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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Sinfonia e confessione.
Forme letterarie e pitagorismo
in José Vasconcelos e María Zambrano
di Lorena Grigoletto
“Definire è salvare e condannare” (Zambrano 2008: 70), afferma Zambrano ne L’uomo e
il divino, e ciò è particolarmente vero da un punto di vista storico. Vi sono delle realtà,
che definiremmo “vinte” o “sacrificate”, che non entrano a far parte della storia, ma
rappresentano una traccia di qualcosa di umano “che è stato vinto e che poi ha vinto il
passare del tempo”; come delle “rovine” dove la vita vegetale, l’edera che vi cresce
sopra, significa la vittoria del fallimento, “un delirio della vita che nasce dalla morte”
(Zambrano 2008: 230-231).
Storia di salvazioni e condanne che è anche la storia della filosofia, dove il
problema del definire è radicale: “non si potrà vivere allo stesso modo se la realtà viene
definita in modi diversi. E ancor più, se entra a far parte del territorio del definibile o se
rimane a vagare alle sue porte, come anima in pena” (Zambrano 2008: 70). Il problema
della definizione rappresenta la nascita stessa della filosofia occidentale, e impone alla
storia del pensiero una direzione ben precisa che va verso il rigore della dialettica,
dell’analisi, fino al trionfo del razionalismo e dei processi di tecnicizzazione e
matematizzazione del mondo, che sembrerebbero voler ridurre la filosofia, una volta
ancilla teologiae, a semplice vassalla della scienza.
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)È contro il carattere meramente concettuale, definitorio, razionalistico cui si
vorrebbe costringere il pensiero occidentale che si muovono le critiche di due
importanti pensatori del Novecento dell’area iberica e iberoamericana: il messicano
José Vasconcelos e la spagnola María Zambrano. Se conoscenza è sinonimo di
possessione, oggettivazione nei limiti del concetto, occorre operare una
riconciliazione tra ragione e sentimento. È l’antica scuola pitagorica a rappresentare
per entrambi un riferimento privilegiato, paradossalmente proprio quella scuola che
ha sancito la nascita della ricerca scientifico-matematica in Occidente; quasi a voler
sanare la frattura lì dove si è venuta a creare, in quel primo drammatico dualismo che il
problema del numero come principio, in qualche modo, poneva in essere.
Quest’apparente incongruenza, tuttavia, si spiega se teniamo presente
l’importante distinzione che vi è tra la matematizzazione dei pitagorici, per cui
appunto il numero costituiva il principio di tutte le cose, e la matematizzazione dei
moderni. Per i pitagorici, infatti, vi era un’immediata consonanza, un’omologia tra
matematica e natura, tra logos e physis, possibile attraverso l’anima, che escludeva
l’astrazione successiva. La loro ricerca in campo matematico, musicale, spirituale, era
tutta rivolta alla comprensione di quel rapporto (accordo) tra anima e cosmo che si dà
attraverso i concetti di ritmo e armonia. Erede di tradizioni eterogenee (orfismo,
misteri egizi, eleusini, cretesi), il pitagorismo rielaborò con spirito nuovo questo
enorme bagaglio culturale dando vita a un’esperienza fondamentale per la nascita
della filosofia occidentale e, tuttavia, restando in un territorio di confine tra la
tradizione sapienziale e quella puramente filosofica.
L’interpretazione etico-estetica e a tratti mistica della Scuola italica in
Vasconcelos come in Zambrano, definitisi espressamente pitagorici o orfico-pitagorici,
va nella direzione di una riabilitazione della tipologia di pensiero in cui vita e ragione
non sono separati, in cui vita attiva e speculativa sono complementari. L’obiettivo è
quello di riscattare il pitagorismo come antidoto alla sterilità del razionalismo.
Il filosofo messicano gli dedicò la sua prima opera Pitágoras. Una teoría del ritmo
nella quale, prendendo le distanze dal positivismo imperante, riaffermava quel tipo di
conoscenza contro l’egemonica tendenza all’astrazione, sottolineando come il
profondo impegno politico della scuola fosse assolutamente complementare
all’esercizio teoretico. Ma i concetti di ritmo e armonia attraverseranno tutta la sua
produzione, dalle riflessioni sull’arte e la letteratura a quelle filosofiche fino a riversarsi,
un po’ astrattamente e utopisticamente, nella celebre tesi di una quinta razza, la “raza
cósmica”, che realizzerebbe l’ideale di una comunità umana in uno slancio esteticomistico.
Anche nell’introduzione a Historia del pensamiento filosófico (Vasconcelos 1961:
93) Vasconcelos mostra chiaramente le proprie posizioni in merito: esistono tre
fondamentali modalità del pensare filosofico, poesia, ragione e religione, forme
ricorrenti che non si sviluppano secondo un ordine di causalità storica o gerarchica, ma
che si alternano e combinano fra loro secondo il carattere e le necessità dell’individuo
e delle epoche. Tuttavia, è possibile osservare una certa andatura: se la poesia si dà sin
dal principio, sin dagli albori del pensiero abbracciandolo totalmente, e suggerisce in
quei primi inni la lenta gestazione delle future orazioni dei sacerdoti, la filosofia nella
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)sua forma occidentale si dà come mera eventualità, e a volte non si dà affatto. La
distinzione tra poeta, filosofo e mistico lo rivela: il poeta non passa per la prova del
dubbio o del discorso come il filosofo e, da “irresponsabile” 1 qual è, viene condotto
dalla propria immaginazione attraverso i paesaggi dell’analogia e della metafora. Il
filosofo, invece, con la sua responsabilità, con il suo estenuante esercizio razionale,
soccomberebbe se non gli venisse in soccorso l’istinto del mistico a segnalargli le
finalità più profonde del pensiero. D’altra parte, per Vasconcelos il filosofo non è che
un “poeta sabio” o un “poeta con sistema” e, difatti, la sua proposta filosofica ha un
forte carattere rivelativo, quello di un “pensamiento que, aunque asentado en el
razonamiento lógico, se eleva a las alturas de la visión religiosa y penetra en los
senderos musicales del conocimiento poético” (Vasconcelos 1958: 699).
