Sguardo retrospettivo alle opinioni degl'italiani intorno alle origini del pitagorismo

Auteur
Ferri, L.
Verschenen in
Atte della Reale Accademia dei Lincei
Jaar
1890
Onderwerp
ITALY
Taal
Italiano
Categorie
C7 Filosofie
Archiefnummer
283

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oaiFLStdrnplgeuiaotersoigpnliraegaonteroilidn,v:'iooSdIAL142eci8trnael9.di7c0:meiaR56e18npd—i5c.o4n7ti dpitaegorlismo. — 532 — Filosofia. — Sguardo retrospettiva alle opinioni degl'italian: intorno alle origini del pilugorismo. Nota del Socio TL. FERRI. I. « Non è certo mia intenzione di rifare la storia della scuola pitagorica e del suo fondatore. Se ne può trovare l'esposizione nei lavori classici del Ritter e dello Zeller sulla flosolia greca, senza parlare delle opere che ne hanno trattato in un modo speciale ('). H mio intendimento è soltanto di rilevare alcuni risultati, parto certi, parte probabili ottenuti dalla critica storica del nostro tempo circa le origini del Pitagorismo, materia tanto oscura e tanto discussa, soprattutto in Italia, ove una schiera non piccola di scrittori le volle ad ogni costo italiane. e quasi ne fece una questione di onore nazionale. « La controversia durò quasi tutto il secolo scorso; si potrasse fino agli ultimi giorni, e i pareri furono divisi non soltanto in Italia, ma anche fuori. Ciò si spiega per varie ragioni. Fiorita per più di nn secolo nella forma priil. mitiva del suo pensiero, la scuola pitagorica non cessò di esercitare il suo influsso genuino che per trasfondersi parzialmenie nel sistema platonico o modificarsi al contatto di dottrine diverse dalla sua; e finalmente ricompa- - 2823 AER 1840 rire trasformata in quelle dei Nenpitagorici, dei Platonici e Neoplatonici pitagoreggianti del pariodo Alessandrino e del Rinascimento. Questa lunga vita unita all'attrattiva di tradizioni divise tra il mistero religioso e la Ince scientifica, un'antichitá che risaliva ai primordi della filosofia greca che poteva assicurare all'Italia, già prima sede del pitagorismo, anche l'onore di avere iniziato colla propria coltura filosofica quella dell'Occidente, erano motivi sufficienti per appassionare la questione suscitando in favore di un ambita soluzione il sentimento che il Vico chiama Doria delle nazioni, e dal quale egli stesso sembra essere stato illuso, benchè la sua opinione dell'antica italianità del pitagorismo si spieghi meglio ancora con lo spirito sistematico della sua dottrina. Poichè il Vico, fin dal principio del secolo scorso, pubblicava un libro sull'Antichissima sapienza degl Italiani. della quale credeva ritrovare le prove nell'etimologia dei vocaboli della lingua latina e alla quale si connettovano, nel suo concetto, gl'insegnamenti di una tradizione filosofica remotissima; cosicchè rispondendo a nn articolo del « Giornale dei Letterati d'Italia » relativo a (1) Si possono vedere nel Grundriss dell’Ucherweg val. I, $ 16. Pythagorcer, indicati gli serittori Pythagoras und div moderni che hanno trattato, in modo speciale, di Pitagora e dalla sua Scuola. Meritano speciale menzione Enrico Ritter, Storia della Filosofia pitagorica, Amburgo 1826 ed Eduardo Zeller, Pithagoras und die Pythagoras sage nei Vortriige e Abhadlungen, Lipsin 1865. Questi due lavori che hanno riassunti tanti altri anteriori, sono rifusi nelle storie generali dei medesimi autori. Citiamo pure A. Ed. Chaignet, Pythagore et la Philosophie pythagoricienne, Paris 1874, 2TM° édit.

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quel libro, sosteneva che Pitagora venne nella Penisola per apprendervi la filosofia indigena sorta dapprima in Etruria e poscia trasferita nella Magna Grecia ('); e successivamente (De Constantia Philologiae cap. XVI) asseriva che il filosofo greco, scuola italica. Scienza nuova, invece di fondatore Ma egli doveva chiamarsi andò anche più innanzi, poichè seguace della per l'autore della opera posteriore, Pitagora non è più nemmeno uno scolare degl'Italiani, ma un'eco tradizionale della loro sapienza; la sua personalità svapora in un concetto personificato, ossia, secondo il suo linguaggio. in un carattere poetico. . « Naturalmente un'opinione così seducente per gl'Italiani non poteva mancare di aderenti; ma gli scritti in favore dell'origine nostrana del pitagorismo crebbero, soprattutto dopo la pubblicazione dell'opera De Jetruria ‘Regali di Tommaso Dempster, che vide la luce in Firenze nel 1723 e nella quale, oltre che si davano le tavole Eugubine per monumenti di storia e cultura etrusca, si rappresentavano gli antichi toscani come gl'iniziatori e tesmofori d'ogni civiltà; e si sosteneva essere otrusca l'origine del pitagorismo e la patria del suo fondatore (3). E questo parere era rallorzato dalla grave autorità di Scipione Maffei che quasi contemporaneamente alla pubblicazione dell'£truria Regale, nel suo Ragionamento sugli Firuschi opinava che Pitagora fosse di quella razione, fondandosi sopra la testimonianza d'Eusebio e d'altri antichi che lo dicono nato in Etruria od oriundo di quella stirpe (3). (1) Vedi: Risposta di Giambattista Vico all'articolo X del tomo VITI del Giornale dei letterati d'Italia, pubblicata per la prima volta a Napoli nel 1712 e inserita a pag. 140 del tomo I delle opere di G. B. Vico edite dal Ferrari, Milano 1852. (2) Vedi Thomas Dempsteri, De Etruria (Hetruria) Regali, libri VIT « nunc primum editi curanie Thoma Coke magnae Britannine armigero, Regiac Celsitadini Cosmi tertii magni ducis Etruriac, Florentiae MDCCXI +. L'opera fu pubblicata dopo la morte dell’autore, professore di Pandette nell'Università di Pisa. Nel tomo I, al cap. XLIII, così si esprime l'autore sulla coltura etrusca e sue relazioni col pitagorismo u Nan religione « tantum, regalinmque aut bellicarım rerum inventione clari fuere Etrusci, sed mansue« tiores quoque disciplinas et ipsi sedulo coluerunt et aliis, ut idem facerent, exemplo « fuerunt .... Neque temere hoc ab illo et veteri et magnae fidei auctore (Diod. Sic.) « dictum, quippe cum tota Pythagoreorum secta ex Etruria manavit, adeoque ipse sectae « auctor Pythagoras Etruscus gente fait et domo +. Non senza discussione diretta a conciliare le opposte tradizioni e testimonianze, il Dempster si ferma alla opinione che Pitagora fasse nato in Etruria, ma emigrato a Samo col padre, ne fosse poi ritornato per stabilirsi in Italia. Così si sforza di conciliare la narrazione di chi lo fa greco con quella di Aristosseno riferita da Diogene Laerzio e che lo dà per tirreno. (3) Vedi Scipione Maffei, Degl'/taliuni primitivi, ragionamento tn cui si procura d'investigare l'origine degli Ftruschi e dei Latini. E contenuto nel volume /storia diplomatira che serve d'introduzione all'arte critica in tale materia. Mantova MPCCXXVII. Vi si rileva che il Maffei contribuì ad arriechire la racenlta dei disegni di monumenti che sono in abbondanza riprodotti nell'E/ruria Regale. A pag. 212 del citato Ragionamento, così si esprime: «Che Pitagora fosse etrusco ne abbiamo testimonio lo stesso

