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CARMELA BAFFIONI
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
NELL'ISLAM DEL XII SECOLO:
III. PITAGORA*
Si può certamente dire che la “voce” Pitagora inaugura, nell'economia del kitäb al-milal wa'l-nibal di Sahrastáni !, le grandi trattazioni
intorno ai principali esponenti — o, almeno, a quelli che il nostro
autore giudica tali — del pensiero antico ?.
All'inizio della sezione dedicata alla «storia della filosofia greca»,
Pitagora era stato inquadrato fra i «sette sapienti» 3. Ma si ha davvero
l'impressione che i sette nomi siano stati messi insieme più che altro
perché erano fra quelli che Sahrastäni — e gli altri filosofi e storici
arabi — trovavano, nelle fonti a loro disposizione, nominati più di
frequente e con la maggiore enfasi e ricchezza di dati *. Naturalmente,
non voglio con questo escludere che gli stessi arabi abbiano riconosciuto nelle dottrine di Talete, Anassagora, Anassimene, Empedocle,
Pitagora, Socrate e Platone quanto di più interessante e stimolante la
filosofia greca aveva prodotto — fatti salvi, non c'è bisogno di dirlo, i
Pitagorg Elenchos IV 1983 93-132; 261.345.
Una storia della filosofia g.
tani (cf. APh
LIT N° 11254 et LIN N° 12828).
nell'Islam del xn secolo, Ill :
agore dans l'œuvre de Sahrasdiritti di Aristotele, del “primo Maestro”, di essere considerato, sia
pure con le dovute precisazioni, forse la fonte principale del pensiero
antico per il mondo arabo-islamico. Si può d'altro canto notare che
questi sette nomi non sono apparentati, né nella trattazione Sahrastaniana, né in quelle di altri autori arabi da me studiati °, né dal punto
* Dato il numero molto elevato, le note sono state collocate eccezionalmente alla
fine del testo.
tite
PUNT hase
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(essi professarono del resto, come ben sappiamo,
dottrine diversissime fra loro e non sempre facilmente assimilabili
neppure ad una unitaria linea evolutiva), ma neppure da quello inter-
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
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sia per l'ampiezza e la ricchezza delle indicazioni, sia per i molti
problemi di identificazione di personaggi e dottrine, non sempre facilmente risolubili, che pone, sia per la varietà delle questioni trattate, sia
pretativo. Voglio dire più precisamente — soprattutto in riferimento a
per le esplicite connessioni di tutto questo col nome e la dottrina di
Pitagora, si presenta di particolare interesse storico, e permette forse
deva consacrare questi pensatori, sia pure sulla base della fama da essi
di gettare qualche ulteriore spiraglio di luce anche sulla questione della
natura e della struttura di quella che si potrebbe chiamare la hikmah
jabrastaniyyah, e dei suoi più o meno dichiarati antecedenti storici.
Ritengo che l'interesse di questo testo sia relativo tanto a problemi
Sahrastani — che se egli, presentandoli come i «sette sapienti», intenconseguita nel mondo antico, come gli antecedenti della propria hikmah, il nostro autore fallisce il suo scopo. Ho, si, piü volte ripetuto
che uno dei principi per i quali Sahrastani avvia un confronto fra
filosofi quali, ad esempio, Talete ed Anassagora, & quello per cui
entrambi ebbero, «intorno all'unità, la stessa opinione» (e si tratta,
naturalmente, dell’unità di Dio); come pure si ricorderanno le rappresentazioni di quella “struttura piramidale dell'Essere”, di origine platonica, alle quali offrivano spunto soprattutto le trattazioni relative ad
Anassagora e ad Empedocle. Ora, certamente, questi ed altri elementi a
noi già noti si ritroveranno nella “voce” Pitagora come pure nelle
trattazioni dedicate a Socrate, e soprattutto a Platone; ma si tratta pur
sempre, a mio avviso, di connessioni estrinseche e spesso semplicemente giustapposte alle considerazioni più aderenti alla “verità storica”,
certo dettate da esigenze metodologiche e teoriche dell'autore del
k.al-milal, ma dalle quali non emerge spontaneamente il senso unitario
di quella Aikmah che Sahrastàni sembra così ansioso di volere fondata
nel pensiero antico. Queste precisazioni, naturalmente, non vogliono
significare che la trattazione del &.al-milal sia asistematica, anzi, come
ho più volte ripetuto, non si può fare a meno di riscontrare in essa
di storia della filosofia greca (ad esempio, Sahrastàni sembra dare per
acquisita la reale esistenza di Pitagora di Samo e nello stesso tempo non
appare da lui conferita ai “Pitagorici” quell’importanza, anche “carismatica”, che sembra emergere da talune pagine aristoteliche), quanto a
quelli delle possibili matrici (matrici, naturalmente, anche “ideologiche”) riconoscibili nella storia della filosofia islamica. Inoltre, il testo
può forse contribuire a chiarire (o almeno, a gettare nuova luce) su altri
problemi di storia della filosofia antica, primo fra tutti quello, forse non
abbastanza discusso, dei rapporti fra pitagorismo ed atomismo.
Data la ricchezza degli spunti che la “voce” Pitagora offriva, ho
ritenuto di dover procedere così: in questa prima parte del lavoro
presento la traduzione del testo, corredata, nelle note, dei possibili
raffronti istituibili con dottrine a Pitagora e alla sua scuola attribuite
dagli altri autori antichi, in particolare da Aristotele (e in questo
senso, la collazione con i testi dei Pitagorici raccolti dalla Timpanaro
Cardini * risulta a mio parere illuminante per chiarire se e quanto la
proprio una costante unitarietà tematica; ma tuttavia, permane l’impresconoscenza che di Pitagora e delle sue dottrine ebbe Sahrastàni corrisione che il discorso sia rimasto a un livello preparatorio, di una serie di
sponda a quello che ce ne è stato trasmesso dagli autori antichi oggi a
“tracce” che Sahrastàni si proponeva di evidenziare ritenendole utili,
nostra disposizione). Nelle note ho avuto cura di proporre anche i
evidentemente, affinché i suoi lettori si persuadessero che il germe della
raffronti con un testo arabo del cui “ismaelismo” — come pure
vera “sapienza" si trovava già in Grecia.
dell’ “ismaelismo” di Sahrastani — si è a lungo discusso (ma questo
Se e come egli pensasse di conciliare questo suo progetto con la
sarà un altro dei problemi affrontati nella seconda parte del lavoro): e
teoria avicenniana della hikmah maÿrigiyyah — se non a noi, a lui certo
cioè le Epistole matematiche, e in particolare quella Sull'aritmetica,
ben nota, non è luogo di discutere qui ®, anche se avremo modo di
degli Ihwan as-Safa’, che, come si vedrà, presentano corrispondenze
accennare, proprio perché ne troviamo lo spunto nella “voce” Pitagora,
spesso addirittura letterali con il testo Sahrastaniano.
ad un’altra vexata quaestio della filosofia avicenniana — e non solo
Nella seconda parte del lavoro, di prossima pubblicazione, ho
avicenniana ’; qui vorrei solo premettere che la trattazione su Pitagora,
cercato invece di affrontare in chiave, per così dire, “monografica” alcuni
Pagina 3
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)dalle proprietà delle sue *! qualita.
divide in due [parti] uguali; e non pone il due come un pari, poiché se
elementi * e delle cose composte; e talora l'unità viene divisa ** seche & dopo l’eternitä é l'unità dell’Anima, ([as] l'unità che & prima del
tempo é l'Anima) * e [as] l'unità che à col tempo & l'unità degli
[a,} l'unita che & con l'eternirà è l’unitä della Mente prima, [a] l'unità
una delle sue divisioni, e com’& in sé? 73, e il primo dispari semplice 7*
€ [il] tre 75; disse anche che la divisione per quello & completa e che
esso si dividesse in due unità l’unitä rientrerebbe nel numero, e noi
abbiamo fatto cominciare [la serie dell numero dafl] due, e il pari è
e dice che esso si divide in pari e dispari *°, dunque il primo numero
semplice 7° è [il] due
?!, e i pari semplice [il] quattro 7*, ed esso si
[a,] Funità che & prima dell'eternità & l'unità del Creatore Altissimo,
riore all'eternità *°, [a] un'unità con l’eternitä, [a3] un’unita dopo
l'eternità, [ay] un'unità prima del tempo *' e [ag] un’unità col tempo; e
viene l'unità nelle cose esistenti, e la molteplicirà * in esse; e in [b]
un’unita [269] che deriva (da altro) 7, cioé l'unità delle cose create; e
talora dice che l'unità in assoluto ** si divide in ® [a,] un’unitä anterealmente esistente come l’essere della forma & realmente esistente 65, e
disse che principio delle cose esistenti & il numero, e che esso à il
primo principio 6% principiato dal [271] Creatore Altissimo, e che il
Poi Pitagora ebbe un’opinione sul numero ** e il numerato alla
quale si erano opposti tutti i sapienti prima di lui, e alla quale si
opposero quelli dopo di lui, e cioé che il numero & separato dal
numerato come la forma lo & dalla materia, e lo rappresentö come
è nobile e perfetta.
esistenti, e questa & [b] un'{unità che] [270] deriva dall’fa] unità del
Creatore Altissimo 5, e 6! intrinsecamente connessa a tutte le cose
esistenti, anche se si trova nelle loro essenze caratterizzate dalla molteplicitä 2, e infatti ciascuna cosa esistente è nobilitata dal predominare
dell'unità su di essa 6°, e ogni cosa più è lontana dalla molteplicità più
particolare [sono] uno, dunque l’unità non è mai disgiunta dalle cose
[Ab‚] cid che vi rientra come proprietà inerente, non come parte, e cid
perché ogni numero numerato non &°* privo di SS unità 3° connessa
ad esso intrinsecamente, cosicché il due e il tre nel loro essere due e
tre sono unità, e così le cose numerate, sia composte che semplici,
sono unita 5’, o nel S* genere, o nella specie, o nell'individuo, come la
sostanza, in quanto & sostanza in assoluto °°, e l'uomo in quanto é
uomo, € l’individuo particolare come Zayd in quanto & quell’individuo
numero aumenta, diminuisce il legame dell'unità con esso 3; e in
sua parte, poiché il due si‘! compone di due unità, e così ogni
numero è composto indubbiamente *? di unita, e ogni volta che il
seconda {Ab} si divide {a sua volta] in {Ab,] cid che vi rientra come
numero, € non rientra in esso, e in [Ab] cid che è principio del
numero, € rientra in esso, e la prima [Aa] & come l'unità ** della
Mente agente °°, poiché non rientra nel numero e nel numerato e la
Punita sostanziale non [appartiene] se non al Creatore del tutto, dal
quale proviene l’unità ** del numero e del numerato, e [A] l'unità
accidentale si divide [a sua volta] in [Aa] cid che & principio del
condo un'altra divisione, cosicché dice ** che l’unitä si divide # in
(A,] “7 un'unità sostanziale e in [A] un'unità accidentale, e che [A]
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
primo numero è l’uno‘?, e in lui ci fu divergenza d’opinione in
merito al fatto se esso entri nel numero come [elemento] precedente %, e la sua propensione maggiore era [a ritenere] che esso non
rientra nel numero e che dunque il numero incominci da[l] due,
Poi disse che l'unità *? si divide in [a] un'unità che non deriva da
altro 3, cioè l'unita del Creatore Altissimo, l'unità che abbraccia ogni
cosa **, l'unità che ha potere su ogni cosa 35, l’unità dalla quale prosua ** essenza e Lo consacra
nimale € correlata ai segni ai quali l'animale & disposto per natura, e
che la condotta dell'uomo & correlata ai segni ai quali l'uomo è
disposto ?” per natura, di modo che tutto Lo ?* qualifica dal lato della
cano 7° attraverso quei segni, e non c'è dubbio che la condotta dell’aparticolarizzate da segni particolari spirituali, di modo che lo qualifidalla Sua opera, poiché le cose esistenti nel mondo spirituale sono
dei mondi Lo coglie in relazione ai segni che vi appaiono in modo da
ualificarlo 2, e Lo descrive in quella misura in cui & particolarizzato
coglie attraverso i Suoi segni, le Sue opere e i Suoi Atti 24, e ciascuno
delle qualita spirituali, non colto dal lato della Sua essenza, ma si
razionale, né Lo descrive il linguaggio dell’anima, ed Egli & al di sopra
disse: «Non ho '* udito nulla che sia più piacevole dei suoi '? movimenti, e non ho visto nulla (268) che sia più luminoso 2° delle sue
forme e delle sue sembianze», e il suo discorso intorno alle cose divine
€ che il Creatore Supremo e Altissimo é unico 2', non 2? nel senso del
[numero] uno, infatti non entra nel numero, e non é colto 2 da parte
della mente né da parte dell'anima, e non Lo er la speculazione
il mormorio dello sfero '%, e che giunse alla sede dell'angelo 1.6
intuizione (astronomica) '*, e che arrivò con la pratica 'S ad ascoltare
miniera della Profezia '*, e [fu] il sapiente nobile dotato di opinione
salda e mente ferma; si dice che osservò i mondi col suo senso e la sua
Salomone
'*, su di lui la salvezza, [267] apprese la sapienza dalla
[Fu] figlio di Mnesarco
', di Samo !!, e fu contemporaneo di
(266, 12] Opinione di Pitag ra ?,
uno dei centri della speculazione, sia storica, sia teorica.
palese come anche per il mondo islamico la figura di Pitagora costituì
là della più o meno letterale corrispondenza ai testi, greci ed arabi, dalla
lettura della “voce” Sahrastaniana su Pitagora. Spero, così, che sara
di quelli che mi sembravano fra i più importanti problemi suscitati, al di
Pagina 4
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)cid che [viene] dopo è divisione della divisione, dunque il quattro è
il 76 limite del numero e la perfezione, e da questo deriva la divisione
per quattro ?? e la vera natura del quattro è che è?* la guida delle
nostre anime 7°, che è la radice del tutto, e [disse] che ciò che [viene]
dopo quello è pari * del dispari, pari *! del pari e pari #? del pari e del
dispari; e il cinque è chiamato #° numero circolare #4, poiché [272]
quando lo si moltiplica per se stesso il cinque ritorna sempre all'estremita; e il sei è chiamato numero completo #5, perché le sue parti sono
uguali al tutto 89; e il sette numero perfetto *”, perché è l'aggregato del
dispari e del pari, ed è un (altro) limite, e l'otto è il cominciante 88,
composto di due parti; e il nove di tre dispari 89, e il dieci anch'esso è
un altro limite °°, per aggregazione del numero dall'uno al quattro ed
è un altro limite, dunque il numero ha quattro limiti, quattro, sette,
nove e dieci
”', poi si ritorna all'uno e diciamo[:] undici ??, e le
composizioni in ciò che [viene] dopo il quattro si enumerano secondo
punti di vista diversi, infatti il cinque, secondo l'opinione di chi non
ritiene che l'uno (rientri) nel numero è composto di un numero *? e di
un dispari °*, e secondo l'opinione di chi lo crede, è composto di un
dispari e di due pari ?*, e così il sei per la prima [fazione] è composto
di due dispari °°, o di un numero e di un pari’, e per la seconda è
composto di tre pari, e il sette per la prima è composto di un
dispari e di un pari ??, e per la seconda di un dispari e di tre pari '%, e
l'otto per la prima è composto di due pari '®', e per la seconda è
composto di quattro pari '%, e il nove per la prima è composto di tre
dispari '°*, e per la seconda di un dispari e quattro pari '%%; e il dieci
per la prima è composto di un numero e due pari '%%, o di un pari e
due dispari '%, e per la seconda di ciò che si computa dall'uno al
uattro '°” ed esso è il limite e la perfezione, poi gli altri numeri sono
dedort in analogia a questi esempi '%,
,
Disse anche che questi sono le radici delle cose esistenti '°, poi
che il numero è disposto ''® sul numerato e la misura sul misurato !!!,
e disse che il numero è ció in cui c'è la !!? dualità ''*, ed è la radice
dei numerati [273] e principio suo è la Mente ''*, in considerazione
del fatto che in essa ci sono due approcci, quello dal punto di vista
della sua essenza, e allora è possibile l'essere secondo la sua
essenza '!5, e quello dal punto di vista del suo principio ''*, e allora è
necessario l'essere secondo esso 17, e lo accoglie il due !!8; e [disse
che] il numerato in cui c'è la !!? trinità è l'Anima, quando si aggiunge
ai due approcci un terzo '? approccio, e il numerato in cui c'è la !?!
quaternita è la Natura quando si aggiunge ai tre un quarto [approccio) '?? e poi [c'è] il limite '23, cioè RP fine '** dei principi '?° e ciò che
[viene] dopo !26 [sono] i composti '?” e non fa [parte] dell'esistente
composto se non ciò in cui è anche [parte] dell'Elemento '?*, e l'Anima e la Mente sono una cosa, o fonte o segno ‘2°, finché si arriva al
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
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sette 19%, e i numerati si misurano su quello, e si arriva al dieci e dopo
[ci sono] '?' la Mente e le nove Anime nelle loro sfere '??, che sono i
loro corpi e le loro menti separate '**, e '* come la sostanza e nove
accidenti, e in genere si comprende lo stato delle cose esistenti '35 dal
numero, e le misure prime, e dice che il Creatore Altissimo
conosce '*° tutti i conosciuti '*” secondo la comprensione attraverso le
cause !**, che sono i numeri e le misure, ed esse non sono diverse, e la
sua conoscenza non è diversa !#, e però dice che ciò che si oppone
all'uno è l'elemento primo, come disse '4° Anassimene '*' che !4 lo
chiama hyle prima e quello è l'uno utilizzato '*? perché [274] l'uno che
è non come il [numero] uno, [sia] un uno donde proviene ogni
molteplicità '**, e dal quale la molteplicità attinge l’unità che è intrinsecamente connessa alle cose esistenti '*5, poiché non c'è esistente in
cui non ci sia, della sua '** unità, porzione a misura della sua predisposizione, poi della guida della Mente porzione a misura della sua
partecipazione, poi della potenza dell'Anima porzione a misura della
sua formazione e secondo quei segni '*’ [sono] i principi '** nei composti, poiché ogni '*? composto non è esente da mescolanze né privo
di una qualche proporzione '5° e ogni proporzione [viene] da una
perfezione o da una potenza di perfezione '5', o naturale '5? verso
ciò 153 che è principio del movimento, o da '** una perfezione spirituale !55, cioè il principio del senso !%%, e quando la mescolanza '57
umana raggiunge il limite della partecipazione a questa perfezione,
l’Elemento sparge '5 sopra di essa la sua unità, e la Mente '*? la sua
guida, e l' Anima '* la sua parola '9' e la sua sapienza '92. Disse anche
che poiché le composizioni geometriche sono disposte secondo le
proporzioni numeriche, noi '9* le abbiamo annoverate pure fra i principi !94, così alcuni fra i Pitagorici arrivarono [a dire] che i principi
sono le composizioni geometriche, secondo relazioni numeriche, e per
questo arrivarono [a ritenere] i mobili celesti dotati di movimenti
correlati al [moto] circolare '*%, cioè il più nobile dei movimenti e la
più sottile [275] delle composizioni '99; poi tornarono di lì alle parole,
tanto che alcuni di loro arrivarono [a ritenere] che i principi fossero le
lettere astratte dalla materia '®’, e stabilirono l'alfa '9* in corrispondenza all'uno ‘9°, il beta !?° in corrispondenza al due !7! e così via
riguardo alle corrispondenze, e io non capisco su quale lingua e
dialetto [la '7? stabilirono], poiché le lingue differiscono col differire
delle città e dei paesi; oppure su [276] quale criterio della composizione, dato che le composizioni pure sono diverse, e le lettere semplici
[sono] diverse, e lo stesso [dicasi] per i composti, [mentre] non [e]
così [per] il numero; infatti esso non differisce assolutamente, e alcuni
di essi giunsero anche '?? [a ritenere] che principio del corpo
sono le
tre dimensioni '”*, e che il corpo ne è composto, e fu stabilito 175 ¡]
punto in corrispondenza all'uno, la linea in corrispondenza al due, la
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superficie in corrispondenza al tre e il corpo in corrispondenza al
quattro '7® e considerarono queste corrispondenze nelle composizioni
dei corpi '”? e nel contesto '7* dei numeri; e di ció che si tramanda di
Pitagora è [anche] che le Nature sono quattro 7°, e che le Anime '*°
separazione dall'altra parte, a meno ??? che in esso non ci sia un po’
della Prima Luce 24, e per quello la Luce esista in esso come specie di
stabilizzazione e se non fosse così non sarebbe stabile per alcun
istante, e quella 22 poca luce è corpo dell'anima e della mente e ??
supporto di entrambe in questo mondo; e notò che l'uomo secondo la
che [sono] in noi pure [sono] quattro, la Mente, l'Opinione, la Sapienza e i Sensi '*!, poi in ciò regolò il numero sul numerato, e lo
spirituale sul corporale. Disse Abú “Ali Ibn Sina '#2, ed io imito
questo discorso a lui riferito '#, che si dice dell'essere della cosa
ratio della natura sta in corrispondenza a tutto il suo mondo, ed è un
piccolo mondo, e il mondo è un grande uomo ??”, e per quello
aumentò la sua parte dell'Anima e della Mente, di modo che chi fu
più bello nella costituzione della sua anima, nella purezza dei suoi
costumi 228, e nella purità dei suoi stati poté arrivare alla conoscenza
del mondo, e [a quella] delle modalità della sua composizione, e chi
invece perdette la sua anima, e non lo riguardano la purificazione e la
“uno” !84, [e] non [si dice] !85 [277] il suo !*° essere “esistente” o
“uomo”, ed esso '*? nella sua essenza precede gli [altri] due, poiché
l'animale unico [278] non si comprende come unico '** a meno che
non lo preceda il concetto dell'unità, per il quale esso è '** uno, e de
non fosse [così], non risulterebbe !°° [neppure] il suo esistere, e poiché '*! esso !°2 è il più nobile '*, il più semplice [e] il primo, e questa
è la forma della Mente !**, bisogna che la Mente sia l’uno secondo
questo punto di vista, e [che] la scienza [sia] sotto di quella nella
disposizione poiché essa [è] per la Mente e dalla Mente '*5, dunque
essa è la seconda [entità] che sta da sola rispetto all'uno '9° e da esso
si origina '9”; così 1% la scienza deriva dalla Mente e il concetto della
credenza e dell'opiniorie è il numero della superficie, e il senso è il
numero del solido, poiché la superficie '°° è tale da essere dotata di tre
lati, cioè 200 la natura della credenza che è più generale della scienza
ordinata ?°!, e ciò perché la scienza dipende dal noto [e dal] determinato 22, e la credenza e l'opinione propendono verso la cosa e il suo
opposto, e il senso [è] più generale della credenza 9, dunque è il
solido cioè il corpo che ha quattro lati; e di ciò che si è tramandato di
Pitagora è che il mondo è composto delle 2°* melodie semplici spirituali 295, e ricorda che i numeri spirituali non sono divisibili ma [279]
[sono] numeri delimitati 2% che noi tagliamo dal punto di vista dell'intelletto e che non si tagliano dal punto di vista dei sensi *°’, ed
enumerò molti mondi, e fra essi un mondo [che è] gioia pura nell’origine della creazione, e delizia e spirito nella posizione 7°* della natura
e da esso [viene] un mondo che è sotto di esso e del quale non si
parla 2°? come si parla dei mondi superiori, poiché se ne parla?!
secondo i toni spirituali semplici, e 2!! secondo i toni spirituali com-
101
nro
rettitudine 22°, uscì dalla numerazione del numero e del numerato, e si
sciolse dal legame della misura e del misurato, e divenne perso [e]
negletto 229, e talora dice che l’anima 2! dell'uomo [280] [consiste di]
composizioni numeriche o armoniche ???, e [che] per questo l'anima è
in corrispondenza alle armonie dei toni, e gode al loro ascolto, e
muta 733 ed è impressionata al loro ascolio ed è agitata 2, e poiché
esisteva prima della sua unione col corpo trasse origine da quelle
composizioni numeriche primarie ?*%, poi si congiunse coi corpi 7°°, e
dato che 2?” le disposizioni innate erano in corrispondenza con la
natura, e le anime si spogliarono dei legami esterni 748, si congiunsero
.col loro mondo, ed entrarono nella loro comunità, in una forma più
bella e più perfetta della prima 239, poiché 24° le composizioni primarie
erano difettose in quanto erano nella potenza e nella pratica e nella
lotta 24! in questo mondo, raggiunsero ?*? il limite [281] della perfezione, uscendo dal limite della potenza verso il limite dell'atto; disse
anche: 743 Le leggi che sono date a misura delle preghiere e delle
elemosine, e delle altre pratiche 244 della fede, sono per la proiezione
di questi legami in corrispondenza a quelle composizioni spirituali, e
talora arriva a fissare la composizione 745 da dire quasi che non c'è nel
mondo nulla altro che la composizione, e [che] i corpi e gli accidenti
sono composizioni e [che] le anime e le menti sono composizioni, e
fece ogni sforzo per fissare quella melodia come misura della composizione rispetto al composto, e la misura rispetto al misurato [come]
posti, e la gioia del primo è eterna [e] indivisa ?!?, e fra i toni quello
che [è] dopo [è] difettoso nella composizione ?!3, poiché il discorso
dopo non esce all'atto ?!* e 2!5 la gioia non è al limite massimo della
cosa con cui è guidato, e ne dipende 26; e Crisippo 247 e Zenone il
sapiente 24 furono seguaci di Pitagora nella sua opinione sul principiante 2*° e il principiato 25%, solo che entrambi dissero che il Creatore
Altissimo 25! ha creato l’Anima e la Mente in un colpo solo, poi ha
ogni mondo è sotto il primo nell'ordinamento, e si distinguono i
mondi 21? per la bellezza, lo splendore e Pornamento
?!*, e l'ultimo
residuo
*!? dei mondi [è] anche il loro peso ??% e la loro parte inferiore 22!, e così non si aggrega completamente ???, né la forma si
unisce alla materia completamente, ed è possibile per ogni sua parte Ja
creato tutto ciò che è sotto di esse attraverso la loro mediazione **?, e
[che] all’inizio le creó [come] immortali 253, e non sono possibili per
loro l'estinzione e l'annientamento 254, e sostennero che l'anima *55
uando era pura e casta da ogni impurità, venne nel mondo più alto
perfezione, poiché il tono non è al limite massimo dell'accordo ?'*, e
alla sua residenza 75°, che le somiglia e le è congenere, e che il corpo
Pagina 6
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)che [proviene] dal fuoco 25” e dall'aria era il suo corpo in quel
mondo 758, puro da ogni peso e torbidità; quanto all'involucro che
proviene dall'acqua e dalla terra, quello si estingue e si annulla ?%,
poiché non assomiglia al corpo celeste, dato che il corpo celeste è
sottile [e] non ha peso né si tocca ?9° e il corpo in questo ?9' mondo è
occultato nell'involucro, poiché ha una più forte spiritualità, e questo
mondo non assomiglia 29 al corpo ?9, ma l'involucro gli
assomiglia 2%, e [in] tutto ció che è composto e in cui prevalgono le
parti di fuoco e di aria prevale il corporeo, e [in] ciò che è
composto 265 e in cui prevalgono le parti di acqua e di terra prevale il
fisico 26%, e questo 2? mondo è il mondo dell'involucro, e quel mondo
è il mondo del corpo, e l'anima in quel mondo [282] si unisce al
corpo corporeo ?%, non fisico 26%, e invero non gli è possibile l'annientamento e l'oblio, e il suo piacere [283] è eterno [e] non se ne
stancano le nature e le anime 27; e si chiese a Pitagora: «Non parli
dell'annientamento del mondo?» 27! Rispose: «Esso raggiunge la causa
attraverso cui fu?”?, e quando la raggiunge ?”°, il suo movimento si
i
dei
quieta e si moltiplicano i piaceri superiori, cioè le composizion
toni 274, il che è come parlare della glorificazione e della santificazione
[come] cibo delle cose spirituali, e il cibo di tutto ciò che esiste, cioè
ciò da cui è stato creato quell'esistente» ??*,
Quanto ad Eraclito ??*
[284] e ad Ippaso ?””, furono fra i Pitagorici, e dissero che principio delle cose esistenti è il fuoco ?”*, e [che] ciò che ispessisce da esso
e si pietrifica è la terra 7°, e [che] ciò che si scioglie dalla [285] terra
per mezzo del fuoco diviene acqua, e [che] ciò che si scioglie dall'acqua per mezzo del fuoco diviene aria, dunque il fuoco € principio e
dopo di esso [viene] la terra, e dopo di essa l'acqua, e dopo di essa
l’aria, e dopo di essa il fuoco 2#° e il fuoco è il principio, e ad esso [è]
il ritorno, e da esso [proviene] la generazione, e ad esso [si riduce] la
corruzione ?#!,
Quanto ad Epicuro ?*?, che filosofò nei giorni di Democrito ?*,
pure è stato dell'opinione che i principi [286] delle cose esistenti siano
corpi percepibili razionalmente 284, i quali si muovono attraverso il
vuoto nel vuoto [287] infinito 285, solo che hanno tre proprietà, la
forma, la grandezza e il peso.
287 Ja
E 286 Democrito ha ritenuto che avessero due proprietà
si
non
grandezza e la forma soltanto, e sostenne che quei corpi
sono
essi
[che]
e
?8,
frangono
si
non
e
tagliano, cioè non si scindono
intelligibili, cioè comprensibili attraverso l'immaginazione, non attraverso il senso, e che si incontrano quelle parti nei loro movimenti
necessariamente e per caso, e si formano dal loro incontro le forme di
questo mondo ?* e le sue figure, e si muovono secondo tutte le
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
103
direzioni di movimento, e ciò è quanto è raccontato ?% di loro, che
dissero “per caso” e non stabilirono per essi un artefice che [ne]
rendesse necessario l’incontro e facesse esistere questa forma ?*!, e
costoro 7%? stabilirono l'artefice e stabilirono una causa dei movimenti
di quelle sostanze; quanto al loro incontro, ne dissero ?? che [avviene] per caso, dunque implicarono ?%* il formarsi del mondo per
caso e per l'urto 295; e Pitagora ebbe due allievi intelligenti 299, uno
dei quali chiamato Filincus 2°? e noto come Mar Zinùs ?9, che entrò
in Persia e richiamò la gente alla sapienza di Pitagora, [288] e congiunse la sua sapienza al Mazdeismo di [quella] gente, e l’altro chiamato Clono 2%, che entrò in India e chiamò la gente alla sapienza (di
Pitagora) *°° e congiunse la sua sapienza al Brahmanesimo di [quella]
gente 991, solo che i Magi come si è detto presero la [parte] corporea
del suo discorso e gli Indiani presero la [parte] spirituale 3°; e fra ciò
che Pitagora aveva predicato e aveva raccomandato, disse 23: «Io ho
visto questi mondi superiori col senso dopo la pratica profonda, e mi
sono elevato dal mondo delle nature al mondo dell'Anima e al mondo
della Mente, e ho investigato ciò che v'è in essi delle forme astratte, e
ciò che hanno della bellezza, lo splendore e la luce, e ho udito ciò che
hanno dei toni nobili, e delle voci commoventi spirituali» 39% e disse:
«Ciò che è in questo mondo comprende una quantità di bellezza per
cui viene ad essere un effetto della natura 395, e ciò che è sopra di esso
fra i mondi è più splendido, più nobile e più bello, al punto che la
descrizione arriva al mondo dell'Anima e della Mente e si ferma, e
non è possibile al linguaggio di descrivere 3° ciò che in essi v'è della
nobiltà, la grazia, la bellezza e lo splendore, dunque il vostro desiderio
e il vostro affanno sono per il congiungimento a quel mondo, affinché
il vostro permanere e il vostro perdurare si prolunghino al di là del
vostro mondo della corruzione e dell'oblio 3%, e veniate al mondo ?98
che è tutto ‘bellezza e tutto splendore, e tutto gioia e tutto gloria e
verità, e siano [289] la vostra gioia e il vostro piacere eterni [e]
indivisi» 39. Disse anche: «Più sono numerosi gli intermediari fra lui e
il suo Signore, più egli difetta nell'ordinamento dell'adorazione, e
poiché il corpo è bisognoso per star bene dell'ordinamento della
Natura, e la Natura è bisognosa, per la realizzazione delle sue operazioni, dell'ordinamento dell'Anima, e l'Anima è bisognosa, per le sue
scelte più nobili, della guida della Mente 3!9, e non c'è sopra la Mente
[nulla] che si riveli se non la guida divina, a mala pena chi cerca aiuto
nella purità *!! della Mente ha in suo favore come testimonianza
l'intelligenza ?'? d'esser contento [di lui] il suo Signore, e chi segue il
desiderio del corpo docile ai richiami della natura e favorevole alle
inclinazioni dell'anima è lontano dal suo Signore [e] difettoso nel suo
ordinamento» 3",
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105
Rreca» contenuta nella celebre opera. I primi due, dedicati uno a Talete e ad Anassicit., pp. 80-7), Sahrastàni dovette tener conto dei Placita philosophorum, questi dati sono
indicativi per inquadrare in una più precisa dimensione storica la sua spesso problemamene, ¢ l'altro ad Anassagora e ad Empedocle, sono stati pubblicati rispettivamente in
tica presentazione del pensiero antico.
«Elenchos», 11 (1981) pp. 355-74 e 111 (1982) pp. 87-107.
$ Sia pure, ovviamente, con l'avvertenza che non si può assolutamente generalizzare
quando si parla di tradizione antica nel mondo arabo, data la grande mole di testi
' È questo il terzo di una serie di studi volti ad esaminare la «storia della filosofia
? Per estensione, solo la “voce” Aristotele supera, nella trattazione $ahrastaniana,
quella dedicata a Pitagora. Varrà inoltre la pena di notare che, a parte le sfasature
cronologiche e, più semplicemente, l'ordine discutibile in cui i vari filosofi vengono
presentati, ci sono nella «storia» Sahrastaniana mancanze anche gravi, ad esempio per le
dottrine di Anassimandro e degli Eleati, tanto più inspiegabili in quanto questi autori
risultano noti al mondo arabo-islamico (per la sofistica il discorso sarebbe alquanto
diverso); altri filosofi sono trattati frettolosamente ed in modo discutibile, come gli
Accademici; altri sono difficilmente identificabili con le figure a noi note (Plutarco,
Euclide, Tolemeo); ricorrono, infine, nomi che non ci si sarebbe aspettati di trovare in
questa sede (come quello di Alessandro Magno; ma è ben nota l'attenzione che il
mondo arabo-islamico dedicò all'illustre allievo di Aristotele). Per ora, bastino questi
pochi cenni puramente esemplificativi, che spero di poter approfondire in seguito.
* Cfr. p. 241, 3-4 dell'ediz, Fahmi, cui mi rifaccio (vol. 11, Cairo 1948). Invero, i
ancora da esplorare.
6 Basterà ricordare, per i lettori non orientalisti, che Avicenna amò presentarsi
come colui che faceva rivivere nelle sue dottrine il nucleo più autentico del pensiero
“orientale” (questo è il significato della parola mairigiyy), cioè, prevalentemente, del
pensiero fiorito in area iranica. Su queste caratterizzazioni "geografiche”, tuttavia, la
critica ha lungamente discusso, come pure sull'effettivo impegno di Avicenna in questo
senso: della sua “scienza orientale" ci è rimasta solo la parte dedicata alla logica, ma non
sappiamo se il resto sia andato perduto o se, piuttosto, non sia mai stato scritto. Certo,
nella Logica orientale Avicenna contrappone la tradizione mairigiyy a quella greca,
privilegiandola. Sui problemi di interpretazione di quel testo sono, purtroppo, ancora
una volta costretta a rimandare ad altra sede; invece, sui rapporti fra Avicenna €
Sahrastani relativamente ad altre questioni discuterò nella seconda parte del presente
“sette sapienti" della tradizione greca sono altri: Solone di Arene, Cleobulo di Lindo,
Periandro di Corinto, Chilone di Sparta, Anacarsi lo Scita, Epimenide di Creta, ai quali
lavoro.
si può aggiungere, dei nomi citati da Sahrastàni, solo quello di Talete di Mileto. Del
resto, anche nel mondo antico la tradizione sui “sette sapienti” non fu sempre univoca:
seconda parte del presente lavoro.
basti ricordare PLAT, Prot. 342 E+343 A; resp. 1 335 E-336 À € x 600 A.
* Ad esempio, dai Placita philosophorum nella traduzione araba, a loro volta tradotti e studiati dal Daiber (cfr. H. Daiser, Aezius Arabus. Die Vorsokratiker in arabi.
scher Überlieferung, Wiesbaden 1980) — una delle principali fonti per la filosofia antica
nel mondo arabo-islamico — risulta che i filosofi da Sahrastáni presentati come i “sette
sapienti" sono fra quelli nominati più di frequente: Platone 61 volte, Empedocle 46,
Pitagora 36, Anassagora 27, Talete 21, Anassimene 11; Socrate solo 3 volte (questo,
però, si spiega certo col fatto che egli non lasciò nulla di scritto; dunque, tanto
maggiore rilevanza assume la “particolare” trattazione che di Socrate fa Sahrastäni).
Platone è anche il personaggio più nominato in assoluto, seguito dagli Stoici con 60
menzioni. Sarà anche opportuno ricordare in questa sede (riservando ad altra occasione
? Mi riferisco a quella dei rapporti fra essenza ed esistenza, per la quale si veda la
8 Cfr. Pitagorici. Testimonianze e frammenti, a cura di M. Timpanaro CARDINI,
Firenze 1958, 1962, 1964. L'indicazione dei tre fascicoli sarà abbreviata nel testo rispetti.
vamente dalle sigle TC 1, TC 11, TC 11; la cifra che segue indica il numero della pagina,
9 Il testo occupa le pp. 266, 12-282, 8 dell'ed. cit. Valgono anche in questa
occasione gli espedienti tipografici usati negli studi precedenti: sono fra parentesi quadre
le indicazioni delle pagine ¢ le aggiunte mie a chiarimento del testo; le parentesi tonde
sono nel testo. Pongo fra virgolette angolari i detti introdotti, oltre che da questa o
quella forma di gala («dire»), dalla particella inna, Sono riportate in nota le versioni
dell’Haarbrücker (Halle 1850-51) — introdotte dall'abbreviazione H seguita dal numero
della pagina —, quando differiscono dalle mie.
10 Aggiungo la virgola dopo Mnsärbs. Su Mnesarco padre di Pitagora cfr. TC 1 17,
una trattazione approfondita dell'argomento, senza escludere neppure l'esame completo
25, 33, 35, 37, 65; 11 103.
degli “accostamenti” operati nel testo, che possono essere stati non l'ultima causa di
talune evoluzioni e interpretazioni del pensiero anticq, nel mondo arabo-islamico) che
Aristotele è nominato, subito dopo Empedocle, 45 volte; che più frequentemente di
Pitagora cfr. TC 1 25, 27, 35, 37; 111 103.
"Ar: min abli Samia; aggiungo la virgola dopo Samia, Sulla città d'origine di
12 Aggiungo due virgole, dopo Sulayman e al-saläm. Si tratta qui di un'altra delle
Pitagora sono nominati solo Democrito (41 volte) ed Epicuro (40; ma sui rapporti fra
atomismo e pitagorismo anche alla luce di un esame dei Placita, come pure sulla
allusioni del testo Sahrastaniano a personaggi biblici (si ricordino quelle relative a
Davide e a Lokman nella “voce” Empedocle, per le quali cfr. «Elenchos», ut, p. 94 e
presentazione che nei Placita troviamo di Pitagora, tornerò nella seconda parte del
presente lavoro); che — per rifarci a quanto si osservava sopra, alla nota 2 — Anassifilosofi greci, Salomone, infatti, visse nel X secolo a.C.
mandro è nominato ben 15 volte, e Parmenide 11 (Melisso e Zenone una sola volta, ma
Senocrate, esplicitamente,
pure una volta);
non risultano invece nominati Plutarco,
Euclide e Tolemeo. Se, come del resto dimostra anche il Daiber (cfr. in particolare op.
note relative), che non hanno alcuna fondatezza storica se ricollegare alla cronologia dei
13 Cfr. l'allusione alla «lampada della Profezia» (p. 237, 10 e nelle "voci" Talete e
Anassimene, per cui si veda «Elenchos», 11, p. 363 e nota relativa, e p. 372). Sarà anche
opportuno precisare che sia per la natura progressiva di questi studi, sia per lo stesso
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Pagina 10
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)numeri); ARISTOT. metaph. M 6-8 (1080 a 11-34; 1080
b 36-1081 a 4; 1081 a 17-1082 a 19;
1084
a 35 sgg.) sull'origine dei numeri; metaph. N 1. 1088 a5 e phys. T 7. 207 b7 sul
numero come molteplicità numerata di unità (cfr. pure metaph. A 9. 991 b 24); sulla
serie dei numeri ancora PLAT. Epinom. 978
D e ARISTOT. metaph. M 7. 1082 b 35; per
una posizione critica in merito mefaph. M 8. 1083 a 23; sull'infinità dei numeri PLAT.
