Show full text11 pages
Page 1
View in PDF(opens in a new window)25-06-10 21:13
logout:
Search Request: Keyword(s) (Words in any order) = pythagoras
Search Results: Displaying 25 of 46 entries
Source: RILA
Document Type: Article
Title: Convegno Palladiano : precisazioni dovute
Variant Titles: The conference on Palladio: clarifications due
Main Author: Gioseffi, Decio
Other Author(s): Selva, Giovanni Antonio
Journal Title: Bollettino del Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio XXH/2 (1980) 193-
204
Description: 12 p.
Abstract: Rejects the relevance of Pythagorean harmonic relations to architectural proportion, since
numbers and scales have no visual existence as “signs”. Reaffirms Palladio’s importance in
his lifetime, commenting on the completion of his buildings after his death. With regard to the
development of the volute of the lonic capital, stresses the significance for Palladio and
Vignola of the text of Porta-Salviati (Venice, 1552) reprinted and discussed by G.A. Selva, in
relation to the descriptions of Vitruvius. Finally, notes 20th c. interpretations of Vitruvius’s
writings on catapults and ballistics. (RILA, ITA)
General Notes: Refers to: | disegni dei Quattro Libri come modelli: modellistica architettonica e teoria di
modelli. Atti del convegno internazionale su "Palladio e il Palladianesimo”, in Bollettino del
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio XX11/1 (1980) 47-64. Refers to:
Selva, Giovanni Antonio, Sulla voluta jonica. Padova, 1814.
RILA v.14 no.2354 (1988)
Subject(s): Architecture
Art theory
Decorative arts
Renaissance, baroque and rococo art --Artists and architects
Classification: Renaissance, baroque and rococe art --Artists and architects
Keyword Strings: Selva, Giovanni Antonio, Italian architect, 1753-1819 -- Writings -- On Porta, G.
Porta, Giuseppe (Giuseppe Salviati), Italian painter, ca.1520-1575 -- Writings -- Source for
Palladio, A.
Palladio, Andrea (Andrea di Pietro), Italian architect, theorist, 1508-1580
Capitals, Italian -- lonic order -- 16th c.
Vignola (Giacomo Barozzi), Italian architect, 1507-1573 -- Influence of Porta, G.
http: / /library.getty.edu:7101/cgi-bin/Pwebrecon.cgi?v1=25&ti...0d&RC=0&PID=4yyKCg 9H 7jau9GO9ewxelgN3&SEQ=20100625120159&SID=1
Pagina 1 van 2
Page 2
View in PDF(opens in a new window)DECIO GIOSEFFI
CONVEGNO PALLADIANO: PRECISAZIONI DOVUTE
PREMESSA
Il testo da me presentato in data 30 agosto 1980 e solo per brevità sunteggiato in taluni punti in fase di lettura era, salvo qualche ritocco formale, in
tutto identico a quello riportato nel volume degli «Atti» (luglio ’85)*. Resta
da aggiungere qualche informazione in più (di carattere, se non altro, bibliografico) rispetto allo «stato delle questioni» e a beneficio del lettore volonteroso, cui non risultassero troppo familiari i problemi affrontati 0, quanto
meno, la loro non sempre trasparente interconnessione.
FROPORZIONI PITAGORICHE
Mi sembra così in primo luogo di dover rendere conto dei motivi per cui
non ho mai dato — né qui, né altrove — troppa importanza ai rapporti
armonici 0 «pitagorici» (e al proporzionamento in base a tali rapporti in
architettura) malgrado il gran parlare che se n’é fatto da Leon Battista Alberti
in qua e fin quasi ai nostri giorni. Che i rapporti armonici nel senso della
consonanza musicale (1/1, 2/1, 3/2, 4/3, 5/4 e via progressivamente dissonando) non abbiano tuttavia nessun significato per la costruzione delle figure è a
tutti noto fin dai tempi degli Empiristi inglesi, a dir poco. «L’occhio non segue
le medesime leggi dell’orecchio»: com’ebbe ad esprimersi, se ben ricordo, lapidariamente William Hogarth. E il medesimo vale per ogni altra relazione
numerica di tal genere (di media aritmetica e geometrica; ovvero di «media
ed estrema ragione» o «sezione aurea» che dir si voglia), la quale intercorra
tra grandezze lineari diverse presenti nella medesima configurazione. La posizione del Wittkower (tali ragionamenti e disquisizioni sulle proporzioni armoNiche, che movevano da indimostrabili ipotesi percettive, costituivano «cid
non di meno» l’ossatura dottrinale dell’opera dell’architetto e la «metrica»
Per così dire compositiva cui si conformavano le strutture da lui elaborate '),
apparentemente ragionevole, é, in verita, capziosa e, in quanto tale, tanto più
Page 3
View in PDF(opens in a new window)pericolosamente fuorviante. Le serie armoniche, ove se ne tenga conto all’atto
della messa in opera, si riducono in pratica alla disponibilità di una serie di
grandezze standard costituitasi arbitrariamente in repertorio scalare («uguale,
doppio, un po’ più grande, molto più grande, molte volte più grande»): da
memorizzare in tal senso e niente di più; e risultano il più delle volte anche
disattese, in quanto obbiettivamente ingombranti. Come riferimento «ideale»
infine contano anche meno che non si immagini, dato che quei rapporti numerici non esistono «visivamente» in quanto referente più di quanto non
esistano «visivamente» come «segno». Anzi, a ben guardare, é proprio la loro
inconsistenza in quanto segno, che ne preclude ogni e qualsiasi significanza.
