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View in PDF(opens in a new window)ISBN 978-88-98066-34-6
Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia
poleis e
politeiai
nella Magna Grecia
arcaica e classica
taranto 2013
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nella Magna Grecia
arcaica e classica
ATTI DEL CINQUANTATREESIMO CONVEGNO
DI STUDI SULLA MAGNA GRECIA
TARANTO 26 - 29 SETTEMBRE 2013
Istituto per la Storia e l’Archeologia
della Magna Grecia - Taranto
MMXVI
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View in PDF(opens in a new window)Questo volume, che raccoglie gli Atti del LIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, svoltosi a Taranto dal 26 al 29
settembre 2013, è pubblicato dall’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, con il contributo della
Fondazione Taranto e la Magna Grecia e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - DGBID. La
redazione è stata curata da A. Alessio, M. Lombardo, A. Siciliano e dalla MUSEION Soc. Coop.
Tutte le immagini presenti in questo volume sono consultabili, a colori, seguendo il link alla pagina: <www.isamg.it/
pubblicazioniatticonvegno.html>.
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View in PDF(opens in a new window)Qualche osservazione sui legislatori d’Occidente
nella prospettiva pitagorica e storiografica del IV sec. a.C.
Giovanna De Sensi Sestito (discussant)
N
ell’ampia relazione Da Zaleuco ad Archita: legislatori e filosofi tra Magna
Grecia e Sicilia tenuta in questa sede
Alfonso Mele ha messo a frutto la sua lunga consuetudine con testi e temi pitagorici1, da sempre
oggetto di grande interesse e particolarmente
scandagliati negli ultimi decenni 2, per proporre
la rilettura complessiva delle nomothesie magnogreche alla luce di una tradizione dispersa in
testi varii, diversi per epoca, per genere letterario, per finalità espositive, per stato di conservazione.
Nel farlo con la profonda conoscenza maturata in tanti anni di ricerca su temi pitagorici,
Mele ha provato con maestria a dipanare i relativi
filoni di trasmissione risalendo ai diversi contesti
culturali in cui erano germinate e di seguirne le
stratificazioni nelle rielaborazioni successive.
1. La prospettiva pitagorica
Tema centrale e filo conduttore dell’interpretazione proposta è il rapporto tra filosofi e legislatori additato come elemento caratterizzante
delle legislazioni occidentali. Un rapporto che si
sarebbe annodato con Pitagora, indicato come il
primo a fare oggetto di riflessione e di magistero non più solo i problemi della physis, radicati
nella scuola ionica, ma anche temi afferenti ai
campi dell’educazione e della politica, in una visione globale e unificante, o anche solo eclettica,
che gli è appunto ascritta a merito dai suoi,
ma che gli aveva procurato anche l’accusa di
polymathie, di erudizione che non insegna l’intelligenza, da parte del filosofo Eraclito di Efeso3. Quest’ultimo, infatti, si era sdegnosamente
rifiutato, nonostante le pressanti richieste dei
concittadini, di dare un corpo di leggi alla sua città, perché dominata da una cattiva costituzione4.
A riprova della pregnanza di questo nesso la tradizione pitagorica attribuisce i titoli di Physikon,
Paideutikon e Politikon all’opera tripartita in cui
un secolo più tardi sarebbero stati raccolti i suoi
precetti da Liside, uno dei due tarantini scampati all’incendio del sinedrio crotoniate, riparato
prima nell’Acaia peloponnesiaca e poi a Tebe:
sarebbero questi i presunti testi poi divulgati da
Filolao5 e comprati da Platone per cento mine.
Per la tradizione della scuola, Pitagora si collocherebbe all’origine di quel filone di pensiero
presente soprattutto nell’ultimo Platone, il Platone delle Leggi, che coglie la relazione essenziale esistente tra legislazione e assetto politico,
tra eunomia e paideia, relazione esplicitamente
attribuita già a uno degli “ultimi” pitagorici che
avevano preservato in Grecia i modi di vita e gli
insegnamenti originari, il calcidese di Tracia Senofilo: interrogato sul modo migliore di educare
un giovane, avrebbe sentenziato “facendolo diventare cittadino di uno stato ben governato”6.
Questo è il nodo centrale di quanto sosteneva Aristosseno, che rivendicava a Pitagora il
1
Gli studi più antichi sono raccolti in Mele 2007; ad
ulteriori interventi sul tema si è ora aggiunta la sua
monografia su Pitagora: Mele 2013.
2
All’ampia e aggiornata rassegna critica e bibliografica
offerta da Muccioli 2002, si possono aggiungere, e.g., a
riprova del grandissimo interesse del tema, Staab 2002;
Huffman 2005; Huffman 2012; Zhmud 2012; e ancora
Huffman 2014.
3
D.L., IX 1,1.
4
D.L., IX 1,3.
5
Iamb., VP, 199; D.L., VIII 1,15; Huffman 1993, pp. 12
e sgg.
6
Aristox., fr. 18 W = D.L., VIII 1,16; Iamb., VP, 251.
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View in PDF(opens in a new window)Giovanna De Sensi Sestito
merito di essere stato ὀ εὑρετὴς τῆς πολιτικῆς
παιδείας, l’inventore dell’educazione politica
nel suo insieme7, e il primato nell’avere istituito
τὸ νομοθετικόν, la giustizia nomothetica, che
Aristotele nel capitolo finale nell’Etica nicomachea richiama come componente essenziale della politica8.
Sulla testimonianza di Aristosseno Mele
fonda la sua riflessione (come già la Timpanaro Cardini) ricordando che alle sue spalle c’era
il magistero di Archita per il tramite del padre
Spintaro, quello dei pitagorici della diaspora fliasia e di Senofilo di Tracia, tardo allievo di Liside
e suo primo maestro. Lo considera pertanto punto di arrivo diretto di una tradizione pitagorica
di livello cronologico alto, risalente al V secolo
e all’inizio della diaspora e da ciò argomenta la
sua autorevolezza e dà credito a quanto, raccolto
da Aristosseno, si ritrova nelle massime pitagoree e nella variegata letteratura pitagorica da lui
derivata, fino a Porfirio e Giamblico.
Esprime invece minore fiducia verso il coetaneo Dicearco di Messana, di formazione non
pitagorica e co-discepolo alla scuola di Aristotele, considerandolo indebitamente lodato per la
sua attendibilità da Porfirio, e a Dicearco riconduce il filone di tradizione reggino-siracusana
critica nei confronti del pitagorismo crotoniate.
Prende così implicitamente posizione contro tutti coloro che, anche in virtù del giudizio
di Porfirio, mostrano di riporre maggiore fiducia
verso quanto trasmesso da questo filone critico9,
al quale appartengono in qualche misura anche
due importanti esponenti della storiografia occidentale dell’epoca, l’ampiamente riconosciuto
Timeo, ma anche il più sfuggente Lico di Reggio10.
È tuttavia necessario tenere conto in proposito di due elementi di valutazione, costituiti dal
fatto che la tradizione confluita in Aristosseno
si fosse formata attraverso una trasmissione inizialmente orale, dispersa, frammentata, ma non
del tutto segreta11, delle memorie pitagoriche e,
anche quando sommariamente trascritta, tramandata comunque nell’ambito della famiglia di padre in figlio12; e poi che tale tradizione fosse fortemente condizionata da spirito apologetico e da
esaltazione del ruolo del Maestro. In ragione di
ciò, sulla aderenza di queste memorie alla realtà
storica di volta in volta sottesa e alla relativa cronologia sono state avanzate e variamente espresse giustificate riserve nel corso del tempo13.