Phil 160-174. Sulle connotazioni dell'uno in particolare in merito a questo problema,
negli autori antichi, tornerò nella seconda parte di questo lavoro nel confronto fra
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
111
215 e 343). Sarà però opportuno approfondire l'esame di alcune altre testimonianze che
bene rispecchiano la non univocità della tradizione antica su tali concezioni, anche in
rapporto alla loro evoluzione nel mondo arabo-islamico. Così, per esempio, accanto alle
testimonianze secondo cui il numero deriva dall'Uno e dalla Diade, ce ne sono molte
altre che sostengono che il primo e più piccolo numero è la Diade (cfr. ad es. ARISTOT.
metaph, B 3, 999 a8; phys. A 12. 220
a 27 — collegabile a metaph. N 1. 1088
a 6 spp.
—; metaph. M 1085 b 10 in cui, secondo G. Reale in ARISTOTELE, La Metafisica, Napoli
atomismo e pitagorismo, Anche gli Ihwän as-Safa' parlano, com'è noto, della risoluzione
1968, vol. 11, p. 392, nota 17, si allude a Platone). Questo secondo gruppo di testi, a ben
del numero nell'unità (cfr. p. 50, 10); a tale proposito vorrei ricordare qui un passo
dell'opera, che ritengo particolarmente interessante: IS 57, 14-6: «E quando abbiamo
detto: Puno è la radice del numero e la sua origine, [significa] che l'uno, quando si
toglie dall'essere, il numero aumenta col suo aumentare, e quando si toglie il numero
dall'essere, non aumenta l'uno». Questo passo si può a mio avviso spiegare così: dato n,
n — | aumenta con l'aumentare di n; invece n — (n — 1) non aumenta con l'aumentare
di n, ma è sempre = 1. Mi sembra che tale contesto sia riavvicinabile alla concezione
dell'uno come “parimpari": cfr. per es. TC n 343: «l'uno partecipa della natura di
entrambi (pari e dispari), perché aggiunto ad un numero pari forma un dispari, ad un
dispari, un pari [...]» (tutte le traduzioni tratte da TC sono di M. Timpanaro Cardini) e
vedere, non risulta incompatibile con gli altri se non perché in quelli la Diade sembra
questo, la Diade è indivisibile, e si può quindi dire che è il numero “più piccolo”; come
TC m 79.
tale, non si può considerare neppure un “pari”, se “pari”, per definizione, è ciò che,
68 H 101: «ob dieselbe zur Zahl gehöre, wie es vorhin gesagt worden ist»; da parte
sua, Aristotele osserva che l'uno, in quanto principio di ogni numero, & anteriore al
numero (top. Z 4. 141 b8) e che l'uno è principio in quanto non è numero, ma misura
a 6). Cfr. anche IS 49, 14-5; «Così l'uno si dice in due modi, o
(metapb. N 1. 1088
secondo l'essenza, o per associazione [su questo punto cfr. quanto dirò oltre, alla nota
esser presentata come una
matrice e qui invece essa è chiaramente considerata un
numero. Però, il secondo gruppo di asserzioni è perfettamente conciliabile tanto con
l'idea che l'Uno, essendo principio dei numeri, perciò stesso non è un numero (cfr.,
sopra, note 67 e 68 ed inoltre TC 111 87 e 131-3; ARISTOT. metaph. H 3. 1044 a 2; I 1.
1053 a 28; 1 6. 1057123; N 1. 1087 b 33), quanto, ciò che maggiormente ci interessa in
questa sede, con l'idea dell'indivisibilità della Diade: infatti, come espliciterà lo stesso
Sahrastàni fra poche righe, se fosse divisibile, la Diade darebbe luogo a due unità; ora,
queste unità dovrebbero essere numeri, ma è noto che l'unità non è un numero. Per
diviso, dà luogo a due parti uguali (cfr. TC 11 51 e, per una posizione analoga, PLAT,
leg. x 895€). Su questa stessa linea, Sahrastäni asserirà di conseguenza che il primo
pari è il quattro (e di questa concezione, come pure di quella secondo cui l'Uno non è
un numero, risentirà, come vedremo, il suo modo di presentare le composizioni dei
numeri dall'uno al dieci). Ciò, tuttavia, in contrasto tanto con le testimonianze greche
92), e Puno secondo l'essenza, o è la cosa che non ha assolutamente parte e non si
secondo cui il doppio ed il due non sono la stessa cosa ma, semplicemente, il due è il
primo doppio (cfr, ARISTOT. metaph. A 5. 987 a 26 e TC 11 91), tanto con la posizione
* Sia per il rispetto della lettera del testo, sia per l'intelligenza di quanto seguirà, è
opportuno tradurre Var. zamj e fard con “pari” e “dispari”, anche se non si può fare a
meno di ricordare che questi due termini potrebbero rendere anche il gr. duds e povds.
Nella tradizione classica, è possibile ritrovare numerose testimonianze sia a favore della
concezione secondo cui i numeri si dividono in pari e dispari, sia a favore di quella per
cui i numeri derivano dalla Monade e dalla Diade (quest’ultima, assai più problematica).
Tra l'altro la traduzione da me proposta potrebbe anche essere avvalorata dalla posizione stessa dei due termini, zauj e fard (se essi avessero voluto rendere il gr. povác e
bvás quali principi delle cose, sarebbero stati, credo, nominati nell'ordine inverso). Per
la concezione secondo cui i numeri si suddividono in pari e dispari cfr. TC 11 79 e 125;
PLAT. Phaed. 104 A-E; 105 À (da notare en passant che il problema delle frazioni —
legato a quello pitagorico dell'incommensurabilità — è affrontato da Platone e dagli
degli Ihwän as-Safà' secondo cui «Quanto all'uno, non ha se non un solo successivo, e
Ihwän as-Safà', ma passato del tutto sotto silenzio da Sahrastàni); 105 D; ARISTOT. an.
$ahrastaniano sembra essersi anche perduto il senso delle argomentazioni, soprattutto
b 11 e 31; M 8.
a 40; cat. 10. 12a6; metaph. A 5. 986a 18; T 2. 1004
post, A 4. 73
aristoteliche, che identificano la Monade e la Diade rispettivamente con il finito e
1084 a3. Per la concezione secondo cui i mumeri traggono origine dall'Uno e dalla
l'indefinito: la Diade essendo indefinita perché dà sempre luogo a suddivisioni uguali,
senza lasciare l'uno nel mezzo (cfr, TC 111 175-9; 181; Arıstor. phys. T 4, 203 a 11, in
antitesi alla posizione degli Ibwàn as-Safá') La Monade invece è ciò che scandisce
Diade cfr. invece TC 1 253; TC m 101, 103; AristoT. metaph. M 7. 1081 a 14 sgg.; N
2. 1088 b 28; N 3. 1091 a 5 (sulla identificazione di Uno e Monade cfr. poi TC 11 123,
cioè il due, e l'uno ne è la metà, ed è uguale ad esso per due volte» (57, 13-14), A sua
volta, si può ipotizzare che questa posizione sia stata influenzata dalla teoria (platonica)
riferita da Aristotele secondo cui dalla Diade vengono tutti i numeri, meno i primi
(metaph. A 6. 987 b 34). Sembra accreditata l'interpretazione per cui "i primi” sarebbero
appunto i numeri dispari, che si ottengono aggiungendo l'uno ai numeri pari (cfr. al
proposito, oltre ai testi sulla natura del “pari”, sopra ricordati, anche TC 11 51 e 127 e
Arıstor. top, Z 11, 149 a 30 sgg., ove il dispari è definito come il «numero che possiede
un fulero», trad. G. Colli; anche per Platone, Phaed. 105 c, si ottiene il dispari là dove
c'è la Monade). Ma per tornare al testo donde siamo partiti, varrà la pena di notare che
un altro motivo per cui non ritengo che z4auy e fard indichino, in questo testo, rispettiva.
mente la Diade e la Monade, ma semplicemente il pari e il dispari, è che nel contesto
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l'indefinito, allo stesso me’ che la materia è scandita dalla causa (cfr, TC 111 219), Eco
di tali posizioni resta, credo, soltanto nella definizione sahrastaniana del tre come il
corporei e ventiquattro angoli superficiali E quando il numero quadrangolare quadrato
si moltiplica per un numero minore della sua radice, il risultato del suo prodotto si
primo dispari (ma sul non completo accreditamento di questa concezione nelle testimonianze greche si veda oltre, nota 75), che presuppone evidentemente la definizione del
dispari degli Ihwan as-Safà' («pari è ogni numero che si divide in due metà intere, e
chiama numero corporco “a mattone", e il corporeo “a mattone" è quello che ha
lunghezza e larghezza uguali, e profondità minore di esse [...] E quando il quadrangolare
dispari ogni numero maggiore, rispetto al pari, di uno. Quanto all'origine dei numeri
pari, parte dal due per ripetizione costante, come si vede [...] Quanto all'origine del
dispari, parte dall'uno, quando gli si aggiunge due, e a quello si aggiunge due sempre,
necessariamente [...)». Questa concezione è evidentemente influenzata dai testi greci
sinora discussi, oltre ai quali mi pare significativo segnalare anche TC 11 73, ove si
precisa che pari e dispari sono principio della Monade, in quanto parimpari, e dei
numeri.
79 Lett.: «il numero semplice primo».
quadrato si moltiplica per [un numero] maggiore della sua radice, il risultato si chiama
numero corporeo “a pozzo" [...] e il corporeo “a pozzo" è quello la cui profondità è
maggiore della lunghezza e della larghezza [...} E ogni numero quadrangolare non
quadrato moltiplicato per il suo lato più piccolo dà un risultato che si chiama corporeo
“a mattone”; e se si moltiplica per il suo lato più lungo il risultato si chiama corporeo
“a pozzo”, e se si moltiplica per un numero minore di entrambi, o maggiore, il risultato
si chiama corporeo “a tavoletta" [...] E il corporeo “a tavoletta" è quello la cui
lunghezza è maggiore della larghezza, e la cui larghezza è maggiore della profondità
[...}» (69, 10-71,21), Per analoghe concezioni cfr. anche l'Epistola sulla geometria, pp: 93,
71 Cfr. IS 57, 16-7: «E quando abbiamo detto: il due è il primo dei numeri in
assoluto, significa che il numero è molteplicità delle unità, e il primo della molteplicità è
11-95, 6 e 102, 3-8.
due», e IS 56, 23-57, 1: «E proprietà del due è di essere il primo numero in assoluto, e
di scandire la metà dei numeri: i pari, non i dispari». Per la concezione per cui il due
un pari e non è certamente un dispari. H 101: «und das Gerade ist einer ihrer Theile,
sarebbe il primo pari cfr. invece A. BAUSANI, op. ait, p. 246.
7? Cioè, il quattro, come s'è già accennato, è il primo pari. Diversa, in questo caso,
l'idea degli Ihwän as-Safá' (IS 57, 2-3; cfr. in merito anche A. BAUSANI, op. cit., p. 246),
per i quali il quattro è il primo numero quadrato, Essi così spiegano (IS 57, 21-2): «E
quando abbiamo detto: il quattro è il primo numero quadrato, è perché è il due
” A Sahrastäni risulta difficile dare una definizione del due. se esso non può essere
wie könnte es also sie selbst sein?». Sulla concezione per cui il due è “il doppio di uno"
cfr. A. BAUSANI, op. cit., p. 65. .
74 Lett.: «il dispari semplice primo».
75 Su questa concezione, cfr. TC 11 183, ma anche TC 111 109: «Infatti, secondo
quanto dicono anche i Pitagorici, il tutto e tutte le singole cose sono delimitate dal tre;
ché principio, mezzo e fine contengono il numero del tutto; e sono appunto tre». Ma
moltiplicato per se stesso, e ogni numero, quando è moltiplicato per se stesso, diventa
Platone sostiene che il tre non è né pari né dispari (Phaed. 106 8-c), e Aristotele riporta,
quadrato, e il risultato di quello è ciò di cui si può estrarre la radice». Anche se non
fra le altre, l'idea pitagorica che dispari debba essere l'uno, e non il tre, in quanto, se
immediatamente pertinente al contesto di cui ci occupiamo, vorrei ricordare il contesto
secondo cui ciò che risulta dal prodotto di un uguale per un uguale si rappresenta con
così fosse, il cinque non potrebbe essere dispari, dato che non si formerebbe mediante
la figura del quadrato e si chiama quadrangolo ed equilatero, mentre ciò che risulta da
8, 1084
a 37); per converso, però, in N 4. 1091 a 24 egli riporta una teoria (probabilun numero maggiore per un minore o da un minore per un maggiore e racchiude una
mente platonica) secondo cui tre sarebbe il primo dispari, e due il primo pari (cfr.
figura con un lato maggiore e uno minore si rappresenta con la figura del rettangolo e si
chiama numero rettangolare (cfr. TC 11 77-9 e PLAT. Theaet. 1478-148A dove il
as-Safa': «E quando abbiamo detto: il tre è il primo dei dispari, è così perché il due è il
traduttore, Valgimigli, parla di numeri «quadrati» e «oblunghi»).
l'aggiunzione dell'uno al pari, ma mediante l'aggiunzione del due al.gispari (metaph. M
l'interpretazione condivisa da Reale, op. cit, vol. u, p. 438, nota 2). E gli Ihwän
Ma la tradizione
primo numero, ed è pari, e lo segue il tre, ed è dispari. E quando abbiamo detto: esso
pitagorica parla anche di numeri lineari, poligonali, piani e solidi di ogni specie (cfr, TC
scandisce un terzo del numero, ora i dispari e ora i pari, (significa) che supera i due
1 127 e la lunga nota esplicativa). Tutto questo richiama l'interessante contesto
degli
numeri, e scandisce il terzo rispetto ad essi, e quel terzo è ora pari, ora dispari» (57,
Ihwän as-Safà' secondo cui « [di] ciascuno di due numeri, quali che siano, quando si
moltiplicano l'uno per l'altro, il risultato si chiama numero quadrangolare. E se i due
un terzo dei numeri: ora i dispari e ora i pari» (IS 57, 1-2). Sul tre come triplo di uno
numeri sono uguali, il risultato del loro prodotto si chiama numero quadrangolare
cfr. A Bausant, op. cit., p. 65; sul tre primo dispari cfr. ibid., p. 246.
quadrato [...) E [di] ciascuno di due numeri diversi, quali che siano, quando uno dei
17-20). E ancora: «E proprietà del tre è di essere il primo numero dispari e di scandire
76 H 101: «ein».
due si moltiplica per l'altro, il risultato si chiama numero quadrangolare non quadrato
77 È questa un'allusione alla natura “quadruplice” delle cose, rilevata anche dagli
[...) [Di] ogni numero quadrangolare, che sia quadrato o no, moltiplicato per un altro
numero qualsiasi, il risultato si chiama numero corporeo, e [di] ogni numero quadran-
Ihwän as-Safa': «{...) le questioni numeriche siano conformi ai gradi delle questioni
golare quadrato, moltiplicato per la sua radice, il risultato si chiama numero corporeo
cubico [...] E il cubo è il corpo la cui lunghezza, larghezza e profondità sono uguali, e
[...] come quadruplici, come le quattro nature, che sono il caldo, il freddo, l'umido e il
secco; e come le quattro radici, che sono il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra; e come le
quattro mistioni, che sono il sangue, il flegma e le due bili, la bile gialla e la bile nera; e
ha sei facce quadrate, uguali ai lati, ortogonali, e ha dodici lati paralleli, e otto angoli
naturali, e ciò perché la maggior parte delle questioni naturali le ha poste il Creatore
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quattro creati, che sono i minerali, le piante, gli animali e l'uomo, e in questo modo la
questo caso: «E proprietà del cinque è di essere il primo numero circolare, e si chiama
sferico» (57, 3). Spiegazione: «E quando si dice che il cinque è il primo numero
circolare, il significato ne è che quando viene moltiplicato per se stesso, finisce con se
stesso, e quando quel numero risultante dalla sua moltiplicazione viene moltiplicato per
maggior parte delle cose naturali sono quadruplici» (IS 52, 15-53, 3); cfr. anche A.
se stesso, pure finisce con se stesso, e così sempre: per esempio, cinque per cinque
BAUSANI, op. cit., pp. 26, 62, 67, 73, 114, 120, 123, 129, 145, 153 e per antichi testi
uguale venticinque, e quando il venticinque si moltiplica per ciò che gli è simile, si ha
pitagoria TC 1 151-3; u 11 (tutto è trinità), 21, 141, 225; mi 167, 221. E ancora, in
seicentoventicinque; e pure quando si moltiplica questo numero per se stesso, si ha
trecentonovantamilaseicentoventicinque; e quando si moltiplica questo numero per se
stesso, risulta un altro numero più venticinque. E vedi come si conserva il cinque di per
sé e ciò che deriva da esso sempre, inevitabilmente, e questa ne è la raffigurazione:
5-25-625-390625» (57, 23-58, 8). Bausani (op. cit., p. 34) traduce ugualmente «circolare»
e spiega che «ogni potenza di 5 termina per 5».
come le quattro stagioni, che sono la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno; e come
le quattro direzioni, e i quattro venti: quello dell'Est, e dell'Ovest, e del Sud e del
Nord; e i quattro poli, quello ascensivo e discensivo, e del cielo e della terra; e come i
piena armonia con l'intero testo ¿ahrastaniano: «E sappi che [di] queste questioni
naturali la maggior parte è divenuta quadruplice per la Provvidenza del Creatore [...) e
per l'esigenza della Sua sapienza, perché i gradi delle questioni naturali fossero conformi
ai gradi delle questioni spirituali che sono al di sopra delle questioni naturali; e cioè
quelle che non sono corpi, e ciò perché le cose che sono al di sopra della natura sono
secondo quattro gradi, dei quali il primo è il Creatore Altissimo, poi sotto di Lui la
Mente universale agente, poi sotto di essa l'Anima universale, poi sotto di essa la
Materia prima, e tutto questo non è corporeo» (IS 53, 4-9, secondo l'usuale “stratificazione” di matrice in certo modo “neoplatonica”).
1% H 101: «Deswegen theilte er mit der Vierheit ab, — nicht in Wahrheit mit der
Vierheit, welche [...]».
#5 Cfr. IS 57, 3-4 che così spiegano: «E quando si dice che proprietà del sei è di
essere il primo numero completo, significato ne è che [di] ogni numero, quando si
sommano le sue parti, [il risultato] è simile a quel [numero],e ugualmente quel numero
si chiama numero completo, e il sei ne è il primo, e ciò perché ha una metà, e cioè il
tre, un terzo,
¢ cioè il due, e un sesto, e cioè l'uno, e quando si sommano queste parti si
ha ugualmente sei» (58, 14-18). Si tratta dunque della stessa spiegazione che darà fra
79 Sul “numero della giustizia”, cfr. TC mi 63. Ad analoga tematica si possono,
poco Sahrastäni, il quale pure parlerà di «partis nel senso di «divisori». Bausani (op. cit.,
credo, ricondurre le discussioni secondo cui, una volta identificata la virtù col numero
p. 34) rende lar. fámm con «perfetto», intendendo: «uguale alla somma dei suoi
(cfr. magn. mor. A 1. 1182a 11 ed oltre, note 87 e 89), Aristotele asserisce che l'uno è il
8°
H 101: «das». Cfr. IS 61, 9-10: «E il pari si divide in tre specie: [1] pari del pari,
divisori, escluso il numero stesso». Ciò è conforme alla moderna terminologia matematica, che dà dei “numeri perfetti” proprio questa definizione. Al proposito, non si è
potuto ancora trovare la dimostrazione in base alla quale stabilire se tali numeri siano o
no infiniti. E gli Ihwän da parte loro rilevavano: «E nessun numero prima di esso ha
questa particolarità, e tra quelli dopo di esso [ce l'hanno) il ventotto, il quattrocentono-
[2] pari del dispari,
[3] pari del pari e del dispari». E riguardo al “pari del pari”: «è ogni
vantasei, l'ottomilacentoventotto, e questa ne è la raffigurazione: 6-28-496-8128» (58,
numero che si divide in due metà intere uguali, e in metà delle due metà sempre, finché
18-20;
cfr. pure 65, 1-8). Essi, inoltre, operavano un raffronto fra il cinque e il sei, che è
andato invece perduto nel resoconto äahrastaniano: «E il sei ha una somiglianza col
cinque in questo senso, tuttavia non ha una sequenza pari a quella del cinque e dei
numeri che lo seguono: sei, trentasci, milleduecentonovantasei, sei per sei uguale trentasei, infatti il sei si riduce nella sua essenza, ed appare trenta; e quando trentasei si
moltiplica per se stesso, risulta milleduecentonovantasei, ed appare il sei, e non appare il
trenta. Ed è chiaro che il sei si conserva, mentre non si conserva ciò che deriva da esso;
mentre il cinque si conserva, e [si conserva anche] ciò che deriva da esso, sempre» (58,
9-14). Effettivamente, da ogni prodotto delle successive potenze di cinque, risulta un
numero che non solo termina col cinque, ma con l'intera cifra che è stata moltiplicata
bene (eth. nic. A 6. 1096b
6, cfr. B 6. 1106
b 30): forse perché, come si inferisce dalle
discussioni da me ricordate alla nota 69, l'uno come “finito” si contrappone alla diade
indefinita, e, per i Pitagorici, il bene «è il terminato» (cfr. ad es. TC m 87).
la divisione si fermi all'uno» (61, 10-1). Cfr. TC mi 125: «I Pitagorici dividevano il
numero in pari e dispari; e il pari, in parimente pari, parimpari e imparimpari; €
chiamavano‘parimente pari’ il numero divisibile per due fino all'unità
[...]».
“1 H 101: «des» (evidentemente errore per «das»). Cfr. IS 62, 22-3: «Quanto al [2]
pari del dispari, è ogni numero che si divide in due metà una volta sola, e non arriva,
nel [processo di] divisione, a uno» e TC 111 125-7: «[chiamavano] ‘parimpari’ quello che
diviene indivisibile per due subito dopo la prima dicotomia [...]».
#2 H 101: «das», Cfr. IS 63, 5-7: «[...] quanto al [3] pari del pari e del dispari, è
ogni numero che si divide in due metà più di una volta, e non arriva, nella divisione, a
uno» e TC 111 127: «[chiamavano] ‘imparipari’ poi, quello che può ricevere più dicotoper se stessa (ma questo è valido solo fino al numero 625). Cfr. su questi numeri A.
mie [...J». In TC mi 129 si precisa inoltre: «Conviene sapere che quel numero che i
BAUSANI, op. at., pp. 190 e 246.
Pitagorici chiamavano imparipari, il quale è suscettibile di più divisioni per due, ma non
*6 H 101: «durchweg».
fino a raggiungere l'unità, lo conosce anche Euclide [...]e; ed Euclide è una delle fonti
dichiarate dell'Epistola degli Ihwän as-Safa’.
5 H 101: «nannte er»,
TM Questa e le qualifiche che seguono sono comuni anche agli Ihwän as-Safa'. In
87 Cfr. IS 57, 4 e ancora la precisazione secondo cui «(...] questa proprietà non si
trova in nessun numero prima del sette
s
[...)» (IS 58, 7). Essa è così spiegata, più
particolareggiatamente
che in Sahrastani: «E quando si dice che il sette è il primo
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)limite” dei numeri. Esso è infatti il primo numero a godere della proprietà di cui alla
nota 87.
13! Queste parole mancano in H.
132 Aggiungo virgola dopo bi-a/lakiba.
1) H 103: «immateriellen».
154 Manca in H.
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
121
(matrice di tutto, e opposto alla “materia”), oppure il “principio numerico” che è la
vera essenza delle cose (e, ugualmente, ad esse si contrappone) ed è, naturalmente,
distinto dal numero matematico. Dio è assimilato all'uno (non numerico) anche alla
“voce” Anassimene (cfr. «Elenchos», 11, p. 370). Cfr. anche sopra, passim e nota 114.
Comunque, sulla concezione per cui il numero contiene e unisce tutte le cose, essen111 51, 77 e 91; con particolare riguardo all'armonia del
e materia cfr. TCo
done principi
“numerica”. È ben vero che immediatamente prima si parlava in modo inequivocabile
cielo cfr. TC mı 61-5 e 91-3; cfr. ancora ARISTOT. metapb. A 5. 985 b 26, B 5. 1002 a 12,
b 20; de wel. T 1. 300a 15 e con particolare riferimento al ciclo metapb. N 3.
A 8. 1017
a 20-35; sui rapporti fra elementi e numeri cfr. PLAT. Tim. 538 (e inoltre Tim.
1090
518, 56D, 618, 824); sui rapporti matematici Tim. 358 sgg. ed anche, sotto altro
rispetto, resp. 5468 sgg. ed Epin. 991D-992 a. Naturalmente, l'opinione che tutte le
cose siano costituite da numeri e rapporti numerici non è unanimemente condivisa. Cfr.
ad es. TC m 93 e 159 (come potrebbero differenziarsi cose convergenti sotto lo stesso
a 32 (nelle cose c'è il movimento, che
numero?); Arisrors meiaph. A 8. 989 b 29-990
non si trova nel numero). A queste discussioni si riallacciano naturalmente quelle
intorno alla natura del numero. Così ad es. il numero è sostanza, per coloro che
ritengono che sia la vera essenza delle cose (cfr. per es. TC 111 99 e ARISTOT. metaph. M
proprio della conoscenza di Dio ma, come ho notato a suo tempo, finché si vuol dire
b 16 sgg.).
1. 1076a 17 e M 6. 1080
che Dio conosce attraverso le cause — cioè attraverso i numeri —, la cosa non fa
difficoltà se tali cause sono cause di tutta la realtà. Ma il senso dell'affermazione
Sahrastäni tornerà ancora oltre.
135 H 103 aggiunge: «nur».
144 L'idea che Dio conosca le cose conoscibili per causas, cioè attraverso i numeri e
le misure che ne sono la vera essenza, richiama la polemica, vivissima nel mondo
arabo-islamico e condivisa ad es. anche da Avicenna, se Dio conosca anche i particolari,
o soltanto gli universali.
"7 H 103: «wissbaren Dinge».
13% H 103: «dass er die Ursachen inne habe».
1% Il pronome al maschile presuppone che si tratti della conoscenza di Dio. Ma, a
mio avviso, è molto strano che Sahrastani volesse presentare un tipo di conoscenza
divina, adatta, per così dire, a cogliere le cause numeriche attraverso una intellezione
secondo cui «i numeri e le misure [...] non sono diverse» è a mio avviso che essi sono
della stessa natura, e inoltre che sono immutabili (a differenza degli oggetti sensibili di
cui pure sono il fondamento). Quindi, affermare che, di tali entità, «la conoscenza non è
diversa» può soltanto significare che essa si svolge sempre allo stesso modo, sulla
astratta base della natura delle entità da conoscere. In conclusione, ritengo
che bisognerebbe sostituire al maschile un pronome neutro, che consentisse di intendere «la loro
Gal, delle misure e dei numeri) conoscenza non è diversa», e di sottintendere «per
l'uomo — non per Dio —»; si pensi al discorso che tra poco Sahrastani farà a proposito
delle lettere e delle lingue: l'uomo conosce oggetti di varia natura attraverso procedimenti adatti a ciascuna di quelle nature, ma la conoscenza di Dio è sempre la stessa.
14° H 103: «gethan hat».
41 La locuzione tin tüv Svtwv ricorre nel fr. 2 di Anassimene, ma tutte le
somiglianze si fermano qui. Nessuna testimonianza dielsiana infatti riecheggia, nel contenuto, le parole di Sahrastani, che per questo Anksmänis parla specificatamente addirittura di al-bayula'l.ula. D'altro canto, neppure nei Placita arabi si trova alcuna testimonianza che consenta di accreditare su una qualche base storica il riferimento del nostro
autore.
142 Ar.: wa.
143 H
103: «dessen Hilfe in Anspruch genommen werde, denn was das Eine
146 Cioè, di questo uno-principio. Cfr. anche quanto detto alla nota 63.
147 Cioè, secondo la presenza dell'unità, della guida della Mente e della potenza
dell'Anima negli esseri esistenti. Nella caratterizzazione dell'uno, appena precedente,
potrebbe essere adombrata la concezione di Dio come dator formarum (si pensi ancora
una volta alla frequente identificazione, in ambiente arabo-islamico e sulla scia dei
commentatori di Aristotele, di Dio con l'Intelletto agente). Inoltre, l'intero passo ricorda assai da vicino il contesto ¿ahrastaniano della “voce Empedocle, come vedremo
più in dettaglio fra breve. Questo testo sembra poi autorizzare ad una nuova interpreta
zione del rapporto delle tre ipostasi con le cose create: Dio che informa, la Mente che
guida, l'Anima che fa da sprone, interpretazione che richiama troppo noti contesti
platonici.
14 H 103: «die Einwirkungen der Elemente».
149 H 103: «so dass kein [...}».
150 H 103: «frei von irgend welcher Mischung (Temperament) ist und keine Mischung [...]».
151 H 103: «und keine Proportionalität ohne Vollkommenheit oder eine Kraft der
Vollkommenheit».
152 H 103 aggiunge: «instrumentale».
153 H 103: «welche».
betrifft».
“+ H
145 Subentra qui l'ulteriore caratterizzazione dell'uno, come “forma”, sulla quale
103 integrando un testo di non facile intendimento: «welches nicht den
Einheiten gleich ist und welches ein solches Eines ist, worauf alle Mehrheit zurückgeht
[...l». Non è chiaro, inoltre, se Puno cui Sahrastàni fa riferimento sia lo stesso Dio
154 H 103: «sei es».
185 Si badi però che Var. è nafänıyy (da nafs, anima; spirito — di livello piü alto
che l'anima — corrisponde all'ar. rüh).
Pagina 16
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Pagina 17
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125
senso chiarito
sopra, alla nota 180). Chiamavano la mente monade e uno perché essa &
un problema complesso che per la natura del presente studio io non posso non trattare
salda e tutta in sé uguale e dominatrice; ma anche sostanza, perché la sostanza &
l'elemento primo. L'opinione è il due, per il fatto che è mutabile tra l'uno e l'altro; ma
esclusivamente dal punto di vista della posizione avicenniana (per la quale si veda oltre),
la chiamavano anche movimento e addizione [...J»; 107: «[...) E la nostra anima [...] è
studiato il rapporto fra essere e uno: PLAT. Parm. 142 D sgg.; sull'eguaglianza di essere ¢
uno Aristor. de an. B 1. 412 b 8; cat. 5. 3b 12e 4a 11; metaph. B 4. 1001 a 10 e 27,1 2.
formata dalla tetrade, cioè: mente, conoscenza, opinione, senso (cfr. ancora la spiega»
zione della nota 180); donde proviene ogni arte e scienza e per la quale noi stessi siamo
forniti di ragione». Si vedano anche PLAT. resp.
477 C sgg. (e, per una “scala di
conoscenza", 511E e 533 E-534 A); Tim. 37 8-c e 51 D e ARISTOT. de an. A 2. 404 b 23
(cui à presumibilmente ricollegabile A 3. 407 a 8).
152 Aggiungo virgola dopo Sind, Avicenna è, com'è noto (cfr. p. 365, 8 dell'ed.
Fahmi nonché Carra DE Vaux, 5.0. Sahrastäni, in Encyclopédie de l'Islam, vere éd.), una
delle principali fonti — con Temistio — del nostro autore per Aristotele, ma, come si
vede, non solo per Aristotele. Sul problema qui dibattuto in particolare, in rapporto ad
Avicenna, debbo ancora rinviare alla seconda parte del presente lavoro,
16% H 105: «sehr wahrscheinlich hat ihn zu diesem Ausspruche die Behauptung
geführt [...)».
“4 Aggiungo virgola dopo wáhidan,
145 H 105: «dass das Ding Eines sei, sei etwas Anderes».
146 Cioè, della cosa. H 105: «als dass dasselbe [...]».
1#7 Cioè, l'uno. H 105: «Jenes».
188 H 105: «das eine Thier sei also nicht Eines [...J».
199 Ar.: sara.
199 H 105: «nicht vollständig sein».
191 H 105: «es sei demnach».
192 Cioë, l'uno.
19) Aggiungo virgola dopo al-airaf.
1 Aggiungo virgola dopo al-‘agl.
195 Sposto la virgola da bi'/-‘agl a dopo min al-“agl, H 105: «komme».
19% Tolgo la virgola dopo al-wahid, H 105: «es sei also die Zwei, welche von der
Eins getrennt sei». Si riprende qui ancora una volta la visione “piramidale” dell'essere,
dove la Mente è rappresentata come unitaria (cfr. anche sopra, nota 50) in quanto
assimilata alla scienza di fronte alla molteplicità dell'opinione.
197 Aggiungo punto e virgola dopo minhu.
198 H 105: «wie»,
199 H 105 rende, integrando: «und (der Begriff) des Sinnes die Zahl des (mathematischen) Körpers (4); die Fläche sei [...]».
200 Manca in H.
191 H 105: «welche umfassender sei als das Wissen, was den Standpunkt anlangt».
202 H 105: «mit einem bestimmten Gewussten zusammenhiinge».
29) Cfr, i ben noti testi di ARISTOT, an. post. A 1-6 passim, Dall'intero discorso
dahrastanisno si evince così che, ancora una volta, la scienza risulta assimilata all'uno (e
l'opinione al due) in quanto l'uno è il primo elemento caratterizzante la sostanza, 0 per
meglio dire la conditio sine qua non della sua conoscibilità, Si tratta, com'è ben noto, di
Varrà però comunque la pena di ricordare almeno alcuni dei testi antichi che hanno
1003 b 23, Z 4. 1030
b 10; Z 16. 1040
b 18, H 6. 1045 b 6, I 2. 1053 b 25, I 2. 1054 a 13sg. K 1, 1059 b 27-33, K 2, 1060b5, K 3. 1061b 11, N 2. 1089
b 5; dall'uno consegue
l'essere in top. I 7. 169
a 35; l'essere e Puno sono considerati principi delle cose in
metaph. B 3. 998b 20; sostanza delle cose in metaph. B 1. 996
a 6, B 4. 100146, T 2.
1003
b 33; dubbi risultano B 4. 1001a20 e H 6. 1045b3; l'uno è presentato come
sostanza in metaph. I 2. 1053 b 12, ma questa opinione non è condivisa in 1053 b 20; la
monade è principio e unità in top. A 18. 108 b 26 sgg., ma l'unità è dichiarata come non
facilmente spiegabile in I 6. 1691224; ancora, essere ed uno appartengono ad ogni
oggetto secondo top. A 1. 121b7 e A 6. 127
a 27; sulla caratterizzazione dell'essenza da
parte dei Pitagorici cfr. poi metaph, A 5. 987 a 13 sgg.; l'uno è sostanza (per Platone e i
Pitagorici; si pensi al “platonismo” di Sahrastáni!) in meraph. A 6. 987b22, A 6.
1016
a 24 e b 4; ci si domanda se esso sia materia o forma in metaph. M. 8. 1084
b 16:
per Aristotele, il numero è come la materia (cfr. metaph. M. 8.
1084b6 e N 5.
1092 b 17, ma cfr. N 5. 1092 b 25), per i Pitagorici (?) è forma (metaph. N 1. 1087 b 9,
15 e anche Z 11. 1036 b 18), evidentemente sulla linea dell'intero discorso 3ahrastaniano.
Vorrei inoltre richiamare un passo aristotelico che riprende quasi alla lettera la posizione
del nostro autore: «[...] si stabilisce che l'animale in sé proviene dall'idea stessa dell'Uno
L..)e (de an. A 1. 404 b 20; trad. R Laurenti; cfr. anche la nota esplicativa 32 a p. 107 in
ARISTOTELE, Opere, vol. ıv, Bari 1973); di particolare interesse risulta infine a mio
avviso metaph. B 3. 998 b 22.
104 H 105 aggiunge: «nur»,
203 Cfr., sui numeri come principio di armonia, PLAT. Epinom. 990 c-991 8; Arıstot. metaph. À 5. 985 b 32; sulla natura armonica e il moto armonico degli astri PLAT.
Tim. 40 c; ARISTOT. metaph. A 5. 986 a 3 sgg. e de wel, B 9, 290 b 14 sgg. Riferimenti a
queste tematiche si possono naturalmente trovare anche nell'Epistola sulla musica degli
Ihwän as-Safa’, in particolare nel capitolo I movimenti delle sfere sono armonie così come
le armonie delle feste (pp. 206, 19-218, 1 dell'ed. cit.; per comprendere la particolare
natura della trattazione basterà leggere il riassunto di A. BAUSANI, op. cit., pp. 60 sgg.) e
nel capitolo Sulla vera natura delle armonie delle sfere (pp. 225, 5-229, 1 dell'ed, cit.). In
questa Epistola figura anche un capitolo Sulla menzione delle cose quadruplici (pp. 229,
2-232, 21 dell'ed. cit.) il cui contenuto ben potrebbe integrare quanto ricordato sopra,
alla nota 77. Cfr. anche A. BAUSANI, op. ait., pp. 26, 49, 184-5,
206 H 105: «[...] die geistigen Zahlen untrennbar seien, einheitliche Zahlen [...]».
207 Sull'uso di questa e affini locuzioni in Sahrastäni e in altri autori islamici
tornerò ancora a proposito dei rapporti fra atomismo e pitagorismo. Cfr. anche, ad es.,
A. Bausani, op. at., p. 174; sull'uno indivisibile cfr. TC 11 447 e ARISTOT. an. post. A 2,
72 022; metaph. B 3. 999a2; A 6. 1016b23; I 1. 1053a
1; M 8. 1084b33; M 9.
b 17; prob! 9164 1; sul problema se l'uno — in quanto indivisibile — abbia
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127
grandezza cfr. metaph. M 6. 1080b20; sul problema se i numeri in genere abbiano
microcosmo e al Cosmo come macrantropo (rispettivamente vol. 11, pp. 456-79 e vol. 11,
grandezza TC 11 93 e ARISTOT. metaph, M 7. 1080b37. Per una risposta in senso
pp. 212-30).
negativo cfr. metaph, M 8. 1083
b 12 sgg., ma mi si consenta di tornare più oltre su
228 H 106: «seiner Eigenschaften».
22% H 106: «und dieselbe nicht in den richtigen Zustand von Seiten der Regelung
questo argomento.
208 H 105: «und Wonne in der Basis [...]».
und der Disposition versetze».
20% I] pronome dovrebbe essere al maschile, in riferimento all'ultimo mondo men-
220 H 106: «und werde zu einem Todten, einem Verlornen». Questo interessante
modo di affrontare, in termini matematici, il problema della salvezza è presente anche
zionato, ma nel testo abbiamo mantiquha, donde si dovrebbe tradurre: «[...] e di essi
non si parla (...J». In realtà, nell'intero contesto si sovrappongono vari piani di discorso,
ora riferito solo al mondo terreno, ed ora ai mondi nella loro globalità, piani che non
sempre facilitano il corretto intendimento dei vari luoghi. In ogni caso, dovrebbe essere
ormai noto che il problema di spiegare attraverso il linguaggio la vera natura di
determinate entità trascendenti (donde, forse, l'uso del pronome neutro) è molto sentito
da Sahrastáni (cfr. «Elenchos», mi, p. 95 e note relative).
negli Ihwän as-Safa’, per i quali cfr. A. BAUSANI, op. ait., p. 25.
#1 Per teorie pitagoriche intorno all'anima cfr. TC 1 123 (anima immortale e in
continuo moto, come il sole); così 1 141; 11 225; 111 215; 225; 227; 233 sgg.; e ancora
PLAT. Tim. 37 sgg.; de just. 372 a; ARISTOT, de an. A 2. 404 a 17; più in particolare
sui rapporti col corpo cfr. Tim. 34 c e sul moto dell'anima leg. x 8948.
252 Sulla concezione dell'anima come accordo musicale cfr. TC m 179, 245, 247,
210 H 106: «denn die Sprache geschehe [...]».
253, 427; 111 215; PLAT. Phaed. 88 D, 92 A, 93 c sgg.; Tim. 48 D; ARISTOT. de an. A 3.
21! H 106: «als auch».
406
b 29; A 4. 407
b 30; pol. O 5. 1340
b 18; sull'anima come numero de an. A 4,
212 H 106: «was die erste betrifft, so sei ihre Freude dauernd, ohne Aufhóren».
21° H 106: «und von den Tönen dasjenige, was in der Zusammensetzung noch
222 H 107: «entzückt».
nicht Nachtheil erlitten habe [...]»,
214 H 106: «weil die Sprache noch nicht zum (wirklichen) Thun herausgetreten sei
lib;
216 A seconda della loro perfezione, i vari mondi sono più o meno vicini alla più
Sull'ammissione,
254 H 107: «und werde durch das Hören derselben traurig und erbebe».
223 H 107: «vor ihrer Vereinigung mit den Körpern sei die bereits aus jenen ersten,
arithmetischen Verbindungen geschaffen worden».
315 H 106: «so dass»,
compiuta armonia.
409
a 1 (cfr. A 5. 409
b 10); sull'anima come numero semovente de an. A 2. 404b27 e
top. Z 1. 140b 2.
da parte dei Pitagorici, dell'esistenza di “molti
mondi”, non so se in queste parole di Sahrastani si possa veder rispecchiata la concezione per cui, come dieci era il numero perfetto, dieci dovevano essere, per i Pitagorici,
anche i corpi celesti (per la quale cfr. ad es. TC 1 153 sgg. e 419; 111 65 e 71 e ancora
oltre, note 257 e 277); che il cosmo è uno è però ribadito ad es. in TC 11 235 e 243.