Altra infatti è la natura di un’espressione verbale come l’«armonia delle sfere»
del Milton (posto che il Wittkower abbia pensato a qualcosa di simile), la
quale benché insensata dal punto di vista cosmologico basta tuttavia a individuare da sola e «senz’ambiguita» il «referente immaginario» che al poeta
premeva di rappresentarci. Ma una serie di numeri che (quando pure vi si
ritrovino) abbiano ad essere riscontrati una volta in opera solo dopo aver
prese certe misure «su prescrizione altrui» e dopo manipolatele come prescritto, francamente non sembra avere (e non pud averne) alcuna rilevanza
segnica. E un poco come pretendere che rimanga qualche cosa dell’intenzione originaria nei mattoni «crociati», una volta inseritili in una ben articolata
struttura laterizia, posto che un confessore bizzarro avesse imposto per penitenza dei suoi peccati al muratore di turno di prenderne uno ogni cento man
mano che gli passavano tra le mani e di tracciare, in aria, un segno di croce
sopra di esso. Cid entrerebbe bensi nella sua «cultura», nella cultura del
confessore, nella cultura del tempo; un po’ meno nella vicenda della contemporanea architettura. E non è neppur detto che non se ne debba parlare,
quando cose di tale genere possano essere documentate con certezza. Io dico
solo che non bisogna esagerare, perché così com’é dei «segni inutili», anche i
«discorsi inutili» son quasi sempre «anche» dannosi: come quelli che tolgono
spazio, se non altro, all’affermazione di più pertinenti verita. C'era del resto
qualche cosa di vero in margine alla teoria delle proporzioni per tal modo
indebitamente estesa, che giustificava nell’antichita come nel Quattrocento il
generoso abbaglio dei «pitagorici». Ed è nella «proporzionata diminuzione e
accrescimento apparenti» delle «grandezze uguali» secondo le diverse angolature e distanze. Una legge numerica semplicissima, costante e inderogabile,
lega infatti tra loro la «serie dei punti» (almeno quattro punti) «allineati su di
una retta e ogni e qualsiasi sua «rappresentazione prospettica» nel piano. E
tanto poteva bastare nell’entusiasmo del primo impatto, ad alimentare la fede
nel numero e nell’universale armonia. E questa infatti l’unica cosa che conti
veramente in tal punto, e non riesce ad emergere: soffocata e anzi travolta dal
194
discorso inutile sulle «proporzioni musicali». Siano dunque O A BC D cinque punti allineati e sia «a» la distanza di A da O, «b» quella di B, «c» quella
di C e «d» quella di D (sempre da O): il numero che individua il raport tra
(a-b)-(c-d) e (b-c)-(b-a) si chiama «birapporto» ed & esattamente il medesimo nella realtà e in qualsiasi sua immagine prospettica o fotografica: per
quanto risulti scorciata o difforme, per quanto ripresa a sua volta (con diversa
angolatura) da altra immagine o foto. Quando poi si tratti di segmenti uguali
il birapporto relativo ai tre punti che ne determinano una coppia & uguale a
-1: valore che si conserva in tutte le «prospettive» della detta coppia (e viene
calcolato in tal caso in base alle distanze di ciascuno dei tre punti dal «punto
di fuga» della retta sulla quale giacciono i due segmenti uguali inizialmente
considerati). Tale relazione, nota ab immemorabili (costruzione dei «quattro
punti armonici»: ABCD), é indubbiamente collegata con il fatto ( Sawyer) che
le lunghezze di AB, AC, AD hanno in questo caso una certa connessione con
la teoria degli strumenti musicali: per questo avrebbe avuto una tale denominazione. Stranamente tuttavia W.W. Sawyer ?, pur ricordando (p. 145: a proposito del birapporto) come tale espressione algebrica fosse gia nota a Pappo
(III sec. d.C.), soggiunge: «Naturalmente egli non la esprimeva in termini di
fotografie (che datano dal 1829), né in termini di prospettiva» (la cui teoria si
sviluppò nel 1400 d.C.). Lo stesso Sawyer espone comunque, subito dopo, il
teorema di Desargues (1639) e ne dà la dimostrazione «operativa» (la verie
dell’enunciato viene semplicemente «constatata» in base a cid che avverrebbe
«fotografando» la relativa configurazione tridimensionale): passa quindi al
teorema di Pappo («di Pappo e Pascal»): senz’avvertire peraltro che anche
del teorema di Pappo una dimostrazione banalmente operativa si ha «materializzando in un modello tridimensionale» le rette (e i raggi visuali) di una
banale costruzione prospettica. Sono pertanto persuaso che, nella realtà, sia
stata proprio l’infondata presunzione che i Greci non conoscessero i principe
della prospettiva a fuorviare in tal punto anche i più agguerriti tra gli storici
della matematica moderna. Ma se non sarete riusciti a persuadervi che fin dai
tempi di Democrito («legislatore» della prospettiva secondo Vitruvio e autore
