Qualche osservazione sui legislatori d'Occidente nella prospettiva pitagorica e storiografica del IV sec. a. C.,

Author
Sensi Sestito, G. de
Published in
Poleis e politeiai nella Magna Grecia arcaica e classica 2016
Year
2016
Subject
LEGISLAION
Language
Italiano
Category
C15 Politics
Archive number
8820

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ISBN 978-88-98066-34-6 Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia poleis e politeiai nella Magna Grecia arcaica e classica taranto 2013

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Poleis e politeiai nella Magna Grecia arcaica e classica ATTI DEL CINQUANTATREESIMO CONVEGNO DI STUDI SULLA MAGNA GRECIA TARANTO 26 - 29 SETTEMBRE 2013 Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia - Taranto MMXVI 12/12/2016 11:37:21

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Questo volume, che raccoglie gli Atti del LIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, svoltosi a Taranto dal 26 al 29 settembre 2013, è pubblicato dall’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, con il contributo della Fondazione Taranto e la Magna Grecia e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - DGBID. La redazione è stata curata da A. Alessio, M. Lombardo, A. Siciliano e dalla MUSEION Soc. Coop. Tutte le immagini presenti in questo volume sono consultabili, a colori, seguendo il link alla pagina: <www.isamg.it/ pubblicazioniatticonvegno.html>. 12/12/2016 11:37:21

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Qualche osservazione sui legislatori d’Occidente nella prospettiva pitagorica e storiografica del IV sec. a.C. Giovanna De Sensi Sestito (discussant) N ell’ampia relazione Da Zaleuco ad Archita: legislatori e filosofi tra Magna Grecia e Sicilia tenuta in questa sede Alfonso Mele ha messo a frutto la sua lunga consuetudine con testi e temi pitagorici1, da sempre oggetto di grande interesse e particolarmente scandagliati negli ultimi decenni 2, per proporre la rilettura complessiva delle nomothesie magnogreche alla luce di una tradizione dispersa in testi varii, diversi per epoca, per genere letterario, per finalità espositive, per stato di conservazione. Nel farlo con la profonda conoscenza maturata in tanti anni di ricerca su temi pitagorici, Mele ha provato con maestria a dipanare i relativi filoni di trasmissione risalendo ai diversi contesti culturali in cui erano germinate e di seguirne le stratificazioni nelle rielaborazioni successive. 1. La prospettiva pitagorica Tema centrale e filo conduttore dell’interpretazione proposta è il rapporto tra filosofi e legislatori additato come elemento caratterizzante delle legislazioni occidentali. Un rapporto che si sarebbe annodato con Pitagora, indicato come il primo a fare oggetto di riflessione e di magistero non più solo i problemi della physis, radicati nella scuola ionica, ma anche temi afferenti ai campi dell’educazione e della politica, in una visione globale e unificante, o anche solo eclettica, che gli è appunto ascritta a merito dai suoi, ma che gli aveva procurato anche l’accusa di polymathie, di erudizione che non insegna l’intelligenza, da parte del filosofo Eraclito di Efeso3. Quest’ultimo, infatti, si era sdegnosamente rifiutato, nonostante le pressanti richieste dei concittadini, di dare un corpo di leggi alla sua città, perché dominata da una cattiva costituzione4. A riprova della pregnanza di questo nesso la tradizione pitagorica attribuisce i titoli di Physikon, Paideutikon e Politikon all’opera tripartita in cui un secolo più tardi sarebbero stati raccolti i suoi precetti da Liside, uno dei due tarantini scampati all’incendio del sinedrio crotoniate, riparato prima nell’Acaia peloponnesiaca e poi a Tebe: sarebbero questi i presunti testi poi divulgati da Filolao5 e comprati da Platone per cento mine. Per la tradizione della scuola, Pitagora si collocherebbe all’origine di quel filone di pensiero presente soprattutto nell’ultimo Platone, il Platone delle Leggi, che coglie la relazione essenziale esistente tra legislazione e assetto politico, tra eunomia e paideia, relazione esplicitamente attribuita già a uno degli “ultimi” pitagorici che avevano preservato in Grecia i modi di vita e gli insegnamenti originari, il calcidese di Tracia Senofilo: interrogato sul modo migliore di educare un giovane, avrebbe sentenziato “facendolo diventare cittadino di uno stato ben governato”6. Questo è il nodo centrale di quanto sosteneva Aristosseno, che rivendicava a Pitagora il 1 Gli studi più antichi sono raccolti in Mele 2007; ad ulteriori interventi sul tema si è ora aggiunta la sua monografia su Pitagora: Mele 2013. 2 All’ampia e aggiornata rassegna critica e bibliografica offerta da Muccioli 2002, si possono aggiungere, e.g., a riprova del grandissimo interesse del tema, Staab 2002; Huffman 2005; Huffman 2012; Zhmud 2012; e ancora Huffman 2014. 3 D.L., IX 1,1. 4 D.L., IX 1,3. 5 Iamb., VP, 199; D.L., VIII 1,15; Huffman 1993, pp. 12 e sgg. 6 Aristox., fr. 18 W = D.L., VIII 1,16; Iamb., VP, 251. 12/12/2016 11:37:44

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Giovanna De Sensi Sestito merito di essere stato ὀ εὑρετὴς τῆς πολιτικῆς παιδείας, l’inventore dell’educazione politica nel suo insieme7, e il primato nell’avere istituito τὸ νομοθετικόν, la giustizia nomothetica, che Aristotele nel capitolo finale nell’Etica nicomachea richiama come componente essenziale della politica8. Sulla testimonianza di Aristosseno Mele fonda la sua riflessione (come già la Timpanaro Cardini) ricordando che alle sue spalle c’era il magistero di Archita per il tramite del padre Spintaro, quello dei pitagorici della diaspora fliasia e di Senofilo di Tracia, tardo allievo di Liside e suo primo maestro. Lo considera pertanto punto di arrivo diretto di una tradizione pitagorica di livello cronologico alto, risalente al V secolo e all’inizio della diaspora e da ciò argomenta la sua autorevolezza e dà credito a quanto, raccolto da Aristosseno, si ritrova nelle massime pitagoree e nella variegata letteratura pitagorica da lui derivata, fino a Porfirio e Giamblico. Esprime invece minore fiducia verso il coetaneo Dicearco di Messana, di formazione non pitagorica e co-discepolo alla scuola di Aristotele, considerandolo indebitamente lodato per la sua attendibilità da Porfirio, e a Dicearco riconduce il filone di tradizione reggino-siracusana critica nei confronti del pitagorismo crotoniate. Prende così implicitamente posizione contro tutti coloro che, anche in virtù del giudizio di Porfirio, mostrano di riporre maggiore fiducia verso quanto trasmesso da questo filone critico9, al quale appartengono in qualche misura anche due importanti esponenti della storiografia occidentale dell’epoca, l’ampiamente riconosciuto Timeo, ma anche il più sfuggente Lico di Reggio10. È tuttavia necessario tenere conto in proposito di due elementi di valutazione, costituiti dal fatto che la tradizione confluita in Aristosseno si fosse formata attraverso una trasmissione inizialmente orale, dispersa, frammentata, ma non del tutto segreta11, delle memorie pitagoriche e, anche quando sommariamente trascritta, tramandata comunque nell’ambito della famiglia di padre in figlio12; e poi che tale tradizione fosse fortemente condizionata da spirito apologetico e da esaltazione del ruolo del Maestro. In ragione di ciò, sulla aderenza di queste memorie alla realtà storica di volta in volta sottesa e alla relativa cronologia sono state avanzate e variamente espresse giustificate riserve nel corso del tempo13. D’altra parte occorre tenere presente che del tutto particolare era stato il percorso formativo del tardo epigono tarantino della scuola italica, depositario - come detto - delle memorie degli ultimi esponenti pitagorici, ma anche assiduo frequentatore di Platone e dell’Accademia, prima di diventarne accanito avversario, e infine membro attivo del Peripato e aspirante deluso alla successione ad Aristotele. Nella sua testimonianza, certo preziosa in quanto la più diretta e antica, come ribadisce Mele, non si possono negare nè la tendenza a ricondurre al Maestro antico la radice prima di quella speculazione sui temi più importanti che animavano il dibattito filosofico del proprio tempo (da cui anche l’accusa a Platone di plagio per il Timeo)14, nè l’interesse a registrare, anzi a enfatizzare la persistente vitalità di quel pensiero che si sarebbe rivelato efficace nella storia della grecità occidentale, e non solo in essa. Sullo sfondo di queste premesse va posto il problema dei legislatori pitagorici e dell’inclusione come primi tra essi di Zaleuco e 7 Aristox., fr. 43 W; Iamb., VP, 130, 172, 267. 11 8 Arist., EN, 1179 b ss. 12 9 Maddoli 1973; Prontera 1976-77; Musti 1990; Musti 1991; Cordiano 1999; Muccioli 2002. 10 Lyc., FGrHist 570, F 15; da ultimo De Sensi Sestito 2013. Casertano 2000, p. 199. Porph., VP, 58. Lo considera prova della “tenacia dei circoli pitagorici ... che sopravvivono alle molte difficoltà” Musti 1991, p. 18. 13 Musti 1990; Muccioli 2002. 14 D.L., VIII 7, 85. 12/12/2016 11:37:44