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Pochi anni dopo, nel 1726, si fondava a Cortona l'Accademia Etrusca e le sue dissertazioni concorrevano a fornire un'apparente base scientifica a quello che il Tiraboschi chiamò Ventusiasmo elrusco, a cui l'entusiasmo pitagorico potrebbe dirsi fratello carnale. In una delle Dissertazioni dell'Accademia di Cortona, Aloysio Simmaco Mazzocchi, fondandosi sopra certe analogie, si persuase di vedere nel toscano una quantità di vocabili di origine ebraica portati in Italia dagli Etruschi; e si credette fondato a sostenere che questo popolo avesse trasferito dall'Oriente e comunicato al Lazio religione, governo, arti e invenzioni (!): di guisa che ne parve rinforzata la tesi del Vico, del Dempster, del Maffei circa l'origine del pitagorismo. | « Altri scrittori e archeologi di valore fornirono aiuti e difese a questa causa nella seconda metà del secolo scorso. Figurano fra essi un Lampredi, un Guarnacci (7). Nè il moto si fermò li; ma continuò nel nostro secolo per” opera di non pochi fra i quali sono da ricordarsi Vincenzo Cuoco che nel suo scritto romanzesco, intitolato /Zatone in Italia (3), rinnovò circa Pitagora il concetto del Vico; il fantastico Mazzoldi che nelle sue Origini italiche (*) attribuì non solo il Pitagorismo, ma qualunque diffusione di scienza e di civiltà alla iniziativa e al magistero tradizionale degl'italiani; e ai giorni . nostri il Centofanti (*), il Poli (") e finalmente il Gioberti (*). Pel primo il Pitagorismo fu un'idea italico-greca, prima di essere la dottrina del filosofo che l'improntd del suo nome, e che dovette appartenere alla stirpe tirrenopelasgica. Molto più vicino al Vico è Baldassarre Poli nei suoi Supplementi « Eusebio e Clem. Alessandrino ¢ Porfirio e Laerzio e Suida; talchè quando asserì Stanlejo «nella Storia filosofica non esser l’itagora stato italiano, non consideró che l'averlo alcuni « di questi autori voluto etrusco d'origine, ma nato in Grecia, potè venire dalla nota am« bizione de' Greci di trar tutto a ser. Cfr. Les tables Fugubines, texte, traduction et commentaire par Michel Bréal. Paris 1875. Introduction. (1) Sopra l'origine dei Tirreni. Vissertazione di Al. Simm. Mazzocchi, tomo III, pag. 4 dei Saggi di dissertazioni accademiche pubblicamente lette nella nobile Accademia Etrusca dell'antichissima città di Cortona. Roma 1741, (2) Origini italiche di monsignor Mario tinarnacci. 2 tomi in 4°. Lucca, 1767. (3) Nel Platone in Italia cd. Parma 1820, tom. I, pag. 109, il Cnoco così fa parlare Platone « io ardisco dirti che Pitagora non ha esistito giammai. che altro egli non è che « un'idea che i popoli hanno immaginato per dinotare un sistema di cognizioni che ha a incominciato da tempi molto antichi, che è nato e cresciuto in Italia». (+) Vedi Appendice X alla fine del secondo volume, ove dietro una tradizione che fa di Mnesarco padre di Pitagora un incisore o seultore di anelli (drxrsdoyAgor secondo l'espressione di Diogene Lacrzio) il Mazzoli riconosce in esso un precursore degli artefici in pietre duro, industria toscana: e quindi un toscano! (5) Studi sopra Pitegora di Silvesiro Centofanti, nel volume: Za letteratura greca. Firenze, Lemonier. 1870. (5) Supplementi al Manuale di Storia della Filosofia ete. $ 190, (7) Del Primato morale e civile deyl'italioni, tom. TI, pag. 68. Capolago, 1846.

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al Manuale di Storia della Filosofia del Tennemann; in cui Pitagora piuttosto che per un individuo è tenuto per l'espressione di una setta o scuola di sapienti e il Pitagorismo riguardato come una dottrina di fonte etrusca direttamente, e indirettamente di origine orientale. E come non ricordare dopo questi il libro del Primato e le attinonze della italianità di Pitagora cogli argomenti sn cui lo fondava il filosofo torinese? Senza l'origine tirreno-pelasgica del Pitagorismo sarebbe mancato all'entusiasmo patriottico del Gioberti una delle sue più seducenti attrattive. Y di fatto per l'autore del Primato, Pitagora è nostrale anzichè greco, è nudrito della vecchia sapienza dorica etrusca e pelasgica, è il ritratto più splendido primo senno italiano. che la Storia ci porga del . « Ma se gli serittori nostri che si pronunciano per l'opinione più favorevole all'amor proprio nazionale furono numerosi e parecchi ragguardevoli, altri che li valgono, se non per numero, certo per antorità scientifica e li superano, almeno in questo caso, per senso critico, sostennero la tesi dell origine greca di Pitagora e dol Pitagorismo. 11 Tiraboschi nella sua Storia della letteratura italiana (') esprimeva il rinerescimento di non poter fare di Pitagora un italiano; il Lanzi appoggiava questo giudizio nel suo Saggio di lingua etrusca (2); Appiano Buonafede consentiva con essi nella sua Storie e indole d'ogni filosofio (*) e preceduto dallo Stanley è dal Brucker distingueva l'elemento storico e lo separava dal leggendario nel miscuglio di narrazioni contradditorie accumulate sul fondatore della Scuola italica. Il Micali poi con maggiore acume nella sua /talia aranti il dominio dei Romani additava nelle analogie storicamente accertate fra alcuni elementi della coltura e civiltà etrusca e l'ordinamento della Società e degl'Istituti pitagorici, la via probabilmente seguita dalla conghiettura che nel Pitagorismo ravvisd un prodotto del genio italico e in Titagora un figlio della penisola (*). E final(1) Tiraboschi, Storia della letterotura italian. Vamo I, parte prima. (2) « Venendo a tempi storici io porrei Pitagora alla testa della Storia letteraria etrusca, « Se quanto può in me la stima verso i] Maffei è gli altri che così sentono; tanto potessero le « ragioni che essi hanno prodotte, ma esse non mi convincono; specialmente dopo che le « ha esaminate i) env. Tiraboschi e ha creduto che egli non appartenga alla Etruria. . .. « Non tolyrasi alla Grecia chi ha greco nome; non sel» egli, ma il padre ancora,i fratelli » (Lanzi, Saggio di lingua etrusca. Parte terza. Firenze, 1824). Prima assai del Tiraboschi e del Lanzi Bernardino Baldi che scrisse di J'itagora nelle Vite dei matematici, respinse franenmente le false opinioni che diedero a Pitagora patria diversa dalla Ellenica Samo (vedi Vita di Pitagora seritta da Bernardino Baldi. tratta dall'autografo ed annotata da Enrico Narducci. estratto dal « Rallettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fisiche e. Tomo XX, maggio e giugno 1887, Roma 1888). (*) Della Istoria e della indole d'omi Filosofía di Agatopisto Cromaziano (Appiano Buonafede), vol. II. Lucca. 1768, Capitolo XXV Della filosofía pitegorica. (1) «11 costume antichissimo d'inculeare la morale e i doveri della vita con precetti «esposti a modo di proverbi e parabole accredità per avventura quell'origine antica che « voleva Pitagora toscano. Certo è che le massime e una disciplina analoga a quella

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mente se a questi nomi si aggiungen» quelli dello Scinà, del Bertini, del Fiorentino, dell'Allievo (') e del Conti (2), non sarà meno numerosa dell'altra, la lista di coloro ai quali il patriottismo non ha fatto illusione (*). « Non bisogna credere per altro che la fonto etrusca del Pitagorismo e la stirpe toscano-pelasgica di Pitagora sieno invenzioni degl'italiani. La tradiziono è antica, almeno per cid che riguarda la personalità del vecchio Sapiente. Ma le tradizioni relative alla nascita di Pitagora sono tante e così discordi, che solo nel nostro tempo, dopo lunghi e molteplici studî, se n'è potuto dalla critica storica condurre l'esame a un risultato. Giamblico [ 7/ Pythag. IT] lo fa nascere a Tiro o Sidone di Fenicia, da Mnesarco e Pitaide nominata Partenide prima che la Pitia avesse predetto la nascita del fanciullo miracoloso e lo tiene quindi per fenicio. Porfirio, invece, registra le varie opinioni circa l'origine del padre notando. oltre quelli che lo vogliono Samio, Cleante che lo fa Sirio da Tiro di Siria, pensa che conducesse il figlio a Tiro e ne affidasse la educazione ai Caldei. Ma già al tempo di Cleante esisteva, soggiunge lorfirio, la tradizione che reputava il padre tirreno o precisamente della stirpe dei Tirroni emigrati a Lemno, cosicchè Pitagora da Samo ove il padre negoziante sarehbesi poscia stabilito, lo avrebbe in qualche suo viaggio seguito in Italia e, tempo dopo, vi sarebbe tornato per fissarvi la sua sede. Eusebio (Praep. erany. X, 4) ripete, senza riferire i nomi degli autori ai quali attinge, le varie versioni. Secondo gli uni, egli dice, Pitagora è Samio, secondo gli altri Tirreno, alenni poi lo fanno Sirio o Tirio, in modo da confessare che il primo filosofo fu barbaro e non greco. È più preciso Clemente Alessandrino che serive un secolo prima e dal quale «del filosofo di Samo erano nssai divulgate in Etruria si che il parlare e l'insegnare « simbolico si feco colà talmente famigliare ete, ...., La convenienzi nutata da gravi « scrittori tra le prime costituzioni di Roma e molti istituti pitagorici non potè venire se anon «dalle dottrine dei vicini toseani e dagl'insegnamenti conformi di Numa, vana essendo a la fama che quel Sabino fesse stato ammaestrate dallo stesso Pitagora (L'/talia avanti il « dominio dei Romani. Parte prima, cap. 28). E in nota lo stesso Micali ricorda l'opinione tenuta anche da Teopempo, Aristossens e Ippobuta la quale faceva di Pitagora un Toscano e ch'egli reputa un errore. ; (1) Memorie sulla vita e filosofia d'Empedocle Girgentino di Domenico Scinà. Milano, Silvestri 1888. — Lu filosofía yreca prima di Socrate, esposizione storico-critica di G. M. Bertini. Torino, 1869. — Y. Fiorentino, J/funuale di Storia della Filosofia. Parte prima. — Delle idee pedagogiche pressa i fireci, Pitayora Socrate ecc. per Giuseppe Allievo. Cuneo, 1887. (2) TI prof, Aug. Conti nella sna Storia delle Filosafia, vol. I, 3% ediz., Lez, XIV si occupa delle seuole italo-greche e si pronuncia apertamente per l'origine greca di Pitagora e del Pitagorismo. (3) Il lavoro più recente e più compiuto che abbiamo finora in Italia sopra il Vitagorismo e la sun Scuola, + quello che il prof. Sante Ferrari pubblica nella Rivista ttaiana di Filosofía, Roma 1890, sotto il titalo La sesola e la filosofia pitagoriche.