di opere, perdute, intitolate alle «Proiezioni», al «Disegno proiettivo» [aktinografie] e alla «Pittura») il «principio della proiezione centrale» era stato consegnato già bello ed adulto alla speculazione ulteriore, avrete anche implicitamente rinunciato — dico io — a comprendere alcunché dello svolgimento
successivo. Mi permetto di richiamare qui il mio vecchio testo del 1957 perché ho ivi raccolto e tradotto i testi più significativi al proposito (del mantenimento o «continuità» della prospettiva malgrado la frattura medioevale): con
particolare riferimento agli «Excerpta da Gemino»?, secondo cui all’«ottica
prospettica» (skenografikòn tês optikês méros) compete espressamente di sta-
Page 4
View in PDF(opens in a new window)bilire tra l’altro le «vedute» dei quadrati e dei cerchi (quadrati che risultano
«stirati» e cerchi da disegnare come «ellissi») limitatamente almeno al disegno di architetture. Di cid mi sono servito anche ultimamente per avanzare*
la supposizione che le stesse «Coniche» di Apollonio nascessero (o per lo
meno la presupponessero) dall’analisi «operativa» delle deformazioni «proiettive» del cerchio. Supposizione che ora confermo (come ebbi del resto occasione di ribadire nel corso di un recente seminario sulla «Prospettiva antica e
rinascimentale» presso l’Istituto Svizzero di Roma in data 20 giugno 1980) in
seguito a una più attenta ricognizione (per quel poco che ne potetti capire)
dei testi di Apollonio e di Pappo. E quel che ne ho capito è questo. Che
Passenza di proposizioni_di carattere esplicitamente ottico-proiettivo in tali
testi & tale proprio perché la conoscenza di base é «data per scontata» e si
marcia gia a gran passi nella direzione delle geometrie. astratte e numeriche
«del Seicento»: analitica e proiettiva. E, per un esempio (e per tornare ai
«quattro punti armonici»), risulta a mio giudizio molto significativo che
Apollonio riesca a tracciare le tangenti all’ellisse per un punto esterno facendo uso della divisione «armonica». E infatti estremamente improbabile che
tutto cid «non» derivi dalla pratica prospettica, dato che il «diametro coniugato» di cui ci si serve nella fattispecie corrisponde puntualmente all’ammezzatura del cerchio prospetticamente deformato, quando in quel tal «punto
esterno» venga a coincidere il «punto di fuga» del sistema. Risulta per tal
modo chiaro come — contrariamente all’opinione dello stesso Boyer — non
risulti qui affatto «z/ concetto statico di tangente a una curva proprio dei Greci»,
ma — all’opposto — la genesi «proiettiva» dell’intera teoria dei «diametri
coniugati». Talché anche il rinnovato studio della prospettiva avrebbe naturalmente finito per rimettere in circolazione la proporzione «armonica» (nel
senso, s’intende, di «birapporto relativo a coppie di segmenti uguali e allineati») e la relativa costruzione dei «quattro punti». Con la conseguente intrusione (ogni astronomia ha purtroppo l’astrologia che «non» si merita) della zavorra immancabile ed ingombrante di quelle altre proporzioni «pitagoriche»:
quelle che nulla dicono agli occhi e che in termini di lunghezza lineare esprimono bensi dei valori significativi, ma limitatamente al dimensionamento del
diapason e delle «corde vibranti»; e per la «lunghezza d’onda», infine (o la
«frequenza») dei fenomeni ondulatori in genere. Ma benché la luce sia oggi
considerata pur sempre (e almeno dal tempo di Thomas Young) «anche» un
fenomeno ondulatorio, le proporzioni degli edifici «non sono» fenomeni ondulatori. La fiducia nella costituzionale armonia del creato e l’idea che le
norme che regolano il «concerto» dei suoni ci dovessero pure entrare per la
parte loro non erano tuttavia estranee alla mentalita umanistica. Architetti e
capomastri sapevano d’altro canto benissimo — lo sapevano «operativamen-
196
te» — come fossero viceversa l’ordinato ricorso di grandezze uguali
e la ri
siva iterazione di uguali configurazioni a rendere «dominabili a col o ie
chio» e perciö stesso «armoniche», «proporzionate» e «gradit
e alle vi =
fabbriche e strutture. Non l’avrebbero saputo dire in parole, certo:
e = ee
gli sarà parsa una ragione troppo meschina per andarla a neo
in ir :
Ma quanto al trovar le parole giuste per una dirimente dine
à io
sarebbe stato comunque disagevole anche ai più eruditi prima della
ene:
consuetudine con i testi di Apollonio e di Pappo (e Pappo fu au
à
appena dal 1588, quand’usci postumo a Pesaro Popus magnum a lui
dedi "i
[traduzione latina e commentario critico] da Federico Commandino:
ae
patres, non a caso, del nuovo corso «scientifico» della prospettiva
ie
À
Lo spettro del «proporzionamento pitagorico» non fu per allora en
e
comunque. Nemmeno in seguito.
