Delle idee pedagogiche presso i greci - La persona di Pitagora

Author
Allievo, G.
Published in
La Sapienza
Year
1886
Subject
PYTHAGORAS
Language
Italiano
Category
C10 Education
Archive number
817

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ALLIES E: DELLE IDEE PEDAGOGICHE PRESSO | GRIGI In: La Sapienza, VIII - 1886 - p.379-418 o LA PERSONA DI PITAGORA, FA Nella storia delle dottrine pedagogiche presso i Greci ne apparisce primo per ordine di tempo Pitagora, gloria della Grecia e dell’Italia nostra ad un tempo. Il suo nome giunse celebratissimo sino n noi vincendo il silenzio di ventiquattro e più secoli; ma la figura storica di lui, quasi punto luminoso fra le ombre, ci presenta una parte di sè misteriosa ed oscura, avvolta fra le leggende del volgo, fra le fole di creduli narratori, fra le aberrazioni di superstiziosi filosofi, Ja quale però lascia pur sempre trasparire più o meno spiegata la sua persona. Dove e quando è nato Pitagora? Dove e quando è morto ? Qual è la durata della sua esistenza ? Quali gli accidenti della sua vita, i particolari de’ suoi viaggi, i concetti elementari della sua dottrina? Ecco altrettanti punti, che porsero ai dotti argomento di controversia e di profondo dissidio, e rimangono tutt'ora avviluppati nell’incertezza, malgrado il numero considerevole di autori Greci, che scrissero di Pitagora, e gli studi moltissimi fatti da poi intorno que’ medesimi autori. I più lo dicono nato in Grecia a Samo città della Ionia; v'ha chi lo vuole Egizio, e chi Fenicio, mentre Teopempo, Aristossene ed Aristarco citato da Clemente concordano nel riconoscere per sua patria l'Italia, facendolo tirreno od etrusco di nascita. Quanto al tempo, il Larcher lo crede nato l’anno 608 prima dell’ éra volgare, il Meiners nel 584: secondo il Pitagorico Eraclide di Ponto egli sarebbe vissuto 80 anni, secondo i più degli storici 90, secondo Giamblico 99. A queste incertezze riguardanti il tempo ed il luogo de’ suoi natali vennero ad aggiungersi le strane avventure, i miti e le favole, in cui la fantasia del volgo e la superstiziosità delle tradizioni avvolsero la sua persona circondandola di tutto il prestigio di una misteriosa venerazione. Grandi cose si narrano di lui, e tali, che sanno del prodigioso e del sovrumano; ma anche fatta ragione dello strano e del favoloso, che vi si frammischia collo storico e col vero, egli apparisce pur sempre una delle più splendide personalità, che campeggino nel mondo ellenico. Egli fu tenuto in conto di taumaturgo ed operatore di miracoli, di un semidio, di un genio sovrumano, di una mente rivelatrice della sapienza divina. Chi lo proclamò figlio di Apollo, e chi di Mercurio. Fu detto, che Ja sua culla venne circondata di prodigi; che egli fu veduto in più luoghi nello stesso

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tempo, che calmava le tempeste, prediceva i tremuoti; che gli animali obbedivano alla sua chiamata; che da Mercur io fu insignito della facolt; de’ rigagnoli, e da questi risalire alla sorgente. Del Pitagorismo noi possiamo raccogliere qua e là copiosi frammenti sparsi in parecchi storici, ma occorre un paziente ed accorto lavoro della critica per sincerare i documenti ed apprezzarne il giusto valore. Intorno a Pitagora scrisse di proposito Aristotele alcuni opuscoli, che andarono smarriti, come pure i suoi discepoli Aristossene, Dicearco, Eraclide di Ponto. Ermippo, vissuto sotto Tolomeo Kvergete, compose di Pitagora una storia particolareggiata, come pure scrissero sul Pitadi ricordare tutta la sua vita anteriore e seppe ridestare in altri la ia sima ricordanza; che sentiva l'armonia delle sfere celesti, che si trovava in intimo colloquio colla Divinità, che le sue parole suonavano quale oracolo di verità infallibile. Queste leggen de ognun vede quanto abbiano dell’ inaudito, dell'incredibile, del favoloso: ma non perciò abbiamo ragione di lasciarci andare all altro estremo, qual è appunto la sentenza di coloro, i quali senza riflettere più che tanto hanno impugna ta soles: mente la personalitä storica di Pitagora, facendone un essere meramente fantastico, un mito, una favola, È proprio della fantasia popalure , allor quando apparisce in sulla scena sociale chi si solleva sopra il comune degli uomini per rara potenza di mente o di mano, ingigant irne oltre ogni modo la figura ed attribuirgli virtà sovrumana e pressoc hè divina. Ma spogliamo pure Pitagora di quel misterioso prestigio, onde lo ha circondato la tradizione popolare e ritorniamolo alle proporz ioni proprie della natura umana; egli rimane pur sempre grande nella sua realtà storicachè la vera grandezza non si nutre di favolose apparenze, nè punto abbisogna di essere sorretta da fantastiche esagerazioni. È cosa singolare il vedere, come oggidì il positivismo storico pretenda di inchioda re ai fatti la realtà umana tutta quanta, e di convertire in un mito, in una fantastica leggenda ogni personalità grande e sublime; del che non è a meravigliare quando sì pensi, che il positivismo niega ogni ideale dominatore dei fatti ed inspiratore della vera grandezza; ma è proprio delle menti piccine il disconoscere l’esistenza storica degli uomini grandi, perchè ad esse non riesce di misurarli alla loro stregua, L'incertezza, in cui versiamo riguardo al tempo, in cui nacque Pitagora, nemmeno essa ci porge buon argomento per mettere in forse o niegare addirittura la sua effettiva esistenza. Sia pure, che non si abbia sicura notizia dell’anno preciso, in cui vide Ja luce, se nel 608, o nel 584 avanti Cristo, ne si sappia accertare la durata esatta della sua esistenz a: e che perciò ? 1 pur sempre un fatto storico innegabile, che egli visse durante il 500 prima dell’éra volgare, come è un fatto universalmente ammesso, che in sul cominciare della seconda metà del 500 sbarcò sulle coste della Mugnagrecia e fondò un istituto a Crotona, dove passò gran parte de'suoi giorni. Se facesse mestieri porre in dubbio l’esiste nza della sua individualità personale per ciò solo, che rimane incerto l’anno della sua nascita per la stessa ragione sarebbe pure giuocoforza niegare |’ esistenza di tutti i filosofi, che lo precedettero, perchè prima di Socrate non era stato precisamente determinato il tempo, in cui visse ciascuno degli antichi filosofi greci. Di Pitagora non ci rimangono scritti originali, sebbene Diogene Laerzio riferisca che egli ha dettato un libro intorno l educazione, un altro sopra la politica, un terzo circa la natura, Mancandoci adunque le fonti prime, da cui ci venga dato di attingere lo sue dottrine, dobbiamo rimaner paghi de’ ruscelli più o meno puri e gorismo Cleante di Cizico, vissuto sotto il regno di Attalo, Alessandro Cornelio il Polistore dei tempi di Silla, Moderato di Gades, pitagorico del I” secolo dell'èva volgare, Auche Diogene Laerzio nelle sue Vile dei filosofi è ricco di documenti intorno la vita e la dottrina di Pitagora, i quali però hanno bisogno di essere ben bene vagliati dalla critica. Porfirio e Giamblico nella loro Vita di Pitagora raccolsero quanto di più importante si era scritto prima di loro intorno i Pitagorici e riferiscono brani considerevoli di scrittori storici che li precedettero, ma lasciarono molto a desiderare quanto alla critica. Parecchi frammenti di scritti originali attribuiti a filosofi pitagorici si leggono nella collezione degli Opuscula mythologica, physica et ethica, graece et latine edit. Galaeo Amsterd. 1688. Pitagora apprese i primi rudimenti della filosofia da Ferecide di Siro. Ancor giovanetto recavasi da Samo a Mileto, dove potè vedere Talete, uno dei savi della Grecia, che lo ammaestrò nella sapienza e lo consigliò di recarsi a Menfi in Egitto per coltivare il suo ingegno, di cui già porgeva bellissima prova. In fatti egli prese a percorrere le più remote contrade in cerca della sapienza e viaggiò in Egitto, in Arabia, nella Persia e nell’ India, facendo tesoro di tutto il sapere sparso in quelle regioni, Così si spiega l'ampiezza della scienza da lui posseduta, la quale indusse alcuni a negare la sua storica esistenza e convertirlo in un mito od essere fantastico, non sapendo essi rendersi ragione del come mai le sole forze individuali della sua mente gli fossero bastate a tanto. Pitagora è Venciclopedista del tempo: egli raccolse ed abbracciò col suo pensiero tutto il movimento filosofico del suo secolo, componendolo ad unità di sistema. Ecco la ragione della sua grandezza mentale, che agli occhi volgari apparve un prodigio divino. Però dei viaggi testé ricordati il Meiners (1) ammise come certo quello soltanto in Egitto, come probabile quello nella Fenicia, e rigetta quali mere invenzioni i suoi viaggi nell’Arabia, nella Tracia, nella Giudea, nella Caldea e nella Persia, sostenendo che la mancanza di ogni rapporto (1) Storia dell’ origine, progresso e decadenza delle scienze nella Grecia. Questo lavoro del Meiners è condotto con molto senno critico e rivela un'ampia e soda erudizione; parmi tuttavia cho egli si mostri proclive, più di quel che comporti ragione, all'autorità di Aristotele e di Aristossene, i quali giudicano tal fiata del pitagorismo attraverso le lofo vedute soggettive, e che per contro sia troppo corrivo ad inlirmare l'autenticità dei documenti storici del pitagorismo.

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382 — fra questi popoli ed i Greci doveva rendere a Pitagora impossibile viaggiare per quelle ignote regioni. i ; sella Ritornato a Samo sua patria dopo parecchi anni di assenza, non poti rimanervi a lungo, perchè la tirannia di Policrate minacciava la ae della ‘Suit persona, e sollocava la libera attività del suo ingegno A), AlPetá di 40 anni (2), se dobbiamo prestar fede ad Atos ci abbandonava Samo e riparava a Crotona nella Magnagrecin ch questo, che designava le parti orientali e meridionali d’ Italia ias dai Greci, che ne coltivavano le terre e vi avevano costutte diva ra gran numero, Quelle città greche dell'Italia continentale e della Sicilia gareggiavano per frequenza di popolo, per dovizia e potenza, colle iù splendide città dell'Asia e superavano per civiltà e saggezza ouate vi m stessa Atene e Sparta di que’ tempi. Però il lusso sntrompilose, Pozio, la profusione delle dovizie, la mollezza e la licenza del costu 5 dominavano allora le più floride città della Magnagrecia, che Pita = intendeva appunto di rigenerare a vita novella col US apostolate ais catore. Giunto a Crotona, egli accrebbe ben tosto la bella fama clio lo aveva preceduto, ed attrasse sulla sua persona la pubblica att à zione. Il popolo uccorreva in folla a sentirlo a parlare ne’ ter li, nei ginnasii, nella sala del Senato, meravigliato del suo die es contegno, della soavissima voce, della potenza del ragionare dell’ irre. sistibile e sublime eloquenza. Tutti i Crotoniati si ssatinvio ra ti d'entusiasmo per un tanto personaggio, che con maravigliosa sa iets rivelava ai loro occhi la diguità della natura umana e li inn: y pias delle divine bellezze della virtü. Bello ed aggraziato della Su gentile ne' modi, grave nel favellare, dotato di parola din ition el eloquente, egli ritraeva in sè vivo quel tipo del bello cane « cui la fantasia ellenica scorgeva modellata la bellezza e omai aches Quando si vide circondato dal rispetto e dall’ ammirazione di tutt quel popolo, il quale accoglieva con animo fidente e volenteroso i at morali insegnamenti, stimd essere venuto il tempo opportuno di ” durre in atto il suo intendimento, ponendo le fondamenta di un istituto, che inirasse ad un tempo alla perfetta coltura privata de’ sin oli discepoli ed alla massima prosperitá pubblica della convivenza vais Una eletta schiera di giovani e di cospicui cittadini, che Pitago i stimò meritevoli della sua confidenza, rispose al nobilissimo fut Pic. pig rage Pitagora sarebbe caduto schiavo nella Persia, in età i di 44 anni tentò i di liberare dal gi gr sum ma tornatogli vano il nobile tentativo, partì Der l'Italie “le ie 5 pe e , SO: di donde la Policr ie (at nelle a Tuseulane (1,16) che Pitagora approdd Tarquinio il Giamblico, sostiene che P = logo | + superbo. Un moderno scritt Prtagora venne i in n a Italia It in età età didì ) 60 i anni, in oe ichè anzichè di Ga, di È. e disparità cronologica alcuni sostenne ro poi collo stesso , che Pitagora diresse il suo istituto di Crotona per 39 anni, di 40, mentre di un tanto maestro, e sorse il più grande istituto, che ricordi la storia della civiltà antica. Quel collegio, su cui Vitagora raccolse tutta l'attività del suo spirito, ed a cui consacrò tutto il rimanente della sua vita, crebbe ben tosto in tronco amplissimo ¢ maestoso, che da Crotona distese i suoi rami molteplici e vigorosi in tutte le più fiorenti città dí Sicilia e d’Italia non solo, ma altresì nella Grecia propriamente detta e nelle sue isole. Eraclea, Metaponto, Agrigento, Taranto ed altre città della Magnagrecia albergavano nel proprio seno i loro collegi pitagoriei, che propagginati dal grande Istituto di Crotona ed animatin-i tutti da uno spirito identico e concorde esercitavano una salutare fluenza su tutti que’ popoli. Ma questa medesima influenza fu cagione per cui insorsero i tristi a rivolgere il loro odioe la loro invidia contro una società animata dal generoso intendimento di diffondere da per tutto i santi ed eterni principii del giusto e dell’onesto, i sentimenti iate, della libertà e dell'eccellenza umana, Un ricco e potente Crotonto di rifiuta era nominato Cilone, indispettito contro Pitagora, che si suscit accoglierlo nella sua società, perchè turbolento ed ambizioso,da che òi il furore popolare contro il suo Istituto, cogliendo occasione rio di pitagorici si erano opposti da prima alla distribuzione del territo , popolo del rii deside i do secon fatta Sibari conquistato dai Crotoniati repubdella uffizi gli tutti no poi alla proposta di coloro, che voleva e ai delegati blica fatti comuni, ed i magistrati astretti a vendere ragion ita la casa aggred venne del popolo. Per una congiura ordita da Cilone quali ici, di Milone, ove si trovavano adunati a consiglio i pitagor rai cercò rirono vittima del ferro e del fuoco de’ congiurati. Pitago rifugio a Locri, poi a Taranto ed altrove; ma il Senato, pur attestandogli riverenza e rispetto, si mostrò dolente di non poterlo ricoverare perchè la sua presenza avrebbe turbata la pubblica quiete. pe lico Aristossene, Dicearco, Nicomaco, Apollonio, Porfirio e Giamb o a quand a ancor viveva convengono tutti nell’ attestare, che Pitagora poi tono dissen ma o, Crotona scoppiò la congiura contro il suo Istitut nel e moriss nel chiarire, se ei fosse presente a quella catastrofe e vi e chi lo dice tumulto, oppure sia vissuto ancora qualche anno dopo; Ma non morto poco dopo a Crotona, chi a Metaponto e chi altrovoe,di Pitag ora spirit lo che fatto, il ostante l'incertezza di questo punto sta secoli alcuni per uò contin e to, sopravvisse alla distruzione del suo Istitu tal guisa la la propria esistenza nelle persone de’ suoi seguaci, e dietrars i in un compen a o vita del maestro e quelle de’ discepoli vengon amplisun di gine tutto, che è il pitagorismo, il quale ne porge l'imaono quasi moltep lici simo circolo, incentrato in Pitagora, da cui fluisc storici cenui vaggi i suoi seguaci. Vengono quindi opportuni pochi ciamente la intorno i Pitägoriei, siccome quelli, che chiudono accon biografia di Pitagora e ci aprono la via a studiare la sua mente. circa che per Distrutto col ferro e col fuoco il grande Istituto, riform atrice su a potenz sua la o diffus na Croto trent'anni aveva