In tal senso, emerge uno schema ben preciso che dalla poesia porta alla mistica e
che chiarisce il significato e le intenzioni della sua lettura del pitagorismo. Al pensatore
messicano non interessa la filosofia in senso stretto, bensì il riscatto di un’originaria
dimensione poetico-mistica avvalorata e caricata del senso della riscoperta, ovvero
reinterpretata alla luce delle conquiste scientifiche e degli errori dell’Occidente.
Nel Monismo estético Vasconcelos, riprendendo alcuni passi del primo testo su
Pitagora, lo esplicita: la sua lettura del pitagorismo non vuole essere fedele, ma
presentarsi come un tentativo di conversione di quelle intuizioni originarie in
un’estetica moderna capace di ‘redimere’ l’ordine newtoniano della causalità. Il
monismo di cui parla non è proprio dell’universo fisico ma è possibile solo nella
realizzazione del “miracolo” estetico.
Al di là di tali conclusioni, come non riconoscere una vicinanza a Zambrano che
insisteva esattamente sulla nascita della filosofia da una lacerazione dell’orizzonte
poetico, strappo violento e fuga dall’ambigua caverna delle ombre… quelle della
poesia. Separazione decisiva che, nella prospettiva vasconceliana, seppur in altri
termini, segna la specificità della filosofia dal ‘pensiero filosofico’, inteso come bacino
più ampio in cui si intrecciano poesia e religione e che occorre riscattare.
Evidentemente, una tale dichiarazione d’intenti non può prescindere dalle
preoccupazioni in merito alle forme d’espressione del pensiero, così come della
filosofia in senso stretto. Al filosofo, sorta di mediatore tra il poeta e il veggente spesso
ridotto a funzionario di un formalismo ridondante – a meno che non si tratti di ‘mistici’
come Platone, Plotino, Sant’Agostino o Bergson, solo per citare alcuni dei suoi
riferimenti – manca il senso della musica, sostiene Vasconcelos. In tal senso, il
pitagorismo – cui rimarrà sempre fedele, come specifica nel Prologo dell’Estética
Sull’irresponsabilità del poeta ha particolarmente insistito Zambrano che, in Filosofia e poesia,
riprendendo la celebre condanna platonica emanata nei confronti della poesia in nome della morale,
analizza l’impossibilità per la poesia di appartenere al logos filosofico e di aderire a quella verità
escludente che la ragione prospetta: in questo senso, non esistono poeti scettici. La relazione che
filosofo e poeta intrattengono con la parola è antitetica: se il primo vuole diventare padrone della
parola, il secondo, in quanto ispirato, non decide, non sa precisamente quel che dice, ma assiste al farsi
della parola in lui, per questo è irresponsabile (Zambrano 2010: 62). Anche Vasconcelos sembra
suggerire la stessa dicotomia tra responsabilità del filosofo e irresponsabilità del poeta, quest’ultimo,
diversamente dal primo, non costretto all’esercizio metodico del dubbio e della definizione.
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)(Vasconcelos 1961: 826) – sebbene sia ancora troppo legato a una prospettiva
materialistico-scientifica, rappresenta un primo passo verso una filosofia estetica.
“Pitágoras – scrive – es el primer antecesor de la familia mística, extraña y dispersa, de
los filósofos, músicos, poetas, más bien dicho, de los filósofos estetas” (Vasconcelos
1919: 9).
Zambrano, dal canto suo, fa del confine tra sapienza e filosofia l’oggetto
privilegiato della sua ricerca e individua nel pitagorismo quelle ragioni che la filosofia,
e per primo Aristotele, non ha voluto o potuto, conservare. Infatti, la condanna dei
“cosiddetti pitagorici”, come li chiama in modo spregiativo lo Stagirita, delimita una
volta per tutte il terreno della filosofia. D’altra parte, si chiede Zambrano nella sua
opera più sistematica L’uomo e il divino: “è stata mai possibile la costituzione di una
filosofia a partire dal pitagorismo?” (Zambrano 2008: 83). Ma la domanda potrebbe
essere riformulata in questi termini: è stata mai possibile una filosofia a partire dalla
fedeltà a ciò che è radicalmente altro, ossia a ciò che non può essere definito
concettualmente, ciò che è impossibile oggettivare? E la risposta di Zambrano sembra
essere negativa:
Quella del pitagorismo è un’incapacità o impossibilità radicale di dar origine alla
filosofia. Dal punto di vista della filosofia, il pitagorismo era “l’altro” – quando
proprio i pitagorici avevano scoperto l’Uno. E la filosofia, dal punto di vista del
pitagorismo, era la decadenza di una più alta, celeste e universale saggezza, come
se la filosofia avesse conseguito la sua vittoria grazie a una limitazione, a un
miglior adattamento all’ambito terrestre; risultato di un provincialismo terrestre.
La decisione dell’uomo che, per ottenere una “vita migliore”, un equilibrio vitale,
rinuncia a essere l’abitante dell’Universo degli astri, alla sua anima interplanetaria,
a vivere rivolto verso gli astri sentendosi innanzitutto animale celeste, per
diventare abitante della Terra. La costituzione della filosofia operata da Aristotele
dovette rappresentare per Pitagora un’azione più che un pensiero. Dal punto di
vista del pitagorismo, la filosofia appare come il primo “pragmatismo”. (Zambrano
2008: 83)
E questo carattere prepotentemente attivo, volontaristico della filosofia è ciò che
sfocerà negli assolutismi e poi, quasi inevitabilmente, nei totalitarismi.
