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View in PDF(opens in a new window)ESPACIO, TIEMPO Y ADVERSIDAD EN LOS RELATOS
DE MILAGRO DEL EVANGELIO DE MARCOS Y DE LA VIDA
DE APOLONIO DE TIANA DE FLAVIO FILÓSTRATO
Jesús Peláez
FORTVNATAE, 20; 2009, pp. 101-126
Federico M. Petrucci
Review Jamblique. In Nicomachi
arithmeticam. Introduction, texte critique, traduction française et notes de
commentaire by Nicolas Vinel
p 342-353
Aestimatio 11 (2014)
I. POZZONI, | fondamenti divini di morale e diritti nella Schola Pythagorica, in
“Osservatorio Letterario”, Ferrara, Edizione O.L.F.A., Raccolta Giubilare - 2011, 423434.
FRANCISCO RODRIGUEZ GARCIA.
Las referencias a Pitágoras en el De Homero 2 de Ps. Plutarco..........................
281 — 296
Rodriguez Garcia, HABIS 46 (2015)
Antikythera Mechanism and the Ancient World
A. N. Safronov
Journal of Archaeology
Volume 2016, Article ID 8760513, 19 pages
The Antikythera mechanism is an ancient analogue computer and orrery used to
predict astronomical positions and eclipses for calendrical and astrological ..
L
NG
La cosiddetta Basilica
Pitagorica di Porta Maggiore
renatosantoro2015 / 13 novembre 2016 Internet 12 p
Renato Santoro — Roma, 12 novembre 2016
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L'ARCHIPENDOLO
IL FILO A PIOMBO DELL'ARTE
ARCHITETTI E ARCHITETTURE
MONDO ANTICO
ELEMENTI DI ESTETICA
ETA’ CONTEMPORANEA
MISTERI
N.d.A.
La cosiddetta Basilica
Pitagorica di Porta Maggiore
renatosantoro2015 / 13 novembre 2016
La figura di Pitagora sembra appartenere all’Italia per ius soli, e la cultura italica
sente il Sapiente di Samo un po’ suo perché storicamente si inserisce nel proprio
orizzonte culturale. E’ superfluo ricordare il diritto di primogenitura della Calabria
che lo accolse esule. Ma anche Roma, come noto, per la sua storia si è
guadagnato un profilo greco perché da quella civiltà fu prestissimo conquistata.
Leggenda vuole che già il re-sacerdote Numa, probabilmente un iniziato – stando
all’onomastica che rimanda al Numen cioè l’energia divina che percorre
sottotraccia i fenomeni naturali – si sia formato proprio alla scuola pitagorica.
Anche se molti pongono in forse l’esistenza storica di questo nostro illustre
personaggio, ammantandolo di leggenda, identificandolo come summa di un
pensiero sapienziale antico e preellenico – Caldeo? Egizio? Qualcos’altro ancora?
– per noi è ininfluente: Pitagora è una condizione dello spirito e la sua
collocazione geografica è un topos dell’anima.
Roma è una città che nella sua storia millenaria ha incessantemente saputo
trasformarsi, rinnovarsi ed è passata attraverso molteplici stadi rigenerativi tanto
da guadagnarsi l’appellativo di Eterna. Una delle prerogative della romanità è
quella di avere nei secoli attinto alla molteplicità di culture, riti, usanze dei popoli
conquistati a contatto dei quali era venuta a trovarsi. Posta al confluire delle
direttrici fra est ed ovest, fra nord e sud delle ondate migratorie che
attraversavano il Mediterraneo, Roma ha saputo offrire cittadinanza a maghi
etruschi; a retori e grammatici greci; a sacerdoti di Iside; a generali barbarici delle
tribù germaniche; a rabbini alessandrini; a seguaci del Nazareno; in un melting
pot di razze senza pregiudiziali tanto che fra gli imperatori dell’Urbe non pochi fra
loro provenivano dalla Provincia africana, da quella Iberica, dall’Illiria o dalla
Dalmazia. Una tendenza questa, che troverà seguito anche nella concezione della
cristianità romana improntata al segno di una cattolicità intesa come ecumene
del mondo ellenistico tardo antico e che ritroveremo nei papi dei primi secoli,
provenienti chi dalla Siria, chi dall’Epiro, chi dall’Egitto.