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sana quasi tutta la Magnagrecia, caddero con esso anche gli altri Istituti minori delle altre città, che in esso s'innestavano come rami nel proprio tronco. | fedeli compagni di Pitagora n'andarono qua e lá dispersi e sacciati in esilio; e sebbene non più stretti insieme in comunanza di vita, tuttavia rimasero sempre uniti dal santo vincolo di una indissolubile amicizia, informati dal medesimo spirito del loro maestro, consenzienti nei principii della sua dottrina. Quegli antichi e veri discepoli di Pitagora, che vissero nel seno della sua società o furono pressochè suoi contemporanei, formano la prima e più eletta classe di pitagorici, fra i quali si segnalarono Archita di Taranto, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Vilolao, Eudosso, Tutti questi fiorirono in Italia ed in Sicilia, dove conservarono schietta e pura la dottrina del loro maestro, la propagarono e la svolsero coi loro scritti. Questi primi pitagorici comunicarono le loro dottrine ad altri, i quali dall’ Italia migrando nella Grecia adulterarono lo spirito del pitagorismo primitivo, intrudendovi nuovi elementi greci eterogenei, e si studiarono di attrarre sopra di sè l'attenzione del volgo e conciliarsi la pubblica ammirazione all'ettando il silenzio, atteggiando il volto a tristezza ed a mestizin, involuero la potenza della mente e la spiega. Infatti egli fu presente a tutto il movimento filosofico della Grecia del suo secolo, che andava svolgendosi per opera di Senofane, di Parmenide, di Leucippo, di Eraclito, di Talete e di l'erecide, e vi apprese dagli Egizii la legislazione, le loro costituzioni politicoreligiose, le pratiche amministrative, l'organismo del consorzio sociale, dai Fenicii la meccanica e l'astronomia e svariate nozioni sulle arti, la geogratia, le scienze ed i costumi di molti popoli stranieri, dall'Oriente il dogmatismo religioso e segnatamente la metempsicosi. Così Pitagora apparisce il raccoglitore di tutta la sapienza del suo tempo, e tale già ce lo ritraeva un suo grande ammiratore e contemporaneo, Empedocle d’Agrigento, con queste parole: L’ Uomo (cioè Pitagora) era fornito di così sottile avvedimento e nobili amplissime cognizioni, che discopriva non solo la natura delle cose, ma vedeva ed abbracciava a una occhiata ciò che partitamente era stato divisato da dieci, venti o più generazioni (1). Perd la sua mente non va già riguardata quale un mero recipiente del sapere contemporaneo, e niente più: quell’ampio sapere da lui raccolto egli lo seppe lavorare, tutto ingrandire, organare in una potente unità, imprimendogli lo stampo del suo penportando scapigliato il crine e lunga la barba, rinunciando al vino ed alle vivande, spingendo la trascuranza della persona fino al più indecente cinismo. Questi pitagorici di nuova foggin durarono sino ni tempi di Aristossene e di Eraclide, dopo i quali il Pitagorismo giacque spento per più d'un secolo, finchè nell'epoca di Cicerone e di Augusto siero, infondendogli lo spirito del suo genio, dandogli un nuovo e più sorse una classe di dotti, che si diedero nome di pitagorici, quali furono" Figulo, Sozione alessandrino, Sestio, Filone,e sopra tutti Apollonio di Tiane, filosofo del primo secolo dell’éra volgare, il quale si foggiò un teorema da lui denominato sulla proprietà del quadrato dell’ipotenusa nel rapporto incommensurabile tra la diagonale ed un lato del quadrato; Pitagora ideale ben altro da quello reale e se lo propose come deve ad Archita la soluzione del problema delle due medie procome tipo della sapienza e della vita, e per cagione delle sue stranezze, del suo fanatismo e de’ suoi pretesi miracoli fu ammirato quale un confidente degli Dei. Intorno a lui si raccolse una nuova schiera di pitagorici, che, numerosissimi nei primi due secoli dell’ èra volgare, cominciarono a scemare nel terzo secolo, e nel quarto scomparvero affatto. In quest’ultima classe di pitagorici la mente di Pitagora rimase affatto snaturata. elevato indirizzo. I lavori speculativi di lui e de’ suoi discepoli abbracciarono i più rilevanti elementi della scienza e della vita; astronomia, geometria, meccanica, fisica, medicina, poesia, musica, legislazione, religione e morale. La geometria deve a Pitagora la scoperta del famoso triangolo rettangolo, e la teoria degli isoperimetri e la dimostrazione del porzionali. È a lamentare assai la perdita degli scritti originali, in cui si leggeva esposta la pitagorica dottrina. Diogene Laerzio asserisce, che Pitagora scrisse tre volumi, l’uno intorno la natura, l’altro sull'educazione, il terzo sopra la politica; ma que’ libri andarono dispersi dal tempo, e non ce ne rimangono che pochi frammenti sparsi qua e là nelle opere de’ filosofi posteriori. Rarissimi erano i libri de’ primi pitagorici, e se ne trovavano esemplari nelle regie biblioteche di Pergamo e di Alessandria. Pitagora filosofo. scrisse tre libri, che dicevansi pagati da Platone dieci Filolao mila drammi (nove mila franchi) (2). La critica ha sollevato gravi dubbi intorno l’au- Passiamo dalla vita alla mente di Pitagora, dalla realtà dell’uomo individuo all’idealità del pensatore. Questi due aspetti, sotto cui esso ci si presenta, si rispondono l’uno all’altro e si spiegano a vicenda; il che conferma quanto abbiamo altra volta avvertito, che cioè anche tenticità de' Versi aurei attribuiti nella vita di un pensatore vanno ricercate le ragioni della dottrina da il pensiero dalla moltiplicità delle cose finite all'unità dell'Essere infinito, a Pitagora, trattato Intorno di Ocello di Lucania. Pitagora concepì la filosofia siccome la scienza universale, che solleva lui professata, Pitagora non è nè un uomo volgare qualsiasi, nè tanto meno un essere fantastico, un semidio, ma un uomo della realtà ed un sublime pensatore ad un tempo, talchè l’uomo rivela sotto il suo debole del l'anima del mondo di Timeo da Locri, e dell’opera Intorno l'universo (1) Eseroocus, in Porfirio, Vita di 1 (2) Getto, III; Droo. Larnz., 80,2 25 — Sapienza 1886. RU et

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nel quale rintraccia le ragioni spiegative dell'universo e le norme direttive della vita, ossia come scienza e come sapienza ad un tempo, come speculazione teorica e come maestra ed educatrice del vivere umano, tantochè nella sua mente il concetto filosofico ed il concetto pedagogico — 387 — menti celesti possa spieg arsi col calcolo matemati co. Ma egli non fermò a questo punto: bens ì sollevando il suo principio alla più si si compenetrano ad armonia. Questo spirito speculativo ed operativo ampia generalità possibile, pronunciò che l'armonia di tutto nb 1 A de l'universo riposa sulle proprietà ed i rapporti dei mine cho n questi della sua filosofia si rivela nell’ indole e nello sviluppo storico del suo forse questo un paradosso indegno Istituto, nel quale si formò e dal quale uscì una schiera eletta di medici, di geometri, di artisti, di legislatori e di riformatori politici, che esercitarono una benefica virtù sulle genti della Magnagrecia. un serio esame? I numeri non sono Pitagora considerava l'universo siccome un'immensa armonia e riguardava i numeri siccome il principio e l'essenza di ogni cosa, siccome la ragione ed il fondamento dell’armonia universale. In questo concetto filosofico dell'universo sta espressa la sintesi di tutta la sua dottrina. Però il vocabolo armonia veniva assunto in amplissimo significato ed adoperato a designare ogni guisa di ordine, di accordo, di regolarità, di corrispondenza e proporzione di parti componenti un tutto. Un primo riscontro di questo suo concetto matematico ci si offre nella sua teoria della musica, nella quale egli dimostra che Y armonia musicale emerge dal rapporto numerico di suoni diversi. Narrano, che passando un giorno presso l’officina di un fabbro vi si arrestò per notare la differenza de’suoni prodotti dal colpo di parecchi martelli cadenti sopra un’incudine: entrò nell’ officina, pesó i diversi martelli e si accorse che la varietà de’ suoni ed il numero delle vibrazioni erano proporzionali alle masse, che percuotevano l’incudine. Ritornato a casa, distese diverse corde di un medesimo diametro ed espresse con numeri i rapporti dei loro toni; poi sospese alle medesime corde sonore pesi differenti e determinò i rapporti dei diversi suoni sopra i rapporti, che trovò fra i pesi tendenti. Così si assicurò mercè I’ esperienza e l'osservazione, che le vibrazioni delle corde, a circostanze eguali, sono sempre reciproche alle loro lunghezze, sicchè una corda doppia di un’ altra fa nel medesimo tempo il metà meno di vibrazioni, e scoperse che vi sono tre mezzi per cangiare suono di una corda, facendo cioè variare sia il diametro, sia la lunghezza, sia la tensione. Aristossene in un suo opuscolo sulla musica censurò come insussistente questo calcolo di Pitagora, ma nel secolo scorso Giangiacomo Rousseau ripigliando ad esame quest’argomento trovò fondata la teoria di Pitagora e sbagliato il giudizio, che ne aveva pronunciato il musico discepolo di Aristotele. Dimostrato come l'armonia musicale sia sottoposta alle leggi matematiche e trovi la sua ragione nelle proprietà e nei rapporti de’ numeri, Pitagora allargò la sfera di questo suo principio applicandolo all armonia de’ movimenti celesti, ossia al mondo astronomico, e sostenne esservi regolarità, proporzioni, armonia tra le masse dei corpi celesti, i loro movimenti e le eccentricità de’ medesimi. Finquì non si dura gran fatica ad intendere il principio filosofico di Pitagora e con lui riconoscere, che l’armonia della musica e de’ movidimora l'essenza ed il principio di di ogni cosa pren Pa N > è un pensatore immeriterole i forse mere astrattezza del pe i “ destituite di ogni realtà? Componet eli insieme e nonna zu ik lanta guise, spezzateli in frazioni impercettibili od ingranditeli all infini te non ne caverete un bricciolo di realt à mai. La cosa & tanto eridonie, che nulla più. Però a me pare convenie nte lo avvertire in pro cla che nella dottrina di Pitagora occorre disti nguere la parte simbo li È. matematica ed esteriore della sua forma dal concetto razionale ed ıntrinseco della sua sostanza, e che perci ò i numeri da lui riguard + siccome Pessenza ed il principio di ogni cosa, armonia, non vanno sempre intesi matico, come sı avvera nel campo la fonte dell’ Ke alla lettera e nel proprio senso she della musica e nel mondo dell'astro nomia ma in senso simbolico ed astra tto, a conoscere cioè gli esser i non quali sono nella loro specifica realtà, ma quali si mostrano nel loro aspet to e e generale. ‚agora immaginasse Sarebbe atto di mente gross a il credere, Puniverso vivo e reale, quali sono 1 numeri matematici, ed a me pare pa osservando, che ogni = : o node: = $ | che formato di unità astra tte di chiarire il suo veto essere della natura e della realt à, di quapese tempo o luogo esista, costituisce ato, è quel che è, e non altro, perchè la sua entre da tali e tali altri elem enti o virti aventi quell'altra proporzione e tenuti insie un natura fra di loro questa o me in ordine ed armonia dai tali o tali altri rapporti, per modo che mutata la quantità degli 0 le proporzioni o le attinenze loro, my ha rec natura ed elementi quell’essere non & piü quel desso di essenza agli occhi di chi lo contempla. Or a ~~ molti ba i di quell’ essere come altre ttante unita mpone ‘to € vol avrete un esistenti fra quegli elementi, e voi l’armonia: in altre parole avrete numero: apac e in i i da Sale a le proporzioni il pensiero di Pitagora cetto astratto e matematico del numero co He riguardate avrete i rapporti fra quelle unità, me pare il as essenza fills conta testo delle cose senso razionale del suo nato testè alla forma simbo lica, dottrina, e che perciò ne consiglia me ossia ' 2 e fonte principio. in cui Pitagora avvolse la sua di non assumere sempre i siva e ment , e lettereral ale e ] la sua dottrina i deii numeri,g disti perciò il g nguendo SS ps > ee na, rus eee 4 Infatti i suoi commentato ri ed ce e A ee uperncie, da ıl le mn aboleggia i quattro il solido Ganici, il sei la vita vegetale, impre la scala punto o interpreti i primi dieci numeri succes sivi progressiva geometrico, volume, il il cinque due degli la icorpi il sette la vita animale, l’otto esseri linea, il in fisici inorl’uomo, il nove

