
alle altre persone che esercitano un'altra professione. E non sono soltanto ragioni finanziarie a spingerli a continuare a lavorare, né è il desiderio di
continuare a dispensare la loro saggezza agli altri.
Continuano, perché, se si fermassero, l'archetipo
non sarebbe più scisso. Le ferite e la malattia dei
pazienti ricadrebbero su di loro diventando di nuovo parte della propria vita. Un ritorno della malattia
ad una età cosi tarda potrebbe essere troppo distruttivo. Cosi, continuare a lavorare diventa una
questione di vita o di morte.
Page 59
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Ora, la risoluzione del problema dell'ombra dell'analista non può venire « dall'interno ». Potremmo sperare che l'auto-correzione necessaria si presentasse direttamente da parte dell'inconscio attraverso
del materiale compensatorio. Ma più l'analista analizza, scruta e segue le manifestazioni del suo inconscio, più cieco diventa. Tende a confermare ciò
che già conosce, perché si trova immesso in un
feed-back positivo. La pagliuzza del suo occhio gli
impedisce di percepire le zone oscure del suo essere. Ed anche se riuscisse ad averne un barlume,
le razionalizzazioni dell'autoanalisi riuscirebbero a
neutralizzare queste fugaci percezioni: il suo sapere non incide in maniera da trasformarlo.
III. - II confronto con relazioni
non-analitiche.
Per districare l'analista da questo circolo vizioso,
ritorniamo al concetto di analisi. Come abbiamo
detto essa è innanzitutto una relazione, importantissima per lo sviluppo psicologico, ma non la sola.
Se la relazione è cosi importante non potremmo
trovare per l'analista qualcosa che conservi le caratteristiche umane delia relazione escludendone
però l'aspetto analitico? In altre parole, l'analista
ha bisogno di una relazione in cui il metodo analitico, o i ' meccanismi di difesa ', non possano più
essere utilizzati, in cui venga posto sempre e continuamente nell'incertezza, provocato e scosso, una
relazione che possa rivelargli chi egli veramente è,
fargli manifestare la sua ombra, la sua debolezza,
la sua ostentazione, la sua inflazione e i suoi limiti.
Nella nostra tradizione etica, relazioni di questo
tipo hanno avuto sempre un grande valore. Sono
state chiamate amicizie. Il fatto che Socrate, Aristotele e Plutarco abbiano tanto apprezzato l'amicizia non costituisce un riconoscimento occasionale ed emotivo del sentimento. Appartiene invece
al loro livello di sviluppo psicologico parallelo a
quello delle loro filosofie. In base alla mia esperienza credo di poter affermare che l'amicizia pos447
Page 60
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)sa alleviare e perfino risolvere il dilemma inerente
alla vocazione analitica.
Sebbene questa soluzione possa apparire banale, è
straordinario come questa « banalità » venga trascurata dagli analisti e dalla letteratura analitica.
L'analista ha bisogno di una relazione simmetrica
in cui possa confrontarsi su un piano di parità
emotiva. Ha bisogno di avere la libertà di attaccare
e di essere attaccato, di insultare e di essere insultato. Ha bisogno di partner che siano al di sopra di lui e non di persone che lui debba per forza
proteggere o considerare in termini terapeutici e
di cui si senta responsabile. Ha bisogno di amici che
osino entrare nella sua intimità mettendo in rilievo
i suoi pregi e i suoi difetti, in modo che ambedue
arrivino al fondo di sé stessi. Le persone che non
hanno avuto una formazione analitica generalmente
si sviluppano proprio in questa maniera — cioè attraverso intense relazioni personali. L'analista potrà imparare molto dalla vita ordinaria e lasciarsi
guidare da essa.
Desta meraviglia vedere quanto ciò possa risultare
difficile per gli analisti. Perfino quando essi cercano di sviluppare una amicizia con un ex-paziente, la situazione, anche ad analisi conclusa, conserva sempre una certa unilateralità ed asimmetria.
