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GUNESC G
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e dottrine religiose in Magna Grecia : PP,
Pueuiese CARRATELLI G.; Culfi
NN 1965 5-27. | L’investigation sur les origines des cultes dans les colonies
culte
grecques de l'Ouest rencontre de nombreuses difficultés : s'agit-il d'un
introduit dès l'époque précoloniale par des aventuriers on marchands grecs -—
cas plus fréquent, surtout pour les sancluaires extra muros, qu’on De Vadmet
généralement — ou d'influence mycénienne (déilés ehthoniennes et rites
|
funéraires à Tarente et Cyrène), d'éléments orphico-pythagoriciens, ou d’usages cultuels de la métropole dont nous n’avons plus connaissance ?
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE
IN MAGNA GRECIA
Gli studi sulla storia dei culti della Magna Grecia — come della
Sicilia o di altre zone colonizzate da Greci — hanno quasi costantemente ricercato nella vita religiosa delle singole poleis il riflesso di
quella delle rispettive metropoleis o dei luoghi donde la tradizione
faceva provenire gruppi secondarî di coloni, che avevano cooperato
alla fondazione o erano stati successivamente accolti nella polis coloniale. In questo orientamento della ricerca agisce un'opinione fondamentalmente giusta: che i coloni siano rimasti tenacemente legati
alle tradizioni religiose — cultuali e rituali — della propria polis
d'origine, consapevoli che quell’inalienabile patrimonio costituiva il
piú resistente vincolo con la patria lontana. Ma non tutti i culti e
riti-delle colonie italiote (e siceliote) trovano riscontro in quelli delle
metropoleis; e pertanto, a spiegare la presenza di aspetti nuovi di
un culto avito, o addirittura di numi estranei al pantheon ellenico
dell’eta ‘ coloniale”, & stata affermata la necessita di ammettere che
nella formazione della civiltà italiota e siceliota abbia avuto una parte
cospicua l’elemento indigeno, della cui tigorosa azione si à riconosciuto il segno nei caratteri che specialmente nella vita religiosa, nelle
arti figurative e nella cultura letteraria e filosofica distinguono le
poleis d'Occidente da quelle della Grecia propria e dell’Asia. Argo-.
menti apparentemente convincenti sono stati addotti a sostegno di
questa tesi. che ha difatti ottenuto vaste adesioni; ma impulsi e sentimenti vari — nei quali sembrano rivivere, pur con diverso intento.
alcuni dei motivi della polemica antiromana della storiografia meridionale del primo Ottocento — l'hanno talvolta portata a tal grado
di esagerazione da far dimenticare che Ja civiltà italiota e siceliota,
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manifestazione di cultura greca: naturalmente arricchita di nuove
esperienze, ma non mai da queste sostanzialmente alterata. D’altronde.
come altra volta ho notato, particolarmente nell’ambito della vita
religiosa & difficile ammettere che l'elemento indigeno abbia portato
rilevanti innovazioni, proprio per il vigore delle tradizioni patrie in
quell'àmbito e per l'immediata e determinante relazione che natural.
mente si poneva, all’atto stesso della Atisis, tra i culti dei coloni e
Yorganizzazione politica della nuova comunita.
Sarebbe superfluo diffondersi su questo tema — a proposito del
quale ho gia richiamato ung significativa pagina di Erodoto concernente la fondazione di aucratis — od anche sulla parte che il collegio sacerdotale di Apollo Pitio, I’ deynyétns per eccellenza. ebbe
nella Grecia arcaica quale regolatore dei culti pubblici nelle colonie.
Ma va rilevato che l'intervento del dio di Delfi appartiene ad una
fase della storia greca in cui la colonizzazione ha assunto la forma
“ politica’, vale a dire di trasferimento di strutture tipiche della società greca piu evoluta, della polis aristocratica; e le origini di quasi
lutte le colonie greche, in Oriente e in Occidente, risalgono ad un
piú antico tempo, nel quale avventurieri e mercanti erravano per il
Mediterraneo esplorando paesi nuovi, conoscendo nuove genti, segnando le mete della diaspora avvenire. Diventa ormai sempre piu
chiara, per il moltiplicarsi dei dati archeologici e per una nuova e pit
spregiudicata interpretazione dei dati della tradizione scritta. la fase
che si suole designare ‘ precoloniale’ dell’espansione commerciale e
culturale greca, svoltasi tra lultimo periodo * miceneo’, denso di
decisivi eventi quali la crisi metallurgica, la dissoluzione d’antichi
organismi politici in Grecia e in Anatolia, gli spostamenti di genti
varie nel bacino Mediterraneo, e l'inizio della fase propriamente coloniale. quando un flusso di migrazioni si diresse dalla Grecia e dalAsia greca verso Occidente. ed al posto di empori e di tetyea
cominciarono a sorgere, grazie alla fusione dei coloni con Halici o
Siculi, le poleis destinate a rapido e singolare sviluppo. Ho gia osservato altrove come lubicazione ed i culti dei santuari extramurani
di pid città della Magna Grecia siano testimonianza di insediamenti
* precoloniali’ di Greci, e come questa spiegazione della lero posizione periferica rispetto alla polis cui appartengono sembri piú sod-
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
in una precedente
ma ragione
i ma
un culto caloniale che risulti estraneo ai tradizionali fondator
e indice
sia noto presse unaltra gente greca non ® necessariament
pertanto
della partecipazione di questa gente alla ktisis. Prescindendo
documentato nell’etä detta ‘ storica’; € che per la medesi
fase. quella * precoloniale’, od in una ancora piú antica. un ‚alte
non e pit
può essere stato comune ad altre genti presso le quali
colonia stessa; ma non raramente si dimentica che
Se Tistituzione dei primari culti dei santuari extramurani italioti
deve per logica necessita riportarsi all espansione greca © precoloniale '.
nunon @ perd meno difficile e complessa la ricerca dell’origine di
:
merosi culi cittadini di poleis italiote (e siceliote!, che per le tradizioni che li concernono o per particolari caratteri e forme manife
stano loro Jegami col mondo micenco. La diflicolta della ricerca nasce
culti
in melti casi dal difetto di informazione circa le vicende che
eis:
esjstenti in colonie hanno esperimentato nelle rispettive metropol
sicché spesso non & dato decidere a qual fase della sua storia in;
e se
patria corrisponda la forma assunta da un culto nella colonia.
in questa esso abbia avuto un indipendente sviluppo. E ovvio che
nel cercare le radici dei culti di una polis coloniale si guardi in primo:
della
luogo alle genti da cui la tradizione fa provenire i fondatori
tuari italioti e sicelioti: essa permette di impostare in pid definiti
termini il problema delle relazioni tra culti greci e culti italo-siculi.
e di approfondire la conoscenza dei lineamenti ssenzialì della vita
religiosa della Magna Grecia e della Sicilia.
coloniali d'Occidente non giova soltanto a chiarir la storia dei sanaggiungendo nel progresso della ricerca archeologiea: com'è gia
avvenuto per Velia, col riconoscimento dell’ Athénaion. Ma la tesi
dell’origine precoloniale di una parte dei culti greci attestati nelle zone
— a Crotone, a Posidonia, a Locri, a Metaponto — altri s’andranno
di culti indigeni rivestiti di forme greche o assimilati a culti greci.
Gli altari e i sacelli fondati da Achei e da Héllenes sulle coste
d'Italia e di Sicilia hanno avuto. com'è naturale, pit lunga resistenza
che i loro teiyga, e son passati in eredità ai Greci che sun tornati
numerosi in quelle regioni per costituirvi pit durevoli insediamenti.
E facile prevedere che ai non pochi esempi che si possuno additare
disfacente di quella comunemente accolta. che vede in essi le sedi
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dai culti‘ che sono stati notoriamente o verosimilmente introdotti
di quei culti e la genesi della tradizione pilia stessa. Eppurc, a parte
successivamente alla fondazione per effetto di rapporti con altre pole/s
le altre considerazioni, sembra molto difficile che un évayiopds
in onore di dinasti morti, e quindi connesso ad un culto la cui conti:
nuita era legata à tradizioni patrie intimamente radicate. possa essere
stato isliluito. come ha supposto il Giannelli, in séguitu ad un trasfe-
(com’e il caso dei Dioscuri a Loeri), nello studio della storia religiosa
di una città greca d'Occidente & ormai necessario distinguere i culti
di probabile origine micenea da quelli formatisi nel mondo greco
dopo la crisi * dorica’; e porsi, per i primi, un problema non sempre
risolubile: se essi siano vestigio di un insediamento * preculoniale?