Tuttavia, la filosofa andalusa, con il suo progetto di una Ragione poetica
(poietica, creativa), fondata sui concetti, o movimenti, della “disnascita”, del delirio,
dell’esilio come esperienze liminari, offre un metodo analogo a un talento musicale
attraverso il quale il sapiente percepisce la sua armonia interiore e, per mezzo di
questa, l’armonia del mondo.
In quest’ottica, è chiaro che il linguaggio e il metodo della filosofia sono minati
alla base. Il suo carattere sistematico è il grande obiettivo critico tanto di Vasconcelos
quanto di Zambrano che tentano di approdare o riscattare forme espressive che
tengano fede al carattere ‘musicale’ del loro pensiero.
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Il filosofo messicano, infatti, nella raccolta di saggi del 1921, Monismo estético,
parla di “Sinfonía como forma literaria” (Vasconcelos 1961: 20) con la quale si propone
di esprimere in parola la complessità del reale e il suo ritmo misterioso e divino, e che
dovrebbe porre rimedio tanto al carattere astratto e concettuale del trattato quanto
all’imprecisione e alla mediocrità del saggio. Contro le rigidità formali, che giudica
sterili, Vasconcelos opta per il superamento della distinzione tra i generi letterari e per
la loro fusione in una nuova forma, quella “sinfonica”, a imitazione della musica e
costruita non già con la logica del sillogismo, ma con la logica musicale, cioè d’accordo
con la legge estetica.
Vasconcelos comincia ad elaborare le proprie intuizioni estetiche ispirato dagli
studi dell’amico Alfonso Reyes, che in una conferenza del 1910 parlava del lirismo di
Góngora come capace di liberare l’anima dalle procedure del ragionamento fondendo
immagini e ritmi in qualcosa di trascendente e che in Cuestiones estéticas (1911)
rifletteva sulle tesi di Benedetto Croce e Mallarmé. Ne parla per la prima volta in una
lettera del 12 gennaio 1916 proprio ad Alfonso Reyes che gli risponde con un certo
disappunto giudicando le sue posizioni né più né meno che una rielaborazione delle
tesi di Mallarmé sulla confusione delle arti. Eppure, l’idea di fondo dell’arte come
combinazione di elementi eterogenei coordinati in forma non concettuale bensì
armonica ed estetica, avvicina maggiormente le tesi di Vasconcelos, non tanto a
Mallarmé, quanto a quelle di T. S. Eliot sulla bellezza, espresse dieci anni più tardi nei
suoi Quartetti.
La riflessione di Reyes verteva sulla possibilità di scrivere prescindendo dai
riferimenti del passato e dalle sue arbitrarie delimitazioni. Criticava, dunque, quella
letteratura “formalista” che, scimmiottando la filosofia e le sue scoperte, vorrebbe
realizzare il concetto teorico di bellezza a discapito di un’autentica proposta
espressiva. E Vasconcelos, nonostante le intenzioni manifestate nel saggio sulla
Sinfonia, subordinerà sempre l’autenticità della scrittura alla sovranità dell’idea,
rientrando perfettamente nell’obiettivo critico di Reyes.
Il saggio sulla sinfonia, anzi, nasce esattamente da preoccupazioni legate
all’esercizio filosofico, e dunque ad esso subordinate. Secondo Vasconcelos, la
letteratura contemporanea ha bisogno di risolvere il problema della forma, ma la
forma cui si riferisce è quella espressiva non stabilita una volta per tutte – pena
l’impulso creativo – del ‘pensiero filosofico’ che non coincide, lo ricordiamo, con la
filosofia.
Per poter affrontare tale questione parte dalla considerazione che il linguaggio
compia anzitutto una funzione estetica, come il suono per il musicista o il marmo per
lo scultore, e che solo nella sua forma espressiva, e non dimostrativa, rifletta gli impulsi
più profondi dell’io. L’espressione scritta avrebbe obbedito nel tempo agli imperativi
di razionalità propri del discorso o della combinazione di vari discorsi dando vita al
trattato, forma filosofica “sintética y acabada” (Vasconcelos 1961: 22) destinata a
introdurre ordine e coerenza nel discorso umano per realizzare ambizioni
epistemologiche e dogmatiche neutralizzando in tal modo l’istanza creativa, che non è
sinonimo di arbitrarietà o di gusto personale.
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Ripercorrendo in un certo senso la storia della letteratura, Vasconcelos precisa
che, se da un punto di vista concettuale e dialettico si registra un progresso, da un
punto di vista estetico, cioè dello ‘stile’ letterario, si assiste invece a un processo di
decadenza. Ciò che avviene, nello specifico, è un passaggio dall’ispirazione
all’oggettivazione, ossia alla costrizione di un’estetica polisemantica nelle griglie del
concetto; dall’espressione libera e meravigliata dell’individualità a un universalismo
spoglio e asettico. Si è compiuta una deviazione estetica, una diminuzione della
capacità emozionale, una dissociazione e contrapposizione tra espressione e
dimostrazione, ossia tra quello che definisce un percorso estetico-pitagorico
(Vasconcelos 1961: 19) guidato dal senso orientativo dell’udito e dall’intuizione
creatrice, che denomina sulla scia delle riflessioni di Reyes “impulso lírico del
compositor” (Vasconcelos 1961: 26), e quello razionale-dialettico forgiato dal carattere
normativo della forma e dal senso della vista. La letteratura, quindi, si presenterebbe
come l’alternarsi dell’una o dell’altra tendenza, quella creativa o dialetticodimostrativa, come storia del contrasto tra intuizione e forma che, al rappresentarla, la
contiene e delimita. L’importanza crescente del senso della vista avrebbe giocato un
ruolo decisivo all’interno di questo percorso producendo una cristallizzazione della
bellezza in una geometria priva di slancio divino. Nell’udito, invece, risiede una facoltà
di orientamento ritmico indispensabile per apprezzare la bellezza delle immagini
puramente visuali che, in tal modo, non si risolvono in mere e definitive
“rappresentazioni” ma si rivelano nella vibrazione consonante del mistico.