Logico dunque che anche l’insegnamento di Pitagora trovasse in Roma i
presupposti climatico-culturali per poter attecchire. Già nel primo secolo a.C. i
circoli filellenici della Capitale erano pronti ad accogliere con slancio le
suggestioni del sentire filosofico della scuola samia e crotoniate. Ne parlano con
ammirazione Cicerone, Varrone, Ovidio e propugnatore dei principi pitagorici fu
senz’altro un filosofo a torto elencato fra i minori nei manuali di storia della
filosofia: si tratta di Publio Nigidio Figulo.
Si ha fondato motivo di ritenere che fosse di estrazione etrusca, dal momento
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UN PORTALE MISTICOALCHEMICO NELLA
PROVINCIA SABINA
TORINO - LIONE: IL
LATO CERTO DEL
TRIANGOLO MAGICO
PLAUTILLA BRICCI
“ARCHITETTRICE” DEL
VASCELLO
Il rito caprese dei 33
gradini
ONOR DEL MENTO: LA
BARBA COME INSEGNA
IDENTITARIA
ISIDE ITALICA
I QUATTRO COLORI
DELL’ARMONIA
GINEVRA E LONDRA,
DOVE IL DIABOLICO SI
NASCONDE NEL
DETTAGLIO
LUOGHI DELL'EGITTO
GRECO-ROMANO
UNA MONTAGNA SACRA
CREATA DALL’UOMO:
L’ACROPOLI DI ATENE
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CHE REBUS QUEL
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View in PDF(opens in a new window)che il nome Nigidio è attestato in iscrizioni tuscaniche rinvenute in area umbra. E
a questo si aggiunga la sua notorietà come astrologo dedito alle arti divinatorie,
perfettamente in linea con la fama degli Etruschi presso i Romani come aruspici e
vaticinatori. Il cognomen Figulo ci fa sospettare una sua originaria attività come
vasaio, prima della sua emancipazione ad uomo libero. Con i suoi scritti egli dà
risonanza presso gli ambienti colti della latinità alla figura di Pitagora e soprattutto
alle regole comportamentali contenute negli Aurea Carmina, quei Versi Aurei
della scuola pitagorica, veri e propri precetti etici. In questo risveglio pitagorico in
ambito latino si inserisce un secolo dopo un altro personaggio della storia
romana, e siamo già alla metà del I secolo dopo Cristo, in età giulio-claudia.
Parliamo di Tito Statilio Tauro IV [1], appartenuto alla ricca e aristocratica famiglia
degli Statili, il quale ricoprì prestigiosi ruoli istituzionali, come console e come
proconsole. La vasta area urbana oggi compresa fra Santa Croce in Gerusalemme
e Porta Maggiore era interamente occupata da una vastissima villa allora
suburbana di proprietà della famiglia. Sappiamo che l’illustre maggiorente
romano era fortemente attratto da pratiche e rituali magici, appresi in occasione
del suo proconsolato in Africa, terra di forti suggestioni esoteriche come ci
insegna Apuleio con le sapide storie dell’Asino d’Oro o la maga Enotea del
Satyricon petroniano. Ma era anche cultore dei precetti pitagorici.
In alto: parco di via Statilia, fra San Giovanni e Porta Maggiore
Inviso ad Agrippina, la quale mirava ad impossessarsi dei suoi beni, requisendogli
anche la villa a favore del demanio imperiale, fu accusato di praticare la
stregoneria e di professare dottrine contrarie alla morale di Stato. Lo stesso
pitagorismo era considerato un orientamento filosofico che infiacchiva le giovani
generazioni. Per questo motivo Tito Statilio Tauro, prima di essere condannato da
un tribunale manifestamente ostile preferì darsi la morte per sua stessa mano.
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REBIS…
ISIDE ITALICA
La cosiddetta Basilica
Pitagorica di Porta
Maggiore
UN PORTALE MISTICOALCHEMICO NELLA
PROVINCIA SABINA
LA PORTA MAGICA DI
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ADALBERTO LIBERA ALCHIMIA
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GROTTA DI TROFONIO Karavan Le
Alla metà del I secolo d.C. risale la costruzione della cosiddetta basilica neopitagorica di Porta Maggiore. La sua scoperta fu del tutto casuale. Il 23 aprile del
1917 (giusto un secolo fa) per uno smottamento di terreno e grazie alla voragine
apertasi sotto i binari lungo il tratto ferroviario della Roma Cassino all’altezza del
piazzale Labicano, porta alla luce quella che il Cumont ed il Carcopino (cfr.
