Convergenza e conflittualita mediterranea

Auteur
Segre, D.V.
Verschenen in
Dalla tradizione pitagorica al futuro della cultura e della scienza in Calabria
Jaar
1998
Onderwerp
CALABRIA
Taal
Italiano
Categorie
C1 Algemeen
Archiefnummer
8136

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Dalla tradizione pitagorica INDICE al futuro della cultura e della scienza in Calabria Simposio Internazionale di Studio (Tropea-Palmi, 12-14 giugno 1997) - a cura di Pietro De Leo Pietro De Leo, Presentazione Gaetano-Vallene; Saluti del Sindaco di Tropea ‘y Vincenze-Cappelletti, Introduzione 1 Vincenzo Cappelletti, Pescatori di teoremi e promotori di cultura / \) [by B\re 2 Roshi Rashed, Les échanges en Méditerranée: l’exemple de l'optique 3 Saverio Avveduto, La tradizione pitagorica 2313 17 & Sandro Petruccioli, Un permanente tema pitagorico: > Wr e12Z 25 —> d it} la matematizzazione del mondo Gabriele Giannantoni, Aristotele e i Pitagorici Enrico Berti, L'origine pitagorica dell'analisi geometrica “+ Luigi Pepe, Il Pitagorismo e la matematica Marco Somalvico, Dai numeri ai simboli e dai simboli ai numeri 31 — > $ ‘24 49— 125 5. Jırb 63, sa) Vittorio Emanuele Esposito, Nel labirinto delle complessità: le coordinate pitagoriche 3127 TL DIS \ Saverio Ricci, Filosofia e vita della città: il pitagorismo di Nicola Antonio Stigliola 99 —> DA 151, 9, 40 \ Vittorio Mathieu, Pitagorismo \ Giuseppe Lo Cane, Il senso di una tradizione metodologico-scientifica: Pasquale Galluppi, Rubbettin 127 — SE filosofo della matematica \2 Simonetta Valtieri, Euclide e Pitagora: proporzioni armoniche e rapporti musicali UM Giuseppe Frega, Il ruolo delle Università Regionali \S Giuseppe Borgia, La Calabria: per un ponte culturale e scientifico tra Europa e Paesi del Mediterraneo 6 Giuseppe Caglioti, Il numero e il bello nel trasferimento della conoscenza Dan V. Segre, Convergenza e conflittualità mediterranea l . LU ı 8 Mario Giancotti, L'agorà Telematica: «Nuova» Scuola Italica \ 9137 > Qi 35 51 d'u 153 8135 165 A! IG 171 SX 15 Ees 4 Vineonzo.Cappellett o Adf VNT 149 ° della Sapienza Ds LA

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Convergenza e conflittualità mediterranea Non essendo competente di epistemologia greca e ancor meno di storia e filosofia della scienza, provo qualche reticenza ad intervenire in questo dibattito. Sento tuttavia il bisogno di ringraziare in qualche modo gli organizzatori di questo congresso ed in particolare i Professori De Leo e Cappelletti e da quell’zgroramus che sono in materia non posso farlo se non contribuendo con qualche domanda un po’ provocatoria, sul tema che ci unisce: il Mediterraneo. È ancora possibile parlare di questo mare come di un insieme che permette ai popoli sulle sue sponde di avere qualche cosa in comune su cui poter costruire assieme? Edgar Morin, in occasione di un simposio dell’Università itinerante euro-araba, in ebbe a dire un anno fa che «la mediterraneità» non esiste se non nella nostra soggettività e che se cessiamo di sentirci mediterranei il Mediterraneo non c’è più. In tal caso ci si deve chiedere cosa si possa fare nell'ambito accademico, per rinforzare questo sentimento di comune identità. Sono tentato di suggerire tre buone ragioni per lavorare con impegno in questa direzione. La prima è che l’alternativa alla cooperazione condurrebbe ad una catastrofe che coinvolgerebbe anche molti Paesi europei ed extraeuropei. Esiste una crescente convinzione nelle dirigenze locali che conflittualità significa riapertura di questo bacino alle influenze straniere e al sottosviluppo. Un acuto politologo shiita libanese, Fuad Ajami, si era già posto questo quesito dieci anni fa quando retoricamente chiese chi fossero gli arabi. Abitanti di una terra di passaggio per eserciti, merci ed idee straniere oppure gente che ha ancora qualche cosa da offrire alla civiltà? E un quesito su cui altre etnie della regione — incluso forse anche l’Italia — dovrebbero forse riflettere, trattandosi di un comune problema di identità collettiva in continua trasformazione. Certo è una questione che si pongono quasi giornalmente gli israeliani quando si interrogano sul significato del ritorno degli ebrei sulla scena internazionale — e sulle sponde del Mediterraneo orientale — come soggetti e non più come oggetti della storia.