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anime umane vennero da Dio intruse nei corpi come in un carcere od in un sepolcro in punizione di alcuni delitti commessi nella loro vita celeste anteriore alla presente. l'ilolao diceva, che « l'anima è congiunta con questo corpo per suo castigo, e vi è sepolta come in una tomba »: (presso Clemente Alessandro Strom. II, p. 433). Con questa idea di una vita precedente Pitagora tentava di spiegare alcuni problemi del male fisico e morale, ond’é afflitta la vita presente, osservando, che le infe- E altrove: « Humanus animns decerptus ex mente divina » (1). L'anima licità e miserie, che ne provengono in apparenza dagli oggetti esterni e quell’interna inquietitudine, che mai non ci abbandona, hanno la loro prima e vera origine nelle colpe della vita anteriore. Che se il corpo è un sepolcro, una prigione dell’anima, non evvi forse ragione di liberarcene mediante il suicidio? No, risponde Pitagora, la vita non va odiata, nè anzi tempo abbandonata, perchè accanto all’armonia universale e divina, onde tutto origina, siede la necessità eterna ed irresistibile de’ principii opposti, che risiedono nella materia; epperciò ci è giuocoforza chinare il capo alle condizioni imposteci dal mondo, in cui ci troviamo posti, sottometterci alla legge, che lo rende stabile e costituisce la sua stessa esistenza; è necessità riguardare la vita presente come un posto, in cui Dio medesimo ci ha collocati, e non abbandonarlo senza l’ordine suo. L'anima nella sua unione sostanziale col corpo adempie verso di questo un ufficio, che ben manifesta l'eccellenza, di cui va insignita, ed il primato, che le spetta sulla materia. Come l’anima universale divina armonizza tutte le parti dell'immenso cosmo, così l’anima umana forma armonicamente il proprio corpo, mette in moto tutte le sue membra, le avviva, le dirige concordi ad un medesimo fine e le compone insieme in un tutto organico e vivente. Epperò venne dai Pitagorici concepita siccome un numero semovente, un'armonia del corpo, non già nel senso materialistico, che essa sia un mero risultato dell’ organismo corporeo, un'espressione astratta dell’ ordine esistente fra le non trae la sua origine dagli organi del corpo, ma (dicevano gorici) vien dal di fuori nel corpo (2), è una emanazione i pitadell’ etere, simbolo dell'anima universale, ossia di Dio animatore supremo. Questa origine celeste «dell'anima trova una conferma in quell'altro pronunciato o simbolico o letterale del pitagorismo, che le anime umane abbiano vissuto una vita divina anteriore a questa mortale, e che per commessi disordini siansi disgiunte dall'anima universale, alla quale per propria natura erano congiunte. L'origine «divina dell'anima da un lato, e dall'altro Pufficio, che essa adempie verso il corpo avvivandolo ed armonizzandolo, ci rivelano il concetto, che dobbiamo formarci della sua natura e delle potenze, di cui va fornita. Dacchè essa proviene da Dio, mostra una natura spirituale, che è costituita dalla virtü della ragione o della mente; dacché vivifica ed informa il corpo, manifesta natura animale, che è costituita dalla potenza del senso fisico. La natura razionale dell’ anima, o la mente, è immortale, invisibile in ogni suo atto, e siffattamente propria dell’uomo quaggiù, che specificamente lo differenzia dal bruto, mentre la natura sensitiva od animale, essendo implicata coll’organismo corporeo perisce col dissolversi di questo, ed è comune all'uomo ed al bruto ad un tempo. Questa divisione della natura dell'anima in due grandi e fondamentali potenze è universalmente riconosciuta siccome appartenente alla dottrina pitagorica, mentre è messa in dubbio siccome supposta un’altra divisione in tre potenze, le quali però possono, come vedremo, rientrare nelle altre due testè accennate. Certo è, che le idee di Pitagora e de’ pitagorici intorno le umane potenze, anzichè una teoria psicologica netta ed esplicita, costituiscono un abbozzo indistinto di teoria, essendovi molte lacune, e contrarietà ed incertezze, le quali provengono da vocaboli o di equivoco significato, o non facilmente funzioni organiche, bensì in quanto essa è un principio sostanziale dotato dell’intrinseca virtà di comporre ad unità di organismo il corpo e mantenerlo in vita. Così l’uomo accoppiando in sè un corpo, che conciliabili fra di loro, adoperati da pitagorici vissuti in diversi periodi storici. Io tenterò di ordinare il pensiero pitagorico intorno quest’ argomento, interpretandolo secondo lo spirito del pitagorismo ed esprimendolo col linguaggio della psicologia moderna. partecipa del mondo fisico, ed un’ anima che partecipa della natura Ho detto, che altri pitagorici distinguono nell'anima umana tre facoltà divina, perchè primeggia sulla materia, apparisce un compendio dell’universo, un piccol mondo, un microcosmo. . | Dall’umano composto discendiamo a riguardarne la parte più nobile, che è l’anima. Scrisse Cicerone nelle Zusculane, che « animorum nulla in terris origo inveniri potest » (1); e questa origine celeste dell’anima umana era appunto riconosciuta da Pitagora, siccome lo attesta lo stesso Cicerone nel capo 21 del suo libro De Senectute con queste parole: «I pitagorici nostri connazionali non hanno mai posto in forse, che le anime nostre non siano discese dall'anima universale di Dio. » o potenze, e che queste possono rientrare nelle due già accennate della ragione o mente e del senso. Infatti il senso venne distinto in due speciali funzioni appellate Puna concupiscibile, l’altra irascibile. La concupiscibile, detta altrimenti appetito od inclinazione, è la facoltà, che ci porta a desiderare le cose, che ne convengono, ne allietano e giovano alla nostra fisica conservazione, mentre la irascibile è facoltà, che ci porta a difenderci, a vendicarci, ad abborrire od allontanare da noi ogni oggetto, che ne addolori o turbi in qualche modo il nostro buon (1) Tusc. disput. V. 13. (1) Lib. I, 27. (2) Sronzo, Eccl. I, v. 790,

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essere; onde si scorge, come il senso sia la sorgente dei desiderii o delle passioni. Così bipartito il senso in due speciali funzioni, avremmo tre facoltà dell'anima, che sono la ragione, l'appetito (concupiscibile), l'avversione (irascibile). Siflatta divisione venne esplicitamente espressa da Plutarco e da Diogene Laerzio coi tre vocaboli vois, ppi, Öupös, i quali vocaboli però non sono presi nel medesimo significato dall'uno e dall'altro greco scrittore, e porsero ni critici argomento di faticosa discussione, A questa stessa divisione accennava Cicerone nel quarto libro delle Tusculane al capo quinto, là dove scrisse: « Pythagoras primum, deinde Plato animum in duas partes dividunt, alteram rationis participem, alteram expertem; in participe rationis ponunt tranquillitatem, idest placidam quictamque constantiam; in illa altera motus turbidos tum irae, tum cupiditatis, contrarios inimicosque rationi »; colle quali ultime parole viene enunciata la suddivisione del senso in irascibile dell’umano sapere, la scienza, che è la conoscenza dei numeri, ossia la e concupiscibile. matematica presa nella sua più ampia universalità, intesa nel suo signi- Determinata la natura dell’ anima e rilevata l’esistenza delle sue costitutive potenze, viene il considerare come dallo svolgersi progressivo di queste potenze sorga la vita stessa dell'anima, e come in essa vita l'operare della sua natura razionale apparisca intrecciato con quello della sua natura animale Quindi nel lungo e continuato periodo della vita deil’anima noi possiamo segnare due punti estremi ed opposti, cioè un esordio ed un termine finale: l'esordio è dato, ossia è un punto, in cui l’anima venne posta dalla stessa natura; il termine finale è un punto posto siccome meta della sua attività e l'ideale delle sue aspirazioni, il segno della sua destinazione, Nei primordii della sua mondana esistenza l’anima è inceppata nei vincoli dell'organismo corporeo: adoperare gli organi del proprio corpo siccome mezzo per iniziare il proprio sviluppo, ma pol ringagliardire sè stessa ed alleggerire a poco a poco il peso delle sue catene fino a liberarsene affatto sollevandosi dalla materia fino a Dio, ecco l'ideale della sua destinazione, in cui Ja sua vita quieter’ perfettamente sviluppata. A ben comprendere questo successivo svolgimento dell'anima necessita lo avvertire come, secondo il pensiero di Pitagora, la ragione, che è sua più nobil potenza, va intesa in due grandi e distinti significati, cioè come facoltà di conoscere Je cose e come facoltà di operare ii retto e l'onesto, o per parlare il linguaggio moderno di Kant, come ragione speculativa e come ragione pratica. Lo sviluppo della ragione speculativa dà luogo a quella forma di vita, che si denomina il sapere, come lo sviluppo della ragione pratica origina la vita operativa o morale. Vediamo come si sensi non ci apprendono se non quel tanto, cho è corporeo, mutabile, molteplice e passeggero, ossia i fenomeni della materia, ma non i rapporti numerici od ideali di essi, non le loro leggi universali, non i loro principii, la loro unità. Così a mo’ d'esempio l'orecchio c'informa dei fenomeni dell'armonia musicale, ma non ce ne rivela la ragione. liceo adunque già qui un primo ed infimo grado dell'umano sapere, un primo ordine di cognizioni. Ma l’intelligenza, essendo di natura spirituale, è fatta per conoscere le cose simili a sè, nd può quindi arrestarsi alla conoscenza delle cose sensibili: tutto cid, che passeggero, quali sono appunto i fenomeni è della mutabile, molteplice, materia, non è un essere vero e reale, ma fallace ed illusorio, L'intelligenza adunque non può giungere alla verità, se non sollevandosi dai fenomeni materiali ai loro rapporti ed alla loro armonia. Ecco un secondo e più elevato grado ficato più sublime e filosofico. Ma neanco a questo punto si arresta lo sviluppo della vita intellettiva. L'intelligenza scorge che ogni essere vero e reale è un’unitä, un'armonia, un numero, ma riconosce ben tosto che debl'esservi così un'unitá suprema, a cui si riconducano tutti i molteplici numeri particolari, una monade, principio di tutte le monadi, un'armonia fonte di tutte le armonie cosmiche. Questa monade sovrana, quest'armonia prima è Dio. La contemplazione di questa monade divina è la sapienza (1), la quale sovrasta alla medesima scienza. Pervenuta a questo punto la vita intellettiva dell'anima ha toccato il suo ideale: lo spirito si è sciolto dai vincoli della materia, ha conquistata la sua vera libertà. Questa pura e divina libertà della mente è riservata alla vita futura; però anche quaggiù ne abbiamo un saggio in quella, che Pitagora chiamava astrazione dai sensi o morte filosofica, allorquando l’anima rapita per così dire fuor dell'organismo corporeo se ne sta tutta assorbita od immersa nella contemplazione dell'Infinito, e nulla più vede intorno a sè che l’Infinito stesso, e quivi riconosce sè medesima siccome di natura tale, che il corpo le è straniero, sicchè mentre essa si rimane alienata dai sensi, il corpo continua per impulso meramente meccanico i suoi movimenti da sè solo, come se l’anima più non gli appartenesse. A questi tre gradi successivi, per cui progredisce la vita intellettiva fanno bella e natural corrispondenza tre forme evolutive della vita operativa e morale. Da prima la ragion pratica od attività volontaria trovasi implicata nell'amore de’ beni soggettivi corrispondente alla effettui questo duplice sviluppo. La ragione speculativa, od in altri termini l'intelligenza inizia il suo operare merce l'intervento del senso fisico, in cui da principio si trova necessariamente implicata, e che perciò adempie un compito non ispregevole nella nostra attività intellettuale. Ma di che guisa sono queste conoscenze attinte mediante il sussidio de’ sensi fisici? Siccome il simile (sentenziavano i pitagorici) non si conosce che mediante il simile, così i (1) « Il sapiente è colui. che sa risolvere, analizzare tutte cose, e poi ricomporle in un solo principio. Così egli contempla come in uno specchio Dio medesimo e la serie delle cose, che Dio ha distinte cd ordinate. Egli perconre col suo spirito quell'immensa via e tocca il limite collegando i prineipii ai fini, è riconoscendo che Dio è il principio, il fine, il mezzo di tutte le cose, che sono definite dalla giustizia e dalla retta ragione » (Ancuyras, De sapientia, in Giamblico, Propreptica 3")