Gli ex pazienti, diventati ' amici ', difficilmente possono distogliere interamente l'analista dalla sua
posizione difensiva. Anche i colleghi non sono necessariamente degli amici. E d'altra parte mischiare queste categorie serve solo a per petuare l'ombra. Di fatto le relazioni tra colleghi che molti analisti mantengono, sembrano funzionare in virtù di
ciò che viene omesso: non costituiscono una minaccia l'uno per l'altro dal momento che accet tano le stesse premesse analitiche alla base della
relazione. Gli analisti-amici spesso non sono altro
che compagni, colleghi in collusione contro un vero scambio reciproco, che parlano uno stesso linguaggio fatto di scherzi e pettegolezzi che nulla
hanno a che fare con l'individuazione. Non ci si
confronta con l'altro per evitare di confrontarsi con
Page 61
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)sé stessi. Ognuno dei due agisce da scudo per
l'altro, mentre ambedue illudono sé stessi e gli altri sulla grande profondità e consapevolezza del
rapporto, dal momento che ambedue sono analisti
molto qualificati e rispettati.
Alcuni analisti sembrano mantenere delle forti amicizie che poi si rivelano in realtà delle relazioni
sul tipo maestro-discepolo. Gli amici si rivelano
nient'altro che dei seguaci e degli ammiratori. Perfino la vita familiare può essere trasformata da
potenziale minaccia alle difese emotive dell'analista, in un altro tipo di relazione analitica. L'analista
allora comincia a fare dello psicologismo e a
vedere sua moglie e i suoi figli più o meno come
degli analizzandi e a reagire di conseguenza. Quando
anche le mogli sono state lungamente analizzate,
allora il genere di relazione emotiva intesa come
confronto che sto proponendo, viene inibita da
ambedue le parti a causa della tendenza di tutti e
due ad usare le difese analitiche. Probabilmente è
proprio sulle reali amicizie che si fanno sentire gli
effetti dannosi di queste distorsioni analitiche. Gli
analisti infatti possono distruggere una vera
amicizia trasformandola in una relazione analitica.
Evadono dai problemi in essa impliciti attraverso
delle formulazioni psicodinamiche. La relazione
comincia ad essere analizzata e ad avere uno
scopo: diventare coscienti del proprio sviluppo
interiore. Comincia ad essere strumentalizzata, non
viene più considerata come un fine in sé stesso.
Alcune amicizie, cosi come alcuni matrimoni o altri
tipi di legami, vengono profondamente disturbati
quando uno dei due partner va in analisi. Sebbene
questo distacco dal profondo coinvolgimento
precedente possa far parte del processo di presa di
coscienza, potrebbe anche essere il risultato
dell'ombra distruttiva dell'analisi, la sua esclusività
che inaridisce tutti gli altri legami al di fuori
dell'impegno analitico.
Un'intensa amicizia può salvare l'analista dalle difficoltà irrisolte nei confronti non solo dei pazienti
e dell'analisi, ma anche della sua propria oscura
Page 62
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)distruttività. Tra amici, amore e odio fluiscono alternativamente e in maniera reciproca. L'amore riflette e da la possibilità di espressione ai pregi
dell'amico, e l'odio fa lo stesso con i difetti. In
questo modo possono essere raggiunti certi livelli
dell'ombra in maniera altrimenti difficile. Il genere
di amicizia che sto descrivendo può avere luogo
al di dentro o al di fuori della famiglia. La moglie,
i figli, fratelli e sorelle dell'analista possono arri vare alla sua ombra e rivelarlo in un'altra luce. La
tragedia dell'analista senza bambini — e ce ne
sono molti — ha molti aspetti. Uno di questi, quasi
mai menzionato, è che l'analista perde un'altra
possibilità di essere aiutato a venire fuori dal suo
isolamento analitico, un'altra possibilità di incon trare la sua ombra.
