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View in PDF(opens in a new window)TRACCE DI PITAGOREISMO
GUARDULA M,
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NELLE ISCRIZIONI OSTIENSI
dii
MARGHERITA GUARDUCCI
SOCIO EFFETTIVO
CAL
Un’acuta indagine stilistica ha condotto Giovanni Becatti a riconoscere in un busto del Museo ostiense l'imagine di Pitagora. Si tratta di
una ipotesi, ma di una ipotesi molto suggestiva per noi che per naturale
tendenza vogliamo, appena sia possibile, rivestire di forme corporee il
ricordo dei grandi spiriti dell'antichità. E Pitagora fu tra essi uno dei più
grandi.
Senza entrare nel vivo del problema trattato dal Becatti, mi sono proposta — per suo invito e con il cortese consenso del Soprintendente di
Ostia Prof. Pietro Romanelli — di vedere se fra le iscrizioni ostiensi qualcuna ve ne sia che ci offra tracce di pitagoreismo; e la mia ricerca nun è stata
del tutto vana. Tre, se non erro, sono — almeno finora — le iscrizioni di
Ostia che possono essere prese in considerazione sotto questo aspetto,
e tutte e tre greche. Ciò non fa naturalmente alcuna meraviglia, perchè
è ovvio che i concetti e le pratiche della dottrina pitagorica, o — per dir
meglio — neopitagorica, abbiano avuto presa specialmente sulle comunità greche, sia di Ostia sia di altri luoghi. Bisogna poi osservare che queste tre iscrizioni ostiensi appartengono all'epoca imperiale abbastanza
avanzata (a quanto sembra, al sec. 11 d. Cr.), cioè ad una età non troppo
vicina ai tempi cesariani, cui il Becatti ascrive il busto del presunto Pitagora. Nel sec. 1 d. Cr., in un'epoca in cui dall'Oriente e dall’Occidente
le più svariate dottrine e religioni ebbero facile ingresso e poi stabile
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M. Gu me Tracce
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di pitayoreismo nelle iscrizi
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oni Ostiens
1
i ; cf. Carmina
M. Guarpucci, Tracce di pitagoreismo
nelle iscrizi.
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AXIII-XXIV 1947-1949 209-215. | Trois
épigrammes sépulerales, dont Pune
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dimora in Italia, non stupisce davvero il trovare a Ostia, nel porto di
Roma così largamente aperto a tutti i commerci di cose e di idee,
comunità di greci imbevute di concetti pitagorici. Non ci stupiremmo
neanche se tali concetti trovassimo presso comunità prettamente romane,
perchè è risaputo che l’alto pensiero di Pitagora, accolto ed elaborato
da Platone e dai suoi seguaci, e poi via via raffinato ed arricchito da
spiriti più o meno eletti nei secoli successivi, era divenuto nell'età imperiale una filosofia che mirabilmente si prestava a confortare i mortali
delle fatiche e delle angosce dell’esistenza terrena, facendo loro intrave1 Boll. d'Arte, XXXIV, 1949, 97 ss.
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View in PDF(opens in a new window)RENDICONT! DELLA PONT. ACCAD. ROM. D'ARCH. — VOL. XXIII-XXIV
M. GUARDUCCI — TRACCE DI PITAGOREISMO NELLE ISCRIZIONI OSTIENSI
dere oltre il mistero del trapasso un'altra vita veramente felice, degno
sec. 11 0 111 d. Cr. trovata a Roma ed oggi conservata nel Museo Vaticano:
l’epigrafe sepolcrale del medico Asclepiade, notoriamente imbevuta di
premio per chi avesse puramente ed utilmente vissuto la dura esistenza
umana.? Era il linguaggio adatto per chi volesse dare l'estremo saluto
ai defunti ed insieme consolare i superstiti. Difatti lo troviamo a Ostia,
come di solito altrove, in epigrammi sepolcrali.
concetti pitagorici e platonici.? Di questo medico e filosofo
si
dice
211
ai
vv. 8 s. che « non era mortale, ma per necessità del dio regnante nelle altezze (cioè di Zeus) incatenato a una tomba marina compi
i) viaggio »
(oöö’ doa Ovnrès Ep, ón avdyxns 6’ "Yyınköovro; tipBw elvaiéw xexednuévos vuaev oluov). * Con ragione è stato riconosciuto che Asclepiade
Coperchio di un grande sarcofago marmoreo probabilmente destinato a due
persone (i due coniugi), ornato ai lati di due bellissime maschere alate di profilo. La parte conservata è rotta in 10 frammenti, che si raggruppano verso
l'estremità destra e quella sinistra (parte di sinistra larga m. 0,49, insieme con
la maschera; parte di destra larga m. 0,77 con la maschera). In mezzo è una
grande lacuna, nella quale buona parte dell'iscrizione è perita. L’epigramma
era disposto in due colonne, di cui si conserva la parte sinistra della prima e la
destra della seconda; in basso l'iscrizione è mutila, sia pure forse di poco (altezza
massima m, 0,28). Lettere alte m. 0,02.