D’altra parte occorre tenere presente che del
tutto particolare era stato il percorso formativo
del tardo epigono tarantino della scuola italica,
depositario - come detto - delle memorie degli
ultimi esponenti pitagorici, ma anche assiduo
frequentatore di Platone e dell’Accademia, prima di diventarne accanito avversario, e infine
membro attivo del Peripato e aspirante deluso
alla successione ad Aristotele. Nella sua testimonianza, certo preziosa in quanto la più diretta
e antica, come ribadisce Mele, non si possono
negare nè la tendenza a ricondurre al Maestro
antico la radice prima di quella speculazione sui
temi più importanti che animavano il dibattito
filosofico del proprio tempo (da cui anche l’accusa a Platone di plagio per il Timeo)14, nè l’interesse a registrare, anzi a enfatizzare la persistente vitalità di quel pensiero che si sarebbe rivelato
efficace nella storia della grecità occidentale, e
non solo in essa. Sullo sfondo di queste premesse va posto il problema dei legislatori pitagorici
e dell’inclusione come primi tra essi di Zaleuco e
7
Aristox., fr. 43 W; Iamb., VP, 130, 172, 267.
11
8
Arist., EN, 1179 b ss.
12
9
Maddoli 1973; Prontera 1976-77; Musti 1990; Musti
1991; Cordiano 1999; Muccioli 2002.
10
Lyc., FGrHist 570, F 15; da ultimo De Sensi Sestito
2013.
Casertano 2000, p. 199.
Porph., VP, 58. Lo considera prova della “tenacia dei
circoli pitagorici ... che sopravvivono alle molte difficoltà”
Musti 1991, p. 18.
13
Musti 1990; Muccioli 2002.
14
D.L., VIII 7, 85.
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View in PDF(opens in a new window)Caronda ad opera proprio di Aristosseno15.
La proposta interpretativa di Mele si rivela
molto stimolante su un complesso di questioni
controverse e offre diversi spunti per una serie
di considerazioni a margine. Una prima questione, tutt’altro che nuova, è appunto quella della
storicità stessa dei due legislatori. Nel mostrarne
l’evanescenza storica, Mele utilizza come argomentazioni dirimenti l’assenza dei loro nomi
nelle fonti di VI, V e prima metà IV sec., Demostene incluso16, e la tardiva attribuzione ad
essi di leggi e ordinamenti considerati proprî di
alcune città fin dalla loro nascita, quali quelli
locresi, tradizionalmente considerati esemplari
per eunomia e atrekeia 17, e i nomima chalchidika già adottati dai fondatori di Imera18. Come
ben sappiamo il dubbio sulla storicità almeno di
Zaleuco era già antico e non resta che risolverlo
alla maniera di Cicerone: Sed siue fuit siue non
fuit, nihil ad rem: loquimur quod traditum est19.
Questo non è che un aspetto della più generale questione concernente i complessi legislativi più antichi. L’attività legislativa accompagna
la vita della polis greca sin dal suo nascere, nel
suo progressivo affermarsi, anche attraverso la
diaspora coloniale tutto intorno al Mediterraneo,
e si ripropone nel continuo rinnovarsi delle istituzioni per evoluzioni e problemi interni o sotto
la spinta di circostanze esterne. Sui complessi legislativi arcaici la riflessione critica ha prodotto
nel tempo diverse analisi sistematiche e c’è ormai una notevole convergenza su alcuni punti di
fondo. È opinione largamente diffusa che quanto
si trova registrato nelle fonti sui sistemi normativi cretese e lacedemone da una parte (accomunati da un’impronta culturale e strutturale dorica
15
presente anche in quello locrese), e su quello
calcidese dall’altra, presupposto e implementato da quello soloniano, poi assimilato a quello
aeropagitico20, si debbano considerare esito di
una lenta strutturazione consuetudinaria e orale,
che ha preso corpo via via in insiemi coerenti
di norme nel corso dei molteplici e ricorrenti fenomeni coloniali di epoca arcaica e che poi ha
assunto più precisi contorni cronologici e identificativi in una visione storiografica e biografica
retrospettiva solo all’interno di filoni di tradizione che si formano tra V e IV sec. a.C. Ampiamente concorde altresì è il riconoscimento che in
questa costruzione restrospettiva hanno giocato
un ruolo determinante vari fattori convergenti,
dai rivolgimenti politico-costituzionali spesso
drammatici vissuti da molte città nel corso del
V secolo, a cominciare da Atene, alla riflessione
sistematica esercitata sui temi costituzionali dai
Socratici, dall’Accademia e dal Peripato per impulso dei rispettivi capiscuola, oltre che dall’oratoria politica21.
È arduo dunque distinguere quanto in queste
rielaborazioni possa trovare comunque qualche
riscontro storico nella documentazione disponibile da quanto potrebbe essere frutto di tradizioni particolari accreditate solo in determinati
ambienti. Nello specifico dell’attività legislativa
svolta dai pitagorici, per restare aderenti al tema
in discussione in questa sede, è problematico separare il piano storico, trovandone una traccia in
specifici contesti, da quello mitografico e storiografico di gran lunga prevalente nella tradizione
pitagorica. E comunque non tutti i riferimenti
in essa presenti alle legislazioni pitagoriche mi
sembrano riconducibili solo ad un orizzonte di V
sec. a. C., come mostrerà qualcuna delle considerazioni che seguono.
Aristox., fr. 43 W; D.L., VIII 1,16.
16
D., in Timocr., 139. Per Musti 1977, p. 72, lo si potrebbe
anche considerare un riferimento implicito. L’unico vero
silenzio è quello di Platone, ed è solo su Zaleuco, mentre
parla di Caronda come nomotheta in Italia e Sicilia,
equiparandolo a Solone: Pl., R., X 599 d-e.
17
A partire da P., O., X 13-15.
18
Th., VI 5,1.
19
Cic., de leg., II 14,15-7.
20
Camassa 2013.
21
E. g., Giangiulio 1991; Hölkeskamp 1999, pp.
28 e sgg..; Davies 2013, che aggiunge anche il teatro
attico ai fattori che contribuiscono alla riflessione sulle
trasformazioni politiche e culturali all’interno dello spazio
greco e al bisogno di una formalizzazione delle memorie
attraverso diversi generi di scrittura.
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Per quanto Diogene Laerzio riassuma nell’espressione diede leggi agli Italioti l’attività nomothetica di Pitagora a Crotone22, bisogna tener
conto del fatto che in nessun testo viene attribuita al Maestro una specifica attività legislativa,
ma solo paideutica e parenetica: quelle che sono
ascritte al suo magistero talora come veri e propri
oracoli sono akusmata, massime, norme morali,
che Aristosseno si premurò di raccogliere sotto il
titolo di Pythagorikai apophaseis, ma non specifici nomoi, norme di diritto positivo applicabili
nei tribunali. Anzi proprio a Pitagora e ai Pitagorici si attribuisce la convinzione che fosse giusto
restare fedeli alle proprie leggi, anche se un po’
meno buone di quelle altrui, per non indebolire
il rispetto dovuto alla legge già stabilita e scritta
nelle coscienze e non rendere facile l’introduzione di innovazioni23. La valutazione e la comparazione delle varie leggi esistenti sostanziava
l’attività “didattica”, formativa, riconosciuta al
Maestro soprattutto nei confronti dei suoi discepoli politikoi tra i quali la tradizione registra
l’ulteriore distinzione in nomothetai e archikoi24.
Tutto ciò consente a mio avviso di intendere
il senso del discepolato pitagorico di Zaleuco e
Caronda all’interno di questo filone di tradizione. È indubbio che l’ambiente in cui le legislazioni ad essi attribuite, e comunque già in uso
nel mondo ionico-calcidese o in quello dorico e
acheo, furono oggetto di prima riflessione eticopolitica fu proprio la scuola di Pitagora a Crotone. Nel suo magistero, nella sua valutazione delle norme migliori per ciascun aspetto della vita
sociale, questi complessi legislativi sarebbero
stati ripensati e per così dire idealmente riplasmati. Nella concreta azione nomothetica svolta
in alcune città in tempi successivi, i suoi discepoli avevano utilizzato, adattandole alle singole
comunità e armonizzandole il più possibile con
quelle già in uso, non le norme originarie locresi
o calcidesi, ma la riformulazione di quelle norme
alla luce del magistero di Pitagora. Dall’apprendistato alla conoscenza e alla comparazione delle leggi esistenti e in particolare dei complessi
legislativi d’Occidente nella scuola di Pitagora
a Crotone derivava ai Pitagorici la capacità di
dimostrarsi buoni nomotheti essi stessi, quando
chiamati dalle vicende politiche delle loro patrie
a fornire un competente apporto legislativo.
