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View in PDF(opens in a new window)8394 Rivera, A.ST. APOLLONIUS MAGUS: THE CASE OF APOLLONIUS’ IDENTITY
CRISIS
Internet, the aeon eye. 8 p 2015
8395 Rivera, A. UNCONQUERABLE: HOW THE EARLY ROMAN CATHOLIC CHURCH
USURPED THE CULT OF APOLLO ON VATICAN HILL
Internet, the aeon eye. 8 p 2014
Reinach, A. Notes tarentines
p 21 - 29
Neapolis 1914
8396 Robichaud, D.J.J. Marsilio Ficino's De vita platonis, apologia de moribus platonis
Accademia, revue de la Société Marsile Ficin, VIII (2006). 23-59
8397 Rodriguea Villodres, A.. De Pitágoras, habas y malaria
Encuentros en la biologia. 2014, 7, p 112-113
8398 ROSSETTI, L. (2017). Note: La filosofia virtuale di Parmenide, Zenone e Melisso.
Uno sguardo alle prossime Lezioni Eleatiche.
Archai, 2017. no21, sep.-dec., p. 297-333
8399 Sánchez Muño, J.M. Historias de Matemáticas Las Escuelas Jónica y Pitagórica
Pensamiento Matemátic 2011. 24p
8400
Scudellari, M. PNAS 2016
p 3123-3124
8401 Soares, L. Digital_resources_for_exploring_the_links betweem Platonists of late
antiquity
p. 139 - 143
Rencontres Scientifiques 20133 2014 de l’Institut d’Études Avancées de Nantes, 2014,.
8402 Svenshon, H. "Systems of Monads' as Design Principle in Hagia Sophia, Istanbul:
Neo-Platonic Mathematics in the Architecture of Late Antiquity"
p 111 - 120
Nexus VI: Architecture and Mathematics 2006.
8403 Santoro, R. La cosiddetta Basilica Pitagorica di Porta Maggiore
La cosiddetta Basilica Pitagorica di Porta Maggiore 2016 2| L'ARCHIPENDOLO
8404 Anonymus, The Olympic dominance of the city of Kroton | Ancient and Modern
Olympics
3p
https://ancientandmodernolympics.wordpress.com/2012/05/11/the-olympic-dominance-ofthe-city-of-kroton/
8405 THE STUDY OF ORPHISM Stian Sundell Torjussen
Torjussen, Symbolae Osloensis 2005
p 287 - 305
8406 Yaeger, T. The esoteric conception of divinity in the ancient world 2004
Internet; Ritman Library 5 p
8407 Gros, P. La géométrie platonicienne de la notice vitruvienne sur l’homme parfait
Annali di architettura, Vicence, 13, 2001, p. 15-24
8408 Gros, P. Les fondements philosophiques de l’harmonie architecturale selon Vitruve
(De architectura III-IV)
Journal of the Faculty of Letters. Aesthetics, 14, 1989, p. 13-22
Page 2
View in PDF(opens in a new window)L'ARCHIPENDOLO
IL FILO A PIOMBO DELL'ARTE
ARCHITETTI E ARCHITETTURE
ETA’ CONTEMPORANEA
ELEMENTI DI ESTETICA
MISTERI
MONDO ANTICO
N.d.A.
La cosiddetta
Basilica Pitagorica di
Porta Maggiore
renatosantoro2015 / 13 novembre 2016
La figura di Pitagora sembra appartenere all’Italia per ius
soli, e la cultura italica sente il Sapiente di Samo un po’ suo
perché storicamente si inserisce nel proprio orizzonte
culturale. E’ superfluo ricordare il diritto di primogenitura
della Calabria che lo accolse esule. Ma anche Roma, come
noto, per la sua storia si è guadagnato un profilo greco
perché da quella civiltà fu prestissimo conquistata.
Leggenda vuole che già il re-sacerdote Numa,
probabilmente un iniziato – stando all’onomastica che
rimanda al Numen cioè l’energia divina che percorre
sottotraccia i fenomeni naturali – si sia formato proprio alla
scuola pitagorica.
Anche se molti pongono in forse l’esistenza storica di
questo nostro illustre personaggio, ammantandolo di
leggenda, identificandolo come summa di un pensiero
sapienziale antico e preellenico – Caldeo? Egizio?
Qualcos’altro ancora? – per noi è ininfluente: Pitagora è una
condizione dello spirito e la sua collocazione geografica è
un topos dell’anima.