In questa prospettiva, i generi letterari si sviluppano in modo spontaneo, non
sono il frutto dell’elaborazione dei critici ma seguono l’andamento storico del pensiero
che da un originario pathos estetico espresso nel canto delle prime età – come sintesi
di letteratura e musica ma ancora ingenuo, primitivo – si biforca tra uno sviluppo
logico e uno estetico. Quest’ultimo, più sommerso, riappare grazie alla musica in
epoca moderna consentendo in pieno razionalismo la riscoperta del “mistero del
giudizio estetico”, del senso di un ritmo “atélico” e “desinteresado” (Vasconcelos 1961:
31) come dono fondamentale del mistico e riscoperta di un antico “misticismo
uditivo”.
È in base a tale distinzione che il pensatore messicano abbozza una storia dei
generi letterari. Se il binario estetico si mostra chiaramente nella tragedia, nella lirica e
nella musica moderna, quello dialettico si svilupperà nel dramma, nel dialogo, nel
discorso, nel trattato e, per ultimo, nel saggio. Dal dramma infatti – dove le gesta
epiche e meravigliose di un’umanità primordiale si traducono in azioni individuali,
nelle espressioni passionali dei suoi stessi personaggi che moltiplicano e riducono la
lingua ancora eroica dell’autore dell’epopea – si passa al dialogo e al discorso, dove
l’ispirato tace per lasciar parlare il dialettico, dove la coscienza si amplia ed esplora
l’universo per convertirlo in precisa scienza logica, per riorganizzarlo in norme e, in
questo viaggio verso l’esterno, allontanarsi da sé, dal senso intimo e misterioso delle
cose. Nel discorso, poi, che corrisponde a un periodo combattivo di quelle idee
precedentemente formatesi, viene meno l’istanza creativa e l’espressione è
subordinata alla persuasione. Infine, dal discorso ha origine il trattato, che risponde a
esigenze teoretiche ben precise e subordinate alla costruzione del mondo come
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)sistema severo, definitivo e assoluto: “el Tratado es un santo imperio de las
inteligencias, poderoso y dogmático” (Vasconcelos 1961: 23). Tuttavia, la critica al
trattato, legato alle costrizioni del razionalismo, risulta contenuta rispetto a quella che
il filosofo messicano rivolge alla forma saggistica, la cui espansione, a scapito degli altri
generi, sembrerebbe non conoscere limiti. Quest’ultima, inferiore ma transitoria
perché utile solo al particolarismo mediocre di un’epoca di crisi in cui i sistemi crollano,
si occuperebbe né più né meno di esprimere opinioni, docili punti di vista, “melodie
disperse”:
Bajo el nombre de ensayo se populariza un género fácil, brioso, ágil. Podrá no ser
completo, y ni siquiera aspira a serlo; no observa regla, ni pretende crearlas; ofrece
sus vuelos flexibles a los atrevidos, y satisface ampliamente a los incompletos, a
los espíritus no absolutos que se conforman con los vislumbres de la verdad sin
exigir sistemas que la contengan por entero. (Vasconcelos 1961: 23)
Ma è la tipologia del saggista a catalizzare le sue più aspre critiche: il saggista
fabbrica opinioni eleganti e suggestive ma, in fondo, mediocri. È prudente, non vuole
imporre il proprio giudizio, semplicemente promuove dottrine rachitiche che
sostituiscono l’intuizione universale del trattatista con la pomposa sonorità verbale.
Tuttavia, ad alcuni saggisti Vasconcelos sembra riconoscere una funzione più
apprezzabile perché impegnati nello sviluppo delle conseguenze dei grandi sistemi e,
pertanto, responsabili dell’apertura a nuovi sentieri. Ad ogni modo, si tratta di un
genere dotato anche di alcuni pregi, come la sua indeterminazione formale, quella sua
flessibilità e libertà che alimentano prospettive indefinite ma rinnovabili contro
l’imposizione retorica del vecchio trattato; qualità che, in modo piuttosto ambizioso, la
sinfonia come forma letteraria vorrebbe ereditare senza rinunciare all’universalità del
suo antecedente.
Nonostante la ricostruzione storico-letteraria di Vasconcelos lasci non poche
perplessità in merito alla sua coerenza e precisione, la critica del saggio esprime in
maniera brillante e precoce il problema tutto novecentesco della forma espressiva del
pensiero in un’epoca di profonda crisi. Crisi che, nella sua lettura, intravede una svolta
grazie all’influenza della musica, l’arte più mistica di tutte, sulla letteratura.
Sono stati i musicisti, secondo Vasconcelos, o meglio il grandioso sforzo di alcuni
di essi, a rendere possibile una profonda trasformazione della forma espressiva e del
pensiero in generale. E, in quest’ottica, la sua analisi circa la corrispondenza tra il
genere del discorso e la sonata fa da presupposto all’introduzione della Sinfonia come
forma letteraria.
Se la tripartizione della sonata in esposizione/sviluppo/ripresa o,
indicativamente, allegro/adagio/presto, corrisponde in un certo senso alla tripartizione
del discorso, in quanto si hanno un’iniziale esposizione tematica, il suo sviluppo nel
secondo movimento e una ricapitolazione finale, in musica il significato e il valore del
terzo movimento differiscono sostanzialmente dalla sintesi logica del discorso perché
propongono conciliazioni armoniche insperate. E se anche la sonata di Haydn domina
per lungo tempo e rappresenta un’applicazione della dialettica alla musica è pur vero,
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)precisa il filosofo messicano, che già anticipa o prepara il terreno a quello che sarà il
genio di Beethoven – vera e propria fonte di ispirazione per la riflessione vasconceliana
– che condurrà la musica al compimento della propria missione.