Come estrema semplificazione di questo
processo le leggi di Zaleuco e di Caronda sono
potute diventare in Aristosseno espressione diretta del pensiero normativo del maestro.
2. Diffusione e cronologia delle nomothesie
pitagoriche in Magna Grecia e Sicilia
Qualche ulteriore riflessione mi sembra opportuna anche sul raggio d’azione, sull’area di
diffusione attribuita alle legislazioni pitagoriche,
che trova in Aristosseno, in Porfirio e in Giamblico una precisa determinazione geografica nel
riferimento ai soggiorni di Pitagora in varie città d’Italia e di Sicilia (ἐπιδημήσας ᾽Ιταλίᾳ καὶ
Σικελίᾳ) 25. In esse il Maestro avrebbe svolto di
persona la sua attività parenetica di esortazione
alla conoscenza e all’osservanza delle leggi e per
merito della sua azione ci sarebbe stata la liberazione delle città di Italia e Sicilia dalla stasis,
dalla tirannide e dall’asservimento reciproco,
l’eliminazione delle discordie nei rapporti fra
tutte le città dell’una e dell’altra regione e anche
all’interno di esse.
Le città espressamente citate sono Crotone, Sibari, Catania, Reggio, Imera, Agrigento,
Tauromenio e alcune altre non specificate. Oltre che da Aristosseno e da Nicomaco, chiamato in causa da Porfirio per questa tradizione, si
22
D.L., VIII 1,3: ...ἀπῆρεν εἰς Κρότωνα τῆς Ἰταλίας· κἀκεῖ
νόμους θεὶς τοῖς Ἰταλιώταις ἐδοξάσθη σὺν τοῖς μαθηταῖς...
23
Arist., Pol., 1268b 25-1269a 28; Aristox., fr. 34 W;
Iamb. VP, 176 e n. relativa in Giangiulio 1991, p. 335. Sul
tema cfr. Camassa 1976-77.
24
Iamb. VP, 129.
25
Aristox., frr. 17 e 43 W; Porph., VP, 21; Iamb., VP, 3334.
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View in PDF(opens in a new window)evince per essa anche la dipendenza da Timeo26,
per la menzione di Tauromenio, sua città natale, segnalata da Porfirio anche altrove, assieme
a Metaponto per una esperienza di bilocazione
vissuta da Pitagora per partecipare nello stesso
giorno alla riunione dei suoi adepti nelle due città tanto lontane fra loro27. Giamblico ribadisce
il concetto laddove più specificamente si sofferma sull’attività dei suoi discepoli, che sarebbero
stati perciò i migliori legislatori, e ne fa pure
i nomi: “Caronda di Catania, che gode fama di
essere stato uno dei migliori legislatori, fu pitagorico; e pitagorici furono anche Zaleuco e Timare di Locri, divenuti famosi per le loro attività
legislative. Inoltre si dice che fossero pitagorici
gli autori della costituzione di Reggio – quella detta “ginnasiarchica” - e quella che prende il nome da Teocle: Phitio, Teocle, Elicaone,
Aristocrate”28. L’elenco dei migliori legislatori
con qualche variante ricorre ancora oltre, dove
Giamblico menziona “Caronda di Catania, Zaleuco e Timarato che hanno redatto le leggi per
i Locresi, e poi ancora Teeteto, Elicaone, Aristocrate e Phitio legislatori di Reggio, e a tutti costoro i concittadini avrebbero tributato onori pari
agli déi”29. Per quanto per la maggior parte di
questi pitagorici persino l’identità resti incerta,
è chiaro che i loro nomi dovevano aver lasciato
una traccia nelle memorie interne alla setta. Doveva trattarsi di personaggi che avevano operato
in determinati contesti storici, e solo in qualche
caso è possibile riconoscerli per il concorso di
altre fonti.
In verità il merito della liberazione dalle tirannidi ascritto allo stesso Pitagora può essere riferito alla sola Sibari (Telys); in tutti gli altri casi
risulta proiettato sul Maestro quanto può essere
ascritto, per ovvie ragioni cronologiche, e solo
parzialmente, ai suoi discepoli. Non in tutti i casi
26
Ad es. Giangiulio 1991, p. 153.
27
Porph., VP, 27.
28
Iamb., VP, 129-130; la traduzione utilizzata è quella di
Giangiulio 1991.
29
Iamb., VP, 172.
l’orizzonte cronologico si restringe alla prima
metà del V sec. fino alla caduta delle tirannidi
in Sicilia e nell’area dello Stretto: la tirannide di
Clinia a Crotone, l’unica documentata per questa
epoca, fu comunque successiva alla prima rivolta antipitagorica e al trasferimento del Maestro a
Metaponto. La caduta di Emmenidi, Dinomenidi
e Anassilaidi, non ascrivibile certo a merito dei
pitagorici, può giustificare la menzione di Imera,
Catania, Agrigento per l’adozione di nuove legislazioni, ma già per Reggio e per Tauromenio
il discorso è più complesso.
I momenti di cesura nella vita delle comunità
in cui si rendeva di solito necessaria una nuova
legislazione erano diversi: una stasis, da superare con l’unico consenso possibile nella varietà
delle posizioni contrapposte, accettando e giurando una legge comune; oppure la caduta di un
regime tirannico, che richiedeva un riassetto costituzionale e patrimoniale; o nel caso, non raro,
di rifondazione di una città.
Le discordie civili insorte ad Agrigento dopo
la caduta della tirannide offrirono occasione
all’attività legislativa di Empedocle. Per quanto
la tradizione fosse incerta se considerarlo allievo diretto di Pitagora o del figlio Telauge30, un
qualche radicamento più o meno profondo di
Empedocle nel pensiero pitagorico emerge dai
frammenti a lui relativi raccolti da Diogene Laerzio31. Ebbene, nel contesto di crisi politica e di
lotte fra vecchia aristocrazia cittadina e demos
alla caduta della tirannide di Trasideo nel 471
a.C. Empedocle sembra aver assunto, per l’enorme autorità di cui godeva, il compito di difesa di
un equilibrio isonomico. Neante di Cizico, autore non pitagorico di fine III - inizio II sec. di
30
Allievo di Pitagora lo consideravano Alcidamas e
Timeo (FGrHist 566 F 14); altri del figlio Telauge: D.L.,
VIII 1, 43 e 54-56. Per i tratti storici che restituiscono ad
Empedocle i frammenti timaici cfr. Vattuone 1991, pp.
113 e sgg..; Vattuone 2002, pp. 208 e sgg., e ora Baron
2013, pp. 164-168.
31
D.L., VIII 2. A fronte del cauto scetticismo di Casertano
2000 sulla matrice pitagorica del pensiero di Empedocle,
c’è la riaffermazione convinta di Mele 2007a., alla luce
di un riesame complessivo anche della sua vicenda storica.
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View in PDF(opens in a new window)Giovanna De Sensi Sestito
un’opera sui Pitagorici32, gli attribuisce il merito
di aver convinto gli Agrigentini a desistere dalle
guerre civili e a perseguire l’uguaglianza politica
(isotes politike), lasciando intendere che avrebbe
recuperato una temporanea concordia civile
attraverso l’ideologia della isotes. Timeo33 gli
attribuisce il tentativo di introdurre un più ampio equilibrio sociale, sostituendo il consesso
dei Mille di durata triennale con un’assemblea
aperta a tutte le classi; ma questo provvedimento
lo avrebbe esposto all’ostilità degli aristocratici
e constretto all’esilio, senza risparmiare alla sua
patria altre staseis34.