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Caronda ad opera proprio di Aristosseno15. La proposta interpretativa di Mele si rivela molto stimolante su un complesso di questioni controverse e offre diversi spunti per una serie di considerazioni a margine. Una prima questione, tutt’altro che nuova, è appunto quella della storicità stessa dei due legislatori. Nel mostrarne l’evanescenza storica, Mele utilizza come argomentazioni dirimenti l’assenza dei loro nomi nelle fonti di VI, V e prima metà IV sec., Demostene incluso16, e la tardiva attribuzione ad essi di leggi e ordinamenti considerati proprî di alcune città fin dalla loro nascita, quali quelli locresi, tradizionalmente considerati esemplari per eunomia e atrekeia 17, e i nomima chalchidika già adottati dai fondatori di Imera18. Come ben sappiamo il dubbio sulla storicità almeno di Zaleuco era già antico e non resta che risolverlo alla maniera di Cicerone: Sed siue fuit siue non fuit, nihil ad rem: loquimur quod traditum est19. Questo non è che un aspetto della più generale questione concernente i complessi legislativi più antichi. L’attività legislativa accompagna la vita della polis greca sin dal suo nascere, nel suo progressivo affermarsi, anche attraverso la diaspora coloniale tutto intorno al Mediterraneo, e si ripropone nel continuo rinnovarsi delle istituzioni per evoluzioni e problemi interni o sotto la spinta di circostanze esterne. Sui complessi legislativi arcaici la riflessione critica ha prodotto nel tempo diverse analisi sistematiche e c’è ormai una notevole convergenza su alcuni punti di fondo. È opinione largamente diffusa che quanto si trova registrato nelle fonti sui sistemi normativi cretese e lacedemone da una parte (accomunati da un’impronta culturale e strutturale dorica 15 presente anche in quello locrese), e su quello calcidese dall’altra, presupposto e implementato da quello soloniano, poi assimilato a quello aeropagitico20, si debbano considerare esito di una lenta strutturazione consuetudinaria e orale, che ha preso corpo via via in insiemi coerenti di norme nel corso dei molteplici e ricorrenti fenomeni coloniali di epoca arcaica e che poi ha assunto più precisi contorni cronologici e identificativi in una visione storiografica e biografica retrospettiva solo all’interno di filoni di tradizione che si formano tra V e IV sec. a.C. Ampiamente concorde altresì è il riconoscimento che in questa costruzione restrospettiva hanno giocato un ruolo determinante vari fattori convergenti, dai rivolgimenti politico-costituzionali spesso drammatici vissuti da molte città nel corso del V secolo, a cominciare da Atene, alla riflessione sistematica esercitata sui temi costituzionali dai Socratici, dall’Accademia e dal Peripato per impulso dei rispettivi capiscuola, oltre che dall’oratoria politica21. È arduo dunque distinguere quanto in queste rielaborazioni possa trovare comunque qualche riscontro storico nella documentazione disponibile da quanto potrebbe essere frutto di tradizioni particolari accreditate solo in determinati ambienti. Nello specifico dell’attività legislativa svolta dai pitagorici, per restare aderenti al tema in discussione in questa sede, è problematico separare il piano storico, trovandone una traccia in specifici contesti, da quello mitografico e storiografico di gran lunga prevalente nella tradizione pitagorica. E comunque non tutti i riferimenti in essa presenti alle legislazioni pitagoriche mi sembrano riconducibili solo ad un orizzonte di V sec. a. C., come mostrerà qualcuna delle considerazioni che seguono. Aristox., fr. 43 W; D.L., VIII 1,16. 16 D., in Timocr., 139. Per Musti 1977, p. 72, lo si potrebbe anche considerare un riferimento implicito. L’unico vero silenzio è quello di Platone, ed è solo su Zaleuco, mentre parla di Caronda come nomotheta in Italia e Sicilia, equiparandolo a Solone: Pl., R., X 599 d-e. 17 A partire da P., O., X 13-15. 18 Th., VI 5,1. 19 Cic., de leg., II 14,15-7. 20 Camassa 2013. 21 E. g., Giangiulio 1991; Hölkeskamp 1999, pp. 28 e sgg..; Davies 2013, che aggiunge anche il teatro attico ai fattori che contribuiscono alla riflessione sulle trasformazioni politiche e culturali all’interno dello spazio greco e al bisogno di una formalizzazione delle memorie attraverso diversi generi di scrittura. 12/12/2016 11:37:44

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Giovanna De Sensi Sestito Per quanto Diogene Laerzio riassuma nell’espressione diede leggi agli Italioti l’attività nomothetica di Pitagora a Crotone22, bisogna tener conto del fatto che in nessun testo viene attribuita al Maestro una specifica attività legislativa, ma solo paideutica e parenetica: quelle che sono ascritte al suo magistero talora come veri e propri oracoli sono akusmata, massime, norme morali, che Aristosseno si premurò di raccogliere sotto il titolo di Pythagorikai apophaseis, ma non specifici nomoi, norme di diritto positivo applicabili nei tribunali. Anzi proprio a Pitagora e ai Pitagorici si attribuisce la convinzione che fosse giusto restare fedeli alle proprie leggi, anche se un po’ meno buone di quelle altrui, per non indebolire il rispetto dovuto alla legge già stabilita e scritta nelle coscienze e non rendere facile l’introduzione di innovazioni23. La valutazione e la comparazione delle varie leggi esistenti sostanziava l’attività “didattica”, formativa, riconosciuta al Maestro soprattutto nei confronti dei suoi discepoli politikoi tra i quali la tradizione registra l’ulteriore distinzione in nomothetai e archikoi24. Tutto ciò consente a mio avviso di intendere il senso del discepolato pitagorico di Zaleuco e Caronda all’interno di questo filone di tradizione. È indubbio che l’ambiente in cui le legislazioni ad essi attribuite, e comunque già in uso nel mondo ionico-calcidese o in quello dorico e acheo, furono oggetto di prima riflessione eticopolitica fu proprio la scuola di Pitagora a Crotone. Nel suo magistero, nella sua valutazione delle norme migliori per ciascun aspetto della vita sociale, questi complessi legislativi sarebbero stati ripensati e per così dire idealmente riplasmati. Nella concreta azione nomothetica svolta in alcune città in tempi successivi, i suoi discepoli avevano utilizzato, adattandole alle singole comunità e armonizzandole il più possibile con quelle già in uso, non le norme originarie locresi o calcidesi, ma la riformulazione di quelle norme alla luce del magistero di Pitagora. Dall’apprendistato alla conoscenza e alla comparazione delle leggi esistenti e in particolare dei complessi legislativi d’Occidente nella scuola di Pitagora a Crotone derivava ai Pitagorici la capacità di dimostrarsi buoni nomotheti essi stessi, quando chiamati dalle vicende politiche delle loro patrie a fornire un competente apporto legislativo. Come estrema semplificazione di questo processo le leggi di Zaleuco e di Caronda sono potute diventare in Aristosseno espressione diretta del pensiero normativo del maestro. 2. Diffusione e cronologia delle nomothesie pitagoriche in Magna Grecia e Sicilia Qualche ulteriore riflessione mi sembra opportuna anche sul raggio d’azione, sull’area di diffusione attribuita alle legislazioni pitagoriche, che trova in Aristosseno, in Porfirio e in Giamblico una precisa determinazione geografica nel riferimento ai soggiorni di Pitagora in varie città d’Italia e di Sicilia (ἐπιδημήσας ᾽Ιταλίᾳ καὶ Σικελίᾳ) 25. In esse il Maestro avrebbe svolto di persona la sua attività parenetica di esortazione alla conoscenza e all’osservanza delle leggi e per merito della sua azione ci sarebbe stata la liberazione delle città di Italia e Sicilia dalla stasis, dalla tirannide e dall’asservimento reciproco, l’eliminazione delle discordie nei rapporti fra tutte le città dell’una e dell’altra regione e anche all’interno di esse. Le città espressamente citate sono Crotone, Sibari, Catania, Reggio, Imera, Agrigento, Tauromenio e alcune altre non specificate. Oltre che da Aristosseno e da Nicomaco, chiamato in causa da Porfirio per questa tradizione, si 22 D.L., VIII 1,3: ...ἀπῆρεν εἰς Κρότωνα τῆς Ἰταλίας· κἀκεῖ νόμους θεὶς τοῖς Ἰταλιώταις ἐδοξάσθη σὺν τοῖς μαθηταῖς... 23 Arist., Pol., 1268b 25-1269a 28; Aristox., fr. 34 W; Iamb. VP, 176 e n. relativa in Giangiulio 1991, p. 335. Sul tema cfr. Camassa 1976-77. 24 Iamb. VP, 129. 25 Aristox., frr. 17 e 43 W; Porph., VP, 21; Iamb., VP, 3334. 12/12/2016 11:37:44