21? H 106: «und sie (die erste) überträfe die Welten durch [...]».
218 H 106: «[...] Schönheit, Herrlichkeit und Schmuck».
219 Ar: fufl.
220 Nel testo l'ar. tig! potrebbe forse essere emendato con fufl,
221 Si confronti la traduzione di H 106: «die letzte aber sei der Bodensatz der
Welten und das Schwere und Niedrige derselben».
222 Aggiungo virgola dopo al-ittihad.
H 106: «und sei gleicherweise nicht gänzlich
übereinstimmend».
223 H 106: «nur dass»,
224 Cfr, «Elenchos», 11, p. 371.
336 Ar.: abdin.
27 H 107: «so dass».
254 Cioè, i legami col corpo. Torna ancora il tema del corpo “tomba” dell'anima,
per cui cfr, il contenuto della “voce” Empedocle, in «Elenchos», 111, pp. 97-102, e per
gli Ihwän as-Safa’ A. BAUSANI, op. cil., p. 25.
29 Cfr. la precisazione di H 107, nota, sul testo seguito, e sullo stesso argomento
A. BAUSANI, op. cit., pp. 113 e 177,
240 H 107: «denn»,
241 H 107: «[...] waren in einer Hinsicht noch mangelhaft, da sie der Möglichkeit
nach da waren und durch die Uebung und die Anstrengung [...)».
242 H 107: «fortgeschritten sind».
24) Due punti in H 107.
244 Non è possibile trovare, nella raccolta della Timpanaro, allusioni che richiamino
con precisione il contenuto di questo — molto islamizzante — passo $ahrastaniano; cfr.
però A. BAUSANI, op, cit., p. 22.
245 H 107 precisa: «(Harmonie)».
24 H 107: «und alle Schwierigkeit brachte eine solche Begründung; fürwahr die
225 H 106: «dieses».
Anordnung der Verbindung nach dem Verbundenen und die Anordnung nach dem
226 H 106: «welcher».
Angeordneten
war eine Sache, wozu er hingeführt wurde und worauf er sich stiitze».
22? Cfr., su questa tematica, TC 1 67 e, per gli Ibwän as-Safa', che a lungo la
47 Ar: Hrsbüs,
H 107 a sua volta traslitterava «Charinus» e precisava poi fra
riprendono, l'Epistola sul cielo e il mondo (ed. cit., vol. 11, pp. 24-6), quella Sulla natura
parentesi «Chrysippus», A favore dell'identificazione di questo personaggio con Cri-
Ubid., pp. 132-40) e soprattutto le due Epistole dedicate esplicitamente all'Uomo come
sippo giocavano (si noti anche il fatto che il nome greco è reso nella traduzione araba
Pagina 19
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)752 Si tratta di una ben nota topica di certa parte del pensiero arabo-islamico, Cfr.
5
#7 Ar. Abasis (cos pure nei Placita), Su Ippaso nella raccolta della Timpanaro cfr.
258 Aggiungo virgola dopo al-“alim.
Eraclito (che verrà invece affrontato più tardi) o degli stessi Stoici.
ricordare che sul “numero di fuoco” verte pure un passo dell'Epistola sulla geometria
degli Ihwän as-Safa’ (cfr. pp. 93, 11-2 dell'ed. cit.); sulla concezione dell'origine degli
altri poligoni dal triangolo (ma in una prospettiva, se bene interpreto, alquanto diversa
da quella platonica) cfr. invece lo stesso testo, alle pp. 91, 1-12 e 108, 5-6. Per quanto
concerne più in particolare le parole Sahrastaniane in oggetto, credo si tratti qui di
un'allusione generica all'estrema sottigliezza dell'elemento “fuoco” rispetto agli altri tre,
€ penso quindi che si debba rinunciare a cercare riferimenti precisi alla dottrina di
altri Pitagorici, ma ad Eraclito; e il fatto che la fama tanto più grande di quest'ultimo
non abbia oscurato o assorbito il nome di lui, & garanzia di veridicità. E stata dibattuta
la precedenza fra i due; l'opinione più attendibile & che essa spetti ad Ippaso (…] Ma
L..] i dati della tradizione riflettono fedelmente la dottrina di Ippaso o questa si alterd,
veduta attraverso i modi e le forme della dottrina eraclitea? Eraclito la conobbe, o
particolare dal Burnet (TC 1 79), E prosegue la studiosa al proposito: «Si guardino le
testimonianze sulla dottrina del fuoco (...] né questi viene» da Aristotele «accastato agli
stamento che di lui fu fatto [...] ad Eraclito per la dottrina del fuoco» (TC 1 78), in
TC 1 65, 75, 77. Anche per questo nbme valgono gli stessi problemi della nota
precedente, Pud comunque esser significativo il fatto che la Timpanaro ricordi «l'acco-
Pitagorici.
149, 135-7 e Prat. Tim, 53C sgg., 56 A-B — per cui vedi pure 57 A —, nonché, più in
generale, sull'origine dei poligoni dal triangolo, Tim. 54E sgg.). Credo sia interessante
gorica del “numero di fuoco”, identificato con la piramide (cfr. al proposito TC 11 127,
Eraclito a quello di Pitagora, giovera ricordare che nei Placita questi due filosofi non
sono mai riaccostati, ma che una volta (op. cit, p. 151) Eraclito & riaccostato ai
Sufle probabili matrici di questa tradizione, che riconduce esplicitamente il nome di
tali). Per la menzione di Eraclito nella raccolta della Timpanaro cfr. TC 1 15, 65, 85.
276 Ar: Iraglits. Comincia la parte più specificamente “storica" della trattazione,
che esamina le dottrine dei “Pitagorici® (o almeno, dei filosofi da Sahrastäni ritenuti
kommt, wovon solche Existenz geschaffen iste.
275 H 108-9: «Das ist, wie wenn die Lobpreisung und Heiligung (Gottes) eine
Speise der Geisterwesen genannt wird, weil die Speise einer jeden Existenz von dem
274 Aggiungo virgola dopo al-lahniyyab. H 108: «harmonischen».
2 H 108: «weil sie den Grund, um dessenwillen sie da ist, erfüllt»,
27) Aggiungo virgola dopo balagahä.
269 Aggiungo virgola dopo jirmäniy,
m
270 Questa tematica sembra estranea ai testi raccolti. dalla Timpanaro; cfr. invece,
ancora una volta, «Elenchos», 11, p. 371 e 11, p. 102,
271 Sulla tematica dell'annullamento del mondo per i Pitagorici cfr. TC 11 241-3. H
108: «warum behauptest du die Nichtigkeit der Welt?»,
26) Cioè al “corpo spirituale”, indicato in arabo appunto da jism, Cfr. quanto
precisato al proposito in «Elenchos», 11, p. 362 nota 30 ¢ nt, p. 97 nota 65,
264 [nfani l'‘involucro" & corruttibile, in quanto sommamente lontano dalla spiritualità, H 108: «angemessen»,
265 Sposto la virgola da murakkab al precedente al-jismiyyab.
266 Sposto la virgola da al-jirmtyyah ad aglab.
267 Tolga la virgola dopa has.
26" Aggiungo virgola dopo jismäniy. H 108 dà inoltre: «welcher fortdaure». *
262 H 108: «angemessen».
adeguarsi a quanto si dirà immediatamente dopo.
260 H 108: «unfühlbar».
361 Sembrerebbe il mondo delle cose create, ma tale interpretazione non pare
259 Sj tratta di un'altra ben nota topica dell'esposizione Sahrastaniana; cfr. il contenuto emblematico del passo in «Elenchos», tt, pp. 362 e 371 e note relative.
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
infine ricordare, pur non essendo immediatamente connessa al presente passo, la concezione (rispecchiante, in ogni caso, l'impostazione dell'intera “voce” tahrastaniana) pitade coel. B 13, 293 a 20, 31 e bl sgg.; ma secondo Aristotele essi non parlano del fuoco,
in metaph. A 8. 990a 17. Sull'anima come fuoco cfr. invece TC 1 97, Tim. 45 8; voglio
78 A; sulla tesi secondo cui i Pitagorici pongono il fuoco al centro del mondo Arisror.
257 Sul fuoco nella tradizione pitagorica cfr. PLAT. Tim. 40, 498 spg., 58 cer,
256 Aggiungo virgola dopo maskanaha.
255 Aggiungo virgola dopo al-nafs.
254 Aggiungo virgola dopo al-fanä'.
253 H 108: «und wie er sie anfangs erschaffen, stürben sie nicht.
ad esempio, per Sahrastani, «Elenchos», 11, pp. 361 e 370 e ım, pp. 94-5.
rici.
interesse teologico di Sahrastani, questa problematica era estranea agli antichi Pitagotore». A tale proposito, va comunque precisato che se qui ritorna ancora una volta
331 Salvo errore, non si trovano nella raccolta della Timpanaro menzioni del «Crea-
250 H 108: «den Schöpfer».
49 H 108: «das Geschaffene».
Smo cit, p. 39, nota 43), In TC u 21 Crisippo & nominato ma solo in traduzione; per
Zenone cfr. invece TC 1 145.
non & facilmente comprensibile (cfr. quanto da me accennato in Afomismo e antiatomi-
«Tönende»), Va comunque aggiunto che in Sahrastäni la tradizione sul nome Zenone
Sahrastaniani, e neppure nei Placita (ma cfr. H. Damer, op. cit, p. 211 dove à detto
con Hrsbs (l'oscillazione nell'uso delle brevi e delle lunghe non & rilevante).
Mt Ar: Zinün. «ll sapiente» corrisponde all'ar, al-5äir, che potrebbe significare
anche
«il poetas. Non permangon
per questa qualifica,
o, menzioni
in akri luoghi
per ora, basti ricordare che, in quella sede, il nome di Crisippo & traslitterato appunto
248), sia il fatto che spesso, nella dossografia pitagorica, almeno com'è ripresa da
Sahrastäni, sono ricordate dottrine stoiche. Tutto questo, ovviamente, poträ esser meglio discusso quando mi occuperd della “voce” del &.a/-milal dedicata appunto alla Stoa;
dei Placita con Hrüsibs) sia la successiva menzione di Zenone (ma si veda oltre, nota
Pagina 20
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)svolse il suo pensiero in forma indipendente? [...] Conobbe Eraclito la dottrina d'Ippa-
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA»
131
so? I punti di contatto dovevano essere evidenti [...] né va trascurata l'aspra polemica di
muoversi in uno spazio finito; ma potrebbe valere l'inverso, e d'altra parte, sull'infinità
numerica degli atomi la dossografia antica non sembra essere univoca. Sul vuoto presso
Eraclito contro Pitagora [...J» (TC 1 82-3). Tanto più significativo — specie se si tien
i Pitagorici cfr. TC 11 181 e Aristor. phys. A 6. 213 b 23.
conto di quanto precisato sui Placita alla nota precedente — risulta dunque che Sahra-
286 H 109: «jedoch».
stäni dica sbrigativamente (ma quanto “sbrigativamente”?) che Eraclito ed Ippaso «furono fra i Pitagorici». Sui rapporti fra Ippaso ed Eraclito anche relativamente alla teoria
287 Ar.: Jay'ayni.
Aggiungerò qui — sulla scia della tesi della studiosa, che considera la dottrina del fuoco
:
|
1 H 109; «der Einwirkung und Zertheilung nicht unterliegen»; ma sull’opportunità di emendare il primo verbo, tanfa “ilu («patiscono») con tanfasilu («si scindono»)
ho già discusso in Atomismo e antiatomismo at., p. 40 nota 46. Cfr. anche la seconda
«senza dubbio da ricollegarsi alla fisica ionica» (TC 1 83) e precisa che «Nel bagaglio
parte di questo lavoro.
di quest'ultimo sul fuoco si veda l'intero capitolo dedicato dalla Timpanaro ad Ippaso,
d'idee che Pitagora portava con sé dalla patria Samo e dai viaggi, c'era l'acqua di Talete,
l'indeterminato di Anassimandro, l'aria, col processo di rarefazione e condensazione, di
Anassimene» (TC 1 82) — che dai Placita risulta ancora che Eraclito ed Ippaso sono
18 Sposto la virgola da al-“álim a dopo atkaluba.
299 Sposto la virgola da yuhkä a dopo ‘anbum.
affiancati una volta (p. 103), e Talete e Pitagora ben quattro volte (pp. 121, 123, 129,
292 Qui Sahrastáni fa allusione ancora ai Pitagorici (sulla concezione del Dio armo-
149 dell'op. ait).
22 Oltre alle indicazioni date alla nota precedente, cfr., per Eraclito, 22 A 1, 5, 8,
10; B 31 D.-K.
279 Sposto la virgola da fa-huwa a dopo al-ard.
280 Si tratta di una chiara allusione al duplice processo eracliteo della “via in su” e
#1 Aggiungo virgola dopo al-sürah.
nizzatore cfr. ad es. PLAT. Tim. 538), opponendo ad essi — coerentemente con la
tradizione storica — gli Atomisti. Va però ricordato che (forse per la-contaminatio che il
mondo arabo-islamico credette di poter ravvisare fra dottrine atomistiche e Timeo)
anche a Muhammad Zakariyà' al -Razi, il celebre medico che condivise, ricollegandosi
esplicitamente a Democrito, una concezione atomistica del mondo, fu attribuita l'idea di
della “via in giù”, per cui cfr. ancora 22 A 1, 5, 15; B 31, 36, 60, 76 D.-K.
un Demiurgo che organizzasse il movimento degli atomi nel vuoto. Mi si consenta al
28! Si noti come Sahrastáni si serva di una terminologia “escatologica” (nelle parole
mabda' e muntahan) sfruttando ai propri fini un'idea originariamente “naturalistica”.
proposito di rinviare ancora una volta al mio Aromismo e antiatomismo ait. pp. 115-35
e, sul Demiurgo, p. 141 e note relative.
Sulla stessa linea, sarà opportuno richiamare alla “voce” Anassagora e alla “voce”
Empedocle, rispettivamente «Elenchos», 111, pp. 90 e 102; per un abbozzo di teorie
294 H 110: «eine Konsequenz war».
simili a quella della “via in su e della via in giù” cfr. anche alla “voce” Talete
(«Elenchosa, 11, pp. 362-3) e alla “voce” Empedocle («Elenchos», 111, p. 100).
2193 H 110: «Unordnung»; aggiungo virgola dopo a/-babfab.
29 H 110: «wohlunterrichtete»,
382 Ar. Abigürs. Per una trattazione di questo personaggio in merito ai contenuti
Sahrastaniani, a quello dei Placita e ai suoi eventuali rapporti col pitagorismo, tornerò
nella seconda parte di questo lavoro. Epicuro è ricordato nella raccolta della Timpanaro
in TC 1 143 en 351.
243 Ar. Dimgrätis. Sulle varie traslitterazioni di questo nome nel mondo arabo cfr.
il mio Atomismo e antiatomismo cit., pp. 31 sgg. Sulla topica araba della sua contempo-
293 Gli atomisti.
197 Ar. Finks, H 110 propone «Philonikos (?)», ma è difficile sapere di chi si tratti.
Per l'identificazione di questo e dei nomi che seguono non ci soccorre nemmeno
l'esame dei Pitagorici “antichi”, compresi nella raccolta della Timpanaro (nel presente
caso, nomi affini potrebbero essere quelli di Fintia — cfr. TC s.v. e TC m 43, 305-7,
311 —, Filonide — TC nt 41 —). Ma la notazione secondo cui questo personaggio
operò in Persia (come pure la successiva, riferita all'India) fanno pensare piuttosto a
figure del neo-pitagorismo. In particolare, il prof. Pio Filippani Ronconi pensa che
raneità ad Epicuro, come pure per una trattazione dell'Abderita rispetto al testo sahrastaniano, a quello dei Placita e per i suoi rapporti col pitagorismo tornerò nella seconda
queste righe possano alludere all'esodo dei sapienti neoplatonici e neopitagorici a Gunparte del presente lavoro. Nelle testimonianze pitagoriche antiche, Democrito è ricor.
dato in TC 1 29; 1 115, 383, 431 e 437. Aggiungo virgola dopo Dimgrätis; H 109:
at., pp. 146 e 187.
«Epikur aber [...}».
144 H 109: «was die Vernunft betrifft, erfassbar sind».
185 Il testo dice: la nthayatu labu, riferendo l'infinità, evidentemente, al vuoto (gli
dishapùr, nel 529. Sui rapporti fra sapienza greca e indiana cfr. anche A. BAUSANI, op.
29% Aggiungo virgola ‘dopo l'ar. Marznúl, vocalizzato da H 110 come «Mar Zinü». Ringrazio ancora il prof. Filippani Ronconi per le sue ipotesi di identificazione di
u e del personaggio che segue (sul quale cfr. la nota 299), Marznüf potrebbe essere
atomi, come plurale, sarebbero indicati in arabo dal pronome femminile), In relazione a
una trascrizione dall'antico pahlavico — spiegabile con la deformazione della scrittura
questo, H 109 ritiene opportuno esplicitare integrando: «welches (sal, il vuoto) kein
aramaica del mediopersiano — di un Maximos, forse identificabile con Massimo di
Efeso, allievo di Ammonio Sacca. Costui era morto da più di un secolo nel 529, ma
Ende habe, gleichwie die Kérper kein Ende hiitten»; ma si tratta di un'aggiunta gratuita
rispetto al testo; quanto alla legittimità di tale aggiunta dal punto di vista dottrinale,
essa può giustificarsi con la considerazione che, certo, corpi infiniti non potrebbero
sfasature cronologiche non sono infrequenti in opere come questa, e in particolare,
come spesso ho avuto modo di rilevare, nel testo sahrastaniano.
Pagina 21
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)299 Ar, Olänüs (dopo cui aggiungo virgola), che H 110 vocalizza «Kalanus» e propone di.
identificare con «(Galenus)». Ma anche questa identificazione mi sembra molto improbabile,
sia perché il suo nome è, di solito, diversamente traslitterato, sìa, soprattutto, per l'allusione
all'India (sulla sapienza indiana e greca cfr. A. BAUSANI, op. cit., pp. 145 e 258). Anche per tale
allusione è impossibile riaccostare questo nome a quelli di un Cilone (TC 1 55, 57, 93; 11 113 e
117), di un Clinia (TC s.v, e ancora 11 43, 305, 311), di un Chilante (111 41), di un Cleone
(ibid.), di un Chilone (mn, 45). Il prof. Filippani Ronconi propone invece di considerare l'ar.
Qlaniis come una trascrizione dal gr. Kalanos, trascrizione, a sua volta, di un sanscrito
Qalyáná. Questo è il nome di un gimnosofista indiano che, secondo Arriano di Nicomedia
nella sua Vita di Alessandro, accompagnò Alessandro Magno nel suo viaggio di ritorno nella
CARMELA BAFFIONI
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
Babilonide, e che pose fine ai propri giorni dandosi fuoco al cospetto del sovrano e
profetizzandogli la prossima fine. Cfr. anche la testimonianza di «Calano» in TC 1 47.
NELL’ISLAM DEL XII SECOLO:
III. PITAGORA (2° parte)
300
H 110: «seiner».
301 Aggiungo virgola dopo al-gaum.
302 Aggiungo punto e virgola dopo rühäniyyatahu.
La seconda parte di questo studio sulla “voce” $ahrastaniana su
303 H 110: «dass er sagte».
104 H 110: «lieblichen Klängen.
305 H 110; «umfasst ein geringes Maass von Schönheit, weil es das durch die PR
Bewirkteist».
306 Cfr. sopra, nota 209 e ancora alla “voce” Talete, «Elenchos», 11, p. 362, e alla
“voce” Empedocle, «Elenchos», 111, p. 95.
30? H 110: «damit ihr fortdauert und fortbesteht, lange nachdem euch das Verderben
und der Untergang erreicht hat»,
308 H 110: «und zu einer Welt gelangt»; cfr. «Elenchos», 111, p. 102.
309 H 110: «fortdauernd sei, ohne Aufhören».
310 Sposto la virgola da lam al precedente a/-‘agl.
341 L'ar. bi-sarih è probabilmente errato.
32 Ar, bi-fitnab.
313 Quest'ultimo testo è così reso da H 110-1: «Er sagt: jemehr Vermittelungen
zwischen Jemandem und seinem Herm sind, auf einer um so mangelhafteren Stufe der
Unterthänigkeit befindet er sich, und da der Leib in seiner Lage der Leitung der Natur
bedarf, welche in der Ausführung ihrer Handlungen der Leitung der Secle bedarf, und die
Seele in ihrer Auswahl des Vortrefflichsten der Leitung der Vernunft bedarf und über der
Vernunft kein Helfer ist als die göttliche Leitung, so geziemt es sich, dass derjenige,
welcher die reine Milch der Vernunft an dem Sammelpunkte der Ausströmungen erbittet,
von der Einsicht sicherüberzeugt sei, dass er an seinem Herrn genug habe und dass
derjenige, welcher der Begierde des Leibes folgt, welcher den Forderungen der Natur
unterworfen und dem Verlangen der Seele gehorsam ist, fern bleibe von seinem Herm und
mangelhaft auf seiner Stufe», Per queste ultime testimonianze, evidentemente considerate
da Sahrastäni come “detti” di Pitagora, non è possibile trovare riscontri nella raccolta della
Timpanaro, Su teorie pitagoriche riportate nella letteratura antica, altre dalle ben note
concezioni sul numero, cfr. ad es. Aristot. de wel. B 2. 285 b 25; erh. eud, H 10.
1242 a 33; magn. mor. A 33. 1194 a 29; probl. 910 b 37, e A. Bausant, op. cit., p. 260.
Pitagora verte, com'era stato a suo tempo annunciato (cfr. « Elenchos »,
Iv
(1983)
pp.
95-6),
sul
commento.
Già
dai
molti
punti
da
me
lasciati in sospeso nella prima parte della trattazione si può immaginare
che esso dovrà affrontare questioni molto diverse fra loro; tuttavia, è
possibile stabilire un reciproco rapporto fra le tematiche da trattare, tale
da costituire un'ulteriore riprova della sostanziale unitarietà della “voce”
Sahrastaniana.
L’argomento principale dello studio & una riconsiderazione — per
una volta dal punto di vista degli autori arabi — del problema dei
rapporti fra atomismo e pitagorismo, col duplice fine di fornire nuovi
argomenti all’esame di tale questione specifica e di far risaltare appunto
l’unitarietà del testo del &. al-milal.
Infatti — quale che sia il valore che si voglia attribuire ad affinita
e punti di contatto, spesso evidenti, fra aspetti e teorie delle due
scuole —, si vedrà che essi sono riscontrabili in un orizzonte così ampio
da inglobare anche, in modo più o meno diretto, la trattazione di quegli
aspetti della “voce” che, almeno a prima vista, nulla hanno a che fare
con tale problema. Sarà così, come spero di riuscire a dimostrare, relativamente facile passare, dall'esame di tali rapporti, alla concezione
“piramidale” dell’essere, alla triplice visione dell'unità attribuita a Pitagora e infine all’altro importante aspetto di questo testo, quello che
tratteggia in modo particolarissimo — con implicazioni di tipo storico
ELENCHOS
983 fasc. 2
Pagina 22
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)e teorico a mio avviso assai interessanti — la concezione della ‘“primarietà dell'uno” anche relativamente alla predicazione.
Atomismo e pitagorismo.
In tempi recenti e meno recenti, uno
dei problemi di maggiore interesse per gli studiosi, tanto del pitagorismo
quanto dell’atomismo, è stato quello di accertare l’esistenza, in maggiore
o minore misura, di reciproche connessioni, storiche e/o dottrinali, fra
le due scuole. Nelle mie precedenti ricerche sull'atomismo arabo avevo
potuto accennare solo di sfuggita alla possibilità che l'esame di testi di
filosofia arabo-islamica avrebbe potuto portare un contributo alla risoluzione di tale problema. Ma l’occasione per aprire la discussione su que-
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
263
essere, a mio avviso, l'esame volto a riscontrare l’effettiva fondatezza
dell’ipotesi che anche nel mondo arabo siano stati riconosciuti (o istituiti
ex novo) rapporti e confronti fra pitagorismo e atomismo ?,
Ma per quanto riguarda l'oggetto specifico di tale esame — e cioè
il confronto fra la “voce” Sahrastaniana su Pitagora e quanto, sullo stesso
personaggio, è possibile leggere nella versione araba dei Placita pseudoplutarchei —, va aggiunto che esso risulta vantaggioso non solo per
discriminare l'apporto personale dell'autore del k. al-milal rispetto a
un’altra fra le più ricche e interessanti “storie” arabe del pensiero
antico (che di tale &. al-milal è fra l’altro, manifestamente, una delle
fonti *), ma anche — e spesso come conseguenza di quell'apporto persto punto è il commento alla “voce” $ahrastaniana su Pitagora dove,
come si è visto, il nome del filosofo di Samo è esplicitamente collegato
a quelli dei principali (e più famosi ') esponenti dell'atomismo greco.
Ecco dunque che il nucleo centrale del commento a tale “voce” risulta
1 “Più famosi”, almeno per la filosofia antica. Quanto tale giudizio possa valere
per il pensiero islamico, è altra questione. Molto spesso infatti lo stesso Abderita
non è presentato dagli autori arabi come un atomista (cfr. al proposito il mio lavoro
Atomismo e antiatomismo nel pensiero islamico, Napoli 1982, pp. 25-43). Quanto
alla conoscenza di Epicuro come atomista, essa appare non sempre sicura (cfr. Afomismo cit., pp. 43-6 e, rispetto alle posizioni Sahrastaniane, pp. 179 sgg.; vedi inoltre
infra, nota 79). La lettura dei Placita aggiunge ora nuovi nomi e nuovi argomenti
al quadro arabo-musulmano dell’atomismo: vi troviamo citati, ad es., 8 volte Leucippo e ben 16 volte Metrodoro di Chio, mai nominati nelle fonti da me precedentemente consultate (per le quali cfr. Atomismo cit., passim). Va comunque
precisato che fra questi contesti (per Leucippo tradotti a pp. 129, 145, 179, 181,
197, 219, 223 e 241, e per Metrodoro a pp. 111, 129, 139, 153 — due volte —,
155, 157, 169, 171 — due volte —, 173, 177 — due volte —, 179, 183 e 187
del lavoro di H. Darser, Aezius Arabus. Die Vorsokratiker in Arabischer Uberlieferung, Wiesbaden 1980) soltanto uno, quello comune di p. 129, sembra riecheggiare dottrine atomistiche: « Leucippo, Democrito, Demetrio, Metrodoro ed
2 Ma prima di entrare in argomento mi si consentano alcune avvertenze di
carattere metodologico. Innanzitutto, si deve tener presente che le considerazioni
che seguiranno sono fondate esclusivamente sulle testimonianze citate, — e dunque
il loro eventuale valore probativo non esorbita l'ambito di tali testimonianze —,
in quanto la diretta conoscenza dei testi di filosofia arabo-islamica, soprattutto
per argomenti come questo, è ancora troppo poco vasta ed articolata per consentire generalizzazioni di qualsiasi tipo. Si comprenderà come questo dato di fatto
mortifica l'esigenza — in molti altri settori imprescindibile — di dedicare la ricerca a un tema troppo circoscritto: infatti, qualunque problema di storia della
trasmissione del pensiero antico si voglia affrontare, non si può escludere che
l’esame di nuovi testi possa, di volta in volta, gettare nuova luce sul soggetto che
interessa ed avvalorare, o anche smentire e modificare i risultati raggiunti al precedente livello dello studio. Ciò è a mio parere tanto più vero quando si cerchi
di chiarire su basi concrete l'effettiva portata dei rapporti storici e/o teorici della
filosofia arabo-islamica rispetto a quella greca, un compito, è troppo ovvio avvertirlo, che non si può immaginare assolvibile in poco tempo e da poche persone.
Tuttavia, circa il problema dibattuto qui, si può vedere ad es. che l'esame dei
Placita aeziani integra e arricchisce ma, per fortuna, non smentisce, le considerazioni cui avevo creduto di poter pervenire nelle mie precedenti ricerche sull’atomismo musulmano, relative ad una rosa limitata di autori e di testi, e orientate
scuola di M. Gigante, Ma può esser significativo che anche in arabo compaia un
per lo più ad individuare loro possibili antecedenti greci. D'altra parte, non bisogna dimenticare (riservando ad altra sede una più approfondita discussione del
problema, che ritengo di estremo interesse anche per una “storia della scienza”
araba, della collocazione storica dei pensatori “presocratici” che da questo testo
emerge nell'ambito della filosofia islamica) quale importanza avrebbe un esame
dei Placita arabi nel più generale contesto della storia Sahrastaniana del pensiero
rappresentante di quella scuola epicurea di Atene i cui membri sono spesso noti
antico.
Epicuro hanno sostenuto che ciò che non si taglia è infinito nella molteplicità e
che il vuoto è infinito nella grandezza ». Su questo problema vedi pure infra,
pp. 286-7 e nota 87. Il Demetrio citato qui è forse Demetrio di Laconia, sul quale
nuova luce stanno negli ultimi tempi gettando i papiri ercolanesi studiati dalla
solo di nome.
3 Su tale giudizio storiografico, del quale spero che il presente lavoro possa
Pagina 23
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)sonale — per esaminare e discutere in dettaglio alcune dottrine ora
accennate, ora invece estesamente dibattute, nella “voce” $ahrastaniana.
In tale quadro, un cospicuo esempio (anche se certo non l’unico) è dato
dall’accostamento fra le dottrine pitagoriche e quelle atomistiche, riscontrabile appunto in entrambi i testi.
Sarà bene precisare che nonostante il fatto che il nome di Pitagora
ricorra nei Placita arabi trentasei volte *, la trattazione fondamentale di
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
265
figlio di Mnesarco ’, da Samo *, che? fu il primo a chiamare la filosofia
con questo nome, e fu dell'opinione che i principi fossero i numeri e
le proporzioni che sono in essi '°, e le chiamò ‘armonie’ ", e chiamò il
composto di tutto ciò ‘elementi’ ', e li chiamò anche ‘[principi] geometrici’, e pose l’Uno e la Diade indefinita * fra i principi, e ritenne
che uno di questi principi è la causa attiva e propria, cioè Dio — potente
e onorato — e la Mente“, e [che] l’altra è l'elemento ricettivo della
questo personaggio, sia per quanto concerne la sua dottrina, sia per gli
“apparentamenti” con gli altri filosofi nominati anche da Sahrastani, si
trova nel seguente passo 5:
«E la filosofia ebbe anche un altro inizio, e cioè da Pitagora ®,
costituire una prova concreta, cfr. anche la documentazione addotta da H. Darser,
op. cit., pp. 80 sgg.
* Per le traduzioni tedesche dei relativi passi cfr. H. DAIBER, op. cit., pp. 118-9
(su tale passo vedi anche infra, p. 318 e nota 205) sui principi; 120-1 sui “d&moni
e gli eroi”; 122-3 sulla mutevolezza dell’ “elemento” (ar. “unsur, che Daiber rende
però con « Materie », cfr. infra nota 96); 124-5 sulla differenza fra cause e corpi
(sulla discutibile versione del Daiber vedi però infra, p. 298 nota 116); 126-7 sulle
forme degli clementi (su cui pure vedi infra, pp. 289-90 e 317 note 94-5 e 199)
e sui colori; 128-9 sulla infinita divisibilità dei corpi (su cui vedi infra, p. 286
nota 87); 130-1 sul tempo; 132-3 sul moto, la generazione e la corruzione, la
necessità (vedi infra, p. 285 nota 83); 138-9 sulla definizione di “mondo”; 140-1
sulla corruttibilità del mondo; 142-3 sull'origine del mondo dal fuoco e dai cinque
clementi (vedi infra, nota 56) e sulla corrispondenza delle figure geometriche agli
elementi (cfr. ibid.); 144-5 sull’affinità di Platone con Pitagora (cfr. ibid.); 146-7
sul vuoto e la ‘sinistra' e la ‘destra’ del mondo; 148-9 sulla struttura del cielo;
160-1 sulla luna; 168-9 sugli astri; 180-1 sulla posizione della terra; 190-1 sull’anima; 192-3 sulle parti dell'anima; 194-5 sulla facoltà vivificatrice, sull’incorruttibilità dell'anima e sulla sua parte razionale; 204-5 sulle immagini riflesse nello
specchio; 208-9 sulla voce del corpo; 216-7 sulle vittime sacrificali; 218-9 sul
seme, sulla sua natura e su una eventuale presenza di seme nella donna; 236-7
sulla razionalità dell'anima degli animali.
5 Esso corrisponde alle pp. 100-5 del lavoro del Daiber, in cui è possibile
trovare, oltre alla versione tedesca, i richiami ai Doxograpbi dielsiani (in questo caso,
alle pp. 280-7 passim) e al testo di Aezio in particolare. Questo passo corrisponde
anche, nella sua prima metà, alla testimonianza 15 dei Pitagorici anonimi nella raccolta della Timpanaro Cardini (Pitagorici, Testimonianze e frammenti, 3 fascicoli,
Firenze 1958-64), fasc. 3, pp. 102-6 (cfr. anche 58
B 15 D-K.).
$ Ar.: Fütägurs; in Sahrastani: Fitagurs.
7 Ar.: Mnisärbs; in Sahrastäni: Mnsärbs. Questa ed altre esemplificazioni attestano, da parte di Qostä ibn Liga, il traduttore dei Placita, l'uso della transcriptio
plena, per cui cfr. H. DAIBER, op. cit., p. 16.
8 Qui, come in Sahrastäni, min abli Samia, che Daiber rende, alla lettera,
con «von den Samiern
» (op. cit., p. 101).
9 Ar.: wa.
10 Cfr. Sahrastáni, pp. 270,7 e 272,18 dell’ed. Fahmi ed « Elenchos », Iv
(1983) pp. 97-8.
11 Cfr. Sahrastäni, p. 276,8 ed « Elenchos », iv (1983) p. 99. L'ar. ta'lifat
rende infatti il gr. ápproviar, pur significando letteralmente “composizioni”, “combinazioni”.
12 Questa traduzione corrisponde all'ar. wa yasmi 'l-murakkab min jumlati
dálika ustuqusät; ma il gr. dà tà dt HE dypottpwy oúvdera otovyeta, che la
Timpanaro rende con «e quegli elementi composti da entrambi ». Il confronto
col greco, sia pure limitatamente a questo passo dedicato a Pitagora, pud certo
costituire una prova delle considerazioni che, in merito alla struttura e alle
caratteristiche della traduzione araba dei Placita, Daiber svolge nella parte introduttiva del suo lavoro (pp. 1-74 passim).
13 Daiber rende invece: «die Eins und die Zwei, welche unbegrenzt ist»
(p. 101). Ma siamo in presenza di due forme aggettivali femminili (w4bidab e
fániyab) che, unitamente al contesto in cui compaiono, rendono, come credo,
legittima la mia versione. Alla stessa interpretazione si conforma anche la traduzione della Timpanaro.
4 Daiber rende con «und der Verstand» (p. 101), mandando perd perdute,
a mio avviso, molte delle suggestioni del testo, che spero saranno messe in luce
da quanto dirò in seguito. Si confronti il testo greco: onevde. Sì alta. +üv
&pytv, h pty Eri td rountixèv altiov xal eibixév, Enep karl vous è Beds, reso
dalla Timpanaro con « Di questi due principii, secondo lui, uno mira alla causa
attiva e formale, che è la mente divina». L'arabo elimina la costruzione con
tnt e risolve l’endiadi nei due soggetti, Dio e la Mente, costituendo così una
delle possibili ‘matrici storiche” dell'assimilazione della mente agente (aristotelica) a Dio. Su tale questione cfr. quanto da me ricordato in « Elenchos », Iv
(1983) pp. 98 e 100 e relative note.
Pagina 24
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)passione [proveniente] dal [primo] ", e da esso '* viene il mondo che
si coglie col senso della vista, e che la natura del numero termina col
dieci, in quanto tutti i greci e tutti i non-arabi finiscono di contare
col dieci, e quando vi arrivano ritornano all'uno ”, e dice anche che il
dieci in potenza '* è anche nel quattro e nelle [cose] quadruplici ”, e
la causa ne è che quando si sommano i numeri dall’uno al quattro si
raggiunge il numero dieci, e se si sommano l’uno e il due e poi vi si
aggiunge il tre e alla loro somma poi” il quattro, si raggiunge il dieci,
5 Traduco così l'ar. al-‘unsur al-gäbil li ‘l-inffäl “anbu, che corrisponde al gr.
î St Eni +d madntixóv te xal bArxdv (reso dalla Timpanaro con «l'altro alla
causa passiva e materiale »). L'aggettivo « materiale» manca, come si vede, in
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
267
ed [è] come se il numero, o [è] dall’uno, e allora [è] nel dieci, o [è]
attraverso il due, e allora [è] nel quattro”, e perciò i Pitagorici dicono
che nel quattro c'è un grande giuramento, e portano in questo la testimonianza del poeta? che dice:
“No, per l’essenza della quadruplicitä
che ci dirige, che è la radice
di tutta la natura che sempre scorre” ?.
ci si limita a presentare il dieci come somma di quei quattro numeri, prima tutti
insieme e poi, per cosi dire, in tappe successive. 11 motivo di questa “doppia
via” possibile per raggiungere il numero dieci pud forse esser trovato nella concea mio avviso come il suo autore dovesse conoscere le asserzioni del celebre passo
zione secondo cui l'uno non + un numero (per la quale cfr. « Elenchos », 1v (1983)
pp. 109 e 110 note 64 e 68); di conseguenza, scartato l'uno, il primo modo utile
per ottenere dieci è di sommare tre (= 1 + 2) più tre più quattro. Luoghi arabi
dello stesso tenore sono citati in H. DAIBER, op: cit., pp. 337-8, ma senza alcun
del De anima di Aristotele sull'intelletto agente (I° 5.430a 10 sgg.). Del De anima,
chiarimento supplementare.
in ogni caso, è pervenuta in arabo la traduzione di Ishaq ibn Hunayn, eseguita
testo come questo che, come vedremo fra breve, si distacca notevolmente dal-
21 Anche qui l’arabo, molto poco chiaro, e per comprendere il quale non
ci soccorre nemmeno la versione del Daiber («Sowie (folgendes gilt): die Zahl
ist entweder in Bezug auf die Eins in der Zehn oder durch die Zwei in der
Vier», cfr. p. 101), è assai diverso dall'originale: Gore è Apıduds xatà pèv
uovéba tv vois Bixa, xatà SÌ Suvayiuv Ev vols térrapor (« Pertanto, l'essenza
del numero, secondo unità, sta nel dieci; secondo potenza, nel quattro », trad.
Timpanaro); in realtà, è soprattutto difficile capire come dal gr. xatà 5 SUvapu,
che si sarebbe dovuto rendere con una locuzione tipo bi ‘l-guwwah, si sia potuto
passare alle parole min tarig al-itnayni. Nulla, in merito, suggerisce il Daiber nell'apparato critico. Forse, però, anche queste righe alludono al fatto che, se la
serie dei numeri parte dall'uno, allora esso rientra nella somma che deve dar
luogo
al dieci; se, invece, la serie parte dal due, il solo modo di indicare la somma
che deve dar luogo a dieci è pensare a due più quattro più quattro. Questo è
del resto anche il senso del luogo Sahrastaniano secondo cui « il dieci per la prima
[fazione] (scil. coloro i quali non considerano l'uno un numero) è composto di
l'originale.
un numero e due pari (cioè 2 + 4 + 4) o di un pari e due dispari (cioè 4 +3 + 3),
arabo, dove è invece esplicitata con chiarezza la “dipendenza” della causa passiva
da quella attiva: “anbu infatti — se il pronome deve restare maschile — non può
che riferirsi al sostantivo maschile più prossimo, e cioè “agl. Tale traduzione mostra
su quella, dal greco in siriaco, di suo padre Hunayn, per la quale cfr. ARISTOTELIS
De anima (xept Wuyî) [...] edidit, annotavit et prolegomenis instruxit ‘ABD.
Bapawr, Cahirae 1954. Qostä muore solo una decina d’anni prima di Ishaq.
6 Ar.: “anbu, riferito ora ad “unsur; ma ancora una volta il testo si allontana
dal greco, che recita: &nep totiv è dpatéc xéopuos.
17 Cfr. Sahrastäni, p. 272, 6-7 ed « Elenchos », 1v (1983) p. 98 e relativa nota.
Interessante è anche il rilievo intorno ai « non-arabi » (Daiber, p. 101 rende l'ar.
däjim con «allen Barbaren »). Ma fino a nove, ci informano gli Ihwän as-Safa’,
contano gli Indiani, che con i primi nove numeri simboleggiano le lettere del loro
alfabeto. Cfr. al proposito A. Bausani, L’Enciclopedia dei Fratelli della Purità,
Napoli 1978, pp. 189 e 192.
18 Ancora, al gr. i) SUvayiic dormi év fa riscontro un ar. bi ‘l-quwwab, da
tradurre naturalmente in conseguenza, ed è ciò che ci si aspetterebbe in un con-
19 Ho reso con « [cose] quadruplici » Var. rawäbr‘, che Daiber, p. 101 traduce
con « Viererzahlen ».