Anche Imera, Catane e Naxos recuperarono
la loro autonomia dopo la caduta di Emmenidi e
Dinomenidi e dovettero ripristinare i loro sistemi legislativi, ma la tradizione storica non offre
dati specifici al riguardo. Lo fece anche, e a più
riprese, Siracusa, città per la quale risulta meglio
documentata l’attività legislativa post-tirannica,
ma al suo celebrato legislatore Diocle, autore di
una costituzione di carattere democratico, non
era attribuibile una formazione pitagorica.
A fronte del riferimento generico alle suddette città siciliane, ben diverso appare il caso
di Reggio. La città doveva aver precocemente
adottato i nomoi attribuiti a Caronda, e forse anche il connesso assetto costituzionale timocratico35 e una tradizione di matrice reggina raccolta
da Claudio Eliano faceva arrivare Caronda nella
città dello Stretto esule da Catania36. Reggio a
sua volta aveva poi fornito un proprio legislatore, Androdamas, ai Calcidesi allorché fondarono
colonie in Tracia, dunque già nel VII sec.37.
Giamblico, come s’è visto, attribuisce a Reggio ancora due fasi legislative distinte e conserva
32
Neanth., FGrH 84, F 28; D.L., VIII 2,72-73.
33
Tim., FGrHist 566 FF 2, 14 e 134.
34
D.L., VIII 2, 67.
35
una tale serie di nomi dei legislatori pitagorici
reggini, da rendere opportuna una breve riflessione sulla tormentata vita della città fra V e IV
sec. a.C. Va osservato preliminarmente che tante
dettagliate informazioni sui diversi interventi legislativi e su quanti ne erano stati artefici chiamano in causa lo storico reggino Lico, che si è
dimostrato per diversi altri aspetti fonte diretta
di peculiarità reggine e del mondo occidentale
per Aristotele e Teofrasto, come per Eliano, e
anch’egli, come il contemporaneo Dicearco, si
era interessato al pitagorismo con atteggiamento
critico38.
Certo anche Reggio alla caduta degli Anassilaidi (461) dovette ripensare il suo patrimonio
legislativo, e potrebbe aver ripristinato in quella
fase ordinamenti di origine calcidese (carondiana) con gli opportuni adattamenti. Ma è difficile
dire se fosse questa la legislazione detta di Teocle (o Teeteto), di cui parla Giamblico, facendo
riferimento a questo personaggio come se fosse
un eponimo o presiedesse il collegio di cittadini
incaricato della rielaborazione delle leggi39.
Nella tradizione pitagorica Reggio figura
come luogo di raccolta e di permanenza per qualche tempo dei pitagorici scampati alla grande catastrofe prima della diaspora fuori d’Italia40. Rifugio a Reggio e successiva diaspora, nella pur
vischiosa cronologia della tradizione pitagorica,
sembrerebbero comunque da ricomprendere e
distribuire anche in più fasi, fra la metà del V
sec. e la conquista dionisiana della città nel 386
a.C. Tucidide conserva memoria di una lunga
stasis in atto a Reggio al tempo della cosiddetta
prima spedizione ateniese in Sicilia41, che aveva
fatto cercare asilo a Locri ad un gruppo influente
di esuli reggini (tra i quali ci saranno stati anche
dei pitagorici), i quali potrebbero essere rientrati
38
Heraclid. Lemb., Pol., fr. 55 Dilts = Heraclid. Pont.,
fr. 25, 4.
39
36
40
Ael., VH, III 17.
37
Arist., Pol., 1274b 23-26; Hölkeskamp 1999, pp. 77 e
sgg.
Lyc., FGrH 570, F 15; De Sensi Sestito 2013.
Per le nomothesie reggine: Hölkeskamp 1999, pp. 234
e sgg.
Aristox., fr. 19 W = D.L., VIII 46; Iamb., VP, 251;
Prontera 1976-77.
41
Th., III 86; 88; IV 24-25.
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View in PDF(opens in a new window)in patria solo dopo la pace di Feace (422 a.C.).
Nella vaghezza di dati cronologici che caratterizza la maggior parte degli accadimenti italioti di V secolo, se si escludono le vicende sibaritethurine riportate da Diodoro e i rari riferimenti
tucididei nel contesto della guerra del Peloponneso, di questa stasis reggina sembra opportuno
tenere conto nel considerare i possibili contesti
in cui gruppi pitagorici potrebbero aver svolto in
Reggio, al fianco della componente aristocratica,
un ruolo dirompente nella vita interna prima di
trovare solidarietà e appoggio in Locri o in parte
orientarsi verso la diaspora in Grecia.
Una presenza di pitagorici a Reggio è in
qualche forma rilevabile ancora a cavallo tra V
e IV sec., al tempo della tirannide di Dionisio I
a Siracusa, quando la città offre appoggio incondizionato ed accoglienza ai fuorusciti oligarchici
siracusani e oppone una fiera opposizione a tutte
le iniziative del tiranno per acquisire in qualsiasi modo il controllo della città dello Stretto: c’è
piena sintonia tra lo sprezzante rifiuto di Reggio
alla proposta di epigamia con la dichiarazione di
non voler dare in sposa al tiranno nemmeno la
figlia del boia42 e la risposta del pitagorico locrese Aristide amico di Platone di preferire vedere
la figlia morta piuttosto che sposa del tiranno43:
in forma rovesciata questi aneddoti ripropongono l’avversione crotoniate, tutta pitagorica, per
le osteggiate nozze di Filippo di Butacide con la
figlia di Telys, che erano costate l’esilio al bellissimo olympionika finito al seguito di Dorieo44.
Di tipo pitagorico è anche la caratterizzazione timaica dello stratego reggino Phyton: egli
non solo spinge la città a sostenere nel 387/6 il
lunghissimo assedio del tiranno con incrollabile
determinazione, ma mostra anche un coraggio
incurante della morte per sé e per la sua famiglia;
al tiranno che per piegarne la resistenza gli aveva
comunicato di aver già ucciso suo figlio avrebbe
gridato in faccia che il figlio era diventato beato
un giorno prima di lui, dichiarazione che presuppone convinzioni e modelli di comportamento
tipicamente pitagorici45.
Il tempo dell’assedio e della distruzione di
Reggio da parte di Dionisio il Vecchio rappresenta l’ultima l’epoca possibile per l’espatrio
degli ultimi pitagorici reggini dall’Italia. Uno di
essi poteva essere quel Senofilo calcidese di Tracia, che fu maestro di Aristosseno46. Poco più di
un ventennio dopo, morto Dionisio I, il ritorno
del filo-italiota Filisto e il richiamo di Platone
concorrono a orientare il successore Dionisio il
Giovane verso un diverso atteggiamento nei confronti delle città magnogreche. In questo nuovo
clima trovano posto, tra l’altro, la rifondazione
di Reggio come Phoebia47, l’intesa con Archita,
il principale esponente del pitagorismo tarantino
e una qualche apertura verso i pitagorici locresi,
per rispetto e su intervento di Platone; ne è prova, del resto, l’episodio di Damone e Finzia raccontato ad Aristosseno dal tiranno stesso ormai
esule a Corinto48.
Questa fase di rifondazione di Reggio col
rientro della componente calcidese sopravvissuta ma soprattutto con l’inserimento di cittadini di provenienza isolana e di origine dorica
che traspare dall’onomastica siracusana, geloa
e imerese49 potrebbe rappresentare a mio avviso l’epoca della costituzione “ginnasiarchica” e
giustificare quella coloritura dorica delle legislazioni pitagoriche in ambito calcidese, che Mele
45
Sullo stratego reggino Phyton: D.S., XIV 108, 4-5; 111;
per la caratterizzazione pitagorica del personaggio: De Sensi
Sestito 1997, pp. 183; 185 e n. 69 per la versione diversa
del coraggioso comportamento di Phyton conservata da
Filostrato nella Vita di Apollonio di Tiana (VII 2; I, 35). Da
segnalare la vicinanza del nome dello stratego con Phytios,
uno dei legislatori pitagorici reggini in Iamb., VP, 130 e 172,
a proposito del quale giustamente Vallet 1958, p. 287,
ricorda che questo era anche il nome del padre di Ibico.