Forse la parola amicizia è troppo ristretta. (Dal momento che il genere di relazione che intendo può
ritrovarsi anche nel matrimonio o nel rapporto con
i propri figli). Forse sarebbe meglio affermare in
via più generica: l'analista ha bisogno di essere
coinvolto e di confrontarsi in situazioni distinte dal
suo lavoro analitico. Il confronto non-analitico può
verificarsi sotto molto aspetti: l'arte e la musica
possono sconvolgere, lo studio della storia può
ispirare, un interesse verso le scienze naturali può
condurre a problemi tormentosi. Ma anche qui
l'analista esperto e ben difeso può costringere queste esperienze di nuovo nello schema analitico e
per mezzo di una introspezione psicologica o perfino di dialoghi interiori o dell'immaginazione attiva, e in tal modo evitare il confronto che gli viene
prospettato da queste esperienze. Perciò vorrei che
ritornassimo alla relazione erotica in senso non
analitico, come ultimo mezzo per uscire da questo
vicolo cieco. Col termine « erotico » intendo riferirmi in senso generale a qualche rapporto che
coinvolge intensamente. Una relazione intima confronta la personalità dell'analista con una prospettiva completamente differente e con richieste altrettanto differenti. Il confronto che una tale relazione profonda ma non sentimentale può offrirgli
Page 63
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)è proficuo perché solo allora egli diventa vulnerabile. Inoltre è proprio in queste intense relazioni
che vengono costellati i livelli più profondi dell'ombra archetipica, prova ne sia il fatto che la maggior
parte di assassini, delitti passionali e tradimenti si
verificano all'interno delle famiglie e tra amici intimi.
La posta in gioco è il processo di individuazione.
Un analista che si sia chiuso in sé stesso, che abbia magistralmente « integrato la sua ombra » in
parte vivendola, in parte proiettandola, non è più
capace di stimolare nel suo paziente lo sviluppo
di un significato inerente alla sua vita. Jung ha
sottolineato molte volte che noi non possiamo spingerci, con un paziente, più in là di quanto noi stessi
non siamo andati. Naturalmente con questo non
intendeva riferirsi semplicisticamente ai sintomi nevrotici. Un analista può anche soffrire di un grave
sintomo ossessivo, per esempio, ed essere capace
di liberare il suo paziente da un peso dello stesso
genere. Tuttavia, raramente potrà stimolare un ulteriore sviluppo nel processo di individuazione in una
persona dalla quale ha fatto in modo da tenersi
sostanzialmente lontano e separato. Una parte del
processo
di
individuazione
caratte-ristico
dell'analista è costituita da una discussione e un
confronto con l'ombra analitica. È inconcepibile
che un analista si avvicini al Self o ai nucleo della
sua personalità senza venire a confronto diretto
con l'ombra implicita nella sua professione; poiché
il compito della sua vita, la sua vocazione e la
sua via verso l'individuazione risiedono solo in
parte nella sua professione, nella sua attività
giornaliera, proprio come accade per ogni altra
persona. A questo punto sfociamo ancora una volta
in un vicolo cieco; come ho cercato di dimostrare,
quanto più l'analista si dedica al suo lavoro e ci
si immerge, tanto più difficilmente riesce a sfuggire alla sua ombra. Il suo lo padroneggia cosi
bene gli strumenti analitici, che niente può sloggiarlo; egli diventa irremovibile. Allora l'anima in terrompe il suo viaggio, non più in cerca della città
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)d'oro. Si ritira nella sicurezza di una fortezza d'aita
montagna. Ma le mura devono essere rotte e l'anima deve esserne portata fuori per riprendere il suo
cammino. Il popolo di Israele non poteva rimanere
a riposarsi in un campo sicuro, ma doveva continuare il suo viaggio verso la terra promessa. Solo
ciò che è estraneo all'analisi offre la possibilità, di
tanto in tanto, di penetrare al di là delle difese
analitiche. L'analista deve essere confrontato da
qualcosa che non possa essere padroneggiato né
possa resistere alla sua sottigliezza analitica. Dal
momento che l'individuazione è un processo, I attivazione dell'ombra mette di nuovo in moto tale
processo. L'anima si apre nuovamente. Il processo
di individuazione a questo punto non è necessariamente ricominciato, ma almeno ci sono le premesse perché ricominci.