— com’é probabile per pid culti di santuari extramurani — oppure
abbiano fatto parte del patrimonio cultuale di quei Greci che la
storiografia antica designa come fondatori della colonia in questione.
Qualche esempio può chiarire la complessita dei problemi. A Metaponto si celebrava, teste Strabone (VI 264), un &vayıouos dei Nelidi,
del yévog cioè a cui appartenevano i dinasti di Pilo micenea: e
questo fatto veniva appunto addotto come prova che i fondatori di
Metaponto erano Pilii reduci da Ilio con Nestore. Eliminando il particolare del vóoroc, tipico di molte leggende relative a fondazioni di
colonie occidentali e storicamente significativo, la tradizione — di
cui si fa eco leruditissimo Solino (II 10) — presenta un notevole
grado di probabilitä: il nome pid antico della città, Mérafo: (Stefano Bizantino Metuxdvttov), ellenizzato in Merdaovvrov, richiama
immediatamente i Merdruoı, S&pos dell’Elide. e Metapa, nome di
uno dei dâmoi del regno miceneo di Pilo, attestato — insieme con
Pisa, dâmos omonimo dell’altra fondazione pilia in Occidente. 11to(o)Ja(ı) alla foce dell’Arno — dalle tabelle del * Palazzo di Nestore’;
nel thesauròs metapontino ad Olimpia era una statua di Endimione,
dio proprio dell’Elide (Pausania, VI 29, 11); alleponimo MétuBos,
un cui heróon in Metaponto é ricordato da Antioco (FGrHist 555 F 12
in Strabone VI 265). la leggenda assegnava come padre ’AAVBus, che
per nome e per carattere si riconnette alla sfera pilia di culti catactoni;
e a questa riconduce anche il nome della mitica sposa dell'eroe
Metabos/Metäpontos, Melanippe, in cui si riflette la raffigurazione
ippomorfa di potenze infere (qual é nota, ad esempio, dal culto delle
dee identificate con Demeter e Kora a Phigalia in Arcadia). Ma poiché la tradizione antica designa Metaponto — al pari di Sibari e
Crotone — come colonia ‘ achea’, e ne fa venire i fondatori dall’Arcadia peloponnesia, à dotti moderni hanno rifiutato ogni credito alla
tradizione pilia. escogitando varie ipotesi per spiegare la presenza
ee
GIOVANNI PUGLIESE CARRATELLI
9.
rimento del culto dei Nelidi da Lagaria, centro minore della Siritide,
assoggettato nel secolo V dai Metapontini: un centro in cui, per
giunta, il culto dei Nelidi sarebbe stato importato da Focesi. per i
quali non si vede qual significato potesse mai avere quel culto. dal
momento che l'unico nesso della Focide con i Nelidi sarebbe rappreaes.
8
sentata da un'isolata tradizione che associava ( Velleio Patercolo. I 1}
il vootos di Epeo a quello di Nestore, facendo probabilmente confusione tra l’eroe focese e l'omonimo re eleo: ed & un nessu così fragile
che lo stesso Giannelli deve aggiungere che “si può pensare che emigranti dell’Elide si siano uuiti ai coloni focesi in viaggio verso il
golfo di Taranto’. Pid semplice sarebbe allora immaginare il culto:
dei Nelidi importato da Colofone, fondazione pilia. a Siri, che una
autorevole tradizione faceva colonizzare da Colofonii. e da Siri a Metaponto: ma anche in questo caso chi nega l'origine pilia di Metaponto
non può dar ragione del trasferimento di quel eulto. Non suscita in:
vece alcuna difficolta, ma coincide anzi con le indicazioni della pit
recente ricerca storica ed archeologica, la memoria di una fondazione
pilia. quando la si collochi nell’ultima fase micenea.
©: Un altro culto la cui origine non viene chiarita in modo soddisfacente dai moderni eruditi é quello di Hera Lacinia. Lasciando
per il momento da parte la tesi di chi vi scorge un culto indigeno
ellenizzato. conviene fermarsi sulle forti affinità della dea crotoniate:
con la Hera d’Argo da un lato e Fepirotica Dione dall’altro. Le spiegazioni che vengono offerte rientrano tutte nel modulo consueto:
la Hera Lacinia sarebbe nata dalla mistione di Dione dodonéa portata in Italia dai Chäones/Chönes e della Hera argiva introdotta,
dai Corinzi a Corcira e quindi dai Corcirei a Crotone; per il secondo
elemento della mistione & stata proposta la variante di un’introduzione del culto da Samo. Si deve sübito osservare che se in sostegno
di questa seconda ipotesi si può invocare Vinfluenza del samio Pitagora in Crotone, con la prima non si spiega per qual modo i
coloni Corcirei -— che secondo oscuri e tardi accenni avrebbero par-
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View in PDF(opens in a new window)vane quando si consideri la pit volte rilevata coincidenza delle tappe
tecipato alla fondazione di Crotone, 6 poco dope questa sarebbero
venuti nella città — abbiamo avuto maggior peso che non i fondatori
“ achei’ nella definizione del principale culto della nuova comunita.
Queste e consimili escogitazioni sono sintomatiche di una visione del
movimento coloniale greco tenacemente limitata alla fase *storica /,
cosi da dover attribuire i caratteri* dionéi * della dea Lacinia allipotetica preesistenza di un culto importato da un popolo greco-illirico
dai lineamenti indefiniti, i Chäones. In una piú ampia prospettiva.
invece. si pone il problema dei rapporti della dodonea Dione con la
micenea Diwia (e l'italicizzata Diana), e di questa con Hera. gia
presente nel pantheon miceneo; e si delinea la possibilitä che la confluenza di caratteri delle due dee osservata nella Hera Lacinia si sia
già operata nella configurazione di Hera in fase * precoloniale ".
Analogamente, per il culto lacinio di Eracleé stata proposta un ’alternativa: influsso spartano. dovuto ad antiche relazioni tra Crotone
e Sparta, se non alla presenza di Spartani tra i fondatori di Crotone:
oppure influsso di un insediamento rodio. databile alla prima meta
del secolo VII, nel territorio crotoniate. Ma queste ipotesi appaiono
del mitico viaggio di Eracle in Occidente con i luoghi in cui & archeologicamente documentato un insediamento o almeno un emporio
miceneo: una coincidenza che impone una costante ricerca degli
antefatti della colonizzazione ~ storica” e un‘attitudine piu rispettosa.
in luogo di un superficiale scetticismo non meno acritico della credulita. verso le memorie che della loro storia piú remota serbavano i
Greci nella forma a loro propria dei miti. i quali son cosa diversa.
anche se non sempre ben distinta, dalle creazioni dei poeti. Per rimanere nell’ämbito italiota, la tradizione che attribuiva a Giasone la
fondazione del Heraion alla foce del Silaro acquista il valore di un’indicazione storica quando si ponga mente al coincidere degli itinerari
degli Argonauti con quelli che l'archeologia permette di ricostruire
per gli avventurosi viag gi tra le opposte sponde del Mediterraneo
dall’Tberia al Ponto e alle porte della favolosa regione subcaucasica,
ove cospicui giacimenti di metalli ed antiche tecniche metallurgiche
attirarono cercatori e mercanti durante la grande* rivoluzione industriale” dell’antichitä. il trapasso all’etä del ferro; e. resistendo alla
suggestione del tema, mi limiterò a ricordare la singolare circostanza
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CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
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che la dea del Silaro si ritrova nel Lazio lungo la via verso la zona
mineraria dell Italia centrale, a Lanuvium, Tibur e Falerii.