46
42
Aristox., fr. 43 W: Mele 1981, pp. 285 e sg.
D.S., XIV 107, 3; Str., VI 1,6 C 258; per l’origine
timaica cfr. De Sensi Sestito 1997, pp. 176 e sgg.
47
43
Plu., Tim., 6.
48
Porph., VP, 60-61; Muccioli 1999, pp. 436 e sgg.
Hdt., V 47,1.
49
D’Amore 2011.
44
Str., VI 1,6 C 258; sulla vicenda cfr. da ultimo De Sensi
Sestito 2013, pp. 88 e sg., con la bibliografia ivi citata.
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ha illustrato in questa sede. La denominazione
come “ginnasiarchica” della nomothesia pitagorica reggina si presta bene ad essere messa in
una qualche relazione con i metodi educativi di
paides e neaniskoi nel mondo spartano e con la
pratica giornaliera dei ginnasi raccomandata da
Pitagora, alla quale Mele riconduce la predominanza normativa di tipo dorico-spartano che si
sarebbe radicata a Crotone già per l’azione parenetica del filosofo verso le varie componenti
sociali e diffusa nelle altre città di origine achea
e persino nelle città calcidesi attraverso l’attività
dei legislatori pitagorici. Richiama, però, come
Mele riconosce, in maniera diretta e stringente
il pensiero espresso da Platone in varie opere,
dal Gorgia alla Repubblica, ma soprattutto nelle
Leggi, laddove attribuisce importanza estrema
al magistrato addetto all’educazione maschile e
femminile e considera questa la magistratura di
gran lunga più rilevante fra le supreme cariche
dello stato50. Non mi pare perciò cogente individuare in questo orientamento paideutico di
stampo dorico ed eracleo un tratto risalente al filosofo e al suo periodo crotoniate. La pregnanza
del modello spartano predomina nei dialoghi di
Platone, e non solo in essi, ma è anche l’ovvio
modello di riferimento del pitagorismo tarantino, sicchè ha probabilmente visto giusto chi ha
ricondotto tale vicinanza all’interpretazione in
senso pitagorico dell’insegnamento di Platone
(con connessa accusa di plagio), osteggiata dalla
stessa Accademia51.
Due diverse attestazioni, d’altra parte, sembrano orientare verso la collocazione in questa
fase di metà IV sec. della legislazione “ginnasiarchica”. Teofrasto attesta che al suo tempo
c’era un ginnasio nel giardino che Dionisio aveva fatto costruire nella Reggio distrutta impiantandovi, per la prima volta in Italia, dei platani;
e Plinio aggiunge la notizia della trasformazione
in palestra della casa circondata di platani co-
50
51
struita per sé a Reggio dal tiranno52: è plausibile
che nella sontuosa dimora, trasformata in ginnasio, avesse trovato sede il collegio magistratuale
che reggeva la città rifondata e gli avesse dato - o
ne avesse preso - il nome.
L’eponimia legata ad un collegio di ginnasiarchi è del resto attestata ancora in documenti
epigrafici reggini del II e del I sec. a.C.53. Quella
“ginnasiarchica” era dunque l’ultima riforma costituzionale di Reggio di cui Lico, Aristosseno e
Timeo potessero aver conoscenza.
Una breve riflessione va dedicata anche a
Tauromenio, che figura nell’elenco delle città
riappacificate al loro interno dall’azione dei legislatori pitagorici e si ritiene di solito che vi figuri
al posto di Naxos per il campanilismo di Timeo.
Se la sovrapposizione è indubbia, va però
notato che il riferimento alla nomothesia poteva
riguardare anche Tauromenio e non solo Naxos.
Quest’ultima era stata rioccupata dai Nassii
nel 461, alla caduta delle tirannidi54 e avrà allora, certo, ripristinato le proprie leggi. Ma nel
403/2 fu conquistata a tradimento e distrutta da
Dionisio I che ne donò il territorio ai Siculi; nel
396/5 sul colle Tauro sopra la città distrutta si
stanziarono i Siculi alleati di Imilcone e la città
prese il nome di Tauromenio; nel 392/1 Dionisio
I ne espulse i Siculi e vi impiantò una colonia
militare55. Infine nel 358, stando all’indicazione diodorea, ma forse già qualche anno prima
Andromaco, padre di Timeo, a capo dei Nassii
superstiti, col presumibile beneplacito di Dionisio II, potè fondare la Tauromenio greca in continuità con l’antica Nasso56. Tauromenio diventò
solo allora una polis a tutti gli effetti e si dotò di
un assetto statale e di un complesso legislativo
che probabilmente recuperavano i nomima chal-
52
Thphr., HP, 4,6-7; Plin., nat., XII 6-7; che entrambi
riprendessero la notizia da Lico ho sostenuto in De Sensi
Sestito 2013, p. 86.
53
Cordiano 1997, pp. 65-69.
54
D.S., XI 76,3.
Pl., Lg., 764c-766c.
55
D.S., XIV 15, 2; XIV 59,1-2; XIV 96,4.
Burkert 1972.
56
D.S., XVI 7,1; cfr. Consolo Langher 1996; Arena 2008.
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View in PDF(opens in a new window)chidika, ma rimodellandoli secondo gli orientamenti politico-istituzionali del tempo, non diversamente da quanto era stato fatto nel medesimo
torno di anni nella riedificata Reggio dionisiana,
con istituzioni di coloritura dorica.
Il profilo di Andromaco che certamente Plutarco ha tratto da Timeo è quello di un governante illuminato, che incarna principi e adotta comportementi che possiamo definire di tipo pitagorico: “divenuto il più potente, e di molto, fra tutti
i signori che dominavano a quei tempi la Sicilia,
guidò i cittadini secondo le leggi e la giustizia,
dimostrando apertamente i suoi sentimenti di
avversione e inimicizia verso i tiranni”57. Siamo
qui in presenza del tentativo timaico di allontanare dal padre la qualifica di tiranno ricorente in
altre fonti, attribuendogli una netta connotazione
antitiranica ancor prima che accogliesse Timoleonte, antitirannico per storia personale e liberatore della Sicilia dai tiranni nella sua agiografica
rappresentazione. Del resto in maniera analoga,
dopo l’insinuazione di Teopompo che il vero
scopo segreto dell’eccellente Pitagora era la tirannide58, la tradizione pitagorica aveva dovuto
enfatizzare l’irriducibile opposizione alla tirannide del Maestro e dei suoi seguaci. In realtà nel
corso del IV sec. persino tra i pitagorici si era
diffuso un atteggiamento meno critico e non pregiudizialmente ostile alla tirannide: basti pensare
ai rapporti di solidarietà e di alleanza di Archita
di Taranto con Dionisio II, e poi dello stesso Aristosseno. Del resto nessuna remora aveva avuto
Sparta a sostenere i Dionisii (e farsene sostenere
al momento opportuno) e nella cerchia dei pen-
57
Plu., Tim., 10, 7; cfr. Vattuone 1991, pp. 88 e sgg.:
L’incongruenza del riferimento all’attività di legislatori
pitagorici a Tauromenio fa escludere a Baron 2013, pp.
143 e sg., che si debba per esso chiamare in causa Timeo,
ma l’A. non può non ammettere la sua influenza sul ritratto
del padre Andromaco presente in Diodoro e soprattutto in
Plutarco: cfr. pp. 197, 258 e n. 11.