2 Qui il testo differisce notevolmente dall'originale:
+d dt altwv el tu
and tig povábos ävaroëwv xatà mpsodeov tubeln trols dpidpiode xp tiv
tecodpwyv mpoehOwy Exmimpwoe, tov (tv) (mancante in dox. gr. p. 281,22)
Bixa dprouòvo tav St UnepBaini (dox. gr. p. 281,23: Unepfàintar) tro (mancante in dox. gr. ibid.) tov tig tetpàaboc, xal to Séxa drepexreceïrar. Abbiamo
qui una spiegazione sempre più approfondita del fatto che dalla tetrade (qui configurata come i primi quattro numeri interi) derivi il dieci: nella versione araba,
e per la seconda di ciò che si computa dall'uno al quattro», e per il quale vedi
anche « Elenchos
», 1V (1983) p. 98 e note relative. Tale passo si può dunque
ritenere influenzato dall'originale aeziano. L'affinità fra i due testi sottolinea anche
Daiber (op. cit., p. 81), che nell'apparato (p. 337, cfr. p. 604) rileva la difformità
rispetto all'originale, senza commentarla né dare bibliografia in merito.
2 Si tratta di Pyth. vers. fr. 4 Nauck.
23 Daiber (pp. 101-3) rende con: «Nein, bei der Wahrheit des Vierfachen,
/
das unsere Seclen leitet, welches ein Ur/sprung der ganzen Natur ist, die ewigfliesst
». Cfr. l'originale: où pà tov duetépar xepadkar napadévta tetpaxtuv
Pagina 25
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Così l'anima che è in noi è composta di quattro cose e cioè la ragione,
la sapienza, l'opinione e i sensi *, e da essi viene ogni attività e occupazione e attraverso essi esistiamo noi stessi ©, e la ragione è l'uno,
in quanto la ragione è pensata come unità *, e infatti anche se la gente
è molta e nei punti di vista” diversa, e disposta pure al falso *,
noi sappiamo di intenderli come un solo uomo e un solo cavallo
anche se i cavalli particolari fossero
infiniti, e tutte queste specie e i
maya devaou picews ditujid x Exovoav e la traduzione della Timpanaro: «No,
per colui che alla nostra testa affidò la tetractis, fonte e radice della sempre
UNA « STORIA DELLA
FILOSOFIA GRECA
»
269
generi di ciascuna delle loro specie [sono] una cosa unica, donde consegue che ciascuno di essi è una definizione unica in sé, in quanto si
dice ‘vivente nitrente’ o ‘vivente razionale’, e per quello è stata posta
la mente unica attraverso cui noi intendiamo *°; quanto alla Diade indefinita *, è stata posta con una certa ragione come la scienza, in quanto
ogni dimostrazione e ogni convincimento e con ciò ogni collegamento
mettono insieme quella” delle cose alle quali è congiunta la cosa su
cui si discute *, dunque la scienza è un’altra cosa che dimostra e intuisce
attraverso quelle cose, e perciò è stata posta la Diade, cioè la scienza *;
quanto all'opinione, è stata posta come la triade, poiché l'opinione è
per un collegamento e il tre è un collegamento Y, come disse il poeta *:
fluente natura ». Da notare che dox. gr. p. 282,8 ha Wuy& al posto di xepaXai,
mentre la forma xepada figura in Stobeo (dox. gr. p. 282, 3).
2 Cfr. Sahrastäni, p. 276,7, con i termini “agl, ra'y, “ilm, hawäss (cfr, « Elenchos », tv (1983) p. 100 e nota 181). Qui la successione + diversa: “agl, ‘ilm, ra'y,
hawäss, e corrisponde al gr. vouv Emorrunv G66Eav alobnow (su questo vedi
anche infra, pp. 324 sgg.).
3 S'intende, come pensanti. Così, infatti, l'originale: dE Gv naca réxvn xal
triorhmn xai abrol Aoyıxol topev. Il testo nelle raccolte dei Vorsokratiker e
della Timpanaro & interrotto qui. Non a caso, quanto segue poi introduce — non
% Anche questa asserzione richiama assai da vicino la concezione dell'intelletto agente, nei termini e con le riserve storiche da me avanzate sopra, alle note
14 e 15. Daiber dà:
« Folglich wird nun der Verstand zu der Eins gemacht
»
(p. 103); cfr. il gr. 51% touto ouv voïs À povas, Y tata voounev (dox. gr.
p. 282, 28-9), là dove il taúta non ha immediato corrispondente in arabo.
3 Cfr. quanto precisato alla nota
14. Qui l’arabo è leggermente diverso:
senza qualche difficoltá interpretativa — la questione della primarietá dell'uno
wa amma al-(ániyab allati laysat mahdüdah (gr. à Ovas St i &épuatoc, dox. gr.
come predicato, idea evidentemente estranea alle dottrine pitagoriche.
% Così anche Daiber, p. 103: «der Verstand nämlich (kann) als Einheit
p. 282, 29-30), e reso da Daiber, p. 103, con «Die Zweierzahl aber, die nicht
gedacht werden », dove si considera quest'asserzione come il seguito della precedente, nel senso che si vuol far corrispondere la ragione all'uno. Ma se questo
2 Lett.: “la cosa”.
3 Il testo è alquanto involuto, e Daiber lo rende così: « [la Diade indefinita]
fosse vero, queste righe sarebbero state ancora riportate, presumibilmente, da
Diels e dalla Timpanaro. Forse, dunque, esse introducono la discussione che segue,
wird mit einem gewissen Recht zum Wissen gemacht. Denn jeder Beweis und
sulla primarietà dell'uno come predicato, e allora si potrebbe vocalizzare il verbo:
den Dingen zusammen, mit denen die umstrittene Sache verbunden ist ». Alquanto
yarà invece di yurá, e tradurre di conseguenza: «la ragione pensa l’unità ». Anche
diverso l'originale:
il greco d'altra parte, nella forma è yap voc xatà povafa Gewpet (dox. gr.
p. 282,17) può a mio avviso autorizzare la versione qui proposta.
7 Ar:
nuwàb; per un commento esplicativo a questa particolare versione
vedi oltre, pp. 326 sgg.
begrenzt ist ».
jede Uberzeugung und ausserdem jedes Zusammenrechnen bringt dasjenige unter
[...] Y Svàg [...] tmuorhun: elxwros, maca yap andberktc
ral naca nlotig tmotiying, mpds St xal mas cuXAoywpòdg Ex tuvwv éokoyoupévwv To kupioßnroinevov auvayeı xal pails dnobelxvutar Erepov (dox. gr.
p. 282, 29-283, 4).
* Cfr. l'originale: Gv i) tmormun xartareic Éoriv, did ein Av Bude (dox.
2 Daiber, p. 103, dà: « wobei sie in verschiedenen Gegenden sind und (einen)
beinahe täuschen ». L'originale è molto diverso: olov noAAüv dvrwv dvlpumwv
oi tv Emi pépous eloiv dvaloOnro. arepiinntor xal &repor [...] (dox. gr.
gr. p. 283, 4-5).
p. 282, 18-20).
testo arabo quest'asserzione, come si presenta, è di non facile intendimento, so-
2 Sia l'arabo, sia la conseguente versione del Daiber, danno «sono». Ma
data la forma dell'asserzione, come compare in questa versione araba, potrebbe
prattutto considerato il verso che segue ora ed il rilievo, relativo al “tre”, nel
essere opportuno trasformare la premessa in un periodo dell'irrealtá (vedi anche ol.
greco, che però è diverso dall'arabo: $ Sì 5óta pas tx xata)nyewsg tori:
35 Daiber, p. 103, da: «Die Meinung aber wird zu Dreiheit gemacht, denn
die Meinung kommt einer Gruppe zu und die Drei ist eine Gruppe ». Nel conquadro dell'atomismo, sul quale vedi oltre, pp. 340-5. Più chiaro risulta invece il
tre, nota 216). Alquanto diverso è il caso dell'originale greco, che recita: &X}' aùtò
evAdyw<, StL mov totiv À S6Ea Y SE tprdg WATOOG, We "Tpiopdxapes Aavaoi”.
touto dv@pwrov Eva ¡róvov vooëuev, © oubelg Étuxev Bows: xal Inmov Eva
vooujuev, of St Eri puépous elolv dinerpor (dox. gr. p. 282, 20-3).
Buk touto oùv Eyxpiver thy rpıdda (dox. gr. p. 283, 5-9).
% Il verso originale è di Omero (Odys. e 306; cfr. H. DArBER, op. cit,, p, 338).
Pagina 26
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)“O Hanafiti, triplici nella beatitudine!” 7.
Quanto a Eraclito* e a Ippaso ” che è collegato a Metaponto *,
ritennero che principio di tutte le cose è il fuoco, in quanto entrambi
dicono che l’essere di tutte le cose è dal fuoco e che la loro fine è nel
fuoco, e quando si estingue il fuoco se ne forma il mondo, e al primo
momento il suo ispessimento, quando ispessisce e si raccoglie parte con
parte, dà luogo alla terra *, e quando la terra si scioglie e le sue parti
si dividono attraverso il fuoco se ne ha l’acqua per natura”, e anche
il mondo e ogni corpo che è in esso il fuoco scinde e distingue, e il
fuoco allora è il principio, in quanto da esso viene il tutto e in esso
si risolve e si corrompe *.
7 Tra gli esempi di traduzioni di termini greci con parole arabe di diverso
significato Daiber ricorda giustamente Aavaol, reso con l'ar. bunafa’ (op. cit.,
p. 10; cfr. p. 15) che, nel senso coranico dei “sostenitori della pura religione”
resterebbe incomprensibile nel contesto placitiano. Lo stesso termine però, ricorda
ancora Daiber, significa anche “pagano”. In Omero Aavaol sono i Greci, designati
però presso i lessicografi bizantini (quelli su cui si basarono i traduttori arabi)
come ol “HAAnves: quindi, se Qostá qui è ricorso alla traduzione “pagani” e non
“greci”, significa che vuol presentare i Greci appunto come pagani, e in questo
risente ovviamente dell’influsso siriaco-cristiano;
e siriaco-cristiano era appunto,
come suggerisce il suo stesso nome, “Costantino figlio di Luca”. Aggiungerei che
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
271
Quanto a Epicuro figlio di Neocle *, di Atene *, che filosofò nei
giorni di Democrito “, fu dell’opinione che principi delle cose esistenti
sono corpi percepibili razionalmente in cui non c'è vuoto, né hanno
divenire, [essendo] eterni [e] incorruttibili, [che] non sopportano di
essere frazionati né distrutti, né inerisce loro in alcuna delle loro parti
diversità né mutamento, e sono percepibili razionalmente e si muovono
nel vuoto (e) attraverso il vuoto, e pretende che questo vuoto non
abbia limite e così [che] i corpi non abbiano limite, e che ai corpi
[ineriscano] queste tre cose: la figura, la grandezza e il peso; quanto
a Democrito, ha collegato loro due cose soltanto, e cioè la grandezza e
la figura; quanto a Epicuro, aveva congiunto a queste due cose una
terza cosa e cioè il peso, in quanto aveva pensato che il moto dei corpi
dev'essere necessitato dal peso per cid che si forma dal peso in seguito
all'urto, e se non c'è peso non c’è moto, e che le figure dei corpi che
non si dividono [sono] percepibili e non sono infinite, e non sono a
uncino né intrecciate né unite nella triplicità” né nella forma del
capello, poiché questi corpi sono facili a frammentarsi, e ciò che non
si divide non è passivo né frammentabile assolutamente, ma ha figure
proprie che si colgono razionalmente, ed è stato detto che essi non si
dividono non perché sono al massimo della piccolezza, ma perché non
sono passivi e non vi è vuoto in essi, ed egli quando disse “non si
dividono”, intendeva che rion patiscono né si frangono né c'è vuoto in
essi; quanto al fatto che [ci sono] cose indivisibili, ciò è evidente,
per es. gli animali, gli elementi, il vuoto e l’unità » ®,
forse, però, per “pagani” sarebbe dovuta figurare la forma plurale hanafiyyún.
Cfr. al proposito [R. Traını-M. NaLtino], Vocabolario arabo-italiano, 3 voll.,
Roma 1966-73, s.v. hanafiy e H. WeHR, A Dictionary of Modern Written Arabic,
integra. In tale concezione così formulata sembra di trovare riecheggiata la teoria
ed. by J. Minton Cowan, Wiesbaden 1971, s.v. La forma hunafa' ricorre infatti
del fuoco che, per la sua estrema sottigliezza, ha il potere di sciogliere qualunque
prevalentemente nelle accezioni di “monoteista”, “ortodosso”, ‘seguace della relicorpo, essendo in grado di penetrare in qualsiasi tipo di pori per quanto sottili,
gione di Abramo” e simili.
e per la quale cfr. ad es. il compendio arabo di Galeno al Timeo (Galeni Com-
38 Ar., come in Sahrastäni, lräglits.
39 Ar., come in Sahrastini, Abäsis.
© Gr.: è Mertarovrivos.
pendium Timaei Platonis aliorumque Dialogorum Synopsis quae extant Fragmenta
ediderunt P, Kraus et R. WaLzer, Londinii MCMLI), p. 17,3-14 (i riferimenti
possibili sono a Tim. 61 A-B).
41 Cfr. il gr.: toútou dt xaracßevvuntvon xocpornoteiodar to névra mpd
4 Ar: Abigürs (come in Sahrastáni, che non dà altre indicazioni) ibn Näägls.
tov piv yap td nayxvpeptotatov autou ele ayrd cuote\Abpevov yh ylyvetar
45 Ar.: min abli Afiniyyah, che Daiber rende ancora, letteralmente: « von den
Athenern » (p. 103).
(dox. gr. p. 284, 2-6).
4 Cfr. il gr: Éneura Avayalwpevnv thy ynv und tod nupès pice ÚSwp
amote\eiodar (dox. gr. p. 284,6-8) anche ora, come prima, più stringato.
43 In questo caso, invece, il greco è più completo rispetto all'arabo: d&vabupubpevov St dépa Yiverdar (del tutto assente in arabo), nd)
ww St tov xdopov
xal névra tá owpara und rupès avarovodar tv tH txrupwoer' (dox. gr.
p. 284,8-11). Confrontando la versione Sahrastaniana, per la quale vedi « Elenchos », 1V (1983) p. 102, si nota che essa riprende interamente il greco, anzi, lo
% Ar.: Dimügritäs; in Sahrastani: Dimgrätis. Sulla sfasatura cronologica, ripresa anche dall'autore del &, al-milal, vedi infra, p. 273.
47 Su questa asserzione, che Daiber rende con:
«nicht mit dem Dreieck
libereinstimmend » (p. 105) cfr. quanto accennato alla nota 35 ed oltre, pp. 340-5.
# Daiber, p. 105, dà: «Die Tatsache also, dass Dinge unteilbar sind, ist
deutlich, wie die Lebewesen, die Elemente, die Leere und die Eins ». Sulla possibile interpretazione di tale asserzione vedi infra, pp. 295 sgg.
Pagina 27
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)« STORIA DELLA
FILOSOFIA GRECA
»
273
Dunque, in questo testo sono associati a Pitagora prima Eraclito
staniana su Pitagora non si possono considerare come la ripresa, merae Ippaso, poi Epicuro e Democrito. Mi si potrebbe obiettare che, più
mente estrinseca, di una successione di filosofi già presente in una sua
che associati, questi personaggi sono semplicemente menzionati di sefonte, ma rappresentano anche la prova dell'adesione dell'autore del &. alguito a Pitagora, coerentemente, del resto, col più generale contenuto
di questa parte della trattazione, intitolata « Sui principi, e su che cosa
milal a un tipo di inquadramento storico-teorico della filosofia antica
che nulla concedeva al casuale, ma che si fondava su una ben precisa
essi siano », che prevede l'esposizione dei punti di vista, nell'ordine, di
interpretazione dei principi di larga parte del pensiero greco.
Talete, Omero, Anassimandro, Anassimene, Anassagora di Clazomene e
Archelao.
Bisogna però notare che alla menzione del punto di vista di Archelao
Ora, un esame approfondito del testo dei Placita sopra riportato
può aiutarci a capire meglio il punto di vista di Sahrastani. Sarà dunque
opportuno procedere innanzitutto ad alcuni rilievi di tipo molto generale.
si susseguono l'uno all’altro Y e con essi si compie la filosofia greca il
Il fatto che la menzione della successione Pitagora-Eraclito-IppasoEpicuro-Democrito non sia motivabile esclusivamente con l’ordine crocui principio e la cui origine vengono dall'uomo che ha nome Talete »
nologico interno del capitolo dei Placita di cui ci occupiamo, mi sembra
(p. 100, 9-11 Daiber; cfr. dox. gr. p. 280, 13-6). Inoltre, la trattazione
fondato su due motivi: 1) l'introduzione dei punti di vista di Epicuro
immediatamente successiva di Pitagora è introdotta dalle parole: « Ma
e Democrito, che spezzano la cronologia degli altri personaggi (a prescindere poi dall'interna sfasatura che dichiara Epicuro contemporaneo di
riguardo ai principi segue l’asserzione secondo cui « [...] questi filosofi
la filosofia ebbe anche un altro inizio » (cfr. dox. gr. p. 280, 17), e seguita dalla menzione dei punti di vista di Eraclito e Ippaso, Epicuro ¢
Democrito, e poi ancora di Empedocle, Socrate, Platone, Aristotele e
Zenone di Cizico. L'intera sezione si conclude poi con queste parole:
« La loro fazione si chiama ‘italica’, perché Pitagora ne fu fondatore
in Italia, nella quale si spostò da Samo, che era la sua patria, a causa
dell'oppressione del tiranno Policrate, che egli non accettava da lui »
Democrito, e che si deve a un’errata interpretazione — pure ripresa
pedissequamente da Sahrastäni — del greco xatà Anuöxpırov); 2) le
due considerazioni, introduttiva e conclusiva, della seconda parte del
capitolo in oggetto.
In particolare, quando l’autore dei Placita dice che «la filosofia
ebbe anche un altro inizio », allude certamente a un orientamento di
diversa, figura, nell'originale greco, subito dopo l'esposizione relativa a
tipo teorico, per non dire ideologico. Per questo, fra l’altro, non ritengo
accettabile la versione del Daiber che — conformemente, del resto, al
Pitagora ®. Ora, se essa è stata spostata qui dal traduttore, bisogna
greco di dox. gr. p. 280, 15 — traduce le parole conclusive della parte
dedurne che Eraclito e Ippaso, Epicuro e Democrito non sono sempliceprecedente con « durch sie wurde die Philosophie der Jonier vollendet »
mente menzionati dopo Pitagora, ma sono a lui strettamente connessi,
(p. 101), lá dove l'ar. y2nániy (etim. “Iwvec) significa genericamente
alla pari degli altri personaggi successivamente ricordati, nel più generale
« greco », così come, nel mondo arabo, la falsafah indica la filosofia
contesto dell’altra filosofia (di quale filosofia, cercheremo di vedere più
greca (e in molti casi addirittura quella peripatetica), in opposizione
tanto a quella genuinamente araba, quanto alla hikmab di origine maÿrigiy
(p. 106, 12-4 Daiber). Questa precisazione, in una forma leggermente
tardi) che, innovata da Pitagora, doveva però aver avuto — almeno dal
punto di vista degli Arabi — anche altri rappresentanti. Di conseguenza,
anche gli “apparentamenti” a suo tempo riscontrati nella “voce” ¿ahracui, come credo, Sahrastani non rinuncia ad affiancare una propria elaborazione. D'altra parte, non certo “ionici” si possono considerare Anassagora e il suo allievo Archelao * — senza parlare di Omero —, mentre
4 Si tratta dunque di una esplicita formulazione di successione cronologica.
50 Cfr. dox. gr. p. 283, 11-5: 'H Sè toùtwv alpeoug ‘Itaduxh mpoonyopevdn
Suk +d tov Ilu0ayépav tv 'Iradia oyoikoar pertorn yap and Edpuov tm
ratplôos th Ilokvxpétous rupavvldı Guoapeathoas.
51 Archelao è nominato nei Placita arabi una sola volta, in questi termini:
« Archelao, figlio di Apollodoro, di Atene, ricordò che principio del mondo è ciò
che non ha limite, e gli attribuì l'ispessimento e la rarefazione, e da esso ciò che
Pagina 28
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BaPu2AoreYA„1oB‘paBOa“IOCB12eionoaAru1y8agUpIeITN1ıo‘WoaLwSUAmqa)bguBO1Ani9y[‘InrU2npaırwTn8Aupqbd9iuOUsnzTI]1sEisqopduaTnxoOPı£OuniYIrurusegSywIwU)Pp!rsoaD>pıenHZqa"ePZuousEèFpmwuftOsriIOAEeaoaDFeUNMndnuu9ImJappnrjoV>o“eSrobPDsSJuuGaOSseoU'eeAuwIdASoPensmIpWrsdw,“]aPSJOwuDdYIoiOuuls9dn2SU;AplwuAnpd]aex8oaUYOSrOhUibms9Pd1uOInIWpAosi3YYup2s]4N0ruàb[O‘6d(aa1‘Dr3JpnZ)On]aEvIsu7d20uaFP1gNdyYYDoIUaf5J)no0I]Uuo]-O1ooe5yYJdsXsOjUuS‘Im2pa)kaLUtOdonv(1aZuTrOuoosu[Luı1mBlpfUinne‘IswIYJsonA0,uaaoivOye}rNndzt1rIsUotynOUevysujzamIN“z,gon«a[[aUA1rev9Ooaı1wWNepIOpwusB9oieTunp>SiPIeqsM,aj‘d„PpoyipeuxsoOdviIUAns1pOLdgnjCBhrDyo99afQodrep(an1A]oIersei5ı}uUJrgpO3upszCı[‘OuOE0‘nLmtewNiul'esdN9oSae9V]sIwPw"U]O5ooz‘unIsıedoSi]IgV9o1parnW9>Du)IU)nOlo1Dus9Adp}IoPro1snuei0E,9ad[PAyIr0Gnodsnusod1Br8lZI1sn9pSAO0fsymzIdpdaP-Uu‘lı,onOrUaeoS„19uıfr8IuiOaw,Ea“s2dPnd>wsO‘9-]IyesniwpbSèn0}oUS2rSueiqıIya]d,2gm0n4Osu„apuoYdsir1se1Ly1n2tpU0aqD2sIdBinu0omIa‘Z4I1MonusH„ubgnU‘ueapepOoJ>HBo8epF2[dasıi1puuOnIaRlyIs9ul1es„BnwqSUo1u9eo‘u,eHsI2oOyerm0iTBpNxao93u0aE]us4rdIyuO4SU,ry2Ta[woIpnstusoaJUmhiddpvYg}1s:saeOpT0DOBjou3ieSnE2eavoJVAUDsoNsOI4jb„5a“3mEuI2MoDQ0qpM[dsUJ9e[rI]‘PnsOYviIIun>eoA23PriPoopudP9a})U,anOeISr,pUDUNe1,Ir;on“uP,niOoSSSqds"1se1,1yoraI(uspwuUmSx89,9jif1jpZpImBgUIpo„r,sadndIe1eáseOUpObo2eR2duIuny0diiTDo8UOqeyrIUtb>wpudn9yjn'nvpOsI3O“wUianyoaiSoogiB1A48IZ‘PsV1eeyUaIndau3viesaobèEi,BuI3PXopırUsiienusnZdgRıI„pyddeo>sBp1]D,0v“NaUquB,HoOnduepyW9sAdaIyIuSzepnd(saUuVpvwu}4Neys)Debnna1IdosM8Uor‘pn>fO9‘Oj[PIayY0mj2“O)w0srUsiTpcn1ç‘rBaPunmD98aIO2aT01Iud"o‘m7oWsu)S9dNSsU0nODEf)o©‘)0IdZ11]sP"3Pon"xouUaSIW,3q-BvneI(fd22““u5onH,SeAs2U51Pr1ApeVPIo“s1mo"b[uO,0tuiL0?OOn0IIpUa-v4TueP5moY>,SnDAedT2)D34B6y1EoT2r‘Qr0ıTu>o“a[OeBamooI|AI!]]dulw1,jlruIfmuOnpımop082oarqaNnerdeUs(388orazusypzıUp£9o8e]zr‘ieduwno8p1DmfnwasornrUesorD6u7sdg0gPymıu)d1r)vyOddaso]2tsıUu[irzf(j)edoIn]daUıge3OavraMS¡"BaUpO]o7gJi‘qyI[w8dA2O‘eu>pOZ“pıEInnB“oojIv3sASddoOuvg1BUau1eI>5u‘sOıw]ppnoe0C2s(‘SnnaoUyaim]u8OIEHamrIgr1jdn8CwPIufqe5uPZo1erU1rsoo-OwIns)air]EodDn6z0iuima?OeIwvP[pTuZt:Ucn]pdt[rIgeeeJayao‘uTyINsMOiyar=(-PpyEsBsI'21ne>‘go,Qs‘w]ıB)JVvASnAuaqpdnaqxnUs[OU«IzpwSoPG1iDmdsupO01oS[y,san‘iG2g7rIa]S{eAema*b3sf52wohoZn1OI5[oiu1etiwod"]—EpbJ0m*0rT9aıy[pgOIe*vgw1zp)rus|]oqOu8P‘[au“ors‘]9dmn,up1Lt>YrQıuor}BI1dHjoeAjzp»wv58spUmronri2yaEE)0)da‘uIpb0un>Am]]oO16:mrsqsSe9)t’NQ0p>ujIsnaU31‘convZbsOiOsA9nS‘1yoISoE‘ob0nU!adq¿Yv2d)u[Asm[UOw9ruOwjoe1)0nImlaIdiu*8)SSen,oap9od20gb3n“mp2]Orzs»1SdjfspeB‘2]Yim450(oafusOso;u5,3Oa2oadrtwHs,yBI1usu0g1impnsoIr9npv>1iu/sv1qop‘[EOedg08w3p*udsdI[iauql,O-Iayo512t0Uymsmue‘U][odd80rTvUoesaSuzs"in“„‘j2rYy3dOOm>Yy(u(Eoo1oaMeOe]pdbD2f)Id|YuıqN!oO1p988ynZ[2uI0g91onrUTdno]O"pDOid}OIumsPN"sr0daUIenpSV1ımsozirNtUr3d1uPOda‘weqV1y,uU]UEOooSOpnreYOdBaI‘rlI2UvwapouI9k8zAedS]Tqda[nI5jsOvuOANoIor0Y"peuJsIavSmgyPg9sUoPuoru]Smıige“dıno‘,TpsoOBr(dpu,tPIunoT1Ppgz>w2wI0sN30ıaou-eyg‘r1zyIsS/14dn‘DB‘eano2u0oiVo1S89)b:uaIqe9a]Hred}Agy3sn0pi6daSdYIonat9>Ub1pq2Vn2]“sl9Iwi0iwFeAuI1so9DPQRB,s4mIO“1nD/[aeuJs,SU4oEsI0Nyop6id]pwu1MU9IT[JnInA5PONudSpo'UeDuUI"anrNnZq“-s9BwSNs]1up“2dd5pıBoUNU7oTnOef]r"EaI0J8—usNS9NYD>ps2nyeudIe}
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Pagina 29
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)volta di più mettono in discussione la legittimità di annoverare il filosofo
di Efeso fra i naturalisti tout court, si può asserire che il “fuoco”
non è qui certo presentato alla stregua delle altre &pyai naturalistiche,
anche se non è facile capire come, precisamente, si debba intenderlo *.
Su questa stessa linea “metafisica” (se non altro nel senso sopra chiarito)
sono naturalmente inquadrabili — e inquadrati — anche i filosofi nominati dopo, Solo la menzione di Empedocle fa qualche difficoltà (per
quanto la rappresentazione dei téttapa prwpata sia resa in termini
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
277
allegorici, ed i dilwpara assimilati a Zeus, Era, Edoneo e Nesti ”), e
di questo dev'essersi reso ben conto Sahrastäni, che dopo aver parlato
di Epicuro e Democrito, ed essere tornato ai “detti” di Pitagora, passava
senz'altro a discutere di Socrate e poi di Platone *.
Circa il confronto possibile, in base a questi due testi, fra pitagorismo e atomismo, la trattazione può a mio avviso essere sviluppata su
due piani: quello di un confronto, e lessicale e contenutistico, fra il
testo dei Placita e quello Sahrastaniano relativi all’atomismo, e quello
di un confronto fra le dottrine attribuite a Pitagora (soprattutto quali
emergono dalla trattazione, assai più ampia — come s'è visto — rispetto
si sono aggiunti, per quanto mi consta, studi specifici su questo argomento negli
all'altra, del &. al-milal) e quelle attribuite a Epicuro e Democrito. Dallo
ultimi anni.
stesso confronto testuale d’altra parte emergeranno, al di là delle affinità,
55 Per l'indicazione di studi generali su Eraclito, dai quali possa venire illustrazione su questo argomento, cfr. i dati, e quanto ivi esposto, del libro di R.
Laurenti, Eraclito, Bari 1974. Tra gli studi d'insieme sul filosofo di Efeso, comparsi dopo tale data, ricordo HeracLitus Epnesius, Fragmente, griech. und dt.
hrsg. von B. SneLL, München 1976; Fragments, présent. et trad. d'A. JEANNIÈRE,
Paris 1977; Frammenti, introd., trad. e comm. di M. MarcovicH, tr. dall'ingl.
di P. Innocenti, Firenze 1978.
% Cfr. Pitagorici cit., fasc. 1, p, 83, ove la Timpanaro così prosegue: «Che,
comunque, il suo fosse un fuoco pitagorico risulta dalle equivalenze di animafuoco e anima-numero che di lui ci attesta Giamblico ». Il riferimento è alla test.
n. 11; d'altro canto, il fuoco è divinizzato nella test. n. 8; qui non posso dilungarmi oltre su una questione marginale in rapporto all'obiettivo primario della
trattazione, ma non posso trascurare di menzionare gli sviluppi che sulla dottrina
del fuoco si avranno con Filolao. Si ricordi anche quanto detto alle note 257 e 277
della prima parte di questo studio (« Elenchos », 1v (1983) pp. 128-30 e ancora
Pitagorici cit., pp. 82-3). Alcune valutazioni in questo senso ci consentono anche
i seguenti passi, tratti dai Placita, attinenti a Pitagora: « Pitagora pensava che il
principio del mondo fosse dal fuoco e dai cinque elementi » (p. 142, 12-3); « Pitagora ha ritenuto che, poiché erano cinque le figure, e cioè quelle che chiamiamo
‘solidi’ e chiamiamo ‘matematici’, dal cubo venisse la terra, dalla figura di fuoco
[cioè la piramide, cfr. anche « Elenchos », 1v (1983) p. 128, nota 257] il fuoco,
da quella con otto lati l’aria e da quella con venti lati l’acqua. E da quella con
dodici lati la sfera del tutto» (pp. 142, 23-144,1). Non si può fare a meno di
riaccostare questi passi alle ben note concezioni del Timeo platonico (in part.
cfr. 55 A sgg.), riprese anche nell'epitome araba di Galeno (che in molti casi appare come una vera e propria falcidia dei concetti esposti nell'originale), e precisamente a p. 15,2-5. Non a caso, del resto, anche nei Placita (cfr. p. 144,2) si
aggiunge che Platone condivise in questo l'opinione di Pitagora (mu0avoplte
nella versione originale, per la quale cfr. dox. gr. p. 335,3-4).
differenze che ben possono spiegare, a quanto credo, il “progredire”
della testimonianza Sahrastaniana sull’altra,.che quel che perde nella
più limitata trattazione dell'atomismo riguadagna, come spero di riuscire
a dimostrare, nella assai più vasta, e ricca di problemi, presentazione
del pensiero di Pitagora.
Riporto ora in visione sinottica i luoghi paralleli delle due trattazioni per quanto concerne l’atomismo:
Aezio arabo
Sahrastani
fa annabu kana yará an mabádi' ’
ed ha ritenuto che principi delle
-mawijidat ajsam mudrakah ‘aql*"
wa kana yara an mabádi' ’l-mawjüe ha ritenuto che principi delle
dat ajsám tudriku “agl"
cose esistenti sono corpi
cose esistenti sono corpi che
percepiscono razionalmente
(pp. 285, 4-286, 1 Fahmi)
percepibili razionalmente
(p. 102, 27-8 Daiber)
si
fa biya tatabarraku fi 'l-halä’ (wa)
wa
ed essi si muovono nel vuoto e
bi ‘l-hala, wa yaz'amu
attraverso il vuoto, € sostenne
an hada ’l-halä’ la nibayata lahu
ed essi sono in movimento dal
al-hala’ fi ’l-hala’
hiya
kanat
tatabarraku
min
vuoto nel vuoto
lä nihäyata lahu
37 Questo, sulla stessa scia di una “divinizzazione” delle &pyat naturalistiche
sopra riscontrata per Ippaso e, del resto, conformemente a molte altre testimonianze relative allo stesso Empedocle (cfr. 31 A 1, par. 76; 33; B6D-K.).
53 Si noti che nei Doxographi manca la menzione di Socrate.
Pagina 30
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)che questo vuoto non ha limite
che non ha limite (pp. 286, 1-287)
(p. 104, 2-3)
wa an al-ajsam laba hadihi'l-talata’le che i corpi hanno queste tre
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
279
\aBeiv in dox. gr. p. 285, 6-7), « né mutamento » (otte &X)owdfvar,
dox. gr. p. 285,7). Questo, dunque, nei Placita; ma nella ripresa
illa an laha talätah aïya’
solo che hanno tre cose:
asya’
$ahrastaniana cade tutto, e il discorso prosegue con l’allusione al movimento, nei termini che si sono appena visti nel confronto testuale di
cui sopra. Certamente, questa non è la sola voce che il &. al-milal dedica
cose:
al-Sakl wa 'l“azm wa 'l-tiql,
la figura, la grandezza e il peso;
al-3akl wa ‘l‘azm wa 'I-tiql.
la figura, la grandezza e il peso.
fa amma Dimügritüs fa annahu
quanto a Democrito, egli
kana yalzamubá Say’ayni fagat
ha collegato loro due cose solwa Dimgrätis
e Democrito
kana yara an lahä 3ay'ayni
ha ritenuto che [inerissero] loro
tanto,
due cose,
wa humä al-“azm wa ’l-Sakl
e cioè la grandezza e la figura
al-“azm wa ‘l-§akl fagat
la grandezza e la figura soltanto
(p. 104, 4-6).
(p. 287, 1-2).
La possibilita di un riscontro letterale si ferma qui, ma i due testi
sono anche per le restanti parti intimamente collegati; anzi, come spero
di riuscire a mostrare ora, l’esposizione Sahrastaniana, che da per scontati
(per non dire che ignora) molti altri elementi presenti invece in quella
dei Placita, ne è però l'inevitabile e necessario conseguente.
Un primo elemento di fondamentale importanza nella traduzione
da Aezio, che manca però in Sahrastani, è l’asserzione relativa all’eternità degli atomi, resa con le parole: wa lá kawn lahä sarmidah gayr
fasidah (« né hanno divenire, [essendo] eterni [e] incorruttibili »).
Al termine « divenire » corrisponde l’ar. kawn, usualmente contrapposto
a fasäd così come, in greco, y&veoız è opposto a pdopd. Segue dunque
la negazione del participio fasid che allude alla corruzione del mondo
naturale, affiancata dall’aggettivo sarmid, che deriva da sarmad, indicante l’eternitä extratemporale, a parte ante e a parte post. Si vede
bene quanto queste connotazioni corrispondano alle originali: &y&vnra,
ábiápdapta, e quanto più complessa sia la locuzione araba, in un
testo che prima definiva gli atomi come « percepibili razionalmente »
(cfr. il gr. A6yw dewpnta di dox. gr. p. 285, 3-4) e « privi di vuoto »
(cfr. &uetoya xevoú di dox. gr. p. 285, 4), e subito dopo « indivisibili
e indistruttibili » (ma il gr. di dox. gr. p. 285, 5-6 dà solo oùte Bpavoñvar Suvaueva), « senza diversità » (obte Sram)aow Ex tiv pepiv
a Democrito, ma nonostante ciò è curioso che Sahrastani ometta, in
questo luogo, di alludere ad elementi tanto importanti nella caratterizzazione dei principi atomici. Se è vero, però, che gli atomi sono considerati una esemplificazione del principio secondo cui ‘nulla viene
dal nulla”, peraltro variamente interpretato e sviluppato? — non va
nemmeno dimenticato che essi, muovendosi incessantemente nel vuoto,
danno sempre luogo a nuove aggregazioni, e in questo senso essi
rientrano di diritto nella sfera del divenire. Tale dimensione “esistenziale” degli atomi, come e forse più di quella della loro eternità, è
ampiamente documentata nelle dossografie antiche ®, e privilegiata in
modo particolare presso la tradizione araba, che proprio dal proteiforme mescolarsi dei primi principi aveva dovuto trarre ispirazione
per un'adesione all’atomismo da parte ortodossa (e in particolare
as‘arita) nella direzione di un suo recupero dal punto di vista occasionalistico: donde, se le singole cose, per esistere, hanno bisogno secondo
questi teologi della costante volontà di Dio, che ponga in movimento
# Si ricordi l'elaborazione alcaica di tale principio, nel fr. 84 Lobel, riaccostata, anche per la presenza del ö£v, alle teorie democritee, e della quale il Lur'e
si appropria per far risalire addirittura all'età di Talete l’origine del « principio
di conservazione della materia»! (cfr. S. Ja. Lur’e, Demokrit, Teksty, perevod,
issledovanija, Leningrad 1970, pp. 416-7). Senza voler cadere in eccessi di alcun
genere, va certamente ricordato che questa e simili formulazioni miravano tutte
ad asserire l'eternità dell'essere, relegando il divenire, e con esso il non-essere, al
mondo dell'apparenza. Naturalmente non è sfuggito agli studiosi che questo era
pure lo spirito delle formulazioni atomistiche di tale tenore, donde essi si sono
chiesti come mai, appunto, proprio gli Arabi dell’ortodossia religiosa abbiano
scelto di aderire alla teoria atomistica. Sulla recente ipotesi di H. A. Wolfson e
su quelli che mi sembrano i suoi punti deboli cfr. il mio Aromismo cit., pp. 4
e 82-4 e note relative, Per l'opposizione da parte della filosofia islamica all’eternita
del mondo cfr. ancora lo studio di F. RAHMAN, cit. in «Elenchos», Iv (1983)
pp. 107-8 alla nota 40.
$0 Cfr. ad es. 67 A 7-10,
A 1, par. 44; 37-9,51,57 e 58 DK.
Pagina 31
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)gli atomi, li aggreghi, e poi li serbi — finché lo vuole — in ciascun
particolare stato di aggregazione*', non è ben chiaro perd, — o almeno non è esplicitamente chiarito dal kaläm musulmano — se gli
atomi anche di per se stessi siano stati creati da Dio o non siano,
invece, eterni ©. A questa dimensione vogliono ovviamente alludere
»
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
281
ma che invece è nei Placita ripresa più volte, al momento di motivare
l'indivisibilità dei principi primi « non perché siano al massimo della
piccolezza, ma perché sono passivi e non hanno vuoto » (wa lá fihä
hala’, p. 104, 15; cfr. ancora gr. &pétoyog xevod in dox. gr. p. 286,
i due aggettivi &yévnros e ddıaplaprog; ma è assai probabile che
13), e dove parlare di indivisibilità significa, fra l’altro, che « non
c'è vuoto in essi » (lá pala’ fihä, p. 104, 16; cfr. &pétoyov xevod in
Sahrastáni sia stato ben conscio delle difficoltà connesse, con l’apdox. gr. p. 286,15). Questo, è evidente, è un condividere l'ipotesi
porto delle rielaborazioni teologiche, a tale punto di vista, dell’incerdell'indivisibilitá a causa della durezza, di quella &\utog oteppórns
cioè che, nella nostra tradizione, è ricondotta alla dottrina leucippodemocritea, e non a quella epicurea *. Testimonianze dello stesso tenore
non mancano neppure nella tradizione “atomistica” araba da me a
suo tempo esaminata, e ricondotte ancora, esplicitamente, a Demotezza che sul tema degli atomi — eterni o creati? — avevano nutrito
i Mutakallimün ®, dell'opzione per la prima alternativa sostenuta da
Muhammad ibn Zakariya’ al-Räzi, del resto tacciato d'eresia %; né si
dimentichino le sue stesse oscillazioni in merito al problema, ch'egli
mostra di aver avuto nella Nihäyah %; e sarà anche opportuno osservare
qui di passaggio che, se queste considerazioni sono fondate, allora
questa può ben essere un’altra prova del fatto che Sahrastáni fu molto
sensibile alle problematiche, se non alle soluzioni, della scuola as°arita,
crito”; si potrebbe dunque ipotizzare che Sahrastäni ometta di ricordare che negli atomi “non c’è vuoto” perché sa bene che l'indivisibilità “a causa della durezza” è teorizzata dalla scuola democritea, e non
da Epicuro, del quale il testo placitiano prevalentemente si occupa TM.
il che, come in altri casi, impedisce di annoverare l’autore del &. al-
E continuando nel confronto fra i due testi, l'asserzione secondo
milal senza alcuna incertezza fra gli esponenti della tradizione ismailita ”.
cui negli atomi la ya'rudu [...] fi Say’ min ajza’iha ibtilaf wa la isti-
Ma ci sono altri punti che differenziano la versione dei Placita
hälah (p. 104, 1-2: « non inerisce ad alcuna delle loro parti differenza
né mutamento »), pure perduta nella lettera del &. al-milal, si ritrova
arabi da quella del &. al-milal.