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evince per essa anche la dipendenza da Timeo26, per la menzione di Tauromenio, sua città natale, segnalata da Porfirio anche altrove, assieme a Metaponto per una esperienza di bilocazione vissuta da Pitagora per partecipare nello stesso giorno alla riunione dei suoi adepti nelle due città tanto lontane fra loro27. Giamblico ribadisce il concetto laddove più specificamente si sofferma sull’attività dei suoi discepoli, che sarebbero stati perciò i migliori legislatori, e ne fa pure i nomi: “Caronda di Catania, che gode fama di essere stato uno dei migliori legislatori, fu pitagorico; e pitagorici furono anche Zaleuco e Timare di Locri, divenuti famosi per le loro attività legislative. Inoltre si dice che fossero pitagorici gli autori della costituzione di Reggio – quella detta “ginnasiarchica” - e quella che prende il nome da Teocle: Phitio, Teocle, Elicaone, Aristocrate”28. L’elenco dei migliori legislatori con qualche variante ricorre ancora oltre, dove Giamblico menziona “Caronda di Catania, Zaleuco e Timarato che hanno redatto le leggi per i Locresi, e poi ancora Teeteto, Elicaone, Aristocrate e Phitio legislatori di Reggio, e a tutti costoro i concittadini avrebbero tributato onori pari agli déi”29. Per quanto per la maggior parte di questi pitagorici persino l’identità resti incerta, è chiaro che i loro nomi dovevano aver lasciato una traccia nelle memorie interne alla setta. Doveva trattarsi di personaggi che avevano operato in determinati contesti storici, e solo in qualche caso è possibile riconoscerli per il concorso di altre fonti. In verità il merito della liberazione dalle tirannidi ascritto allo stesso Pitagora può essere riferito alla sola Sibari (Telys); in tutti gli altri casi risulta proiettato sul Maestro quanto può essere ascritto, per ovvie ragioni cronologiche, e solo parzialmente, ai suoi discepoli. Non in tutti i casi 26 Ad es. Giangiulio 1991, p. 153. 27 Porph., VP, 27. 28 Iamb., VP, 129-130; la traduzione utilizzata è quella di Giangiulio 1991. 29 Iamb., VP, 172. l’orizzonte cronologico si restringe alla prima metà del V sec. fino alla caduta delle tirannidi in Sicilia e nell’area dello Stretto: la tirannide di Clinia a Crotone, l’unica documentata per questa epoca, fu comunque successiva alla prima rivolta antipitagorica e al trasferimento del Maestro a Metaponto. La caduta di Emmenidi, Dinomenidi e Anassilaidi, non ascrivibile certo a merito dei pitagorici, può giustificare la menzione di Imera, Catania, Agrigento per l’adozione di nuove legislazioni, ma già per Reggio e per Tauromenio il discorso è più complesso. I momenti di cesura nella vita delle comunità in cui si rendeva di solito necessaria una nuova legislazione erano diversi: una stasis, da superare con l’unico consenso possibile nella varietà delle posizioni contrapposte, accettando e giurando una legge comune; oppure la caduta di un regime tirannico, che richiedeva un riassetto costituzionale e patrimoniale; o nel caso, non raro, di rifondazione di una città. Le discordie civili insorte ad Agrigento dopo la caduta della tirannide offrirono occasione all’attività legislativa di Empedocle. Per quanto la tradizione fosse incerta se considerarlo allievo diretto di Pitagora o del figlio Telauge30, un qualche radicamento più o meno profondo di Empedocle nel pensiero pitagorico emerge dai frammenti a lui relativi raccolti da Diogene Laerzio31. Ebbene, nel contesto di crisi politica e di lotte fra vecchia aristocrazia cittadina e demos alla caduta della tirannide di Trasideo nel 471 a.C. Empedocle sembra aver assunto, per l’enorme autorità di cui godeva, il compito di difesa di un equilibrio isonomico. Neante di Cizico, autore non pitagorico di fine III - inizio II sec. di 30 Allievo di Pitagora lo consideravano Alcidamas e Timeo (FGrHist 566 F 14); altri del figlio Telauge: D.L., VIII 1, 43 e 54-56. Per i tratti storici che restituiscono ad Empedocle i frammenti timaici cfr. Vattuone 1991, pp. 113 e sgg..; Vattuone 2002, pp. 208 e sgg., e ora Baron 2013, pp. 164-168. 31 D.L., VIII 2. A fronte del cauto scetticismo di Casertano 2000 sulla matrice pitagorica del pensiero di Empedocle, c’è la riaffermazione convinta di Mele 2007a., alla luce di un riesame complessivo anche della sua vicenda storica. 12/12/2016 11:37:44

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Giovanna De Sensi Sestito un’opera sui Pitagorici32, gli attribuisce il merito di aver convinto gli Agrigentini a desistere dalle guerre civili e a perseguire l’uguaglianza politica (isotes politike), lasciando intendere che avrebbe recuperato una temporanea concordia civile attraverso l’ideologia della isotes. Timeo33 gli attribuisce il tentativo di introdurre un più ampio equilibrio sociale, sostituendo il consesso dei Mille di durata triennale con un’assemblea aperta a tutte le classi; ma questo provvedimento lo avrebbe esposto all’ostilità degli aristocratici e constretto all’esilio, senza risparmiare alla sua patria altre staseis34. Anche Imera, Catane e Naxos recuperarono la loro autonomia dopo la caduta di Emmenidi e Dinomenidi e dovettero ripristinare i loro sistemi legislativi, ma la tradizione storica non offre dati specifici al riguardo. Lo fece anche, e a più riprese, Siracusa, città per la quale risulta meglio documentata l’attività legislativa post-tirannica, ma al suo celebrato legislatore Diocle, autore di una costituzione di carattere democratico, non era attribuibile una formazione pitagorica. A fronte del riferimento generico alle suddette città siciliane, ben diverso appare il caso di Reggio. La città doveva aver precocemente adottato i nomoi attribuiti a Caronda, e forse anche il connesso assetto costituzionale timocratico35 e una tradizione di matrice reggina raccolta da Claudio Eliano faceva arrivare Caronda nella città dello Stretto esule da Catania36. Reggio a sua volta aveva poi fornito un proprio legislatore, Androdamas, ai Calcidesi allorché fondarono colonie in Tracia, dunque già nel VII sec.37. Giamblico, come s’è visto, attribuisce a Reggio ancora due fasi legislative distinte e conserva 32 Neanth., FGrH 84, F 28; D.L., VIII 2,72-73. 33 Tim., FGrHist 566 FF 2, 14 e 134. 34 D.L., VIII 2, 67. 35 una tale serie di nomi dei legislatori pitagorici reggini, da rendere opportuna una breve riflessione sulla tormentata vita della città fra V e IV sec. a.C. Va osservato preliminarmente che tante dettagliate informazioni sui diversi interventi legislativi e su quanti ne erano stati artefici chiamano in causa lo storico reggino Lico, che si è dimostrato per diversi altri aspetti fonte diretta di peculiarità reggine e del mondo occidentale per Aristotele e Teofrasto, come per Eliano, e anch’egli, come il contemporaneo Dicearco, si era interessato al pitagorismo con atteggiamento critico38. Certo anche Reggio alla caduta degli Anassilaidi (461) dovette ripensare il suo patrimonio legislativo, e potrebbe aver ripristinato in quella fase ordinamenti di origine calcidese (carondiana) con gli opportuni adattamenti. Ma è difficile dire se fosse questa la legislazione detta di Teocle (o Teeteto), di cui parla Giamblico, facendo riferimento a questo personaggio come se fosse un eponimo o presiedesse il collegio di cittadini incaricato della rielaborazione delle leggi39. Nella tradizione pitagorica Reggio figura come luogo di raccolta e di permanenza per qualche tempo dei pitagorici scampati alla grande catastrofe prima della diaspora fuori d’Italia40. Rifugio a Reggio e successiva diaspora, nella pur vischiosa cronologia della tradizione pitagorica, sembrerebbero comunque da ricomprendere e distribuire anche in più fasi, fra la metà del V sec. e la conquista dionisiana della città nel 386 a.C. Tucidide conserva memoria di una lunga stasis in atto a Reggio al tempo della cosiddetta prima spedizione ateniese in Sicilia41, che aveva fatto cercare asilo a Locri ad un gruppo influente di esuli reggini (tra i quali ci saranno stati anche dei pitagorici), i quali potrebbero essere rientrati 38 Heraclid. Lemb., Pol., fr. 55 Dilts = Heraclid. Pont., fr. 25, 4. 39 36 40 Ael., VH, III 17. 37 Arist., Pol., 1274b 23-26; Hölkeskamp 1999, pp. 77 e sgg. Lyc., FGrH 570, F 15; De Sensi Sestito 2013. Per le nomothesie reggine: Hölkeskamp 1999, pp. 234 e sgg. Aristox., fr. 19 W = D.L., VIII 46; Iamb., VP, 251; Prontera 1976-77. 41 Th., III 86; 88; IV 24-25. 12/12/2016 11:37:44