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Una seconda ragione che ci dovrebbe spingere a promuovere con costanza e originalità l’idea della mediterraneità, è la coscienza del fatto che la maggioranza delle dirigenze dei Paesi mediterranei — con l'eccezione della Francia e della Spagna — mancano di lunga esperienza statale. Sono Paesi in cui lo Stato non ha formato la nazione ma in cui la nazione — e spesso solo una parte di essa — ha creato, non sempre con successo, lo Stato. Si tratta di una inesperienza maggiormente sentita e sofferta nei paesi le cui frontiere sono state fissate dal colonialismo — Algeria, Libia, Israele, Giordania, Siria, Libano — e che, per questo, soffrono di complessi di illegittimità a cui tendono sopperire con politiche estere aggressive. A rendere più complicata la loro situazione intervengono spesso rivendicazioni di minoranze etniche e religiose, ed un tratto comune a molte culture mediterranee: quello di privilegiare l’intuizione sull’organizzazione, il senso dell’onore sulla volontà di realizzazione. La terza ragione che ci deve spingere ad operare assieme per lo sviluppo di una comune coscienza di mediterraneità è la realizzazione del fatto che i modelli di sviluppo e di governo importati dall’estero — che si tratti di comunismoo di capitalismo, di democrazia o di nazionalismo — non hanno attecchito su molte sponde di questo mare. Non esiste ancora un modello mediterraneo di libertà. Forse le cose stanno cambiando ma un necrologio pubblicato nel marzo del 1980 a Beirut in occasione dell’assassinio di un noto giornalista — Salim el Lawzi — dovrebbe farci riflettere. «La libertà — leggiamo in An Nahar — è una pianta aliena alla nostra parte del mondo. Ogni volta che la si pianta muore. Avevamo l’abitudine di darne la colpa ai colonialisti. Poi, alcuni di noi, colonizzarono gli altri e ogni volta che la pianta della libertà moriva, un visionario, che abitava un mondo tutto suo, tentava di farla rivivere solo per morire con essa. Tutti i combattenti per la libertà lottano (nel Medio Oriente) contro potenti mulini a vento, con spade di legno». Eppure gli illustri ed eruditi relatori che mi hanno preceduto e che mi hanno insegnato molte cose che ignoravo, mi hanno fatto comprendere quanto viva e radicata possa essere la mediterraneità quando la si avvicina dal punto di vista della scienza, della filosofia, della letteratura — greca, sicula, romana, ebraica, araba — a cui questo mare ha dato origine. Tuttavia se vogliamo essere realisti nelle scelte delle strategie dei nostri Istituti, abbiamo l’obbligo di guardare in faccia le realtà contemporanee che assai poco appaiono favorevoli allo sviluppo della coscienza mediterranea. Basta pensare al fatto che due isole/stato — Cipro e Malta — vogliono integrarsi all’ Europa proprio per sfuggire ai pericoli che le insidiano nel Mediterraneo. L'Italia stessa — scrive Sergio Romano — ha usato la sua vocazione mediterranea ogni qualvolta abbia cercato di «abbandonare l’obiettivo fondamentale della sua politica estera, che è sempre stato quello di creare le condizioni perché il Paese diventi finalmente compiutamente europeo». Convergenza e conflittualità mediterranea 167 Le ragioni oggettive che operano contro il rafforzamento di una coscienza mediterranea comune sono molte. Le correnti finanziarie, migratorie e tecnologiche restano per il momento verticali e bilaterali. Nonostante le molte istituzioni comuni, nonostante — nel caso arabo — la lingua comune, nonostante le enormi ricchezze energetiche, più di 600 miliardi di petrodollari arabi sono stati investiti nei Paesi industrializzati dell’Occidente contro un po’ meno di tre nel Medio Oriente arabo. Le tensioni politico-etnico-religiose nell’Adriatico, nell’Egeo, nel Medio Oriente, nel Maghreb favoriscono l’ignoranza delle comuni culture e | | sviluppano spesso il loro reciproco disprezzo. esistere ad continua — ea mediterran Nell’Europa mediterranea — e non | | una profonda ignoranza del mondo islamico. è poco ico arabo-ebra conflitto Nonostante la pubblicità di cui gode il stato fatto per correggere una visione strabica tanto della società israeliana che di quella palestinese. Il crescente flusso migratorio dal sud verso il nord non contribuisce ancora a migliorare la reciproca comprensione fra i membri delle tre culture monoteiste e di quella laica. Anche nei confronti di un Paese importante come la Turchia, la posizione degli europei resta diffidente e quella degli arabi ancora influenzata dall’antagonismo arabo-ottomanno. Solo recentemente si assiste ad un ravvivamento di interessi per gli studi turchi nelle universita arabe. Quanto ai rapporti culturali arabo-israeliani, essi rimangono largamente relegati alle cerchie degli specialisti e dei servizi d’informazione. L unico campo di compenetrazione é quello palestinese, che però subisce gli alti e bassi della politica. Ha tuttavia il vantaggio di obbligare due popoli incastrati dalla storia l’uno dentro l’altro e dotati del più alto tasso di scolarità | regionale, a frequentarsi quotidianamentea tutti i livelli. Il Mediterraneo rimane così zona di multiple frontiere; le differenze fra la sponda nord e la sponda sud aumentano invece di diminuire; il carattere dominante al nord é la difficoltà dell’integrazione; a sud la frammentazione. Il bacino mediterraneo più che diventare sfera di co-prosperità, tende a diventare sfera di conflittualità regionale e internazionale. In particolare, il Medio Oriente sembra destinato a trasformarsi in zona di conflittualità fra Europa e Stati Uniti e in un non lontano futuro, probabilmente, fra Stati Uniti e Russia. Oggi lo è già per ciò che concerne i rapporti fra Turchia e Iran, due Paesi che, con la fine della guerra fredda, ricalcano alcune delle loro tendenze imperiali dell’epoca prenapoleonica. In questo periodo di tormentata storia mediterranea di violenze peggiori, forse, dei conquistatori barbari del «mare nostrum» romano, è difficile immaginare come il bacino mediterraneo possa diventare, in un prossimo futuro, una zona di libero scambio per uomini e di idee e di elimina| zione di frontiere politiche, religiose, economiche ed etniche. negativariflette Questo stato di instabilità e di insicurezza politica

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mente sulla realizzazione dei molti progetti di trasversabilità econofifica mediterranea incluso quelli patrocinati da grandi gruppi energetici. Indicativa di questo stato di cose è la Conferenza di Barcellona del 1995. Un recente studio dell’Istituto Aspen dimostra che non c’è stato alcun seguito alle altisonanti risoluzioni prese due anni fa. Un altro aspetto negativo è quello dello sviluppo economico. Un rapporto dell’OCSE prevede che nel 2020 il reddito pro capite nei Paesi industrializzati aumenterà dell’80%. Nei Paesi non industrializzati aumenterà del 270%. Ma per molti Paesi del Mediterraneo si prevede che il livello di vita si abbasserà quasi a conferma della caustica osservazione fatta 15 anni fa da Levy-Strauss: visto da Tokio e da New York, il Mediterraneo meridionale potrebbe essere il modello futuro di un'Europa che ha fallito la sua unione. Se non si rinforzerà, dunque, il senso di mediterraneità a tutti i livelli — a cominciare da quello della comune storia delle idee — si aumenterà la