La sinfonia in Beethoven, e in particolare la Settima, acquisisce elementi nuovi e
si fa carico, secondo Vasconcelos, della nozione di destino tragicamente inteso. Nella
sua struttura allegro/adagio/scherzo/allegro, infatti, riproporrebbe tutto il senso della
tragedia greca senza però sottomettersi all’inevitabile né imponendosi con vittorie
sacrificali, bensì sviluppando i suoi temi fino alla “gloria senza vittime” dell’allegro
finale.
Nell’analisi del pensatore messicano, all’apparente rivalsa sul destino iniziale
tematizzata dal primo movimento, che rappresenta la vittoria della volontà sulla
necessità e che sembra già alludere alla creazione di nuove entità estetiche, segue
l’adagio con il suo conflitto, il suo timore di essere stato vittima di un sogno, con la sua
malinconia, la sua intimità e umiltà nata dalla consapevolezza di aver intrapreso
un’avventura oltre l’umano; umiltà che lascia “lágrimas de sacrificio en las pupilas”
(Vasconcelos 1961: 35). Ma poi subentra lo scherzo, la grande rivoluzione dello scherzo
beethoveniano, movimento impietoso che imita l’esame di coscienza e che introduce
un tempo in cui tutto è permesso, un tempo anarchico “un mar, donde la facultad
crítica ejerce de vasto oleaje, que, con la multitud de las olas pequeñas, crea forma, se
ensancha, y al estallar en la costa, define una sinuosa, amplia y momentánea armonía”
(Vasconcelos 1961: 35). Infine, nell’allegro conclusivo riappare il tema iniziale, ma
luminoso, quieto eppure glorioso; “heroicas marchas finales […] de revivir universal”
(Vasconcelos 1961: 36). Sintesi finale che, se fosse affine alle conclusioni sillogistiche,
dovrebbe rappresentare il doloroso disastro della sottomissione a ciò che è
sconosciuto e l’annichilimento relativamente nobile, ma suicida, nell’idea assoluta
sulla scia di un costipato hegelismo. Al contrario, la sintesi sinfonica gli ricorda il
principio della filosofia Veda (tat twam ansi) “Eso eres tú” (Vasconcelos 1961: 37),
perché esalta l’individuale nell’universale e non astrae ma sublima ciò che è concreto
elevando i valori estetici al piano dell’eternità. Al suo posto il linguaggio, precisa
Vasconcelos, nel tentativo di pronunciare la parola definitiva, totale, resterebbe
confinato nei territori dell’ineffabile.
Purtroppo, lamenta il filosofo, la storia della letteratura è ferma alla musica prebeethoveniana, eccetto che in alcuni casi esemplari. L’imitazione della musica cui è
chiamato il pensiero filosofico, imitazione delle sue leggi di affinità e analogia, serve
esattamente a quest’obiettivo: l’elaborazione e l’approdo a un’Estetica fondamentale,
ovvero a un pensiero che non vuole essere né limitatamente empirico né
razionalmente formalista, né moralmente dogmatico, bensì “totalista; ebrio de mística
esencia infinita” (Vasconcelos 1961: 10 ).
Evidentemente, la tematizzazione della sinfonia come genere letterario, come
‘stile’, non si limita a un discorso sulla forma bensì, mostrando i luoghi del pensiero in
cui la modalità estetico-mistica si è già realizzata, intende tracciare il profilo di un
pensiero a venire che spieghi il proprio carattere redentore anche nella sua
realizzazione storica. In tal modo, la categoria del tragico, di stampo esplicitamente
nietzschiano, è risolta in un orizzonte escatologico di matrice cristiana.
Pagina 9
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Tre sono i principali esempi di sinfonia letteraria riportati da Vasconcelos: il
Bergson di Materia e memoria, il Nietzsche dello Zarathustra e l’Ibsen del Peer Gynt e, in
generale, tutte quelle opere che non obbediscono a precisi piani dialettici ma
rispondono a orientamenti di mera affinità estetica, opere in cui le “idee chiare e
distinte” cedono il passo a creazioni vigorose e i destini individuali si esprimono in
forme illimitate e totali in cui l’io estetico penetra nel senso “biotico” del mondo per
superarlo e approdare al divino.
In quello che potrebbe definirsi una sorta di pitagorismo dionisiaco sembra
essere di fondamentale importanza il concetto di “contagio rítmico”, analogo della
‘simpatia’, che consentirebbe e coordinerebbe il risveglio delle coscienze, realizzando
la sinfonia come confluenza e consonanza della pluralità ritmica della realtà nell’universo estetico.
La sinfonia, dunque, è quel genere con cui si annuncia un rovesciamento nello
spirito moderno che va dalla vista all’udito, dal filosofo al musicista come protagonista
dell’Occidente su cui insisterà Zambrano e che, nella prospettiva di Vasconcelos,
porterebbe a compimento l’antica intuizione pitagorica come liberazione della forma
nell’armonia, “representación simultánea y concorde de todas las coexistencias”
(Vasconcelos 1961: 37), sintesi prodigiosa e “gnóstica”:
Filósofos de la media noche, pocos amigos del sol, han fracasado los modernos al
hacer escultura, pero en cambio ¡ninguna edad sospechó sus creaciones de
músicos! Sería oportuno y sumamente importante estudiar las causas y las
ventajas de este moderno misticismo auditivo, de esta filosofía de músicos, que se
inicia en Maine de Biran, Schopenhauer, Nietzsche e Ibsen, y coincide con el
desarrollo de la música propiamente dicha. Donde los místicos antiguos veían con
los ojos del espíritu, pero al fin con percepciones de movimientos y líneas, los
modernos adivinan por el oído, y expresan el derrame de lo interno con los
rumores de la música libre. (Vasconcelos 1961: 29)
Il genere sinfonico, contrario alla parzialità e alla dispersione di altri generi e in
cui si realizzerebbe il seme della grande intuizione pitagorica, è la forma di una nuova
metafisica estetica intrisa di misticismo dove la componente fonetica del linguaggio, la
sua corposità estetica, vorrebbe esprimersi direttamente, immediatamente e
simbolicamente, secondo le modalità della poesia e le intenzioni della mistica.