Un'asserzione di fondamentale importanza, che troviamo nella
traduzione da Aezio, è quella — già ricordata nella forma &péroya
xevoú — per cui negli atomi « non c'è vuoto » (lá pala’ fihä, p. 102,
però nella distinzione che vi troviamo fra numeri e lettere”, nel
senso che la scienza del numero è la stessa per tutti, mentre le lingue
variano a seconda delle città e dei paesi”; si perde dunque la nega-
28), asserzione che, pure, cade completamente nel testo Sahrastaniano,
6! Cfr, Atomismo cit., pp. 80 sgg.
#2 A questo è naturalmente connesso il problema se esista una materia eterna
suddividendo la quale Dio ha poi creato gli atomi.
6 Cfr. Atomismo cit., pp. 84 sgg. Parrebbe comunque probabile che neppure
le parti indivisibili abbiano, in contesti così legati all'ipotesi creazionistica, una
loro sussistenza autonoma rispetto al volere divino.
4 Cfr. Atomismo cit., pp. 117 sgg.
65 Cfr, Atomismo cit., pp. 181-2, 201-3, 207-9.
6 Come ad es. la questione degli attributi di Dio, sulla quale cfr. « Elen-
68 Cfr. G. CALOGERO, Storia della logica antica, 1. L'età arcaica, Bari 1967,
pp. 396 sgg. e 410sgg. e Atomismo cit., p. 51, nota 16.
# Cfr. Atomismo cit., pp. 124-5 e nota relativa, 305 e 308.
7 Anche se, presso i Doxographi, non è a rigore del tutto chiaro a chi si
riferiscano l’etpntar e l’einn che introducono, fra le altre, la connotazione che
stiamo discutendo ora.
N Su questa concezione tornava anche Sahrastáni (cfr. « Elenchos », ıv (1983)
p. 99 e note 139, 167, 170-1). Il riaccostamento è particolarmente pertinente se
si pensa alla possibilità di istituire un parallelismo fra atomi e numeri (sulla quale
chos
», 11 (1981) pp. 360-1 e 111 (1982) pp. 94 sgg.
vedi infra, pp. 299 sgg.).
© La stessa idea (che si fonda sulla distinzione fra concezione naturalistica e
8 Sul probabile “ismailismo” di Sahrastáni cfr. « Elenchos », Iv (1983) pp.
94-5 e Encyclopédie de l'Islam, 1° éd., s.v.; vedi anche oltre, pp. 339-40 e note
relative.
concezione convenzionalistica del linguaggio) ricorre, e con grande rilievo, in alFäräbi, Cfr. in merito il mio studio Alcuni spunti per una storia del ‘tragelafo’
arabo, in «Annali dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli», xL1 (1981)
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(presumibilmente a differenza del modello aeziano) sembra svolgere
garanzia di un moto “in tutte le direzioni” e attribuendo parallelamente
il suo discorso sull'atomismo soprattutto avendo l'occhio a Democrito,
agli Atomisti la negazione dell’esistenza di un “Demiurgo” che avrebbe,
e non ad Epicuro”. E proprio a Democrito — e non prima — egli
nel suo disegno provvidenzialistico, in qualche modo costretto, necesattribuisce l'indivisibilitá dei primi principi, pur avendo precedentesitato, il moto degli atomi (là dove un Demiurgo ammettono, secondo
mente nominato un altro “Atomista”. Del resto, nemmeno in altri
lo stesso autore, i Pitagorici i quali, presso i Placita, risultano credere
luoghi del &. al-milal, se non vado errata, egli collega ad Epicuro la
addirittura in un “Creatore” *), egli non chiarisce invece affatto il
teoria dell’indivisibilità dei principi primi”, teoria che, invece, è a
significato della locuzione idtirär”", che è evidentemente un residuo,
qui non più sufficientemente motivabile, della rozza spiegazione dei
costui esplicitamente riferita in altro luogo dei Placita®. Invece, egli
attribuisce anche a Democrito, come prima ad Epicuro, la concezione
dell’intelligibilitä dei primi principi, caratteristica che, evidentemente,
assai più di quella dell’indivisibilità poteva interessarlo in un contesto
Placita che la spiegava con l'urto conseguente al peso. Gli atomi del
Democrito Sahrastaniano dunque casualmente si muovono e casualmente si urtano (e ben a proposito, forse, il termine gar della tradu-
Subito dopo, egli passa a dire che gli atomi si muovono e si
zione da Aezio, corrispondente al greco rAnyí, risulta sostituito qui
da habtah*). E d'altra parte, se avesse voluto approfondire la queincontrano « necessariamente e per caso », ribadendo per ben quattro
stione, non sarebbero mancati a Sahrastàni,.
dai Placita, ulteriori chiadedicato all’ “altra filosofia”, avviata da Pitagora.
volte la connotazione della casualità e affiancandole, l’ultima, quella
rimenti sul modo in cui si sarebbe potuta e dovuta intendere la
dell'urto. L’accusativo avverbiale idtirär" (« necessariamente »), ricorre
“necessitä”, tanto presso Democrito quanto presso Epicuro ®,
sia nei Placita arabi sia nel &. al-milal, ma, ancora una volta, le coinci-
D'altro canto, il nostro discorso su questo passo non può fermarsi
denze si fermano qui. Si nota infatti che mentre Sahrastäni si diffonde
a spiegare il senso della locuzione bi’l-ittifäg (« per caso») quale
Bl Cfr. Placita, p. 140,17-9:
«Pitagora e gli Stoici ritengono che il mondo
è generato e che Dio — lode e gloria a Lui — lo ha generato, e che esso per
versione araba alla nota 80 di questo lavoro) sembra attribuire il Bapos ai corpi
tE txeivw (scil. gli atomi) ovyxpluata, e attribuisce il moto degli atomi a
sua natura è corruttibile, perché è sensibile in quanto è corpo, e che non si corotàbun, naptyxkıas, rAnyh e nraXpés. In particolare, si noterà quanto sfumata
ne ha ». Si notino le invocazioni e gli appellativi di Dio, propri di tutta la lettein arabo sia la resa di maptyxAvovw con mayl e di madd con irticás.
ratura islamica, che si sono ovviamente aggiunti all'originale (dox. gr. 330, 15-331, 3;
su questo cfr. H. Daiser, op. cit., p. 26). Per quanto concerne poi la mia traduzione della seconda forma di kana con “generare”, essa non va, ovviamente,
presa alla lettera.
78 Cfr. sopra, p. 281 e nota 70.
® Cfr. infatti la “voce” Epicuro, che riguardo all’ “ontologia” dice: «In opposizione ai primi [filosofi] circa i primi [principi] disse che i principi sono due,
il vuoto e le forme, e che il vuoto è spazio vuoto, mentre le forme sono al di là
dello spazio e del vuoto, e da esse cominciano tutte le cose esistenti [...] e si
risolvono in esse
[...]» (p. 332,8-335,2).
Sul resto della “voce” cfr. il
mio
Atomismo cit., pp. 43-6.
80 Cfr. ad es. pp. 124,25-126, 1:
« Epicuro ha ritenuto che i corpi fossero
percepibili e che i primi fra essi fossero semplici. Quanto a quelli mescolati da
quei primi (cioè, risultato della loro mescolanza), sono tutti pesanti, e quelli che
non si dividono si muovono ora in linea retta e direttamente, ora secondo un'inclinazione e una curva. Quanto a quelli che si muovono verso l’alto, il loro moto
rompe grazie al suo governo da parte di Dio Altissimo e per la cura che Egli
82 Invero, nei lessici, solo hubtah si trova prevalentemente accreditato nell'accezione di “urto”, “colpo” (cfr. fra tutti R. Dozy, Supplément aux dictionnaires
arabes, 2 voll., Leyde 1881, s.v., che precisa: « heurt d'un corps contre un autre
corps »); per gar‘, lo stesso Dozy attribuisce il significato di “battere” alla sola
radice verbale; accezioni del tutto diverse danno altri lessici.
83 Cfr. Placita, pp. 132, 26-134,2: « Parmenide e Democrito sono stati dell'avviso che tutte le cose sono di necessità e che la necessità è la fortuna, e la
è per una spinta e un tremore». Anche questa testimonianza si può collegare a
vendetta, e la direzione, e la fattrice del tutto»; 134,8: « Democrito pensava che
[la sostanza della necessità] è la durezza, la corruzione e l’urto dell'elemento »;
136, 17-8: « Epicuro pensava che il caso fosse una causa senza stabilità, né nelquanto detto sopra, alla nota 77.
l'intento, né nel tempo, né nel luogo ».
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qui, perché il testo greco presenta un’apparente sfasatura di cui Sahnegazione del dativo di possesso: la nihäyata labá; e se questa e simili
rastäni, tagliandolo ed elaborandolo come si & appena detto, mostra
di aver colto il vero significato assai meglio del traduttore arabo dei
fraseologie vengono comunemente tradotte in termini di “infinità”,
è chiaro che il significato originario, del “non aver limite”, si adatta
Placita. Subito dopo l’allusione al peso degli atomi, leggiamo in Aezio:
assai meglio al vuoto-ricettacolo che non ai corpi ospitati da quel
elvas SÈ ta oxhuyarta tav dróuwv dmepiännte, obx ürneıpa, dove
ricettacolo e, di nuovo, comunque il “limite” si voglia connotare. E la
arepiinntov sembrerebbe (il che è chiarito anche dal testo diogeniano
“diversa infinità” delle “figure” dei corpi indivisibili è a sua volta
addotto in nota dal Diels *) precisare il senso da attribuire ad &rerpov:
«le forme degli atomi sono indeterminate, non infinite ». Ma prima,
come ho già ricordato, era stato detto che, come il vuoto, anche tà
oupara erano &metpaTM, C'è una contraddizione fra i due testi, o
resa con una doppia negazione — wa laysat gayr mutanabiyah, « non
sono non finite » —, non preceduta però da alcuna restrizione di significato analoga a quella che si potrebbe supporre dietro il gr. dmepthnmtos
ma, ancora una volta, insieme alla qualifica di mudrakab, « percepipiuttosto non bisognerà credere che tà owuata non sono la stessa
bili »: il traduttore non ha compreso il termine originale, o l'ha concosa di tà cyMuarta tiv &touwv? Non vorrà dire, il testo, che se i
cwuata drtopor sono infiniti, l’infinità (presumibilmente, infinità numerica) non esclude la negazione dell'infinitá (numerica) delle loro
fuso con uno simile, come ad es. alcfmtd¢? Meno probabile, invece,
una corruzione del testo arabo ®, mentre si può notare che forse il
figure, là dove, invece, si potrebbe meglio parlare, per esse, di “indeterminatezza”? Questa nuova ambiguità del testo può, ancora una volta,
esser stata la causa dell’omissione Sahrastaniana già segnalata, relativa
all’infinita degli atomi *, ma non si può dire che il traduttore arabo
di Aezio sia, da parte sua, rimasto del tutto indifferente ad essa.
L’&reıpia dei owuata (per la quale, del resto, non mancano chiarimenti in altri luoghi dei Placita) ” viene da lui resa con una nuova
% Si tratta di Diogene Laerzio x 42: tá &ropa [...] Areplinnra torte
rails Stapopaic tiuv cynudtwy [...] xal xad'ixkotnv GE oxmuáriow ari
timeipol elow at Sporn, vais St Srapopaig oby damme repo, GAA pévov
aneplinnror (cit. in dox. gr. p. 286).
85 Vedi sopra, p. 271.
% Cfr. sopra, p. 282,
#7 Cfr. Placita, p. 128,2-3: «Il gruppo di Talete e Pitagora riteneva che i
corpi fossero passivi e che si dividessero sempre all'infinito. Quanto a coloro che
dicono che non si dividono, attestavano per il taglio un limite e [dicevano che esso]
non è infinito ». Per altri passi dello stesso tenore cfr. anche infra, note 103, 135 e
140. Sul tema che ci interessa assai chiaro è il testo di p. 128, 20-2: « Leucippo, Democrito, Demetrio, Metrodoro ed Epicuro hanno sostenuto che ciò che non si taglia
è infinito nella molteplicità e che il vuoto è infinito nella grandezza », da me già
citato sopra, alla nota 1. Cfr. anche p. 138, 16-7: « Democrito, Epicuro e il loro
maestro Metrodoro ritenevano che il mondo fosse infinito, senza limite in ogni
situazione », Il termine “situazione” non è molto perspicuo, ma lo stesso si può
traduttore ha voluto, con questa sostituzione, schivare l’accusa di essersi
contraddetto, ma che nello stesso tempo egli crea un contrasto ancor
più rimarchevole — associando la nozione di “percepibilitä” a quella
della negazione dell'infinitá — con la caratterizzazione greca dei corpi
primigeni i quali, oltre ad esser dichiarati infiniti erano anche detti
“percepibili razionalmente’ ®, là dove mudrak da solo significa senza
dubbio “percepibile attraverso il senso” TM.
Viene allora spontaneo pensare che, se il perspicace e filologica
dire della versione tedesca « Lage
» (p. 139) e dell'ar. gawäm, corrispondente al
gr. xatà maca (dox. gr. p. 327,16). Da notare anche l'altra — più grave —
modificazione rispetto all'originale, là dove leggiamo, per Metrodoro, la qualifica
ustäduhumä (col duale), mentre il greco recita: [xal è robrou xabnyntis
Mnrpóbwpos] (dox. gr. p. 327, 14-5).
8 Come risulta, sia dall'apparato filologico ad loc. (cfr. H. Damper, op. cit.,
p. 255), sia dalla mancanza di radici verbali arabe che potrebbero aver indotto
a una corruzione di tal genere.
# Vedi sopra, p. 271.
9 In genere i lessici arabi danno alla radice d-r-k e alle sue varie forme il
significato di “comprendere”, “intendere” e simili. Kazimirski, anzi, specifica “percepire con l'intelletto”, opponendo mudrak a mahsüs (cfr. A. pe BIBERSTEIN KaziMIRSKI, Dictionnaire arabe-français, revue et corrigé par I, GALLET, 4 voll., Caire
1875, s.v.). Tuttavia “percepire col senso" è accezione accolta specificatamente,
fra le altre, in E. W. Lane, Arabic-English Lexicon, 8 voll., 1955-56, s.v.
Pagina 35
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)mente “preparato” traduttore arabo non voleva — e certo, egli non
voleva — sconfessare quanto immediatamente letto sopra e, soprattutto, se non si poteva (né si doveva) imputare la contraddizione al
testo originale, allora più probabilmente tá owpara e tà oymuata
rüv &réuuwv sono cose diverse. E che cosa siano tà oymMuata tiv
drópuwv ce lo chiarisce appunto Qostá assai meglio di Aezio, proprio
sostituendo mudrakah ad Arepiinnra.
Ma procediamo con ordine. Nel greco, una motivazione dell’asserzione appena esaminata è che ph yap elvar punt'&yxotposdeis unte
tprarvoerdeig punte xpixoedeis' Tata yap tà oxmuara evdpavotà
torıv (dox. gr. p. 286, 5-8); mentre l'arabo, dopo aver sostenuto che
le figure dei corpi che non si dividono sono percepibili e non sono
infinite, dice: wa laysat sinnäriyyah wa la mustabikah wa là muttahidah
bi 'I-tatlit wa là fi súrati 'l-Sa°r li-anna hädihi ’l-ajsam sahlatu ’l-tafattut
(p. 104, 11-2 Daiber: « e non sono a uncino né intrecciate né unite nella
triplicità né nella forma del capello, poiché questi corpi [sono] facili a
frammentarsi »). Confrontando i due luoghi, notiamo che manca il riscontro di mustabikah nell'originale, mentre muttahidah bi ’l-tatlit può
significare ben altro che tprarvoerdete, così come la fi súrati ‘l-Sa‘r non
corrisponde — o almeno, non esattamente, ma forse il traduttore arabo
ha pensato ai “riccioli” —, a xptxoevdeic. Riservandomi di tornare più
oltre sulla prima locuzione ”, osserverd qui che nella tradizione islamica
il capello è spesso portato quale esempio di ente indivisibile — almeno
ai mezzi umani — per la sua estrema sottigliezza ”, e di conseguenza,
asserire che «le figure di questi corpi [...] non [sono] nella forma
del capello » è proprio la premessa di « questi corpi si sbriciolano facilmente ». Se, dunque, questa proprietà è, come le altre, in netto contrasto con quelle che dovrebbero essere le proprietà degli atomi, essa
è però la sola direttamente collegata alla frangibilità dei corpi, mentre
nulla hanno a che vedere con essa la percepibilità, la finitezza, il loro
non essere uncinate né intrecciate. Forse, dunque, e considerato anche
9 Vedi oltre, pp. 340-2.
9 Cfr. ad es. la quinta obiezione di Ibn Hazm all'atomismo (k. al-fisal, pp. 98,
21 dell'ed. Cairo 1347H., da me tradotta in Afomismo cit., pp. 157-8).
15-99,
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
289
che la fi särati 'l-fa‘r si è notevolmente allontanato dall'originario xpıxoevdetc, si potrebbe vocalizzare lá fi súrati 'l-Sir e intendere « non [sono]
nella forma della conoscenza (razionale) »: perché la conoscenza razionale è quella grazie alla quale si attingono gli atomi ma non — e ben
lo sottolineerebbe, in armonia proprio con questa nuova ipotesi di
lezione, la presenza, nel contesto arabo, del termine mudrakah —
« le figure di questi ».
Ma per tornare all’aggettivazione del greco, è opportuno notare
anche che, se tptatvoerdtj>¢ e xprxoetôñs non hanno riscontri ulteriori
nel lessico atomistico, &yxuotpoer8g, come ci suggerisce l’Index verborum dei Vorsokratiker, ricorre tre volte (in 67 A 11 e A 23 e in 68 A 37
D.-K.), proprio come caratterizzazione di una delle “figure degli atomi”.
Né, del resto, in queste stesse testimonianze, mancano altri aggettivi
di significato vicino a pıawvoröng e a xpuxoetônc ”. Allora, questo
contesto vuole, ancora una volta, escludere per tà oymuata tav
&ätouuwv proprietà che sono invece proprie dei owpata è&topor (così
come — si noti bene — per Pitagora gli elementi sono « circolari » TM
e i colori — proprio come per gli atomisti — risultano dalla « mescolanza degli elementi » *). Infatti, il discorso conclude che tatta [...]
9 Cfr, ad es.: 67 A 11 e 24; 68 A 37,45, 80, 129, 132, 135 DK.
% Cfr. Placita, p. 126, 9-10: «I seguaci di Pitagora ritenevano che le figure
dei quattro elementi fossero circolari, eccetto il fuoco, il più alto, che nella sua
figura è conico ». L'aggettivo è corrispondente al gr. xwvoetôés (e in conseguenza
Daiber, p. 127, dà « kegelférmig »), ma letteralmente lar. sanaubariyy significa
“a forma di pigna”. Sull'uso di questo termine anche in relazione al “cuore”,
sede del fuoco interiore, cfr. H. DAIBER, op. cit., p. 314, nota 507. Ancora sulla
raffigurazione geometrica del fuoco può valere la pena ricordare la testimonianza
68
A 73D.-K. ove leggiamo: «Si è incerti su questo fatto: perché la forma della
fiamma è piramidale; e Democrito dice che, giacché le estremità della fiamma si
raffreddano, essa si contrae ivi in piccolo spazio e diventa acuta all'estremità »
(trad, di V.E, Alfieri in 1 Presocratici. Testimonianze e frammenti, vol, 11, Bari
1969, p. 696; tratta da TueopHr. de ign. 52),
9 Cfr. Placita, p. 126,13: «I Pitagorici chiamavano la superficie del corpo
‘colore’ », e p. 126,20-3: «La setta di Pitagora diceva che i generi dei colori
sono il bianco, il nero, il rosso e il giallo, e che le differenze dei colori si formano
dall'adattamento della mescolanza degli clementi (Daiber, p. 127: « von der besonderen Art der Mischung der Elemente herrühren »), e che la loro diversità negli
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)oxhuata sono eúdpavora. Essi non possono, di conseguenza, in nessun
modo esser presi per “atomi”; e di nuovo la terminologia dell'arabo
ci risulta illuminante, in quanto, se prima avevamo in askäl al-ajsäm
allati laysat mutajazza'ab un calco letterale di tà oxhnara rv Kröpwv,
ora gli cxhuata sono senz'altro esplicitati come ajsam, « corpi ». E di
nuovo: alla considerazione immediatamente seguente: al Se rojos
émadeia &0pavotor: (Sa St Éxeuv oxuata ly dewpntà, fa riscontro Var. fa amma allati (sott.: ajsdm) lá tatajazza’u fa innaha là tagbal
al-infiäl wa là al-tafattut batt*" läkinna lahä askál tabussuhä tudriku
“agl"" che è ancora il calco letterale del greco e, quanto più importa
qui, ristabilisce la distinzione degli atomi rispetto a quelli che null’altro
sono, come “corpi naturali”, se non il risultato dell’aggregazione dei
corpi primi; lá dove anche gli akkal al-ajsám allati laysat mutajazza'ah
sono le sembianze esteriori degli atomi, esistenti e sensibili — come
direbbe l’arabo: mawjüdät e mahsüsät.
A tale interpretazione, del resto, incoraggiano numerosi altri luoghi
del testo aeziano *; né deve sconcertare il fatto che poche righe prima
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
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Jakl era una delle tre proprietà direttamente collegate agli atomi: in
un momento in cui il lessico filosofico arabo si va formando, è perfettamente legittimo che uno stesso termine renda (come del resto il
gr. cx a) una volta il concetto di eldog, anzi, di puede”, e una
volta quello di poppy *. Ma l'enfasi massima va posta, a mio avviso,
sull’uso parallelo di ak! che Sahrastáni fa in 287,5 Fahmi: suwar
hada ’l-älam wa aïkälubä, cioè «le forme di questo mondo e le sue
figure », in un contesto che prelude proprio a quell’asserzione dell'origine casuale delle sostanze del mondo dal casuale urto degli atomi,
di cui discutevamo prima. Spero dunque d'esser riuscita a dimostrare
come il contesto Sahrastaniano, nel suo “equilibrio”, attesti che l’autore
del &. al-milal aveva perfettamente compreso, e meglio anche del traduttore dei Placita (che però, d'altronde, ha i limiti del “traduttore”, che
non è, cioè, un elaboratore), l'oscillazione - del corrispondente luogo
aeziano, e che il risultato ne è |’ “epurazione” del modello, nel senso
che si è avuto modo di apprezzare ”.
E sulla linea interpretativa qui proposta si inserisce, oltre alle
altre sopra citate ®, l'asserzione riferita a Pitagora secondo cui alanimali è a seconda della differenza dei luoghi e dell'aria ». Sarà opportuno ancora
una volta riaccostare a queste le seguenti testimonianze relative a Democrito:
68A 125: «Secondo Democrito in natura non esiste affatto il colore, giacché gli
elementi sono privi di qualità, sia i corpuscoli solidi che il vuoto [...] E le specie
di questi colori secondo l'apparenza sono quattro: il bianco, il nero, il rosso,
il verde» (trad. V.E. Alfieri in I Presocratici cit., vol. n, p. 712; la testimonianza
è tratta da Air. 1 15,8 = dox. gr. 314) e 68A 126D-K.
% Cfr. Placita, p. 122,3-6, sui due modi di intendere la materia: «I seguaci
di Talete, di Pitagora e degli Stoici dicono dell'elemento (Daiber, p. 123: « Materie ») che esso nel suo complesso cambia, si trasforma, si altera e scorre. I seguaci di Democrito dicono che l'elemento primo non è impressionabile ed è ciò
che non si taglia e il vuoto e ciò che non è corpo»; p. 133, 15-21 sulle caratteristiche della materia: « Empedocle, Epicuro e il gruppo di coloro che pensavano
che l’essere del mondo fosse per l'aggregazione dei corpi sottili, ponevano come
necessarie l'aggregazione e la disgiunzione, e non ponevano come necessarie la
generazione e la corruzione, e cid in quanto essi pensavano che la generazione
non avviene per trasformazione qualitativa, ma per aggregazione quantitativa
(cfr. su questa testimonianza quanto detto sopra, alla nota 73); Pitagora e il
gruppo di coloro che posero come necessario per l'elemento che esso sia passivo,
posero come necessarie la generazione e la corruzione nella realtà, e ciò perché
ajsam qabilat al-infífal wa annabá tatajazza'u da'im° bi-lä nihäyah
(p. 128, 2-3: «i corpi sono passivi e si dividono sempre all’infiessi ritennero che la generazione avviene dalla trasformazione degli elementi e
dalla loro traslazione »; p. 140, 8-10, sugli atomi: « Democrito ed Epicuro e tutti
coloro che parlavano dei [corpi] che non si tagliano e del vuoto, non pensavano
che esso fosse animato, né ordinato secondo l’amministrazione, ma che fosse ordinato secondo una necessità non razionale »; e poche righe prima (rr, 4-5): « Quanto
ad Epicuro, credeva che fosse possibile che i mondi siano circolari e che fosse
possibile che essi abbiano altre forme ».
Cfr. ad es. 67 A6,14,15,24,32; 68 A 38,45,125,135 (ma anche 135,
par. 69) D.K.
% Cfr. ad es. 59 A 45; 67 A 1, par. 31, 7-9, 11,24; 68 A 37, 38, 41, 45,47, e B
165 DK.
% Cfr. « Elenchos », ıv (1983) pp. 102-3.
100 Vedi sopra, nota 96.
101 In questo testo, Pitagora è associato a Talete. Il passo continua opponendo
Atomisti e Pitagorici: « Coloro che dicevano che essi non si tagliano ponevano
come necessario per il taglio un punto di arresto, e [dicevano] che esso non va
all'infinito » (rr. 4-5).
Pagina 37
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)nito »), asserzione che, & superfluo rilevarlo, & esattamente contraria
UNA « STORIA DELLA
FILOSOFIA GRECA
»
293
«che non sono tagliabili »); c) fa amma allati la tatajazza'u fainnaha
la tagbal al-infifal wa la ‘l-tafattut batt (p. 104,12-3: «quanto a
a quelle relative agli atomi e, come tale, sembrerebbe infirmare la
validita di qualsiasi ipotesi volta a dimostrare, su basi testuali, che
nel mondo islamico sia stato istituito un parallelismo fra dottrine
quelli che non si tagliano, non sono passivi né frammentabili assolutapitagoriche e dottrine atomistiche, ove non si vogliano ancora una
al-infial wa la fibá pala’ (p. 104, 14-5:
volta identificare gli ajsám di questo testo con i “corpi naturali” dei
luoghi sopra esaminati, tutti contrari anch'essi rispetto alle attestazioni
gala lá tatajazza'u innamá ya‘ni annahä gayr munfailah wa gayr munkasugli atomi.
sirah wa la hala’ fiba (p. 104, 15-6: «quando disse: non si tagliano,
Possiamo così venire alla discussione dell’ultimo punto di confronto fra la trattazione atomistica dei Placita e quella, sullo stesso
argomento, del &. al-milal: la descrizione e le motivazioni dell’indiviintese che essi non sono passivi, né frangibili, né contengono vuoto »).
sibilità degli atomi.
participi passivi — come spesso accade nel &. al-milal — da forme
Si sarà notato che Sahrastäni allude assai genericamente a tale
indivisibilità, senza spiegarla affatto: egli si limita a dire che tilka alajsam lá tatajazza'u ay là tanfa‘ilu wa là tankasiru (p. 287,3: « quei
corpi non si tagliano, cioè non patiscono e non si frangono »). La
genericità di questa asserzione è piuttosto sorprendente, dato che la
caratteristica fondamentale degli atomi (espressa dalla loro stessa
denominazione '*) è proprio l'indivisibilità. Ma prima di cercare i possibili motivi della posizione $ahrastaniana, esaminiamo meglio questa
verbali passive '*. Quando proposi, in altra sede, di emendare nel
‘un’esplicazione dell’indivisibilitä, dunque dire che gli atomi non si tasua asserzione.
gliano “perché non si dividono e non si frangono” risulta, credo, più
Essa è la forma condensata di una serie di attestazioni di indivisibilità presenti nei Placita, e tutte riferite a Epicuro: a) lá yahtamilu
an tukassara wa lá an tunbafama (p. 104, 1: « non sopportano di essere
frazionate né distrutte ») '®; b) allati laysat mutajazza'ah (p. 104, 10-1:
proprio che dire che essi non si tagliano “perché non patiscono e non
si frangono”, dove, invece, nei Placita l'elemento del “patire” — ivi
mente »); d) wa gila innaba la tatajazza'u [ ...] min gabl annahä lá tagbal
tagliano [...] perché non sono passivi
«e fu detto che essi non si
e non hanno vuoto »); e) idan
Ora, l'asserzione di Sahrastáni è più esattamente la trasposizione
di parte di quest’ultima frase, dove ya‘ni è sostituito da ay, e i due
testo Sahrastaniano fanfæilu con tanfasilu!*, non avevo ancora letto
questi luoghi dei Placita arabi che certo possono spiegare perché si
trovi, nel passo del £. al-milal, un verbo apparentemente estraneo al
contesto generale del discorso. Forse, però, l'emendamento di quel
passo nella direzione da me proposta può ancora essere accolto, sulla
base delle seguenti considerazioni:
nel &. al-milal i due verbi sono
variamente espresso — è affiancato a quello della ‘mancanza di vuoto”:
il che indica a mio avviso che il fatto che gli atomi non si tagliano
è, invece che una spiegazione, una conseguenza del concorso di quei
tre elementi congiunti. All’emendamento da me proposto non manche-
102 Sulla storia del modo in cui in arabo vengono designati il termine e il
concetto di atomo, cfr. il mio Note sulla terminologia atomistica araba e greca,
», cıxx (1976) pp. 363-75.
«La Parola del Passato
rebbero, del resto, precedenti in alcuni testi arabi di contenuto affine
a quelli esaminati in questa sede TM
103 Questo riaccostamento, che segue immediatamente la considerazione sul.
l'eternità degli atomi, sopra discussa, mi sembra particolarmente interessante perché
potrebbe far supporre che la “divisione” implichi la “distruzione”. Ciò, natural.
mente, trattandosi di una prospettiva atomistica, non tanto nel senso che progressive suddivisioni avrebbero "ridotto al nulla” l’oggetto in questione, ma nel senso
che la divisione ne avrebbe distrutto la “forma”. In effetti, la “forma” degli atomi
è spessissimo nominata nel testo pseudo-plutarcheo, anzi, sembra che proprio ad
essa vengano attribuite le cause delle proprietà degli atomi. Il problema qui accennato è del resto ben sentito da Sahrastäni. Cfr. Atomismo cit., pp. 98 sgg. e note
relative.
14 Cfr. ad es. la sostituzione di tudriku a mudrak a p. 286,1.
105 Cfr. Atomismo cit., p. 40, nota 46.
1% Mi riferisco in particolare ad alcuni luoghi della versione araba del tv libro
dei Mereorologica di Aristotele, che si deve a Yahya ibn Bitriq, come ad es.: «La
Pagina 38
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295
Ma, di nuovo: forse la genericita della trattazione Sahrastaniana
relativa alle motivazioni “tecniche” dell’indivisibilita si spiega con una
particolare sensibilità dell’autore del &. al-milal per il fatto che, nel
testo dei Placita (e questo risalta particolarmente nella scelta, da parte
borazione — araba: faammä an aya’ la mutajazai'ab fa-dálika zähir
mitl al-hayawänät wa ’l-ustuqusät wa ’l-bala’ wa ’l-wähidah (p. 104, 16-7).
di Qostä, di speciali termini e locuzioni), il problema dell’indivisibilitä
vare” l’esistenza dell'indivisibile è diverso nell'originale e nella versione araba:
non è, o non è più soltanto, un problema afomistico.
Esso, infatti, vi si salda con la concezione pitagorica dei numeri;
e questa considerazione ci permette di passare all’altro punto della
discussione, quello del confronto della trattazione più specialmente riferita a Pitagora con quanto vien detto degli “Atomisti”. Tale confronto ci porrà poi in condizione, ad esempio, di capire meglio il senso
della scelta di una locuzione come muttabidah bi ‘l-tatlit per rendere
Vassai più anonimo termine greco tptatvoerdij¢. In particolare, è la
chiusa della sezione “atomistica” di questo testo che realizza già essa
la saldatura con la sezione “pitagorica”; infatti, il greco recita: ¿ti
Se tot &topoc, oupéc xal yap tote otoryeta del Svta xai [Ga
xevà xai h povács (dox. gr. p. 286, 15-7). Anche questo testo si dif-
A parte la trasformazione del sing. &topog nel pl. afya’ la mutajazzi'ab, vediamo infatti che l’ordine delle esemplificazioni atte a “pro-
1)
otovyeta dei Bvra
-
hayawanat
2)
toa
-
ustuqusat
3)
xeva
4)
povdg
-
pala’
wabidab.
Si nota l'inversione di luogo fra “elementi” e “animali” e soprattutto
il nuovo passaggio, dal plurale al singolare, per il “vuoto”, il xeva
greco che nell’originale — anche per l'assenza della congiunzione xai —
potrebbe esser considerato anche attributo di Zwa. Su tali discrepanze
rispetto all'originale nulla ci dice il Daiber; eppure, che il testo fosse
ferenzia notevolmente dalla sua traduzione — forse dovrei dire rieladi difficile interpretazione non era sfuggito al Diels, che in nota
osservava: « difficile dictu quid in his ineptiis lateat. incredibilia varia
rottura [...] (è) la divisione del corpo in parti grandi o piccole di misura, in una
parte o in [più] parti, perché una sola non si oppone di per se stessa. E dei corpi,
alcuni si sbriciolano, altri si frangono; e la frattura è una divisione del corpo in
parti grandi, mentre lo sbriciolamento è divisione in parti sottili, piccole di misura
[...]»; qui lo “sbriciolarsi” e il “frangersi” sono rispettivamente resi da termini derivati dalle radici f-s-] e &-s-r (per questo testo, cfr. C. BAFFIONI, La tradizione araba
del IV libro dei ‘Meteorologica’ di Aristotele, Suppl. n. 23 agli « Annali dell'Istituto
Universitario Orientale di Napoli », xL (1980) fasc. 2, pp. 1-104, alle pp. 34-5); e
ancora si veda la definizione del fendibile (ibid., p. 36). Analoga distinzione ritroviamo nella parafrasi araba di Olimpiodoro (di Abii Bir Matta) a tale testo: «La
differenza fra [ciò che si rompe e ciò che si sbriciola] è che il primo si divide,
quando si rompe, in pezzi grandi e piccoli, il secondo in molti e pochi pezzi »
(cfr. ibid., p. 80). In questi testi ovviamente il riferimento non può essere agli
“atomi” (cfr. anche p. 81 e, ancora sul fendibile, pp. 81-2); ma la precisazione del
secondo testo incoraggia a riferire agli atomi il “rompersi”, più che lo “sbriciolarsi”
(ad onta delle loro dimensioni, che potrebbero anche essere supposte “infinitesime”),
p. 13 » (dox. gr. p. 286).
tentaverunt Gassendus Epic. phil. Lugdun. 1675 I p. 102 et Corsinus
perché con ogni evidenza lo “sbriciolarsi” presuppone una certa qual “casualità”
nelle dimensioni delle parti dell'oggetto sbriciolato, che non sembra invece inerire
alle parti “rotte”.
Invero, a prescindere dalle antiche interpretazioni '”, queste ineptiae
sembrerebbero esemplificazioni atte ad attestare l’esistenza degli atomi
nel senso che si è appena definito, cioè come entità:
1) infrangibili,
2) impassive, 3) prive di vuoto. In questo senso si muoveva anche
la traduzione dall'arabo del Daiber “. Naturalmente, se questa ipotesi
è vera, è difficile attribuire tutte e tre insieme le proprietà ora ricor-
1 Segnalo qui che Gassendi (cfr. Opuscula philosophica I, Philosophiae Epicuri Syntagma, in Opera omnia, 11, Lugduni 1658) motiva l'indivisibilitá non con
la piccolezza (che determina invece l'invisibilità), ma con la durezza, l’impassività,
la mancanza di vuoto e di urto, Ugualmente egli ribadisce che i punti debbono avere
grandezza (ma non grandezza procera), o non si darebbero corpi estesi. Interessanti
la considerazione che se il corpo fosse divisibile all'infinito non ci sarebbe discriminante col vuoto, e il ricorso all’esemplificazione degli atomi con cose invisibili ai
sensi, come il pulviscolo, l’acaro, il vertice dell'angolo (cfr. pp. 15-6).
108 Vedi sopra, nota 48.
Pagina 39
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)date, e in particolare la terza, agli “elementi eterni” (la connotazione
di “eterno” è lasciata cadere nella traduzione araba: forse perché considerata pleonastica?), e soprattutto agli “animali (vuoti?)”. E del
resto, se fosse invece corretta l’interpretazione di Qostà, che separa
animali e vuoto, perché il plurale nell'originale? Non avrebbe avuto
senso, nella tradizione greca (anche a prescindere dall’atomismo, che
pur ammettendo in qualche caso gli intermundia, non vuol certo farvi
allusione qui), parlare di “molti vuoti”, anche per le ben note considerazioni di Aristotele '”, L'unico caso in cui la triplice qualificazione
calza perfettamente è quando si parla della juovás. Un'ultima osservazione: contrariamente alle altre due precedenti “esemplificazioni”,
solo povds ha l'articolo. Anche questo fatto non può essere considerato
casuale, e significa certo — al di là di quello che le altre esemplificazioni possono sottintendere — che è la Love, in ogni caso e in ogni
senso, la raffigurazione dell'atomo per eccellenza (e in questo caso il
mitl del testo aeziano in arabo esprime piuttosto l'uguaglianza). Inoltre,
quando, da parte di Stobeo, troviamo detto (e collocato, da Diels,
subito dopo il testo qui discusso: posto, dunque, in stretta corrispondenza con esso) che Ecfanto di Siracusa elg tHv Ilubayopeiwv révruv
tà úbialpera owpara xai tó xevóv. ths yap Ivbayopızas povadac
cÚtOG rpütos Anephvaro wars (dox. gr. p. 286, 5-9), possiamo
intendere questo passo — se non altro nell’ottica della compilazione
dei Placita — come una riprova del fatto che gli atomi di Democrito
e di Epicuro sono il corrispettivo, sul piano “fisico-naturalistico”,
delle monadi pitagoriche. E forse in questo filone si colloca l’ipotizzata
“derivazione” dell'atomismo del Kalam musulmano da Ecfanto !, nonché una sua possibile “giustificazione teorica” — ad onta delle ben
note riserve aristoteliche — da parte del mondo arabo per la possibilità
di porre “più in alto” gli atomi (rispetto alle formulazioni stricto sensu
fisico-naturalistiche), in un campo che sconfinava nell’astratto, grazie
a questi “apparentamenti” con le monadi pitagoriche.
Ma torniamo al testo originale. In nota alla propria edizione, la
1 Cfr. ad es. phys. A 4.211 b 14 sgg.; 8.216
a 26-b 16; cfr. anche Pitagorici
cit., fasc. 2, pp. 348-9,
0 Per la quale cfr. Atomismo cit., pp. 5-13 e 81, e note relative.
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
297
Timpanaro Cardini "" osserva, a proposito della seconda parte della
testimonianza, che « l'affermazione è evidentemente inesatta:
la primitiva monade pitagorica aveva estensione ». Tale considerazione vorrebbe lasciar intendere che nulla avrebbe aggiunto Ecfanto alla concezione più antica. Quello che, però, merita a mio avviso di essere notato
qui, è che questa “somatizzazione della monade” potrebbe rappresentare — cosa che, forse, non era nella mente dei Pitagorici più antichi"? — un esplicito avvicinamento a posizioni atomistiche, come se
la testimonianza volesse attestare che, almeno da qualche punto di
vista, owpara &braipeta e povades owparixal sono la stessa cosa.
Questo, da una parte vale a riaccostare le monadi una volta di più
alla struttura “materiale” delle cose", dall'altra a ‘‘metafisicizzare’,
a collocare nell’ “altra filosofia”, i corpuscoli atomici. È vero, naturalmente, che qualunque &pym o gruppo di &pxai naturalistiche, come
pure le “omeomerie” anassagoree, possono, e debbono, essere interll Pitagorici cit., fasc. 2, p. 419.
112 Ecfanto, anche se incerta è stata a lungo ritenuta persino la sua reale esistenza, si colloca, approssimativamente, nella fase centrale del pitagorismo, quella
più o meno contemporanea ad Aristotele. Osserva la Timpanaro: « Non esiste [...]
una divisione tra primi e secondi Pitagorici; esistono problemi che via via maturano,
e la cui soluzione determina l'ulteriore sviluppo» (Pitagorici cit., fasc. 2, p. VI).