IV. - Conclusione.
Mi rendo conto che le mie argomentazioni risultano goffe: quello che volevo dire avrebbe potuto
essere espresso solo da un poeta. Il cammino psicologico dell'analista non può essere stimolato attraverso delle semplici critiche rivoltegli da chi lo
circonda. Al contrario, richiede un coinvolgimento
profondo in cui si alternino gioia e dolore, sorpresa
e disappunto, e tutto ciò che si verifica tra due
persone che sono in intimo contatto. Questi processi dell'eros e i loro effetti fecondi sulla psiche
non possono essere descritti dalla scarna terminologia psicologica. Soltanto più tardi, quando tutto
è già successo, tali avvenimenti possono essere
formulati nel linguaggio psicologico. Ma il linguaggio analitico deve essere continuamente dissolto
dall'immediatezza dell'eros. Naturalmente ciò è possibile soltanto quando ciò si verifica tra partner
che si coinvolgono reciprocamente e non tra un
Medico e un Paziente, un Analista e un Analizzando, un Maestro e un Allievo.
In molte professioni la specializzazione richiede
che si rimanga continuamente aggiornati sulle nuo452
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)ve ricerche che vengono condotte nel proprio campo di studi. Ciò è particolarmente evidente nelle
branche tecnico-scientifiche. Anche un medico deve « tenersi aggiornato » sui nuovi sviluppi nel
campo della tecnica. Ma la scissione dell'archetipo
del Medico e la sua conseguente inefficienza come
terapeuta, non possono essere risolti attraverso un
aggiornamento scientifico. A confronto del tecnico
e del medico che cura le malattie organiche, lo
psicoterapeuta si trova in una situazione ancora
più difficile. La sua efficienza come stimolatore del
processo psichico dipende soprattutto dagli sviluppi della sua propria personalità. A questo proposito la letteratura psicologica non può offrirgli
nessun aiuto. A meno che egli non sia eccezionalmente dotato, la sua efficienza dipende dal fatto se
egli abbia o no il coraggio, l'onestà e la fortuna
di non sedersi confortevolmente sul trono analitico, esponendosi invece ad una intensa relazione
col mondo intero.
Al momento, non conosco altre possibilità oltre
l'amicizia che possano salvare l'analista dall'ombra
della psicoterapia. Se ve ne sono, una cosa è certa: debbono essere estranee al lavoro analitico.
Qualcuno potrebbe avanzare l'ipotesi delia meditazione. Ma anche in questa attività di genere contemplativo l'analista cade vittima della stessa ombra analitica. Forse vi possono essere delle forme
di meditazione relazionate a Dio che possono rompere il circolo vizioso. Certamente, l'esperienza religiosa potrebbe essergli di aiuto, ma generalmente
l'analista coscienzioso ha già approfondito il tema
religioso e ha costruito la sua religione nel proprio
mondo analitico; o almeno si è già costruito la sua
corazza analitica, anche se poi proromperà in un
sintomo. I Vangeli, l'I-Ching, Lao Tse, La Cabbala,
lo Zen e perfino i riti Indio-americani sono diventati parte di questa corazza.
Per concludere, vorrei chiarire il fatto che l'atto
con cui l'analista depone la sua maschera in una
relazione erotica col suo ambiente non significa
semplicisticamente una stimolazione della sua vita
Page 66
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)affettiva. Non sto parlando di un contrasto tra comprensione intellettuale e esperienza affettiva. Né
tutto ciò ha a che fare con il suscitare delle emozioni nell'analista in modo da stimolare lo sviluppo
della sua anima. Al contrario, a me interessa curare la scissione dell'archetipo che produce un
isolamento nella vita del terapeuta. È qualcosa che
ha a che fare con un'apertura, attiva e appassionata, verso tutto ciò che gli viene incontro. Deve
trovare un modo per esporsi al confronto della sua
esistenza, il confronto psicologico più difficile. Deve essere scosso. Dalla superiore comprensione del
vecchio che tutto conosce deve arrivare al socratico « non so ».
(Trad. di BIANCA JACCARINO)
* Tratto da: Spring 1970. Per gentile concessione dell'autore.