Un altro caso tipico di disorientamento della ricerca va infine
ricordato a proposito del culto di Athena a Siris: un culto della cui
il date
antichitä era segno lo xóanon rafigurante la dea. Quest
storico, intorno al quale l'erudizione anlica ha intessuto immigrazioni e lotte di varie genti, e la moderna ha aggiunto interpretazioni
e ricostruzioni la cui validita nun appare superiore a quella delle
narrazioni elaborate da storici e mitografi antichi, in primo luogo
Timeo. Cosi in antico Vistituzione del culto venne attribuito a Troiani,
che avrebbero tolto ai Chônes la città: un'attribuzione evidentemente
suggerita, al pari dell’episodio di una viulazione del tempio da parte
di nuovi conquistatori, dell’esistenza di un palladion in Siri; si narrava anche di un occupazione della città da parte di lumi di Colofone, |
patria del Calcante la cui tomba veniva collocata nel territorio di Siri.
E stato facile ai moderni ricostruire la genesi e gli sviluppi di questi
racconti: ma alcuni dotti hanno inserito nelle loro ricostruzioni delle
vicende di Siri elementi dei quali nessuna tradizione serba memoria;
e mentre il Beloch ascrive la fondazione della città ai Metapontini. ed
altri genericamente ad Achei, il Giannelli si vale del mito di Epeo
focese. connesso al culto di Athena nella vicina Lagaria. per postulare
una origine focese del culto di Athena a Siri ed attribuire a coloni,
focesi la fondazione di Siri come di Lagaria. Non si & dato però
valore ad una tradizione riportata da Strabone 1 VI 264 e NIV 6541.
che attribuiva ai Rodii, tra l'altro. la fondazione di Siri: eppure il.
carattere arcaico del eulto sirino dj Athena sarebbe in armonia con
una sua introduzione da Rodi, ove la dea era in particolare onore
fin dall’etä micenea; e se non gia in quel tempo (come sarebbe per
altro possibile), certo in eta molto antica potrebbe essere passato a
Siri il culto radio: * molto prima delle Olimpiadi °. come si legge nel
passo di Strabone (NIV 654 ov’& celebrata la precoce attività coloniale dei Rodii nei mari veeidentali.
Questi esempi vogliono soltanto mostrare quanti elementi siano
stati spesso trascurati nella critica della tradizione antica, e quanto
arbitrarie risultino certe ricostruzioni legate a schemi antiquati.
Conviene a questo punto far cenno di una ricorrente obiezione: se.
condo la quale la documentazione archeologiea non consentirebhe
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View in PDF(opens in a new window)nei pid dei casi di riportare all’etä micenea l'inizio dell’espansione
coloniale, Qui si deve rispondere che se alla scoperta di monumenti
non è estranea la téyy, nella sua impostazione la ricerca archeologica é per altro intimamente legata agli orientamenti della ricerca
storica, e molti scavie rinvenimenti sono frutto di attenta ricognizione di luoghi, di esperta tecnica dello scavo, di consapevole interpretazione dei reperti: cosi che si può prevedere che ai ritrovamenti
susseguitisi in Magna Grecia, in Sicilia, ed ora anche nel Lazio, di
vestigia d’insediamenti miceneï, e comunque * precoloniali”, altri e
pid cospicui si aggiungano presto nelle zone in cui una rinnovata
interpretazione di dati tradizianali fa ragionevolmente supporre l'esistenza di insediamenti greci anteriori alla colonizzazione * storica’.
Gli esempî fin qui addotti dell'insufficienza di certa problematica
relativa allorigine dei culti coloniali vanno ora integrati con un
approfondito esame della validita di un‘altra prospettiva, gia descritta
‘e sommariamente criticata, che rivendica all’elemento indigeno una
parte rilevante nella fondazione della civiltä italiota e siceliota e
particolarmente insiste sulle forme della vita religiosa. Per molti dei
culti italioti e sicelioti il ricorso all’origine itala e sicula ha offerto
una spiegazione della diversita di caratteri che i medesimi culti presentano nella loro reale o supposta patria: cosi per l'antichissima
Hera di Metaponto, la Hera del Silaro, la Hera Lacinia, la Persefone
di Locri. Si è gia detto dei forti dubbi a cui da adito una tesi che proprio in una sfera in cui le tradizioni avite erano piú gelosamente custodite immagina una prevalenza di elementi indigeni, quale non si
é verificata per alcun altro aspetto — politico o letterario o artistico —
della civilta di Magna Grecia o di Sicilia; e, per giunta, tale decisiva
influenza si sarebbe svolta su grandi santuari e su divinita poliadi.
A parte cid, non sono chiari i lineamenti stessi della religione degli
Itali o dei Siculi. Si sente spesso parlare, a questo proposito, di un
fondo religioso ‘ mediterraneo’, il cui principale carattere distintivo
della natura, con una polimorfa * dea madre” al vertice. in antitesi
viene indicato in una generica e confusa divinizzazione delle forze
alla pluralità di ben individuati numi propria dei púntheia delle
grandi civilta storiche; non risulta chiaro, tuttavia. se nei gruppi di
dee aflini collettivamente designate e corrispondenti alle greche
e
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zatdez si debba riconoscere un’ere-
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
vipas € xÓPuI, pntéges
civiltà dell’Asia anteriore, hattica, sumerica e hurrica. sono quei
dita della religione “ mediterranea’ o un elemento che questa avrebbe
avuto in comune con le religioni di genti indeuropee. In realta la
religione ‘mediterranea’, costruita dai dotti con un procedimento
sincretistico che proietta in eta remota una realtà storica della tarda
antichità, ha visto dissolversi molti dei suoi aspetti via via che in
varie civiltà dell Anatolia si rivelava il loro fondamentale carattere
indeuropeo, o — come nel caso dei Hurriti — il carattere anario
si definiva diverso e indipendente da quello che era stato assunto
come tipico della civiltà ‘ mediterranea’ qual era delineata da certi
studiosi; ed una ulteriore riduzione degli aspetti di questa si à avuta
dopo che Yarcheologia egea e lo studio dei testi cretesi e micenei
hanno mostrato che la civiltà cretese dei Palazzi era intimamente legata con un‘antichissima civiltà indeuropea d’Asia Minore. la luvia.
e che in questa gia esistevano culti e riti che alcuni moderni inclinavano ad attribuire alla religione * mediterranea’. Sicché ogni eventuale apporto di culture anteriori alla formazione degli ethne storici
dell’Oriente classico à sommerso nella cultura di questi ed à divenuto
irriconoscibile; e gli elementi che nel mondo classico permangono
estranei alla sfera indeuropea o alla semitica a a quella delle altre
di una polis, e che in questa la divinità poliade od uno dei grandi
pochi che si ritrovano nelle meno evolute religioni preclassiche del
Mediterraneo occidentale. e che son pertanto presenti, come vestigia 8
di una fase superata, anche nella cultura greca ‘ precoloniale’. In
Magna Grecia (e nella Sicilia grecal si può dunque parlare di reli.
gione degli Itali (e dei Siculi o delle altre genti preelleniche dell’isola)
quando vi sia un'esplicita attestazione in proposito (come si ha per
un rito di Loeri Epizefirii), o quando il nome del nume sia palesemente non greco (com’é quello dei Palikòi e forse della dea Pandina).
In caso diverso & prudente rammentare che quel che si intravede del patrimonio religioso indigeno, la cui entità e varietà possono anche
immaginarsì cospicue. & filtrato attraverso lo schermo di scrittori,:
artisti ed artigiani greci o di educazione greca. Ovviamente, non si.
esclude la possibilita che culti indigeni siano stati accolti dai coloni
ed abbiano assunto forme greche. Ma non é ammissibile che un culto,
indigeno abbia imposto a coloni greci la sede del maggior santuario
Page 6
View in PDF(opens in a new window)numi del pantheon greco abbia subite un alterazione della sua fisio.
nomia tradizionale per influenza di un oscuro nume di quelle genti
indigene che ricevettero profonda limpronta della superiore civilta
dei coloni e rapidamente si assimilarono a questi. Un’eloquente convalida di quanto sé detto vien offerta del resto dai superstiti rilievi
d’un santuario che v'è ragione di ritenere panitaliota, il Heraion del
Silaro: nella varieta dei temi a cui si sono ispirati gli scultori delle
metope del * thesaurôs” arcaico. non uno esula dalla mitugrafia elle.
nica. E non & meno significative il tenace attaccamento dei Posidoniati alle loro proprie tradizioni. dopo che la loro città era caduta
sotto la dominazione dei * Tirreni’. qual & ricordato da Aristosseno
tarantino (in Ateneo. XIV 632 a): ‘celebrano ancora una delle feste
elleniche, e convenuti là rammentano j nomi e i costumi antichi, e si
compiangono l'un Faltro e lacrimando si separano’.