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apprendiamo che il figlio di Mnesarco fu Samio secondo Ippoboto e Tirreno al dire di Aristosseno, di Aristarco e di Teopempo; cosicché anche Clemente soggiunge che secondo i più Pitagora sarebbe barbaro e non greco. Origene (o Ippolito) contemporaneo di Clemente, si contenta di riferire la tradizione che lo dà per Samio (!). Ma prima cho a tutti questi conviene ricorrere a Diogene Laerzio il quale riferisce tre tradizioni sulla patria del Sapiente Greco, ima tolta da Ermippo che lo dice Samio, un'altra d'Aristosseno che lo dichiara Tirreno da una delle isole che gli Ateniesi occuparono dopo averne cacciati i Tirreni (2); una terza di cui non nomina la fonte e che dá per padre a Pitagora un Marmaco, riferendone gli ascendenti tutti designati con nomi greci oriundi di Fliasi. Marmaco avrebbe abitato Samo e quindi per Samio sarebbe stato tenuto il figlio (*). 11. « Queste le versioni principali che ei furono trasmesse dagli antichi sulla . questione della patria di Pitagora e che tragge dall'esame accuratissimo fattone da E. Zeller nel I vol. della sua /i/osofia dei Grect (4). Ma come è impossibile dividerne la discussione dalla questione della individualità storica (1) Pidocogariseve 7 xard acady vipsatene. Lib. I. De Pythag. Parigi, 1860, p. 3. (2) Diog. Laert. VIII, 1. (3) Diog. Laert. 1. c. (4) Tra i passi citati in proposito uno dei più impertanti è quello di Clemente Alessandrino, ripetuto da Teodoreto [De Groecaram affertionum curatione 1, y, 19 Gaisf.] e che si trova negli Stromata I, 14, 62, p. 129. Svlb.: Hedazúpas pir ote Mevadggov Zt ptos, eis quat "Innößorng, aig di “Aprarottros de rei Urdeyugnv Bin xai'Agioragyos zei Aedzouag Trés yy, dis di Nedrne Srptoe i Tégroc. U Praller [ad Polemonis Perieg. Fragm. p- 59) leggendo questo passo di Clemente propose ehe invece di ‘Apgisracyos zul Aedrogaoc si nvesse a leggere UpraroreAze zwi Aeagpeatnc, Questa correzione fu accettata anche dal Bonitz [Ind. Arist. p. 659 v. Uedecyogec] è daggli «dlitori Accademici di Berlino delle opere d'Aristotele [Opp. Arist. Frag. 185.1510 #37]. Intanto Emilio Heitz nel curare l'edizione dei frammenti aristotelici fatta dal Didet, ritornò ad esaminare la correzione proposta del Preller tenuta per buona nientemeno ehe dal Bonitz il quale ha si grande e ben meritata fama per le cose nristateliche, e non credi poterla accettare giovandosi della autorità di Diogene Laerzio (VIIL 1) di Porfirio | Vit. Pyth. 2] e di l'lutarco [Quaest. conviv. VIII, 10, 1) [Fragm. Arist. colleg. disp. illust. Aemilius Heitz Parisiis. Didot. MDCCCININ. — Opp. omn. Arist. vol. IV, pars. alt. p.68. b, i. 185]. L'Iteitz pot nel De Zadicibus Iıhrorum Aristotelis eorumque auctoritate promessa alla raccolta det frammenti, disse facile la confusione dei nomi d'Aristotele con altri quasi simili; il che dimostrò meglio nell'altro lavoro Die Verlorenen Schriften des Aristoteles von E. Weitz. Leipz, 1865 e specialmente nel Nachtrag ete., dove si valse, tra eli altri, del del Rose e di K. Muller. Non sarà inopportuno avvertire che lo Chaignet (Pythag. et la ph. puthagarie. vol. I, Paris, 1871, 2° edit. p- 25] nota la cosa senza enrarsi del Preller e dell'Heitz delle cui citazioni egli si serve per far la correzione di Clemente, e dá il fatto come così sua. Indipendentemente da ciù, Clemente Alessandrimo reputava Pitagora fosse tirreno, enme si vede bene da un altra passa Rexnicoxrr. 1890, Vor. VI, 1° Sem.

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del personaggio a cui si riferiscono c da quella delle dottrinea lui attribuite, così mi pare indispensabile di daro uno sguardo complessivo alla critica delle fonti concernenti il Pitagorismo, risalendo dagli scrittori sunnominati per mezzo di quelli che li precedono. fino ai più vicini a Pitagora, e possibilmeute fino alle testimonianze dei suoi coetanei. Poichè, come è stato notato da E. Zeller, le narrazioni e i particolari del fondatore della senola italica abbondano a misura che si allontanano dal suo tempo, scarseggiano o maucano quasi affatto i documenti a proporzione che si avvicinano ad esso: cosicchè Aristotele, così preciso, quando parla dei filosofi presocratici, cita quasi sempre i Pitagorici e pochissime volle Pitagora, come se non avesse modo di distinguere ciò che nelle dottrine della scuola è comune a quelli, da cid che è proprio di questo. « È chiaro che bisogna prima di tutto ricorrere alle testimonianze contemporanee o più antiche. Ora Eraclito nel suo poema filosofico sulla Natura, giudica più erudito che sapiente il filosofo di Samo; e qualche verso di Senofane che, ove si debba credere a Diogene Laerzio, allude a lui deridendo il dogma della trasmigrazione delle anime (!), due altri di Empedocle in cui. secondo lo stesso biografo, risulta il suo sapere straordinario, e alcuni passi di Erodoto [II, 81; IV, 95] sono le notizie più dirette che si abbiano sopra di lui prima di Filolao il più antico espositore della dottrina pitagorica. È poi fuori di dubbio che di lui medesimo non giunse sino a noi seritto alcuno, anzi secondo la maggiore probabilità egli fu alieno affatto dall’afüidare alla Scrittura il suo insegnamento, e certo il libro di Filolao sulla Vatura, del quale ci pervennero i frammenti illustrati dal Boeckh (*), stimati apocrifi dallo Schaarsmid (*) per ragioni che allo Zeller e al Chaignet (5) non sembran buono, coincide con i tempi di Soerate e di Platone (°). Final-mente gli stessi versi aurei così pioni di antica sapienza, benchè conformi del primo libro degli Stromata: «ware stria nerd rave akelarave tov Hrduyagey fag3agor rà y£vos. Piucchè tirreno, a Clemente. ai Padri e ad altri scrittori ecclesiastici importava potesse dimostrarsi che Pitagora e gli altri Sapienti della Grecia fossero non greci; onde Eusebio [/raep. evang. X, 4. ed. Heinichen, tom. IT, p. 75] dupe aver dimostrato che Lino, Orfeo ecc. erano barbari, venendo ai filosofi dice: wr Hedayógas gras -- ws ner rires. autos, vis d* Exegai gaat, Topérirnc yr. Tric d' auror Ségror y Tégror sive Agyorau Garé ae Bipßegor, dd oby “Edge pryartres onokaysiy ror apor 16» qrhoënpor. x. 1. A. È questo che interessava ai Padri, afinehé i Greci non decantassero tanto la grandezza dell'Ellade. (1) Diog. Laert. [nelle vite di Vitagora e d'Empedocle]. (2) Philolaos das Pythagorcers Lehren. Berlin. 1819, @) Die ungebliche Schriftstelleret des Philolaos, Bonn, 1864. , (*) Pythagore et la philos. pythayoricienne, 2" «dit, Paris, 1874. Zeller, p. 2875. (5) Socrate fiorisce nella secunda metà del sec. Y a, C., cioè un secolo e mezzo dopo Pitagora ed è per uns parte della sun vita contemporaneo a Filolao.