BIBLIOGRAFIA) individueranno come edificio di riunioni misterico-pitagoriche e
che identificheranno quindi come Basilica neo-pitagorica. Destinazione questa
accolta anche dall’Aurigemma (1954).
Le argomentazioni che hanno fatto formulare l’ipotesi che questa fosse stata
concepita e costruita da Statilio Tauro possono riassumersi brevemente. La
datazione dell’ipogeo corrisponde al periodo in cui il patrizio romano era in vita.
La basilica, che si trova a margine degli Horti Tauriani[2], fu operativa solo per
pochi anni, come si ricostruisce dallo stato di conservazione di affreschi e
muratura e dal fatto che non fu mai più riutilizzata. Fu completamente interrata e
occultata o per una damnatio memoriae voluta dell’autorità imperiale o per
deliberata scelta del proprietario che volle portare con sé, prima della condanna
e del suicidio, i segreti di questi culti misterici dedicati ad Apollo. Ne sarebbe
conferma il fatto che sono stati divelti gli altari che si trovavano nella navata
centrale, dei quali è rimasta solo la sagoma del podio da cui si ergevano. Come
se questi arredi di culto dovessero essere stati posti in salvo dagli adepti. Sono
stati invece trovate tracce residuali di ossa di suino, segno che qui si compivano
riti sacrificali. Come apprendiamo dalla letteratura pitagorica, il maialino da latte,
così come la capretta, era un animale che, in deroga al divieto di uccidere gli
esseri viventi, poteva essere immolato al dio.
Corbusier Libera Libera
Muratoria Libeskind Lione Londra
LOOS Lorca Magia Malaparte Memento
Metastoria Monumento funebre
Nomoi NUMA Occultismo Pirandello
Plautilla PORTA MAGICA Praga
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In alto: schema costruttivo: a trincea con getto c.d. “a sacco” di conglomerato
cementizio e selci. Il piano di calpestio dell’impianto basilicale si trova 7 metri al
di sotto del piano di campagna
Pianta. Rapporto pitagorico di 3:4 fra larghezza e lunghezza (cfr. Tetraktys in
basso)
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Sezione. Rapporto aureo fra altezza e lunghezza. Si noti l’oculus aperto nel muro
divisorio fra vestibolo ed aula centale, allineata lungo l’asse est-ovest.
Attraverso quell’apertura il sole al tramonto – che penetrava attraverso un
lucernaio sul soffitto dell’atrio – raggiungeva l’abside posta ad oriente.
Per salvaguardare la Basilica dalle vibrazioni della soprastante ferrovia e dalle
infiltrazioni umide che stavano lentamente aggredendo l’antica struttura, negli
anni 1951-52 lo staff tecnico delle Ferrovie di Stato procedette con una
imponente opera di consolidamento. La Basilica è stata quindi inscatolata in un
solido involucro di calcestruzzo armato. Mediante opportuni condotti di sfiato
collegati con l’esterno è stata garantita la ventilazione degli ambienti
sotterranei. I lavori di isolamento della struttura, condotti tra il 1951 e il ‘52
dall’ing. Ezio Orlandini, costarono 320 milioni di lire corrispondenti a 5,5 milioni
di euro. Furono impiegati 1.000 quintali d’acciaio e 5.500 mc. di di cemento.
N.B.: elaborati grafici dell’autore
Il bianco è il non-colore dominante di questi interni e bianco era il colore
distintivo dei pitagorici e, in quanto leukòs, cioè luce, gradazione simbolica
dell’apollineo. Febo è il dio della solarità mediterranea.
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Il sole è essenza stessa di energia vitale. Tant’è che per i Greci l’Ade – per sua
etimologia, ove l’alfa privativo è anteposto a “id” – sta a significare il luogo in cui
per assenza di luce non si può vedere e le anime dell’oltretomba brancolano
condannate all’oscurità. Anche per gli Egizi nel regno dei morti il malvagio
serpente Apopi con le sue spire fa di tutto per impedire al sole di sorgere.
La metempsicosi, cioè la trasmigrazione delle anime, è una credenza con cui i
Pitagorici si trovavano in sintonia e a questo tema alludono anche i cicli mitologici
di contesto orfico e dionisiaco che ritroviamo negli stucchi delle volte, come
quello di Saffo, di Ganimede, delle Leucippidi etc. Si tratta di decorazioni a stucco
duro, ottenute mescolando grassello e polvere di marmo, lasciate
intenzionalmente in bianco perché questa doveva essere la cifra estetica di un
ambiente improntato ad una purezza della linea non disturbata o distolta da
superflui cromatismi. Bianca era anche per tradizione la veste dei Pitagorici.