58
Theopomp. Hist., FGrHist 115 F 73 citato in Posidon.,
FGrHist 87 F 36 = Ath., V 213 f ; per altre fonti sul
problema e la sottolineatura della sua importanza per la
ricostruzione apologetica della vita di Pitagora fatta da
Aristosseno cfr. Burkert 1972, pp. 118 e sgg.
satori politici, oratori e filosofi, di fronte alla crisi della polis tradizionale, si guardava al potere
accentrato nelle mani di pochi o anche di uno
solo come l’unica soluzione capace di assicurare
un buon governo e buone leggi. La pagina delle
Leggi in cui Platone vagheggia il governo di un
giovane tiranno, dotato di intelligenza, magnanimità e temperanza, che ha la forza per fare adottare i migliori ordinamenti59 rappresenta bene
e riassume idee in proposito largamente condivise in ambito retorico e filosofico e giustifica,
ad esempio, il ritratto generalmente positivo di
Demetrio Falereo come amministratore e come
legislatore rimasto nelle fonti per la sua decennale esperienza tirannica ad Atene dal 317 al 307
a.C.60. Ma giustifica anche la posizione di aspra
polemica assunta da Timeo al riguardo.
3. La prospettiva storiografica
In riferimento ai legislatori grande risulta
la distanza tra Aristosseno ed Eforo. Quest’ultimo, erede di tradizioni isocratee e platoniche ed
espressione dell’orizzonte culturale che abbracciava i quattro decenni centrali del IV sec.61 aveva trattato ampiamente delle legislazioni in una
prospettiva di storia universale, risalendo sino ai
primordi degli assetti normativi e allargando l’orizzonte fino ad includervi le popolazioni anelleniche e le loro peculiarità in materia di nomima
ed ethima, libero dal condizionamento del pensiero pitagorico, anche se incline a valorizzarlo,
laddove ne trovasse specifica attestazione, come
ad esempio per la paideia di Epaminonda, formatosi alla scuola del pitagorico Liside62.
Non per caso Eforo risulta il primo ad affermare la storicità di Zaleuco e il suo primato
59
Pl., Lg., 709 e-712b.
60
Cfr., ad es. Ael., VH, VII 17 , dove il Falereo è annoverato
tra i filosofi che hanno giovato alle loro patrie.
61
Davies 2013.
62
D.L., VIII 1, 7.
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nella codificazione per iscritto63: egli aveva anche ribadito, contestando Ellanico64, l’attribuzione della Grande Retra a Licurgo, ponendolo
sulla linea di trasmissione dell’antica sapienza
legislativa da Creta a Sparta in una posizione di
imitazione e di perfezionamento65. Sulla stessa
linea interpretativa si colloca anche il suo riferimento a Zaleuco, che avrebbe stabilito le leggi
locresi traendole dalle norme cretesi, lacedemoni e
areopagitiche, facendolo dunque a sua volta imitatore di Licurgo. Secondo l’analisi nel complesso convincente dell’opera dello storico cumano
condotta da Giovanni Parmeggiani, l’eunomia
assume in Eforo il valore di principio di interpretazione della parabola storica delle comunità,
ne fonda la compattezza sociale, la stabilità politica, ma non basta a sostenere la capacità egemonica se non affiancata dalla paideia (come nel
caso dei Beoti e la loro crisi dopo il buon governo di Epaminonda66). Già in Eforo, e su un piano
più propriamente storiografico, si riflette dunque
quel dibattito politico e filosofico nell’Atene del
IV sec. a.C. sulle legislazioni eunomiche in generale, che aveva attirato l’attenzione sui legislatori della Magna Grecia. Da storico universale,
Eforo doveva aver prestato grande cura alla cronologia e da lui Eusebio può aver tratto il calcolo
della datazione di Zaleuco al 663-61 a.C., una
generazione prima di Draconte67 come aveva re63
Ephor., FGrHist 70 F 139 = Str., VI 1,1, C 252.
64
Hellanic., FGrHist 4 F 116.
65
Ephor., FGrHist 70 F 149; cfr. Parmeggiani 2011, pp.
240 e sgg..; Camassa 2013. Analogamente l’anteriorità
della legge sui sissizi introdotta da Italo re degli Enotri
rispetto all’istituzione di Creta e di Sparta attestata in
Aristotele (Pol., VII 10 1329b) si ritiene in genere che possa
risalire ad Eforo ed essere frutto della sua comparazione
delle legislazioni esistenti presso i vari popoli. Pur con
qualche esitazione per questioni di incerta cronologia
della circolazione dei libri di Eforo man mano che erano
scritti (ad es. Davies 2013), si ritiene che Aristotele avesse
potuto utilizzare almeno quelli più antichi, relativi alle fasi
coloniali e alle legislazioni. Sul problema dell’uso di Eforo
da parte di Aristotele cfr. ora Moggi 2014.
66
Ephor., FGrHist 70 F 119; cfr. Parmeggiani 2011, pp.
235-252.
67
Lo notava già Vallet 1958, pp. 313 e sgg..; cfr. anche
gistrato con cura l’anteriorità delle società eunomiche arcaiche rispetto a interventi legislativi di
epoca più recente, qual è il caso della originaria
eunomia delle città focee e di Elea in particolare
rispetto alla nomothesia dei pitagorici Parmenide e Zenone68, ampiamente illustrata da Mele in
questa sede.
La collocazione alta del primato nella legislazione scritta di Zaleuco asserita da Eforo è
questione importante sul piano storiografico. A
margine delle considerazioni proposte da Mele,
aggiungo qualche altra riflessione.
I riferimenti all’eunomia locrese, impliciti
in Pindaro ed espliciti di Platone69, l’elogio di
Demostene della immutabilità delle leggi locresi70 e i richiami ricorrenti di Isocrate alle qualità proprie delle buone leggi (semplicità, fissità
della pena ecc.)71 trovano in Eforo una saldatura
nella figura del legislatore Zaleuco cui lo storico attribuisce la stesura per iscritto di norme sapientemente trascelte fra quelle cretesi, spartane
e areopagitiche; ne apprezza la semplicità e ne
segnala la maggiore funzionalità a conservare
la saldezza sociale, rispetto alla più minuziosa
riformulazione di esse fatta nella legislazione di
Thurii, diventata a torto molto più famosa72.
Tra i tanti ammiratori in Grecia dell’eunomia
spartana di cui il buon governo del tarantino Archita sembrava riproporre in Occidente un modello rinnovato, non poteva non trovare ampia
ricezione una tradizione locrese che proiettasse
un legame stabile e strutturale con Sparta così
indietro nel tempo. È probabile che Eforo conoscesse appunto una tradizione locrese che faceva
il nome del legislatore e rivendicava l’antichità
e la superiorità delle sue leggi73. Ma allo stori-
Camassa 1987, pp. 617 e sgg.
68
Str., VI 1,1, C 252.
69
P., O., X 13-15; Pl., Lg., I 638b; Tim., 20a.
70
D., in Timocr., 139.
71
Isoc., Paneg. 98; Nicocl. 17-18; Aeropag. 16-46.
72
Ephor., FGrHist 70 F 139.
73
Dalla medesima tradizione poteva aver tratto l’indicazione
della Locride Opunzia come patria di provenienza degli
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View in PDF(opens in a new window)co è da attribuire tanto l’inquadramento del legislatore in un contesto cronologico plausibile,
quale risulta dalla datazione attribuitagli da Eusebio (664-61 a.C.), quanto l’individuazione dei
pregi maggiori in riferimento al vivace dibattito
ateniese dell’epoca sul tema delle nomothesie.
Anche l’inclusione di un corpus di norme aeropagitiche tra i modelli ai quali si sarebbe ispirato
Zaleuco a ragione è considerata una invenzione
di Eforo, riflesso delle teorizzazioni isocratee e
delle rilevanti funzioni riattribuite all’Areopago
nel IV secolo74.