E Pappo non diventerà mai un livre de
chévet per dilettanti da salotto o per dame (nemmeno per storici dell’arte
7
quel che mi consta). E come la mettiamo allora con la «grande cabala» del
proporzionamento pitagorico? Con codesto «scheletro nell’armadio», di
cui
non ci riesce a liberarci? Io ho tentato a dire il vero, un paio di volte aliens
°
di dir le cose come stavano (non le proporzioni «obbiettive» o «in sé» contava
no, ma la perspicuita delle uguaglianze in base alla Proporzionata diminuz
ione
delle grandezze «apparenti») e di spiegare meglio che seppi le ragioni del persistente equivoco. Ma con scarsissimo successo. Più o meno (fate nes
me se avessi parlato turco. Che farne dunque del nostro «scheletro pitagori
co»? Non ce ne libereremmo in nessun modo, questo & certo: e Eee è
stato ai suoi bei giorni uno dei temi più spesso ricorrenti nei elisie della
gente (zdola fori, tribus, theatri) e di più alto e diffuso gradimento, tanto vale
che ce lo teniamo caro: come pertinente a quella tal storia Allinse na del
«tutto fa brodo» (!), che va oggi tanto di moda. Non sarò certo io a è per
questo, a volerlo «solo percid» estromettere dalla storia. Ma Re
dico, dal continuare a fare cid che s’è fatto finora: che, a scanso del iisehie di
«buttar via l’acqua sporca» — come si dice — «con tuto il bambino», abbia
mo buttato il bambino e ci siam tenuta l’acqua sporca...
|
|
ANDRES FILÓPONOI KAÌ FILATETHEÎS
L’espressione anér filöponos kai filatethés («uomo amante non meno del
lavoro che della verità»), che ho voluto qui sopra estendere a tutti i «silenziosi protagonisti» della rivoluzione scientifica (e, per quanto v’é di perfettibile
nell'umano operare, del solo possibile progresso), & quella che William R
Hamilton (l’autore della «teoria dei quaternioni», dalla quale prende Pavia,
«calcolo tensoriale» incluso, l’algebra moderna: «aperta» ed indefinitamente
estensibile) avrebbe desiderato che fosse iscritta sulla propria tomba. «Usur-
Page 5
View in PDF(opens in a new window)pando», per così dire, il giudizio che Claudio Tolomeo aveva pronunciato
diciassette secoli prima riguardo al suo grande maestro di astronomia Ipparco 7. Amare il lavoro, amare la verita: queste le sole condizioni, necessarie e
sufficienti, al progredire della conoscenza. I «grandi balzi» (in avanti!) si verificano in genere in seguito al riassetto, magari provvisorio, di un intero settore, il quale sia stato preventivamente esplorato e sviscerato, per cosi dire, in
ogni sua parte (scelta di un’ipotesi o di un modello plausibile, verifiche e
dimostrazioni «operative», formalizzazione delle procedure, catalogo sistematico o tabulizzazione dei risultati) per parte, per lo pit, di un «singolo» ricercatore: amante del lavoro, non timoroso della verita. Risale precisamente ad
Ipparco il primo catalogo stellare in senso moderno (coordinate astronomiche e classifica approssimativa della relativa «grandezza apparente») e comprensivo di circa 4000 stelle; così come al suo «discepolo» Tolomeo quello
relativo a non meno di 8000 luoghi geografici. Ed è ai medesimi Ipparco e
Tolomeo che si debbono altresi, strumento fondamentale per ogni misurazione astronomica e geografica, le prime tabelle attendibili delle «corde sottese»
all’angolo al centro (che & quanto dire di «seni» e «coseni»), fondamento alla
lor volta della moderna trigonometria; onde, in aggiunta alle gia disponibili
tabelle dei quadrati, dei cubi e delle relative «radici» (per non parlare della
«banale» tavola pitagorica), s’impose a un certo punto l’allestimento altresì,
laboriosissimo, delle assai più sofisticate «tavole dei logaritmi». La «dimostrazione» per constatazione non era in tal punto più necessaria: era stata fatta
(in tal modo) una volta per tutte. Ma senza tali strumenti, senza i cataloghi e
le tabelle così allestite, senza le tavole di tiro di Vitruvio, senza le più recenti
tabulizzazioni relativamente alla resistenza dei materiali e alle variazioni delle
sollecitazioni previste, non ci sarebbero state né la scienza, né la tecnologia
moderne. E nessuno potrebbe oggi illudersi di essere «moderno» e magari
«uomo di scienza», solo per essere riuscito ad entrare nella «stanza» — come
si dice — dei «bottoni» con l’intenzione di schiacciarvi il bottone giusto al
momento opportuno. Non per altro tuttavia, ma semplicemente perché non
ci sarebbero bottoni da premere.