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percezione delle cose sensibili, beni di loro natura mutabili, fugaci, corpo, direm quasi nella sua primissima infanzia, già possiede una natura epperò illusorn. Però la volontà ben tosto illuminata dalla retta ragione specifica sua propria, che non è quella del bruto, ma ancora tutta quanta si solleva al concetto ed all'amore del bene vero e reale, qual è il giusto avviluppata in sè stessa come fiore nel suo germe; però è fornita di e Ponesto, e si adopera nel sottomettere i desiderii del senso e gli istinti potenze, mercè le quali essa va a poco a poco esplicando la sua natura, animali alle leggi dell'ordine universale, nel che sta appunto la virtú, ampliandola e recandola a perfezione, Questo progressivo sviluppo di sè forma della vita operativa, corrispondente alla medesima effettuato merce Poperare delle potenze costituisce la sua vita, seconda e più nobile scienza. La virtù è numero, è armonia, che fa dell'uomo un tutto coned a questa concorrono tutte quante le potenze, e quelle che hanno la loro corde ed uno, contemperando insieme gli opposti e contrarii elementi radice nella sua natura spirituale, e quelle che tengono alla sua natura costitutivi del suo essere, quali sono la ragione ed il senso, la mente e animale, e debbono perciò la loro virtù operativa alle funzioni l’animalità, ed assoggettando gli istinti e gli appetiti inferiori all'impero della retta ragione. Ma qui non si chiude il cielo evolutivo della nostra giche dell’organismo. Di qui la dualità della vita umana, la quale distinguesi in vita spirituale ed in vita animale, siffattamente intrecciate, che vita operativa e morale. La virtù reclama un principio superiore e divino, questa ammannisce a quellai primi materiali del suo lavoro e quella è che la santifichi e la sublimi, ed in cui rinvenga la sua finale e suprema chiamata dalla dignità propria della sua natura ad esercitare sopra di ragione: essa è indisgiungibile dalla religiosità, e trova in questa il suo questa un razionale imperio. In virtù appunto di questa sovranità natucompimento, perchè l'ordine universale, fondamento della virtù, si regge sulla mente divina ordinatrice. Oggetto di tutti i precetti morali, fonte rale, che spetta alla vita dello spirito, i desiderii e le passioni, che spuntano dal senso animale, vanno temperati e governati dalla ragione, nel prima del giusto e del buono è Dio, a cui va perciò diretta ogni opera che appunto risiede la virtù, che è essenzialmente ordine, armonia di fisiolodelnostra. La morale ha per iscopo di renderci ogni dì migliori, ossia di l'uomo con tutto sè stesso « col cosmo: e qui ancora la mirabil avvicinarci sempre più alla divinità: chi segue gli Dei, quegli solo è virtù che ha Ja mente di alienarsi per poco dai sensi, raccogliersi tutta beato, è perfetto, ha raggiunto il sommo della virtù. Gli Dei altro tempio nella contemplazione di un'idea per guisa da non accorgersi delle condinon desiderano che il cuor nostro, nè altro sacrificio che la modestia, zioni fisiologiche anche dolorose a cui soggiaccia il corpo. l'equità, l’amore verso gli uomini, l'osservanza del dovere. Così alla virtù La vita ha una destinazione, a cui è ordinata; l’anima ha un ideale da sovrasta la religiosità, come sopra la scienza si sublima la sapienza: Puna raggiungere. E quale? Quest'ideale è rivelato dalla sua divina origine. è il fastigio della vita operativa e morale, l’altra è il compimento della L'anima umana viene da Dio e deve ritornare a lui. Essa discese in un vita intellettiva; amendue poi vanno ad appuntarsi in Dio, che è ad un organismo corporeo, ma vi sta come in una prigione: questo corpo, con tempo oggetto supremo dell’intendere e del conoscere, e termine finale cui è congiunta, non è fatto per lei, è straniero alla sua spirituale natura. dell'attività volontaria. « Miserabili, cke sono! i beni a loro vicini, questi Svincolarsi a poco a poco dal suo involucro materiale, spogliare la sua soli essi veggono, questi intendono; ma pochi si liberano dai proprii mali. Tale è il destino, che accieca il cuore de’ mortali: a mo’ di cilindri, essi natura animale, diventare ogni dì migliore, cioè avvicinarsi sempre più a Dio (1), ecco il perchè della sua temporanea esistenza, il compito della rotolano qua e là, portando miserie infinite. O Giove padre! tu li libesua vita presente. Quindi se nel suo primo comparire quaggiù era talrerai tutti dai loro mali, se a tutti mostrerai qual demone hanno dentro di sè. Ma tu piglia coraggio, perchè la stirpe degli uomini è divina....... ed allorchè spogliato il tuo corpo tu giungerai al puro etere, sarai un Dio eterno, incorruttibile, immortale » (1). Indiarsi, ecco l’ideale, in cui va mente avvincolata coll’organismo corporeo da abbisognare del sussidio de sensi fisici per iniziare il suo sviluppo mercé la percezione delle cose a quietare la vita umana. Questo concetto pitagorico dell’uomo, che dalla miseria e dal niente della sua condizione mortale si solleva fino a trasfigurarsi in Dio, venne stupendamente espresso dalle parole dell’Alighieri: « Noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla » (2). Ho sbozzato ne’ suoi tratti generali il processo della vita dell'anima segnandone i punti più spiccati, ed ora ponendo mente al quadro psicologico, che abbiamo sott'occhio, ci si presentano al pensiero alcune considerazioni, L'anima umana nel suo primordiale congiungimento col (1) Versi auret, in fine. (2) Purgat., canto X, versi 124, 125, sensibili e l’amore spontaneo de’ beni soggettivi, proseguendo poi la grand’opera del suo perfezionamento deve rendersi libera e franca dalla loro servitù ed elevarsi a Dio, che è il punto supremo, in cui vanno a raggiungere insieme il sommo del loro sviluppo la vita intellettiva e la vita operativa morale, perchè la sapienza è la contemplazione di Dio come centro dell’universo, e la religiosità è l'imitazione e somiglianza di Dio. Tu sei polvere ed in polvere ritornerai; ecco la destinazione del corpo: Tu sei spirito e spirito ritornerai ; ecco la destinazione dell’anima. Che ne è dell'anima umana dopo la morte del corpo? È questo il problema, che ancora si affaccia alla” nostra menteti lo (1) Noi saremo migliori, se ci avvicineremo agli Dei (PLurarco, De def. orac. 7; De superst., 9),

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discorse, ed intSR dla me rta gora. In tutto : n im ito della sua alParduo e ia a pura verit conoscere il pensiero di Pitape si adopera ai assoluta indipendenza dal np à e nella sua somiglianza a q y NORA Hel cen stretta al corporeo organismo, son troppo Bi : | en ce ja di spezzarli d'un col Le allucinazioni ur ss e t Al renza tanto du farle scapo. abbagtiano> Tinan are sa a i fenomeni semprembi iano.pnn mutevo li pp u.. ee an Ban e cupiiligio animali lusingano sa fesa ge ". all'amore de’ beni pi Pa rmanenti, os tnt mes più su fino alla ; - la mente S'innalza : qe Soit. mie giunge il momento soleune, = ken sapienza ed alla re e sep e si ma pee an COR distrugge, e l’anima non ha sg non ha conquistato y > rege Ta > iin altro ed altr necessità di A ae Unia Cosi psg ice > a —* na vive ancora e prosegue la sua esistenza pra | muore col corpo, = e sostiene ripetutamente le: prove: della n+ e n eh chè abbia ripara le colpe passate er i cangia di N e > la ragione per te cuia lei deve essere si a di a A ; presenté siccome una punizione, cd il quais > en Questo successivo passare dell'anima in corp A Ki la dottrina pitagorica della metempsicosi. reia < a se ne connette un'altra, che riguarda em Liar q : a ei nàdela m di la Da an al la morte del corpo. Pitagora BIRMEMENR di l’esistenza d'un cielo e di un mne u a ve le anim e pure convivont a ee eae ,edi un siete gg preci i 220 ® di ne riservato pren ga sil a somieres - alt = pr aaa, E i rr - alla colpa. î is prima vuole l’anima legata > © = nn dottrina ie pit: | i prima, mentre A a la dice iG ce gen a parmi che le due ae cme oe a me una conciliazione, allorquando oe pitegorets er a dico. La metempsicosi ha un limite, raggiunha 21 aa pasa nai per segnat o iung quale essa g dallaereseriliesuodelstat le n ragg g cè o on g = l'anima deve PS compiuta la quale l’animao si è purificata si TER > Pad diventa degna, ed essa entra nell’Eliso tras rn che a sure di in yersistito nel delitto tanto da rinnegare la cis Pe 0; ia a ine, e l'armonia universale, ed allora carni di cer: €dove o do dalle Furie, che più non le conce: Tartaro, eS Ai = es dottrina pitagorica della metempsicosi si discu la libertà primiera. i ntorno — 397 — una critica rig orosa e razionale ? lo qui non cer ca, ma questo avverto, che solo se noi la Spo ad ci troviamo in fondo immortale; essa la coscienza della gliamo della sua forma let terale e poetic a, questo concetto razionale: l’anim a umana è dissolvimento del Corpo, conserva ndo SOpravvive al sua utentità pers onal e e ricevendo il castigo delle sue premio od azioni secondo il principio della giustizia divina. Ho fin quì rap il idamente esposto In mente di Pitago ra quale si è rivelata nelle sue specul azioni. Veramente, se ci teniamo ai poc frammenti delle ope hi e sparsi re che ci rimangono , attribuiti a lui ed poli, le sue dottri ai suoi discene non mostrano in forma esplicita ed Aperta quell’ordine logico e quella concatenazione di parti, che a me è par so di ravvisare, e che mi sono ado perato di metter e in bella mostra nella mia esposi zione. Mi sta tuttav ia fermo in mente, che quel tutt’insi eme di idee, il quale non app arisce manifesto negli scritti esiste nello spirito cotanto ordinata frammentarii dei pitagorici del pitagorismo. No n & credibil cosa, che un a mente e comprensiva, qual era quella di Pitagora, non inforori speculativi a quella Supr ema armonia, che ravvisava mirabilmente dif masse i suoi lav fusa in tutta l'univ erso, Nè è una mía Semplice congettura questa, bensì un fatto confermat o dalla testimonianz a di uno storico, che ebbe sott'occh io ed esa gorici. È questi Alessa grande erudizion e minò gli scritti ori ginali de’ valse il titolo di Polistore, Egli adu nque attesta di ave Scorto nel pit agorismo uno stupendo sis ed armonicament dove parla della più antich i pitandro Cornelio, vissut o ai tempi di Silla, a cui la re tema di dottri e concorde in tut te le sue Iaarti. ne ben congeg nato Aristotil e anch'esso, là filosofia dei pitago rici, la riguarda co me una dottrina Composta ad unità sistemati ca, contrappo nendola come tale alla fil Jonica ed alla eleati osofia ca, Per il che rav vicinando insieme gli sparsi frammenti delle dot comune, che trine pitagoric he ed li informa, ho tentato di nico ed armonico, interpretandoli connetterli ins secondo lo spirito ieme in un tut to orgaadoprando a mo’ del naturalista, il quale, dall'esame di alcune ossa trovat e Der caso, argome nta l'esistenza di altre corrispondenti secondo il tip o specifico, e ne ric ompone col pensiero nismo vivente, tutto l’orgaOra è pregio dell’o pera il Segnare, a ma’ di riepilogo, i punti ziali della dottrina ant sostanropologica di Pitago ra, siccome quelli, che a sostrato del stanno le sue idee pedago abbracciare con pensie giche, che dob biamo esporre. Egli seppe ro vasto e comprensi vo lo studio dell’uomo stra di avere coscie e monza de’ più grandi pro blemi, i quali toccan del nostro essere. In o l'intimo tutte le sue specul azioni antropologic he risplende una grande ide a della vita, un elevatissimo con cetto della dig nità umana, che possiamo formol are in questi pronuncia ti : 1° L’umano soggetto, insino dal primissim o istante della sua mor esistenza, è non solo di tale grado, ma di specie dif fer ente dal bruto, perchè mente, ossia l’anim la a razion ale, che lo per natura, e non l’acquista punto col costituisce uomo, ei la possiede tempo, non deve allo svilup