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in patria solo dopo la pace di Feace (422 a.C.). Nella vaghezza di dati cronologici che caratterizza la maggior parte degli accadimenti italioti di V secolo, se si escludono le vicende sibaritethurine riportate da Diodoro e i rari riferimenti tucididei nel contesto della guerra del Peloponneso, di questa stasis reggina sembra opportuno tenere conto nel considerare i possibili contesti in cui gruppi pitagorici potrebbero aver svolto in Reggio, al fianco della componente aristocratica, un ruolo dirompente nella vita interna prima di trovare solidarietà e appoggio in Locri o in parte orientarsi verso la diaspora in Grecia. Una presenza di pitagorici a Reggio è in qualche forma rilevabile ancora a cavallo tra V e IV sec., al tempo della tirannide di Dionisio I a Siracusa, quando la città offre appoggio incondizionato ed accoglienza ai fuorusciti oligarchici siracusani e oppone una fiera opposizione a tutte le iniziative del tiranno per acquisire in qualsiasi modo il controllo della città dello Stretto: c’è piena sintonia tra lo sprezzante rifiuto di Reggio alla proposta di epigamia con la dichiarazione di non voler dare in sposa al tiranno nemmeno la figlia del boia42 e la risposta del pitagorico locrese Aristide amico di Platone di preferire vedere la figlia morta piuttosto che sposa del tiranno43: in forma rovesciata questi aneddoti ripropongono l’avversione crotoniate, tutta pitagorica, per le osteggiate nozze di Filippo di Butacide con la figlia di Telys, che erano costate l’esilio al bellissimo olympionika finito al seguito di Dorieo44. Di tipo pitagorico è anche la caratterizzazione timaica dello stratego reggino Phyton: egli non solo spinge la città a sostenere nel 387/6 il lunghissimo assedio del tiranno con incrollabile determinazione, ma mostra anche un coraggio incurante della morte per sé e per la sua famiglia; al tiranno che per piegarne la resistenza gli aveva comunicato di aver già ucciso suo figlio avrebbe gridato in faccia che il figlio era diventato beato un giorno prima di lui, dichiarazione che presuppone convinzioni e modelli di comportamento tipicamente pitagorici45. Il tempo dell’assedio e della distruzione di Reggio da parte di Dionisio il Vecchio rappresenta l’ultima l’epoca possibile per l’espatrio degli ultimi pitagorici reggini dall’Italia. Uno di essi poteva essere quel Senofilo calcidese di Tracia, che fu maestro di Aristosseno46. Poco più di un ventennio dopo, morto Dionisio I, il ritorno del filo-italiota Filisto e il richiamo di Platone concorrono a orientare il successore Dionisio il Giovane verso un diverso atteggiamento nei confronti delle città magnogreche. In questo nuovo clima trovano posto, tra l’altro, la rifondazione di Reggio come Phoebia47, l’intesa con Archita, il principale esponente del pitagorismo tarantino e una qualche apertura verso i pitagorici locresi, per rispetto e su intervento di Platone; ne è prova, del resto, l’episodio di Damone e Finzia raccontato ad Aristosseno dal tiranno stesso ormai esule a Corinto48. Questa fase di rifondazione di Reggio col rientro della componente calcidese sopravvissuta ma soprattutto con l’inserimento di cittadini di provenienza isolana e di origine dorica che traspare dall’onomastica siracusana, geloa e imerese49 potrebbe rappresentare a mio avviso l’epoca della costituzione “ginnasiarchica” e giustificare quella coloritura dorica delle legislazioni pitagoriche in ambito calcidese, che Mele 45 Sullo stratego reggino Phyton: D.S., XIV 108, 4-5; 111; per la caratterizzazione pitagorica del personaggio: De Sensi Sestito 1997, pp. 183; 185 e n. 69 per la versione diversa del coraggioso comportamento di Phyton conservata da Filostrato nella Vita di Apollonio di Tiana (VII 2; I, 35). Da segnalare la vicinanza del nome dello stratego con Phytios, uno dei legislatori pitagorici reggini in Iamb., VP, 130 e 172, a proposito del quale giustamente Vallet 1958, p. 287, ricorda che questo era anche il nome del padre di Ibico. 46 42 Aristox., fr. 43 W: Mele 1981, pp. 285 e sg. D.S., XIV 107, 3; Str., VI 1,6 C 258; per l’origine timaica cfr. De Sensi Sestito 1997, pp. 176 e sgg. 47 43 Plu., Tim., 6. 48 Porph., VP, 60-61; Muccioli 1999, pp. 436 e sgg. Hdt., V 47,1. 49 D’Amore 2011. 44 Str., VI 1,6 C 258; sulla vicenda cfr. da ultimo De Sensi Sestito 2013, pp. 88 e sg., con la bibliografia ivi citata. 12/12/2016 11:37:44

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Giovanna De Sensi Sestito ha illustrato in questa sede. La denominazione come “ginnasiarchica” della nomothesia pitagorica reggina si presta bene ad essere messa in una qualche relazione con i metodi educativi di paides e neaniskoi nel mondo spartano e con la pratica giornaliera dei ginnasi raccomandata da Pitagora, alla quale Mele riconduce la predominanza normativa di tipo dorico-spartano che si sarebbe radicata a Crotone già per l’azione parenetica del filosofo verso le varie componenti sociali e diffusa nelle altre città di origine achea e persino nelle città calcidesi attraverso l’attività dei legislatori pitagorici. Richiama, però, come Mele riconosce, in maniera diretta e stringente il pensiero espresso da Platone in varie opere, dal Gorgia alla Repubblica, ma soprattutto nelle Leggi, laddove attribuisce importanza estrema al magistrato addetto all’educazione maschile e femminile e considera questa la magistratura di gran lunga più rilevante fra le supreme cariche dello stato50. Non mi pare perciò cogente individuare in questo orientamento paideutico di stampo dorico ed eracleo un tratto risalente al filosofo e al suo periodo crotoniate. La pregnanza del modello spartano predomina nei dialoghi di Platone, e non solo in essi, ma è anche l’ovvio modello di riferimento del pitagorismo tarantino, sicchè ha probabilmente visto giusto chi ha ricondotto tale vicinanza all’interpretazione in senso pitagorico dell’insegnamento di Platone (con connessa accusa di plagio), osteggiata dalla stessa Accademia51. Due diverse attestazioni, d’altra parte, sembrano orientare verso la collocazione in questa fase di metà IV sec. della legislazione “ginnasiarchica”. Teofrasto attesta che al suo tempo c’era un ginnasio nel giardino che Dionisio aveva fatto costruire nella Reggio distrutta impiantandovi, per la prima volta in Italia, dei platani; e Plinio aggiunge la notizia della trasformazione in palestra della casa circondata di platani co- 50 51 struita per sé a Reggio dal tiranno52: è plausibile che nella sontuosa dimora, trasformata in ginnasio, avesse trovato sede il collegio magistratuale che reggeva la città rifondata e gli avesse dato - o ne avesse preso - il nome. L’eponimia legata ad un collegio di ginnasiarchi è del resto attestata ancora in documenti epigrafici reggini del II e del I sec. a.C.53. Quella “ginnasiarchica” era dunque l’ultima riforma costituzionale di Reggio di cui Lico, Aristosseno e Timeo potessero aver conoscenza. Una breve riflessione va dedicata anche a Tauromenio, che figura nell’elenco delle città riappacificate al loro interno dall’azione dei legislatori pitagorici e si ritiene di solito che vi figuri al posto di Naxos per il campanilismo di Timeo. Se la sovrapposizione è indubbia, va però notato che il riferimento alla nomothesia poteva riguardare anche Tauromenio e non solo Naxos. Quest’ultima era stata rioccupata dai Nassii nel 461, alla caduta delle tirannidi54 e avrà allora, certo, ripristinato le proprie leggi. Ma nel 403/2 fu conquistata a tradimento e distrutta da Dionisio I che ne donò il territorio ai Siculi; nel 396/5 sul colle Tauro sopra la città distrutta si stanziarono i Siculi alleati di Imilcone e la città prese il nome di Tauromenio; nel 392/1 Dionisio I ne espulse i Siculi e vi impiantò una colonia militare55. Infine nel 358, stando all’indicazione diodorea, ma forse già qualche anno prima Andromaco, padre di Timeo, a capo dei Nassii superstiti, col presumibile beneplacito di Dionisio II, potè fondare la Tauromenio greca in continuità con l’antica Nasso56. Tauromenio diventò solo allora una polis a tutti gli effetti e si dotò di un assetto statale e di un complesso legislativo che probabilmente recuperavano i nomima chal- 52 Thphr., HP, 4,6-7; Plin., nat., XII 6-7; che entrambi riprendessero la notizia da Lico ho sostenuto in De Sensi Sestito 2013, p. 86. 53 Cordiano 1997, pp. 65-69. 54 D.S., XI 76,3. Pl., Lg., 764c-766c. 55 D.S., XIV 15, 2; XIV 59,1-2; XIV 96,4. Burkert 1972. 56 D.S., XVI 7,1; cfr. Consolo Langher 1996; Arena 2008. 12/12/2016 11:37:45