Tuttavia, Vasconcelos non riuscirà a superare i limiti di quei generi che tanto
concitatamente critica, e il luogo letterario in cui le sue posizioni troveranno una più
felice realizzazione è la sua monumentale autobiografia Memorias.
Zambrano, dal canto suo, riscatta forme espressive quali l’aforisma, la poesia,
l’autobiografia, il delirio, che diviene espressione di un vero e proprio metodo ma,
ancor più, la confessione.
La confessione come genere letterario, testo del 1943 che nasce da vari articoli tra
cui “La violenza europea” del ’41 e “La speranza europea” del ’42, riflette sulla
confessione come forma di sapere alternativa al razionalismo e, addirittura, come
genere destinato, a partire da Sant’Agostino, a riparare lo scacco cui sembra votata la
filosofia. In virtù di un rapporto specifico con il tempo, la confessione sana la scissione
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Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)tra ragione e vita perché, in quell’unità di tempo in cui si realizza denunciando il
conflitto tra verità e vita, consente una vera e propria conversione che neutralizza la
dispersione e la frammentarietà tanto dell’esistenza quanto del dispositivo narrativo,
riabilitando l’unità della vita nella pratica filosofica. Il confessore, o lettore, è tenuto in
modo altrettanto profondo a partecipare a quest’unità di senso ripercorrendone il
cammino in prima persona e realizzando in quella ripetizione differenziale la virtù
propria di questo genere. Ma Zambrano si spinge ancora più in là, arrivando a indicare
la confessione come il metodo della filosofia occidentale che, come Giobbe che
confessa la propria desolazione a Dio, in pieno razionalismo insinua il dubbio
cartesiano nel tentativo di far posto a quelle realtà che, altrimenti, rischierebbero di
asfissiare sotto il peso di una ragione totalizzante e categorizzante che assoggetta il
tempo alla spazialità del concetto, le contraddizioni della vita alle antinomie della
ragione.
Così, a partire da Sant’Agostino, convinto del cammino interiore come modalità
di accesso alla verità, la confessione riappare sotto forme diverse in periodi cruciali del
pensiero, anzi ne decide i passaggi tracciando in parallelo alla storia della filosofia
quella illegittima del cuore. Nella prospettiva di Zambrano, anche il dubbio metodico
di Descartes potrebbe avere qualcosa della confessione se non fosse per le intenzioni
diametralmente opposte del filosofo francese che invece di partire dalla solitudine vi
approda trionfante come sua geniale scoperta. Descartes, sostiene, “ha operato una
dissociazione, ha trovato il punto d’innesto della ragione nella vita, e da essa l'ha
liberata. La ragione camminerà più in fretta che mai per questa sua libertà, anche se
libero non è l'uomo ma solo la sua conoscenza” (Zambrano 1997: 81). Da qui la marcia
dell’idealismo, la coincidenza tra storia e confessione, con tutto quel bagaglio
inconfessabile che è la segreta aspirazione dei romantici all’estasi mistica come
liberazione dalla storia. Ma prima ancora, e come presupposto, la scoperta che anche il
cuore ha una sua storia, un suo “a priori”, scoperta di un Rousseau che rintraccia il
cuore naturale e originario dell’uomo, di quel Rousseau che ritorna al giardino
proibito, che riconquista il Paradiso e che, anzitutto, “entra nel proprio cuore e in esso
si perde, come in un giardino” (Zambrano 1997: 86); perciò la sua è una vera e propria
confessione. Cuore naturale che, secondo la ricostruzione della pensatrice spagnola, è
punto di partenza della vita immaginaria da cui nasceranno l’estasi letteraria e i
“paradisi artificiali”. E da questi, come in un’istantanea della riflessione zambraniana, ci
sembra di poterlo vedere quel cuore, così alieno, passeggiare e raccontarsi nel celebre
cane di Bulgakov. Infine il Surrealismo, che bandisce il confine tra sogno e realtà
nell’esaltazione di scenari contraddittori viziati, purtroppo, dalla psicanalisi dell’epoca.
I generi letterari, afferma Zambrano, prolificano quando si verifica un
allontanamento tra filosofia e vita, quando quella se ne allontana o vi si confonde. Ad
ogni modo, la confessione svolge una funzione riparatrice, e parla per l’uomo da
quando l’uomo con l’esercizio filosofico ha rinunciato al lamento verso la divinità, da
quando dopo aver scoperto l’interiorità è voluto uscirne affinché non diventasse luogo
tragico o “abisso allucinatorio”. Anzi, il Paradiso perduto, la conversione che rende
possibile la sua riscoperta, è la vera promessa della confessione. In essa, l’uomo si dà
perché lo si veda interamente, desolato, senza pelle, e perché in quel suo tempo così
Pagina 11
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)reale possa ritrovarsi mentre conta il tempo, mentre passa al setaccio i suoi molti nomi,
li ripercorre e riconosce tutti quanti in uno solo, quel Chi – inteso come soggetto
chiamato a rispondere dell’imperativo delfico del gnōthi sautón (conosci te stesso) –
che è tessuto connettivo che resiste, anzi che si ricostruisce a un passo dalla tragedia.