Vaglieri, Not. Scavi 1910, 15, n. 1; Vogliano, Afti Acc
Nap
fi N. S.
(1910), 354 ss., n. 17,
non mori per naufragio, come altri aveva pensato, ma semplicemente
compi il cammino della vita. Infatti questa nostra vita terrena sarebbe,
secondo un’imagine pitagorica abbastanza nota, come un grande oceano
in cui la materia (647) continuamente si agita; * e siccome per gli stessi
Pitagorici il corpo non è se non la tomba dell'anima, il poeta dell'epigramma verrebbe a dire che Asclepiade, immortale per sua natura, compi
legato al corpo mortale il cammino della vita.
Non altrimenti nell'epigramma ostiense avrà pensato il poeta parlando
della via « marina» percorsa dalla defunta Ermione. 1] concetto doveva
essere chiarito dalla fine del verso e dal successivo pentametro, che purtroppo è andato completamente perduto nella rottura della pietra.
Forse un concetto pitagorico era anche nel primo distico della seconda
colonna, il quale forse seguiva immediatamente al pentametro perduto:
e
+
— uu — oro ¿uoio: Otwdeotr Gyea marta
— UU — cletns obs morte yowri Vero.
om
3
-
4
La restituzione oro'Auoicı, che qui propongo, mi pare l’unica possibile, $ ed è anche evidente che al sostantivo oro4unf si riferisce il pronome ots del verso successivo. L’espressione áyea marta alla fine di un
esametro si ritrova nell'Odissea (à 794), là dove si parla del sonno di PeQuesta iscrizione ha per noi un particolare valore, in quanto fu trovata
nelope: etde d dvaxdirdeioa, Asder dé of äyea marta). Qui però gli áyea
nella medesima tomba che ci restituì il busto del presunto Pitagora. L'episono forse altra cosa dalle giunture del corpo che nel sonno si distendono
gramma, troppo mutilo perchè se ne possa tentare un supplemento come si sciolgono. Infatti tenendo presente il concetto espresso nell’epigramma
pleto, si riferisce a una certa Ermione e
— come sembra — a suo marito,
e pare intessuto di frasi abbastanza comuni nel linguaggio sepolcrale dell'epoca. Quello che ci può interessare è la 1. 9, cioè il principio dell’esametro del quinto distico:
oluor Seivadiny — —
2 Inscriptiones Grecae, XIV 1424 (= KalbEL, Epigr. Grueca, 594); cfr. BovANCÉ,
Le culte des Muses chez les philosophes grecs (Paris 1937), 284 ss.; PuecH, in Mélang s
Boisacg 11 (Bruxelles 1938), 199 ss.; CumonT, Recherches sur le svmbolisme funéraire des
Romains (Paris 1942), 278.
3 ewalew, chiarissimo nella pietra, sta evidentemente per revus. — Henri Grégoire (pr. Puecni, op. cit., 200 n° 2) crede di dover correggere lo of suon: della 1, 1 in
Che cos'è questo sentiero o viaggio marino? Nulla di quanto precede
oísteo és; ma adoos nel senso di zapd si può benissimo sostenere in quest'epoca (vedi,
ci fa pensare al mare, sul quale la defunta abbia veramente navigato. La
p. es., l'epigramma di Aquileia, KaIBEL, op. cit., 609, 1. 2 jefr. l'ultimo studio in prospiegazione invece ci è data, se non erro, da un’altra iscrizione greca del
posito di C. Corgato, in Dioniso X 1947, n.3) e l'epigramma in onore di Regilla moglie di Erode Attico, Inscr. Gr. XIV 1389 A 49).
1 Sull'incremento e la diffusione della dottrina pitagorica dal sec. v all'età imperiale romana ha scritto recentemente il Nock (Amer. Journ. Arch., L, 1046, 152 ss.).
4 Cfr. Cumont, op. cit., 66 n° 1, e le citazioni ivi raccolte.
5 Cfr. Evriptor, Andr., 148: oroipiiv te goto: tive momihior sénzor., a cui sf
riferisce evidentemente la glossa di Esichio arospör zomtóz. arodiapor CÓNaTtoz.