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al puro spirito della Scuola, sono piuttosto l'espressione matura che una formola primitiva dell'insegnamento morale di essa. È poi avverato che tanto la dottrina quanto la biografia di Pitagora cominciarono a modificarsi e a dar luogo alle più opposte interpretazioni dopo il primo periodo di vita, per così dire, germana e inalterata. Poichè fra i Peripatetiei succeduti con Teofrasto ad Aristotele, cioè verso la fine del IV secolo a. C.. cominciarono a diffondersi le informazioni sospette e le asserzioni senza prova su quest'argomento. E un di loro Aristosseno, che primo, da quanto consta, riferisce l'origine tirrena di Pitagora; e la notizia, vagliata dai critici e storici più autorevoli, si riduce alla possibilità di una discendenza nel lignaggio paterno. Ma se con Aristosseno siamo già alla seconda metà del IV secolo a. C., con Appollonio Tianeo, Porfirio e Giamblico, biografi più diffusi e in apparenza informatissimi d'ogni particolare della biografia di Pitagora discendiamo ai quattro primi secoli dell'era volgare. Già la storia, in gran parte falsificata, del Pitagorismo serve ai fini dei filosofi d'Alessandria nella lotta che sostengono contro il Cristianesimo. Poichè volendo opporre autorità ad autorità, tradizione a tradizione. nessun personaggio antico doveva parere più di Pitagora adatto a questo scopo. Il metodo confuso del sincretismo alessandrino e l'entusiasmo per la causa della filosofia alla quale la nuova religione minacciava di strappare il governo degli animi e della coltura, concorsero probabilmente ancor più che la frode. a trasformare Pitagora in un personaggio favoloso, le origini pitagoriche in racconti mitici. E di fatto antiche leggende davano il fondatore della Scuola spalla d'oro, fosse italica capace nire, fosse nato più volte, per figlio d'udire fosse di Apollo e dicevano avesse una l'armonie delle sfere, predicesse l'avveprivilegiato di ubiquità e fosse stato veduto nello stesso tempo in più luoghi. Queste ed altre favole accolsero gli Alessandrini nelle loro biografie di Pitagora; e non contenti vi aggiunsero altre leggende circa i suoi viaggi. Lo fecero peregrinare contro ogni probabilità nelle remote regioni dell'Oriente rinomate per tradizionale sapienza; gli diedero a maestri i Sacerdoti d'Egitto, i Magi di Persia e i Brahmani dell'India; lo fecero discendere nell'antro di Giove Cretese; lo dissero iniziato colla pietra fulgurea ai riti dei Cureti e perfino informato personalmente, nelle Gallie, della sapienza druidica. In una parola sentazione personificata del Pitagora divenne la rappresapere di tutte le genti. In questo miscuglio d'abbagli e d'invenzioni che furono manifeste anche all'ottimo Brucker così corrivo nel giudicare e facile nell'accogliere i documenti relativi alla Storia della Filosofia, la critica ha sceverato alenne notizie che restituiscono a Pitagora le proporzioni della realtà e ne fanno definitivamente un greco di stirpe, come greco è il suo nome e quello del padre Mnesarco. Malgrado le luughe controversie ora ridotte ai giusti confini di tempo e di spazio, una critica oculata non porrà in dubbio la testimonianza d'Erodoto e la sua allusione all'origine egiziaca della dottrina pitagorica della metempsieosi. Per il che è

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ormai da tenersi per dimostrato che Pitagora nacque ne'primi anni del sec. VI a. C., e morì negli ultimi, cioè fra il 580 6 il 500 a. C. In fatto di anacronismo già Cicerone, come è noto, aveva rilevato nelle Tusculane il grosso errore di coloro che lo facevano contemporaneo di Numa e gli davano questo re per discepolo, mentre il tempo in eui il sapiente greco venne in Italia per fondare a Crotone la sua societá non può essere anteriore al regno di Tarquinio il Superbo. « Un'altra confusione è pur dileguata dalla critica moderna, ed è la falsa tradizione di chi fa Pitagora il maestro di Zeleuco, anteriore a lui di più d'un secolo. Mentre da un lato la critica è arrivata a certa precisione intorno alla stirpe e al tempo della vita di Pitagora, essa ha pure, benchè con minore fermezza di risultati, ristretto le notizie propalate intorno alla sua biografia e alle fonti della sua «dottrina. Dal medesimo summentovato misenglio di notizie incoerenti, essa ha sceverato alcune informazioni sicure da cui risulta il carattere in parte filosofico e in parte icratico di Pitagora, non dissimile da quello di Ferecide dalla tradizione assegnatogli per maestro, Kpimenide, Onomacrito ed altri della stessa età: e quanto al suo sapere e alle fonti particolari greche intorno ad esso, henchè allo Zeller non sembri lecito di affermare nulla di assoluto, non è fuori di proposito avvertire che tanto Ferecide quanto Talete e Anassimandro (') dei quali è da vari scrittori fatto discepolo, furono ionici di Siro e di Mileto, e che se Samo patria dalle tradizioni più costanti, come le vicine terre attribuitagli per dell'Asia Minore, possono avergli fornito notizie e fors'anco idee accessorie di origine orientale, d'altra parte la cultura di quella città e generalmente delle vicine città dell'Asia Minore basta a giustificare l'origine Ellenica del pensiero filosofico di Pitagora. Senza dubbio le ricerche minute degli eruditi del nostro tempo hanno richiamato con buon fondamento l'attenzione dello storico della Filosofia sulla possibilità d'alcuni dei viaggi attribuiti a Pitagora che una critica troppo lambiccata e negativa sostiene come inverosimili. Ma pur troppo anche in tali questioni di critica storica si produce, non senza influsso di disposizioni soggettive, quel contrasto di azione e di reazione che tanto spesso divide le menti nell'ordine speculativo. Sembra difatto eccessivo il giudizio dei critici che contro costanti tradizioni mettono in dubbio o riguardano appena probabile il viaggio di Pitagora in Egitto, mentre le relazioni dei Greci con quella regione a loro aperta fin dai tempi di Psammetico (?) tolgono ogni ragione di cavillare su questo punto. Sembra pure che la vicinanza dell'isola (1) Y, anche A. Chiappelli, Zu Pythagoras und Anarimenes nell'Arch, f. Gesch. d. Phil. Band. I, Heft 4. (2) Grote. Storia della Grecia. Tom. Y cap. 2 p.41 della trad. frane. Il Grote crede il poter fissare il viaggio molto probabile di Pitagora in Fgitto fra il 560 e il 540 a.C. sotto il re Amasi. Crede pure probabile che visitasse la Fenicia, Tom. VI p. 245 ss. trad. francese.