Un punto ancora va considerato. che è essenziale per la corretta
datazione di alcuni culti. Recenti studi sulle vicende di regni micenei
occupati da genti doriche hanno mostrato come, in contrasto con
erano invocati come
“Avaxec,
ma s’era
uno schema che & stato spesso giustamente criticato e respinto, quale
segno di apocalittiche raffigurazioni del ‘ ritorno degli Eraclidi’, nei
luoghi invasi non solo non si sia interrotto lo svolgimento della culture * micenea’, ma si siano conservate piu a lungo che altrove forme
di vita politica e sociale; come, in altre parole. i ‘ feri victores’ siano
stati conquistati dalla civiltà dei vinti, e in Laconia. a Creta, nelle
Sporadi meridionali siano persistiti istituti e culti micenei che erano
invece scomparsi là dove sera svolta, attraverso interni contrasti e
ripercussioni degli avvenimenti esterni, ma senza invasioni. la graduale trasformazione del regno miceneo in polis. Uno dei piú eloquenti segni della persistenza di elementi micenei sotto il dominio
di Dori é nella città dorica xat’ êtoyhv, Sparta: il culto dei Dioscuri.
gli “Avaxe, nel cui titolo. che è quello proprio dei monarchi micenei.
si rivela loriginaria essenza dei genuini eroi, dinasti divinizzati, Anche
in Attica i Toirondrogrc
la funzione dei Dioscuri, protettori dei due Goyayétat, indica che
dissolta la memoria del loro legame con la scomparsa dinastia: mentre
la diarchia spartana aveva le sue radici nell’etä micenea. Non &
questa la sede per un lungo discorso sulla struttura politico-sociale
di Sparta prelicurgea e le sopravvivenze micenee nella Laconia, negli
TORTE
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CULTI E DOPTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
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stati cretesi e In Rodi prima della divisione dell isola in tre poleis; e
basterà ricordare che in molti culti laconici si riscontrano clementi
micenei: cosi nel culto della Orthia, di Hyakinthos amicleo. di Persefone, di Zeus Kataibátes. di Halios e degli Anemoi, Quando dunque
nella colonia spartana di Taranto si trovano culti che per loro inconsueti aspetti si è tentati di considerare importati prima della tradizionale fondazione della città, si deve tener presente il particolare
carattere arcaico che quei culti avevano gia nella metropolis: non
viene percid eliminata la possibilita che l'introduzione di alcuni ri.
salga ad un insediamento precoloniale, ma é difficile dimostrarlo
.
argomentando da quei caratteri.
Piú profonde vestigia di concezioni religiose micenee — della
cui penetrazione in Italia & del pari incerto il tempo — si ritrovano
in certe manifestazioni di religiosità che nell Occidente grecu costituiscono un aspetto peculiare di alcune poleis: Taranto. Locri e
Medma in Italia Siracusa e Selinunte in Sicilia. Cirene in Libra.
dell'arte, & la documentazione della religione locrese di Persefone.
Del singolare sviluppo che ebbero in Taranto i culti di divinità ctonie
e i riti in onore dei morti son testimonianza nan solo la copia di
ex-volo fittili deposti nei santuari di Persefone e di Dioniso. ma
ancora l’autorita che in materia di culto degli dei inferi venne riconosciuta a. Taranto dai Romani, che dalla città italiota probabilmente
derivarono — e forse, come vuole la tradizione. gia prima del secolo IJ] — i riti in onore di Dis Pater e Proserpina. la cui ara sorgeva presso l'isola Tiberina, in un tratto della ripa dal significativo
nome di Tarenium. Particolarmente cospicua, anche sotto il rispetto
attraverso i rilievi dei pinakes e gli altri documenti di culto templare :
e funerario trovati a Locri e nella sua colonia Medma. L’aura che
spira da questi monumenti di una religione radicata nel culto dei
=
morti & la stessa che s’avverte nella remota Cirene, tra gli innumeri:
prospetti sepolcrali che si susseguono per le rupi lungo la via che
scende al mare di Apollonia, o nei recessi sacri ai numi ctonii ed
alle Kégec (Kijoec), o di fronte ai busti femminili aprösopi. Gia;
Silvio Ferri, studiando le * divinità ignote *, ha messo in luce l'affinità
intima che lega Cirene alla Magna Grecia, e all'ambiente locrese in:
particolare, per l'intensità dell'esperienza religiosa nella preminente
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View in PDF(opens in a new window)forma dei culti catactonii. Donde sia nata questa affmita s’intravede:
sono pil o meno
tutti questi centri — Taranto. Locri. Cirene
direttamente legati al mondo spartano; ed ora che gli studi micenei
proiettano nuova luce sulla storia religiosa dei regni achei, e i culti
e riti connessi dalla tradizione specialmente con Ilúhos Ev vexveoot
e a lungo conservati nell’Elide si dichiarano patrimonio comune del
mondo miceneo. non & temerario postulare anche per la Laconia la
presenza di quei culti prima e dopo la dorizzazione. Certamente da
Sparta, e probabilmente per tramite tarantino, giunse a Locri il culto
dei Dioscuri; non altrettanto sicura é l'origine spartana del culto
locrese di Persefone, asserita dall’Oldfather per Vaffinita del teonimo
spartano ITepipdvera con Ja torma IImgupóva di una dedica la cui
attribuzione a Locri è tuttavia estremamente incerta. E opportuno
rilevare, con Paola Zancani Montuoro. che a Locri — come a Taranto,
prima che dai fatti, che in quella zona sia stato fondato un
teiyos
per quel che pare — oggetto del culto era la sola Persefone. & Bed;:
e cio non solo distingue nettamente il culto locrese (e il tarantino) da
quello siceliota, in cui di regola la Kore era abbinata a Demeter, ma
indica che a Locri la Dea era considerata non gia come la ‘Figlia’
della Dea delle messi. ma come l’autonoma sovrana degli Inferi.
Se però i culti italioti e cirenaici dei numi ctonii hanno i lore
incunabuli nel mondo miceneo, si pone il problema della data della
loro introduzione in Italia e in Libia. La soluzione piú conforme
all’opinione comune, e suggerita anche dai legami delle nominate
poleis con Sparta, sarebbe quella che, riconoscendo l'origine micenea
dei culti in questione, li ritenesse introdotti in Occidente da immigrati peloponnesii, Läconi imprimis, nel corso della colonizzazione
‘storica”. Non si deve però trascurare l’eventualitä che quei culti
si siano impiantati in Magna Grecia e in Libia nella fase * precoloniale’ micenea: induce ad ammettere ciò l'esistenza di cospicue vestigia di insediamenti micenei proprio a Taranto; mentre a Cirene sono
venuti a luce recentemente frammenti di ceramica micenea, i quali
sembrano convalidare l’opinione, dettata anche qui dalla ragione
gine ai culti in discorso si é indotti, ancora, da alcune considerazioni
anche lungo la rotta ‘ libica’ verso Ovest. Ad attribuire questa ori-
Grecia la dottrina orfica, con cui molti studiosi hanno collegato la
circa i loro caratteri e la singolare diffusione che ha avuto in Magna
CULT] E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
17
La religione
genesi o almeno lo sviluppo dei culti ctonii italioti..
micenea. quale si manifesta nei monumenti figurati e nelle tabelle
iscritte, non appare a prima vista molto diversa da quella della Grecia
arcaica: erano ignoti al suo pantheon alcuni dei — Apollo, Afrodite — che avrebbero pit tardi, giungendo dall’Asia, assorbito divinità minori delPantico pantheon (come Paiáwon), e sarebbero divenuti pari ai grandi dèi Zeus, Posidáon (con una Posidaéia) — dal
quale & distinto Enesidäon, come Enywalios appare distinlo da Ares.