Page 3
View in PDF(opens in a new window)Roma è una città che nella sua storia millenaria ha
incessantemente saputo trasformarsi, rinnovarsi ed è
passata attraverso molteplici stadi rigenerativi tanto da
guadagnarsi l’appellativo di Eterna. Una delle prerogative
della romanità è quella di avere nei secoli attinto alla
molteplicità di culture, riti, usanze dei popoli conquistati a
contatto dei quali era venuta a trovarsi. Posta al confluire
delle direttrici fra est ed ovest, fra nord e sud delle ondate
migratorie che attraversavano il Mediterraneo, Roma ha
saputo offrire cittadinanza a maghi etruschi; a retori e
grammatici greci; a sacerdoti di Iside; a generali barbarici
delle tribù germaniche; a rabbini alessandrini; a seguaci del
Nazareno; in un melting pot di razze senza pregiudiziali
tanto che fra gli imperatori dell’Urbe non pochi fra loro
provenivano dalla Provincia africana, da quella Iberica,
dall’Illiria o dalla Dalmazia. Una tendenza questa, che
troverà seguito anche nella concezione della cristianità
romana improntata al segno di una cattolicità intesa come
ecumene del mondo ellenistico tardo antico e che
ritroveremo nei papi dei primi secoli, provenienti chi dalla
Siria, chi dall’Epiro, chi dall’Egitto.
Logico dunque che anche l’insegnamento di Pitagora
trovasse in Roma i presupposti climatico-culturali per poter
attecchire. Già nel primo secolo a.C. i circoli filellenici della
Capitale erano pronti ad accogliere con slancio le
suggestioni del sentire filosofico della scuola samia e
crotoniate. Ne parlano con ammirazione Cicerone, Varrone,
Ovidio e propugnatore dei principi pitagorici fu senz’altro
un filosofo a torto elencato fra i minori nei manuali di storia
della filosofia: si tratta di Publio Nigidio Figulo.
Si ha fondato motivo di ritenere che fosse di estrazione
etrusca, dal momento che il nome Nigidio è attestato in
iscrizioni tuscaniche rinvenute in area umbra. E a questo si
aggiunga la sua notorietà come astrologo dedito alle arti
divinatorie, perfettamente in linea con la fama degli
Etruschi presso i Romani come aruspici e vaticinatori. Il
cognomen Figulo ci fa sospettare una sua originaria attività
come vasaio, prima della sua emancipazione ad uomo
libero. Con i suoi scritti egli dà risonanza presso gli ambienti
colti della latinità alla figura di Pitagora e soprattutto alle
regole comportamentali contenute negli Aurea Carmina,
quei Versi Aurei della scuola pitagorica, veri e propri
precetti etici. In questo risveglio pitagorico in ambito latino
si inserisce un secolo dopo un altro personaggio della storia
romana, e siamo già alla metà del I secolo dopo Cristo, in
Page 4
View in PDF(opens in a new window)età giulio-claudia. Parliamo di Tito Statilio Tauro IV [1],
appartenuto alla ricca e aristocratica famiglia degli Statili, il
quale ricoprì prestigiosi ruoli istituzionali, come console e
come proconsole. La vasta area urbana oggi compresa fra
Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore era
interamente occupata da una vastissima villa allora
suburbana di proprietà della famiglia. Sappiamo che
l’illustre maggiorente romano era fortemente attratto da
pratiche e rituali magici, appresi in occasione del suo
proconsolato in Africa, terra di forti suggestioni esoteriche
come ci insegna Apuleio con le sapide storie dell’Asino
d’Oro o la maga Enotea del Satyricon petroniano. Ma era
anche cultore dei precetti pitagorici.
In alto: parco di via Statilia, fra San Giovanni e Porta
Maggiore
Inviso ad Agrippina, la quale mirava ad impossessarsi dei
suoi beni, requisendogli anche la villa a favore del demanio
imperiale, fu accusato di praticare la stregoneria e di
professare dottrine contrarie alla morale di Stato. Lo stesso
pitagorismo era considerato un orientamento filosofico che
infiacchiva le giovani generazioni. Per questo motivo Tito
Statilio Tauro, prima di essere condannato da un tribunale
manifestamente ostile preferì darsi la morte per sua stessa
mano.
Alla metà del I secolo d.C. risale la costruzione della
cosiddetta basilica neo-pitagorica di Porta Maggiore. La sua
scoperta fu del tutto casuale. Il 23 aprile del 1917 (giusto un
secolo fa) per uno smottamento di terreno e grazie alla
voragine apertasi sotto i binari lungo il tratto ferroviario
della Roma Cassino all’altezza del piazzale Labicano, porta
alla luce quella che il Cumont ed il Carcopino (cfr.