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di Creta alla patria non dubbia di Pitagora, unita alla fama di quel centro religioso che era il tempio di Giove Ideo e che attirava visitatori da ogni parte non permettono senza eccesso di critica di mettere in dubbio la verosimiglianza di qualche visita di Pitagora a quell'isola, e a quel tempio famoso, tanto più, se si considera l'inclinazione alla istruzione varia, attestataci da Eraclito, nel sapiente di Samo. D'altra parte nelle congetture che si azzardano nelle ultime ricostruzioni del Pitagorismo e negli ultimi studii sulla vita del suo fondatore, si tende da alcuni a ridare importanza alle tradizioni di origine più che sospetta sui viaggi di Pitagora nell'estremo 'Oriente ('). In una parola l'incertezza delle fonti relative ai particolari della vita e segnatamente dei viaggi di Pitagora, ha nel nostro tempo riaperto una vena di congetture e di considerazioni critiche, che sindacate le une dalle altre non permettono più di mettere in dubbio l'origine greca della dottrina del numero, malgrado le analogie sporadiche e superticiali cou qualche dottrina orientale (?), nè di negare l'imitazione più verosimile di istituzioni di carattere ieratico nell'origine e nell'ordinamento del così detto Istituto pitagorico; benchè anche qui la critica del nostro tempo dia talvolta troppa importanza agli accessorii e troppo trascuri l'essenziale: poichè, mentre dagli uni si considerano forse più che non meritano certi usi e precetti igienici e dietetici esistenti nell'Istituto per notare la somiglianza con corporazioni sacerdotali dell'Egitto e della Giudea, d'altra parte non si attende sufticientemente alla connessione ideale fra il carattere aristocratico della stirpo dorica e le teudenze ieratiche delle stirpi orientali, connessione che, unita alla vocazione individuale di Pitagora, al contrasto di questa vocazione con lo stato politico di Samo al tempo di Policrate, e all'ambiente favorevole che per l'influsso dell'elemento dorico il filosofo poteva trovare nella Magna Grecia, hasta a spiegare l'originalità del Pitagorismo senza uscire dall'Ellenismo, almeno per quanto riguarda l'essenza, sia della dottrina, sia della società pitagorica. Medesimamente una critica cauta ed assennata dovrà gnardarsi dagli eccessi del tradizionalismo esotico e dell'indigenismo nazionale fra i quali oscillano i giudizî dei moderni circa l'origine delle idee morali e psicologiche della primitiva scuola pitagorica; poichè se è bene interpretato generalmente il verso sarcastico di Senofane che alluderebbe alla metempsicosi, professata dal muestro, questo dogma abbraccierehhe la trasmigrazione delle anime non solo nei corpi di altri uomini, ma anche in quelli degli l'analogia conghietturabile di esso dottrina colla rispettiva animali; per cui dell'Orfismo e (1) V. L'Istituto Pitagorico di $. Cognetti de Martiis. Torino, Loescher 1889. Estratto dagli Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino p. 7. (2) V. Ibid. p. 38 passim ove il Cognetti de Martiis inclina a riconnettere il Pitagorismo e segnatamente la dottrina del numero alla filusofia indiana e persino ai simboli matematici del Rig-Veda; anche la Cina non sembra al iredesimo serittore estranea alle fonti. scientifiche del Pitagorismo.

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quella che, dietro una asserzione — di Erodoto, è stata troppo indeterminata bensì, ma confortata dalla attribuita all’ Egitto probabilità dei rapporti di Pitagora con l'uno e con l'altro, varrebbe a restringere a queste le fonti di tal dogma così caratteristico della seuola nell'ordine psicologico, senza ricorrere all'India e ai Brahmani pei quali la metempsicosi non si arrestava nella sfera animalesca, ma discendeva pei vegetali fino all'ultimo grado dell'essere. In ogni modo mortalità dell'anima che verosimile trattandosi dell'insegnamento più generico come dei precetti morali la relazione loro coll Ortismo, dal e pratiche dell’ imattinenti. è più quale probabilmente provenne anche l'obbligo del segreto imposto ai membri della società e riferibile alle iniziazioni religiose piuttosto che all'insegnamento strettamente seientifico, secondo il parere dei più autorevoli critici; benchè forse in processo di tempo, e pel contrasto successivo delle idee politiche professate dalla scuola con quelle degl'Italioti, o almeno della parte che non partecipava alla lega di cui essa era l'anima, il mistero potesse diventare necessario per rendere più sicura l'azione e la resistenza. TL « Ma in quali circostanze venne Pitagora in Italia, con quali intendimenti? in mezzo a quale ambiente fu fondato il suo Istituto? Come spiegare i felici principî e la fine violenta? È annesso che Pitagora visse qualche tempo a Samo sotto il principato o, per dirla alla greca, sotto la tirannia di Policrate; ed è presumibile che insofferente di un governo troppo avverso alla forma aristocratica e alle norme che non si disgiungono dal reggimento degli ottimi per senno e per virtù, egli emigrasse in cerca di un paese più adatto alle sue aspirazioni. Poichè non sembra probabile che un uomo della sua tempra, fornito di una fama che, contro ogni probabilità, alcuni fanno cominciare soltanto dal suo soggiorno nell'Italia meridionale, approdasse a questi lidi quasi a caso, senza disegno prestabilito, senza qualche intelligenza con amici o personaggi influenti. Checchè ne sia, è certo in ogni modo che la storia dell'Istituto pilagerico è unita a quella dei partiti politici che si disputavano il governo della Magna Grecia, e che l'origine di questi partiti si collega con l'indole di genti diverse. Perchè nella parte estrema d'Italia che è bagnata dal mar Jonio, in seguito alle rivoluzioni e migrazioni avvenute fra i Greci verso il 1000 a. C. si stabilirono colonie di origine ellenica che insieme agl'indigeni formarono una popolazione derivata da tre stirpi distinte e in parte opposte per doti e tendenze proprie, cioè l'Achea, avanzo di quella schiatta che ai tempi d'Omero, dominava nell’Ellade, schiatta attiva e coraggiosa, istitutrice e custode della libertà e della democrazia dopo la caduta delle monarchie eroiche; Ja dorica aderente al reggimento aristocratico, avversa tanto al potere di un solo, quanto alla tirannia delle molti-

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tudini, avvezza a rispettare l'autorità, le leggi, le consuetudini; finalmente gl'Italioti della Bruzia adoratori severi di divinità sonza simulacri, agricoltori e guerrieri. j s Prima della venuta di Pitagora (540-530) un secolo innanzi, le leggi attribuite a Zelenco avevano sottoposto Reggio Epizefira, ad ordini politici d'indirizzo doriese. Taranto, colonia spartana, conservava le tradizioni della madre patria, e Sibari e Crotone, benchè achee di origine si reggevano in forme aristocratiche ed oligarchiche. forse per efletto della conquista, che per trionfare della resistenza dei vinti spesso ne cercò il mezzo in una profonda distinzione di classe. Crotone oggi ridotta alle proporzioni era allora una città popolosa e importante. Ella era di una borgata. parte di una lega o confederazione di parecchie altre città della stessa stirpe [Mommsen, Stor. Rom.] e non v'era chi la superasse in ricchezza e l'emulasse in potenza che Sibari. Pitagora vi acquistò fama è influenza coil'insegnamento e Veloquenza, fu ricercato di consiglio dai capi, « vi fondò quell'Istituto che sotto un aspetto era una scuola filosofica, ma per la disciplina, pei riti, per l’autorità del maestro e l'chbedienza dei discepoli. pel mistero che avvolgeva le pratiche mistiche, tutto il metodo di vita, aveva simultaneamente il carattere di una congregazione religiosa e di una società segreta. Il suo legame colla parte dominante a Crotone, le sue ramificazioni e aderenze nella città della Magna Grecia o doriche o governate alla doriese non possono mettersi in dubbio; questo nesso apparisce nelle suo vicende, e più di tutto nel carattere severo della regola a cui erano sottoposti i suoi membri nel disegno e ordine d'educazione che effettuava. Si è parlato di comunismo stabilito nell’associazione pitagorica, ma è una interpretazione esagerata di aleume pratiche e costumanze che si ritrovano nelle città doriche, come appunto le séxsitie o conviti in comune e doveri di mutua assistenza e fratellanza fra socii. E del resto se la disciplina, la ginnastica, la musica mite alle idee e alle pratiche religiose che indubbiamente eran parte del sistema educativo di Pitagora. fanno pensare all’influenza dei Dori nell'organismo dell'istituto, il posto così largo che vi era assegnato al sapere positivo e alla filosotia pone non meno in chiaro l’azione del genio ionico su di esso e richiamano a più comprensiva e più giusta estimazione del pensiero proprio di Pitagora mostrandoci nel concetto della sua istituzione qualcosa di più o di meglio che l'effetto di una imitazione parziale o servile, cioè l'unità d'una idea in cui gli elementi varii della cultura delle genti greche erano connessi e armonizzati; cosicchè la parte ascetica e mistica dell'Istituto pitagorico, che alcuni moderni, non senza qualche fondata ragione, hanno paragonato a una istituzione monastica, e persino a quella dei Gesuiti, doveva essere molto temperata e avvalorata colla sublimazione del sentimento. piuttosto che compromettere l'equilibrio delle facoltà umane. E difatto la vita attiva vi era così poco immolata alla contemplativa che gli adepti non cessavano di essere cittadini,