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di Asclepiade e in altri luoghi più o meno ispirati all'idea pitagorica, che
l’anima è legata e impedita dal corpo, si potrebbe pensare che qui si alludesse alla liberazione dell'anima dai legami corporei, liberazione che avviene appunto nell’atto della morte. Siccome poi si accenna in questo
distico alle vesti odorose che coprivano il corpo della defunta, si potrebbe
imaginare che il poeta avesse voluto paragonare il corpo che riveste
l’anima e la impedisce nella libertà dei suoi movimenti ai vestiti che ricoprono le membra; così che, nella morte, il corpo cadrebbe dall'anima
come una veste può cadere dal corpo.
col dolce suono della lira nella sede dei beati (?) 5 o sull’Olimpo, dopo che
la lira l'aveva nutrita durante la vita di quaggiù. È chiara l’allusione all'eterna musica delle sfere celesti, la quale — secondo un concetto pitagorico assai diffuso — delizia coloro che dopo la morte abbiano avuto la
ventura di salire alle alte zone dei cieli.
A udire questa divina melodia,
simboleggiata di preferenza dalla lira a sette corde, giungono più facilmente coloro che durante la vita terrena abbiano coltivato le arti delle
Muse e soprattutto — s'intende — la musica vera e propria. * Secondo
i Pitagorici l'altissimo ideale della cogia, che apre appunto la via ai godimenti ultraterreni, è conseguibile oltre che con la purezza dei costumi
anche con gli studi e con le arti: non per niente a Crotone e a Metaponto
Lastra marmorea rotta in molti frammenti e in alcune parti mancante, mutila a sinistra e forse superiormente, dove però l'iscrizione è integra. Larghezza
della parte conservata m. 1.37, altezza m. 0.44. Lettere alte m. 0.02-0,03 (49 0.06).
il culto di Pitagora era collegato con quello di Apollo e delle Muse. 10 I]
concetto dell’importanza che le arti delle Muse possono avere per la vita
ultraterrena fu accolto naturalmente da Platone e dai suoi seguaci, i quali
facilmente giunsero a considerare le Muse con e nutrici dell'anima umana
e la sapienza come il vero nutrimento che a questa si addice per la vita
presente e per quella futura. !!
Tale idea sembra chiarissima nell'epigramma ostiense. Meno chiaro
è invece l’accenno al luogo dove la defunta si troverebbe dopo la morte.
I} poeta stesso sembra incerto su questo punto, e ondeggia fra l’imagine
delle isole dei beati — luogo di delizie oltre l'immenso Oceano — e quella
dell'Olimpo, montagna divina illuminata dalla più pura luce dei cieli. Anche le Moire nominate al principio accrescono le confusione. Ma in complesso non si può negare che il poeta di questo epigramma fosse nutrito
di idee pitagoriche e platoniche.
Fig. 2 — Seconda iscrizione
III
La parte interessante per noi comincia dal v. 3, ossia dal terzo distico:
— Ud — VU u Moïpu xatéyovaw
edxéAa[ôo}" xOdens yijovr Guerpapiévnv
5 — UU — 00 — Uv Jwr os % roo; "OAfv)uror,
% ue Piint[a{a]v Opéparo povoondào».
Nell'ultimo verso ho supplito il nome della defunta tenendo presente
il maschile DiAnraîos che compare in una iscrizione ellenistica di Pagase, ® e non saprei quale altro si potrebbe escogitare. ? Un supplemento
delle altre lacune mi pare non si possa ragionevolmente tentare; ma il
senso complessivo sembra certo. Il poeta vuol dire che le Moire tengono
ora la defunta Filetea, la quale ha scambiato (s'intende la vita terrena)
Tre frammenti combacianti di una lastra di marmo bianco, trovati nel Luglio del 1940 durante lo scavo eseguito nella zona della caupona del Pavone.
La larghezza complessiva dei frammenti riuniti è di m. 0.43, l'altezza di m. 0.23;
io spessore della lastra misura m. 0.033. Nel frammento di sinistra si vede un
tratto del margine primitivo; poco manca a destra, poco forse anche superiormente, mentre è difficile calcolare quanto manchi alla parte inferiore. Lettere
con tracce di rubricazione, alte 0.013; fra le quali è notevole il = con la sua
forma arcaistica che venne di moda, come pare, all’epoca adrianea.
® Alla 1. 4 si deve probabilmente supplire paxag]or,
9 Cfr.
MARROU,
Movawmos
ario
(Grenoble
1937), 231
261 s., 295.
$ Arvanitopullos, Auraz., 191.
? Il Vaglieri propose il supplemento, a dir vero poco chiaro, «tàyt[res; ehrboryurn,
1" Cfr. BovAncE, op. cit., 233 s.