IPOTECA SUL FUTURO («IMPRINTING» PALLADIANA) E POSA IN OPERA DELLA
META PIU UNO
Quanto alla fortuna del Palladio, quanto al suo successo in vita e in morte, che da qualcuno viene — forse per fastidio delle molte manifestazioni
celebrative — posto oggi in dubbio in seguito anche a più recenti risultanze
documentarie (il funerale del Palladio non fu quell’apoteosi che vuole la leggenda e fu scarsa o nulla la partecipazione dei nobili dell’ Accademia Olimpi-
198
ca, cui pure Partista apparteneva dalla fondazione; le sue fabbriche rimasero
interrotte più o meno tutte alla sua morte e si ripresero solo dopo molti anni
e talora dopo secoli, quando pure furono riprese), mi sembra in realta che sia
piuttosto da confermare e da dichiarare incontestabile proprio in seguito a
codeste ultime testimonianze. Che qualcuno sentisse comunque il dovere di
seguirne il feretro (e si era, si badi, nel corso di un’epidemia!), che non fosse
gettato in una fossa comune come succedeva in casi simili; e che le fabbriche
(non poche almeno) si seguitasse anche a distanza di decenni o di secoli a
fabbricarle secondo il suo disegno, mi sembra un fatto tanto straordinario da
implicare comunque il pacifico e comune riconoscimento di una non diminuita € non contestata autorita. Ma cid che vorrei rimarcare (a proposito in
tal caso dell’ala porticata di villa Saraceno, da presumere coeva) & che il
Palladio stesso, benché anche altrimenti premuroso di garantire un minimo di
autonoma significanza al «lotto» comunque eseguito (o alla «parte»), sembra
aver tentato in realtà di pregiudicare in ogni caso in tal senso livrer delle
sue fabbriche: preoccupandosi di fondare intanto sul terreno e di tirarne su
alla svelta quanto bastasse (la «metà più uno» si potrebbe dire: non però in
senso rigorosamente quantitativo) a definirne compiutamente il disegno. Cosi
è per palazzo Chiericati, rimasto per quasi un secolo allo stato di troncone (il
troncone, si noti, «esterno» rispetto al «filo» del Corso): limitatamente all’ala
sinistra e a una campata del corpo centrale. Sicché non si sarebbe potuto
completare in altro modo, neppur volendo; e anche se si fossero perduti i
disegni e distrutta l’edizione dei «Quattro Libri». Cosi & del portico dimezzato di Pedemonte, dove pure si impose l’allestimento parte per parte di un
fusto in più (i due cioè dislocati al presente «in facciata» a pro delle due
edicole laterali e avventizie) nell’intento di definirne univocamente — ne varietur — l’intero disegno «appar modello», fissato che fosse per tal modo
anche visibilmente l’intercolumnio mezzano e maggiore del lato lungo. Cosi à
della corte colonnata per la villa Trissino di Meledo (per cui si apprestarono ®
le colonne necessarie a compirvi Puno dei lati corti, più una colonna sulla
«risvolta»); così penso, di Finale, dove anche lala colonnata «in linea» viene
a battere giusto contro il pilastro angolare, sul quale avrebbe poi potuto facilmente attestarsi anche il braccio protratto (e duplicarsi quindi dalla parte
opposta — come nei «Quattro Libri» e nel modello — l’intero sistema dei
«rusticali»).
VOLUTA DEL CAPITELLO IONICO
.
Per quanto riguarda il volgimento della voluta del capitello ionico, ringra+
5
B
.
ij
zio anzitutto amico Magagnato per avermi5 segnalato in
tempo utile i testi del
Porta-Salviati e del Selva, fondamentali per tale vicenda: testi tuttavia di diffi-
Page 6
View in PDF(opens in a new window)cile reperimento, che potei vedere per la prima volta solo in serata (ma il
testo della mia relazione era stato da me gia letto al mattino) esposti in bella
vista presso la memorabile rassegna palladiana di Verona”, che & e resta —
mi associo in tal punto al giudizio di Renato Cevese — fra le manifestazioni
del Centenario una delle più organiche e rigorose nel suo concepimento e
delle più produttive sul piano didattico. Per una più «mirata» discussione dei
due testi su ricordati in connessione con il Palladio e circa la dipendenza di
Palladio e Vignola dallo stesso Salviati posso ora rimandare altresi all’ultima
edizione (destinata a rimanere a lungo «definitiva») de «I Quattro Libri» ®, a
cura dello stesso Magagnato e di Paola Marini uscita in questo frattempo
(Milano, 1980); e in particolare all’Introduzione (Magagnato) informatissima
ed essenziale (p. 65, figg. 14-19). Solo ora ho potuto viceversa avere una
fotocopia dell’opuscolo di Giannantonio Selva (Padova, 1814) — non reperibile a Trieste — che riproduce altresì in fac-simile V'introvabile «Trattatello»
del Salviati (Venezia, 1552). Premetto che per quanto riguarda le edizioni pit
recenti del «De architectura» (e che riportino anche degli schemi grafici) mi
sono limitato a considerare soltanto il Granger che non si occupa particolarmente della «descrizione» della voluta, e il Fensterbusch '' che, viceversa,
presenta uno schema interrotto dopo il primo quadrante («Die Angaben Vitruvs sind zu unvollständig, als dass sich danach eine vollständige Volute
zeichnen liesse»), ma a mio giudizio gia errato in quanto girato da un centro
troppo alto d'un quarto di «parte» e concluso contro un’orizzontale d’un
quarto di «parte» troppo bassa, perché tale voluta riesca a chiudersi
sull’oculo.