La confessione, allora, parla per l’uomo, dell’uomo e all’uomo; ma di cosa
esattamente? Secondo la filosofa, il suo tema fondamentale è quella stessa
separazione tra ragione e vita. Se la condizione umana è contrassegnata da questo
scheleriano dare le spalle alla realtà perché sprovvisti di un proprio posto nel mondo,
da questo naturale scollamento della vita immortalato nella vicenda biblica della
cacciata dal Paradiso, allora è inevitabile che il movimento intimo e speranzoso
dell’uomo segua una direzione contraria e volta alla ricostruzione dell’unità, di
quell’essere che nella confessione non è l’essere identico della filosofia, bensì un essere
analogico. Ed esattamente in questo carattere analogico risiede tutta la capacità ed
efficacia della confessione come metodo poietico-mimetico di conversione dell’autore
nel lettore e viceversa. Vasconcelos, nel saggio sulla sinfonia, descriveva come
“contagio ritmico” quel processo analogico e armonico che la nuova forma letteraria
dovrebbe essere capace di realizzare. In tal senso non sorprende che l’analogia, su cui
insiste lungo tutto l’arco della sua produzione, sia un’invenzione pitagorica.
La confessione è per essenza a due termini perché implica l’ascoltatore sin dal
principio e senza di esso non si realizza; in tal senso, per Zambrano, è azione massima
della parola. Chi si confessa esce da sé per dire una verità che deve necessariamente
essere condivisa perché sia tale, pena la ritorsione ossessiva e maniacale dell’uomo
dostoevskiano del “sottosuolo”, dell’uomo senza spazio interiore, che vaga e –
possiamo immaginare – si incammina con in mano le proprie viscere prefigurandosi il
ritorno, ma senza sapere come districarle né come riavvolgerle perché lo riconducano
all’uscita. “Sono le vittime, allucinate e in costante delirio, perseguitate dai rimorsi di
delitti che non hanno commesso né potrebbero commettere; dominate dalla vertigine
della loro infinitudine, ebbre della possibilità” (Zambrano 1997: 103).
Ciò che non trova il modo di tradursi in ragioni guadagna in realtà, suggerisce
Zambrano; ciò che non si espone, che non esce per cercarsi come soggetto, per
verificarsi nel tempo salvifico della confessione, resta intrappolato nelle maglie della
tragedia.
L’unità temporale che la confessione rende possibile, allude costantemente, e
anzi trattiene come sua nervatura, la trama di quei luoghi senza tempo, proiezioni di
un apolide essere umano, su cui il pensiero torna instancabilmente: il paradiso perduto
e le utopie.
La storia del pensiero è costellata di confessioni e silenzi di cui si indovina ciò che
è inconfessabile e lo si assume così per come è, come ciò che non si può dire; la storia
come confessione è anche storia dell’inconfessabile, dell’ineffabile, anzi è proprio per
questo che riesce nel suo intento, in quell’“unità da poeta” cui anela la proposta
filosofica di Zambrano. Solo così la confessione si compie come racconto al negativo,
racconto del proprio fallimento; “è la mancanza, l’assenza, la (sua) prima rivelazione”
(Zambrano 1997: 90).
Pagina 12
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Nella sottile analisi di Zambrano, il tema della confessione si articola in modo
complesso con quello dell’“evidenza” e della “rivelazione”, mostrando la storia del
pensiero come trama chiaroscurale, trasformazione nell’intensità e nella direzione
della luce, sebbene l’intenzione sia sempre la stessa: l’esposizione ad essa. Tuttavia,
mentre la rivelazione nei mistici – che pure assume diverse forme, dal misticismo
nullista di Miguel de Molinos a quello luminoso di San Juan de la Cruz, alla mistica
della ragione di Spinoza – e l’evidenza in certa filosofia, corrono il rischio di non
rispondere del soggetto, la taumaturgica confessione si cura esattamente
dell’interiorità umana, del suo uscire alla luce e di quel suo tempo ritrovato. In questo
senso Proust e Joyce, nella ricostruzione zambraniana, costituiscono un esempio di
passaggio dal genere del romanzo al genere della confessione.
Il soggetto, l’individuo, è sempre sul punto di perdersi, per questo la confessione
è cura per la cultura occidentale, cultura che ha fatto del futuro il suo proprio tempo.
Perché diversamente dal romanzo, diversamente dall’arte, – “mela incantata”, “magia
del tempo inventato” e “lusso che Dio, nella sua misericordia, lasciò al genere umano
dopo averlo condannato alla fatica e al dolore” (Zambrano 1997: 43) – non crea un
tempo virtuale ma si realizza in un tempo concreto, personalissimo e necessariamente
relazionale.
Se il tema della confessione come metodo insiste principalmente sulle avventure
della luce, è pur vero che il soggetto, in questo offrirsi interamente alla vista, si serve
della “parola a viva voce”, di quell’intonazione specifica con cui solo può e-vocare e rievocare, chiamare e rispondere; in ciò vicinissima alla poesia. Ma, come si è visto,
anche alla storia e al romanzo, se non fosse per le differenze nelle esigenze dell’autore,
nel soggetto e nel tempo, se non fosse per quella premura, per quell’urgenza di un
volto autentico, proprio, puntuale, in cui il romanzo e la storia non si imbattono se di
rado.