Così riguardo all'idea della monade estesa, la studiosa la considera un principio
metodico sin dal VI secolo (Pitagorici cit., fasc. 1, p. viti). È anche vero però
che tale idea si afferma nella sua claborazione più organica proprio nell'epoca immediatamente precedente Ecfanto, con Filolao e la sua molteplice caratterizzazione
del numero tanto in senso spaziale quanto in senso aritmetico (cfr. anche Pitagorici cit., fasc. 2, p. 88 e nota 23, sulla polemica circa il momento dell'origine dell'opposizione — spaziale — mépac-timerpov); mentre alle origini, la questione dei
rapporti numerici sembra sviluppata prevalentemente in chiave musicale. Ricordo
anche che, per altro verso, l'idea di una “monade estesa" quale “unità di misura"
della realtà urta con la scoperta degli incommensurabili, che, pur risalendo al primo
pitagorismo e interessando i suoi rapporti con l'eleatismo, viene però sistematizzata
con Ippocrate di Chio (cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 32 e 90-2). Inoltre, un riaccostamento esplicito della monade all'atomo abbiamo solo con Ecfanto (per il testo
relativo cfr. Pitagorici cit., pp. 420-1). Per sviluppi di questo problema nel pitagorismo più tardo cfr. ad es. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 131 sgg. e 151.
15 Per Filolao, cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 87-8; per sviluppi successivi
Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 59-61, 147, 159 sgg., 221-3.
Pagina 40
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»
299
pretate in senso “metafisico” '*, ma qui c'è certamente qualcosa di più:
uatixòg serve a sottolineare la “bivalenza” delle monadi come degli
se la “monade” e la “diade indefinita” (delle quali si parlava anche
atomi, nel piano astratto come nel fisico. Ma la connotazione dell'estenall’inizio della testimonianza placitiana qui esaminata) diventano, risione precede tutto questo: una figura geometrica è estesa ma non ha
spettivamente, gli equivalenti degli atomi e del vuoto atomistici (dove,
nulla a che vedere col piano fisico. Qui però non è in gioco l’estenquindi, la ““monade” si frantuma in una molteplicità “corporeizzata”
sione:
che scandisce — come l'originario “limite” pitagorico — il vuoto “ilatomi e monadi è piuttosto la semplicità: quella semplicità che, così
l’elemento che consente di accomunare otovyeta, “animali”,
limitato””), questo significa anche, inversamente, che atomi e vuoto sono
riportati a quel regno del puro quantitativo che si identificava al sommo
come ben si addice agli ‘elementi eterni” e agli “animali vuoti” (vuoti
di materia, se questa interpretazione è esatta; perché certo essi “non
grado con la concezione pitagorica nelle sue varie formulazioni. E che
composti” non sono, e la loro semplicità è quella della forma, intesa
tale operazione sembri effettivamente compiuta nella tradizione antica,
come esprimibilità — ma anche, in una prospettiva più “aristotelica”,
può esser provato da molti dati. Intanto, la critica aristotelica alle
come garanzia della soddisfazione del tékog; come pure nella stessa
monadi e agli atomi corre molto spesso su binari paralleli. Ma poi,
chiave si potrebbe intendere l'indivisibilità degli elementi “omeomeri”
ci sono diversi elementi che, riaccostando atomismo e pitagorismo,
e quella del vuoto che, se divisibile, non sarebbe più “vuoto” —),
hanno valore, ovviamente, di per se stessi e possono, d’altro canto,
assicura parallelamente l’indivisibilità dell'uno come quella dell'intero,
“preparare il terreno” per un esame di quelle critiche aristoteliche.
in base a una tradizione ben nota”, e può illustrare quella del prin-
Tali elementi sono desumibili proprio dai testi di cui ci occupiamo
in questo lavoro. Indichiamoli.
Per quanto esaminabili su piani diversi, essi vertono tutti escipio primo assimilato alla monade.
Monade che — lo si è più volte sottolineato — viene espressa
in arabo (anche come resa linguistica) mediante la nozione dell'unità !,
senzialmente sulla caratterizzazione della monade e sul modo in cui è
mentre più in ombra, almeno a mio avviso, resta l'eco della sua, pure
legittimo asserire che tale monade entra a far parte dell’universo
usuale, assimilazione al punto geometrico !. Eppure, proprio all’assi-
“corporeo”.
milazione della monade al punto si deve, relativamente alla monade,
Come punto d’avvio di tale caratterizzazione, possiamo servirci
la caratterizzazione dell’estensione, caratterizzazione che, così come gaappunto della chiusa della voce placitiana su Pitagora. Si è appena
rantiva la lunghezza della linea formata di punti, garantirà la misurarilevato che il testo di Stobeo che le vien fatto seguire — ma del
bilità dei corpi scaturiti — anzi, materiati — dalla monade.
quale non è rimasta alcuna eco nella redazione araba "5 — allude alla
somatizzazione della monade. Naturalmente — e in questo senso ha
un valore l'osservazione della Timpanaro, sopra ricordata — dire che
perché esso, forse, potrebbe spiegare il punto di vista degli Atomisti
le monadi sono cwpatixai non è precisamente lo stesso che dire che
sono estese; così anche gli atomi, anche per coloro che li ritenevano
estesi ®, non erano cwpata e neppure owpatixat. L'aggettivo ow-
14 Vedi sopra, nota 52.
115 Mai, del resto, nei Placita tradotti da Qostá è nominato Ecfanto.
116 In questa prospettiva si può leggere l’asserzione dei Placita per cui Pitagora
e Aristotele hanno sostenuto che le cause prime non sono corpi, e che ciò che è
per partecipazione o per accidente è corpo, e in questo modo il mondo è corpo (cfr.
Ho anticipato, assai semplicisticamente, questo meccanismo qui
H. DAIBER, op. cit., pp. 124-5). Lo studioso traduce bi 'l-“arad con « per Zufall », ma
dox. gr. p. 310,3 dà xatà ouußeßnxös. Particolarmente rilevante questa allusione,
che ben potrebbe per certi versi valere per l’atomismo, in un contesto pitagorico.
117 In effetti, Puno è il solo numero che, anche espresso in forma frazionaria
(1/1), restituisce l’intero.
118 Cfr, quanto osservato sopra, alla nota 13 e in « Elenchos », 1v (1983) pp. 11012 nota 69, pp. 118-9 nota 114,
119 Cfr. al proposito ibid., pp. 99-100 e 123 nota 176 e il mio Note sulla terminologia atomistica cit., p. 372 e note relative. Nulla troviamo al proposito nei
Placita arabi.
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DELLA
FILOSOFIA GRECA »
301
musulmani che pensavano ad atomi estesi, ma anche le oscillazioni di
al fatto che essa è indicata come l’esemplificazione per eccellenza delcoloro che negavano estensione agli atomi, meglio di possibili influssi
l'atomo,
della filosofia indiana su tale aspetto '”, Però, è altrettanto doveroso
Si è visto che secondo una ben nota dottrina pitagorica l'uno non
sottolineare che l'assimilazione della monade all'uno e al punto scaturisce innanzitutto — al di là del modo in cui tali assimilazioni possano
è un numero, pur essendo principio di qualunque numero, ottenibile
poi essere state approfondite — dall'esigenza di porre in rilievo la primarietà della monade: proprio come l'uno, anche se non è numero,
è principio dei numeri, e il punto, anche se non è corpo, è principio
dei corpi. Ancora: meglio si sarebbe potuto dire che il punto, prima
che principio dei corpi, è principio delle grandezze geometriche astratte.
Ora, non è questo il momento di discutere quale dei due ordini — il
geometrico o il fisico — sia stato usato per fondare, analogicamente,
l'altro (un problema che va ben oltre le posizioni pitagoriche ed atomistiche); varrà però la pena di chiedersi se, analogamente al destino
del punto (che prima origina linee, da queste superfici, e quindi solidi,
geometrici, e su un altro piano solidi fisici, ugualmente scomponibili,
e in modo più o meno ideale, in superfici, linee e punti “fisici”), anche
Puno possa dare origine tanto alla serie infinita dei numeri aritmetici,
quanto ad “altri numeri” che fondino, più o meno idealmente, la stessa
realtà fisica. Questa domanda aveva coinvolto profondamente il pitamediante successive aggiunzioni di unità *!, Allo stesso modo, due punti
posti di seguito già costituiscono una linea (..); tre punti non allineati, ma posti sullo stesso piano (.’.) simboleggiano una superficie;
un quarto punto, su altro piano, aggiunto a questi tre raffigura un
solido (anzi, la tetractys'). C'è poi uno stadio in cui geometria e
aritmetica sconfinano l’una nell'altra, e le unità valgono un po’ come
punti:
per i Pitagorici, esistono numeri triangolari, quadrati, pentagonali, esagonali, a seconda del modo in cui si possono immaginare
disposte le unità che li compongono '”. In particolare, il passaggio dai
“numeri lineari” ai “numeri solidi” si vede bene quando si pensa alla
struttura dei numeri quadrati che, proprio come i quadrati geometrici,
debbono avere lati uguali, cioè, sono raffigurabili come quadrati in cui
tutti i lati siano simboleggiati dallo stesso numero di unità. Di conseguenza, per un quadrato di lato 3, il numero quadrato simboleggiato
sarà 9, per un quadrato di lato 4 16, per un quadrato di lato 5 25 ... !*;
gorismo e, ciò che maggiormente interessa qui, si trova caleidoscopicamente riflessa nelle rielaborazioni arabe del pensiero antico. Quello
che voglio dire è, anzi, che tale domanda — e le molteplici risposte
che le vengono date —, oltre a costituire uno dei principali fondamenti
dell’assimilazione, almeno parziale, che dell'atomismo al pitagorismo
viene operata tanto da Sahrastani quanto nei testi dei Placita che qui
esaminiamo, costituisce, forse, anche il principale elemento unificante
delle molteplici teorie esposte dall'autore del &. al-milal, e in parte da
lui ricondotte al pensiero greco, nella “voce” dedicata a Pitagora. Se
teniamo presente questo fatto, sarà forse più facile esporre, e seguire,
le variegate, e non sempre immediatamente perspicue, posizioni $ahrastaniane.
Bisogna però, ora, tornare alla caratterizzazione della monade, e
120 Cfr, Atomismo cit., pp. vini, 95-6 e note relative.
E se i lati sono simboleggiati da un numero diverso di unità, si
avranno, ovviamente, numeri oblunghi TM,
121 Cfr. « Elenchos », ıv (1983) pp. 97-8; p. 109 nota 64; p. 110 nota 68.
12 Sulla tetractys cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 124-5, 260-1, 392-3; fasc. 3,
pp. 106-7,
13 Cfr. Ibwän as-Safa’, Epistola sulla geometria, p. 89, 3-fine e Pitagorici cit.,
fasc. 2, pp. 127-8; fasc. 3, pp. 176-7.
14 Cfr. ibid., p. 90.
125 Cfr., anche per i riferimenti agli Ihwän, per questo e i problemi cui farò
allusione subito dopo, « Elenchos », 1V (1983) pp. 112-3 nota 72.
Pagina 42
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Analogamente, se il cubo & il solido di uguale lunghezza, larghezza
e profondità, si comprenderà anche che il più piccolo numero cubico
— se il più piccolo numero quadrato è il 4
— è 1'8, simboleggiato
da una figura con lunghezza, larghezza e profondità uguali a 2 (il
minimo della linea) ‘7.
Così, ci saranno, come s’é visto, numeri solidi non cubici, pittorescamente caratterizzati in arabo '*, Questo non ci interessa più immediatamente ora, ma può farci comprendere come, di qui, il passo
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
303
mente, se l'atomo, pur essendo costituente del corpo, non è esso stesso
un corpo, e se si può dire che il più piccolo corpo è quello costituito
di otto parti, altri Mutakallimün vagliarono l’eventualitä che l’atomo,
più “piccolo” e più “semplice” del corpo, abbia meno di otto parti TM,
E se l'atomo constasse di “una parte sola”? Anche questa posizione
risulta attestata nel Kaläm '”, ma comportava non poche difficoltà, se
non dal punto di vista dell’indivisibilità — che l'estrema semplicità
avrebbe senza meno garantita —, da quello dell'estensione. La “parte
che portò i Pitagorici ad attribuire ad ogni cosa un suo proprio numero,
senza il quale la cosa stessa non avrebbe potuto essere conosciuta '”,
dev'essere stato relativamente breve. Questo, però, non ha ancora una
corrispondenza immediata con una eventuale correlazione fra atomismo
e pitagorismo anche se, come vedremo, può in qualche modo rientrare
nelle critiche aristoteliche cui si è più volte fatta allusione TM. Esattamente corrispondente, invece, alla teoria pitagorica dei numeri solidi,
e in particolare del numero cubico (e dell’otto come il più piccolo
numero cubico possibile), è la concezione di quegli Atomisti del Kalam
che sostenevano che l'atomo più piccolo ha otto parti’. Natural-
132 Secondo Abii 'l-Hudayl, l'atomo, che non è né lungo, né largo né profondo,
«si compone di due cose nessuna delle quali è lunga» (Magälät, p. 315, 12). Sull'assenza di dimensioni per l'atomo cfr. anche Magälät, p. 314,12 sgg., dove si
ricorda anche la tesi per cui Patomo «sta a contatto con gli altri [atomi] da sei
lati»; cfr. anche Magälät, pp. 302, 16-303, 3: « Abi ‘l-Hugayl disse che il corpo è
ciò che ha destra e sinistra, esterno e interno, alto e basso, e il minimo [di parti]
che ha un corpo sono sei lati, cioè destra e sinistra, esterno e interno, alto ¢
basso, e [disse] che l'atomo (ha contatto) [integrazione del Ritter] con gli altri
[atomi] da sei [lati] », ove è evidente da una parte la difficoltà di rappresentare
l'atomo in modo diverso dal corpo, dall'altra l'esigenza di renderlo in certo qual
modo simile ad esso, per salvaguardare l'estensione del corpo formato di atomi, ma
senza uscire dall'aporia di un indivisibile postulato dotato di lati; e del resto, ancora
1% Cfr. « Elenchos », 1v (1983) p. 112 nota 72.
12? Cfr. ibid., pp. 99-100 e 123 nota 176, e ancora Pitagorici cit., fasc. 3,
pp. 146-9.
128 Cfr. « Elenchos », 1v (1983) pp. 112-3 nota 72.
129 Sul quale cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 218-9, 250-1, 254-7.
130 Vedi oltre, pp. 309 sgg.
131 Cfr. AL-ASARI, Magälät al-islämiyyin, ed. H. Rırrer p. 303, 8-13: «E Mu”
ammar disse: esso [scil. il corpo; ma il problema si può spostare all’atomo] è ciò
ch'è lungo, largo e profondo e il corpo più piccolo consta di otto parti, e quando
le parti si aggregano, seguono necessariamente gli accidenti, e questo [processo] lo
compie di necessità la natura [...] e pretese che quando si congiunge una parte a
un’[altra] parte si forma la lunghezza, e che la larghezza deriva dalla congiunzione
di [altre] due parti a quelle, e che la profondità si ha quando si sovrappongono
alle quattro parti quattro parti, e le otto parti costituiscono un corpo largo, lungo
e profondo », Questo passo, a parte la menzione degli accidenti che sembrerebbe
riferire l’intera esposizione al corpo fisico (ma sul problema dei rapporti fra atomi
e accidenti cfr. Atomismo cit., pp. 92-6 e 105-8), mostra sorprendenti analogie col
testo degli Ihwän as-Safa’ da me riportato in « Elenchos », ıv (1983) p. 116 nota 88.
Su questo problema cfr. ancora Atomismo cit., pp. 96 sgg.
nel Kalam si afferma: «la sostanza è di due specie: sostanza composta e sostanza
semplice non composta, e quelle che non sono composte fra le sostanze non sono
corpo, e quelle fra esse che sono composte sono corpo » (Magälät, pp. 307, 15-308, 2).
E ancora nello stesso testo, sul numero minimo delle parti dell'atomo: « E al-Jubbi"i
[...] diceva che [l'atomo] ha contatto da sei lati [...] E si pronunciò Hisám al-
Fuwati a favore dell’esistenza dell'atomo, eccetto che esso non può avere contatto
o essere diviso [...] e ammise che essi sono i fondamenti del corpo, e che il fondamento ha sei parti e che il corpo [consta] di sei principi [...] E [...] Salih Qubbah
[...] riferì che la parte tocca sei sue simili e disse: è impossibile che l'atomo tocchi
due parti [...] [Secondo Dirar e Hafis al-Fard e Husayn al-Najär] la parte minima
che si può trovare ha dieci parti, ed essa è meno di un corpo piccolissimo [...] »
(pp. 315, 7-318, 1). Dunque l’atomo può avere anche più di otto parti; ricordo al
proposito anche la complessa posizione di Hi$im al-Fuwati per la quale cfr. Atomismo
cit., pp. 97 sgg. € note relative.
133 Cfr. Magälät, p. 316,8-9: «E al-Nazzam raccontò che alcuni dissero che
l'atomo ha un solo lato, e, come parte, quella che appare dalle cose, e cioè la superficie a contatto con te». Ma si rileverà la particolarissima impostazione di tale
punto di vista, E ancora: «E alcuni negarono che nell'atomo si distinguano due
movimenti e due lunghezze [?, Ritter] » (Magälät, p. 320, 4).
Pagina 43
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)unica” infatti non sempre coincide immediatamente col puntoTM e,
anche quando al punto venisse assimilata, resterebbe pur sempre da
decidere se si tratta di un punto esteso o inesteso TM.
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
305
Del cubo quale minimo costituente del corpo (e dell’atomo?)
parla anche Daiber nel suo libro su Mu‘ammar, sia pure nell'intento
di negare che Mu‘ammar sia stato atomista "”. Su questa linea, appare
D'altro canto, se l'atomo ha “parti”, esso dovrebbe essere diviinoltre estremamente interessante che egli introduca qui il problema
sibile. L'origine “geometrica” delle caratterizzazioni di cui sopra, comunque, avrebbe dovuto consentire di risolvere il problema, osservando
della conoscenza, da parte del mondo arabo, delle dottrine eleatiche.
che certamente il solido si può idealmente scomporre in superfici, le
superfici in linee, le linee in punti: ma gli elementi costituenti, singolarmente presi, non sono lo stesso di ciò che compongono. Così, si
dovrà ugualmente concludere che se le superfici singolarmente prese
non sono il solido che compongono, se il solido venisse diviso nelle
sue parti componenti (le superfici) non sarebbe più un solido, non
esisterebbe più come tale. Analogamente per gli altri casi. Il fatto
punto queste “otto parti” che, pur essendo recisamente differenziate
dal corpo '*, debbono — sia pure potenzialmente, dato il modo in cui
Mu°ammar immagina che vadano a combinarsi per dar luogo al
corpo '* — avere esse stesse una figura “cubica” o, in qualche modo,
che gli Arabi, pur recependo l'origine geometrizzante — e pitagorizdi otto atomi, e chi chiedesse di una parte di queste chiederebbe la
zante — di queste loro concezioni, non pensarono a una dimostrazione
di questo tipo per l'indivisibilitá degli atomi, comunque essi fossero
stati concepiti, può essere una riprova del peso maggiore che su di
loro ebbero, rispetto alle dottrine pitagoriche, le concezioni aristoteliche TM.
conviene la composizione, e che la composizione singola è in due luoghi, e questa
13 Per questo problema presso il pitagorismo cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 122-
e l’accidente di faná' (annichilazione), problema sul quale tuttavia non è questo il
Infatti, alla base del corpo minimo composto di otto parti stanno aptale da consentire quel genere di combinazione. Mu‘ammar infatti osserva:
« E raccontò [al-Nazzam] che altri [scil. Mu‘ammar] dissero
che l'atomo esiste, solo che non può sussistere in sé né in cose minori
è l'opinione di al-Jubbä’i» (ibid., p. 303, 7-8).
137 Cfr. H. Darper, Das theologisch- philosophische System des Mu‘ammar ibn
“Abbad as-Sulami (gest. 830 n. Chr.), Beirut 1975, dove l'esigenza di porre il
mu‘tazilita musulmano in rapporto con l'eleatismo affiora, per dire il vero, più di
una volta nel corso del lavoro, per es. riguardo al problema del rapporto fra Dio
3, 214-5, 342-3, 446-7; fasc. 3, pp. 148-9.
luogo di discutere (cfr. però pp. 242 sgg. del lavoro del Daiber). Per quanto con-
135 Si è già riportata la posizione di quelli che a mio avviso sono gli Atomisti
di Basra, sostenitori dell'assimilazione dell'atomo al punto matematico (vedi sopra,
nota 132). A questa sembra però opporsi la posizione di al-Jubba’i — o almeno, la
posizione che mi sembra a lui riferibile; cfr. per questa analisi Atomismo cit.
p. 105 — secondo cui: «le parti si tagliano finché non si arriva a due parti, e
quando si arriva a tagliare queste, il taglio le annulla, e se tu immagini una delle
due non la trovi nella tua immaginazione, e quando distingui fra le due con l'immaginazione e via dicendo, non trovi altro che la loro annichilazione» (Magälät,
cerne la concezione di Mu‘ammar, secondo la quale il corpo tridimensionale, cui
forma primitiva è l’esaedro, deve constare di un minimo di otto parti (cfr. pp. 323
sgg.), essa induce lo studioso a negare a Mu‘ammar una concezione atomistica,
contrariamente, ad es., alle posizioni di H. A. WoLrson, The Philosophy of the
Kalam, London-Cambridge 1976. Infatti, la attestata "‘tridimensionalità eidetica”
del corpo primitivo appare al Daiber difficilmente correlabile a quella di “punto
geometrico”, cui, secondo lui, potrebbe essere invece equiparata la “parte indivisibile”; pertanto, lo studioso preferisce ricondurre Mu‘ammar piuttosto alle prospetp. 317, 3-5).
tive eleatiche e a quelle geometriche di Euclide. Su tale questione cfr. anche Atomi-
1% Su questo problema cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 144-53 passim e, per
le posizioni dei Mutakallimün, si considerino le esigenze che non possono non essere
state dietro asserzioni come queste: «E alcuni di coloro che si pronunciarono a
favore dell’atomo dissero: l'atomo & lungo in sé per la sua potenza, e se cosi non
fosse, il corpo non potrebbe essere mai lungo, perché quando avviene composizione
smo cit., pp. 314-8 e note relative.
fra cid che non ha lunghezza e cid che non ha lunghezza, non ne nasce mai lunghezza » (Magälät, p. 318, 12-4); « E alcuni [...] pretesero che ai due atomi insieme
138 Leggiamo infatti nelle Magälät: « E dissero alcuni: non c'è atomo [ma qui
lett. “sostanza”, jawhar] [che sia] un corpo, e l’atomo è assurdo che sia un corpo,
perché il corpo è lungo e largo e profondo, e non c'è atomo così, e questa è
l'opinione di Abi 'l-Hudayl, e Mu‘ammar, e ad essa aderì al-Jubbä’i » (p. 307, 10-3).
139 Cfr. H. Daiser, Das theologisch- philosophische System des Muammar cit.,
pp. 323, 325, 327.
Pagina 44
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)sua divisione, ma essa non si divide, e tuttavia si conosce anche il
discorso sulle otto [parti], e questo perché le otto parti hanno lunghezza, larghezza e profondità, e la lunghezza è di due parti, e la
lunghezza unita alla lunghezza costituisce una grandezza che ha lunghezza e larghezza, e la grandezza unita alla grandezza & un lato che
ha lunghezza, larghezza e profondità » TM.
Questo passo manifesta appunto l'esigenza — espressa anche da
altri Mutakallimún e teologi musulmani, come al-Jubbä’i e, più tardi,
Nisäbüri 4 — di garantire la grandezza dei corpi composti, opponendosi alla posizione dei teologi bagdadini, e segnatamente a Ka‘bi, che
negava invece la quantità ai principi primi costituenti i corpi '”, Daiber
osserva che Mu‘ammar non chiarisce Ja dimensione in cui queste
“parti indivisibili” vanno collocate: esse non sembrano appartenere né
al regno del senso né a quello dell’intellezione. Inoltre, anche se già
con Platone le grandezze geometriche facevano in qualche modo da
tramite fra il puro intelligibile ed il senso, tale passaggio non è chiarito
in Mufammar. Perciò, la “parte indivisibile” di Mu‘ammar sembra
connotarsi piuttosto, aristotelicamente, come la “forma primigenia” del
corpo. In questo senso, Daiber ritiene legittimo assimilare la “parte
indivisibile” al punto geometrico, notando che le spiegazioni di Mu‘ammar — che ho sopra riportato — sono molto simili alle caratterizzazioni euclidee di punto, linea e superficie ‘4. Di più: la somiglianza
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
307
del concetto di punto con quello di unità, riconosciuta da Szabé come
un retaggio dell’antico eleatismo, consente appunto al Daiber di concludere: « Mu‘ammar bedient sich einer geometrischen Denkweise in
gleicher Weise wie in seiner Lehre von Bewegung und Ruhe, wozu
wir eine Parallelitát bei dem Eleaten Zenon feststellten » ',
Secondo Daiber, un confronto fra atomismo greco e atomismo
mu‘tazilita si giustifica solo perché hanno entrambi adottato l’idea di
parti minime indivisibili. Ma, dietro, c'è la risposta al problema di
Parmenide, dell’immutabilitä dell’essere. Il nascere e il perire delle
cose costituiscono per essi la prova che accanto all’essere c'è un nonessere: lo spazio vuoto; e al posto di un essere immutabile pongono
la molteplicità di corpuscoli immutabilmente in divenire,
Come si vede, Daiber privilegia il rapporto con l’eleatismo, anche
solo come mera risposta ad esso, rispetto ai. veri e propri contenuti
delle dottrine dei sostenitori, nel Kaläm — in vario modo ed a diverso
titolo —, di “parti indivisibili”. Non so fino a che punto questo sia
utile a negare |’ “atomismo” di tali teologi — riconosciuto, del resto,
da fonti autorevoli —, se le stesse dottrine democritee poterono
nascere, almeno in certa misura, come risposta all'eleatismo
— il
che, ovviamente, nemmeno Daiber ignora.
Quello che dell'esposizione del Daiber è da tenere nel massimo
conto è invece, secondo me, la considerazione per cui gli “atomi”
del Kaläm sono caratterizzati in un modo tale che sembra risentire
delle suggestioni di teorie che si concretizzarono, nel mondo antico,
2. Su questa posizione cfr, il testo da me riportato
140 Magälät, pp. 316, 13-317,
alla nota 131. Non è un caso che immediatamente dopo il testo da me riportato ora
venga fatta seguire la posizione di coloro che dissero: «le parti si tagliano finché
non si arriva a due parti, e quando si arriva a tagliare queste, il taglio le annulla,
e se tu immagini una delle due non la trovi nella tua immaginazione, e quando
distingui fra le due con l'immaginazione e via dicendo, non trovi altro che la loro
annichilazione» (p. 317, 3-5). Su questo problema vedi anche oltre, pp. 316-7.
141 Cfr. H. Darer, Das theologisch- philosophische System des Mu‘ammar cit.,
p. 326.
142 Ka‘bi, come qui ricorda Daiber, ma anche Iskafi. Cfr. al proposito Afomismo
cit., p. 92 e nota 95 e 97.
14 Vedi nota 131 e pp. 302 sgg.
14 Cfr. H. Darner, Das theologisch- philosophische System des Mu‘ammar cit.,
pp. 327 sgg.
nei contenuti degli Elementa euclidei ®, Ma perché non ipotizzare, a
questo punto, una possibile influenza del pitagorismo sull'atomismo,
e sia pure attraverso le aporie dell’incommensurabile trasmesse, nell’eleatismo, da Zenone, e certo note agli Arabi? Con tale influenza
MS Ibid., p. 331.
146 Cfr. Atomismo cit., p. 316 e note relative.
14 Cfr. ibid., p. 315 e note relative.
48 Del resto, non sembra, almeno per quanto ne so, che altri aspetti dell'eleatismo siano stati noti al mondo arabo. Dati che confortano questa considerazione si traggono anche dalla lettura della versione araba dei Placita. Cfr. in merito
la mia recensione al testo, in « Annali dell'Istituto Universitario Orientale di
Napoli », xLIMI (1983) pp. 707-15.
Pagina 45
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309
la filosofia arabo-musulmana si trovd, più o meno consciamente, a
Ora, a tali aspetti in questa sede si pud accennare solo per dire
fare i conti, quando elabord le proprie dottrine, atomistiche e “meno”
che, forse, per l’esame della tradizione pitagorica nella filosofia araba,
atomistiche.
la distinzione fra pitagorismo antico e meno antico diventa irrilevante
Una attestazione di tale ipotesi potrebbe essere costituita dalla
questione della “somatizzazione della monade” all’epoca di Ecfanto,
sopra discussa. Ma potrei anche ricordare la teoria secondo cui i
numeri sono tagliabili — proprio come gli atomi — dal punto di
vista dell'intellezione, se non da quello del senso '°, teoria che, ancora
e che, quindi, le testimonianze aristoteliche possono essere prese nel
loro insieme, senza più preoccuparsi di distinzioni dottrinali di quel
tipo, ma volgendo piuttosto l’attenzione, se mai, al fatto che non &
ben certo se gli Arabi conobbero il libro A della Metafisica, e che
quasi sicuramente non ebbero il libro
NTM. L'altra preoccupazione
dovrà essere poi quella di vedere come le critiche di Aristotele al
pitagorismo poterono saldarsi, almeno nella mente degli Arabi, con
una volta attestando la “metafisicita” dei principi pitagorici, richiama
i numerosi problemi supplementari con i quali ebbero a che fare gli
Arabi '', nonché le osservazioni aristoteliche sulla divisibilitá e l’estensione '*. E così pure, sulla linea di un “apparentamento” fra dottrine
pitagoriche e dottrine atomistiche, potrebbe collocarsi l'assimilazione
alle lettere dell’alfabeto, nell’un caso dei numeri, nell'altro degli atomi '*.
E se l’ipotesi di un influsso del pitagorismo sull'atomismo ha
valore, essa può anche aiutarci a capire il senso di alcune critiche
aristoteliche al pitagorismo (di cui pure resta, nel mondo arabo, cospicua eco), l'ultimo punto, cioè, della trattazione di questo paragrafo,
un argomento estremamente complesso che sarà qui opportuno limitare
a poche considerazioni più specificamente attinenti ai testi che si sono
letti e alle considerazioni che su di essi sono state fatte.
Le critiche aristoteliche al pitagorismo, com'è superfluo ricordare,
hanno una lunga storia, sia rispetto alle distinzioni fra pitagorismo
antico e meno antico, sia nel quadro delle critiche al pensiero precedente nella sua globalità.
149 Almeno, dal punto di vista degli Arabi: cfr. su questo punto Alomismo cit.,
quelle all’atomismo.
D'altra parte, non sarebbe pensabile fare un'indagine completa
sulle critiche aristoteliche al pitagorismo, indagine che, del resto, è
stata fatta da illustri studiosi , Qui, nel ristretto ambito sopra delineato, alcune delle critiche dello Stagirita servono di puntualizzazione
a temi e problemi già affrontati nelle pagine precedenti: sul piano
generale, per la caratterizzazione del pitagorismo come facente parte
dell’ “altra filosofia” e per la rappresentazione della monade estesa
rispetto all’eleatismo; sul piano particolare, per l’origine dei corpi dai
14 Cfr. in merito R. WaLzer, On the Arabic Versions of Books A, a and A
of Aristotle's Metaphysics, « Harvard Studies in Classical Philology », LXII (1958)
pp. 217-31 e quanto si legge nei biografi arabi, per i quali cfr. Atomismo cit., p. 69
e note relative.
155 Per alcuni studi su questo argomento, a partire dal 1958, data di pubblicazione del primo fascicolo del lavoro della Timpanaro, cfr. J. A. PÒÙrrip, Aristotle's
Monograph on the Pythagoreans, « Transactions and Proceedings of the American
Philological Association », xcıv (1963) pp. 185-98; A. Burns, The Fragments of
Philolaos and Aristotle's Account of Pythagorean Theories in Methapbysics A,
pp. 305-9; ma di diverso avviso è Daiber (Das theologisch- philosophische System
«Classica et Mediaevalia», xxv (1964) pp. 93-128; Pu. MERLAN, Aristotle, Met. A6,
i
des Mu‘ammar cit., p. 331).
150 Cfr. per questa teoria « Elenchos », 1V (1983) p. 100.
987
b 20-25 and Plotinus, Enn. V, 4,2,8-9, « Phronesis», ıx (1964) pp. 45-7;
J. Borzack, La cosmologie des pythagoriciens dans Aristote, Métaphysique, AB,
151 Si pensi alle elaborazioni “teologizzanti” di stampo gnostico-neoplatonico che
subisce, in Sahrastáni, il concetto di unità pitagorica e sul quale vedi oltre,
« Études philosophiques », xxv (1970) pp. 427-42; H. J. Kraemer, Das Verhältnis
pp. 318-24.
12 Vedi oltre, pp. 310 sgg.
chung », xxvı (1972) pp. 329-53; H. BARREAU, Le traité aristotélicien du temps,
153 Cfr. sopra, nota 71 e, per testimonianze atomistiche su questo punto, 67 A 6
DK.
von Platon und Aristoteles in neuer Sicht, « Zeitschrift fiir Philosophische ForsPhysique, IV, 10-14, 217 6 29-224
a 17, « Revue philosophique », cıxırı (1973)
pp. 401-37; L. TarAn, Aristotle, Metaphys. Z 2, 1028 B 13-19, « Mnemosyne
xxxu (1979) pp. 167-70.
Pagina 46
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»
punti ¢ per le modalità di aggregazione di tali punti: problemi
che
possono essere affrontati avendo l’occhio alle soluzioni atomistich
e.
Riguardo al pitagorismo come dottrina filosofica in qualche
modo
antitetica rispetto alle filosofie naturalistiche, la posizion
e di Aristo-
311
girita sentì profondamente la frattura fra principi ideali e mondo
fenomenico. La sua polemica in questo senso culminerà con le critiche
a Platone, alle quali non si può far riferimento qui anche se è significativo ricordare quanto spesso esse si intersechino, nei libri A, M e
N della Metafisica, con le critiche ai Pitagorici. Questo avrebbe ancora
maggiore importanza, se si esaminassero le teorie matematiche di
tele non &, per la veritä, sempre univoca.
Nell’esordio della sua discussione nel 1 libro della Metafisica, cui
vorrei qui fare allusione nonostante le riserve storiche di cui sopra TM,
Speusippo e Senocrate ; ma, a prescindere dal fatto che costoro
sono soprattutto gli eredi di Platone, bisogna qui segnalare la posizione “ambigua” in cui si potrebbero collocare (e in cui di fatto
Aristotele colloca) i “numeri pitagorici” !9,
Già a suo tempo ebbi modo di fare allusione a come i numeri
pitagorici, soprattutto attraverso la loro “somatizzazione”, attribuibile
in A 5.985b 23, troviamo una certa “saldatura” con gli Atomisti,
se in riferimento a costoro va inteso l’oùtor della r. 237. La critica
ha spesso dissentito su questo punto '; ma se c’è una possibilità che
gli Arabi abbiano conosciuto questo testo (o i commentari ad esso),
si potrebbe supporre che ne siano stati indotti ad ipotizzare, da parte
di Aristotele, un confronto fra Pitagorici ed Atomisti*”, tanto più
che le considerazioni dello Stagirita vertono, in questo caso, anche
sul fatto che i Pitagorici non riuscirebbero a motivare, con le loro
teorie, il movimento, la grandezza e il pesoTM: appunto le tre proprecipuamente ad Ecfanto, svolgessero la duplice funzione di “razionalizzare” il fenomenico e di saldare l’astratto col concreto , Ora,
Aristotele avverte profondamente tale bivalenza, che nelle sue analisi
si riflette sostanzialmente su due punti: la caratterizzazione dell’estensione e quella dell’infinità.
prietá che, come si è visto !9!, prima ancora dell’indivisibilità sono
enunciate e discusse nei resoconti “atomistici” di Aezio e di Sahra-
A più riprese lo Stagirita si domanda come la realtà possa essere
stáni '®, Soprattutto la spiegazione dell'origine del movimento e del
costituita di numeri aritmetici che, come tali, non hanno grandezza.
peso preoccupò a più riprese Aristotele, anche in opere diverse dalla
Proprio il fatto che essi non hanno grandezza spiega inoltre, nell’ottica
di Aristotele, la loro indivisibilità (mentre il péye0og, inteso come
grandezza sensibile, è per ciò stesso divisibile '). Però, se le cose
Metafisica '%; e questo è facilmente comprensibile, in quanto lo Stamateriali, i pey&Àa, sono costituiti da unità, questo appare difficilmente accettabile in quanto non sarebbe possibile motivare il passaggio
dall’inesteso all’esteso.
Un'ovvia soluzione potrebbe essere quella di intendere che l’ipo-
156 Se non altro perché furono noti agli Arabi i commentari alla Metafisica
di Alessandro di Afrodisia, Temistio, Siriano ed Eustrazio (?) (cfr. al-Qifti, pp. 41,
21-42,6 e Atomismo cit., p. 69 e nota 80).
157 Cfr. su questo Pitagorici cit., fasc. 3, p. 57.
158 Cfr. ibid. e p. 8.
* Da Alessandro il riferimento esclusivamente agli Atomisti appare per il
vero solo dal punto di vista cronologico (cfr. p. 37, 4-16 Hayduck). Il commento
di Temistio a noi pervenuto si limita al libro A (in vers. ebr. e lat.; manca il
luogo in Siriano).
160 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 8 sgg. e 58.
161 Vedi sopra, pp. 271 e 278.
162 Cfr. metaph. A 8.990b 29; cfr. N 3.1090 231.
16 Cfr. ad es., per il moto, de an. A 4.409al (e Pitagorici cit., fasc. 3,
p. 153); per il peso, anche in connessione al tempo, fasc. 3, p. 212 (ove significativamente la Timpanaro ricorda le problematiche del Timeo, dialogo per il quale si
—ap
è ipotizzata — e la cosa è piuttosto evidente nella sua tradizione araba — una
polemica con l’atomismo); cfr. anche metaph. N 3 e Pitagorici cit., fasc. 3, p. 143.
14 A Speusippo dobbiamo del resto un'importante testimonianza su Filolao
(cfr. Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 126 sgg.; è il fr. 4 Lang, il n. 122 della nuova
edizione di M. IsnarpI PARENTE, Napoli 1980, cfr. pp. 1814 e il commento alle
pp. 368-77).
165 A] contrario che per i Pitagorici, la “posizione” degli enti matematici per
Speusippo e Senocrate è ineguivocabilmente sul piano dell’astratto.
16 Vedi sopra, pp. 296 sgg.
167 Cfr. in merito Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 141-2.
Pagina 47
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)tesi secondo cui “le cose sono fatte di numeri” significhi che esse
corrispondono a proporzioni quantitative costanti '®; e nella stessa
prospettiva si potrebbero interpretare le asserzioni secondo le quali “il
colore è estensione” o, per meglio dire, esso è l’espressione visibile
dell'estensione '”, Tale concezione nella sua duplice formulazione, più
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
313
Sahrastani intende privilegiare, concependo la monade come unico
principio |,
Sarebbe troppo azzardato supporre che tale passaggio sia stato
influenzato dal contatto con le dottrine atomistiche, nelle quali ogni
singolo atomo indivisibile, se poteva essere assimilato a una lettera
e meno generale, avrebbe riscontri nelle dottrine atomistiche, nelle
dell’alfabeto, poteva ugualmente apparire assimilabile a un numero?
quali il “quantitativo” si poteva identificare col peso e il moto degli
Certo, se non tutti gli atomi sono uguali, si potrebbe obiettare che
non è possibile che tutti corrispondano allo stesso numero (preferenzialmente, all'uno). E qui ci si imbarcherebbe in una serie di aporie
per molti versi affini a quelle prospettate da Aristotele nei luoghi
che maggiormente risentono delle sue apprensioni riguardo alla teoria
platonica delle idee '”, ma, in più, si dovrebbe fare i conti con la
atomi (anche se forse non si potrebbe parlare qui, relativamente agli
oggetti di una data specie, di connotazioni quantitative costanti”),
e il colore era appunto una ‘qualità secondaria” riconducibile alle varie
forme e giustapposizioni di tali atomi.
Ma presso i Pitagorici v'è qualcosa di più e anche, forse, qual.
cosa di diverso. Intendere che la realtá consta di numeri possa significare che essa risponde a proporzioni quantitative costanti é, forse,
tradire un poco lo spirito del pitagorismo, non tanto nel senso di
attribuirgli una troppo “evoluta” "! teoria rispetto alla possibile identificazione tout court di principio numerico e principio materiale delconcezione dell'infinito e con l'eventualità di ammettere vari tipi (o
addirittura infinite?) unità. In base a quanto leggiamo nella “voce”
Sahrastaniana su Pitagora, questo punto merita ulteriori approfondimenti.
l'oggetto esperito dai sensi ?, quanto, piuttosto, perché così si finirebbe
Certo, non sarebbe sufficiente (sarebbe, anzi, assai poco pertinente) osservare che non farebbe difficoltà il dover identificare ogni
per ignorare tutti i passaggi attraverso i quali si arriva, appunto, dal
atomo con un numero diverso, se, e dato che, la serie numerica è
numero (e meglio, dall'uno) aritmetico alla povàg owpuariñ. Tale
passaggio si riscontra inoltre, come s’é visto, in una fase più tarda,
infinita. Una tale identificazione, infatti, non porterebbe alcun vantaggio sul piano gnoseologico, mentre i Pitagorici pretendono che la
“numericita” delle cose sia conditio sine qua non della loro conoscibilità — vale a dire, il numero è l'essenza delle cose e anche, aggiungerei, la spiegazione del loro molteplice manifestarsi (mentre la “conoscibilità” in tal senso non interessa agli Atomisti che, asserendo la
casualità della generazione e della corruzione delle cose, limitano la
e quindi più matura, del pitagorismo, quella che, come sembra, anche
1 Cfr, ibid., p. 143 e nota illustrativa. In questa prospettiva si può forse
interpretare la posizione di Eurito, per la quale cfr. metaph.
Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 252-3.
N 5. 1092 b 10;
9 Tale problema sorge nell'ambito delle discussioni cosmologiche, per le
quali cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 155.
e
'® Si pensi alla giustificazione dei tépata. D'altra parte per gli Atomisti il
moto è necessario, ma non la modalità di tale moto.
“conoscibilita” degli atomi al moto e, come conseguenza, ne asseriscono l’infinità numerica e l'indefinitezza formale "*), D'altra parte,
se si identificano le cose con una serie limitata di numeri, oggetti
diversi corrisponderebbero a un medesimo numero e come, pertanto,
M “Evoluta” dal punto di vista delle critiche aristoteliche per le quali la
“proporzione” potrebbe essere un'ulteriore “astrazione” rispetto al numero puro
e semplice.
V2 Anzi, la teoria delle proporzioni costanti dev'essere stata una delle più
antiche elaborazioni del pitagorismo, quando esso applicò le leggi matematiche
alla spiegazione dell'armonia musicale.
"3 Vedi sopra, pp. 296 sgg. e note 111-2.
14 Cfr. anche Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 152-3.
175 Cfr. ad es, metaph. A9.991b9-99249; M 68 passim; N 3,6 passim.
176 Si noti che la parola &replAmrtos ha una connotazione in più rispetto al
semplice &repog, connotazione che allude all'indeterminatezza della conoscibilità
di quei principi, come ben dimostra di aver compreso il traduttore arabo dei
Placita. Cfr. sopra, pp. 286-91.
Pagina 48
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)potrebbero essere distinguibili? Anche questa è una preoccupazione
opposta a quella degli Atomisti, che proprio per l’infinitä degli atomi
rifiutavano la possibilità di riconnettere a un’unica “legge” persino
oggetti d’una stessa specie. Per ovviare a questo secondo inconveniente
della dottrina pitagorica si è ricorsi all’interpretazione del numero nel
senso di “proporzione”, di “rapporto”. Andando avanti nei secoli però,
i Pitagorici sostituirono a tale concezione la pluralizzazione — e, forse,
l’infinitizzazione — della monade. In questo modo, la condizione della
conoscibilità resta garantita, perché sempre di unità sono costituite le
cose, e l’uno ora non è più il primo dell’(infinita) serie numerica, ma
un principio ontologico che, a seconda dell'oggetto che viene a costituire, si moltiplica in un modo o nell’altro. Quando parlo di “infinitizzazione”, ovviamente, essa è solo relativa o, per così dire, potenziale:
chi può sapere di quanti oggetti è realmente costituito il cosmo? Ma
nell’ambito dei conoscibili, e più ancora per ciascun genere dei conoscibili, la pluralizzazione (ed, eventualmente, la “proporzione”) è determinata e costante. L'infinito, dunque, mi sembra una connotazione
“epistemologica”, e per quanto concerne il suo inevitabile ripercuotersi
sulla cosmologia '”, esso mi appare piuttosto come una conseguenza
delle elaborazioni filosofiche successive, soprattutto aristorzliche, delle
quali certo risentirono i dossografi che ci illustrano la posizione dei
Pitagorici '*, L'infinità numerica dei Pitagorici può esser concepita
come ho appena detto !”, e rispetto allo spazio, se l’infinità è riferita
alla “direzione”, è ancora una volta sull'aspetto gnoseologico che si
pone l'accento TM, perché interessa il “senso del moto verso ...”, l’espan-
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
315
Questo è un altro punto che ben recepirono gli Arabi, e, credo,
al di là delle preoccupazioni aristoteliche di come collocare (corpi) finiti .
(o monadi finite?) nell'infinito TM, anzi, di come collocare tout court,
dato che l’infinito come tale non consente di stabilire “posizioni” TM.
Posizioni forse no, ma “direzioni”, eccentriche rispetto all’oggetto
individualmente considerato, sì, ed è appunto su questa linea che si
mossero gli stessi Atomisti musulmani 'Y, E per quanto riguarda la
“posizione”, può esser dubbio se, rispetto a un riferimento infinito,
si possa parlare di sopra, sotto, avanti, dietro e così via; ma non certo
che la monade “occupi” uno spazio.
Questo è proprio il punto che consente di dirimere alcuni problemi
sorti, sullo stesso piano matematico, intorno all’estensione della monade. Per esempio: se, come si desumerebbe da metaph. M 8.1083 b
16, l’&pr0uòc provabixós è inesteso, astratto, bisogna pensare che, quando
parlarono di “monade estesa”, i Pitagorici si fossero spostati sul piano
geometrico? Infatti per Aristotele gli enti matematici non hanno
luogo !4; ma, appunto, per Aristotele; mentre più probabile '® appare
che i Pitagorici adottarono contro Euclide la definizione del punto
come “unità avente posizione” TM, facendo delle monadi dei punti estesi,
come tali, dei principi sia matematici sia fisici”. Ho già rilevato del
resto come “corporeo” non significhi immediatamente “corpo”, così
come, se pure gli atomi danno luogo ai corpi, non certo corpi possono
essere considerati essi stessi.
E a favore di un “atomismo” pitagorico si sono pronunciati molti
studiosi '*: il fatto è che i Pitagorici non sembrano avvertire la distinsione della dimensione in una data direzione.
17 Cioè per quanto riguarda l'incompatibilitá dell'infinito con le direzioni
spaziali, cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 185.
1 Non è forse un caso che i passi sull’infinito e l'indeterminato, ai quali
penso, si debbano tutti all’Aristotele della Fisica e a commentatori (Alessandro,
Simplicio, Temistio) di tale opera (cfr. infatti Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 350-1
e fasc. 3, pp. 168-79 passim).
19 L' “infinità” riferita al pari non ci riguarda qui; cfr. Pitagorici cit., fasc. 3,
p. 169; fasc. 2, p. 351.
18 Intendo dire che ci troviamo qui in presenza di un atteggiamento mentale
analogo a quello che indusse gli Ihwän as-Safa’ a sostenere che la quiete è primaria rispetto al moto perché non c’è alcun motivo per preferire il moto in una
direzione piuttosto che in un’altra. Cfr. in merito, ad es., l’Epistola sulla Materia,
la Forma, il Moto, il Tempo e lo Spazio, Beirut 1957, vol. 11, pp. 15,23-16,2 e
l'Epistola sul senziente e il sentito, ibid., p. 398, 8-10.
181 Cfr. Aristor. phys. I 4.203 b.
18 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 179.
18 Cfr. Atomismo cit., pp. 90,93-4,97,105 e relativi commenti.
184 Cfr. metaph. N 5.1092
a 19.
185 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 149.
18% Cfr. anche de an. À 4.409
181 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 1456.
188 Cfr. ibid., p. 90 e sgg.; G. REALE, comm. cit., vol. 11, p. 370 nota 17.
Pagina 49
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
317
zione concettuale, così profondamente sentita da Aristotele '%, fra princonseguenza di ciò è l'attestazione di Aristotele (o la sua preoccupacipio materiale e formale '®. Ma se il numero non è più “separato”
zione?, recepita in vario modo anche dagli Arabi *) che punto, linea,
dalle cose, si evitano gli assurdi platonici‘ e, ciò che più importa
superficie e solido non sono sostanze, ma meri “limiti” ®. Bisognerebbe
qui, si ribadisce la profonda saldatura con le concezioni dell'atomismo TM.
a questo punto approfondire la funzione del vuoto che, avendo il com-
Questa può essere un'ulteriore spiegazione del perché le testimopito di discernere ogni grandezza consecutiva da un’altra dello stesso
nianze arabe — e qui soprattutto quella di Sahrastani — non abbiano,
genere TM, non va come tale confuso col limite”; ma il discorso ci
in fondo, posto l'accento sull’indivisibilità degli atomi più di tanto.
porterebbe troppo lontano, perché gli antiatomisti arabi approfittarono
Forse si resero conto delle difficoltà che avrebbe portato un’estendi queste confusioni, indotti dalle problematiche degli infinitesimali
sione sensibile e nello stesso tempo indivisibile nell'ottica di ascoltatori
pitagorici loro pervenute da Zenone attraverso Aristotele TM.
uvvezzi alle argomentazioni di Aristotele che, invece di privilegiare i
Concluderò piuttosto osservando che ammettere una contaminacontatti fra atomismo e pitagorismo, riferiva ai Pitagorici un'obiezione
zione fra monadi pitagoriche e atomi consente di eliminare le difficoltà
molto simile a quella con cui chiedeva agli Atomisti come mai corpi
aristoteliche sull’atomismo, tanto quelle che rilevavano l'impossibilità
formati di atomi “inestesi” (inestesi perché, appunto, indivisibili) '*
potessero avere grandezza. E poiché per lui il punto non ha dimensione,
Aristotele identifica l'uno con la lunghezza '*, e non il due, come facedi parlare di piys0og per un astratto, quanto quelle, opposte, che negavano invece i Pitagorici '*. Naturalmente, anche se questa concezione
esce dall’astratto, ma nello stesso tempo, in quanto unità di misura,
si salda a quella per cui il primo numero (la “prima grandezza”, sia
minimo riferimento del concreto, non può ulteriormente essere divisa.
vano la possibilità di attribuire un limite di divisibilità al concreto.
In quanto “occupatrice di spazio”
TM la monade — e così l'atomo —
pure astratta) è il due, e non Puno '*, se è vero che la linea (e quindi
In questa prospettiva molte posizioni del Kalim atomistico appaiono
la lunghezza) consta di — almeno due — punti, non è a rigore risolta
più comprensibili, e si spiega anche perché esso, pur conoscendole, non
nemmeno così l'origine dell'estensione (e forse su questo punto andò
sembrò darsi troppo pensiero delle obiezioni di Aristotele all’atomismo:
più oltre l'anonimo autore del De lineis insecabilibus '”). E una diretta
un atomismo che per gli Arabi, almeno in parte, riteneva i crismi
(“divini”) dell'uno-principio pitagorico, di quell’uno-principio che, ma-
189 Cfr. ad es. metaph. Z11.1036b8spg. e Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 146-7.
19 Cfr. Pitagorici cit., ibid. p. 92.
teriando di sé tutte le cose, permetteva nei Placita di identificare, all'inizio della “voce” su Pitagora, l’ustugus con «il composto dei nu-
1 Ibid. Vedi anche sopra, nota 175.
12 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 93 sgg. D'altro canto, al di là delle consuete obiezioni aristoteliche, un'ulteriore possibile obiezione all'atomismo potrebbe
essere quella di postulare entità intelligibili che, nello stesso tempo, materiano la
realtà sensibile.
18 Cfr. Atomismo cit., pp. 183 nota' 12; 194-7; 203-6, 209, 255, 282-3.
19 Di conseguenza, sempre secondo Aristotele, la derivazione delle cose dai
zioni atomistiche, arabe ce non, cfr. Atomismo cit., pp. 73 sgg. e i riferimenti nel
numeri, voluta dai Pitagorici, sarebbe assurda. A questa stessa linca interpretativa
risalgono tuttavia le concezioni del colore (identificabile con la superficie) come
limite, per le quali cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 217 e i Placita arabi alle pp. 126-7.
200 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 183.
201 Su questa linea si comprendono del resto le identificazioni delle monadi
e degli atomi con le lettere dell'alfabeto e più ancora con i punti.
22 Cfr. Atomismo cit., pp. 155,222, 251 e nota 177.
203 Cfr. per una tesi affine e in riferimento proprio all'atomismo (e in particolare a Epicuro) il recente studio di D. Septey, Two Conceptions of Vacuum,
corso del lavoro.
« Phronesis », xxvi (1982) pp. 175-93.
13 Cfr. sopra, pp. 311 e 315 e Atomismo cit., pp. 123-4 e note relative.
4 Cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, p. 150.
195 Vedi sopra, p. 302.
1% Tale concezione, stando al resoconto $ahrastaniano, è pitagorica. Per la
verità, assai poco pitagorica appare qui, date le motivazioni che hanno evidentemente indotto Aristotele ad asscrirla.
17 Se l'entità minima immaginabile è l'atomlinea, il problema appare più
facilmente resolubile. Sui possibili influssi che il trattatello poté avere su conce-
Pagina 50
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)meri e delle proporzioni » TM, e che, alla fine della stessa “voce”, consentiva di riconoscere che, così come si possono dare molti esempi,
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
Preliminarmente, proviamo a schematizzare, per maggiore chiarezza, la triplice presentazione Sahrastaniana TM:
per di più fra loro eterogenei, di indivisibilità, nulla osta a che indiunità
visibili siano anche i primi principi, se essi debbono identificarsi con
i numeri di Pitagora e con gli atomi di Epicuro e Democrito. Attingibili
razionalmente dunque, e per di più indivisibili: almeno sotto questi
due rispetti sono accomunabili i principi “filosofici” delle due firag, la
pitagorica e l’atomistica.
La concezione piramidale dell'essere. La concezione piramidale
dell’essere è elemento ricorrente nella trattazione del pensiero greco
che si trova nel &. al-milal, e sembrerebbe essere un punto a favore
della “ismailia” di Sahrastäni. È chiaro però che per una sua corretta
319
|
|
|
che non deriva da altro
che deriva da altro
= Creatore
= cose create
onnicomprensivo,
onnisciente
ane alle cose sante di:
unità
molteplicità
= forma?
= materia ?
unità
I
valutazione in questo senso bisognerebbe affrontare in primo luogo
1
in quale misura essa abbia risentito della letteratura neoplatonica; ma
prima
dell’eternitä
con
l’eternitä
dopo
Veternitá
prima
del tempo
col
tempo
la questione è complessa perché bisognerebbe guardare, oltre che alla
= Creatore
= Mente
= Anima
=
= elementi
la lettura dell'intera sezione dedicata alla filosofia antica (per accertare
composti
letteratura neoplatonica in greco, anche alla tradizione neoplatonica
unità
propria del mondo arabo), e poi la parte del &. al-milal relativa alla
stessa ismailia.
Tuttavia, la concezione piramidale dell'essere si salda anche ad
alcuni punti particolari della “voce” su Pitagora. Qui infatti essa,
oltre a configurarsi nelle usuali direzioni, ontologica (Dio-Mente-AnimaElemento come ipostasi di importanza e perfezione decrescente dalle
quali ha poi origine la molteplicità sensibile) ed escatologica (l’anima
anime?
|
I
|
sostanziale
accidentale
|
|
= Creatore
|
principio
del numero
che
/ del numero
non è numero
|
principio
del numero
che
è numero
umana, purificandosi progressivamente, percorre a ritroso tutte queste
tappe, venendo via via in contatto con l’Anima, con la Mente e con
Dio stesso), si trova alla base di quella particolarissima concezione
\ del numerato = Mente agente
parte del
numero
dell’unità che non trova riscontro, presso la tradizione pitagorica, forse
= 2(1+1)
sostanza
fra i principi fosse l’uno (scil. la Monade), e cioè Dio e il bene, e che
finita fosse ciò che si chiama Demone, e cioè il male, e che in essa
[sta] la molteplicità elementale e il mondo visibile » TM.
= unità
della
altro che nel luogo dei Placita ove si legge: « Pitagora ha ritenuto che
esso [fosse] la natura dell'uno, e cioè la Mente, e che la diade indeproprieta
inerente
tempo alla nota 13, dato il contesto in cui cito il passo, per il quale cfr. H. DAIBER,
op. cit., pp. 118-9 ed i riscontri notevolmente diversi in dox. gr. pp. 306-7. Cfr.
anche le riserve da me espresse alla nota 218. Per tematiche analoghe, cfr. Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 155sgg. Sull'identificazione dell'intelletto con Puno cfr.
24 Cfr. sopra, p. 265 e nota
10.
25 Si noterà che ho qui tradotto diversamente dalle avvertenze fatte a suo
anche metaph. N 4.
2% Essa occupa le pp. 268, 12-270,3 dell’ed. cit.
Pagina 51
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
321
Si tratta di tre concezioni dell’unitä (la prima, che si potrebbe
l'eternità e del tempo. Questo & un altro elemento caro alla speculadefinire teologico-cosmologica; la seconda ontologico-cronologica; la terza
zione teologica dell'Isläm, e anche qui si pud ravvisare una eco delle
ontologico-logica) che coprono tutti i settori nei quali & possibile inconcezioni pitagoriche: in particolare quando sostengono che il tempo
quadrare la concezione piramidale dell’essere.
è «la sfera dell'involucro » ?”. Si ricorderà che in questa rappresentazione riscontrammo anche una difficoltà testuale nell’edizione del
Fahmi”, in cui, al momento di connotare le cinque “unità” prima
presentate secondo la loro scansione temporale, l'editore arabo aggiun-
Vediamole in dettaglio: la prima risale al ben noto principio della
teologia musulmana per cui la contingenza del mondo implica l’esistenza di Dio, il solo Eterno. Qui la sua connotazione di “creatore”
è posta in relazione col numero. Per le cose create, composte di una
forma e di una materia, Dio è datore dell'unità (della forma?) e della
geva: «l’unità che è prima del tempo è l’anima ». Dato che anche
la terza unità era identificata con l'anima, ritenni a suo tempo opportuno
molteplicità (della materia?). I punti interrogativi si motivano con la
intendere che per la prima volta si parlasse dell'anima universale, e
ben nota incertezza Sahrastaniana, e non solo ¿ahrastaniana, sull'identità
per la seconda dell'anima di ciascun individuo. Un'altra possibilità era
del principio di individuazione ”, Comunque tale principio si voglia
però quella di sostituire, al secondo “anima”, l'ipostasi “Elemento”,
identificare, la concezione qui rappresentata, naturalmente, non muteappunto per ristabilire la consueta rappresentazione piramidale delrebbe. Ma un’interpretazione parallela, incoraggiata, se non dalla lettera
l'essere: queste quattro ipostasi sono al di fuori dello zamän, cioè
del “tempo” proprio del mondo della generazione e della corruzione
del testo, da altri luoghi della “voce” su Pitagora ?*, potrebbe essere
quella di intendere l’unità e la molteplicità rispettivamente come il
nucleo divino di Luce, e l’armoniosa proporzionalità, che regolano le
cose create, e riconoscendo le quali l’anima guadagna se stessa alla
(dei “composti” indicati nel testo), e dentro il dahr (con l’ovvia eccezione del Creatore) *"'. Accogliendo invece l’integrazione del Fahmi nel
scibilità delle cose sensibili sta nel numero che le distingue. Infine,
rielaborazione epistemologica della concezione dell'anima come numero,
senso da me precisato, questa suddivisione può ancora una volta alludere al destino delle anime che si distaccano dalla loro matrice universale, si calano nel mondo composto, e di lì compiono a ritroso,
in una progressiva conversione, il ritorno a Dio: mito rielaborato di
frequente nel pensiero islamico, nella più celebre formulazione forse
come tre (il quattro, il senso, apparterrà al corpo), come unione di
da Muhammad ibn Zakariya’ al-Razi, e che trova, come ho sopra acispirazione, ragione e opinione, al momento stesso di fondare la dencennato, eco nella “storia” Sahrastaniana in più punti, accanto alla
sità ipostatica del tutto: dove però, non si dimentichi, la “conoscenza”
rappresentazione ontologica in senso stretto.
salvezza, all’ascesi: recupero in chiave iÿrägiy del vecchio mito gnostico,
ed evoluzione in senso soteriologico della concezione per cui la conoè preludio alla salvezza.
Ma è a mio avviso la terza rappresentazione dell'unità la più
La seconda rappresentazione è quella che delinea, per così dire,
la “storia” di questa “piramide” dell'essere, l'evoluzione delle sue
tappe, ancora una volta, in rapporto al mondo creato, che, se non è
qui nominato esplicitamente, si riflette nella duplice menzione del-
27 Cfr. « Elenchos », Iv (1983) p. 109 nota 63, Per Averroè, come per Aristotele, sarà la materia il principio di individuazione, e così per gli Ibwän as-Safa’
(cfr. ad es. Epistola sulla Materia, la Forma, il Moto, il Tempo e lo Spazio, ed. cit.,
vol. 11, pp. 6, 4 sgg.
208 Cfr, ancora « Elenchos », ıv (1983) pp. 100-2 passim.
2? Cfr. I Pitagorici cit., fasc. 3, pp. 193 sgg.
210 Cfr. « Elenchos », Iv (1983) p. 96 e note relative, anche per quanto
concerne la versione dell'Haarbriicker.
211 Nelle stesse, molteplici rappresentazioni del tempo (e dell'eternitá quale
sua apparente negazione) molti filosofi musulmani ravvisarono l'aporeticità delle
concezioni che vorrebbero il mondo creato, il tempo creato con esso, e Dio fuori
del tempo. Cfr. in particolare F. RAHMAN, art. cit. (in « Elenchos », iv (1983)
pp. 107-8 nota 40) alle pp. 223-5, ove tra l'altro si presentano una terminologia ed
una scansione “cronologica” diverse da quelle del testo Sahrastaniano.
Pagina 52
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)interessante, ¢ quella che consente di stabilire un raccordo anche con
altri punti della “voce” Sahrastaniana. Viene in essa ripresa — ed
elaborata — un’altra ben nota topica del pensiero teologico musulmano, questa volta però, una topica cara all'ortodossia più rigida:
quella per cui l’unica realtà pensabile è il Creatore, e il mondo si
riduce ad una pura accidentalità che può sussistere solo quando e
finché il Creatore vuol farla sussistere. Tale concezione, che poggia
sul più assoluto volontarismo divino ed ispirò agli asfariti un'elaborazione occasionalistica dell’atomismo antico, è però rivissuta da Sahrastáni, ancora una volta, con l'occhio alle rappresentazioni ontologicologiche di Aristotele: un’ulteriore riprova di quanto la falsafah abbia
contaminato nell’autore del &. al-milal quelle profonde suggestioni d'altra matrice che rendono a mio avviso così difficile ricondurlo esplicitamente all'ismailia. Qui in particolare assistiamo a una ‘scissione’
molto interessante dell'unità: che una volta è considerata una diretta
derivazione del Creatore (e pertanto, è legittimo supporlo, ugualmente
dotata di una propria sostanzialità), e un’altra è considerata, di per sé,
principio del numero, e ancora in due modi: diversa dal numero, e
coincidente col numero: due rappresentazioni di un’unità “accidentale”
che però, nella prima accezione, è la Mente agente. Come conciliare
tale rappresentazione con la struttura piramidale dell'essere che, in
quanto tale, deve escludere l’accidentalità della Mente agente, della
seconda ipostasi, pur riconoscendone in ogni caso la derivabilità dal
Creatore? E d’altra parte: come conciliare l’unità del Creatore — com'è
ormai noto, uno dei capisaldi della storia $ahrastaniana —, con quest'altra menzione dell’ “unità”, subito dopo quella del Creatore e,
presumibilmente, dotata di un'analoga connotazione di sostanzialità?
È molto probabile che stia in questa rappresentazione apparentemente
aporetica il punto di raccordo fra Dio e la prima ipostasi. Dall’unita
sostanzializzata deriveranno sia il numero, sia il numerato. Il numerato è facilmente identificabile negli oggetti sensibili innanzitutto, e
»
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
323
Ovviamente, questa è proprio l'unità della Mente agente, «la natura
della Monade », come recita l’ultimo testo dei Placita sopra riportato *”,
l'ipostasi dalla quale in seguito si formerà l’Anima: dall’ “unità (principio) del numero (che non è numero)”, il “principio del numero che
non è numero”; e da questo (l’Anima), a sua volta, il numero (ancora
ipostasi astratta, ma, stavolta, ponte immediato verso il molteplice:
l'Elemento). E dal duplice figurare della Mente agente nel quadro
della sostanzialità e in quello dell'accidentalitá comprendiamo anche
in che senso si debba parlare di derivazione, di formazione da Dio:
nel senso, ancora una volta neoplatonico e gnostico, di un’emanazione,
che, pur non compromettendo l’intrinseca sostanzialità dell’emanato,
lo colloca a un grado inferiore rispetto all’emanante e, nello stesso
tempo, lo pone come imprescindibilmente connesso (e quindi, in questo
senso, in certa misura “accidentale’’)- all’emanante. Questo stesso
particolarissimo uso dei ben noti principi aristotelici si spiega appunto
con le matrici teologizzanti che in questo caso hanno ispirato Sahrastani 2,
Ma la difformità da Aristotele si riscontra anche in seno allo
stesso ambito dell'unità definita come ‘accidentale’, e più precisamente nelle connotazioni, o nelle derivazioni, del principio del “numero che è numero”, quello a mio avviso identificabile con l’Elemento,
e dal quale scaturiscono (emanano) tanto i numeri aritmetici (il due,
ad es., è la somma di due unità), quanto quella che Sahrastani chiama
la “proprietà” inerente, spiegandola come l’unità della sostanza, che
altro non è che l’elöog di un oggetto. Ora: se i numeri aritmetici
vengon fatti emanare dall’Elemento (prima, cioè, che si parli degli
oggetti sensibili tout court), questa può essere un'eco della concezione
pitagorica del numero quale principio formale e materiale allo stesso
tempo (nonché, forse, della stessa concezione aristotelica del numero TM).
Ma che dire dell'el8og che vien fatto divenire un “accidentale”? Accidentale, certo, nello stesso senso in cui posson dirsi accidentali, come
poi anche nei numeri aritmetici (ma su questo punto mi si consenta
di tornare fra breve); ma il numero? Il numero — e qui ritorna il
legame col pitagorismo — è certamente il fondamento della realtà,
fondamento generalissimo che, vigendo il principio secondo cui ex uno
non fit nisi unum, dev'essere in prima istanza configurato come ‘‘unità”.
212 Vedi p. 318.
213 Al proposito cfr, anche F. RAHMAN, art. cit., p. 223.
214 Aristotele infatti concepì gli enti matematici come entità astratte dal sensibile, non aventi un'esistenza in sé e separata da questi se non come “astrazione”.
Pagina 53
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)ho spiegato, le quattro ipostasi della piramide dell’essere. Ma come
conciliare questo con la logica dello Stagirita, che certo Sahrastani ben
conosceva?
UNA «STORIA DELLA
FILOSOFIA GRECA »
3
all'opinione) e del quattro ai sensi ?', Sahrastäni aggiungerà poi cl
vigendo la tesi della “primarietä dell'uno”, l'uno è la forma de
mente, e da questa deriva la scienza (il due: è così automaticamer
Proprio questo problema ci consente di passare all’ultimo punto
“risolta” la discrepanza rispetto al testo placitiano), quindi l’opinioı
del commento alla “voce” Sahrastaniana su Pitagora, quello della posi-.
e quindi il senso. Notiamo anche che qui tale tesi è enunciata, 1
non spiegata né affatto motivata: Sahrastäni osserva che, prima
zione che l'autore del k. al-milal attribuisce ad Avicenna.
dire di una cosa che “esiste”, o di dire “che cos'è”, se ne dice che
« Disse
“uno” (e se non fosse “uno”, neppure esisterebbe). Ma “uno” si pi
Abi “Ali Ibn Sinà, ed io imito questo discorso a lui riferito, che si
dire perché esiste il concetto dell’unità, dunque se ne deduce la p
dice dell'essere della cosa ‘uno’, [e] non [si dice] il suo essere ‘esimarietà dell'uno. (En passant, rileveró anche che l'unico elemento cl
consente qui di evitare il regresso all'infinito: com'è possibile pensa:
e parlare, del concetto di unità, cioè ancora di un “che cos'è”, prin
La teoria della “priorità dell'uno”. Riporta Sahrastani:
stente’ o ‘uomo’, ed esso nella sua essenza precede gli [altri] due,
poiché l’animale unico non si comprende come unico a meno che non
lo preceda il concetto dell’unità, per il quale esso è uno, e se non
fosse [così], non risulterebbe [neppure] il suo esistere » ?5.
A tale passo fa riscontro, nei Placita arabi, il seguente: « [...]
ma noi sappiamo di intenderli (scil., gli oggetti sensibili) come un solo
uomo e un solo cavallo anche se i cavalli particolari fossero
** infiniti,
e tutte queste specie e i generi di ciascuna delle loro specie [sono]
una cosa unica, donde consegue che ciascuno di essi è una definizione
di aver detto “uno”?, è il fatto che siamo in un contesto pitagoric
nel quale dunque l’unità ha una posizione assolutamente primari
Ma le “armi dialettiche” di Sahrastani, che sono, come vedremo, su
gerite da Aristotele, potrebbero, di per sé prese, indurre a prospetta
l'accusa di circolo vizioso.)
Per quanto concerne invece il probabile antecedente $ahrastanian
il contesto dei Placita, qui l’unità dell'oggetto è identificata col sv
unica in sé, in quanto si dice ‘vivente nitrente' o ‘vivente razionale’,
appartenere a un genere e a una specie;
e per quello è stata posta la mente unica attraverso cui noi intensingola essenza avrà una definizione unica (nel senso di “comune”
tutti gli oggetti dello stesso genere e della stessa specie). Notiam
diamo » ?”,
Già a prima vista il senso di questi due passi è diverso. Per una
indagine più approfondita, si dovrà esaminarli nei rispettivi contesti;
anche qui una duplice eco aristotelica:
nello stesso tempo, ogi
nell’allusione alle sostanz
seconde prima, e nella menzione della definizione (data dall'indicazion
in particolare, dovremo vedere in che rapporto il passo dei Placita si
del genere e della differenza specifica) come diversa dall’essenza po
pone con l'originale greco, e perché Sahrastani attribuisce la concezione
di cui parla ad Avicenna.
Entrambi i passi figurano nel più generale contesto in cui si
Dunque qui, al contrario che in Sahrastáni, la “primarietä dell’uno
ricorda la concezione pitagorica della corrispondenza dell’uno alla
mente, del due all'opinione (o alla sapienza), del tre alla sapienza (o
215 Vedi « Elenchos », ıv (1983) p. 100.
è spiegata e motivata anche se, bisogna rilevarlo, in una forma alquant
diversa da quella dell'originale greco che, da me a suo tempo riportat
già in parte, così recita nella sua intierezza: voüg pév ov À pové
218 Lasciamo per un attimo da parte l'oscillazione nell'identificazione del du
216 Sulla possibilità di intendere questa frase come un periodo ipotetico delVirrealtá cfr. anche lo studio di P. MorewEDGE, The Analysis of “Substance” in
Túsi's Logic and in the Ibn Sinian Tradition, in Essays cit. (cfr. « Elenchos », ıv
e del tre, oscillazione che si deve alla non costante posizione degli stessi Pitagoric
(1983) p. 108 nota 40), pp. 158-88, a p. 175.
217 Vedi sopra, pp. 268-9 e note relative.
4 nota 181. Ma questo problema è laterale rispetto alle questioni qui esaminate, e \
e più in particolare alla loro rappresentazione del due come “indefinito” (e, com
tale, riconducibile all'opinione). Cfr. i testi addotti in « Elenchos », ıv (1983) pp. 12:
tornerò brevemente solo più tardi.
Pagina 54
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)totiv’ 6 yap voüs xatà pováda Bewpet. olov mokAGv dvrwv avOpwnwv
ol piv Eri épouc eloiv ávaiodnto. arepiinator xai &neupor, dAX’ add
toto &vOpwrov Eva pdvov vooïev, © obdeic Eruxev duoroc" wai
Inrov Eva vooünev, of Se Eri pépouc eloiv &rerpor. ta yap elön taëra
Tavra xai yévyn xatà povabac Eloi. 510 xal ini Évds éExaotov altav
toutov tov Spov Amodıöovzes Aéyouor Gov Aoyıxöv À C@ov ypepetiotuxôv [önteov]. 51d tolto otv vous 7) povac, © tata vootpev (dox.
gr. p. 282, 16-29). Proviamo a tradurre questo testo alla lettera, collazionandolo ancora una volta col suo corrispondente arabo:
«La mente dunque & la monade
[o anche: l’unità]: infatti la mente pensa secondo la monade [cioè,
lo schema concettuale della ragione
è quello per cui si individua l’unità
nelle cose]. Così, essendoci molti
uomini, essi parzialmente presi sono insensibili, indeterminati e infiniti, ma questi stessi uomini conosciamo come uno solo, al quale
a nessun [uomo particolare] è dato esser simile; e conosciamo come
uno il cavallo, mentre sono infiniti
in quanto particolari. Infatti tutte
queste specie e generi sono scanditi per monadi. Perciò anche,
quando danno per ognuno di questi la stessa definizione, dicono che
[bisogna dire] ‘animale parlante’
o ‘animale nitrente’. Per questo
dunque la mente è la monade attraverso la quale conosciamo que-
« E la mente è l’unità,
in quanto la mente è pensata come
unità [per un possibile emendamento v. sopra, nota 26; qui però
val la pena di notare che questa
frase è conseguenza dell’altra, mentre il greco descrive l’azione della
mente]. E infatti anche se la gente
è molta e diversa nei punti di vista
e disposta pure al falso, sappiamo
che li intendiamo come un uomo
solo, e un cavallo solo, anche se
ci sono cavalli particolari infiniti.
E
tutte queste specie e generi,
ogni loro specie è una cosa sola,
e perciò consegue che ciascuna di
esse è una definizione unica e sempre quella, cioè si dice ‘vivente
nitrente' o ‘vivente parlante’, e per
questo la mente è stata posta come
l’unità attraverso cui noi conosciamo ».
ste cose ».
La chiusa del testo arabo è più generale di quella del greco: « l’unità
attraverso cui noi conosciamo » tout court, dato che la conoscenza di
cui si parla qui è quella razionale per eccellenza, la logica. La stessa
asserzione è direttamente connessa con l’apertura del discorso: «la
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA »
327
mente è l’unità [...] la mente è pensata come unità [...] la mente è
stata posta come l’unità [...]»: l’autore allude a un processo di
identificazione tra mente e uno (operato, almeno nelle intenzioni del
testo, dai Pitagorici) per spiegare la conoscenza.
Il greco ha invece «la mente è la monade [...] persa secondo
la monade [...] è la monade [...] »: dove i riferimenti non scaturiscono dall'esame della posizione di qualcuno, ma sono un dato di fatto
che risulta dalla natura stessa della mente. Qui è la mente il soggetto
dei verbi, nel testo arabo invece la mente è stata fatta oggetto di una
certa identificazione. Significa forzare troppo il testo ipotizzare in questa differenza, a mio avviso assai rilevante, la coscienza, da parte dell’autore arabo, di enunciare dottrine certamente non pitagoriche (non
pitagoriche, almeno, nella forma in cui sono motivate), che egli, riecheggiando in modo così indiretto e forse improprio tenta di reinglobare in una anonima (o differente?) teoria pitagorica? Del resto il
passo non ha riscontro in Stobeo*”, E non a caso la fonte che attribuisce ai Pitagorici la quadruplice suddivisione dell’attività spirituale
dell’uomo è Alessandro che commenta la Metafisica (p. 38, 10 Hayduck).
E poi ancora è possibile ricordare Platone, soprattutto quello della
Repubblica. Chi parla veramente è dunque Aristotele, l’Aristotele che
ha rielaborato, come di consueto, l’esperienza platonica. E la cosa si
può vedere, ad esempio, nell'uso della locuzione Ent pépouc, che compare due volte in greco (p. 282,19 e 23), e che ha com'è ben noto
un uso “logico” presso Aristotele”, uso di cui resta eco, nella versione araba, solo per la seconda volta, quando è reso con juz’iyah.
Ma la prima volta Qostà disattende completamente le intenzioni di
Aristotele, traducendo, come s’é visto, in modo del tutto diverso: là
dove il greco dice che gli uomini particolari sono insensibili, indeterminati e infiniti, l'arabo intende che molti essendo gli uomini, essi
hanno opinioni diverse e perciò sono suscettibili di opinare il falso.
219 Sfogliando il testo del quale ci si rende conto che altre volte le sezioni
“aristoteliche” (e quelle stoiche) dello pseudo-Plutarco sono state “tagliate”, in
particolare quando si trattava di problemi non meramente “fisici”: cfr. ad es.
dox. gr. pp. 273-5, 305, 309.
29 Cfr. H. Bontrz, Index Aristotelicus, s.v., 455 b-456 a.
Pagina 55
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Qui & accaduto dunque l’inverso di quanto notavamo sopra: nello
pseudo-Plutarco gli uomini particolari sono oggetto d’una conoscenza
incerta (anche &reıpov ha un’accezione “logica” nel lessico aristotelico 2!;
»
UNA « STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
329
Elaborazione “araba” dunque, almeno nelle intenzioni di Sahrastäni, d'una dottrina antica. In questa prospettiva, è strano che nella
“voce” dedicata nel &. al-milal ad Avicenna, non si trovi alcuna alluvi manca del tutto &repi\nntog; quanto ad ávatlobntoc, forse il suo
”” — come pure, d'altra parte, nelle
sione ad una simile concezione
uso in questo contesto può destare una qualche meraviglia,
opere “logiche” di Avicenna”, o nella stessa “logica orientale” TM.
a meno
che non voglia dire che la sensazione con cui gli uomini si possono
attingere è oscura), in Qostá essi manifestano opinioni diverse. Ma
naturalmente, non è questo il senso del passo, che allude al fatto che
per una molteplicità di oggetti variamente connotabili attraverso le loro
proprietà accidentali, esiste una sola specie alla quale essi possono
venir ricondotti. Ma c'è di più. Che dire dell'uso degli aggettivi &-
REtpos e drepi)inmttoc, proprio gli stessi cioè che, più tardi, saranno
riferiti alle « forme degli atomi » (cfr. p. 286, 5)? Certo questa coincidenza non è casuale. Esaminando il luogo “atomistico”, avevo notato
che ad &repi\nntog era stato sostituito un equivalente di árobntós,
che affiancava la megazione dell'infinità. Che dire ora del fatto che
nel contesto che stiamo esaminando, dove ärzıpog e &nepiknnroc si
trovano insieme, figura anche la negazione di aioôntoc, avais@ntog?
Ora, dato anche che qui si sta parlando degli “uomini particolari”,
cioè degli oggetti sensibili (assimilabili, alla lunga, agli oxmpata riv
&tépuwv, almeno secondo la mia interpretazione 2), nulla di più strano
che, per non autocontraddirsi rispetto al contesto che sarebbe seguito
subito dopo, il traduttore arabo abbia alterato il senso del primo.
Quanto a Sahrastäni, egli dimostra di aver recepito il senso
globale dell'argomentazione dello
pseudo-Plutarco e, ancor più, di
aver capito che, dietro di essa, c'è la ben nota posizione aristotelica
della “transgenericitä dell'uno e dell'essere”. Egli naturalmente pone
l'accento, sulla scia del testo dei Placita, soprattutto sull’uno. Ma
nonostante il carattere eminentemente “logico” del suo rilievo, e le sue
inequivocabili ascendenze aristoteliche, il taglio che egli ha voluto dargli spiega perché l’autore del &. al-milal riferisca tutto, non ai Pitagorici
e nemmeno ad Aristotele, ma ad Avicenna.
D'altra parte, se anche simili allusioni ci fossero, è l’Avicenna di
Sahrastani che ci interessa qui, quello di cui il nostro autore ricorda
proprio: « Disse Abi “Ali Ibn Sina [...] », e ricorda, certo non per
un errore madornale e incomprensibile. Invece, accanto ai problemi di
ordine storico che si è ritenuto opportuno metter da parte, ci sono
una serie di rilievi di tipo teorico che possono farci comprendere il
senso della memoria Sahrastaniana.
Mi riferisco in particolare alla ben nota concezione aristotelica per
la quale “tutto ciò che si predica dell'essere si predica anche dell'uno”.
Tale concezione è ripetutamente espressa soprattutto nella Metafisica ?*,
anche se non mancano, come vedremo, riferimenti anche in altre opere
dello Stagirita. Si tratta, però, di predicati talmente vasti e onnicomprensivi che non possono esser considerati in alcun modo “generi”,
ma “vanno al di lá del genere” ””. Il senso per cui, in metafisica,
23 Cfr. pp. 43, 1-245,8 dell'ed. cit., vol. 11.
24 Non ci sono riferimenti specifici alla primarietà dell'uno ad es. nel Livre
des directives et remarques, trad. avec intr. et notes par A.M. GorcHon, BayrouthParis 1951, pp. 92-8 e 103-5 o nel Livre de Science I. (Logique. Métaphysique),
trad. par M. AcHENA et H. Mess£, Paris 1955, pp. 27-34 e 78-80; una minima
allusione solo nella Métaphysique du Sbifa', Livres I à V, intr. trad. et notes par
G.C. ANAWATI, Paris 1978, p. 107. Le stesse specificazioni dell'uno (ibid., pp. 1604) non sembrano preludere a una primarietà nel senso che emerge dal passo Sahrastaniano.
25 Che segue, nella disposizione e nei contenuti, le altre opere logiche di
Avicenna.
26 Cfr. metaph. B 4.1001 a20sgg.; T 2.1003b33 (la sostanza di ciascuna
cosa è una unità, e non accidentalmente!); I2.1053b
20 (cfr. 1054a 13); KA.
21 Cfr. ibid., s. y.
1061 b 11 e anche (con le riserve del caso, per le quali cfr. G. REALE, comm. cit.,
vol. 11, p. 201 nota 9 ed « Elenchos », ıv (1983) pp. 124-5 nota 203) K 2. 1060
b 5.