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di partecipare alle funzioni sociali, di esercitare il loro influsso nei consigli, nelle assembles. Esso era, insomma, un semenzaio di soldati dell'aristocrazia e della filosofia destinati a combattore l'ignoranza, la demagogia, il dispotismo; e per meglio raggiungere questo scopo, pare che il fondatore volesse introdurvi anche la donna; poichè una tradizione degna di considerazione ci apprende che non solo vi erano ammesse, ma alcune di loro salirono in fama di sapienti e virtuose, come Teano, tanto che si è potuto non immeritamente attribuire a Pitagora l'intento di comprendere nelle sue idee di riforma morale e civile l'innalzamento della donna a condizione superiore a quella in cui era tenuta generalmente presso i Greci del suo tempo. Un altro tratto notevole delle idee e della disciplina dei Pitagorici e che potrebbe sembrare una novità estranea al carattero della vita esteriore de’ Greci, è l'esame di coscienza che ognuno di essi sembra esser stato tenuto di fare ogni giorno, senza dubbio per un doppio scopo di miglioramento morale e intellettuale mediante il riscontro della propria condotta e la revisione delle cose apprese. Certo, questa prescrizione unita all'assoluta obbedienza all'autorità del maestro e alla divisione degli associati in esoterici ed essoterici accrescono il carattere monastico di un gonere di vita assai diverso dalle consuetudini comuni dei Greci. Ma lo spirito ellenico ha prodotto tanti germi di etica, teorica e pratica dall'età dei Sette Sapienti fino all'apparizione della Morale cristiana che anche il consiglio e il precetto dell'esame di coscienza può prondere un posto fra le sue ispirazioni senza usurparlo. Un certo colore di ascetismo non apparisce soltanto nei Pitagorici, ma anche nella Scuola Cinica: e se Giuseppe Flavio ha paragonato la vita dei primi a quella degli Esseni. altri potrebbe altrettanto notare le analogie che si mostrano fra la povertà dei Cinici e quella degli ordini mendicanti, come anche nel disprezzo del mondo, nel considerar la vita come una preparazione alla morte, tratti, sotto certi rispetti, comuni alla morale platonica ed alla cristiana. Ma per tenersi entro i limiti consentiti dal giusto valore delle testimonianze la critica non deve negare la possibilità di relazioni intellettuali fra la Grecia e l'Oriento, relazioni che sono anzi più cho indicate dalla esistenza delle colonie elleniche dell'Asia minore, e tanto meno sarebbe fondata la recisa negazione di possibili viaggi di Pitagora Samese in qualche parte vicina delle regioni orientali, come la Fenicia e l'Egitto, beuchè Eraclito nel prezioso frammento in cui parla di esso, non sembri far derivare il suo molteplice sapere da viaggi. E del rimanente per gindicare delle origini del Pitagorismo in ciò che ha di veramente essenziale, il criterio necessario va corcato nel principio certo delle sue dottrine piuttosto che nelle allegazioni controverse di testimonii indiretti e nelle ipotesi e conghietture a cui danno luogo.

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« Geometra, filosofo innamorato della semplicità e della universalità delle idee matematiche, Pitagora ha posto nel numero la sostanza e la legge delle cose; e il Pitagorismo schietto, quello che meglio ritrao nei frammenti di Filolao l'antica dottrina, move tutto da questo concetto originario suggoritogli dalle relazioni numeriche dei suoni. Esso applica il numero a tutte le parti del sapere sotto le forme di armonia, di proporzione e di misura, ne determina gli clementi e le relazioni fondamentali nell Aritmetica, ne ricava la spiegaziono delle figure e dei volumi nella (ieometria, la teoria dei toni nella Musica, le relazioni che circoserivono e deserivono le qualità dei corpi nella Fisica, l'ordine delle sfere celesti e i loro intervalli. il periodare dei loro movimenti e delle stagioni che ne derivano nell’Astronomia, tutta infine la formazione e distribuzione degli enti nella Cosmologia. « Egli è dunque chiaro, per chi guardi i principî della filosofia pitagorica, che nulla è più suscettivo di ossere ridotto alla unità di un'idea gencratrice e all'individualità dell'ingegno che li ha stabiliti e svolti. sofia pitagorica è greca, greco l'indirizzo scientifico, il l'informa. Il numero, l'armonia, la misura! conforme all'indole del popolo ellenico? Il Che suo scolpite in sé: esso indirizzavano in guisa ora La tiloprincipio che tutta . cosa può esservi di più genio portava queste idee istintiva ora consapevole i poeti, gli artisti, i legislatori, producevano i tipi classici dei suoi eroi e dei suoi Iddii, si manifestavano non avrebbero lasciato origine ad un sistema? nell'arte, un'impronta I filosofi nell'eloyuenza anche e nella virtù, porche nella coscienza filosofica e dato della Jonia compresero il moto e il suo dominio universale nella natura sensibile; gli Eleati s’innalzarono al concetto dell'unità immutabile della sostanza che il pensiero arriva di là dei fenomeni; i Pitagorici compresero che fra l'uno e gli altri vi è l'ordine o l'armonia, che il cosmo è l'effetto di un'aritmetica dall'uno si spiega il molteplice e li congiunge. e geometria divina, che Questo concetto del divino nel mondo rimase nella speculazione filosofica come un legato perpetuo dei Pitagorici, e il loro tentativo di significare fenomeni tutti i naturali con simboli numerici fu un'eredità non meno cospicua che essi lasciarono al sapere positivo, nel quale oggi ancora si ottiene il risultato più perfetto dando un'espressione quantitativa alle determinazioni qualitative dei fatti. « Bisogna dunque convenire, se nuovi documenti non sorgono a mettere in dubbio i risultati degli studî moderni, che Pitagora non è italiano, ma greco; la lunga controversia si può ormai riguardar come non toglie di riconoscere il reciproco influsso che nella chiusa! il che storia della scienza o della civiltà esiste fra lui e l'Italia. Morse la sua famiglia discendeva da stirpe tirrena, ma egli non sort) i natali in Etruria e nessuna prova si ha Renpiconti. 1890, Vor. VI, 1° Sem.

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che prima di lui esistesse 546 — altro Pitagora. Il Pitagorismo, malgrado i legami dell'Istituto pitagorico collo idee religioso delle società orfiche e con qualche tradizione orientale, porta in tutta la parte scientifica della sua storia primitiva l'impronta dell’Ellenismo. L'antica Italia, quella che precedette il dominio dei Romani non era, per quanto consta, nel VI secolo a. C., per sviluppo scientifico, al livello delle città dell'arcipelago greco più vicine all'Asia Minore e segnatamente alle città ionicho. Nessuna testimonianza autorevole ci assicura che la cosa stia altrimenti. Invece le più ragionevoli conghietture sulle circostanze in cui il pitagorismo si stabilì in Italia concorrono a confermare la sua origine greca. Certo esso dovette trovar qui popolazioni apparecchiate per carattere o istituzioni religiose e civili a riceverno la disciplina, atte per ingegno ad accoglierne l'insegnamento scientifico e tali da favorirne lo sviluppo finchè la sua azione si tenne nei termini di un influsso morale, religioso e filosofico e non toccò se non con moderazione la politica ('). Ma la fino dell'Istituto pitagorico dimostra, parmi, con evidenza che quella parte del Pitagorismo alla quale si appigliavano tanti scrittori italiani per presentarlo come un fioro dell'antica civiltà italica, era precisamente quella che più repugnava agli Italioti. Poichè, messi da lato i particolari supposti e incorti che ci furono trasmessi su quosto avvenimeuto e lasciato in dubbio, so Pitagora morisso a Crotone involto nell'incendio delle case sue e dei suoi seguaci, ovvero fuggisse e finisse la vita a Metaponto, una cosa certa sovrasta all'incertezza della storia. ed è il nesso del Pitagorismo come società politico-religiosa coi moti che propararono e accompagnarono la distruzione dell'Istituto. Son fuori di controversia la rivalità di Sibari e di Crotone e la rivoluzione che nella prima rovesciò un potere aristocratico divenuto probabilmente oppressore e sostenuto dai Pitagorici e dalle loro conventicole, nè vi è ragione per mettere in forse ciò che v' ha di sostanziale nel racconto che ci rappresenta i pitagorici della parte aristocratica di Sibari sfuggiti alla vendetta della democrazia trionfante, emigrati nella città rivale, protetti dai fratelli, come ospiti sacri contro gli sforzi del governo di Sibari per averli nolle mani, e vendicati finalmente dall'esito della guerra vinta da Milone, il (1) Sulle relazioni tra Vitagora, il Vitagerisma e gl'Italioti, segnatamente i Romani, veggasi uno studio di A. Chiappelli. Sopra alcuni /rammenti delle NII Tavole nelle relazioni con Eraclito è Pitagora, estr. dal! Archin, Giurid, 1888. u Raccogliamo da un complesso d'indizi che Pitagora fu il primo tra i filosofi greci conosciuto dai Romani e che presso di loro fu già antienmente tenuta in anore la dottrina e da Plutarco e Plinio riferiscono che Vitagora fu tenuto in tale senola di lui. onore che non lungi dalla statua di Ermodoro nel Foro ne fu invalzata una anche a lui». Bonghi (Storia Romana vol. V, lib. 1) usta, riferendo Plutarco, che Numa e Pifagora nen volevano che si desse forma o figura agli Dei, e assegna per causa principale ad altre somiglianze tra le istituzioni attribuite a Numa e i riti pitagoriei. l'ambiente nel quale si trovavano le genti italiche.