12 Cfr. id., op. cit., 278 ss., e citazioni ivi riportate.
CUMONT, op. cit.
Page 4
View in PDF(opens in a new window)RENDICONTI DELLA PONT. ACCAD. ROM. D'ARCH. — VOL. XXIHI-XXIV
L’iscrizione è inedita; ragione per cui ritengo opportuno trascriverla
tutta.
M. GUARDUCCI — TRACCE DI PITAGOREISMO NELLE ISCRIZIONI OSTIENSI
215
dore di lui. Forse ga[drrar]og ? Cfr. Omero, Od. V 92 s.: edt’ dorno bneofoze
gadrtatos, 6; te padota | Fogetar dyyéddwy pdos Hod; joryeveing, ete. Alla
fine del verso il supplemento x[xA@ mi sembra l'unico possibile.
12, Invece di Y potrebbe anche leggersi X, invece di A anche 4.
È veramente deplorevole che di questo epigramma una buona parte
sia andata perduta. Dalle li. 1-6 si raccoglie ben poco. Con certezza si può
affermare soltanto che il defunto, di nome “Af[o — e di notevole bellezza,
era dopo la morte considerato un eroe. È incerto invece che cosa siano i
recessi ospitali (?) della I. 2: forse il luogo che accoglie il defunto dopo la
la morte? E non più chiaro è l’accenno delle Il. 5 s. a un passaggio dall'Oriente all'Occidente (Oceano, parola éoxeo— —). Dalle Il. 7 s. sembra
invece risultare, se anche la frase non è conservata interamente, che il
defunto è stato rapito dalla Moira funesta alla dolce vita quando appena
la prima lanugine gli copriva il mento. !? «Ma egli » seguita l'epigramma
«lasciò gli uomini, e la malvagità degli uomini, avendo in cambio ottenuto un luogo celeste; e in qualche punto del cielo stellato, splendido fra
flowog tagl—
5
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pugoîow edEe[—
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— — — — — — —
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— —
— —
Gyo Er? *Quealvo
—
— — — — — — —
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— — —}; éoxeo[— —
äo(r)ı dé of mowbriora xaracxiport: yéveto[v
alävos (y)Auxegijs Moig’ 6401) pOdv(n)ow vac.
GAA(a) pév ávdodbrrovs te xai dvOodawy xaxd10
gta - xdddinev obodvıor yoo Aueipduer[os'
gli altri... ». 19
Non è difficile accorgersi che siamo qui in piena dottrina pitagorica:
da una parte l'amara constatazione della malvagità umana, dall'altra il
pensiero confortante dell’ascesa verso il cielo e del ritorno di ogni anima
purificata al mondo eccelso degli astri. Infatti, secondo un concetto orientale che il pitagoreismo fece suo e quindi trasmise a Platone ed ai platonici, l’anima umana partecipe del divino fuoco celeste risalirebbe dopo
la morte verso il cielo stellato e la sua stella, anzi tonerebbe ad essere
questa medesima stella. 4 Così nell'epigramma ostiense il defunto ci appare come-una stella che nel cielo degli astri brilli di eccezionale splendore.
x,ai nov Ev doteoderti paf.....Jos Etoza x[úx2w
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i n]: gagov + Aa
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2, Forse edéel[voic.
3, AB[— — sembra essere l'inizio del nome del defunto: probabilmente
‘ABle— — tanto più che lo A deve essere, per ragioni metriche, lungo.
4, 1 supplemento uey[¿0: sembra adatto al senso e al metro.
6, "Quea[vóv oppure *Quea'voò seguito da un accusativo.
7, agyi & un evidente errore per apri.
8, Altri errori sono il
K per I’, lo E per H.
9, O invece di A.
10, La fine dell'esametro (ryra), non entrando nella linea precedente, fu
incisa all'inizio di questa; ma il lapicida la separò con un punto dal pentametro
seguente.
11, La lacuna deve essere evidentemente supplita con un aggettivo pertinente al defunto e, per essere collegato col verbo paiveer,
12 Così infatti mi sembra debba essere intesa l’espressione mguitiatu xaraaxeipew yéveior.
indicante lo spleni
13 11 supplemento x[JxZw mi sembra l’unico possibile: xx4os è chiamata la volta
del cielo da Erodoto (i 131) e da altri.
14 Cfr. ARISTOFANE, Pax, 832 s.; oùx ir do’ odd’ & Aéyovai, xarà rèr déoa | ©s
dortoes yıyvöued‘ Star vis drobdvn; e Platone, Tim., 42 B: — — adh Fi; thy rob
Evrréuov xogevdeis olxnow äorgov — —- Vedi anche CUMONT, op. cit., 32, 116 n° 4.