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chidika, ma rimodellandoli secondo gli orientamenti politico-istituzionali del tempo, non diversamente da quanto era stato fatto nel medesimo torno di anni nella riedificata Reggio dionisiana, con istituzioni di coloritura dorica. Il profilo di Andromaco che certamente Plutarco ha tratto da Timeo è quello di un governante illuminato, che incarna principi e adotta comportementi che possiamo definire di tipo pitagorico: “divenuto il più potente, e di molto, fra tutti i signori che dominavano a quei tempi la Sicilia, guidò i cittadini secondo le leggi e la giustizia, dimostrando apertamente i suoi sentimenti di avversione e inimicizia verso i tiranni”57. Siamo qui in presenza del tentativo timaico di allontanare dal padre la qualifica di tiranno ricorente in altre fonti, attribuendogli una netta connotazione antitiranica ancor prima che accogliesse Timoleonte, antitirannico per storia personale e liberatore della Sicilia dai tiranni nella sua agiografica rappresentazione. Del resto in maniera analoga, dopo l’insinuazione di Teopompo che il vero scopo segreto dell’eccellente Pitagora era la tirannide58, la tradizione pitagorica aveva dovuto enfatizzare l’irriducibile opposizione alla tirannide del Maestro e dei suoi seguaci. In realtà nel corso del IV sec. persino tra i pitagorici si era diffuso un atteggiamento meno critico e non pregiudizialmente ostile alla tirannide: basti pensare ai rapporti di solidarietà e di alleanza di Archita di Taranto con Dionisio II, e poi dello stesso Aristosseno. Del resto nessuna remora aveva avuto Sparta a sostenere i Dionisii (e farsene sostenere al momento opportuno) e nella cerchia dei pen- 57 Plu., Tim., 10, 7; cfr. Vattuone 1991, pp. 88 e sgg.: L’incongruenza del riferimento all’attività di legislatori pitagorici a Tauromenio fa escludere a Baron 2013, pp. 143 e sg., che si debba per esso chiamare in causa Timeo, ma l’A. non può non ammettere la sua influenza sul ritratto del padre Andromaco presente in Diodoro e soprattutto in Plutarco: cfr. pp. 197, 258 e n. 11. 58 Theopomp. Hist., FGrHist 115 F 73 citato in Posidon., FGrHist 87 F 36 = Ath., V 213 f ; per altre fonti sul problema e la sottolineatura della sua importanza per la ricostruzione apologetica della vita di Pitagora fatta da Aristosseno cfr. Burkert 1972, pp. 118 e sgg. satori politici, oratori e filosofi, di fronte alla crisi della polis tradizionale, si guardava al potere accentrato nelle mani di pochi o anche di uno solo come l’unica soluzione capace di assicurare un buon governo e buone leggi. La pagina delle Leggi in cui Platone vagheggia il governo di un giovane tiranno, dotato di intelligenza, magnanimità e temperanza, che ha la forza per fare adottare i migliori ordinamenti59 rappresenta bene e riassume idee in proposito largamente condivise in ambito retorico e filosofico e giustifica, ad esempio, il ritratto generalmente positivo di Demetrio Falereo come amministratore e come legislatore rimasto nelle fonti per la sua decennale esperienza tirannica ad Atene dal 317 al 307 a.C.60. Ma giustifica anche la posizione di aspra polemica assunta da Timeo al riguardo. 3. La prospettiva storiografica In riferimento ai legislatori grande risulta la distanza tra Aristosseno ed Eforo. Quest’ultimo, erede di tradizioni isocratee e platoniche ed espressione dell’orizzonte culturale che abbracciava i quattro decenni centrali del IV sec.61 aveva trattato ampiamente delle legislazioni in una prospettiva di storia universale, risalendo sino ai primordi degli assetti normativi e allargando l’orizzonte fino ad includervi le popolazioni anelleniche e le loro peculiarità in materia di nomima ed ethima, libero dal condizionamento del pensiero pitagorico, anche se incline a valorizzarlo, laddove ne trovasse specifica attestazione, come ad esempio per la paideia di Epaminonda, formatosi alla scuola del pitagorico Liside62. Non per caso Eforo risulta il primo ad affermare la storicità di Zaleuco e il suo primato 59 Pl., Lg., 709 e-712b. 60 Cfr., ad es. Ael., VH, VII 17 , dove il Falereo è annoverato tra i filosofi che hanno giovato alle loro patrie. 61 Davies 2013. 62 D.L., VIII 1, 7. 12/12/2016 11:37:45

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Giovanna De Sensi Sestito nella codificazione per iscritto63: egli aveva anche ribadito, contestando Ellanico64, l’attribuzione della Grande Retra a Licurgo, ponendolo sulla linea di trasmissione dell’antica sapienza legislativa da Creta a Sparta in una posizione di imitazione e di perfezionamento65. Sulla stessa linea interpretativa si colloca anche il suo riferimento a Zaleuco, che avrebbe stabilito le leggi locresi traendole dalle norme cretesi, lacedemoni e areopagitiche, facendolo dunque a sua volta imitatore di Licurgo. Secondo l’analisi nel complesso convincente dell’opera dello storico cumano condotta da Giovanni Parmeggiani, l’eunomia assume in Eforo il valore di principio di interpretazione della parabola storica delle comunità, ne fonda la compattezza sociale, la stabilità politica, ma non basta a sostenere la capacità egemonica se non affiancata dalla paideia (come nel caso dei Beoti e la loro crisi dopo il buon governo di Epaminonda66). Già in Eforo, e su un piano più propriamente storiografico, si riflette dunque quel dibattito politico e filosofico nell’Atene del IV sec. a.C. sulle legislazioni eunomiche in generale, che aveva attirato l’attenzione sui legislatori della Magna Grecia. Da storico universale, Eforo doveva aver prestato grande cura alla cronologia e da lui Eusebio può aver tratto il calcolo della datazione di Zaleuco al 663-61 a.C., una generazione prima di Draconte67 come aveva re63 Ephor., FGrHist 70 F 139 = Str., VI 1,1, C 252. 64 Hellanic., FGrHist 4 F 116. 65 Ephor., FGrHist 70 F 149; cfr. Parmeggiani 2011, pp. 240 e sgg..; Camassa 2013. Analogamente l’anteriorità della legge sui sissizi introdotta da Italo re degli Enotri rispetto all’istituzione di Creta e di Sparta attestata in Aristotele (Pol., VII 10 1329b) si ritiene in genere che possa risalire ad Eforo ed essere frutto della sua comparazione delle legislazioni esistenti presso i vari popoli. Pur con qualche esitazione per questioni di incerta cronologia della circolazione dei libri di Eforo man mano che erano scritti (ad es. Davies 2013), si ritiene che Aristotele avesse potuto utilizzare almeno quelli più antichi, relativi alle fasi coloniali e alle legislazioni. Sul problema dell’uso di Eforo da parte di Aristotele cfr. ora Moggi 2014. 66 Ephor., FGrHist 70 F 119; cfr. Parmeggiani 2011, pp. 235-252. 67 Lo notava già Vallet 1958, pp. 313 e sgg..; cfr. anche gistrato con cura l’anteriorità delle società eunomiche arcaiche rispetto a interventi legislativi di epoca più recente, qual è il caso della originaria eunomia delle città focee e di Elea in particolare rispetto alla nomothesia dei pitagorici Parmenide e Zenone68, ampiamente illustrata da Mele in questa sede. La collocazione alta del primato nella legislazione scritta di Zaleuco asserita da Eforo è questione importante sul piano storiografico. A margine delle considerazioni proposte da Mele, aggiungo qualche altra riflessione. I riferimenti all’eunomia locrese, impliciti in Pindaro ed espliciti di Platone69, l’elogio di Demostene della immutabilità delle leggi locresi70 e i richiami ricorrenti di Isocrate alle qualità proprie delle buone leggi (semplicità, fissità della pena ecc.)71 trovano in Eforo una saldatura nella figura del legislatore Zaleuco cui lo storico attribuisce la stesura per iscritto di norme sapientemente trascelte fra quelle cretesi, spartane e areopagitiche; ne apprezza la semplicità e ne segnala la maggiore funzionalità a conservare la saldezza sociale, rispetto alla più minuziosa riformulazione di esse fatta nella legislazione di Thurii, diventata a torto molto più famosa72. Tra i tanti ammiratori in Grecia dell’eunomia spartana di cui il buon governo del tarantino Archita sembrava riproporre in Occidente un modello rinnovato, non poteva non trovare ampia ricezione una tradizione locrese che proiettasse un legame stabile e strutturale con Sparta così indietro nel tempo. È probabile che Eforo conoscesse appunto una tradizione locrese che faceva il nome del legislatore e rivendicava l’antichità e la superiorità delle sue leggi73. Ma allo stori- Camassa 1987, pp. 617 e sgg. 68 Str., VI 1,1, C 252. 69 P., O., X 13-15; Pl., Lg., I 638b; Tim., 20a. 70 D., in Timocr., 139. 71 Isoc., Paneg. 98; Nicocl. 17-18; Aeropag. 16-46. 72 Ephor., FGrHist 70 F 139. 73 Dalla medesima tradizione poteva aver tratto l’indicazione della Locride Opunzia come patria di provenienza degli 12/12/2016 11:37:45