— Hera, Athana Potnia, Artemis; Dionysos pare un dio di secondo
rango. come in Omero, ma a Pilo un “figlio di Zeus”. AiFoz tz,
componeva con Zeus e Hera una triade; Hermäas, con Fepiieto
tre, il culto dei morti & attestato da numerosi dati monumentali; e la
*Aoijac, & apparentemente associalo a tre dee ctonie; e tra le divinità
principali del pantheon pilio figurano due dee che in eta storica
sono del tutto in ombra. Iphimédeia e la Diwia; in un teonimo di
interpretazione ancora incerta & stata riconosciula Persa (o Persephone). Nel pantheon cretese sono altre divinità oscurc. forse un'eredita * minoica ‘. Ma ad un pit attento esame si avverte che l’atmosfera
è diversa da quella della religione * olimpica’, e che tra le une fasi
dev’essere intervenuta una profonda crisi che ha prohabilmente coinciso con l’avvento di Apollo e che ha definito, assai prima di Omero,
i lineamenti tipici della religione delle poleis aristocratiche e messo
in ombra ma non spento le tradizioni religiose dell'età pit antica.
Ora, quel che pid colpisce nella religione micenea é la preminenza
dei yumi legati al mondo catactonio: almeno nel regno di Pils. donde
pervengono i dati pid numerosi. Un triade di numi & costituita da
Persa, dalla Diwia e da Iphimedeia; un’altra — la principale — da
Poseidon e da due dee, e questa associazione ha richiamato quella
viva ancora in.etä ellenistica presso Telphusa nell Arcadia, di Poseidon Hippios con una Demeter ippomorfa e una loro figlia, la sorella
del cavallo Arione: divinità tutte catactonie. com’é chiaramente indicato dalla loro figura equina. In una triade legata al maggior santuario del regno Pilio, dedicato ad una Potnia, figurano dei che il
nome stesso dimostra appartenenti alla sfera dei numi domestici e
degli avi divinizzati: Trishéros, Dospótas. Nel mondo miceneo, inoldetta dall’Andronikos e da Doro Levi. Ma anche testi micenei ne
tesi del Mylonas negatrice di quel culto & stata efficacemente contra-
Page 8
View in PDF(opens in a new window)danno testimonianza: tra i riti Pilii della cui importanza è indice
la partecipazione del Févat sono quelli celebrati in onore dei Févaxec, vale a dire degli antenati divinizzati del sovrano, e quelli
“Omitéyioc; un eroe domestico. come indica il nome,
in onore dei Afyuoi, ‘gli assetati’ (i morti), ai quali si offrivano
olii profumati di rose e forse di viole, i fiori propri dei funeralia
classici; e una tabella pilia concernente 1 yégea che spettavano al
sacerdote di
associato poi in Atene con gli “Avoxe, & datata éxi Favdxrer
pvouévot ‘quando il re é stato iniziato”. Il culto dei Füvaxes
morti e la uúnous del FavaE vivente mostrano che le dottrine e le
esperienze della religione dei misteri in Grecia ebbero le loro remote
origini nel mondo miceneo% e nella beatitudine divina promessa nell'aldilà agli iniziati pervenuti al culmine dellesperienza mistica
(Are nai uaxapioté, eds 8 Eon Gvti Beototo) si riconosce
Yestensione ad una più vasta cerchia di mortali di una sorte ch'era
stata inizialmente privilegio dei dinasti. divinizzati pos! mortem in
vari paesi dell’Oriente classico. La storia della civiltà greca & dominata dall’antitesi tra la religione olimpica, che si à definita nella fase
di transizione dal regno miceneo alla polis e ha trovato il suo araldo
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
19
L’Orfismo ha avuto in Magna Grecia se non la sua patria certo
una sede importante e singolarmente propizia al suo sviluppo. Tentar di disegnare un ennesimo profilo della sua dottrina e della sua
storia equivarrebbe a spostar il discorso su temi solo indirettamente
connessi con la storia dei culti italioti, ed involgenti complicati
problemi filologici e storici, per alcuni dei quali & doveroso confessare
che non ancora si offre una convincente soluzione. La larga diffusione
che la religione orfica ha conosciuto nel mondo greco Wha natural.
mente arricchita di contributi di varia origine. e se può presumersi
che il nucleo della dottrina sia rimasto inalterato, à tuttavia evidente
che nell’interpretazione della sua teologia ed escatologia e nellattuasperienze culturali e
zione delle sue regole di vita le tradizioni e le esy
religiose degli adepti hanno variamente operato. E quindi estremamente diflicile distinguere nelle testimonianze dell’Orfismo in Magna
Grecia e in Sicilia quel che & proprio della dettrina e quel che appartiene ad altre tradizioni religiose, tra le quali, considerando la
vasta propagazione dell’Orfismo nei ceti popolari urbani e rurali si
dovrä annoverare tradizioni delle gent? indigene; le quali, a loro
volta meno ricche di esperienze culturali e pertanto piú pronte ad
assimilare estranee forme ed idee, non saranno neppure rimaste
immuni dall’influenza di riti e di immagini della religione degli
Achei con cui erano venute a contatto nel periodo * precoloniale '.
Ma ora preme soprattutto discutere un t6pos della moderna storiografia, circa la relazione tra l'escatologia dell’Orfismo e i culti di
divinita ctonie in Magna Grecia. Si & supposto infatti che alla diflusione e all’influenza delle dottrine orfiche sia dovuto lo sviluppo di
ratteristico di alcuni centri italioti, Taranto e Locri imprimis. A questa
tesi, che talvolta viene ampliata con l’aggiunta del Pitagorismo al.
YOrfismo, e che superficialmente considera orfica ogni concezione
escatologica italiota ed ogni raffigurazione di divinita ctonie, si può
facilmente opporre in primo luogo che la dottrina orfica era esoculti dei numi inferi e dei morti eroizzati che, come si é visto, à caterica, che ciascuna comunità orfica era costituita da un limitato|
e custode in Apollo Pitio, e le dottrine misteriosofiche che hanno
avuto i loro centri di diffusione in santuari demetriaci e nelle comunità orfiche. Il dio di Delfi esortava a non dimenticare i limiti ch’erano
posti dall’'umana natura (yv@Oi oavróv, unôèv &yav). e a ricercare
nella saggezza e nella norma sancita dai numi la via verso il divino:
nei Ashpirà nagayyéluura e nelle leggende di profeti apollinei quali
Aristea od Abaris. si esprime una dottrina che insiste sull’abisso
che divide gli immortali dai mortali e che é valicabile solo ai pachissimi che sanno superare quanto li vincola al destino di morte. La
religione misterica invece negava esplicitamente la diversità della
aviodv Ev Beöv yévos Er pus dE nvéouev|uatoôs dupórepou), ma
faceva privilegio degli iniziati il superamento, per fede e per xúconcezioni che avevano presieduto alla divinizzazione dei monarchi
natura umana dalla divina (nei versi di Pindaro, Nem. VI ls, &v
Bagotc, della frattura. In questa dottrina sopravvivevano dunque le
divenuti noti attraverso i fegot Aöyoı, l'adesione all’Orfismo esigeva. .
numero di iniziati e che se alcuni principî della religione orfica erano .
in preparazione alla xd@agoig, una rigorosa disciplina quale non
poteva adottarsi da numerosi fedeli; e poi che né gli ex-voto dionimicenei; nella teologia delfica si riflettevano l'idea dell’ toórne, il
principio di responsabilita, lo spirito agonistico che avevano dato vita
alla polis.
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View in PDF(opens in a new window)siaci o persefonei di Taranto né quelli di Loeri o di Medma hanno
aleun particolare carattere che permetta di designarli orfici. E opportuno ricordare che la Zancani Montuoro ha dimostrato — contro la
diffusa opinione che nei pinakes locresi siano raffigurate scene di una
come invece le
vita oltremondana lieta di luce e di opere terrene
immagini illustrino semplicemente il mito di Persefone nella versione
locrese. Sicuri documenti dell’Orfismo in Magna Grecia restano pertanto, oltre alla tradizione letteraria che & però piuttosto tarda, le
laminette auree iscritte di Petelia e Turii; e si può concludere che la
diffusione dell’Orfismo in Italia non ha relazione di causa ed effetto
con la fioritura di culti ctonii in certe zone.