Forse conosciamo in parte la tradizione locrese circolante ad Atene intorno alla metà del
IV secolo attraverso Aristotele, che la riporta per
contestarla sul piano dell’incompatibilità cronologica per la presunta catena di discepolato da
Onomacrito/Senocrito locrese a Talete, a Zaleuco e Licurgo discepoli entrambi di Talete, a Caronda allievo di Zaleuco75. Il fatto che in cima
alla lista riportata da Aristotele fosse posto proprio il locrese Senocrito/Onomacrito collegato
alle gymnopedie a Sparta è generalmente considerato spia della rivendicazione di una stretta
affinità politica e istituzionale con la città lacedemone non solo culturale di tipo legislativopaideutico, bensì iscritta nella storia locrese fin
dalla fondazione, a partire da alcuni elementi
apoikoi di Locri Epizefiri (FGrHist 70 F 138), riferita e
contestata da Strabone sulla base della sua fonte alternativa
(Timeo) che la indicava nella Locride Ozolia (Strab. VI
1,7 C 259). Ampia discussione di queste tradizioni in Musti
1977, pp. 37-65. Potrebbe essere stata già questa tradizione
locrese a rivendicare il primato di Zaleuco nella scrittura
delle leggi registrata in Eforo, cui era comunque congeniale
segnalare il protos euretes. Una tradizione locrese in tal
senso potrebbe aver trovato un primo accreditamento alla
corte di Dionisio il Vecchio, anche in funzione delle sue
relazioni preferenziali con Locri e con Sparta. La categoricità
con cui Timeo la contrastò, negando addirittura l’esistenza di
Zaleuco, potrebbe essere riflesso di rifiuto polemico di una
tradizione veicolata ad esempio, dal suo bersaglio preferito,
i Sikelikà di Filisto, ampiamente utilizzati da Eforo per la
storia dell’Occidente e troppo apprezzati per i suoi gusti alla
corte macedone e negli ambienti culturali greci.
74
strutturali ormai anche ben documentati, quali
le partizioni ternarie del corpo civico76 o l’uso
del dialetto dorico severior. D’altra parte una vicenda coloniale locrese parallela e modellata su
quella tarantina è quella attribuita ad Aristotele,
con la nobiltà locrese circoscritta ai discendenti
dalle donne delle “cento case”, e violentemente
contestata da Timeo ma difesa da Polibio sulla
base della sua corrispondenza - a detta dei Locresi del suo tempo - a quanto tramandato dagli
avi77. Tradizione di antica e stretta solidarietà
confermata, del resto, da quel poco che si sa della storia successiva, dal soccorso spartano nella battaglia della Sagra attraverso i Dioskouri,
dall’alleanza fedele assicurata da Locri a Sparta
durante tutta la Guerra del Peloponneso e ancora
per tutta la prima metà del IV secolo a.C., durante e dopo l’egemonia spartana in Grecia, sia pure
per il tramite privilegiato di Siracusa e dei due
Dionisii. Era questa la tradizione che circolava
tra i peripatetici: ne aveva fatto uso anche Teofrasto, accomunato al maestro nell’invettiva di
Timeo a proposito di Locri, e chiamato in causa
per la sua autorevolezza da Cicerone - accanto
ai suoi clientes locresi - per contestare il criticismo di Timeo a proposito di Zaleuco78. La rivendicazione locrese dell’anteriorità delle proprie
buone leggi rispetto a Pitagora era nota anche ad
un altro peripatetico, Dicearco da Messana, che
ne ha lasciato traccia nel riferimento al rispettoso ma fermo rifiuto dei Locresi di accogliere
Pitagora dopo il suo allontanamento da Crotone,
motivato proprio dalla volontà di conservare le
proprie buone leggi79.
Rigettando la storicità di Zaleuco Timeo
aveva demolito tutto ciò che era stato costruito
76
Tim., FGrHist 566 F 12; Plb., XII 5-9. Sulla violenta
polemica di Timeo contro Aristotele come riflesso
dell’opposizione isocratea al Peripato, fonti e bibliografia
in Galvagno 2011. Sull’uso aristotelico dei dati storici cfr.
da ultimo Moggi 2013 e 2014.
Mühl 1929, p. 112; Camassa 1987, p. 620; Camassa
2013, p. 296.
78
75
79
Arist., Pol., 1274 a, 12-15.
Musti 1977, pp. 29 e sgg.
77
Tim., FGrHist 566 F 130 a-b = Cic., De leg., 2,15; Ad
Att., 6,1,18; Plb., XII 11.
Dicaearch., fr. 34 W; cfr. Maddoli 1973.
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intorno a questo personaggio, dal rapporto con
Licurgo (che egli, razionalizzando, sdoppiava: F
127) al suo discepolato pitagorico. E non solo
ciò: per eccesso di polemica aveva contestato
globalmente la storia arcaica di Locri per come
l’avevano riportata Aristotele e Teofrasto, contrapponendo polemicamente ad essa una versione alternativa totalmente difforme nella provenienza dei coloni, nello status degli apoikoi, nei
rapporti di stretta solidarietà con la madrepatria
locrese consolidati nel tempo attraverso trattati,
elementi di conoscenza che Timeo dichiarava di
aver raccolto da un certo Echecrate, figlio di un
influente cittadino locrese che aveva avuto l’onore di un’ambasceria sotto Dionisio, e confermate dalle informazioni ricevute direttamente
dai Locresi di Grecia e d’Italia80.
Anche fra le versioni circolanti su Zaleuco
non mancavano le incongruenze. La sua sapienza legislativa nella versione locrese nota ad Eforo e ad Aristotele era diretta espressione della
superiorità normativa di Creta e di Sparta; invece Aristosseno la riconduceva alle esperienze di
viaggio e ai percorsi di conoscenza effettuati da
Pitagora per l’astronomia in Oriente ed Egitto,
per le leggi a Creta e a Sparta ben prima di arrivare, ormai maturo, a Crotone, dove si sarebbero
formati alla sua scuola sia Zaleuco che Caronda:
una versione per nulla gradita ai Locresi, come
dimostra il frammento di Dicearco sul rifiuto di
accogliere Pitagora. Forse non c’era spazio per
Zaleuco neanche nella testimonianza di Echecrate, esponente dell’aristocrazia locrese contemporanea di Timeo, che non può essere l’interlocutore di Socrate nel dialogo platonico, ma poteva
ben essere un nipote.
Timeo non aveva però inteso negare la bontà
degli ordinamenti locresi, anzi riteneva che delle
leggi così severe non potessero essere opera né
di coloni di origine servile (richiamando così il
motivo di fondo della polemica con Aristotele81)
né di una società aristocratica che dichiara di voler difendere da menzogne infamanti. È proprio
Polibio a indicare i due principi metodologici che
Timeo aveva enunciato, l’autonomia delle ricerca storica82 e il rispetto della verità83. Per quanto
si trattasse di principi abbastanza scontati84, impongono di non ricondurre ogni posizione difforme di Timeo a Lokalpatriotismus o a polemica
gratuita e occorre contemplare la possibilità che
la sua negazione di Zaleuco non discendesse da
amore di polemica con Eforo, con Aristotele, con
Aristosseno, ma dal fatto che aveva avuto modo
di riscontrare dubbi e incongruenze sul presunto
legislatore locrese. Non sono rari i casi in cui la
medesima città o il medesimo personaggio si ritrova esaltato per qualche espetto, denigrato per
altri; basta qualche esempio: apprezza, condivide e riporta all’attività paideutica e parenetica di
Pitagora a Crotone il modello spartano ed eracleo che rende la città salda e vittoriosa su Sibari,
ma la biasima quando cede alla tryphe e imita la
rivale sconfitta anche nell’organizzare olimpiadi
in concorrenza con Olimpia85; ammira la Taranto di Archita, ma denuncia il peggioramento dei
suoi ordinamenti politici e ne adduce come prova (tekmerion) il suo ricorso a strategoi xenikoi
che misero l’uno dopo l’altro sempre più in crisi
la sua egemonia, considerandola in fondo ostaggio del suo cattivo governo, della sua tryphe, dei
suoi banchetti e delle sue paure86.
Ammira Pirro soprattutto per il suo programma eracleo di liberazione della Sicilia dalla
presenza cartaginese, ma non gli risparmia note
di biasimo per la rinuncia a portare la guerra in
Africa e per i metodi “tirannici” più che regali
82
Tim., FGrHist 566 F 7 = Plb., XII 28,8 ss.
83
Tim., FGrHist 566 F 151 = Plb. 11a 8 ss.