Quanto alla diligentissima ed attenta sinossi del Selva relativamente a tutte le principali soluzioni proposte da Leon Battista Alberti in poi, convien
dire che i più la descrivono di tre giri e di dodici centri, restringendo il
«quadratino generatore» ad ogni giro, si da ottenere come nella più parte dei
capitelli antichi (ma non secondo il testo di Vitruvio) una spirale «a passo
variabile» e non gia a passo costante o archimedea. Che la voluta di Vitruvio
fosse a passo costante e di due soli giri fu sostenuto in effetti dall’Alberti
(1485), dal Bertano (1558) e dal Marchese Galiani (1758), dei quali il primo
disegnò una voluta non di quadranti ma di semicerchi, ultimo iscrisse il
quadrato nel cerchio inclinandolo per cosi dire «a mo’ di losanga», di modo
che le diagonali del quadrato formassero una croce «verticale» (orizzontale
ovviamente il braccio transverso); puntando quindi il compasso nei vertici
della detta croce per girarvi i suoi «sesti» e diminuendoli (come prescritto) di
quadrante in quadrante, fini tuttavia per spezzare — era inevitabile — la
continuita della curva nelle giunture: dato che le porzioni da giustapporre
non avevano in quel punto tangenti comuni. Tutto cid é rilevato seppur con
200
diverse parole anche dal Selva che loda viceversa il Bertano per aver descritto
se non altro «esattamente» il quadrato; e tuttavia non senza riserve e limitazioni («egli stabilisce che [la voluta] debba essere di due soli giri, descritta con
quattro centri disposti nel mezzo dei quadranti dell’occhio, i quali risultano
corrispondenti agli angoli del quadrato anteriormente [1552] stabilito dal Salviati»: p. 40). E dunque il Salviati il primo a stabilire il quadrato nel modo
giusto (salvo per la collocazione — dico io — «centrata» all’interno dell’oculo): da girarvi puntualmente i sesti successivi di quadrante in quadrante (limitatamente almeno al primo giro). Ma il Salviati avverte altresì (in Selva, p. 12)
che «fatto il primo giro, mi avvidi, che, facendo diminuire il seguente pe ogni
telrante una mezza parte, sicome il primo; la voluta era solamente di due giri, et
gli spatit non venivano diminuiti ma uguali, si che era poco grata alla vista, et
però non é da creder, che Vitruvio in tal modo U'’havesse fatta». Perciò il dé
ma del Salviati prosegue iscrivendo altri due minori quadrati, parimenti «centrati» nel quadro «maggiore» che gli era servito per il primo giro e, malgrado
la non perfetta allineatura dei centri a due a due successivi (quale risulta
all’atto del passaggio dal primo giro al secondo e dal secondo al terzo), si può
ben dichiarare tale imprecisione trascurabile e la voluta praticamente conte
me a molti degli esemplari antichi. Quindi se il Palladio e il Vignola si sono
attenuti al Salviati, s’ha pur da riconoscere (con il Selva) che, per un risultato
pratico «sostanzialmente» in linea con Vitruvio e rispondente altresi a un’idea
di capitello antico fondata sui reperti, essi ottennero il risultato che s’eranoproposti mediante un procedimento di facile apprendimento e applicazione
Il solo, tra gli autori esaminati dal Selva, che abbia viceversa collocato i
quadrato generatore «appoggiandolo ai quadranti esterni dell’oculo» (come da
mestesso proposto qui e ora ) & Nicolò Goldmann ” e che tuttavia viene
criticato dal Selva per aver alterato (in punti, mi sembra, non essenziali) il
testo di Vitruvio e per essersene discostato in quanto avrebbe lasciato due dei
suoi 12 centri con biasimevole arbitrio (contrario per consenso di tutti gli
autori all’intenzione di Vitruvio) «]...] fuori dell’occhio medesimo» (p. 54)
Cio che io personalmente contesto al Goldmann é viceversa opinione (comune anche al Salviati) che Vitruvio facesse la voluta di 12 centri e di tre giri. Né
intendo (per ora) riscontrare sul testo originale se, in prima istanza, non abbia
anch’egli per avventura considerata (e quindi scartata, come dal Salviati) Peventualita di girarla, come da me proposto, «di due giri e di quattro centri»;
ma va comunque rimarcato che nell’allineamento ulteriore (sull’asse geriteik
dell’oculo) dei centri 1-4-5-8-9-12, che alla fine di ciascun giro presiedono
alla contrazione del quadrato, egli ha pur risolto in modo egregio e «geometrico», e molto più nello spirito (almeno) di Vitruvio che non paia, l’ulteriore
problema della «voluta a passo variabile e di tre giri dei reperti srcheslenien,
Page 7
View in PDF(opens in a new window)chiaro nell’esporre una vicenda — «inaudita» per chi continui a condividere
la vulgata concezione restrittiva della scienza antica — concernente la fabbricazione in grande serie, in base a una progettazione scientifica rigorosa e di
grado bastantemente elevato (la formula esecutiva implica l’estrazione se non
altro di una radice cubica), di un manufatto comunque altamente sofisticato.
Noto (tra parentesi) che in bibliografia é qui citato un altro testo dello stesso
Schramm: dedicato esplicitamente alle «ricostruite» catapulte sperimentali
della Saalburg (Weidmannsche Buchhandlung, 1918). Non voglio tuttavia
chiudere questa lunga nota senza aver ricordato ancora il breve capitolo sulle
catapulte di James E. Gordon “ (1978), che ulteriormente precisa: primo:
che nel 1940 per fronteggiare l’invasione tedesca si costruirono in Inghilterra
due versioni della «ballista» romana con il compito di lanciare bombe Molo-
Per mio conto non dubito — con il Goldmann — della collocazione «esterna» dei due centri laterali (né — contro di lui — dei due soli volgimenti). Ma
io «correggo» in tal punto il testo vulgato («et in ea catheto respondens diametros agatur» = e in essa [«circonferenza», o magari anche «parte»: da valere
però come «diametro orizzontale» dell’oculo] si tiri il diametro «rispondente»
[cioé parallelo] alla verticale) così rettificando: et in ea catheton respondens
diametros agatur (e in essa parte [verticale] il sesto [diametros] si faccia [agatur] verticalmente [catheton = neutro con significato avverbiale] rispondente
[alla misura richiesta]). Ma perché mai catheton anziché catheto? Semplicemente perché tale forma (cathecton nello Harleiano e nel Gudiano 69; catheton nel Selestatense 1153) à la dizione proposta da «tutti» i manoscritti più
antichi ed autorevoli: emendata in seguito (si fa per dire) in catheto non si sa
quando e da non so chi. Il mio era, comunque, un discorso sui modell: se il
modello allestito «per tentativi» risponde veramente ai fini per cui à stato
allestito, «funzionera» anche al di là dell’assunto: da consentirmi di reperire
anche altre «relazioni significative», che mai avrei creduto di potervi ritrovare. Nel caso presente (fig. 18, IV) risulta per esempio che tutta la costruzione
di Vitruvio si appoggia a una griglia quadrata; e il lato di ciascuna maglia é
pari a una «parte» delle citate nel testo. Avviene in pratica che l’intera struttura «geometrica» del disegno sia così trasformata in «numerica», dato che si
procede in effetti contando «unita» — cioé quadrati — in ordinata e in ascissa. E il principio delle coordinate «cartesiane»: nella cui aurorale prefigurazione e non fosse che attraverso l’opera di geografi e topografi — così credo
toff contro i carri armati tedeschi, ma che la portata di entrambe («sembra
probabile che i progettisti avessero omesso di leggere Vitruvio con sufficiente
attenzione» È il commento che si legge in tal punto) era solo un quarto dei
prototipi classici; secondo: che il trattamento matematico degli archi e delle
catapulte è difficile e non si possono risolvere analiticamente le equazioni di
moto, anche dopo averle scritte nero su bianco ma che per fortuna «un altro
collega» dell’autore (Pretlore) s’era interessato tanto alla faccenda da affrontare l’intera questione con un calcolatore elettronico, risultandone «— cosa
alguanto inaspettata — che il trasferimento dell’energia [da energia di deformazione a energia cinetica] à in teoria efficiente al 100%»...