Lo spazio ritmato secondo le proporzioni armoniche del numero aureo e della
tetraktys pitagorica sembra concepito per accogliere un numero di 28 accoliti,
perché questa cifra ritenuta perfetta cioè compiuta è la somma dei numeri da 1 a
7, dall’unità divina dunque sino a questo numero, il sette, sacralizzato
dall’esoterismo cabalistico (cfr. BOUSQUET).
Che l’ipogeo di Porta Maggiore non sia un edificio funerario come sostenuto da
qualche archeologo (cfr. Bendinelli in bibliografia), lo lascia supporre l’assenza di
celle tombali, di loculi o altro dettaglio di architettura sepolcrale. Al contrario, il
lungo dromos che conduce al vestibolo e da questo alle navate basilicali, riveste
il carattere di un percorso rituale, preparatorio per gradi e con valenza iniziatica.
Così come a carattere iniziatico cultuale è l’orientamento perfettamente allineato
sull’asse est-ovest. E si badi bene questo edificio a impianto basilicale – il primo
di cui si ha conoscenza con destinazione d’uso non civile – è sicuramente
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precristiano e precede di almeno qualche secolo quello che sarà lo schema
tipologico delle basiliche della nuova religione importata a Roma dalla Giudea.
La basilica neopitagorica è un monumento il cui stato di salute è delicatissimo e
la cui salvaguardia, a causa di troppi fattori ambientali e logistici, impone rigide
regole di controllo microclimatico. Per non comprometterne la conservazione,
dal momento che i restauri sono ancora in corso, se ne permette la visita solo a
gruppi ristretti e scaglionati, in numero massimo di una dozzina di persone per
turno (fra le 10 e mezzogiorno) e solo nella seconda e quarta domenica di ciascun
mese, previo appuntamento.
Queste brevi righe vogliono essere un incentivo a risvegliare l’interesse per
questo importante e suggestivo sito archeologico poco conosciuto fra gli stessi
romani. Vogliono essere il modesto contributo in quanti (e sono molti) non
hanno ancora avuto la possibilità di visitarlo, a suscitare il desiderio di mettersi in
lista di attesa presso la Soprintendenza, pagare il biglietto e calarsi nelle viscere
della terra per respirare le atmosfere e la malia di un luogo magico in cui il tempo
sembra essersi cristallizzato. A volte è necessario abbassare le palpebre e
spalancare il terzo occhio dell’immaginazione per viaggiare oltre le ascisse
spazio-temporali e ritrovarsi catapultati in una dimensione che potrebbe esserci
non del tutto ignota.
Interno della basilica
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In alto: volta a botte della navata centrale (ratto di Ganimede, Leucippide rapita
da un Dioscuro)
In alto: abside dell’aula centrale. Saffo si getta dalla rupe. Alle sue spalle
Apollo, in mare un tritone pronto ad accoglierla. Plinio il Vecchio, racconta di
un’erba prodigiosa che faceva innamorare chi la trovava cosa che capitò a
Saffo e Faone. L’infelice poetessa, non corrisposta, si uccise lanciandosi dal
promontorio di Leucade. Dice Plinio: “a ciò credevano non solo quelli che si
interessavano di magia, ma anche i pitagorici” (Naturalis Historia, XXII,
9: portentosum est, quod de ea traditur, radicem eius alterutrius sexus
similitudinem referre, raro invento, se si viris contigerit mas, amabiles fieri; ob
hoc et Phaonem Lesbium dilectum a Sappho, multa circa hoc non Magorum
solum vanitate, sed etiam Pythagoricorum). Plinio il Vecchio, Storia naturale,
con testo latino a fronte, Vol. 3\2: Botanica. Libri 20-27, Einaudi, Torino 1985
Navata centrale
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Stucco decorativo: Apollo. Πυθαγòρας: il Pizio – epiteto di Apollo delfico – ha
parlato (da Pythios + agoreuo/annunzio pubblicamente).Il saggio di Samo era
ritenuto incarnazione del Dio dell’armonia
Idria, fiaccola ed erma
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Tavola votiva
Vorrei concludere con una fulminante, lapidaria citazione di Sallustio, filosofo
greco-romano di età imperiale caro a Giuliano (da non confondere dunque con lo
storico di età repubblicana), il quale alla domanda su quando ebbero luogo gli
episodi narrati dal mito risponde: “QUESTE COSE NON AVVENNERO MAI MA
SONO SEMPRE” (cfr. Salustio, Sugli dei e il mondo, Milano 2000, capo IV, par. 8).