conflittualità delle idee. Se non si rinforzerà la comune coscienza di mediter- Convergenza e conflittualità mediterranea 169 luppo nella stessa maniera in cui la modernizzazione e l’integrazione dei sistemi giuridici — che affondano le loro radici nella storia delle culture — è condizione indispensabile per lo sviluppo economicoe gli investimenti. Si deve capire e cercare di far capire che i soli mutamenti duraturi sono quelli legittimati dalla propria cultura; che non c’è transculturazione — nell’agricoltura come nella religione — se non si riesce, in qualche modo, a ricollegare, a legittimare il nuovo con l’antico. Vorrei concludere questo mio intervento da ignoramus di scienza pitagorica e di storia della scienza quale sono, dicendovi ciò che ho imparato da quello che ho ascoltato in questo Congresso. Ho imparato che nella tradizione scientifica della Magna Grecia si può trovare un sostegno all’idea dell’autocontrollo nelle relazioni internazionali mediterranee. Che non si tratta di sviluppare o trasferire forme di neutralità e ancor meno di perseguire il sogno — permanentemente rinascente — della sostituzione della politica con la morale e dell’identificazione della giustizia con la pace. raneità, si contribuirà ad accentuare il divario fra le culture. Se non si Si tratta, piuttosto, di ricercare nella storia e nella memoria collettiva dei rinforzerà il senso di mediterraneità, non si faranno progressi nell’elaborazione di modelli economici indigeni sulle rovine di quelli importati dall’estero. Si continuerà a parlare del Mediterraneo come di un insieme, senza rendersi conto che questo bacino non risponde ancora ai minimi criteri di «particolarità e prossimità» con cui in scienza politica si definisce una «regione internazionale». Il rapporto fra un sistema geograficoe le sue istituzioni è sempre un rapporto dialettico. Se il suo carattere dominante è cooperativo, esso rinforza il sistema regionale; se è invece antagonistico, favorisce l’implosione e l'intervento esterno. Una delle strade da seguire per favorire la cooperatività a scapito dell’antagonismo, potrebbe essere quella dello studio comparato dei problemi dell’integrazione: integrazione di idee, di miti, di significati. Capire, ad esempio, perché in arabo il termine bidda’a significa tanto innovazione quanto eresia e il termine ebraico aber, significa l’altro ma anche uno sconfinamento dalla tradizione religiosa. Per restare nel campo israeliano che meglio conosco, noto che in Israele si grida alla crisi quando arrivano solo 70.000 immigranti all’anno — di cui 1/3 non ebrei — mentre in Italia si grida alla crisi quando arrivano 16.000 albanesi. Lo stesso vale nel campo scientifico. Israele ha la più alta percentuale al mondo di scienziati — 135 su 10 mila abitanti contro 85 negli Stati Uniti. Se vuole tuttavia mantenere il suo attuale ritmo di sviluppo deve cercare aiuto nel reservoir intellettuale e tecnologico palestinese, il sovari popoli, religioni, etnie mediterranee, quegli obblighi morali, giuridici, filosofici, metafisici che in tutte le culture promuovono l’idea della modelo capace di fornirgli parte dei 4000 ingegneri che gli fanno annualmente difetto. Quando si parla di integrazione, è necessario convincersi e convincere gli altri che l'integrazione dei cervelli è condizione indispensabile per lo svirazione. Virtù, questa, di cui i popoli mediterranei hanno gran bisogno e che rappresenta la sola forma concreta di mortalità nella politica. Per questo insegnamento, per gli scambi di pensiero e di cortesie, per l'ospitalità che mi è stata offerta in questo angolo incantato del Mediterraneo, io vi debbo profonda gratitudine.