fermamente — l’antichità s’era pure affacciata, assai più che comunemente
non si creda, alle soglie della moderna geometria analitica, del «calcolo», e
*
(come gia s’é visto) della stessa proiettiva. E non è neppur detto che tale
griglia quadrettata non sia, «attraverso i numeri del Palladio», l’antenata diretta della progettazione su griglia dell’Ecole polytechnique (Durand) e della
«carta millimetrata» dei nostri tecnici «moderni».
1
1
EN
C.B. BOYER, Storia della matematica, Milano, 1980, p. 177.
NS
D. Groserr1, Perspectiva artificialis, Trieste, 1957, p. 20 en. 47.
D. Gioserri, L'abbiccì della prospettiva, in «Arte in Friuli — Arte a Trieste», Udine, 1979, 3,
pp. 28-29.
au
Per il problema infine dell’ottimizzazione nel rendimento delle catapulte e
202
R. WITTKOWER, Principi architettonici nell’eta dell ‘Umanesimo, Torino, 1964.
W.W. Sawyer, Preludio alla matematica, Milano, 1977. L’edizione originale & del 1955
(Londra): da quel testo ho preferito attingere in tal punto per l’essenziale chiarezza dell’esposizione (p. 145 a proposito del birapporto).
CATAPULTE E BALLISTE
D. GIosErFI, Prospettiva e semiologia, Atti del Convegno, Firenze, 1980 e D. GiosEFFt, Dal
progetto al Trattato, in «Bollettino del Centro Internazionale di Studi di Architettura ‘A.
Palladio’», Vicenza, XX, 1978, pp. 27-45.
E.T. BELL, I grandi matematici, Firenze, 1966. Ed originale: Men of Mathematics, New York,
%
1937.
D. Groserrt, Dal progetto al Trattato, cit.
©
relativamente ai connessi esperimenti vitruviani di Erwin Schramm, mi limiteca e teoria dei
modelli, in «Atti del Convegno Internazionale su “Palladio e il Palladianesimo”»
- Boll.
C.LS.A., cit., XXII, 1980. Parte I, pp. 47-64.
2
rö a rimandare alle precise note reperibili nel «Vitruvio» del Fensterbusch
dove sono pure rettificati alcuni errori di stampa del testo originale di
Schramm e Diels (1917) ed é riportata altresi la formula dallo Schramm restituita ( D = 1,1 V100 u dove D é il calibro e u il peso del proietto in mine
attiche trasformate in libbre romane), cui le tabelle di Vitruvio puntualmente
rimandano. Ricorderd ancora, per una più ampia e precisa informazione sulPintera vicenda anche il saggio di Soedel e Fodel ® ben illustrato e assai
D. GIOsErFFI, I disegni dei «Quattro Libri» come modelli; modellistica architettoni
AA.VV, Palladio e Verona, Catalogo della Mostra, Verona, 1980, p. 290: nn. XI, 73 e XI, 74.
Page 8
View in PDF(opens in a new window)HAJNÓCZI GÁBOR
ttura, Milano, 1980, p. 65, figg. 14-19.
10 A PazLADIO, | Quattro Libri dell’Archite
rece
, Londra, 1955-56.
11 GRANGER, Vifruvio, De Architectura
= Moe
, Darmstadt, 1976, a : 7; ak
ectura
Archit
De
io,
Vitruv
,
USCH
a
FENSTERB
uta ab Nicolao Gotamanno,
it hactenus amissa restit
12 N. GOLDMANN, Voluta ionica Vitruv
pe Laer, Vitruvio, 1649.
in «Le scienze», magglo 19/9.