L’ammonimento, tratto da Perì theòn kai kòsmou, diviene suggello paradigmatico
di un’epoca al suo tramonto.
arch. Renato Santoro – Roma, 12 novembre 2016
BIBLIOGRAFIA
F. FORNARI, E. GATTI, Brevi notizie relative alla scoperta di un monumento
sotterraneo presso Porta Maggiore, in “Notizie degli scavi”, Roma 1918, pp. 30-52
F. CUMONT, La basilique souterraine de la Porte Majeure in “Revue
Archéologique”, 1918, pp. 51-73; La basilique souterraine découverte près de la
Porta Maggiore, à Rome, in “Comptes rendus des séances de l’Académie des
Inscriptions et Belles-Lettres”, vol. 62, no4, 1918, p. 272-275
H.M.R. LEOPOLD, La basilique souterraine de la Porta Maggiore, in “Mélanges de
l’école française de Rome”, vol. 39, 1921, pp. 165-192
G. BENDINELLI, Il Mausoleo Sotterraneo altrimenti detto Basilica di Porta
Maggiore, Roma 1923; Il monumento sotterraneo di Porta Maggiore in Roma, in
“Monumenti antichi”, Regia Accademia Nazionale dei Lincei, vol. XXXI, Roma 1927
pp. 601-859
J. CARCOPINO, Études romaines. La basilique pythagoricienne de la Porte
Majeure, L’Artisan du livre, Paris 1927 (ristampa 1943)
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J. HUBEAX, La “fatale” basilique de la Porta Maggiore, in “L’antiquité classique”,
vol. 1, n. 1. 1932, pp. 375-394
J. BOUSQUET,Les confrères de la Porte Majeure et l’arithmologie
pythagoricienne, in “Revue des Études Grecques”, 1951, pp. 466-471
S. AURIGEMMA, E. ORLANDINI, L’isolamento e il risanamento della basilica
sotterranea neopitagorica di Porta Maggiore, in “Ingegneria ferroviaria”, anno
VIII, n. 12, dicembre 1953, Collegio degli ingegneri ferroviari italiani, Roma 1953,
pp. 857-876
S. AURIGEMMA, La basilica sotterranea neopitagorica di Porta Maggiore,
Libreria dello Stato, Roma 1954; Istituto poligrafico dello Stato, Roma 1961, sec.
ed. 1974)
NOTE
[1] Console nell’anno 44, proconsole in Africa nel 51-53, fu accusato di pratiche
magiche da Agrippina. Fu confiscato di tutti i beni e della proprietà terriera. “Vitae
suae attulit ante sententiam senatus” (Tacito, Annales, XII, 59). Tito Statilio Tauro
IV era figlio di Tito Statilio Tauro III e di Valeria Messalla, dunque nipote in linea
materna di Marco Valerio Messalla Corvino. Fratello di Tito Statilio Tauro Corvino
(console nel 45) era perciò zio di Statilia Messalina, terza moglie di Nerone
[2] Gli Horti Tauriani prendevano il nome proprio da Tito Statilio Tauro IV che ne
era originario detentore. La Gens Statilia possedeva infatti una vastissima area
stimata in oltre 35 ettari, estesa tra la via Labicana-Prenestina e la Tiburtina.
Requisiti da Agrippina al demanio imperiale furono poi divisi a favore di due
liberti imperiali, Pallante ed Epafrodito, per essere successivamente inglobati da
Gallieno, nel III secolo, ai contigui Horti Liciniani di sua proprietà. Dall’area degli
Horti Tauriani, nel corso di scavi e sterri condotti in modo disordinato nel XIX
durante la costruzione della Roma umbertina post-unitaria, sono venuti alla luce
numerosi reperti archeologici, che oggi fanno parte delle collezioni dei Musei
Capitolini, sistemati nella sala detta appunto degli Horti Tauriani
IN COPERTINA: F. Bronnikov, I pitagorici celebrano il sorgere del sole (1869),
Galleria Tret’jakov, Mosca
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13 novembre 2016 in MONDO ANTICO. Tag:BASILICA PITAGORICA, PITAGORA
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