Anche pit complesso il problema delle relazioni tra Orfismo e
Pitagorismo. I due movimenti vengono spesso collegati, nella loro
origine se non nel loro svolgimento; ma qualche studioso ha anche
ritenuto che le loro fortune fossero, in Magna Grecia, interdipendenti.
Gia scrittori antichi notavano la similarità, in alcuni punti, delle due
dottrine: e certo esse avevano in comune, se non i riti e la teologia, la
dosi ad un maestro, che non è però un profeta. dichiaratamente si
fede nell’ immortalita dell’anima e nella espiatrice trasmigrazione delle
anime, e certe esperienze mistiche e norme etiche e catartiche. Ma
se queste affinita indicano nell’Orfismo e nel Pitagorismo due dottrine
che rispondono ad esigenze e a speranze profondamente sentite. le
diversita sul piano religioso. oltre che su quello speculativo. son
tali da imporre una revisione di opinioni e criteri correnti. Prima
e fondamentale differenza & l'ispirazione stessa delle due dottrine:
come la religione eleusinia, l’orfica si incentra nella fede di una
profezia soterica, nella certezza dell’efficacia di una espiazione, attraverso i cui gradi l’anima, purificata e libera per sempre dal o@pa
ouo, attinge l’unione con la divinità: la pitagorica. pur richiamanispira alla teologia pitica e ricerca il superamento del ciclo delle
rinascite e del destino di morte ad esso inerente non solo nell’osservanza di prescrizioni purificatrici e nella fede in un vaticinio, ma
principalmente in un’assidua meditazione filosofica, in una tensione
verso la conoscenza dell'uomo e del mondo e in una interiore ricerca
del divino piuttosto che in una nebulosa estasi divinizzatrice: una
ricerca di certezza e di armonia che si manifesta anche nella concezione pitagorica della polis. L'epiclesi di Apollo Iperboreo, che se-
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
21
condo una citazione elianea (FH VII 26) di Aristotele veniva dato
dai Crotoniati a Pilagora è soltanto un segno di ammirazione popolare, ma non può valere come testimonianza della divinizzazione del
filosofo; e di fronte alla tendenza delle fonti neopitagoriche e neoplatoniche a rafhgurare il maestro come Heovgyóc e la sua scuola
come una mistica ovvovol«, si deve tener fermo al carattere filosofico del primo Pitagorismo e alla sua adesione ai principi della religione apollinea di Delfi, che non nell’iniziazione misterica ma nella
esperienza e nell’etica dei oopoí indicava la via per la liberazione
dal perenne rinnovarsi dei vincoli corporei. Una luminosa pagina
di Platone, nella sua lettera VII, esprime chiaramente Yantitesi tra le
due vie. 11 filosofo, che per tre volte era stato in Italia e in Sicilia,
e sera legato di profonda amicizia con Archita e gli altri Pitagorei
di Taranto — un’amicizia alimentata dalla comune vocazione filosofica, dall’antica suggestione delle dottrine pitagoriche sull'ateniese,
dal coincidere di teorie etiche e politiche — si rivolge agli eredi ed
amici del suo piú caro discepolo. Dione (334 cd): * Non sia asservita
a despoti la Sicilia. né alcun’altra polis — questo & il mio consiglio —
ma alle leggi: ché non viene alcun bene né a chi riduce in servitü né
a chi viene fatto servo, né a loro stessi né ai figli né ai nipoti, ma é
un’esperienza per ogni verso funesta: e solo anime grette e servili
amano carpire tali profitti: anime che nulla sanno di cid che € buono
e giusto, nelle cose divine e nelle umane, per l'avvenire e nel presente...”. E addita Dionisio il Giovine e Dione: “il primo, che non
vive ora ignobilmente: altro, che mi
mi ha dato ascolto.
ha dato ascolto, è morto nobilmente. Ché chi desideri l'otsofferenza, Nessuno di noi é nato immortale; e se ad alcuno avvenisse
timo per sé e per la sua polis, € giusto e bene che soffra qualunque
d’esserlo, non sarebbe felice, com'è opinione del volgo: ché male e
bene esistono realmente non per chi é senz anima ma solo per l’anima,
sia essa congiunta ad un corpo o separata. E veramente si deve sempre aver fede negli antichi e sacri testi, che ci dichiarano che l’anima
s
& immortale e che subisce giudizi e paga le pit gravi pene quando
si éx staccata dal corpo; e perciö si deve ritenere che soflrire grandi
offese ed ingiustizie € minor male che farle. L'uomo che ama le
ricchezze ed à povero di anima neppur presta orecchio a queste cose,
e se le ascolta crede di poterne ridere, e da ogni parte senza pudore
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View in PDF(opens in a new window)strappa tutto cid che egli crede. come una bestia, che appaghi la sua
fame o la sua sete o lo sazi del servile e grossolano piacere cui ingiustamente si da il nome di amore: cieco, che non scorge con quali
delle azioni si accompagni l'empietà. quanto male sia sempre congiunto con ogni iniquità, né come necessariamente chi opera cose
ingiuste tragga con sé Yempieta mentre si muove su questa terra €
quando torna sotto terra, in un viaggio ch'è in tutto e per tutto
vergognoso e miserando’ (334 d - 335 ce).
Autorevolissima testimonianza della dottrina pitagorica, almeno
di quella della £raıgia di Archita. il luogo platonico indica che quei
filosof non solo consideravano la morte corporea necessario momento
nel progresso dell’anima verso la conoscenza * di cid che é buono e
giusto nelle cose umane e nelle divine’: ma coerentemente dichiaravano la conquista di quella vera ed essenziale copía, attraverso le
ardue esperienze del vivere e la vigile tensione della coscienza morale,
preferibile ad un ‘ nascere immortali® che eliminando ogni affinatrice esperienza farebbe di un’inerte yuyı) l'equivalente di un dapuyov.
Platone non pud che accennare alla dottrina a cui egli manifestamente aderisce: come quella dei Pitagorei, la dottrina dell Academia
& esoterica, e Platone stesso, nel cosi detto‘ excursus filosofico” della
lettera VII (342 b - 344 b) allude all’incomunicabilita dell intimo processo che culmina nel vero conoscere, quando ée&éhapye Podvnors
xuì voùs ; ma chiaramente indica il suo orientamento richiamandosi
__ come nel Fedone (63 c. 70 c) — ai nakuwot te xai tegoì Aöyoı,
che sono solitamente identificati con testi orfici e piú probabilmente.
invece, designano quella somma di tradizioni escatologiche ch'era
patrimonio comune della religiosità greca. | ella Republica (ll
364 cd) gli "Ogpeoreheoraí sono oggetto di ironico dispregio: ma
un altro passo della lettera VII illumina l'attitudine del filosofo verso
le religioni misteriche. Al dolore di Platone per Yuccisione di Dione
si unisce una profonda amarezza per la parte che nella vicenda ha
svolto un discepolo dell Academia ed amico di Dione, Callippo, ch’era
poi divenuto uno dei piú violenti avversari del siracusano. Ora Platone vuol chiarire che l’amicizia di Callippo per Dione era stata altra
da quella che nasce &x pthooowias 1333 del: * Poi, tornando in patria, Dione prende con sé da Atene due fratelli, divenuti suoi amici
non per comune vocazione filosofica ma per quella superficiale soda-
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
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lita che & della maggior parte delle amicizie, quella che si forma
attraverso Fospitalità e la partecipazione ai riti dei piccoli e dei
grandi misteri’: e contrappone a questo genere di amicizia la gıAörns che aveva legato lui Platone a Dione, un ‘amicizia ‘nata dalaver in comune un’educazione alla libertä, nella quale sola deve
confidare chi abbia intelletto, pia che nell'afinità delle anime e dei
corpi’ (334 b). La distinzione tra la pidórmg nata éx pirocogius €
quella éx rot Eeviteww te xul pvetv
di’ Eevdépag zadeltas,
yal Enontevewv, à di decisiva importanza perché mostra quanto per
Platone e la sua Academia. e con ogni verosimiglianza anche per |
&ralgoı pitagorici del circolo di Archita, [iniziazione misterica in
tutti i suoi gradi — nel caso in specie l'eleusinia. ma lo stesso vale
evidentemente per l'orfica — sia diversa e distante dalla pihosopia,
Religione orfica e dottrina pitagorica differivano dunque nellispirazione. nel metodo. ed in definitiva anche nella concezione escatologica. Emanuele Ciaceri ne notò le sostanziali divergenze esaminando
tutto lo sfondo dei contrasti politico-sociali in Magna Grecia; e non
si deve dimenticare che i] Pitagorismo antico ha alimentato scuole
filosofiche e scientifiche piuttosto che comunitä mistiche: l'esempio
pid insigne, in Italia, é la scuola medica di Velia, da poco nota. il cui
nume tutelare fu, come per i Pitagorei, Apollo.