13 SoEDEL e FODEL, Le antiche catapulte,
PALLADIO E SAN CARLO BORROMEO
4 TE, GORDON, Structures, 1978.
Nel corso degli studi palladiani fino ad oggi compiuti, non era stato esaminato con adeguata attenzione il rapporto fra il Palladio e il grande teorico
della Controriforma: San Carlo Borromeo. Nemmeno quest’ultimo godette
fortuna fra gli storici della teoria dell’arte e di quella architettonica (invano ne
cerchiamo il nome per esempio ne «La letteratura artistica» dello Schlosser,
ecc.). Al di fuori del campo ecclesiastico Ja sua opera ha attirato l’attenzione
degli studiosi soltanto negli ultimi tempi. Dobbiamo menzionare soprattutto
Paola Barocchi, che curd il testo del Borromeo nel volume «Trattati d’arte
del Cinquecento» * nonché gli autori delle versioni italiane ?, fra i più importanti dei quali il Wittkower, il Blunt e il Battisti >.
A prima vista può sembrare un po’ forzata l’analisi dei due personaggi —
Palladio e San Carlo Borromeo — in un unico saggio, dato che la loro attivita
è ben diversa. Esistono però punti di riferimento che rendono fruttuoso l’esame del loro rapporto: sono contemporanei (i loro Trattati di architettura li
pubblicano quasi nello stesso tempo) e affrontano — da diversi punti di vista
— i medesimi problemi di architettura. A questo proposito dobbiamo sollevare due problemi e cioé se i principî architettonici del Cardinale risentirono
o meno nell’influsso sia dottrinale, sia metodologico della teoria palladiana e,
viceversa, se il pensiero controriformistico del Borromeo abbia esercitato
qualche influsso sull’architetto. Questa relazione reciproca verra studiata analizzando i testi. Con tutto cid non presumiamo di sviscerare fino in fondo il
fenomeno del rapporto fra Palladio e la Controriforma, che potrebbe costituire l’argomento di un altro saggio.
j
Il confronto da noi proposto potrà essere utile perché, oltre alla contemporaneitä dei due personaggi e al fatto che scrivono di architettura, entrambi
s’interessano maggiormente di problemi architettonici ed estetici del tempiochiesa, che viene indicato a simbolo della perfezione. Mentre il Borromeo,
descrivendo minuziosamente le esigenze dell’architettura ecclesiastica, sostiene Fidea di una chiesa parrocchiale con pianta a croce latina, Palladio, volen-
Page 9
View in PDF(opens in a new window)BOLLETTINO
BOLLETTINO
DEL CENTRO INTERNAZIONALE
DI STUDI DI ARCHITETTURA
ANDREA PALLADIO
DEL CENTRO INTERNAZIONALE
DI STUDI DI ARCHITETTURA
ANDREA PALLADIO
DIRETTORE E REDATTORE: RENATO CEVESE
Hanno collaborato alla redazione di questo Bollettino
Abelardo Cappelletti e Maria Vittoria Pellizzari
XXII
1980
PARTE II
Direzione e Amministrazione VICENZA - Domus Comestabilis - Basilica Palladiana - Tel. 32274-546188
Imprimé en Italie - Registraz. del Tribunale di Venezia n. 279 del 18-1-1960 - La Grafica & Stampa Editrice (VI)
VICENZA - DOMUS COMESTABILIS - BASILICA PALLADIANA
Page 10
View in PDF(opens in a new window)DECIO GIOSEFFI
CONVEGNO PALLADIANO: PRECISAZIONI DOVUTE
PREMESSA
I] testo da me presentato in data 30 agosto 1980 e solo per brevità sunteggiato in taluni punti in fase di lettura era, salvo qualche ritocco formale, in
tutto identico a quello riportato nel volume degli «Atti» (luglio ’85)*. Resta
da aggiungere qualche informazione in pit (di carattere, se non altro, bibliografico) rispetto allo «stato delle questioni» e a beneficio del lettore volonteroso, cui non risultassero troppo familiari i problemi affrontati o, quanto
meno, la loro non sempre trasparente interconnessione.
FROPORZIONI PITAGORICHE
Mi sembra cosi in primo luogo di dover rendere conto dei motivi per cui
non ho mai dato — né qui, né altrove — jtroppa importanza ai rapporti
armonici 0 «pitagorici» (e al proporzionamento in base a tali rapporti in
architettura) malgrado il gran parlare che se n’é fatto da Leon Battista Alberti
in qua e fin quasi ai nostri giorni. Che i rapporti armonici nel senso della
consonanza musicale (1/1, 2/1, 3/2, 4/3, 5/4 e via progressivamente dissonando) non abbiano tuttavia nessun significato per la costruzione delle figure è a
tutti noto fin dai tempi degli Empiristi inglesi, a dir poco. «L’occhio non segue
le medesime leggi dell’orecchio»: com’ebbe ad esprimersi, se ben ricordo, lapidariamente William Hogarth. E il medesimo vale per ogni altra relazione
numerica di tal genere (di media aritmetica e geometrica; ovvero di «media
ed estrema ragione» o «sezione aurea» che dir si voglia), la quale intercorra
tra grandezze lineari diverse presenti nella medesima configurazione. La posizione del Wittkower (tali ragionamenti e disquisizioni sulle proporzioni armoniche, che movevano da indimostrabili ipotesi percettive, costituivano «cid
non di meno» l’ossatura dottrinale dell’opera dell’architetto e la «metrica»
per così dire compositiva cui si conformavano le strutture da lui elaborate !),
apparentemente ragionevole, é, in verita, capziosa e, in quanto tale, tanto pit
Page 11
View in PDF(opens in a new window)No text on this page.