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progressivo dell'organismo corporeo. Questo giustissimo concetto pitagorico, che tanto bene risponde al sentimento naturale della dignità umana, sta diametralmente opposto alla moderna dottrina del positivismo evoluzionistico, il quale sentenzia che nel neonato Panimalitá si viene a poco a poco trasformando in umanità in virtù delle leggi fisiologiche dell’organismo animale, il quale, mentre nella prima infanzia della vita si manifesta mercè le sole funzioni inferiori del senso fisico e del cieco istinto, proseguendo nel suo sviluppamento, acquista la virtà di esercitare esso stesso la facoltà superiore dell’intendere, del ragionare e del volere, sieche la mente, lo spirito, l’anima razionale, che tanto ci sublima e ci differenzia dal bruto, non sarebbe già una sostanza diversa dall'organismo corporeo, bensì rimarrebbe pur sempre in fondo l’animalità stessa che funziona sott’altra forma più elevata. Di tal modo l’individuo umano rappresenta la specie sua, essendochè esso, di bruto che era nella sua genesi, diventa uomo, cioè un soggetto fornito di ragione e di attività volontaria, in quella guisa, che nel Javorio universale della materia, la specie animale si è trasformata in specie umana. Ma come mai l’animalità può trasfigurarsi in umanità, come mai il cieco e fatale organismo fisiologico può generare il lume della ragione e la libertà del volere? Oh! il come non ce lo hanno detto i nostri trasformisti, nè ce lo potranno dire giammai, Is un mistero, ci soggiungono per tutta risposta: anche la scienza ha i suoi misteri, ed i misteri della scienza vanno rispettati. Sicuro, rispondiamo noi, se la dottrina vostra fosse davvero la scienza, ma sarebbe pur bene, che anche voi rispettaste i misteri della scienza da noi professata. 2° La vita umana in tutto il suo corso mortale è governata dal divino ed immortale principio del dovere. Essa è una vita di prova, che non ha quaggiù il suo finale risolvimento; è una vera lotta per l’esistenza, non già nel senso fatalistico del darwinismo, ma nel senso razionale della natura umana, è cioè una lotta non già delle forze cieche della natura le une contro le altre, degli organismi prepotenti sui deboli, bensì dello spirito sulla materia. Migliorare senza posa noi stessi, cioè sottomettere i sensi e gli istinti alla ragione, conservare l'impero dello spirito sulla parte animale del nostro essere, crescere in sapere ed in virtù, sollevandoci sempre più in alto, al disopra del mondo della materia, ecco il còmpito della vita. Ed questo anche quì spicca da sè profondo il divario tra pensiero pitagorico e la dottrina del positivismo trasformista, il quale, sostenendo che le funzioni animali si cangiano nelle funzioni mentali, e queste si rifondono di bel nuovo in quelle, viene a collocare nell’animalità il cardine ed il principio motore di tutto lo sviluppo della vita umana, E allora che dobbiam fare quaggiù? Qual è il compito della nostra mortale carriera ? Assistere passivi a quel continuo alternarsi, che succede in noi, di fenomeni animali e di fenomeni mentali, che si trasformano gli uni negli altri secondo leggi fisiologiche necessarie, contro | 8° L'anima umana à immortale, e trova nella vita divina il suo più ideale. Questa proposizione Spiega e sua massima luce la dignità e l'ecce llenza della natura uman a già manifestata dalle altre due. Lo spirit o umano sa che lo spirito infinito pensa lui, sente la presenza di Dio in tutto : l'universo e riconosce in lui la ragion finale di sè medesimo e di tutti gli esseri. Esso vien fatto consapevole che il dovere, a cui va conformata Ja sua vita, è un'autorità santa ed ue periosa, perchè è la voce stessa di Dio, che comanda il rispetto all'ordine finire la nostra personale esist enza seuniversale, Per contro dove va a condo la dottrina del trasformismo positivistico ? Ognuno lo vede senza pensar più che tanto. Se quella mente, che in noi pensa e vuole, è spuntata dall'organismo corporeo, se tutta quanta la nostra vita si sostiene e st sviluppa sul fondo dell’animali tà, se noi pensiamo, e deliberiamo, e vogliamo così e così, perchè le condiz ioni fisiologiche del nostro corpo sono queste e quest’altre, quand o quest’organismo andrà disfatto, questa base dell’animalità sarà crollata, quando di noi più non rimarrà proprio nulla, il fine nostro tornerà ad un medesimo col nostro principio, gli atomi del nostro essere ritorneranno alla materia. Concetto pedagogico di Pitagora. Ogni dottrina pedagogica ritrae dai princi pii antropologici, su cui si regge, la virtù peculiare, che la inform a, e lo stampo singolare, che la individua. Ora la filosofia metafisica ed antropologica di Pitagora, quale ci venne fin quì rapidamente discorsa, apparisce improntata del più schietto ed elevato spiritualismo, siccome quella, che contempla l’immenso universo retto dalla purissima ragione divina, e riconosce il corporeo organismo umano informato da una mente di natura incorporea ed immortale; e questo carattere spiritualistic o ricompare logicamente nelle sue idee pedagogiche, di cui imprendiamo ora lo studio. Riferisce Diogene Laerzio (1), che Pitagora ha scritto alcuni libri de’ quali uno versava intorno l’educazione. Sebben e siano andati tutti smarriti fra le vicende de’ tempi, un libro pur tuttavia ci rimane, in cui ci è dato di leggere il suo pensiero pedago gico, voglio dire la storia del suo Istituto, che lasciò di sè fama glorios a ed imperitura, quanto la sua filosofia. Però è pregio dell’opera il premett ere quelle nozioni generali intorno Pumana educazione, che ci è dato raccogliere da alcuni frammenti di scritti, che vengono attribuiti a’ suoi discepol i più autorevoli da storici più o meno degni di fede. Meta finale del viver nostro è la perfezione riposta nella beatitudine, alla quale si perviene ordinando le molteplici nostre azioni in guisa che riescano a virtù e felicità, due elementi costitutivi della stessa beaticui nulla possiamo, e così tenerci mai sempre nella sfera dell’animalità, come in nostro naturale ambiente. alto suggella le precedenti, ponendo nella (1) Della vita e de’ costumi de’ filosofi, libro VII.

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tudine. Dio non acquista dalle cose esteriori la beatitudine e la perfezione, ma la possiede nell'intimo e perenne suo essere ; l'uomo, per contro, non è per natura sua nd buono, nè beato, ma lo diventa operando, ed abbisogna a tale intento della buona disciplina, che a virtù lo componga, e della buona fortuna che gli procacci felicità (1). Laonde la vita umana sta di sotto a Dio, perchè non è per sè stessa perfetta come la divina, o sta di sopra ai bruti, perchè partecipe della virtù e della beatitudine, che trascendono la natura dei medesimi (2). In questo bisogno, che ha l'uomo, di buona disciplina, che lo informi a virtù, in questo sussidio esterno, che gli occorre, perchè diventi alla perfine cid, che non è ancora per natura sua, beato e perfetto, parmi che Pitagora riponesse la ragione e la necessità dell’umana educazione. L'uomo è razionalmente perfettibile, e per ciò stesso fornito di capacità educativa, la quale mancherebbe della sua ragion d'essere, quando egli fosse già per natura sua perfetto. Ai singoli uomini adunque sommamente importa l'educazione, essendochè la virtà debl'essere imparata, e ciascuno à individualmente impotente a procacciare a sè stesso un ottimo vivere; importa poi altresì al sociale consorzio, perchè « la virtù non solo debb'essere imparata, ma eziandio posseduta ed applicata alla sicurezza ed al miglioramento delle famiglie » (3), ed « essendo ognuno impotente a procaccHarsi da sè solo un ottimo vivere, fu reso tuttavia attivissimo a costituire una societa intera e perfetta » (4). Pitagora obhe l'animo intento ad abolire la schiavitü personale (tanto sentiva la dignità dell'umana natura), ed a diffondere il sentimento dell’eguaglianza naturale, il culto della vera libertà, il rispetto dei diritti di tutti; al quale nobilissimo intendimento egli — 401 — fettibilita dura quanto la nostra mortale esistenza; perd essa muta tenore ed ufficio ed indirizzo secondo il mutare delle diverse età. Distribuiva Pitagora la durata della vita umana in quattro distinti periodi, dicendo che si è fanciulli fino ai 20 anni, giovani dai 20 ni 40, uomini fatti dai 40 ai 60, vecchi dai 60 agli 80, e che più in là si vegeta, ma più non si vive davvero. Distinte così le età della vita, egli assegnava a ciascuna peculiari insegnamenti di virtù, indirizzo speciale, maestri e legislatori proprii di ciascuna, « Avvisavano i Pitagorici (scrive Aristossene appresso Stoheo) essere mestieri occuparsi di tutte le età della vita, ammaestrare cioè i fanciulli nelle lettere e nelle altre scienze ; formare i giovanetti ai costumi ed alle leggi del proprio paese; addestrare gli adulti alle opere ed alle funzioni pubbliche; riservare all'esperienza ed alla prudenza dei vecchi la meditazione, la cura di amministrare la giustizia e porgere consigli. Con ciò intendevano di impedire che i fanciulli non rimanessero himbi, che i giovani non restassero fanciulli, che l'uom fatto non conservasse 1 difetti dell'adolescenza, e che il vecchio non facesse pazzie, « Occorre, dicevano, avvezzarsi dall'infanzia ad essere temperati nel nutrimento, perchè l'ordine ed il metodo son sempre una bella ed utile cosa, mentre il Se la virtù e l’anima e l’universo e Dio medesimo e tutto quanto esiste è armonia, appar manifesto, che anch'essa l'educazione deve posare e reggersi tutta quanta sull’armonia, come suo fondamentale principio, val quanto dire essere essenzialmente ed la luce del giorno. I genitori deggiono preoccuparsi del grave pensiero della prole futura; devono preludere al grande e delicato ufticio della paternità mercè una vita sobria, temperata, laboriosa, mercé il culto della modestia, il rispetto del pudore ; deggiono preparare al nuovo ospite una dimora degna di lui. « Coloro che amano i cani, gli uccelli,i cavalli e gli altri animali, accuratamente indagano come e quando e da chi sieno stati generati, affinchè sani e robusti riescano; ma coloro che danno opera all’umana generazione, non si danno verun pensiero di vivere sobrii, laboriosi, regolati e sani, e stoltamente generano figliuoli come fanno le fiere, e generati li trascurano, d’onde avviene che il mondo si integralmente ordinata all’armonico sviluppo delle forze del corpo e delle facoltà dell'anima. adoperava l'insegnamento e l'associazione. L'educazione comincia colla vita, e prima ancora che il neonato vegga disordine e la mancanza di metodo sono alcunchè di laido e di nocevole. » Questo grande principio pedagogico ci apparirà stupendamente avverato nella storia, che traccieremo, dell'Istituto pitagorico. Il concetto dell'armonia educativa importa, che tutta quanta la natura dell’uomo, ela animale e la spirituale, venga posta in condizioni tali, che valga a raggiungere il sommo della sua energia, nè abbiavi nell’alunno disposizione veruna di natura ordinata, che sia impedita nel proprio esplicamento; non germe viziato 0 malsano, che non venga combattuto e sradicato. Tale è la diritta via, che mena alla finale perfezione, scopo supremo della vita, e per conseguente dell'educazione, che è la vita stessa sviluppantesi colla coscienza di sè e giusta le norme additate dalla retta ragione. L'armonia universale, quale era intesa da Pitagora, che i sensi subordinava alla ragione e la ragione sottometteva a Dio, rivela tutta l’ecriempie di corpi imbelli e di animi scellerati » (5). L'educazione comincia colla vita e mai non cessa, perchè la nostra percellenza dell'educazione, la quale nello sviluppamento della vita umana ha da riguardare l'organismo corporeo siccome albergo e santuario (1) Collezione degli Opuscula mythologica, physica, et ethica, grace et latine edit. divinità. « Incontaminato custodisci il tuo corpo, come se avessi rice- Galwo. Amster. 1688, pag. 058, frammento di Ippodamo di Turio. (2) Opuse. cit. pag. 665. Frammento di Eurifamo. (3) Ippodamo. loco cit. dello spirito, lo spirito alla sua volta siccome tempio vivente vuto un vestimento da Dio. Coltiva ciò, che sta dentro di te, nè volere recargli oltraggio colle libidini corporali » (1). Ecco l’armonica suddi- (4) Eurifamo, loco cit. (5) Aristossene appresso Giamblico. della (1) Sesto il filosofo, collezione dei citati Opuscoli, pag. 645 e seg. 26 — Sapienza 1886.