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classico atleta che capitanò i Crotoniati, e sventuratamente dalla rovina totale della opulenta città, rasa al suolo e diventata oggetto di ricerche archeologiche. I Crotoniati stravinsero; e la vittoria non fu temperata dal modo di usarne. Il governo dei vincitori accumulò odî e provocò una reazione generale contro l'aristocrazia e le associazioni che nelle città della Magna Grecia ne erano l'appoggio efficace. Per opera delle popolazioni, composte massimamente di Achei e d'Italioti, la democrazia riprese il suo corso interrotto. A_quest'effetto dovette giovare assai più il genio degl' indigeni che non la costituzione originaria della filosofia che da Pitagora ebbo il nome: e fu un bene; perchè mentre ai tempi della caduta di Sibari il Pitagorismo era diventato un partito più che una scuola, e colla sua disciplina non dissimile dallo congregazioni religiose tendeva a stabilire nell'Italia meridionale una classe privilegiata, e quasi castale la rivoluzione verso la libertà e l'uguaglianza e non ripiegd la forma politica della città distrusse il Pitagorismo scientifico di cui lasciò sussistere l'influsso separandolo con violenza dagli clementi che potevano renderlo pericoloso per la civiltà occidentale ». Archeologia. — Il Corrispondente Barnaneı riassume una sua Nota nella quale si espongono i rari pregi del diploma militare mutilo, di cui nell'ultima seduta della classe dovè limitarsi soltanto ad annunciare il rinvenimento. Questa Nota sarà inserita nei Monumenti Antichi. Epigrafia. — Il Corrispondente G. GarTI comunica la seguente Nota, che gli è stata «diretta dall'illustre Socio straniero prof. BUECHELER, in proposito dell'acclamazione contenuta nell'epigrafe sepolcrale di L. Plozio Sabino, edita nei Rendiconti accademici, 1889 p. 195: « In titulo Plotii Sabini, quem modo in Actis Academine nostrao praeclare inlustrasti, extrema acclamatio senarium iambicum efficit: ‘ Sabinus praetor, magna res formís, perit’. Nam etsi PERIIT inscriptum ost, solent hac vocales illa aetate in unam confundi, quod sexaginta exemplis Martialis et Iuvenalis demonstrant. FORMIS autem ego non pro Formiis dictum puto, sela‘forma' derivatum: id vocabulum postquam et poctao ‘formas rerum’ dicentes, et pedestres scriptores ad significationem legis vel iustae institutionis vel sacratae consuetudinis transtulerunt, propo cam vim habet quam Tui nostrique populares nunc in ‘formalità’ similibusque verbis inesse volunt. Et hace quidem laus

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DER en \ LCOGORWAL ARE y AR GESOKOATE 18» VIL. 233 CS) Gli Studi sulla Storia della Filosofia antica in Italia, 1890—1891 per Alessandro Chiappelli in Napoli. li period storico della filosofia antica a cui di preferenza sembrano volgersi gli studiosi italiani in questi ultimi anni. à il periode presofistieo. Certo V Italia non ha un lavoro comprensivo, anche per questa parte, che delinei i] movimento di tutte le scuole fisiche greche secondo i resultati delle più recenti ricerche, come (per non parlare della V* edizione di questa parte della grande opera dello Zeller) in Francia ha dato il Tannery, in Inghilterra recentemente il Burnett (Early Greek Philosophy London 1892), ¢ com’ & per la Germania stessa la prima parte del lavoro. in corso di publicazione, del Gomperz (Gricch. Denker [, IL. Leipzig 1893—94). Ma non mancono i lavori monogralici su questo e su quello dei alla stessa condizione frammentaria delle notizie che ne abbiamo, fisiei antichi e delle scuole naturalistiche, depeche alla conoscenza di esse hanno aperta tanta via le ricerche dussografiche del Dicls. Questa preferenza per il periodo più antico devesi in generale all’ essere le ricerche sulle origini di per st le più attraenti, e in quale invoglia a tentarne via via la ricostruzione. Origini del Pitagorismo, Nota. (Rendiconti della R, Acca- L. Ferns. Sguardo retrospettivo sulle opinioni degl Italiani sulle demia dei Lincei VL. 1. fase. 12. 1890 p. 532-547). Non & proposito delPA. „di rifare in questa breve Nota la storia della scuola pitagoriea ¢ del sua fondatere”. „Il suo inten- .un Un SUG) yuua DLUFAS uvm zasyvova ww. wu. cussa sopratutto in Italia, ove una schiera non piccola di scrittori x dimento, egli scrive, & soltanto di rilevare alcuni resultati, parte certi, parte probabili, ottenuti dalla critica storica de] nostro tempo circa Je origini del Pitagorismo, materia tanto oscura e tanto disle volle ad ogni costo italiane, ¢ quasi ne fece una questione d'onure nazionale“. A questa tendenza risorgente in sono ai più vari indirizzi filosofici (v. Archiv. VII, 127) si oppone giustamento il Ferri, che dopo aver rifatta in breve la storia della questione sull’origine etrusca v italien di Pitagora presso di noi, dal Vico in poi, € condotto naturalemente a una questione più larga, cive „a dare uno sguarde comprensivo alla critica delle fonti concernenti il Pitagorismo*. Come era da aspettarsi del sapere dell’ A. ¢ da une spirito, - come il suo. lontane da ogni intemperanza di critica, mentre rieonosce come definitivamente fermata l'origine greca di Pitagora © del suo istitute e il carattere ellenico delle duttrine pitaguriche. malgrade Je analogie sporadiche e superficiali con dottrine e Assoelazioni orientali. le quali hanne. anche di recente, sedottu anche fra noi qualehe autorevole eritieo (Archiv V,5, p. 424.2). tutravia non giunge ad escludere interamente la possibilita d'influssi orientalt, e specie della cultura ¢ della religione egizia sul Pitagerisnie e sulla mente del suo fondatore. „Sembra difatti eccessivo il giudizio dei Critiei che contro costanti tradizioni mettono in dubbio v riguardano appena probabile il viaggio di Pitagora in Egittu. meutre le relazioni dei Greci con quella regione a lore aperta fine dai tempi di Psammetico tolgono ogni ragione di cavillare su questo punto“, ne „la vieinanza di Creta alla patria non dubbia di Pitagora unita alla fama di quel centro religioso che era il tenspio di fluenza dorica nell organismo dell’ istituto, nella Targa parte Giove Ideo . . . . permettono senza eccessa di critica di mettere in dubbio Ja verosimiglianza di qualeha visita di Pitagora a quella isola e a quel tempio famoso“. Parimente mentre ravvisa l'infattavi al sapere positive ¢ alla filosulia scuopre Fazione del genie ionieo. ¢ accanto allo spirito religiuso del sodalizio pitagerien. che egli pure ripete principalmente dei eentauti coll Orlique, sa far dn debita parte all indole « ai prapasiti di riferma politics e civile che Yanimaruno e ne determinarane Fa dissoluziune.