BIBLIOGRAFIA) individueranno come edificio di riunioni
misterico-pitagoriche e che identificheranno quindi come
Basilica neo-pitagorica. Destinazione questa accolta anche
dall’Aurigemma (1954).
Le argomentazioni che hanno fatto formulare l’ipotesi che
questa fosse stata concepita e costruita da Statilio Tauro
possono riassumersi brevemente. La datazione dell’ipogeo
Page 5
View in PDF(opens in a new window)corrisponde al periodo in cui il patrizio romano era in vita.
La basilica, che si trova a margine degli Horti Tauriani[2], fu
operativa solo per pochi anni, come si ricostruisce dallo
stato di conservazione di affreschi e muratura e dal fatto
che non fu mai più riutilizzata. Fu completamente interrata e
occultata o per una damnatio memoriae voluta
dell’autorità imperiale o per deliberata scelta del
proprietario che volle portare con sé, prima della condanna
e del suicidio, i segreti di questi culti misterici dedicati ad
Apollo. Ne sarebbe conferma il fatto che sono stati divelti
gli altari che si trovavano nella navata centrale, dei quali è
rimasta solo la sagoma del podio da cui si ergevano. Come
se questi arredi di culto dovessero essere stati posti in
salvo dagli adepti. Sono stati invece trovate tracce residuali
di ossa di suino, segno che qui si compivano riti sacrificali.
Come apprendiamo dalla letteratura pitagorica, il maialino
da latte, così come la capretta, era un animale che, in
deroga al divieto di uccidere gli esseri viventi, poteva
essere immolato al dio.
In alto: schema costruttivo: a trincea con getto c.d. “a
sacco” di conglomerato cementizio e selci. Il piano di
calpestio dell’impianto basilicale si trova 7 metri al di sotto
del piano di campagna
Pianta. Rapporto pitagorico di 3:4 fra larghezza e lunghezza
(cfr. Tetraktys in basso)
Sezione. Rapporto aureo fra altezza e lunghezza. Si noti
l’oculus aperto nel muro divisorio fra vestibolo ed aula
centale, allineata lungo l’asse est-ovest. Attraverso
quell’apertura il sole al tramonto – che penetrava
attraverso un lucernaio sul soffitto dell’atrio –
raggiungeva l’abside posta ad oriente.
Per salvaguardare la Basilica dalle vibrazioni della
soprastante ferrovia e dalle infiltrazioni umide che
stavano lentamente aggredendo l’antica struttura, negli
Page 6
View in PDF(opens in a new window)anni 1951-52 lo staff tecnico delle Ferrovie di Stato
procedette con una imponente opera di consolidamento.
La Basilica è stata quindi inscatolata in un solido
involucro di calcestruzzo armato. Mediante opportuni
condotti di sfiato collegati con l’esterno è stata garantita
la ventilazione degli ambienti sotterranei. I lavori di
isolamento della struttura, condotti tra il 1951 e il ‘52
dall’ing. Ezio Orlandini, costarono 320 milioni di lire
corrispondenti a 5,5 milioni di euro. Furono impiegati
1.000 quintali d’acciaio e 5.500 mc. di di cemento.
N.B.: elaborati grafici dell’autore
Il bianco è il non-colore dominante di questi interni e
bianco era il colore distintivo dei pitagorici e, in quanto
leukòs, cioè luce, gradazione simbolica dell’apollineo. Febo
è il dio della solarità mediterranea.
Il sole è essenza stessa di energia vitale. Tant’è che per i
Greci l’Ade – per sua etimologia, ove l’alfa privativo è
anteposto a “id” – sta a significare il luogo in cui per assenza
di luce non si può vedere e le anime dell’oltretomba
brancolano condannate all’oscurità. Anche per gli Egizi nel
regno dei morti il malvagio serpente Apopi con le sue spire
fa di tutto per impedire al sole di sorgere.
La metempsicosi, cioè la trasmigrazione delle anime, è una
credenza con cui i Pitagorici si trovavano in sintonia e a
questo tema alludono anche i cicli mitologici di contesto
orfico e dionisiaco che ritroviamo negli stucchi delle volte,
come quello di Saffo, di Ganimede, delle Leucippidi etc. Si
tratta di decorazioni a stucco duro, ottenute mescolando
grassello e polvere di marmo, lasciate intenzionalmente in
bianco perché questa doveva essere la cifra estetica di un
ambiente improntato ad una purezza della linea non
disturbata o distolta da superflui cromatismi. Bianca era
anche per tradizione la veste dei Pitagorici.