Una pit definita conoscenza dei culti italioti e della loro storia
è necessaria anche per un approfondito studio della storia politica
e civile dell Halia antica. Non si può ancora dire se siano vestigia
dell’espansione * micenea ‘. o se risalgano ai primi contatli con poleis
italiote. alcuni culti greci dell’Etruria e del Lazio. * Precoloniale’
appare il culto di una dea greca, alternativamente identificata con
Eiléithyia o con Hera, a Pyrgi porto di Caere; * precoloniale” il
culto di Hera ' Argéa’ (o‘ Iuno Argiva’), la dea del santuario posidoniate, nel Lazio meridionale, ove una tradizione riferita da Strabone (V 233) collocava, a Caieta e a Formiae, colonie laconiche;°
oF
dei Dioscuri; e una delle poche date sicure della storia romana ar-:
cui ara maxima sorgeva entro il pomerium e la cui “storia sacra’
sembra indicare una presenza di Greci sul suolo di Roma ancor prima,
che nascesse Purbs. Ma è certo il tempo dell’introduzione del culto”
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Grannezti, Culli? cit. p. 194 =.; ma v.
P. Zancant Moxtvoro, Il tempio di Persejone a Locri, in « Rendicomí d. Accad.
dei Lincei », Sc. mor. s. VII, vol. XIV, 1959, p. 226 s. e su Iygugera p. 227
nota 8. $ Ceramica micenca a Cirenr: 5. Srucent, in « Annuario d. Scuola
Archeol. di Atene », XXXIX-XL, 1961-1962, p. 664. § Culti micenci: G. Mapbout, Studi sul panthean miceneo, in «Ani dell’Accad. Toscana * La Colom», XXVII, 1962-1963, p. 53 ss. $ Culto miceneo dei morti: D. Levi, La
baria®
tomba a tholos di Kamilari presso a Festòs, in « Annnaria della Scuola Archeol,
1962). p. 184 ss. § ‘A Bed locrese:
M. Grecia. 1961; ed. Napoli. 1962). p. 137 ss. e la bibliografia ivi cilata:
inoltre Santuari extramurani in Magna Grecia, in questa rivista, AVI, 1962,
p.”241 ss. à Velia: P. Enver, L’Athenaion, santuario extramurano di Velia,
in questa rivista, XIX. 1964, p. 72 ss. $ Enagismòs dei Nelidi a Metapoma:
G. GraxxeLLi, Culti e miti della M, Grecia (2° ed. Firenze. 1963), p. 88 s.:
Hera Lacinia ed Fracle: ihidem, p. 146 s. e 150; Athena a Siris: ibidem, p.
93 ss, $ Vestigia micence nel Lazio: F. Biancoriore, La civilià micenea nel.
Fltalia meridionale, I. La ceramica (Roma, 1963). p. 102 nota 2 bis. $ Sopravvivenze micenee in regioni dorizzate: G.P.C., Dal regno miceneo alla polis, in
Dalla tribù allo stato (Aui del Convegno internaz. dei Lincei. 1961; ed. Roma
sione greca in Occidente v. G-P.C., Prime fasi della colonizzazione greca in
Italia, in Greci e lialici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di studi sulla
Il testo che precede & stato letto al IV Convegno di studi sulla Magna
Grecia, a Taranto, il 12 ottobre 1964, $ Sulla fase ‘ precoloniale* dell espanx
romano, com'è d’altronde confermato dalla continuitä di un #hiasos
dionisiaco in Pompei preromana e romana.
25
GIOVANNI] PUGLIESE CARRATELLI
24
caica & quella della consacrazione del loro tempio. nel 484 a.C.,
Vanno che vide la vittoria dei patricti. Promesso in voto nel 499, prima della battaglia al Lago Regillo. il tempio venne costruito entro
latina si inserisce coerentemente in un contesto di rivalità di attriti
intervento della grande città italiota nella sfera politica etruscocome tutto fa ritenere, il culto dei Dioscuri venne da Taranto. un
deravano stranieri. | culti greci attestati a Tuscolo, a Lavinio, a
a Roma son indici di una presenza greca che è stata attiva anche
nella sfera politica; non soltanto in quella mercantile e culturale, ed
ha avuto un suo peso nel critico periodo tra la fine della dinastia
dei Tarquinii e il consolidamento della republica dei patricii. Se,
il pomerium, come avveniva per i numi che i Romani non consideet reliquias Bacchanalium quaestionis cum omni exsecutus est cura’.
La designazione “pastores” dei coniurati sottolinea la prevalenza
dell’elemento rurale nelle sopravviventi conventicole bacchiche: e
suggerisce che nella frase dell'elogium di Polla (CIL P 638 = De
grassi, Inser. Lat. lib. r. p. 454) * primus fecei ut de agro poplico
aratoribus cederent paastores’ l’autore — P. Popillius Laenas. il
console del 132 a.C. — abbia voluto ricordare tra le sue maggiori
benemerenze la distribuzione di ager publicus ad " aratores’ non
soltanto per una polemica rivendicazione verso 1 suoi avversari graccani ma per la certezza di aver giovato alla Republica eliminando,
mediante l'insediamento di agricoltori stabili. Ja permanente insidia
costituita dai * pastores migranti. inaspriti dalle persecuzioni. E superfluo aggiungere che i provvedimenti contro i Bacchanalia non
segnarono un’interruzione del culto di Dionysos-Liber nel mondo
interni ed internazionali, ma anche di fecondi contatti cultural e
di intese, nel momento di deuta crisi conseguente alla scomparsa del
grande emporio di Sibari, fulero delle relazioni commerciali tra
FOriente ionico e l’Etruria. In questo periodo denso di contrasti
di progresso civile, Roma acquistö la sua fisionomia di polis e naturalmente gravitö verso la Magna Grecia.
Qui mise radici un culto misterico che suscitò gravi preoccupazioni in Roma e fu oggetto nel 186 a.C. del famoso senatus consultum de Bacchanalibus. 11 culto di Bakchos — come ben videro
i patres — rappresentò una forma di resistenza all'egemonia romana
e un estremo tentativo di organizzare le forze antiromane in Italia.
Se gli eccessi orgiastici degli iniziati fornirono all'autorità romana
un buon motivo per la repressione. primo oggetto delle preoccupazioni
del Senato erano le ‘ clandestinae coniurationes” di indocili Italioti
ed Etruschi. Non doveva essere spento il ricordo dell’adesione dei
Campani, dei Lucani e specialmente dei Brettii ad Annibale dopo
il 216; e se allora le aristocrazie delle città italiote erano rimaste
fedeli a Roma, tutrice dei loro privilegi, sentimenti antiromani si
erano manifestati anche tra i Greci del demo cittadino e dell’agro,
come appare dell’atteggiamento filannibalico di una parte dei Tarantini. degli Eracleoti, dei Turii e dei Metapontini nel 212, Le zone
rurali dell’ager Bruttius e della regione tarantina furono i punti di
estrema resistenza al s.c. de Bacchanalibus: e Livio (XANIN 41) ricorda che nel 184 a.C. ‘L. Postumius propraetor, cui Tarentum
provincia eveneral, magnas pastorum coniurationes vindicavit,
wms wer
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View in PDF(opens in a new window)morti:
E. L. Bexverr, The Olive Oil Tablets of Pylos
(Salamanca
19581:
di Atene », XXXIN-XL, 1961-1962, p. 122 se, spec. 132 ss. $ Offerte di olio ai
we-fjJa-re-pe = Fi-ureupeg zeil, EXaiFov (da Frov, cf, t-aviivos) ? wo-do-we =
== FooddFev.$ ‘So far as religious and ethical doctine is concerned, Orphics
and Pythagoreans are practically indistinguishable": R. Hackrortn, Plato's
Phaedo (Cambridge, 1955); cf, W.K.C. Gurarie, The Greels and their Gods
(London, 1950), p. 311 nota 3 e 316 s. $ Orfismo e culti clonii: GIANNELLIE, Gulti?
cit, p. 33 8, spec. 196 s. § Pinakes locresi: Zaxcanı Moxrvoro. I correda
della sposa, in « Archeologia Classica», XII, 1960, p. 37 ss. Givi la bibliografia), $ Platone, Ep. VIT 335 a nalmoti te xaı tegoi adyou: v. F. Novotny.