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co è da attribuire tanto l’inquadramento del legislatore in un contesto cronologico plausibile, quale risulta dalla datazione attribuitagli da Eusebio (664-61 a.C.), quanto l’individuazione dei pregi maggiori in riferimento al vivace dibattito ateniese dell’epoca sul tema delle nomothesie. Anche l’inclusione di un corpus di norme aeropagitiche tra i modelli ai quali si sarebbe ispirato Zaleuco a ragione è considerata una invenzione di Eforo, riflesso delle teorizzazioni isocratee e delle rilevanti funzioni riattribuite all’Areopago nel IV secolo74. Forse conosciamo in parte la tradizione locrese circolante ad Atene intorno alla metà del IV secolo attraverso Aristotele, che la riporta per contestarla sul piano dell’incompatibilità cronologica per la presunta catena di discepolato da Onomacrito/Senocrito locrese a Talete, a Zaleuco e Licurgo discepoli entrambi di Talete, a Caronda allievo di Zaleuco75. Il fatto che in cima alla lista riportata da Aristotele fosse posto proprio il locrese Senocrito/Onomacrito collegato alle gymnopedie a Sparta è generalmente considerato spia della rivendicazione di una stretta affinità politica e istituzionale con la città lacedemone non solo culturale di tipo legislativopaideutico, bensì iscritta nella storia locrese fin dalla fondazione, a partire da alcuni elementi apoikoi di Locri Epizefiri (FGrHist 70 F 138), riferita e contestata da Strabone sulla base della sua fonte alternativa (Timeo) che la indicava nella Locride Ozolia (Strab. VI 1,7 C 259). Ampia discussione di queste tradizioni in Musti 1977, pp. 37-65. Potrebbe essere stata già questa tradizione locrese a rivendicare il primato di Zaleuco nella scrittura delle leggi registrata in Eforo, cui era comunque congeniale segnalare il protos euretes. Una tradizione locrese in tal senso potrebbe aver trovato un primo accreditamento alla corte di Dionisio il Vecchio, anche in funzione delle sue relazioni preferenziali con Locri e con Sparta. La categoricità con cui Timeo la contrastò, negando addirittura l’esistenza di Zaleuco, potrebbe essere riflesso di rifiuto polemico di una tradizione veicolata ad esempio, dal suo bersaglio preferito, i Sikelikà di Filisto, ampiamente utilizzati da Eforo per la storia dell’Occidente e troppo apprezzati per i suoi gusti alla corte macedone e negli ambienti culturali greci. 74 strutturali ormai anche ben documentati, quali le partizioni ternarie del corpo civico76 o l’uso del dialetto dorico severior. D’altra parte una vicenda coloniale locrese parallela e modellata su quella tarantina è quella attribuita ad Aristotele, con la nobiltà locrese circoscritta ai discendenti dalle donne delle “cento case”, e violentemente contestata da Timeo ma difesa da Polibio sulla base della sua corrispondenza - a detta dei Locresi del suo tempo - a quanto tramandato dagli avi77. Tradizione di antica e stretta solidarietà confermata, del resto, da quel poco che si sa della storia successiva, dal soccorso spartano nella battaglia della Sagra attraverso i Dioskouri, dall’alleanza fedele assicurata da Locri a Sparta durante tutta la Guerra del Peloponneso e ancora per tutta la prima metà del IV secolo a.C., durante e dopo l’egemonia spartana in Grecia, sia pure per il tramite privilegiato di Siracusa e dei due Dionisii. Era questa la tradizione che circolava tra i peripatetici: ne aveva fatto uso anche Teofrasto, accomunato al maestro nell’invettiva di Timeo a proposito di Locri, e chiamato in causa per la sua autorevolezza da Cicerone - accanto ai suoi clientes locresi - per contestare il criticismo di Timeo a proposito di Zaleuco78. La rivendicazione locrese dell’anteriorità delle proprie buone leggi rispetto a Pitagora era nota anche ad un altro peripatetico, Dicearco da Messana, che ne ha lasciato traccia nel riferimento al rispettoso ma fermo rifiuto dei Locresi di accogliere Pitagora dopo il suo allontanamento da Crotone, motivato proprio dalla volontà di conservare le proprie buone leggi79. Rigettando la storicità di Zaleuco Timeo aveva demolito tutto ciò che era stato costruito 76 Tim., FGrHist 566 F 12; Plb., XII 5-9. Sulla violenta polemica di Timeo contro Aristotele come riflesso dell’opposizione isocratea al Peripato, fonti e bibliografia in Galvagno 2011. Sull’uso aristotelico dei dati storici cfr. da ultimo Moggi 2013 e 2014. Mühl 1929, p. 112; Camassa 1987, p. 620; Camassa 2013, p. 296. 78 75 79 Arist., Pol., 1274 a, 12-15. Musti 1977, pp. 29 e sgg. 77 Tim., FGrHist 566 F 130 a-b = Cic., De leg., 2,15; Ad Att., 6,1,18; Plb., XII 11. Dicaearch., fr. 34 W; cfr. Maddoli 1973. 12/12/2016 11:37:45

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Giovanna De Sensi Sestito intorno a questo personaggio, dal rapporto con Licurgo (che egli, razionalizzando, sdoppiava: F 127) al suo discepolato pitagorico. E non solo ciò: per eccesso di polemica aveva contestato globalmente la storia arcaica di Locri per come l’avevano riportata Aristotele e Teofrasto, contrapponendo polemicamente ad essa una versione alternativa totalmente difforme nella provenienza dei coloni, nello status degli apoikoi, nei rapporti di stretta solidarietà con la madrepatria locrese consolidati nel tempo attraverso trattati, elementi di conoscenza che Timeo dichiarava di aver raccolto da un certo Echecrate, figlio di un influente cittadino locrese che aveva avuto l’onore di un’ambasceria sotto Dionisio, e confermate dalle informazioni ricevute direttamente dai Locresi di Grecia e d’Italia80. Anche fra le versioni circolanti su Zaleuco non mancavano le incongruenze. La sua sapienza legislativa nella versione locrese nota ad Eforo e ad Aristotele era diretta espressione della superiorità normativa di Creta e di Sparta; invece Aristosseno la riconduceva alle esperienze di viaggio e ai percorsi di conoscenza effettuati da Pitagora per l’astronomia in Oriente ed Egitto, per le leggi a Creta e a Sparta ben prima di arrivare, ormai maturo, a Crotone, dove si sarebbero formati alla sua scuola sia Zaleuco che Caronda: una versione per nulla gradita ai Locresi, come dimostra il frammento di Dicearco sul rifiuto di accogliere Pitagora. Forse non c’era spazio per Zaleuco neanche nella testimonianza di Echecrate, esponente dell’aristocrazia locrese contemporanea di Timeo, che non può essere l’interlocutore di Socrate nel dialogo platonico, ma poteva ben essere un nipote. Timeo non aveva però inteso negare la bontà degli ordinamenti locresi, anzi riteneva che delle leggi così severe non potessero essere opera né di coloni di origine servile (richiamando così il motivo di fondo della polemica con Aristotele81) né di una società aristocratica che dichiara di voler difendere da menzogne infamanti. È proprio Polibio a indicare i due principi metodologici che Timeo aveva enunciato, l’autonomia delle ricerca storica82 e il rispetto della verità83. Per quanto si trattasse di principi abbastanza scontati84, impongono di non ricondurre ogni posizione difforme di Timeo a Lokalpatriotismus o a polemica gratuita e occorre contemplare la possibilità che la sua negazione di Zaleuco non discendesse da amore di polemica con Eforo, con Aristotele, con Aristosseno, ma dal fatto che aveva avuto modo di riscontrare dubbi e incongruenze sul presunto legislatore locrese. Non sono rari i casi in cui la medesima città o il medesimo personaggio si ritrova esaltato per qualche espetto, denigrato per altri; basta qualche esempio: apprezza, condivide e riporta all’attività paideutica e parenetica di Pitagora a Crotone il modello spartano ed eracleo che rende la città salda e vittoriosa su Sibari, ma la biasima quando cede alla tryphe e imita la rivale sconfitta anche nell’organizzare olimpiadi in concorrenza con Olimpia85; ammira la Taranto di Archita, ma denuncia il peggioramento dei suoi ordinamenti politici e ne adduce come prova (tekmerion) il suo ricorso a strategoi xenikoi che misero l’uno dopo l’altro sempre più in crisi la sua egemonia, considerandola in fondo ostaggio del suo cattivo governo, della sua tryphe, dei suoi banchetti e delle sue paure86. Ammira Pirro soprattutto per il suo programma eracleo di liberazione della Sicilia dalla presenza cartaginese, ma non gli risparmia note di biasimo per la rinuncia a portare la guerra in Africa e per i metodi “tirannici” più che regali 82 Tim., FGrHist 566 F 7 = Plb., XII 28,8 ss. 83 Tim., FGrHist 566 F 151 = Plb. 11a 8 ss. 84 Vattuone 2002, pp. 187 e sg. 85 Tim., FGrHist 566 FF 44 - 45. 86 80 Tim., FGrH 566 F 12 = Plb., XII 10; per la relativa discussione cfr. Walbank 1967, II, pp. 330-353. 81 Plb., XII 9. Str., VI 1,3 C 284. Sull’origine timaica del capitolo di Strabone per parti più o meno estese cfr. De Sensi Sestito 1987; Vattuone 1991, p. 328, n. 91. Riserve nel ricondurre a Timeo, o solo a Timeo, quanto tramandato su questi temi da Diodoro, Strabone e Ateneo esprime Baron 2013, pp. 138 e sgg e passim. 12/12/2016 11:37:45