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tanza del corpo alla mente, che va riconosciuta dal Wedel — tivo. « Tu hai in te qualche cosa simile a Dio, epperö > ni ‘inant come di un tempio divino. Tempio santo di Dio è la se e m e sun Ince, essendochè in sè aduna ya quanto di nobile pio, ed ottimo altare è un cuore mondo e senza yee sa : en om di grande si scuola, chi collegio, chi ordi ne e chi società. Tutte ques te ed altrettali denominazioni gli convengo no prese congiuntamente inqu antochè accenmondane usa solo secondo il bisogno: s'avvicina n dio ° su S si da bisogni non necessari » (1). Meco l'educazione, che sublima Puon nano alla sua molteplice indol e che sg = ° DS L'an è una vivente armonia singolare, solo debba an pone 'monizza e trovava nella greca educazione senza i difetti gravissimi che la deturpavano, Venne esso con diver si appellativi qualificato, e chi lo chiamò con Dio. quella dell'universo e di Dio, consegue che non armonico e concorde il processo generale dell’educazione, = a psn a mostrarsi altresì i mezzi educativi rispondenti alla co rasi bi diverse attività e disposizioni umane. Fra questi mezzi pr = cil pitagorici annoveravano la musica e la ginnastica, le quali srl pr insieme all'nrmonico sviluppo di tutto Vessere umano, quer N | sec Si "i prima intenda pit di proposito alla coltura della ere pedagogica, politica e sociale e dinotano 1 suoi differenti aspetti; tutte paionmi errate, se disgiunte, perchè ciascuna di esse, separata dalle altre tutte, verrebbe ad aggiudicar gli un carattere esclusivo e parzi ale, che non è il suo. L'Istituto accoppiava in sè armonizzate le diverse forme significate da que’ differenti vocaboli. Esso era scuola e colleg io, dove gli animi giovanili cresc evano ammaestrati al culto della scienza ed al tirocinio della vita: era ordine, non però cenobio o convento di monaci, come piacque giudicarlo a chi lo riguardò con occhio superf iciale, bensì sodalizio di persone strette da vincoli particolari, eppur e non segregate dalla universal conquella del corpo. La musica era da essi adoperata qua È ue cacissimo per ingentilire e temperare 1 costumi, ed al pe i er essi solevano purgare il corpo colla medicina, l'anima co a m «q (Bs ed alla musica ed alla ginnastica insieme composte dimandavano la forza, tura rivolgevano le provate la temperanza, il potere di moderare le passioni (3). miglioria ed alla prosperità della vita pubblica e sociale, lavorando al Assai tempo prima che Pitagora venisse a porre sua un = ae in cuti laa N filosofia si sit i di no di) un Istituto, i o ill diseg nell'anim r eii rivolgeva di fatto quale egli l’aveva concepita, cioè la nn T i vita, l'educatrice dell'umanità. Scrutando con isguardo pro ondo l'in , della dell’Egittoer religiose ee p politiche del! istituzioni religiose timoi organismo delle istituzion Grecia e di altre celebrate nazioni, ne elesse le parti più preg ® peregrine, e contemperandole insieme in una unite superiore si copre; didi unun Istituto, il quale non ipi i mente ili concetto tipico in patel }pitt costr ad un fine parziale ed esclusivo intendesse al massimo ed aut oe com vuol pean uomini, i his singoli magg i de’ ’ singo vuoii propria ‘ta, i Hop i nto della vita, esplicame q FES S N E o, ! pitagoric En Sorse così l’Istituto i Sorse vA o sociale. al consorzi i il pensier‘o pedagogico del n i i ‘a contemplazione COn: , : da Ss | delle sue part, : ne lla diversa virtù i ed operoso sofo, vivo er 3 he parve ri me; Istituto che i le nel suo 1insieme; corde, universa arti, armonico, conirtú del i e riverberare Videale pedagogico della Grecia in tutta la purezza | 1) Sesto, id. ibidem. e un contrari cote : di eae un'idonea _composizi one si Pitagora definiva la musica « dissenzien ti cose, » ed eso ye Pree = adunamento e consenso di molte e = * LE « a salire alla sublimitá della musica con l'intelletto per mezzo LL +‘ « anzichè col senso per via delle orecchie. » , (3 Aristossene appresso Stobeo, Serm. 43-49. una potente associazione d'uomini, che compiuta la loro giovanile colattitudini dell'animo © dell'ingegno alla progresso delle scienze, franc ando i popoli dalle oppressure politiche, promuovendo Ponestá del costu me, stringendo più forte il santo nodo L'Istituto pitagorico. Ap vivenza: era società, ma non secret a, come alcuni la sentenziarono (1), male interpretando alcuni punti arcan i della vita de pitagorici, bensì x dell'umano consorzio. La gloriosa schie ra di inventori e propagatori delle scienze, di filosofi e di poeti, di astronomi e di naturalisti, di magistrati e legislatori e capitani, di medici e di artisti, che uscirono dal seno dell'Istituto pitagorico, fanno luminosa prova dell'universalità del suo carattere, mostrando come esso si adoprasse tutto quanto intorno ad un'educazione, che abbraccias se tutte le forme dell'attività umani, e che cominciata cogli anni primi continuasse quanto la vita. Fermato così il carattere dominante dell'Is tituto, facciamoci a rintracciare nella storia della sua vita intim a i principii pedagogici, che informavano il suo organismo. Il vivere comune de’ discepoli era regolato in ogni suo punto ed ordinato ad unità, essendochè le occupazioni quotidiane erano distribuite in guisa, che le ore diverse del giorno riuscissero le più propizie e le meglio rispon denti al diverso operare delle potenze ed al loro armonico sviluppo. Ogni utile ufficio, ogni còmpito peculiare aveva il suo momento segnato nel corso della giornata, gli studi della mente e gli esercizi del corpo, la veglia ed il riposo, la preghiera e la ricreazione, il pasto ed il passeggio, la cura de’ pubblici negozi ed il libero conversare. Alzand osi il mattino un po’ prima dello spuntar del sole, lo salutavano sorgen te siccome simbolo della potenza di Dio sull'universo, poi al suono della lira accompagnato dal canto svegliavano l’attività dello spirito e lo disponevano al lavoro. (1) Rirren, Histoire de la philos. anc.. trad. par Tissot, tom. I, p. 1%, pag. 298,

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Così ridesti di mente e di corpo, si spargevano soli qua e là nelle gallerie, negli ameni giardini, ne’ scuri boschetti, ne’ templi, ed in quel loro solitario raccoglimento richiamavano al pensiero quanto avevano In sul far della sera si recavano a passeggio accompagnati a due o tre mattinale o discorso nei loro convegni, vietati di trascorrere a maldidetto, o fatto, o udito, o cenze, a calunnie, a scurrili motteggi. Rincasatisi, entravano in veduto il di precedente, disaminavano in faccia alla propria coscienza il valore delle azioni compiute a fine di emendare i difetti e fortificarsi nella virtà, e si preparavano alla nuova giornata con animo consapevole del proprio operare, avvisando essi che mal si rientra nel vortice della vita sociale se prima non si ha conversato con sè stesso, e che da uno spirito impreparato o distratto insieme, riandando fra di loro quanto avevano imparato nella Dalle solinghe e pensose passeggiate mattinali si raccoglievano insieme bagni freddi, poi si adunavano a banchetto in ampie e pulite sale, sedendo dieci fratelli a ciascuna tavola. Questo secondo pasto, che terminava col cadere del sole, era preceduto e seguito da sacre libazioni e dall'omaggio dell’incenso e di profumi offerti agli Dei; e la mensa veniva imbandita di cibi più nutritivi e svariati, concedendosi, oltre il vitto vegetale del mattino, l’uso moderato procedono azioni precipitate e sconsigliate (1), lezione del vino, di alcune porzioni di animali immolati, raramente del pesce. Finita la cena, il più giovane a comune convegno in ampie sale o nel tempio a studiare e discutere, faceva pubblica lettura sopra un argomento scelto dal più anziano, e ad insegnare ed apprendere, a nutrire lo spirito di scienza e di morale saggezza. Le discipline di studio avevano per oggetto altre il Bello, ciascuno poteva interromperlo e riprenderlo secondo il bisogno. Poscia quali la musica, la poesia, l’eloquenza; altre il Buono e PUtile, quali la morale, la legislazione, la politica, la medicina; altre il Vero speculativo ed astratto, quali la sapienza divina, la fisica, l'astronomia e la matematica. Le lezioni erano distribuite in classi progressive, ad alcune delle quali potevano venire ammesse persone esterne, nomini o donne che fossero. Pitagora era il genio inspiratore della scuola: colla dell'Istituto ed i solenni doveri della vita. « Non cessate dall’onorare potenza della sua parola egli illuminava le menti dei discepoli, le sorglieva nel santuario della propria coscienza chiamando a severa e ripereggeva e le elevava su per gli ardui e sublimi sentieri della scienza. La storia ha distinto nell'insegnamento pitagorico due gradi, o meglio due forme di dottrine, l’una pubblica, manifesta, accessibile a tutti, delle precedenti. « Non chiuder l'occhio a dolce sonno, se prima non hai tre volte ripensato in mente le opere del giorno ad una ‘ad una, l’altra privata, arcana, riservata ai soli discepoli giù provati ed intimi. Vedremo più giù qual giudizio abbiasi a portare di questa parte arcana o misteriosa della filosofia pitagorica, da alcuni sinistramente interpretata. Dai lavori intellettuali, e dalle applicazioni studiose si faceva passo agli esercizi proprii a svolgere e rafforzare l'organismo corporeo. Nel che ognuno si consigliava col proprio genio: i più si esercitavano fra di loro alla corsa, o si ricreavano in lunghe camminate, chi si provava alla lotta nei giardini o nei boschetti, chi lanciava pesanti sassi verso un punto determinato, e chi addestrava in certe danze le membra ad ogni più agile e svariato movimento. E qui aveva termine la prima si rammentavano alla considerazione di ciascuno le precipue regole gli Dei, i genii e gli eroi, dal rispettare coloro, a cui dovete la vita, o che vi hanno beneficato, dal volare in soccorso delle leggi violate. Guardatevi dallo strappare l’albero o la pianta, che riesce vantaggiosa all'uomo, dall'uccidere innocenti animali » (1). Così si chiudeva la serata, e salutatisi l’un l’altro ciascuno si raccotuta disamina i pensieri e le opere della trascorsa giornata, ed anche Dove ho varcati i limiti del giusto? Che cosa ho fatto, che pur non dovessi fare? Che cosa ho omesso, che pure ero tenuto di eseguire ? l'acendoti dal primo, scorri giù giù, e poi, s'avrai male adoprato, riprenditi e ti correggi; se bene, te ne allieta » (2). Venuta l’ora del riposo, ripigliavano in mano la lira e cantavano inni m onore degli Dei. Così ricorrevano alla musica ed al canto il mattino per isgombrare dall’animo i vapori del sonno, la sera per calmare le agitazioni de’ sensi, ed addormentarsi nella serenità dello spirito (3). A tutti questi particolari vuolsi aggiungere, che i pitagorici scostandosi dalla foggia comune del greco vestire, portavano finissime vesti di cotone egizio, semplici di forma, bianche e mondissime, quali le indosparte della giornata. Veniva il pasto mattinale, parco assai e preparato di frutta, di miele e di alimenti vegetali, esclusi la carne ed il vino. Il pomeriggio se ne andava pressochè tutto nel risolvere questioni proposte dagli stranieri al loro arbitrato, nel trattare gli affari della repubblica e del loro privato sodalizio, nell’avvisare ai mezzi applicativi più opportuni per rinvigorire il sentimento del giusto e dell’onesto presso della Magnagrecia e provvedere alle loro politiche e le varie sociali (1) Gramprico, Vita di Pitagora, cap. 21, pag. 84. (2) Versi aurei, 40-45, tradotti così da Grozio ne’ suoi estratti di Stobeo (Dicta poctarum quae apud Stobeum extant. Parigi, 1623, in-1°, pag. 22): Ne prius in dulcem declines lumina somnum Quam bene perpendas ter totius acta diei, Quo praetergressus, quid gestum in tempore, quid non. città esigenze. (1) Aristossene appresso Giamblico, 96 e 235. Diogene appresso Porfirio, 46. (3) « Pythagoreis certe moris fuit, et, quum evigilassent, animos ad lyram excitare, quo essent, ad agendum erectiores: et quum somnum peterent, ad eandem prius lenire mentes, ut, si quid fuisset turbidiorum cogitationum, componerent » (Qutnrttianus, De instit. oratoria, lib. IX, cap. 4, n. 12).

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in ogni loro operare, il pensiero alla divinità, di averla sempre presente 1il vofere, i e farne menti di raccogliere dalla divinazione i suoi intendi misi sul ere trascorr non di non profinarne il nome coi giuramenti, di rale, senza distinzione di sorta: però la storia li ha distribuiti in due distinzione di sorta. (5) Noct. att., lib. XX., cap. 4. testo greco filosofo di Stagira), essendochè in che mai potrò più cocelleze so = gli altri, se le cose, in cui mi hai segretamente anne me «e fatte di pubblica ragione e rese comuni a tutti? Sappi dique do mi torna assu più caro vincere gli altri nella conoscenza delle sublimi ed ottime cose, anziché nella potenza. » Al grande conquistatore così rispose Aristotele: « I libri acroamatiei, che tu ti lamenti siano st: ti divulgati, anzichè custoditi, siccome arcani, Sappi che non faróño xi tenuti nascosti, ne pubblicati, poichè ue hanno notizia coloro soltanto che mi ascoltano. » Così per Aristotele, Platone ed altri tilosoti la Sclenzit assumeva un aspetto aristocratico e si appurtava dalla sic coscienza, ma tale non era la scienza pel tilosofo di Samo, il wale proclamando l’uomo nato fatto a contemplare la Sie melon “elle cose prescriveva come santo dovere il culto amoroso della verità e ri poneva nella sapienza la più eletta e veramente divina forma aidé dell’intricato inviluppo del simbolo perchè non apparissero allo sguardo0 di tutti come se facesse della verità un esclusivo privilegio di pochi, gli fallisse il coraggio di proclamarla altamente e francamente, a lui grande (1) Cıceno. De finibus, lib. V. cap. 5; Commente ALESS., lib. V, pag. 680, due lettere nel loro Magno, l'altra del suo muestro Aristotele, « ‘Ty non hai perni adoprato pubblicando i tuoi discorsi ncroamatici (scrive prison ul Intorno a queste due distinte classi di pitagoricı si spacciarono fole e si foggiarono commenti, che non hanno sicuro fondamento nei fatti, si pronunciarono giudizi, che la critica non può accogliere perchè contrarii al grande e nobil concetto, che Pitagora lasciò di se nella storia. Fu detto. che egli tenesse in serbo soltanto peri suoi intimi discepolie certi punti di scienza, e li avvolgesse nel velo del mistero, 0 li copriss (3) Driovono Sıcvro, lib. I, p 66. | originale, tolte dal libro del filosofo Andronico, Puna di Leurs quali si teneva perciò una prudente riservi. (2) Cap. 99-05. studi retorici, e Lo stesso Aulo Gellio (1) riferisce aggregarsi alla sua società con particolare impegno. Fra coloro, che appartenevano effettivamente all'Istituto, gli uni (secondochè narra Aristossene in Giamblico) (2) erano discepoli intimi di Pitagora, che egli metteva a parte dei suoi più reconditi disegni e pensieri, perchè li aveva messi alla prova e riconosciuti degni della sua confidenza; gli altri erano ancora novizi, e soggetti allo sperimento, in preseuza dei (1! Aurea carmina, Plat. in Nrum.; Grametico, Vita di Pitagora, cap. 16, 26, 33. «li l'applicatezza: le lezioni exoteriche teneva in pubblico a giov: eg dé ai suoi intendimenti, facevano buon viso alle sue dottrine, senza punto a quelli fra i loro discepoli, sulla cui circospezione € prudenza potevano fare asseguamento (4). Di Aristotle narra Aulo Gellio (5) che porgeva ai discepoli due guise di insegnamenti, gli uni da lui appellati riguardavano rato l'ingegno, il grade di erudizione, La bramosia dell impari je classi, che dobbitmo qui prendere ad esame per abbracciare quel grande Istituto in tutta la sua storica realtà. In queste due classi di pitagorici non va compreso il gran numero di coloro, che avendo qua o li ascoltatii discorsi di Pitagora, od avuto notizia del suo Istituto o della sua filosofia, tenevano in grande estimazione la sun persona, applaudivano duplice dottrina, Vuna pubblica e manifesta, l’altra secreta e riservata — ascoltabili 0 privati, che concernevano le part Néon e limi dele Le cose fin qui rapidamente esposte riguardinoi pitagorici in geneposteriori a Vitagora (e qui non se ne vede ragione) professarono una che 409 lilosofia, le contemplazioni della natura ¢ le disputazioni di letticl * dl aggiunge che all'insegnamento acroamatico non astenia da y * x. i all'impensata, bensi quei soli discepoli, dei quali aide Fe = divino, che abita nelle nostre anime (1). La storia ricorda, che nelPantico Egitto (3) la casta sacerdotale custodiva in secreto alcune dottrine, nascondendole gelosamente al volgo profano, e se ne intende il perchè: il prestigio delia sua onnipotente autorità si sarebbe sfatato col dissiparsi delle tenebre sacre, in cui si era avviluppata. Nè gli antichi sacerdoti soltanto, ma ben anco i filosofi — sotughezze del dire e la conoscenza delle cose civili. eli altri ix ie ; atti, che ci rendano indegni del suo sguardo ed allontanino lo spirito e sublime filosofo. | ébareptxé, esoterici o pubblici, I kat agitati misteri di Pitagora non riguardavano punto questa a quell'alt a parte di scienza da lui insegnata, bensi gli intimi dine ni politici e sociali dell'Istituto, che la più assennata st en gli ai piera di a nell'animo dei suoi fidati discepoli, perchè ii n) cs‘a ae alle mene degli avversari del libero reggimento e della E ag il nodenima itagora, che vennero delle sentenze denominate simboliche (2) di da alcuni spacciate per enimmi indecifrabili quali gli piacque avviluppare le sue opinioni e dottrine. nei Esse er no in realtà sentenze brevi ed assennate, che in forma pontica ed isa a ees ma intelligibile esprimevano 0 i più solenni doveri della dito y come is i; ma in quella guisa, che questi costituivano i segreti politici della società, così quelli consistevano in una lingua con(1) Noel, id. ibidem. 2 Esse st leggono qua e lá in Porfirio, in Giamblico è Diogene l.werzio, + serissero intorno al loro signilicate lu storico Anassinvan dio di Mil -te le, Androcide ed Alessandro Polistore. Aristote