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Alessandro Uhlappelll, Se al Pitagorismo primitivo, e a Pitagora stesso risalga E forse non tutti consentiranno coll’ A. la dottrina del numero sostanza e legge delle cose, come l'A. sembra credere (p. 545) ci par lecito dubitare, perchè la nostra conoscenza della dottrina pitagorica non si spinge probabilmente al di là di Filolao, se ne togli la metempsicosi, il concetto della respirazione cosmica e poco altro che possiamo securamente referire al Pitagorismo antico. quando sembra che consideri i Pitagorici come conciliazione dei filosofi ionici e degli Eleati (Ib). Cosi dove ’A. enumera le testimonianze più antiche intorno a Pitagora prima di Filolao, non era Clem. Strom 111, 333 A), contemporaneo d'Erodoto *): forse da dimenticare le notizie del poeta Jone di Chios (Diog. I. 126 VIII. 3. anche se non si vuole riferire col Wilamowitz (Herakles I 28 e 53, secondo Jambl. Vita Pyth. 196) a Pitagora il frammento che va sotto il nome d'Euripide (Fr. 964 Nauck®, e che certo à d'un poeta del quinto secolo (Diels, Archiv III, 458). Ne dopo le testimonianze di autorevoli egittologi riferite dallo Schroeder, potremmo senza riserve sottoserivere queste parole (p. 539) „malgrado le lunghe controversie ora ridotte ai giusti confini di spazio e di tempo, una critica oculata non porra in dubbio la testimonianza d’ Erodoto e la sua allusione allorigine egiziaca della (Rivista ital. di Filosofia. Nov. Dic. L'origine Indiana del Pitagorismo, secondo Lo stesso giudizio conviene in sostanza anche allo scritto d'un dottrina pitagorica della metempsicosi“. Ma queste osservazioni non tolgon nulla al pregio di questa nota dovuta ad uno scrittore, cosi reputato e cosi benemerito degli studi filosofici italiani. altro filosofo. P. D’Ercore. 1891. pp. 51). L. von Schröder. Mentre un egregrio critico in Italia (cfr. Archiv V, 3) ha ripresa in parte fa tesi dello Schröder, 1’ A. ha voluto discuterla di proposito, aggiungendo nuovi argomenti a quelli che altri ha gia portato *) efr. ora anche Zeller 15 48} ss. 1) Zeller, Ueber die ältesten Zeugnisse z. Gesch. d. Pythagoras. (Sitzungsbericht d. Berl. Akad. XLV 1889). Ui Olaus gue see ———— - contro di essa’). Si può dubitare se oramai valesse il pregio d’una cosi diffusa confutazione dello Schröder, in parte perchè egli stesso ha modificato più tardi le sue opinioni su questa pretesa derivazione della primitiva filosofia greca dalla cultura indiana, in parte per la poca solidità dei suoi argomenti, facilmente riconoscibile. Ma PA. crede che l’opinione dello S. „non sia stata invincibilmente dimostrata falsa“ e che „è ancor poco o punto nota fra noi ed & bene conoscerla“. A ogni modo l'A. si giova molto acconciamente dell’ autorità d’insigni indianisti contemporanci testi indiani su cui lo Schröder si fonda, sono in generale come il Max-Müller, Weber, Oldenberg, per dimostrare che i posteriori all’ eta di Pitagora; e che in ogni caso, le aualogie e le concordanze fra le intuizioni brahmaniche e pitagoriche sono assai vaghe ed insignificanti, non senza avvertire che in molti casi è più probabile la dipendenza della cultura indiana dalla greca che di questa da quella. E alle testimonianze di autorevoli orieutalisti fa seguire (p. 25, ss) una serie di considerazioni sue proprie, molto assennate e giudiziose, contro Ja tesi dello Schröder. Talora forse conveniva notare che alcune dottrine circa le quali lo Schr. si sforza dimostrare che Pitagora le derivasse dell’ India, non si quello che i Pitagorici trovavan ogia nella letteratura nazionale, possono certo far risalire a Pitagora, come quella dei cinque elementi; talaltra che & assurdo ripetere da una origine così loutana come il dicreto pitagorico (Diog. VIII, 17) zpùs ho tetpapucvoy uh ducyety che si trova gia in un non sospetto verso d’Esiodo (Opp. et D. 727). S. Ferrari. La Scuola e la Filosofia Pitagoriche (Rivista Italiana di Filosofia 1890), p. 119. Sebbene l'A. a cui dobbiamo una serie di monografie sullo antiche scuole italiche, delle quali a suo luogo dovremo dar conto, non si proponga di dare una esposizione completa del Pitalarghezza di tutte le principali questioui concernenti questa antica gorismo antico (p. 4), tuttavia & condotto a trattare con sufficiente 3) cfr. il tentative del Döring in Archiv V, p. 503—531.

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E lo fa con molto ordine e con Alessandro Chiappelli. scuola e l’oscura sua dottrina. notevole chiarezza. Non si discosta molto, anche nella distribuzione dello scritto, dalla esposizione dello Zeller, ma non si che non propri. tenga conto degli studi anche più recenti italiani e straneri, e non giudichi con certa indipendanza e talora in seguito a studi suoi mini del sapere filosofico* (Ibid). Ma da un late anche tenuto il Se non si pud chiedere ad un autore cio ch’ egli non intende darci, convien tener presente che il F. vuol solo „esporre, per quel che v'è di più certo. le idee fondamentali della scuola entro i terdive tndiretta- 4 nel nostra case, lavure entre questi modesti contin. corre Voblize all A. di fermar fonti. tante pit bene il valore respettivo che egli attribuise quando Ja questions delle font di capitale importanza. Ora mente ap. J4—24 6 ap. Rs, eben pese quante ul fran. Dalt alta bare Gli Studi sulla Storia della Filosofia 1890—1891. Diels Archiv VII, 457), non & forse Jecito affermare. 557 Cosi & incha suggerita, ne stralciamo qui qualcuna, lo spazio non consentendoci d’ estendersi più oltre. A proposito dei Äpus& zxy, che identifica coll’ lepds Adyos PA scrive (p. 18) „nulla infatti vi si nota d'alieno dall antichita e dal pitagorismo“, cid che dopo le ricerche del Nauck, nonostante il tentativo del Wilamowitz-Möllendorf, (cfr. satto parlare (p. 51) dell „opposizione platonica dell" Gr, all idea*. Lattribuire poi Pidea d’una eternità reale del mondo ai Pitagorici. richiederebbe prove più convincenti di quelle che TA. da ap. 54. e. a proposito di Filolao, riproduce a p. 93s.. comunque si giudichi questa importante questione storicu-critica. Del pari non sappiamo in qual senso si dica (p. 60) che il Fedro e il Filebo di Platone dimostrino propria dei Pitagorici l'idea dell” anima del mondo. A proposito dei frammenti di Filolas (p. 90} non era da dimenticare lo scritto del Bywater. Al coscienzioso € diligente autore del lodevole scritto sieno questi appunti stimolo a nuove ricerche. menti di Filolae st rostra alquaste irrestise. al A. non à sfuggite che come il sistema pitageriee Le opera di In. Empepocre. aleune intuiziont scientifiche Percit eel trac cid che concerne i frammenti FA. da Ja preferenza. nou del tutte nella seeonda si espone la filosofia d’ Empedocle (jr, 60— 121). Vu (p. 12—31). alls quale seme una della lore probabile distribuzioneassai elegante versione d’ essi in endecasillald italiani (pe. BON: in due parti; nella prima delle quali si tratta dei frammenti e dopo un breve cenno sulla vita d'Empedecle (y. 1—12) si divide tendo p.c a p. 70 ss. se allo Zeller o al Tannery debba darsi ragione quanto alla causa della &tvr, empedoclea, «a p. = riducrnds nei suoi giusti confini, come ci pare, V opinione del Kern (Archiv J. 498) sui rapporti fra Empedocle e 1’ Orlisine, ba memoria, partito da quasi tutta la letteratura recente sull'argomente. discusommaria ma completa delle dottrine empedoclee. rafironti e di combinazioni: vuol solo presentare una esposizione tezza e talora anche eleganza di dettato che ne rendone graditu la lettura. L'A. non si propone novita de ricerche. vriginilita di Anche qui lo stesso ordine e chiarezza d'espusizione. spighia- (Riv. ital. di Filosofia) Roma 1891 pp. 121. Non diverso giudizio possiamo portare sul’ altro seritte dell A. più generazivni®, cosi a questo devrebbe mirare Ja ricerca pin fruttuosa che si patesse fare ogi interne a questo seggettud. FE vero che egli a questa nuova ricerca rentmwzin (je NY): ma nen tanto che talora qua e la nen accenni a omalehe panto in cui. a Ne solo a proposito parer suo, si può ravvisare una trasformazivne di dottrine nel senv della scuola. (p. 106ss.). ma anche quante al coneetto fondamentale. Egli sembr: credere (p. 31,5.) che mentre la primitiva riftessione pitugorie: deva al numero valore di modello o di legge delle © y solo a pote a poco il numero divenne „il vero intimo substrato delle cose’. Del che & Jocito dubitare perche Aristotele attesta ehiaramente, quello che del resto ¢ naturale aspettarsi da un pensiero incipiente e immaturo, cioë che la identificazione sostanziale del numero colli realtà sensibile à la prima forma + il punto di partenza della metalisica pitagorica. A ogni modo qui appunto bisognava approfondire Ja rieerea più che FA. non abbia fatto. Da una serie d'osservazioni che la Jettura di questo seritto ci