Lo spazio ritmato secondo le proporzioni armoniche del
numero aureo e della tetraktys pitagorica sembra
concepito per accogliere un numero di 28 accoliti, perché
questa cifra ritenuta perfetta cioè compiuta è la somma dei
numeri da 1 a 7, dall’unità divina dunque sino a questo
numero, il sette, sacralizzato dall’esoterismo cabalistico (cfr.
BOUSQUET).
Page 7
View in PDF(opens in a new window)Che l’ipogeo di Porta Maggiore non sia un edificio funerario
come sostenuto da qualche archeologo (cfr. Bendinelli in
bibliografia), lo lascia supporre l’assenza di celle tombali, di
loculi o altro dettaglio di architettura sepolcrale. Al
contrario, il lungo dromos che conduce al vestibolo e da
questo alle navate basilicali, riveste il carattere di un
percorso rituale, preparatorio per gradi e con valenza
iniziatica. Così come a carattere iniziatico cultuale è
l’orientamento perfettamente allineato sull’asse est-ovest. E
si badi bene questo edificio a impianto basilicale – il primo
di cui si ha conoscenza con destinazione d’uso non civile –
è sicuramente precristiano e precede di almeno qualche
secolo quello che sarà lo schema tipologico delle basiliche
della nuova religione importata a Roma dalla Giudea.
La basilica neopitagorica è un monumento il cui stato di
salute è delicatissimo e la cui salvaguardia, a causa di
troppi fattori ambientali e logistici, impone rigide regole di
controllo microclimatico. Per non comprometterne la
conservazione, dal momento che i restauri sono ancora in
corso, se ne permette la visita solo a gruppi ristretti e
scaglionati, in numero massimo di una dozzina di persone
per turno (fra le 10 e mezzogiorno) e solo nella seconda e
quarta domenica di ciascun mese, previo appuntamento.
Queste brevi righe vogliono essere un incentivo a
risvegliare l’interesse per questo importante e suggestivo
sito archeologico poco conosciuto fra gli stessi romani.
Vogliono essere il modesto contributo in quanti (e sono
molti) non hanno ancora avuto la possibilità di visitarlo, a
suscitare il desiderio di mettersi in lista di attesa presso la
Soprintendenza, pagare il biglietto e calarsi nelle viscere
della terra per respirare le atmosfere e la malia di un luogo
magico in cui il tempo sembra essersi cristallizzato. A volte
è necessario abbassare le palpebre e spalancare il terzo
occhio dell’immaginazione per viaggiare oltre le ascisse
spazio-temporali e ritrovarsi catapultati in una dimensione
che potrebbe esserci non del tutto ignota.
Interno della basilica
In alto: volta a botte della navata centrale (ratto di
Ganimede, Leucippide rapita da un Dioscuro)
Page 8
View in PDF(opens in a new window)In alto: abside dell’aula centrale. Saffo si getta dalla rupe.
Alle sue spalle Apollo, in mare un tritone pronto ad
accoglierla. Plinio il Vecchio, racconta di un’erba
prodigiosa che faceva innamorare chi la trovava cosa che
capitò a Saffo e Faone. L’infelice poetessa, non
corrisposta, si uccise lanciandosi dal promontorio di
Leucade. Dice Plinio: “a ciò credevano non solo quelli che
si interessavano di magia, ma anche i pitagorici”
(Naturalis Historia, XXII, 9: portentosum est, quod de ea
traditur, radicem eius alterutrius sexus similitudinem
referre, raro invento, se si viris contigerit mas, amabiles
fieri; ob hoc et Phaonem Lesbium dilectum a Sappho,
multa circa hoc non Magorum solum vanitate, sed etiam
Pythagoricorum). Plinio il Vecchio, Storia naturale, con
testo latino a fronte, Vol. 3\2: Botanica. Libri 20-27,
Einaudi, Torino 1985
Navata centrale
Stucco decorativo: Apollo. Πυθαγòρας: il Pizio – epiteto di
Apollo delfico – ha parlato (da Pythios +
agoreuo/annunzio pubblicamente).Il saggio di Samo era
ritenuto incarnazione del Dio dell’armonia
Idria, fiaccola ed erma
Tavola votiva
Vorrei concludere con una fulminante, lapidaria citazione di
Sallustio, filosofo greco-romano di età imperiale caro a
Giuliano (da non confondere dunque con lo storico di età
repubblicana), il quale alla domanda su quando ebbero
luogo gli episodi narrati dal mito risponde: “QUESTE COSE
NON AVVENNERO MAI MA SONO SEMPRE” (cfr. Salustio,
Sugli dei e il mondo, Milano 2000, capo IV, par. 8).