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venzionale ed in una scrittura geroglifien, con cui i pitagorici, o presenti 0 lontani, conferivano fra di loro senza essere intesi dagli altri, ed in segni particolari, a cui si riconoscessero Pun Paltro dovunque si incontrassero. Anche questa lingua e scrittura seerete, e questi segni convenzionali hanno un fondamento razionale nella necessità di tutelare la sicurezza dell'Istituto e provvedere al conseguimento del suo scopo. Narra Aristossene appresso Grunblico (232) che un pitagorico smarritosi in un deserto, riparò, spossato dalla fatica, in un albergo, dove ammalò a morte, Prima di spirare, non avendo di che ricompensare Valhervatore delle tante eure prodigategh, tracciò con mano tremante alcuni segni simbolici sopra una tevolettia raccomandandogii di tenerla esposta in luogo, dove potesse esser veduta du tutti 1 passeggieri. Assit tempo dopo la sua morte volle il caso, che passasse per colà un altro pitago- — 411 — che dava prova di sottile accorgimento, sicchè gli antichi lo dissero l'inventore dell'arte fisionomicn: ne già si stiva contento a questi sUgui meramente esterni,i quali qualche volta si risolvono in una ingannevole apparenzu; bensì osservava attentamente tenore dei discorsi, ıl silenzio o la anche le loro occupazioni, il taciturnita, le passioni, a cui andivan soggetti. 1 contegno di essi tenuto verso i parenti e gli amici, i superiori ed i soggetti. Nè facilmente, ne Lutti erano accolti, quanti lo desideravano; ed è nota da ripulsa toccati al ricco e potente, mi scostumato cittadino di giurando alla Crotona, Cilone, il quale se ne vendico distruzione dell Istituto Gli ammessi erano poi condiscepoli novizi, che dovevano sostenere qualche anno di prova, detta il tempo del silenzio, perchè riposta nell'ayvezzarsi somma riservatezza e quindi conversare con à parlare sssai se stessi lezioni sentite (doete sdlentia Pythagoras), essi di rado e meditanlo con le rico, il quale da quei caratteri enigmatici cadutigli sott'occhio avendo intesa la sventura toccata al suo compagno, ricompensò largamente Podrovopatizoi, © drovarizoi, clot udilori, perchè spitalità dell’ albergatore. condo quanto veniva loro insegnato da’pitt dotti. Non era quindi, come Si legge pur anco in aleuni storie; davvero stravaganti, che Pitagora costringesse a prove improbissime e poco meno che umilianti i novizi prima di annoverarli fra i suoi intimi discepoli, che cioè li obbligasse a tale assoluto silenzio da non pronunciare sillaba per due, tre ed anche cinque anni; che durante quel lungo noviziato egli parlasse loro di quando in quando dietro una impenetrabil cortina senza mai poter vedere a faccia a faccia il loro maestro (1); che tormentasse la loro mente e ponesse a cimento la loro pazienza proponendo a dicifrare sentenze simboliche enigmatiche di durissimo significato per eccitare in essi il desiderio di intenderle: e si avverta, che tra quei novizi eranvi talvelta colti personaggi di una delle più splendide città della Magnagrecia. Sono tutte fiabe, che si sventano da sè; tanto sono assurde! ¿sponiamo su questo punto la verità storica sincerata dalle strane invenzioni. Creando il suo Istituto Pitagora aveva ideata una profonda riforma politica, morale e civile della società merce l'educazione del coscienzioso carattere personale e dell'ottimo cittadino dello Stato, ma prevedeva la durissima lotta, che a tale scopo avrebbe dovuto sostenere contro i governi oppressori e la gente privilegiata, e sentiva perciò la necessità di associarsi nella grand’opera uomini di fede sperimentata, di assennata prudenza, di serio accorgimento, i quali sapessero a tempo parlare e tacere a tempo, custodendo nell’intimo dell'animo i disegni maturati dal loro maestro. Per il che Pitagora prima di ammettere nella sua società i giovani e gli adulti, che gli si presentavano, investigava con isguardo penetrante la figura, l'atteggiamento della persona, il conteguo, il portamento, il gesto, il costume a fine di rilevare dal loro aspetto esteriore le inclinazioni e le attitudini interne dell'animo; nel por erano appellati avevano da ascoltare tasognarono alcuni, un silenzio assoluto questo, bensì moderato € riflessivo, era un tirocinio, con cui si avvezzavano per tempo i giovani al dominio della propria curiosità, al governo di se stessi, al favellare disereto © prudente. Quando poi mostravano di avere imparato Parte del tacere ascoltando, di saper frenare a tempo la lingua e di possedere le volute attitudini di mente e di cuore, allora passavano dal noviziato nella classe dei discepoli intimi, e quivi non più obbligati a tacere ascoltando si chiamavano uonuarizo da quelle discipline, che già avevano preso ad imparare e meditare, e su cui potevano ora fare parola muovere inchieste, esporre il proprio pensiero, essendoche i Cireci appellano col nome di uafiuara la geometria, la gnomonica, la musica ed altre discipline astratte. Preparati da siffatti studi, si innalzavano a contemplare i corpi celesti e scrutare le intime ragioni della natura, ed allora venivano denominati pvozoi; infine si sollevavano alla contemplazione delle cose divine, ed erano appellati sapienti o speculatori. Aulo Gellio riferisce (1), sulla testimonianza di Tauro filosofo platonico, il procedere di Pitagora nella scelta dei discepoli, la prova del noviziato, il tenore, con cui essi venivano a mano a mano ammaestrati e iniziati alla vita intima dell’Istituto, e conchiude che « si componeva una società indissolubile, quale era stato quell’antico consorzio, che nel fatto e con vocabolo romano si denominava cenobio. » Parrebbe da queste parole, che i pitagorici fossero un consorzio di gente tutta raccolta a vita contemplativa e segregata da ogni cura terrena, ed alcuni sentenziarono che l’Istituto pitagorico fosse un ordine religioso od almeno arieggiasse al convento. Nulla di più contrario alla storica verità. Certo è, che dei pitagorici alcuni attendevano di proposito a coltivare la scienza ed insegnarla agli altri, ma non è men certo, che i molti appli- 1) Mi stupisce che abbia creduto a questa linha anche quel serio pensatore, che fu Domenico Scinà, nella sua Vita dt Empedocle, pag. 34. (1) Noetes activas, Lib. Lo cap.

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rimo e la mente all'amministrazione dei pubblici affari, L'Isticavano d'un un'indole pec tuto ave tempo, fosso il dovere di una moglie in belParmonia la vita speculativa e la operativa, lo studio e l'azione. questa, Hasti il ricordare, che Pitagora era di frequente consultato dal $ non del Comune, di cui era tenuto in grande sui più rilevanti negozi mazione e diede leggi a popoli, i quali colle, i pitagorici pigliavano parte al reggimento della cosa pubblica PE le dive patria ttà della Magnagrecia a metter rispose, di piacere al la da Clemente Alessandrino: « vita sarebbe davvero spengono dopo di essersi dati Se l'anima banchetto per all'iniqui tà, © Fra se ne conserva uno, nel quale s vendo essa ad un tale Timentide gli dice: « Perchè lumniarmi quando io propago da per tutto le vostre © nessuno mi un non ces di lodi? Ma sappiate erede se io vi lodo, come nessuno vi erede se mi calunrvizio della loro e di Teano, maritata al celebre atleta e della società le cognizioni e le facoltit acquistate, esercitando «li Crotona, Milone, viene ricordata da Clemente Alessandrino, da Porfirio, professioni diverse, coprendo cariche civili o militari, reggendo talvolta proprio paese, Riformare i costumi e le leggi, le sorti politiche distruggere il dispotismo politico six del principe, sia delle moltitudini collocare al governo della della virtü, desima conservata immortale, frammenti delle molte sue lett 10 loro sel a Sibari, a Metaponto, a Locri, a Taranto, dove av 10 qu che i giovani, compiuti i loro studi nell'Istituto, si spary per sentenza. durasse malvagi, i quali si ne lo avevan richiesto; ¢ virtuosa; quello, suo marito, A porre in sodo l'immortalità dell'anima addusse, frale altre, famiglia, cosu pubblica l'aristocrazia del sapere e col più intimo viucolo possibilei figli di una mestringere i cittadini di un medesimo puese, Je genti di una stessa e la terra col ciclo, ceco il regione, gli esseri tutti viventi della terra grande ideale sociale della società pitagorica (1). Questo studio storico del Pitagorismoper quantungue sommi le donne colte, che i i webbe compiuto nelle si inspi ‘Ono di Pitagora, facendo così sempre più se più da Diogene fu detto che, disse che si è dallo Suida. Di lei, bella ed eccellente poetessa, iulle, maritata, le donne. Lav rimaneva dal farne l'elogio perchè a tutti era not storia. Ad Arrignote sua sorella vengono attribuiti epigrammi sui m di Cerere e sull'infanzia di Bacco, Pitagora, i quali Porfirio d di Gallierate, ed alenni sussistere scrisse intorno la scritti sulla filosofia di a’ suoi tempi. l'inteo, tiglia temperanza della donna, e da un bel frammento del suo libro, conservatoci da Stobeo, si rio non simo sotto silenzio rincipii pedagogici ed alla filosofia rattere univer manifesto il affatto naturale, che le mogli e le figlie del suo Istituto. Eva cosa non si rimanessero indifferenti alla squisita coltura delde’ Pitagoriei nel porgere giusti e discernimento divisati dell'uomo, quelli in modo scorge come e Sa severi precetti intorno n questa virtù, abbiacon gli uffici proprii della donna, quelli comuni ad amendue, e quelli ancora che convengono speciale più all'una che+ tro. Va altresì ricordata Perizione, la quale oltreun opuscolo sulla sapienza, che però è controverso, dettò un libro intorno gli ornamenti del a donna in parte con Panimo e della mente, intorno alla quale tanto si adopravano i loro mariti e padri, e si sentissero invogliate al culto del sapere e della lavori virtà; quelle almeno, che avevano sortito speciale attitudine come in suo fondamento, nell’armonia, che la donna debbe da prima in sè medesima, poi nella propria famiglia ed in dell'ingegno. relazioni sociali. Asserisce Diceareo appresso Porfirio al e 19, che le retto proprii ato da Stobeo, dove discorrendo egregiamente della virtà femminile, la ripose, mantenere tutte le sue Pitagorica, ed Dall'esame storico dell'Istituto la logica ci consente di raccogliere e osservavano le norme e le massime dei loro mariti e padri in riguardo al vestire, al nutrimento, alla condotta e all'educazione de’ loro figli, sebbene, al dire di Aristossene, esse non purtecipassero a tutte le lezioni costrurre la teoria pedagogica ili Pitagora, essendochè il modo con cui del mattino, agli esercizi ginnastici e alle deliberazioni del pomeriggio. pure un libro sulle illustri donne pitagoriche, come Filocoro se la sua dottrina pedagogica si possa raccogliere in questi pronunciati. L'educazione, riguardata nel suo insieme, va inspirata da una grande abbiamo del Wieland un piacevole opuscolo intitolato Le Pitayoriche. Delle più rinomate si possono leggere i nomi in Giamblico, nella Bibl. idea della vita e della dignità umana fondata sul sentimento religioso, il quale imprime un carattere augusto e solenne alla nostra esistenza. greca del Vabricio, e nell’Historia mulierum philos. del Menagio, Va celebratissima fra tutte Teano, moglie di Pitagora, decoro del suo sesso, ornamento della filosofia e delle lettere, lu quale dicosi avesse scritti parecchi poemi ed opuscoli sulla sapienza morale. Interrogata qual « Avvezza l'anima tua a sentir, dopo Dio, l'eccellenza di se stessa. La ragione, che sta in te, è luce della tua vita » (1). « Non far cosa turpe donne venivano i scolte come gli uomin nella società (1) Mindole operativa dell'Istituto © la vita attiva dei pitagorici sono attestate da Aristossene appresso Giamblico, 7, e appresso Stoboo, Serm. 41; da Teoegli ha educato di fatto i suoi discepoli, spontaneamente ci rivela come la pensasse in riguardo all'arte dell’educare. Quindi ne pare il che nè con altri, nè da solo, ma più che ogni altro te medesimo rispetta» (2). « Quando il tiranno ti minaccia, ricordati chi sei. Solo sul corpo del sapiente il tiranno ed il leone possono aver dominio » (serive il citato Sesto). pompo (Athen. XV, 2), da Diccarco appresso Porlirio, p.56, da Voltio ‘in n. 39), (1) Sesto, Pythag., Framm. nda Cl (2) Carmen aureum, 11, 12.