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dell’ultima fase siciliana e per il suo approccio sbagliato nei confronti di Roma87. Timeo dunque da storico esercita uno spirito critico. Per quanto si ritenga in genere probabile che avesse utilizzato Aristosseno per diversi aspetti della storia del pitagorismo, è anche noto che le versioni su Pitagora e i Pitagorici di Aristosseno e di Timeo non sono sovrapponibili; la negazione della storicità di Zaleuco è uno dei casi in questione. Un nodo non meno problematico è quello della tradizione accolta da Diodoro sul Caronda turino legislatore della città panellenica. Nessun frammento consente di capire quale fosse la convinzione di Timeo in rapporto al Caronda di Catania di cui già parlava Platone88, al Caronda allievo di Pitagora di cui parlava Aristosseno, al Caronda allievo di Zaleuco della versione locrese nota ad Aristotele, e a maggior ragione mi sembra difficile ammettere che proprio lui avesse aggiunto alla serie il Caronda cittadino di Thurii89, duplicato del legislatore arcaico, come proposto in questa sede da Mele. Confesso che se trovo compatibile all’interno della tradizione pitagorica la rimozione di Protagora quale artifice del corpus normativo di Thurii, anche per le ragioni da lui indicate, me la spiego meno in Timeo, cui pur polemicamente Polibio attribuisce una ricerca scrupolosa dei fatti. È vero che in contesti particolarmente conservatori Protagora subì una vera e propria damnatio memoriae per il suo scetticismo sull’esistenza degli déi e sulla natura dell’anima: attesta Filostrato90 che fu cacciato da Atene e i suoi libri, sequestrati a chiunque li possedesse, furono bruciati nell’agorà; Eusebio fissa all’Ol. 84/1, vale a dire nel 444, il pubblico decreto che stabilì di bruciarne i libri, mentre 87 Vattuone 1991, pp. 292 e sgg. Scettico sulla possibilità di definire l’orientamento di Timeo verso Pirro Baron 2013, pp. 41-42. 88 Pl., R., 599 e. 89 D.S., XII 12,3-19, 2. 90 Philostr., VS, I 10,3; D.L. IX 51; Protag., 80 D-K pp. 875-77 . Apollodoro91 fissa in quell’anno l’acme della sua fama, con un evidente corto circuito fra il punto più alto della sua notorietà per la legislazione redatta per Thurii e la condanna ateniese, avvenuta invece nel 411 quando fu messo sotto accusa da uno dei Quattrocento per avervi dato lettura del suo libro Sugli dei92. Occorrerebbe spiegare perché Timeo avesse dovuto così falsare la storia turina, introducendo al posto di Protagora il presunto Caronda cittadino di Thurii. Esisteva certo il precedente dello sdoppiamento di Radamanto in Eforo (e di Licurgo nello stesso Timeo), per una chiara esigenza di razionalizzazione di tradizioni contraddittorie (Parmeggiani) risalenti al tempo mitico. Ma quale esigenza di razionalizzazione poteva avere Timeo per una vicenda relativamente recente e ben nota nell’ambiente ateniese in cui soggiornava da esule? Al solito, per confutare anche a proposito dell’attività nomothetica di Protagora per Thurii93 quanto si sosteneva nella scuola di Aristotele? Ma in tal caso ne avremmo probabilmente trovato traccia nei rilievi polemici di Cicerone nei confronti di Timeo in tema di legislatori italioti. La rimozione di Protagora e la sua sostituizione con un secondo Caronda cittadino di Thurii sembrano trovare migliore giustificazione in qualche autore che - come espresso nel proemio tardivamente giustapposto alle leggi di Zaleuco brevemente richiamato in Diodoro e riportato da Stobeo94 - intendesse ribadire la necessità della eusebeia verso gli dei artefici dell’ordine cosmico, la necessità della dikaiosyne e della homonoia tra gli uomini ecc. Se si facessero risalire ad Aristosseno i due capitoli diodorei su Zaleuco pitagorico95, come suggerisce Mele, potrebbero essergli attribuiti senza troppa difficoltà anche i capitoli relativi al Caronda turino privo di quali- 91 Apollod., FGrHist 244 F 71. 92 D.L., IX 54. 93 Heraclid. Pont., fr. 150 Wehrli = D.L., IX 8,50 = Protag., 80 A1 D-K. 94 D.S., XII 20; Stob., Ecl., IV 2,19. 95 D.S., XII 20-21. 12/12/2016 11:37:45

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Giovanna De Sensi Sestito ficazione pitagorica e solo suo omonimo. Ad un Aristosseno di stretta ortodossia pitagorica, che credeva nella supremazia degli déi e nell’immortalità dell’anima, una rimozione dell’ateo Protagora e la sua sostituzione con un Caronda turino si attaglierebbero piuttosto bene, come anche tutta la patina lacedemone della legislazione, dalla quale si distinguono appena le norme relative alla famiglia, di troppo netta caratterizzazione calcidese96. Considero tuttavia preferibile continuare a pensare a una elaborazione più tarda, tanto più che una tradizione alternativa indicava non in Caronda, ma in Zaleuco il legislatore che, diventato cittadino di Thurii, ne aveva scritto le leggi97. Della tradizione diodorea sulla legislazione di Thurii mi sono occupata altrove, maturando la convinzione che provenga da una più tarda rivisitazione delle leggi di Zaleuco e di Caronda in chiave stoica e ho ipotizzato che Diodoro possa anche averla ricavata da Posidonio, suo autore di riferimento per ethima e nomima degli antichi in una prospettiva etico-filosofica e teologica98. 96 È del tutto evidente nel complesso delle norme attribuite alla legislazione thurina l’amalgama di stampo pitagorico delle leggi di Caronda e di Zaleuco e che i temi di più chiaro contatto tra le legislazioni pitagoriche e il complesso legislative calcidese che si richiamava a Caronda sono da ravvisare nelle norme relative alla difesa ed alla conservazione della famiglia, alla stabilità degli oikoi, alla tutela degli orfani, delle ereditiere e delle fanciulle senza dote: disposizioni che trovano qualche più puntuale riscontro nei riferimenti alla legislazione calcidese di Aristotele e di esponenti della sua scuola. 97 In Athen., XI 508a questa tradizione è attribuita a Erodico, allievo di Cratete della scuola pergamena; come nomotheta locrese di Thurii e pitagorico figura Zaleuco nella voce relativa della Suda. In Ps. Scymn., vv. 346-47 è l’antica Sibari ad essere chiamata in causa per non aver saputo osservare le leggi di Zaleuco. 98 Per l’ipotesi di una rivisitazione dei nomoi thurini in chiave stoica giunta a Diodoro attraverso Posidonio cfr. De Sensi Sestito 1988, pp. 415-420, e più sinteticamente De Sensi Sestito 1994, p. 330. Non si tratta di ipotesi isolata; di “allure stoïcienne ... probablement due à Posidonios”, cui si sarebbero ispirati Seneca e Diodoro, parlava Vallet 1958, p. 314, n. 7, come già Mühl 1929, pp. 118-124 e Dunbabin 1948, p. 71. La mediazione stoica è considerata l’ipotesi più probabile anche da Bertelli 1997, p. 580. Posso pure convenire che non si debba arrivare fino a Posidonio come avevo allora suggerito, ma resto convinta che Diodoro abbia trovato congeniale alla sua visione della storia guidata dagli déi la rappresentazione delle leggi turine del presunto Caronda in un autore tardo-ellenistico, mentre ho difficoltà a riconoscervi una derivazione da Timeo o da una tradizione turina di IV secolo fatta acriticamente propria da Timeo. Al racconto timaico della fondazione di Thuri Diodoro deve aver affiancato il racconto di una fonte filopitagorica post-aristossenica, che è poi quanto anche Mele finisce per considerare probabile e compatibile col modo di lavorare dello storico di Agirio. A prescindere dai legislatori, il problema della fonte o delle fonti di cui possa essersi avvalso Diodoro per tutto il racconto delle vicende che precedono e accompagnano la fondazione di Thurii, a partire dall’ampio excursus retrospettivo sulla prima Sibari, le cause e le modalità della sua distruzione, il tentativo di rifondazione del 453 e così via, è tema importante e di tormentata e ricorrente analisi99. Il testo di Diodoro è infat99 Problema controverso è l’origine della tradizione di cui Diodoro si avvale per tutta o parte di questa narrazione (XII 9,2 ss.), su cui è tornato anche Mele in questa sede. Senza risalire troppo indietro nel tempo, basti qui segnalare che: per Burkert 1972 , p. 116 n. 46, come più di recente per Bugno 1999, pp. 120 s., non c’entrano nè Eforo nè Timeo, ma elaborazioni successive; è da considerare tutta eforea per Rutter 1973, come ora per Nafissi 2007 (pp. 395 ss e in particolare n. 37 per una rassegna delle varie ipotesi), con integrazioni da fonte cronografica; in parte eforea per l’excursus e in parte timaica per la vicenda turina, esclusi i capitoli su Caronda e Zaleuco nella interpretazione proposta in passato da me e anche da altri accolta. Cogliendone la coerenza complessiva e una giustificazione interna della legittimità dei tentativi sibariti di rifondazione e della finale nascita di Thurii, Mele torna a privilegiare la tesi della globale mediazione timaica (come già, tra gli altri, Rostagni 1956), ma come esito di una versione turina o filo-turina locale e datata. Una ipotesi che gli consente di ricondurre a Timeo sia la sezione sulle vicende sibarite anteriori alla fondazione di Thurii nel racconto diodoreo (anche se non se ne dichiara del tutto certo ed io mantengo le mie perplessità), sia di estenderla, contro la opinione prevalente, anche alla legislazione di Caronda turino, che sarebbe stata inserita nella trattazione con un intento apologetico, per contrastare le osservazioni polemiche di 12/12/2016 11:37:45