22 Cfr. metaph. B3.998b
20; Z 16.1040b16sgg. (cfr. I 2 passim); K 1.
22 Vedi sopra, pp. 286-7.
b 27-33; top. 5 1.121b7.
Pagina 56
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Aristotele pud asserire una concezione simile e, di conseguenza, andare
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
331
una sola”. Nel secondo, leggiamo che alcune cose sono unità quanto
contro i Platonici che sembravano configurare quella unità come un
al numero, quando la materia è una sola; altre sono unità quanto alla
sostrato al di là dei molteplici sensibili ?*, come una forma ideale
”
forma, quando la definizione è una sola”°; altre quanto al genere,
per distinguer la quale dai sensibili basterebbe, secondo costoro, agquando la figura categoriale è identicaTM. L’apparente contraddizione
giungere |’ “in sé” (]’“in sé” che è forse il bi-“aynibi dell’arabo e
riguardo alla connotazione dell’unità della materia nei due testi è risoil più esplicito $ oùSeic [...] Soros del greco: quanto “platonisticalubile nel senso che nel secondo si parla degli “individui” *’. Probabilmente”?), il senso per cui Aristotele può asserire una concezione simile
mente da questo secondo senso dell'unità della materia derivano conè però, dicevo, eminentemente “logico”. Per lui, le sostanze riducibili
cezioni come quelle espresse in top. ı 7.169 a 35 (da ciò che è uno
a unità sono quelle che sono oggetto di scienza — si legge in un cone dalle sostanze sembrano conseguire gli oggetti immediati e ciò che
testo ancora una volta “platonizzante” ?! —; e altrove — stavolta
è) e in de coel. B 4. 286b 17 (in ciascun genere, l’uno viene prima
“contro” i Platonici, soprattutto contro l’impostazione dei Platonici —
dei molti).
si precisa che l’uno è l’universale che consente la dimostrazione sil-
Questi testi e le precisazioni che li concernono ci permettono di
logistica Y. La “scienza” vera, per Aristotele, è quella del sillogismo,
tornare ancora una volta ai due testi arabi, e alle sottili differenze
e tale è, presumibilmente — soprattutto se sono valide le ipotesi
che li contraddistinguono. La traduzione dei Placita allude dapprima
relative all'identificazione Sahrastaniana dello ‘agl della “piramide delall'unità del genere e della specie alle quali è possibile ricondurre,
l'essere” con l'intelletto agente del De anima aristotelico — anche
via via, i molti (o infiniti) uomini e cavalli particolari; poi all’unità
quella per la quale si legge, nello pseudo-Plutarco, che il vous [...]
della definizione per cui, facendo cavalli e uomini tutti riferimento al
genere “animale” (letteralmente, in arabo, “vivente”, perché non è
stato usato il nome derivato hayawän ”*), hanno poi rispettivamente,
xatà povába Dempei. Dalle esemplificazioni addotte nei luoghi sopra
esaminati, si deduce in particolare che l’unità della sostanza è identificabile con l’unità della definizione (uno dei modi in cui, secondo
Aristotele, è dato parlare dell'essere e dell’unoTM) e con quella del
genere. Vale la pena di richiamare l'attenzione su due passi in particolare, apparentemente in reciproca contraddizione: metaph. A 6.1016 a
come differenza specifica, il “nitrente” e il “parlante” (ma nátig, in
24 sgg. e 1016b 31 sgg. Nel primo leggiamo che l’uno si dice delle
predicato “uomo”, che indicherebbe l’essenza dell’oggetto, il predicato
cose di cui uno è il genere, anche ove esse fossero distinte in opposte
differenze specifiche: vengono addotti gli esempi del cavallo, dell’uomo
“esistente”. Inoltre, tale contesto è assai più platonizzante dell’altro,
arabo, è anche “razionale” ©).
Il contesto Sahrastaniano pone assai più fortemente dell’altro l’accento sugli oggetti particolari, in quanto menziona, accanto al possibile
sia perché parla di un “concetto dell’unità”, sia perché postula l’esie del cane in quanto sono tutti animali, in quanto la loro materia è
24 Dunque qui la materia nel senso del genere è il principio di individuazione.
Per tale problema, sul quale sono tornata a più riprese (cfr. p. 320 e nota 207),
28 Cfr. metaph. A 9.991a2 (e B 4.1001a6); 1 2 passim; M 4.1079
a 32.
2 Cfr. metaph. Z 16. 1040
b 29.
20 Cfr. eth. nic. A 4.1096
a 34 sgg.; eth. eud. A 8.1218
a 10.
cfr. anche metaph. Z 8. 1033 a 33-b 15.
235 Cfr. ibid., A 6.1016
a 32 sgg.
185
b 8 sgg. Se essere e uno si dicono in più sensi, quello fondamentale perd, per
26 Cfr. ibid., A 6.1016a 24 sgg. e la nota illustrativa in G. REALE, comm. cit.,
vol. 1, p. 430 nota 31.
237 Cfr. G. REALE, ibid. nota 29.
238 In greco è usato il termine (Gov.
29 In greco è usato il termine Aoyıxög, ma su questo cfr. H. Bonirz s.v.,
Aristotele, resta “l'entelechia” (cfr. de an. B 1.412b 8).
p. 432b 3-5.
21 Cfr. metaph. À
9.990
b 7-13.
232 Cfr. an. post. A 11.77
23 Cfr. ad. es. metaph. Z 4.1030
b 5 sgg., de int. 11.20b15 e pbys. A 2.
Pagina 57
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
»
333
stenza di tale concetto, o meglio dell’essenza dell'uno, come conditio
Si tratta, ancora una volta, di problemi complessi, che cercherò
sine qua non per poter dire anche di una cosa particolare “uno”. E
qui di limitare allo stretto indispensabile per chiarire l’asserzione $ahraevidente che, in questo, il testo $ahrastaniano, pur avendole indubbiamente riecheggiate, prescinde totalmente dalle posizioni aristoteliche
o meglio dai loro presupposti teorici: intanto perché Aristotele nega
che esista l’essenza dell’uno (sia per polemica contro i Platonici, sia
per l’asserita transgenericità dell'uno), poi perché sembra trascurare
la particolare concezione dello Stagirita secondo cui almeno le categorie,
staniana.
in quanto non hanno materia, sono immediatamente una unità, e non
sul piano linguistico le elaborazioni filosofiche in arabo differiscono da
Alla complessità intrinseca alla nozione filosofica dell'essere (aristotelico e non) si aggiunse, nelle rielaborazioni arabe ed islamiche del
pensiero antico, la difficoltà linguistica di rendere tale concetto, soprattutto tenendo conto dei suoi molteplici usi e significati. Ho detto,
per una volta, “arabe e islamiche” e non “arabo-islamiche”, perché
lo sono perché partecipano dell'essere e dell'uno ?*.
quelle in altre lingue orientali, e particolarmente dal persiano, ad
Questa concezione differenzia le categorie come predicati in sé
dalle cose particolari sensibili che si predicano di quelle categorie:
esempio perché in arabo manca la possibilità di esprimere la copula
donde gli oggetti sensibili si possono dire “uno” in modo diverso dalle
categorie #!, Se l'uno si dice in molti sensi, ma sempre in riferimento
a una realtà determinata , si può parlare di “unitá” per la sostanza,
ma anche per la qualità, la quantità e le altre categorie *.
A questo punto, possiamo finalmente capire perché Sahrastani
attribuisca la concezione cui sta alludendo ad Avicenna. Avicenna
sostenne una particolare interpretazione delle Categorie aristoteliche,
nonché una sua teoria sul rapporto sussistente fra “essenza” ed “esistenza”. Concezioni analoghe contano, è vero, nel pensiero islamico
anche altri rappresentanti ?*, ma se Sahrastáni cita proprio Avicenna,
questo può forse essere spiegato col “platonismo” del filosofo persiano,
platonismo sul quale l'autore del &. al-milal intende certo porre l’aclingua **, In questa prospettiva è stata richiamata l’attenzione sul
fatto che le opere persiane di Avicenna, come il Danel-nameh, sono
cento *,
attraverso il verbo essere, possibilità che è, invece, garantita nell’altra
particolarmente importanti perché l’uso possibile della copula chiarisce
il suo punto di vista sulla differenza fra essere come stato ed essere
come atto ?”,
Ma accanto al problema strettamente linguistico, che oppose, spesso
tra vigorose polemiche, logici e grammatici sin dalle prime elaborazioni delle fondamentali opere di Aristotele su questi temi ?*, non
bisogna dimenticare quanto questa particolare ‘carenza dell'arabo
possa aver condizionato le rappresentazioni teoretiche dell'essere (anche
se, inversamente, si potrebbe dire che dalla particolare intonazione, o
dalla maggiore o minore chiarezza, con la quale i pensatori arabi si
rappresentarono il concetto, aristotelico e non, di essere, essi poterono
20 Cfr. metaph. H 6. 1045 b 3 sgg.
M Cioè, partecipando dell'essere e dell'uno. Cfr. anche metaph. 1 2.1054 a 18,
e G. REALE, comm. cit., vol. 11, p. 132 nota 16; top. 8 6.127a27 dove essere €
uno sono considerati attributi (tr. Colli; gr. èrépeva).
a 33-b 15.
22 Cfr. metaph. Y 2, 1003
23 Cfr. ibid., 1003 b 23 sgg.
24 Per il primo problema, ad es., Tüsi e al-Farabi; per il secondo vedi oltre,
nota 266.
25 Né va forse svalutato l'elemento della bikmah maÿrigiyyah che, come ho
giù notato (vedi « Elenchos », 11 (1981) pp. 373-4; ıv (1983) pp. 94-5) sembrerebbe poter interessare Sahrastani.
246 Il problema è molto complesso, basti il resoconto di esso in al-Färäbi,
che dà F.W. ZIMMERMANN, op. cit., pp. XXXV, XLIV Sg., LXI sgg., CXXXI sgg.; cfr.
anche lo studio di F. A. SHenapi, Arabic and the Concept of Being, in Essays cit.,
pp. 147-57, part. pp. 149 (sull'uso alternativo di inna, kana, huwa) e 154 (sull'uso
della radice w-j-d).
247 Così in Molla Sadra, che però cronologicamente va assai oltre Sahrastäni.
Cfr. S.H. Nasr, The Significance of Persian Philosophical Works in the Tradition
of Islamic Philosophy, in Essays cit., pp. 67-75, a p. 69.
248 Cfr. F, W. ZIMMERMANN, op. cit., pp. XLI sgg., XLVI, LXXVI sgg., CXXII sgg.,
CXXXVIII sg.
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o avrebbero potuto essere in grado di ovviare con parafrasi ed esplicaconoscere qualcosa, consentendo di dire che cosa essa è, di darne la
zioni a tale carenza). Comunque, la filosofia arabo-islamica si trovò
definizione.
ad affrontare due problemi fondamentali: il primo fu quello di cercare
Avicenna si sarebbe reso conto che nella Metafisica Aristotele
prescinde dall'esame di questo secondo senso di essere #, e sostenne
di conciliare la concezione della sostanza (uno dei significati fondamentali dell’essere) quale si desumeva dalle Categorie da una parte
e dalla Metafisica dall'altra; il secondo fu quello di spiegare, ed eventualmente di approfondire, dietro la pressione di esigenze logiche, ma
anche teologiche e forse persino epistemologiche, la differenza fra
essere ed esistenza.
Per quanto concerne il primo punto, è stato rilevato che le carenze
che esso è svolto piuttosto nelle Categorie. Le Categorie illustrano i
vari modi in cui si può parlare dell'essere di qualcosa, e il primo e
più fondamentale di questi modi è la sostanza. Il problema, non chiarito nella filosofia islamica, anche per l'assenza dell'analisi delle categorie nei libri metafisici * — e a prescindere dalla trattazione della
sostanza nel libro Z —, è se tale analisi sia da porre esclusivamente
parlare lo Stagirita talora dell’esistenza, talora della quiddità, ma mai
in un ambito logico, o se non investa una problematica in qualche
modo, appunto, “metafisica” #. Senza dubbio, infatti, l'esame delle
dell'essere ?®, Si allude evidentemente qui all’essere nella globalità delle
categorie è un modo di illustrare l’essere in quanto essere
#, Di fatto,
sue accezioni. D'altronde, si possono distinguere due sensi fondamenparlare, di alcunché in assoluto *, (proprio quello che consentiva ad
sembrerebbe che anche se questo “discorso sulle categorie”, questo
“metalinguaggio”, manca nella Metafisica", le Categorie riguardano
sì la loro espressione linguistica, ma anche la natura delle entità alle
Aristotele di parlare di “transgenericitä” dell’essere *!). Si tratta di un
quali vengono riferite ?*,
senso dell’essere che non necessariamente deve venir applicato a oggetti particolari esistenti, ma che sta anche dietro le nozioni degli enti
Il problema fu ben sentito da al-Fárabi?”; ma per limitarci ad
Avicenna, anzi, all’Avicenna dell’allusione $ahrastaniana, osserviamo che,
astratti, dei numeri, forse addirittura degli inesistenti %, e sul quale
per lui, prima di poter dire che una cosa esiste, “o” prima di poterla
si può costruire un discorso, un meta-linguaggio.
definire, si deve dire che è “uno”.
linguistiche causarono il fatto che i traduttori arabi di Aristotele fecero
tali di essere. Uno, senza il quale non sarebbe possibile pensare, o
Il secondo senso di essere è quello attraverso cui è possibile predicare qualcosa di qualcos’altro, che sia dotato di estensione più gene-
In questa disgiunzione — che non è chiaro se stia a significare
esclusione o inclusione dell'altro termine; ma su questo punto tornerò
che questo secondo senso non serve solo a coprire il dominio e la
più avanti” — sta a mio avviso la riprova di quanto il problema
cui si è qui accennato, quello della definizione di un oggetto (e in
funzione della logica, o il processo della dimostrazione “scientifica”
un secondo tempo della sua caratterizzazione) appartenga all’ontologia
rale: per es. è possibile predicare l’uomo dell’animale. Ora, è evidente
(sillogistica) in quanto tale, ma è anche quello attraverso cui è possibile
249 Cfr. F.A. SHEHADI, arf. cit., p. 147; ma per l’interpretazione del termine
delle opere di Aristotele.
buwiyyah cfr. anche oltre, nota 266.
20 A prescindere dal discutibile riferimento di
P. MOREWEDGE, art.
cit.,
pp. 168-9, a filosofie posteriori, egli definisce il primo dei due sensi — richiamandosi
a Kant — «epistemico-fenomenologico », e il secondo « sintattico ».
251 Per la filosofia islamica, cfr. P. MOREWEDGE, art. cit., p. 168. Vedi anche
sopra, note 226 e 227.
252 Su questo punto vedi oltre, pp. 336 sgg.
23 Cfr. P. MOREWEDGE, art. cit., p. 164.
24 Dovuta secondo P. MorEWwEDGE, art. cit., p. 197, a una carente trasmission
e
255 Su questo punto cfr. P. MOREWEDGE, art. cit., pp. 171-2.
36 Cfr. ibid., p. 167.
27 Cfr. ibid., p. 162.
25 Cfr. ibid., p. 169.
29 Cfr. ibid., p. 163 e F.W. ZIMMERMANN, Op. cit., pp. XXXII sgg.
%0 Vedi oltre, pp. 338 sgg.
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(e in questo senso alla “metafisica”) più ancora che alla logica. Altri-
Anche in questo senso le caratterizzazioni “categoriali” del passo
menti, Avicenna non l’avrebbe saldato con l’uno “transgenerico” idenesorbitano, e di molto, l'ambito esclusivamente logico, e ci consentono
tificando la stessa definizione, insieme con l’esistenza, con il compagno,
di affrontare il complesso problema del rapporto fra essenza ed esiugualmente transgenerico, dell'uno: l'essere. Certo, da questo punto
stenza in filosofia islamica, un problema che ha radici ben anteriori
di vista l’“o” del testo sarà da intendersi come un vel; ma proprio
ad al-Farabi, pur essendo al-Farabi il primo autore nel quale è possibile
dalla caratterizzazione categoriale dell’oggetto esso pud essere anche
individuare in merito un preciso punto di vista ®,
inteso come un aut.
La Goichon, autrice di una celebre monografia su questo argo-
Mi spiego. Se Avicenna vuol fare dell’uno un ente “transgenerico”,
mento, rinuncia a identificare le fonti di questa distinzione #, che
è chiaro che ha per ciò stesso escluso una sua interpretazione, o apinvece Rescher riconosce proprio nelle suaccennate problematiche degli
plicazione, categoriale. Ma sia “esistente” sia “uomo” sono determi-
Analitici secondi **; ma a prescindere da questo, il problema dei rapnazioni. “Uomo” appartiene senza dubbio alla categoria della sostanza.
porti fra essere ed esistenza in filosofia islamica ha una lunga storia,
Ed “esistente”? “Esistente” potrebbe precisare ulteriormente l'essere
e di questa storia al-Farabî e Avicenna sono tra i maggiori rappresen-
(mentre certo l’ “uno” del testo non può in nessun modo appartetanti %,
nere alla categoria della quantità). In questo senso, ancora una volta,
l'alternativa potrebbe indicare una inclusione. Ma se al posto dell’uomo
ci fosse un’altra sostanza, una sostanza “non esistente’? In questo caso
si tratterebbe di una esclusione; e se l’oggetto fosse un'essenza della
quale è ignota l’esistenza, |’ “o” potrebbe essere un'esclusione. Questo,
ancora una volta e forse maggiormente, salda il passo $ahrastaniano a
una visione ““metafisica” delle Categorie da parte di Avicenna. Il fondamento in questo caso è una ben nota posizione mu‘tazilita, secondo la
quale i “non-esistenti” hanno una loro sussistenza proprio come gli
“esistenti”; a uno stadio intermedio venivano collocati gli stati e le
relazioni (cioè in genere le proprietà, corrispondenti alle categorie aristoteliche ad esclusione della sostanza). Quando Dio aggiunge a un nonesistente la qualità dell'esistenza, lo rende un essere. (Incidentalmente,
questo spiega perché il non-esistente possibile può sussistere nella prescienza divina prima della sua attualizzazione *'.)
D'altra parte, l'attestazione Sahrastaniana e il problema dell’alternativa in essa espressa sono connettibili con quei passi dei Secondi
enalitici nei quali Aristotele si domanda se, per poter definire una
23 Cfr. F.A. SHEHADI, art. cit., p. 154.
264 Cfr. A.M. GorchHon, La Distinction de l'Essence et de l’Existence d'après
Ibn Sina, Paris 1937, pp. 131-2. Per una bibliografia su tale argomento, cfr. ad
es.: ancora della Goichon, La démonstration de l'existence dans la logique d’Avicenne, in « Mélanges H. Massé
», 1963, pp. 166-84; M.D. RoLanp-GosseLIN, De
distinctione inter essentiam et esse apud Avicennam et D. Thomam, « Xenia Thomistica
», 111 (1925) pp. 281-8; M. Cruz HERNANDEZ, La distincion de la esencia
y la existencia y su interpretacion en la filosofia occidental, « Homenaje a MillosVallicrosa », 2 voll., Barcelona 1954 e 1956, vol. 1, pp. 351-74; M. FaxHry, Notes
on Essence and Existence in Averroes and Avicenna, « Miscellanea Mediaevalia »,
2, Berlin 1963, pp. 414-7.
265 Cfr. N. Rescuer, Al-Farabi on the Question: Is Existence a Predicate?,
in Studies in Arabic Logic, Pittsburgh 1963, pp. 39-42.
2 Sommariamente: per al-Farabi esiste fra esistenza ed essere una distinzione
non solo logica, ma metafisica: l'esistenza non è un carattere costitutivo dell'essenza, ma un predicato, un suo accidente. Fino a Molla Sadra, che affermerà la
presenzialità dell’esistere, non ci sarà alcun rovesciamento di questa situazione.
Dunque al-Färäbi, in opposizione ai mu'taziliti che come s'è visto, ritenevano
l'esistenza un “attributo”, ammette soltanto che essa sia un predicato logico, che
cosa, è o no necessario che quella cosa esista nella realtà 2.
però nulla apporta di nuovo alla caratterizzazione di una sostanza (cfr. Kant);
egli definisce l'esistenza huwiyyah in opposizione all'essenza mähiyyah. Si noti che
261 Cfr, N. Rescuer, Existence in Arabic Logic and Philosophy, in Studies
in Arabic Philosophy, Pittsburgh [1966], pp. 69-80, part. pp. 70-1.
d'Aosta. In Avicenna, nell'essere supremo (Dio) non c'è unione di essenza ed
questa posizione è opposta a quella che mosse la prova ontologica di Anselmo
262 Cfr. an. post. B 6.
esistenza, ma l’esistenza è parte della Sua essenza o della Sua definizione; al
contrario, nelle cose sensibili l'esistenza è aggiunta per Sua volontà, donde la loro
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come pure da un punto di vista ontologico (quando ci si chiede che
E una conferma di questa interpretazione può essere anche data dalle
parole di Sahrastáni quando dice: «[...] ogni numero numerato non
è privo di unità connessa ad esso intrinsecamente, cosicché il due e
il tre nel loro essere due e tre sono unità, e così le cose numerate,
sia composte che semplici, sono unità, o nel genere, o nella specie, o
cos'è l'essere di una cosa, si parla dell'essere in modo “primario”, innell'individuo, come la sostanza, in quanto è sostanza in assoluto, e
dipendentemente dalla sua esistenza) *.
l’uomo in quanto è uomo, e l'individuo particolare come Zayd in quanto
è quell'individuo particolare [sono] uno, dunque l’unità non è mai
disgiunta dalle cose esistenti, e questa è un'[unitá che] deriva dall’unità del Creatore Altissimo [...] » ?°. Questa è la conclusione della
vista strettamente logico (sia in quanto l’essere, come riferentesi alla
prima categoria, é a un livello “più alto” dell’esistenza, sia in quanto,
semanticamente, è possibile dire che “X è Y” anche se “X non esiste”),
Esiste una differenza fra l’analisi dei concetti e la ricerca della
vera natura delle cose attualmente esistenti, cioè degli oggetti particolari **, Per la prima, esprimibile secondo le relazioni logiche di soggetto e predicato e di genere, specie e differenza, l’esistenza è un dato
irrilevante. Ma per la seconda, essa è la condizione imprescindibile della
loro conoscibilità **, È chiaro che, a seconda del modo in cui si colloca
il passo Sahrastaniano di cui ci occupiamo, l'alternativa che esso contiene assumerà il significato di un'esclusione o di un’inclusione.
Ovviamente — se dobbiamo limitarci al testo del &. al-milal —
la questione resta insoluta, anche se i riferimenti concreti — qui all'uomo, e all'uomo e al cavallo nella fonte Sahrastaniana — sembrerebbero saldare indissolubilmente esistenza ed essere. Così, l’uno di
cui si parla sembra esser proprio quello di metaph. A 6. 1016
b 31.
contingenza (cfr. anche F. RAHMAN, art. cit., p. 222). Averroè critica Avicenna
perché secondo lui l'essenza precede logicamente l’esistenza e può essere definita
indipendentemente dal fatto se l'oggetto esiste o no; Avicenna avrebbe confuso
fra i due significati di essere, logico e intensionale. Suhrawardi, il filosofo ifrägiy
contemporaneo di Averroè, ritenne che non fosse giusto dire che l'esistenza si
aggiunge all'essenza, perché si può concepire l'essenza a parte dall'esistenza, ma
non viceversa. I due concetti, pur distinti, si identificano nelle cose, anche se
l'esistenza non è per l'essenza ciò che il predicato è per il soggetto (sui rapporti
con Avicenna cfr. ancora F. RAHMAN, art. cit., p. 227); per Molla Sadra infine,
tutte le cose create constano di essenza ed esistenza, a parte l'Essere necessario
(Dio) (cfr. F. RAHMAN, art. cit., pp. 223-4). Ricordo anche che Sahrastáni è stretto
triplice presentazione dell’unità che ho sopra discusso 7}, ed ecco la
riprova della saldatura di un discorso che è “tutta la concezione dei
molteplici sensi dell'uno per Aristotele” con la dimensione teologica,
dimensione teologica ribadita più sotto, dove opponendo l'uno all’elemento, si definisce l’uno come l’uno « donde proviene ogni molteplicità, e dal quale la molteplicità attinge l’unità che è intrinsecamente
connessa alle cose esistenti » 7”; quell’unità spiegabile certo attraverso
Aristotele, ma che è anche quella, la maggiore o minore partecipazione
alla quale nobilita, in maggiore o minore misura, tutte le cose, e nel
riconoscimento della quale è scandito il destino dell’anima, soteriologico ed escatologico *”.
Riguardo al testo che contiene il riferimento avicenniano, possiamo
dunque dire che anche in esso riaffiora il dilemma fondamentale che
la lettura del k. al-milal ci ispira ogni volta (e che salda i problemi
trattati in questo studio non solo al contesto della “voce” su Pitagora,
ma, in definitiva, all'intera opera di Sahrastáni e magari al generale
contesto della filosofia arabo-islamica): l’interpretazione filosofica fonda
(o sostiene) la verità teologica, o la verità teologica influenza l'interpretazione filosofica? Se l’uno “primario” fosse anche qui, non il
“transgenerico” di Aristotele e nemmeno |’ “idea” di Platone, ma
l’Uno Supremo, il Dio da cui tutto deriva, l’Uno della triplice precontemporaneo di Averroè e Suhrawardî, mentre Molla Sadra è del XVI secolo.
267 Cfr. F.A. SHEHADI, arf. cit., pp. 151-2 ove si conclude per «a collusion
between Greek epistemology and Greek ontology» (p. 152).
28 Cfr, P. MOREWEDGE, art. cit., p. 165.
269 Cfr, F. A. SHEHADI, art. cit., p. 152.
», ıv (1983) p. 97.
29 Cfr. « Elenchos
71 Vedi sopra, pp. 320-4.
mm Cfr. « Elenchos », ıv (1983) pp. 96-7.
M3 Vedi sopra, p. 320.
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sentazione di poche pagine prima? Allora davvero il riferimento ad
bidah bi ’l-tatlit, che compare fra le varie proprietà che il testo arabo
Avicenna ”* diventa il riferimento (“ismailitico” si, sia pure con i
all'intelligenza “profetica” che nella filosofia riconosce ad ogni modei Placita nega agli aÿkäl al-ajza’ la tatajazza’uTM.
Daiber traduceva fatlit con « triangolo » (« mit dem Dreieck übereinstimmend ») 7” ma, usualmente, tale concetto è reso dal participio
mento il segno e la presenza di Dio: immagine che lo stesso Avicenna
mutallat ?*, Bisogna invece mantenere a mio avviso, per il masdar,
amò dare di sé, e che forse potrebbe confermare in Sahrastani il paralil significato originario di “triplicitä” ””,
La triplicità è infatti alla base della numerologia pitagorica. Come
è possibile rendersi conto esaminando l’indice dei Vorsokratiker s.vv.
mpeg, tpiywvoy, tpLac, tpic, tpitoc, delle circa trentacinque occorrenze
utili che si ricavano, una parte è incentrata sulla descrizione delle didistinguo del caso) all’imam, all'intelletto che tutto sa “per intuizione”,
lelo amore per la propria nascente hikmah fabrastaniyyab. In questa
prospettiva — e lo accenno soltanto — il problema della conoscenza
dei “non esistenti” si sposterebbe nel campo della prescienza divina,
e si sarebbe tentati di dire, a proposito dei “non esistenti” (non logici
e non fattuali, esemplificati ad esempio negli Analitici secondi), che
la loro conoscibilità (anche senza il riscontro dell’esistenza nel regno
del sensibile) è concessa all'uomo solo perché l'Onnisciente li ha già
pensati. Ma su questo problema, dove le speculazioni logiche di Aristoverse triadi che illustrano ora la matematica in senso stretto (il “parimpari” è nel tre, il tre è il numero che racchiude i pari e i dispari TM),
la cosmologia e l’ontologia (fuoco, terra, aria”; principio, mezzo e
fine 2°), l'antropologia (intelligenza, forza.e fortuna
” e, su altro piano,
tele rendon vago il confine fra ispirazione profetica e umana ÜBpic
(il “peccato” greco che l'Islam ha in sommo grado temuto), neppure
Sahrastáni osa alzare il velo. Noi potremmo “razionalmente” analizzarne
i termini, e farci sopra un discorso “razionale”; ma ecco che la “filosofia islamica” ci sfugge allora, e a noi può non restare altro che dire,
sul piano storico, che molti dei “fraintendimenti” che del pensiero
greco sono stati imputati alle rielaborazioni arabo-islamiche si debbono
al fatto che qui la falsafah è sempre sul punto di trasformarsi (dalla
fede? dal bisogno di fede?) in hikmah. E la “storia della filosofia antica” di Sahrastini ne è certo un cospicuo esempio.
76 Vedi sopra, p. 271.
2 Vedi sopra, nota 47.
78 Questa è Vaccezione corrente del termine in tutti i lessici da me consultati,
con l'eccezione del Dozy, cit., che s.v. taflit dà anche l'accezione “triangolo”, ma
in senso astronomico.
29 O meglio sarebbe dire, dato il significato della 2° forma, di “triplizzazione”,
esemplificata variamente dai lessici (LANE: « per moltiplicazione o per divisione »,
cfr. anche KazimirsKI e il Vocabolario arabo-italiano); KAZIMIRSKI ancora: « aggiungere la terza corda allo strumento »; O « mettere tre punti diacritici allo schema
della lettera » (Lane; Vocabolario arabo-italiano); ancora nel senso di “trinità”
danno il termine Kazımırskı, Lane, il Vocabolario arabo-italiano; Dozy precisa
« trinità. astrologica » (sull'accezione possibile di “trinità” nel testo qui esaminato
Muttahidah bi ’l-tatlit. Resta un ultimo punto da esaminare in
si veda oltre, pp. 344-5).
questo commento alla “voce” Sahrastaniana su Pitagora, un punto a
280 Cfr. 44B5 e anche B6; la Timpanaro (Pitagorici cit., fasc. 2, p. 205)
mio avviso di importanza focale, che è stato per ciò stesso più volte
richiama Tim. 35 a. Vedi anche « Elenchos », rv (1983) pp. 113 nota 73 e nota 75;
richiamato e lasciato in sospeso **: il significato della locuzione mutta74 Soprattutto se, come ho accennato (vedi sopra, note 224 e 225), non è
possibile trovare riscontri “storici” a questa formulazione della teoria della primarietà dell'uno nelle opere del filosofo persiano. Ma sulla concezione avicenniana
della scienza profetica e sulla presentazione che, in questa chiave, egli amò dare
di se stesso e della propria comprensione della filosofia aristotelica, mi si consenta
di dare altrove indicazioni biografiche e storiche e possibili interpretazioni teoriche.
275 Vedi sopra, ad es. p. 294.
116 nota 89; 117-8 nota 107.
281 Cfr. 36A
6, ove sono citati anche Empedocle e Parmenide. La “trinità
cosmologica” qui configurata deriva, secondo la Timpanaro (Pitagorici cit., fasc. 2,
p. 9) da una concezione ionica a sua volta influenzata dalla trinità ferecidea
(cfr. 7 B 1); sulla stessa trinità cosmologica cfr. anche 31 A 29 e PLAT. soph. 242 cp.
222 Cfr. 58B 17 e ancora Pitagorici cit., fasc. 2, pp. 11 e 399-401, ove sono
dati a riferimento anche 58
B 2 e PLAT. leg. 715E. Vedi anche fasc. 3, p. 109, e
il riferimento ad ARISTOT. de coel. A 1.268
a 10.
28 Cfr. 36B
1, posto in relazione con la triade cosmologica in Pitagorici cit.,
fasc. 2, p. 11.
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FILOSOFIA GRECA
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343
ragionar bene, parlar bene e fare quel che si deveTM). Ora, molte di
di identico e di diverso se non l’opinione, intendendo qui per “opiqueste testimonianze si trovano riecheggiate nella “voce” $ahrastaniana
nione” soprattutto lo sforzo dialettico di pervenire al risultato cercato,
nella tensione propria dell’anima nei « tre approcci » di cui parla anche
su Pitagora, ove la menzione del tre ricorre a più riprese: dal punto
di vista dell'aritmetica («la divisione per tre è completa » #), della
Sahrastani, di fronte alla rigidità immobile dell'intelletto, che trageometria (« principio del corpo [sono] le tre dimensioni»TM; «la
scorre fra “essenza” e “principio” *? E più ancora, che dire dei “triansuperficie è tale da essere dotata di tre lati
» TM’), dal punto di vista
goli” posti a fondamento di tutti i solidi geometrici corrispondenti
ai quattro elementi, e che, com'è stato recentemente mostrato, sarebpsico-epistemologico (« il numerato in cui c’è la trinità è l’Anima » TM).
È interessante ricordare che le triadi pitagoriche sono state tutte
recuperate dall’alchimia per identificare attraverso esse la hagigah (la
realtà profonda) delle cose. Ovviamente, questo fatto non si può liquidare in poche parole, ma vale la pena di sottolineare che sono state
proprio le triadi pitagoriche — insieme ad alcune concezioni del
Timeo —, ad essere usate come chiave per identificare i nuclei essenziali della realtà. Tra quelle sopra menzionate, in particolare, il tre
-g>—e
manca di sottolineare neppure un luogo timaico ** — che cos'è l'unione
24 Cfr. 68
B 2. Con questa triade si spiega l'appellativo di Atena come Tritogèneia (cfr. pure 68 A 33); per possibili riferimenti di essa all'Avesta, cfr. Atomismo
cit., p. 6.
285 Cfr. « Elenchos », ıv (1983) p. 97.
26 Ibid., p. 99.
287 Ibid., p. 100.
283 Ibid., p. 98.
Questa semmai, a mio avviso, è la triangolarità cui può alludere
la versione del Daiber, non certo la dimensione eidetica dell'oggetto
discusso, suggerita dall'originario — e più modesto — tpratvoerStic.
Né va d’altra parte trascurata l’altra grande fonte Sahrastaniana,
gli Ibwán as-Safa’, che nell’Epistola sulla Materia, la Forma, il Moto,
il Tempo e lo Spazio riprendono l’assimilazione dell’uno alla sostanza,
come inizio, mezzo e fine ®.
Per quanto concerne il Timeo, è stata individuata nel tre la base
della proporzione musicale che materia l'Anima del mondo”. Ma
piuttosto, perché non pensare all'unione, quale fondamento della realtà,
dei due circoli, dell'identico e del diverso ”P!? Infatti — come non
bero riconoscibili persino nel dodecaedro, la problematica ‘matrice
geometrica” dell'universo fisico TM?
ti
del due alla quantità, del tre alla qualità TM.
Già dal punto di vista logico, le prime tre categorie erano considerate quelle realmente “fondanti il reale”: non dimentichiamo infatti che la relazione, la quarta categoria, fa essa stessa da “discriminante” fra quelle che appaiono le vere connotazioni delle cose e quelle
23 Cfr. « Elenchos
», 1V (1983) p. 98. Il riferimento all'intelletto (che ben
altri sviluppi potrebbe avere nel quadro della derivazione ipostatica del molteplice
dall'uno) allude genericamente al rapporto fra sé e Dio.
24 Per la concezione dei triangoli alla base dei solidi simboleggianti l'universo
cfr. Tim. 53csgg., di cui manca però diretto riscontro nel compendio galenico
(com’è ovvio, maggiormente interessato alle questioni di “medicina”). Cfr. tuttavia
229 Cfr. P. Kraus, Jabir ibn Hayyän. Contribution à l'histoire des idées scientifiques dans l'Islam, vol. n: Jabir et la science grecque, Mémoires présentés à
l'Institut d'Égypte, Tome 45, Le Caire 1942, pp. 199-223 passim e, per questo
l'allusione ai “triangoli” del cervello a p. 24,68 (e in Tim. 738) e il rapporto
fra la stabilità dei triangoli e la vita a p. 27,1-6 (e in Tim. 81 Bp). Circa l’interpretazione del dodecaedro, rinvio al recente studio di R.F. Korrt, The Dodepunto particolare, p. 200.
cabedron in Plato’s Timaeus, « Rheinisches Museum », N.F. cxxıv (1982) pp. 212-
2% Ibid., pp. 204 sgg.
22. Il problema della corrispondenza fra solidi ed elementi è stato toccato anche
altrove nel corso di questo lavoro (cfr. pp. 288-91 e nota 94). Un testo molto
interessante al proposito è l'Epistola di al-Kindi sullo stesso argomento, che mi
21 Cfr. su questo Tim. 27D, 34 c-35 A, 448, per cui cfr. rispettivamente, nel
compendio arabo di Galeno, cit., pp. 4,2-6; 6,13-7,4; 11,14-12, 1.
22 Tim. 37 B-c, per cui cfr. il compendio galenico a p. 8, 4-5. Approfondimenti
di queste considerazioni sono in Tim. 51A-52A passim, per cui cfr. Galeno,
pp. 13, 5-14, 12 passim.
propongo di esaminare in un prossimo lavoro.
25 Cfr. ed. cit., vol. 11, p. 7,7-15 e quanto detto in ARISTOTELE, Le Categorie,
trad. introd. e comm. di D. Pesce, Padova 1966, pp. 49-50.
Pagina 63
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)che potrebbero invece avere un’ “autonomia” solo apparente; problema
sentito dai logici arabi *, e poi da chiunque intendesse dare’ descrizione d’un dato oggetto, nello sforzo di precisarne sistematicamente
essenza, qualità e quantità. Neppure gli Ihwän, tanto nella lettera
quanto nella loro ottica trascendentalistica, fanno ovviamente eccezione
a tale prassi”,
Si può pertanto concludere che quando insieme alle altre proprietà sopra esaminate, i Placita negano agli afkal al-ajza’ allati lá
»
UNA «STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
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Tuttavia, a prescindere dalle matrici teologico-cristiane della lettera
della traduzione da Aezio, i sottintesi della versione araba dei Placita
sarebbero ben potuti esser condivisi dall'autore del &. al-milal, che
connette il tre proprio alla vera natura degli ajza’ la tatajazza'u: « gli
atomi hanno tre proprietà: la forma, la grandezza e il peso » TM. Dalle
considerazioni fatte sopra *?, si dovrebbe comprendere come, di fronte
a questa, la duplice connotazione democritea avesse perso valore; e
del resto, abbiamo ben visto come l’interlocutore privilegiato di
generica allusione al “triangolo” a quella “trinità”? ch’era per lui
Sahrastáni appaia Epicuro, e non Democrito TM.
La mia ipotesi d'interpretazione della locuzione muttahidah bi ’ltatlit può dunque ben fungere da chiosa a questo commento a Pitagora
perché, al di là degli altri possibili rapporti istituibili fra pitagorismo
e atomismo, essa dimostra che la “magia del tre pitagorico” ha contaminato persino la connotazione ontologica dell'atomo: vale a dire,
la vera natura di Dio là dove, come s'è visto, tanto il fenomenico
se l'atomo, pitagoricamente, deve avere un numero, è nel tre che
(gli individui), quanto i fondamenti categoriali del fenomenico (sostanze, generi e specie) sarebbero semmai stati connotabili come
muttabidah bi "l-tawbid (e senza però abusare d'un termine che pure
dovremo cercarlo.*
tatajazza'u di essere muttabidah bi ’l-tatlit, intendono negare loro l’appartenenza alla realtà vera, quella « unificata nella triplicità ». E che
suggestione doveva avere quest’espressione per il dotto traduttore giacobita®® che vedeva la possibilità di approfondire la testimonianza
antica nelle caleidoscopiche sfaccettature della hagigab, di collegare la
avrebbe potuto avere pesanti implicazioni teologiche) dato che, prima
di tutto, essi dovevano essere — e si è visto però in quale senso —
wähidät *,
Ovviamente, il rigido monoteismo musulmano, che attaccava gia
il concetto “religioso” di trinita, spiega ancora una volta perché, della
locuzione, non resti traccia nella “voce” Sahrastaniana su Pitagora.
*
2% Cfr. ad es. F. W. ZIMMERMANN, op. cit., pp. XXXIV sgg. e lo studio di
M.E. MarMURA, Avicenna's Chapter “On the Relative” in the Metaphysics of
the Shifa, in Essays cit., pp. 83-99.
#1 Basterebbe guardare le introduzioni a quasi tutte le Epistole. Naturalmente,
per gli Ibwän questo sforzo prelude alla compenetrazione dell'anima con Dio,
¢ non si ferma all'aspetto fenomenico, naturalistico dei problemi trattati.
2% Cfr. per la connotazione religiosa di Qostá L. Garpet-M.M. ANAWATI,
Introduction è la théologie musulmane. Essai de théologie comparée, préface de
M.L. Massicnon, 2° éd., Paris 1970, p. 196.
29 Sull'accezione di ¢aflit nel senso di “trinità” (cosmica) cfr. anche P. Kraus,
Op. cit., pp. 202 nota 5 e 205 nota 3.
30 Vedi sopra, pp. 324 sgg.
301 Cfr. « Elenchos », rv (1983) p. 102.
302 Vedi sopra, pp. 283 sgg. e nota 77.
30) Vedi sopra, p. 281 e nota 70 e p. 284.
* Ringrazio il prof. R. Traini per la revisione delle trascrizioni dall'arabo.
La responsabilità di eventuali sviste è in ogni caso unicamente mia.