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L'edncazione ha un compito universale, siccome. quella, che deve abbracci are la coltura della vita in tutte le formo dell'attivi à sun ordinate x suo ideale supremo, edu Epperò Valanno vuol esere porto col mondo, nell'ndividualità propria Qin sè ed in della sua persona e nella sai si (1). nell'edn ione intelletti sia allautorità della +: agione, stori tto quel mente Deorum riferisce che Cicerone de’ Pitagorici, le vuolsi fu Inogo conveniente lv ragione dell'autorità, eppe vo non è si che nel libro primo del De Natura cioò a chi loro chiedesse ragione di sua convivenza sociale Nell'uomo individuo vanno coltivate tutte le forze quanto affermavano del corpo egualmente che tutte le facoltà dello spirito, nessuna cccettuata; airs Epa, come se le parole di Pitagora nell'uomo sociale vanno sviluppate tutte quelle speciali attitudini, che lo chiamano sl adempiere questo o quell'altro ufficio nel consorzio della società, In altri termini educazione mostrasi sl un tempo individuale sero ai suoi discepoli come il pronunciato infallibile di un oracolo, e si e sociale, privata e pubblica, fisica e spirituale, hoe maschile e femminile. Il felice sviluppo delle potenze dipende interiormente da un continue, ma graduale e moderato loro esercizio, esteriormente da opportune condizioni di tempo e di luogo rispondenti all'indole ed all'attività dive di esse potenze, Laonde il gran magistero dell’educatore sta riposto nel aper cogliere coltà ed ordine da favorire lo sviluppo delle mede ime, ricreandole con e 10 nell'iner una saggia alternativa di lavoro, sicchè non langu Quell’ Zpse dixit rispondessero: L'ha della in ordine ragione ad detto Pitagora, scientifico suonusuna eredens: riferito da Cicerone poteva forse use i nuovi e degeneri pitagorici, non certo agli antichi e veri discepoli del filosofo di Samo. zione morale ha per iscopo il dominio dello spirito sulla vita animale e la padronanza dell'uomo sopra di are in calma i, la doles z . e occupazioni con tale ed intrecciare le di are ogni diritto sconfinata. i il momento felic e l'oggetto più conveniente all'ese e distribuire volesse si disputando, e sè, e si l'uguaglianza dell; ed alabilitä mente insegnata coi nudi del imo, carattere, adopra tutta La virtù non precetti, nel la moderazione delle va solalle esortazioni, bensì ed assai più praticata colle opere e coll’abitudine dell’operare. Pondaione morale è la religiosa, la quale deve mento ed anima dell’ edu ammaestrare l'alunno al continuo pensiero della Divinità sempre presente Venendo alle partie specie dell'educazione e primamente alla fisica, « non è da porre in non cale li salute del corpo, ma far misura del bere, del mangiare, dell'esercizio » (1). L certa qual buona temperie delle sunità corporale poi for e del corpo riposta « in Ja quale emerge non all'universo ed a stringersi con essa Passando alle specie altra la vuol tenuta in intima unione, indiandosi dell'educazione, ci individuale o privata, essere in si presenta prima di ogni propria cioè di ciasenna persona, la quale altissimo conto, perchè in tutti e singoli gli dalPeccesso o dalla mancanza del caldo, del freddo, dell'umido o del secco, bensì da una conveniente proporzione di questi elementi, i quali uomini quando siano acconciamente composti generano di noi stessi e della nostra vita intima è il gran principio, su cui si regge alute e distruggono la malattia » (2). Quindi il vitto, il vestito, gli esercizi i vennero adoperati ed ordinati in guisa che producano, mantengano e riconducano nel corporeo organismo siffatta armonien temperanza di elementi e di rifulge la dignit: umana, e l'io ive indistruttibile ed immortale oltre la tomba. Il raccoglimento interiore, ossia l'esame continuo e sincero e si svolge tutta la no: educazione personale, All’individuale e privata fa riscontro l'eduenzione comune e sociale, e questa ha per suo compito di svolgere e coltivare la virtù dell'amicizia contrarii umori. cogli ottimi, dell'amore vivo ed operoso verso tutti gli uomini, e tutte L'educazione dell'intelletto abbraccia due grandi ordini di cognizi iguardanti le une il mondo sensibile, le altre il mondo soprasensibile. le virtù domestiche e social L'insegnamento matematico sta come ponte di passaggio dall'uno all’altro Dio coll’affligger l'uomo. Ama qualunque è di natura simile a te... Chi ordine conoscitivo e qui nello intermedio di entrambi, siccome quello, che mercè la conoscenza delle forme astratte dei corpi e delle loro entità quantitative già solleva il pensiero dal mondo della materia e lo prepara all’intelligenza del mondo degli spiritie dell'ideale. Il processo dell'istruzione si compie in una duplice guisa, essendochè « tu devi renderti perito o coll’imparare dagli altri, o col ritrovare tu stesso la cosa, di cni puoi aver cognizione, Se impari da altri, tu acquisti in certo qual modo l'altrui; se poi ritrovi tu stesso, la cognizione è proprio tutta tua. Se saprai ricercare, facile sarà il ritrovare, malagevolo ricercare non per virtù fa amici gli Grand’ empietà si commettono verso busa degli uomini, abusa di sè stesso. Sono empi coloro, cli stesso Dio padre comune, non pongono in comune gli ndo lo aiuti ed i sussidi. Quando presiedi agli uomini, pensa che Dio presieile a te » (2). L'educazione femminile deve anch'essa far parte coltura. Gli scritti, che in pa integrale dell’umana ngono, delle pitagoresse contengono saggie riflessioni ed ottimi precetti intorno la virtù propria donna e della vita o comuni, del domestica, come pure ni marito donna disconvenga il e della filosofure, diversi moglie. « Molti forse a come pure (1) Carm. aur. 92, aura, Della disciplina, Framm. (2 ro, Pythag., Framm Trace, Framm. edi parenti : degli altri « Onora i genitor ottimi, » uffici, o no, della proprii che alla il cavalcare, l'arringare in

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180,Sapienza—27 lltdmhinP'oqdcpainembug‚v-qhsda’tep'urvoftl-icnaevrdqluoasim'ectpfd-nzlsruehdvi'.tacogsnu-l)mpIicga.rtepoluisncvaS’lr,tgèndsuoiflerpatgvncosleipbar,uzeigmdsconqtavrihe,outdlcèEnzsgraemiqn'uctDdos,dlvpieumcatàl'.soirc+pf,dentzgaCoiPcetzsdlrnlmait(coesguopvlnrithcedpnlaqgPurzepsmdlicntsuaroletiegcSòdz'qnsamdepoluciofvtgudSrPsbcpùei'naoclhtc,vrizeradclnpatiseàaz(dtonclgbvpeuiairmedo'lhnonptai.,eodDslcgnifrtnv,oaesehiz'àactvlman,gQredoiitpalmPuoàaceIrPsnÈdtEdliinamrcphoQ,etsldavetincuàlmbèropantsrenivqaugmgilàs'c,dteeunpoiQouSegasmrctrvdnm,uplsoiembaaacrtisrpunglnatmeDdapozzàlaurbiscnmetapdhosalib,npqcìedvgprisaf?nèzrutolemirdisnvuaei,tgmcozmdClrsa:nuicezmoJopcuiqmna.lrhts,eucoialngfmbpv,Pidsezfoo.ltp,ricondèlùmdneasptcidfvaoehrcilamtdsn'grimaptedlcsofnemuvriethglsp,dnnàaobAiVtuhcert,pmolsNicvnrotaSeFld?puscfvqgatroni,eNmlvuscndan)giaaroecmtllundasbrei,SfecoAbtauier,ioad istrnite,diventaoperatorediverità»(2).DitalmodoER=ee fgforruregisacclooiteeär,adiVluafsatocrialnliqisubsieilrmoaiteàdpdreeulpnai'vraeanrzisimaoolneeridsaiulltiumatennttoeadrcaeil,òlaechel'uèsoNrmoderatnàiserimEo; (qotivenadNlrpgcm"suu'hoienblastcgfr(dpezvP12lnmaontcdi)i)'vurebaogltnSuFim,rsdtgeincliapirtosnuezdlctmstgna,epoizldmhurig;i,osetlanp,vugGdm,tios’1.lrevFraitusDopùelvrgandmu+oe’cltisaIlro.feuvlingmmads,rapizrtalevdpcsros.ngmltAintzueradslviiofenSVcp,re’tIdamcpo.ensunrplbt,idqhèclosegaevfriDl'punr,hsearIltpoaivfsc'ranldzpisoeutnzeahlrivp,oratanemlcviusfàzlrtp'doe,mtduacgzieasvehildnop,alctrmgsiell,qoftacldaehigruntmaoàldec.sgindr,o'’eelatozqrmgpnPudsceLinrltlpszgmhaauetdoelsm.raci'vptglodns,asae.duosi,rvlSpdmnilaestrugdmcPStlamvpn,r’u;oàsecgiaPht,nrv.oesdiCdmatnt,eulrszciCpLdltvrorai,spel'nutzùgbofirslòeda«zbnvupotcèieinsgrdvalcuoìthS,znegawlislncqàèdrtgPpislemuaoz,nsefcptldNorhutaidnnsolecpt’islfdroz(iunefl,ep)dmqatosgirua,sep©tionc.(ahbvtyslonmrepaLijt#Aàd+o"e:a5ig3eyl;4swnpNgvam0nhix1edrj+V5teeciA4ns=hEdu7Mraln;Ù>i-,

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cinano insieme, tantochè la nostra mente passa spontanea dal fondatore dell'Istituto di Urotona al grande educatore di Atene. belle e svariate e tutte di sommo rilievo sono le applicazioni, di cui è fecondo Penunziato principio pitagorico, chi ne sappia intenderne tutto il significato, abbracciano Pintiero contenuto, contemplarlo sotto tutti i suoi aspetti. Esso è fornito di un pregio e di un valore universale siffatto da sorreggere e menare a buon fine non solo Popera dell'edu- “are, ma ben anco tutto il corso della vita e dell'attività umana. E veramente alla formazione del carattere, intorno alla quale, come a supremo suo compito, si travaglia tutto il magistero educativo, occorre quel ripiegamento dello spirito sopra di sè medesimo e quella severa disamina interiore, mercé cui l'alunno acquista la coscienza di sè e si assicura il dominio del proprio operare; e pervenuto al periodo della virilità, eg saprà orientarsi e procedere in ogni evenienza con quel prudente riserbo e con quella giusta misura delle proprie forze, che gli vengono dal sincero e continuo esame di sé medesimo. IE qual pita gorico precetto potrebbe, secondochè io avviso, comprendere nella sua pratica applicazione tutte le diverse manifestazioni dell'attività nostra, riferito allo svolgersi della vita nel suo triplice. rape venire quindi porto con Dio, col Buono e col Vero sotto la triplice forma di coscienza religiosa, morale ed intellettiva. Alla coscienza morale e religiosa attribuisce un profondo significato ed assegna un sublimissimo compito il Cristianesimo, il quale intima al credente di vegliare sopra di sé stesso e chiamare a rigoroso sindacato le proprie azioni giudicandole n tenore della legge morale personificata in Dio. Della coscienza intellettiva poi è una forma speciale la memoria, siccome quella, in grazia della quale si richiamano alla mente le cognizioni acquistate e si pigha ad esame il processo tenuto dal pensiero per giungere al possesso delle medesime. (Queste brevi considerazioni intese a chiarire il senso del pitagorico Esamina te medesimo, valgono ad un tempo a mostrare l’intima attinenza, che lo collega col socratico Conosci te stesso, del quale imprendiamo ora lo studio storico svolgendone il contenuto pedagocico. GIUSEPPE ALLIEVO.