L’ammonimento, tratto da Perì theòn kai kòsmou, diviene
suggello paradigmatico di un’epoca al suo tramonto.
Page 9
View in PDF(opens in a new window)arch. Renato Santoro – Roma, 12 novembre 2016
BIBLIOGRAFIA
F. FORNARI, E. GATTI, Brevi notizie relative alla scoperta di
un monumento sotterraneo presso Porta Maggiore, in
“Notizie degli scavi”, Roma 1918, pp. 30-52
F. CUMONT, La basilique souterraine de la Porte Majeure in
“Revue Archéologique”, 1918, pp. 51-73; La basilique
souterraine découverte près de la Porta Maggiore, à
Rome, in “Comptes rendus des séances de l’Académie des
Inscriptions et Belles-Lettres”, vol. 62, no4, 1918, p. 272-275
H.M.R. LEOPOLD, La basilique souterraine de la Porta
Maggiore, in “Mélanges de l’école française de
Rome”, vol. 39, 1921, pp. 165-192
G. BENDINELLI, Il Mausoleo Sotterraneo altrimenti detto
Basilica di Porta Maggiore, Roma 1923; Il monumento
sotterraneo di Porta Maggiore in Roma, in “Monumenti
antichi”, Regia Accademia Nazionale dei Lincei, vol. XXXI,
Roma 1927 pp. 601-859
J. CARCOPINO, Études romaines. La basilique
pythagoricienne de la Porte Majeure, L’Artisan du livre,
Paris 1927 (ristampa 1943)
J. HUBEAX, La “fatale” basilique de la Porta Maggiore, in
“L’antiquité classique”, vol. 1, n. 1. 1932, pp. 375-394
J. BOUSQUET,Les confrères de la Porte Majeure et
l’arithmologie pythagoricienne, in “Revue des Études
Grecques”, 1951, pp. 466-471
S. AURIGEMMA, E. ORLANDINI, L’isolamento e il
risanamento della basilica sotterranea neopitagorica di
Porta Maggiore, in “Ingegneria ferroviaria”, anno VIII, n. 12,
dicembre 1953, Collegio degli ingegneri ferroviari italiani,
Roma 1953, pp. 857-876
S. AURIGEMMA, La basilica sotterranea neopitagorica di
Porta Maggiore, Libreria dello Stato, Roma 1954; Istituto
poligrafico dello Stato, Roma 1961, sec. ed. 1974)
Page 10
View in PDF(opens in a new window)NOTE
[1] Console nell’anno 44, proconsole in Africa nel 51-53, fu
accusato di pratiche magiche da Agrippina. Fu confiscato di
tutti i beni e della proprietà terriera. “Vitae suae attulit ante
sententiam senatus” (Tacito, Annales, XII, 59). Tito Statilio
Tauro IV era figlio di Tito Statilio Tauro III e di Valeria
Messalla, dunque nipote in linea materna di Marco Valerio
Messalla Corvino. Fratello di Tito Statilio Tauro Corvino
(console nel 45) era perciò zio di Statilia Messalina, terza
moglie di Nerone
[2] Gli Horti Tauriani prendevano il nome proprio da Tito
Statilio Tauro IV che ne era originario detentore. La Gens
Statilia possedeva infatti una vastissima area stimata in
oltre 35 ettari, estesa tra la via Labicana-Prenestina e la
Tiburtina. Requisiti da Agrippina al demanio imperiale
furono poi divisi a favore di due liberti imperiali, Pallante ed
Epafrodito, per essere successivamente inglobati da
Gallieno, nel III secolo, ai contigui Horti Liciniani di sua
proprietà. Dall’area degli Horti Tauriani, nel corso di scavi e
sterri condotti in modo disordinato nel XIX durante la
costruzione della Roma umbertina post-unitaria, sono
venuti alla luce numerosi reperti archeologici, che oggi
fanno parte delle collezioni dei Musei Capitolini, sistemati
nella sala detta appunto degli Horti Tauriani
IN COPERTINA: F. Bronnikov, I pitagorici celebrano il
sorgere del sole (1869), Galleria Tret’jakov, Mosca
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13 novembre 2016 in MONDO ANTICO. Tag:BASILICA PITAGORICA,
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