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ti l’unico a fornire una cornice storica generale, con precisi punti di riferimento cronologico, dell’alterazione degli equilibri territoriali e politici tra Sibaritide e Crotoniatide nel secolo che intercorre tra l’inizio dell’attività di Pitagora a Crotone e lo scoppio della guerra del Peloponneso; consente dunque di sopperire alla “vischiosa” cronologia delle fonti pitagoriche e alla vera e propria “acronia” che connota Aristosseno100 per collocare nel tempo la grande catastrofe pitagorica e tutte le altre vicende connesse e successive non solo della scuola e dei suoi esponenti, ma delle stesse città della Magna Grecia. Sullo sfondo offerto dal testo diodoreo si staglia il quadro storico che Mele propone nelle conclusioni, con una rilettura della storia italiota dal 510 in poi dal punto di vista del pitagorismo crotoniate, metapontino e della diaspora, dalla diffusione di istanze laconizzanti nel pitagorismo crotoniate dopo la distruzione di Sibari e le sconfitte persiane in Grecia, alla grande catastrofe dell’incendio del sinedrio crotoniate e alle sue conseguenze. Rispetto al consolidato inquadramento cronologico di quest’ultimo evento intorno alla metà del V secolo, con modeste oscillazioni, comunque considerato precondizione della fondazione di Sibari-Thurii101 e rispetto al superamento radicale di una specifica relazione tra le due vicende nella proposta di Musti di cercare piuttosto per la catastrofe ancoraggi cronologici nei riferimenti tucididei a staseis in città italiote al tempo della seconda spedizione in Sicilia102, la proposta interpretativa di Mele prova a riequilibrare il quadro delle dinamiche in gioco: considera la grande crisi pitagorica a Crotone non causa, ma conseguenza della nascita di Thurii, spostando così in basso solo di un decennio (anziché i venti - quaranta anni di Musti) la diaspora pitagorica, che giova a salvarne la complessa cronologia e rendere in qualche modo compatibile il magistero di Liside a Tebe nei confronti di Epaminonda, senza stravolgere troppo il quadro delle correlate vicende italiote. Certo restano delle perplessità: occorrerebbe comunque ipotizzare una lunga e altalenante crisi politica interna a Crotone prima della catastrofe, per giustificare una così tardiva reazione crotoniate (cinque anni) alla rifondazione della terza Sibari, cui segue immediatamente un quarto tentativo sfociato nella nascita di Thurii; servirebbe giustificare la philia della Thurii democratica appena fondata con Crotone, che depone per una democrazia già vigente e pronta a collaborare con la città panellenica, senza attribuirla alla partigianeria filo-turina della fonte utilizzata da Diodoro; resterebbe da spiegare, soprattutto, il mancato riferimento ad una concomitante gravissima crisi crotoniate in una tradizione che si mostra tanto ricca di informazioni su circostanze, modalità e conseguenze della nascita di Thurii non solo sul piano interno, ma anche nelle relazioni con le realtà circostanti. La sistematizzazione proposta da Alfonso Mele rappresenta comunque un contributo importante alla riflessione su un periodo cruciale dell’ellenismo italiota e non resta che ringraziarlo per l’ampio affresco di storia culturale della Magna Grecia, e non solo di essa, che ha ancora una volta offerto con questa relazione. Giovanna De Sensi Sestito cui era stata oggetto in ambienti retorici e filosofici di IV sec. 100 Musti 1990 e 1991. 101 E. g. Rostagni 1956; Burkert 1972, passim; e così anche Mele 2007, pp. 128 e sg.; pp. 198 e sgg.; pp. 245 e sg. 102 Musti 1990, pp. 62 e sgg. 12/12/2016 11:37:45

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Indice Premessa Concessioni e convenzioni: forme e modalità dei rapporti tra Mibact e università (L. Malnati) 7 La discussione sulla polis greca oggi (John K. Davies) 11 Introduzione al tema: la polis in Occidente e la storiografia moderna (C. Ampolo, M. Lombardo) 35 Le fonti L’archeologia della polis in Magna Grecia (E. Greco) 65 L’archeologia della polis in Magna Grecia (D. Mertens, discussant) 91 Documentazioni epigrafiche ed esperienze politiche e istituzionali (M. L. Lazzarini) 99 Documentazioni epigrafiche ed esperienze politiche e istituzionali (F. Cordano, discussant) 113 La monnaie, sceau et miroir de la polis (O. Picard) 119 La moneta, segno e specchio della polis (R. Cantilena, discussant) 137 Aristotele e le città della Magna Grecia (D. Erdas) 149 La Magna Grecia nella scuola aristotelica (L. Breglia, discussant) 177 L’immagine delle città di Magna Grecia nella Geografia di Strabone (F. Prontera) 185 12/12/2016 11:38:45

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Strabone e le città della Puglia romana (F. Grelle, discussant) Il dibattito (E. Greco, D. Elia, M. Lombardo) 195 Esperienze politiche e assetti costituzionali nelle poleis magnogreche Le politeiai delle città della Magna Grecia: peculiarità e dinamiche (M. Giangiulio) 201 L’organizzazione militare e la guerra (M. Bettalli) 215 L’organizzazione militare e la guerra (A. Bottini, discussant) 229 Tra Zaleuco, Caronda e Parmenide: legislatori e filosofi in Magna Grecia e Sicilia (A. Mele) 233 Qualche osservazione sui legislatori d’Occidente nella prospettiva pitagorica e storiografica del IV sec. a.C. (G. De Sensi Sestito, discussant) 269 Esperienze politiche ed assetti costituzionali nelle poleis magnogreche di età arcaica: una riflessione (F. Frisone) 289 Il dibattito (M. Lombardo, A. Pontrandolfo, A. Mele, C. Ampolo, M. Giangiulio, M. Bettalli) 303 Gli spazi della polis nelle città magnogreche Spazio sacro e culti civici (E. Lippolis, V. Parisi, R. Sassu) 313 Spazio sacro e culti civici (M. Osanna, discussant) 359 Alcune riflessioni sullo spazio pubblico nelle poleis della Magna Grecia (F. Longo) 369 12/12/2016 11:38:45

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Lo spazio funerario (A. Pontrandolfo) Lo spazio funerario Per una stratigrafia dei rapporti sociali: parentela, rito, tempo e filtri funerari nella necropoli di Pithekoussai (V. Nizzo, discussant) 417 Stili architettonici occidentali tra identità politica e distretti culturali (C. Rescigno) 459 La produzione di immagini nelle poleis occidentali: la ceramica italiota tra identità artistica e cultura politica (C. Pouzadoux) 475 Il dibattito (E. Lippolis, F. Frisone, A. Pontrandolfo, V. Nizzo, G. Bonivento Pupino, A. De Siena) 489 Dalle città ai territori Città e territorio: popolazione e popolamento (L. Gallo) 499 Città e territorio: popolazione e popolamento (F. De Angelis, discussant) 513 Riflessi della polis magnogreca nel mondo indigeno (M. Torelli) 517 Riflessi della polis magnogreca nel mondo indigeno (P. G. Guzzo, discussant) 531 Il dibattito (A. Mele, M. Lombardo, V. Nizzo, A. Pontrandolfo, L. Gallo, P. G. Guzzo) 537 Conclusioni La polis fra ieri ed oggi (M. Gras) 549 12/12/2016 11:38:45

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Le rassegne archeologiche La Puglia (L. La Rocca) 559 La Calabria (S. Bonomi) 603 Le Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta (A. Campanelli) 649 La cronaca (G. Mazzarino, A. Uricchio, A. Siciliano) 685 Elenco contributi borse di studio anno 2013 691 Lista degli iscritti e dei partecipanti al convegno 693 Indice dei nomi e delle località notevoli 695 Indice 701 12/12/2016 11:38:45