La confessione, allora, se è confessione stessa del pensiero, deve
necessariamente mostrare quel logos viscerale, sotterraneo, che la ragione occidentale
ha tacciato d’eterodossia. La confessione nella storia è necessaria, è voce che libera
prima che nasca il grido. Si vede costretta, infatti, la ragione, a confessare quel
pitagorismo come musicalità del pensiero di cui ha preferito non sapere per non dover
morire, o per non vedersi obbligata a vivere entrando nella dinamica morteresurrezione – o disnascita-conversione secondo la formula zambraniana – che è
accettazione del tempo, esperienza irriducibile alla filosofia perché resiste alla sua
pretesa di universalizzazione. Non a caso, “la confessione greca sarebbe stata la storia
del filosofo trascinato fuori dalla Caverna; però non lo fece o la confessione s’è
perduta” (Zambrano 1997: 41).
Malgrado in questo testo Zambrano non faccia riferimento a quella “senda
órfico-pitagórica” cui s’ispira, è possibile legare il discorso sulla confessione a opere
come Delirio e destino o L’uomo e il divino, in cui il tema del pitagorismo come viscere
del pensiero si mostra chiaramente. Pitagorismo in cui convivono una soggettività
concretissima, assieme all’intimità e familiarità con l’universo e che, forse non
casualmente, imponeva tra i suoi precetti fondamentali proprio l’exomologēsis, la
confessione come “esame di coscienza”. Precetto che ci riporta allo scherzo
Pagina 13
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)beethoveniano in cui, suggerisce Vasconcelos, proprio la somiglianza con la dinamica
intima dell’esame di coscienza, del dubbio (il dubbio metodico come confessione?),
consente il crollo dei falsi ideali, dei propositi sovrumani espressi nell’allegro iniziale.
Il metodo della confessione, allora, attraverso cui si dà voce all’alterità tanto sul
piano personale quanto nella storia del pensiero, è evidentemente un procedimento
analogico in cui si palesa una volta di più l’eredità pitagorica.
In conclusione, tanto la Sinfonia quanto la confessione si propongono come
forme letterarie indissolubilmente legate alla storia della filosofia, come possibilità di
una sua palingenesi nella riconciliazione tra Sapienza e Filosofia, Sophia e Logos.
D’altronde, “se la mancanza d’intimità riguardasse unicamente la realtà delle cose,
forse basterebbe la Filosofia” (Zambrano 1997: 108). Ed entrambi i generi, nel
perseguire questo obiettivo, insistono sulla riabilitazione di quell’unità temporale
capace sia di risolvere la dispersione e la frammentarietà della vita sia di invalidare
l’unità fittizia della Ragione. Non unità logica, precisa Vasconcelos, ma di destino e
sintesi nell’Infinito. Tuttavia, mentre la sinfonia è definita come arte, traduzione e
sublimazione dell’espressione personale nel linguaggio dell’universo, compimento del
pensiero estetico, la confessione ne è esplicitamente distinta perché non vive in un
tempo altro, non riproduce la creazione divina e non crea eternità. Pertanto, la loro
intenzione è opposta.
È possibile riscontrare una vicinanza profonda, invece, nel legame che tanto la
sinfonia quanto la confessione istituiscono con la tragedia. Ambedue, non solo
descrivono una specifica e, per certi versi, analoga andatura del pensiero bensì,
insistendo sulla necessità di un pieno riscatto della soggettività – autentica nella
misura in cui sottratta al giogo della maschera, ovvero dell’identità costruita del
personaggio – realizzano un’operazione di ripensamento e conversione della stessa
categoria di tragico, in cui la fatalità si riscatta in finalità. È in questo senso che
Vasconcelos parla di compimento, nel finale della sinfonia, di una “gloria sin víctimas”
(Vasconcelos 1961: 36), tragedia moderna d’ispirazione “ibseniana” in cui,
scongiurando l’esito della tragedia antica dominata dal potere trascendentale e
sovrumano del destino, si diramano “formas oscuras de deber y de extraño ideal de
acción, de vencedora voluntad individual” (Vasconcelos 1961: 27). Se nella tragedia
antica ragione e sentimento non hanno alcuna possibilità d’intervento nella trama
inevitabile degli eventi, nella tragedia moderna, nella storia come sinfonia
(Vasconcelos 1958: 1081), la comprensione mistica, estetica, indovina un ordine e in
esso trova possibilità di realizzazione. In modo similare, la confessione consente alla
ragione di abbandonare gli “abissi allucinatori” della colpa scongiurando quel
compimento della storia in tragedia, “azione violenta, distruttrice” e rivoluzionaria,
ristabilendo l’“azione come vocazione” e il soggetto come autore/attore del proprio
destino.
La storia stessa è chiamata a compiersi come sinfonia, ovvero è chiamata a
confessarsi come “mondo senza soggetto” per potersi riconciliare con quelle alterità
radicali, viscerali, con quei logoi sommersi, iniziatici e indefinibili.
Pagina 14
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Sinfonia e confessione sono animate da una stessa finalità, quella “storia etica” su
cui tanto Vasconcelos quanto Zambrano insistono e che si staglia come orizzonte di
possibilità di uno stesso infaticabile e autentico autore.
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Lorena Grigoletto è attualmente dottoranda in Scienze filosofiche presso l'Università
degli Studi di Napoli “Federico II” e presso l'Università di Siviglia con il progetto di
ricerca Ragione poetica e monismo estetico. Il pitagorismo in María Zambrano e José
Vasconcelos. È autrice di diversi articoli e saggi in ambito filosofico, letterario e nel
campo degli Studi di Genere, tra cui: “Dalla colazione alla follia”. La poesia sostantiva e le
belle risvegliate di Adília Lopes, (con Marianna Scaramucci) in “Escritoras y escrituras”
(2015); ¿Cuál origen? Poiesis y èthos en Giambattista Vico y María Zambrano, in Magister
et discipuli: filosofía, historia, política y cultura (2016); Ritmo e melodia. María Zambrano
verso un pensiero della natività, in “Rocinante” n. 9/2015-2016.
lorena.grigoletto@libero.it