Platonis Epistulae comm. ill, (Brno. 1930), p. 192 ad L e Hackrorrn, Phaedo
eit, p. 59; Phaed. 69c-70c: v. L. Rosin, Platon, Phedon (Paris, 1934 Coll.
a- 524 col commento di E. R. Donns (OxBudé), p. 21 nota 1, e cf. Gorg. 523
ford, 1959), p. 373 ss. $ Craceri, Orfismo e Pitagorismo nei loro rapporti politicosociali, in « Atti d, Accad, di Agcheol. », nz. XII, 1932, p. 209 ss. $ Scuola medica di Elea: G.P.C., ®wkhagfos, in questa rivista, XVIII. 1963. p. 385 =:
Dioscuri in Roma: G.P.C. Achei nell’Etruria e nel Lazio?. in questa rivista.
Esser. Scuole di medicina a Velia e a Salerno, in « Apollo ». Bollettino «
Musei Provinciali del Salernitano, II. 1962 (ed. 1964). p. 125 ss. $ Culto dei
dionisiaco in Pompei:
A, Marurt, Gli scavi di Pompei, in Pompeiana, Rac-
XVII, 1962, p. 15 ss. $ Elogium di Polla: V. Panepiaxco, Il “lapis Poliae’ e
le partizioni di ‘ager publicus’ nel I] sec, a.C., nel territorio dell’antica Lucania, in « Rassegna storica Salernitana », XXIV, 1963, p. 3 as. § ‘ Pastores* =
Bouxokoi dionisiaci: P. Wuirreumier, Tarente (1939), p. 497 s. § Santuario
colta di stud] per il II cent, degli scavi di P. (Napoli, Macchiaroli, 1950). p. W.
SULLA SCUOLA MEDICA DI Erea. Nelle iscrizioni delle erme di medici troproposito Hörer, Olios, in
Roscuer,
Grecia
nel
CULTI E DOTTRINE RELIGIOSE IN MAGNA GRECIA
431
a.C.;
v.
anche
EBner, in
«Apollo»,
IL
1962.
p.
130
27
ss.
si può quindi tralasciare Tingenua spiegazione del Doederlein, v. in questa
riv., XIN, 1964, p. 136 nota J). OvdAis & forma d'età imperiale. per Odds;
o compure come nome di persona gid nella genealogia di Miltiade (Ferecide
FGrHist 3 F 2: "Ohos mes, OÖ)hos Koehler), Che la scuula medica eleate
fasse sotto la protezione di Apollo Othtoz non fa meraviglia: dalla Caria
sua patria il culto di quel dio era stato trasmesso ai Toni forse per tramite milesio; ed € significativa la sua presenza nel santuaris panionico di Delo (Strabone) e ad Atene. Come à stato osservalo, i superstiti testi relativi ai cultì
Halioti (raccolti dal Giannelli limitatamente alle colonie non joniche) ignorano
l'esistenza di un cultu di Apollo medico: ma in favore di essa parlana gli
indizi della diflusione del culto del Maleatas, predecessore di Asclepiv ad
Epidauro. in Occidente (verosimilmente da Taranto: v, GIaNvELLI, Culti2, p. 29)
e soprattuita i culta di Apollo medicus in Roma. intredetia dalla Magna
Class. », n. =». AL. 1962, p. 244 nota 3).
Dokeóg nel senso di * senola* si ritrova in Callimaco fr. 60 Pfeiffer (1. p. 74) e in
Fileta fr. 10 Powell anopgakıoı (= daaidevtor, v. Cazzanıca, in « Riv. Filol,
portanza — ed assicura anzi la conservazione di forme arcaiche e desuete
Le epigrafi veline, tutte databili per la grafia intorno alla meta del secolo |
d.C. suggerisconn d'artribuire al regno di Clandio la rievorazione delle glorie della
scuola medica eleate; e per uso del termine hAuozos di sajore pilagorico, ceriamente tradizionale nella scuola ma probabilmente a pochi comprensibile, € per
la preziosità della forma dell’etnico ‘Yedrtys (mentre nel decreto eleate relativo allasylia dell’Asklepieion di Cos. c, 242 a.C., si legge édOëe toig Goyovar
xGt TH. Spor tH. ‘Ehearòv) e dellepiteto aristotelico quouxôg di Parme.
nide, la rievocazione appare fatta con guste antiquario. Cid non ne riduce Vin-
— ma può dar ragione della tarda e simullanea celebrazione di antichi mae
stri, Chi può averla promossa? Viene alla mente il nome del medico coo Stertinjo Senofonte, che vantava la discendenza da Ippocrate ed era divenulo archiatra
di Claudio ed influentissimo per autorita e riechezza (v. su lui Herzoc. in « Histor.
Zeitschrift …, CXXV, 1922, p. 216 ss). Come Claudio. Senofonte coltivava con
passione Varcheologia; e, divergendo in cid dalla tradizione Ip cratica. altribuiva grande valore terapeutico alle cure termali, Si sa da Plinio (NH, \\TX
ch'egli e il fratello Cleonimo fecern costruire a Napoli edificî cospicui.
Anche le sculture rinvenute con le epigrafi — le statue di Asclepio. d'Igea.
e del medico Ulios figlio di Euxinos — son databili alfeta di Claudio. Riesumata
da Senofonte, assumerebbe particolare significato la designazione di Parmenide
come OvbAuadyc, e quindi come capnstipite della serie degli OtAvor; dando
rilievo al nesso della scuola medica eleate col eulto di Apollo Oùluos, infatti,
un Asclepiade coo avrebbe soltolineato l'origine autonoma di quella scuola rispetto alla coa, ma nel medesimo tempo rievocato un antico culto che nella
patria di Ippocrate. il demo coo di Isıhmös, viveva a lato di quello di Asclepia :
(v. « Annuaria d. Scuola Archeol. di Atene ». n. = NXV-XXUT 1963-1964 p,
(v. in
vate a Velia in un ambiente prossimo alle Terme, oltre al titolo tateds ger
Aagyog è degno di nota il nome Obdig comune a tutti i ire qwragzou ed
evidentemente cannesso con l’epiteto Oùlumdns di Parmenide (v. questa riv..
XVIII, 1963, p. 286, nr. 4). Che Oùludômng stia ad Apollo Otdvog nel medesimo
rapporto in cui “Aoxanmadys ad "Aoxänmtôcé così evidente che ogni dimostrazione € superflua; al pari di’AoxAnmiddys, Oökdöng à usato come nome
personale (v. Harpicke, Ouliades, in Paury-Wissowa, RE, XVIII 2 [1942],
p. 1998; cfr. GicanTE, in questa riv., XIX, 1964, p. 451; inulile citare altri
esempi, forniti specialmente da epigrafi anatoliche), ¢ come epiteta indicante
l'appartenenza ad un yévog (così per Parmenide e forse anche per 'Eaauveros
Oùáöng [Geopâlvng sacerdote di Panamara al tempo di Marco Aurelio,
v. Laumonier, Cultes indigènes de Carie, p. 270); la forma di patronimico implica naturalmente la derivazione da un name personale, I] caratiere medico
di Apollo OtiAtog non & stato desunio dall’epiclesi, ma & il dato storico mediante i] quale gia eruditi antichi hanno tentato di chiarire etimologicamente
il significata dell'epiclesi stessa
LT ss),
RLM. II 1 [1902], p. 832 s.; I. Scumipr, Olios/Ulios, in Pauty-Wissowa, RE,
AVIT 1 [1936], p. 2480 e Orrermans, Oulios, ibid. XVII 2 [1942]. p. 1999;