84
Vattuone 2002, pp. 187 e sg.
85
Tim., FGrHist 566 FF 44 - 45.
86
80
Tim., FGrH 566 F 12 = Plb., XII 10; per la relativa
discussione cfr. Walbank 1967, II, pp. 330-353.
81
Plb., XII 9.
Str., VI 1,3 C 284. Sull’origine timaica del capitolo di
Strabone per parti più o meno estese cfr. De Sensi Sestito
1987; Vattuone 1991, p. 328, n. 91. Riserve nel ricondurre
a Timeo, o solo a Timeo, quanto tramandato su questi temi
da Diodoro, Strabone e Ateneo esprime Baron 2013, pp.
138 e sgg e passim.
12/12/2016 11:37:45
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View in PDF(opens in a new window)dell’ultima fase siciliana e per il suo approccio
sbagliato nei confronti di Roma87. Timeo dunque
da storico esercita uno spirito critico. Per quanto
si ritenga in genere probabile che avesse utilizzato Aristosseno per diversi aspetti della storia
del pitagorismo, è anche noto che le versioni su
Pitagora e i Pitagorici di Aristosseno e di Timeo
non sono sovrapponibili; la negazione della storicità di Zaleuco è uno dei casi in questione.
Un nodo non meno problematico è quello
della tradizione accolta da Diodoro sul Caronda
turino legislatore della città panellenica. Nessun frammento consente di capire quale fosse la
convinzione di Timeo in rapporto al Caronda di
Catania di cui già parlava Platone88, al Caronda
allievo di Pitagora di cui parlava Aristosseno, al
Caronda allievo di Zaleuco della versione locrese
nota ad Aristotele, e a maggior ragione mi sembra difficile ammettere che proprio lui avesse aggiunto alla serie il Caronda cittadino di Thurii89,
duplicato del legislatore arcaico, come proposto
in questa sede da Mele. Confesso che se trovo
compatibile all’interno della tradizione pitagorica la rimozione di Protagora quale artifice del
corpus normativo di Thurii, anche per le ragioni da lui indicate, me la spiego meno in Timeo,
cui pur polemicamente Polibio attribuisce una
ricerca scrupolosa dei fatti. È vero che in contesti particolarmente conservatori Protagora subì
una vera e propria damnatio memoriae per il suo
scetticismo sull’esistenza degli déi e sulla natura dell’anima: attesta Filostrato90 che fu cacciato
da Atene e i suoi libri, sequestrati a chiunque li
possedesse, furono bruciati nell’agorà; Eusebio
fissa all’Ol. 84/1, vale a dire nel 444, il pubblico decreto che stabilì di bruciarne i libri, mentre
87
Vattuone 1991, pp. 292 e sgg. Scettico sulla possibilità
di definire l’orientamento di Timeo verso Pirro Baron
2013, pp. 41-42.
88
Pl., R., 599 e.
89
D.S., XII 12,3-19, 2.
90
Philostr., VS, I 10,3; D.L. IX 51; Protag., 80 D-K pp.
875-77 .
Apollodoro91 fissa in quell’anno l’acme della sua
fama, con un evidente corto circuito fra il punto
più alto della sua notorietà per la legislazione redatta per Thurii e la condanna ateniese, avvenuta
invece nel 411 quando fu messo sotto accusa da
uno dei Quattrocento per avervi dato lettura del
suo libro Sugli dei92. Occorrerebbe spiegare perché Timeo avesse dovuto così falsare la storia
turina, introducendo al posto di Protagora il presunto Caronda cittadino di Thurii. Esisteva certo
il precedente dello sdoppiamento di Radamanto
in Eforo (e di Licurgo nello stesso Timeo), per
una chiara esigenza di razionalizzazione di tradizioni contraddittorie (Parmeggiani) risalenti
al tempo mitico. Ma quale esigenza di razionalizzazione poteva avere Timeo per una vicenda
relativamente recente e ben nota nell’ambiente
ateniese in cui soggiornava da esule? Al solito, per confutare anche a proposito dell’attività
nomothetica di Protagora per Thurii93 quanto si
sosteneva nella scuola di Aristotele? Ma in tal
caso ne avremmo probabilmente trovato traccia
nei rilievi polemici di Cicerone nei confronti di
Timeo in tema di legislatori italioti.
La rimozione di Protagora e la sua sostituizione con un secondo Caronda cittadino di Thurii sembrano trovare migliore giustificazione in
qualche autore che - come espresso nel proemio
tardivamente giustapposto alle leggi di Zaleuco
brevemente richiamato in Diodoro e riportato da
Stobeo94 - intendesse ribadire la necessità della
eusebeia verso gli dei artefici dell’ordine cosmico, la necessità della dikaiosyne e della homonoia tra gli uomini ecc. Se si facessero risalire
ad Aristosseno i due capitoli diodorei su Zaleuco
pitagorico95, come suggerisce Mele, potrebbero
essergli attribuiti senza troppa difficoltà anche i
capitoli relativi al Caronda turino privo di quali-
91
Apollod., FGrHist 244 F 71.
92
D.L., IX 54.
93
Heraclid. Pont., fr. 150 Wehrli = D.L., IX 8,50 =
Protag., 80 A1 D-K.
94
D.S., XII 20; Stob., Ecl., IV 2,19.
95
D.S., XII 20-21.
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ficazione pitagorica e solo suo omonimo. Ad un
Aristosseno di stretta ortodossia pitagorica, che
credeva nella supremazia degli déi e nell’immortalità dell’anima, una rimozione dell’ateo Protagora e la sua sostituzione con un Caronda turino
si attaglierebbero piuttosto bene, come anche tutta la patina lacedemone della legislazione, dalla
quale si distinguono appena le norme relative
alla famiglia, di troppo netta caratterizzazione
calcidese96. Considero tuttavia preferibile continuare a pensare a una elaborazione più tarda,
tanto più che una tradizione alternativa indicava
non in Caronda, ma in Zaleuco il legislatore che,
diventato cittadino di Thurii, ne aveva scritto le
leggi97.
Della tradizione diodorea sulla legislazione
di Thurii mi sono occupata altrove, maturando la
convinzione che provenga da una più tarda rivisitazione delle leggi di Zaleuco e di Caronda in
chiave stoica e ho ipotizzato che Diodoro possa
anche averla ricavata da Posidonio, suo autore
di riferimento per ethima e nomima degli antichi
in una prospettiva etico-filosofica e teologica98.
96
È del tutto evidente nel complesso delle norme attribuite
alla legislazione thurina l’amalgama di stampo pitagorico
delle leggi di Caronda e di Zaleuco e che i temi di più
chiaro contatto tra le legislazioni pitagoriche e il complesso
legislative calcidese che si richiamava a Caronda sono
da ravvisare nelle norme relative alla difesa ed alla
conservazione della famiglia, alla stabilità degli oikoi,
alla tutela degli orfani, delle ereditiere e delle fanciulle
senza dote: disposizioni che trovano qualche più puntuale
riscontro nei riferimenti alla legislazione calcidese di
Aristotele e di esponenti della sua scuola.
97
In Athen., XI 508a questa tradizione è attribuita a
Erodico, allievo di Cratete della scuola pergamena; come
nomotheta locrese di Thurii e pitagorico figura Zaleuco
nella voce relativa della Suda. In Ps. Scymn., vv. 346-47
è l’antica Sibari ad essere chiamata in causa per non aver
saputo osservare le leggi di Zaleuco.
98
Per l’ipotesi di una rivisitazione dei nomoi thurini in
chiave stoica giunta a Diodoro attraverso Posidonio cfr. De
Sensi Sestito 1988, pp. 415-420, e più sinteticamente De
Sensi Sestito 1994, p. 330. Non si tratta di ipotesi isolata;
di “allure stoïcienne ... probablement due à Posidonios”,
cui si sarebbero ispirati Seneca e Diodoro, parlava Vallet
1958, p. 314, n. 7, come già Mühl 1929, pp. 118-124 e
Dunbabin 1948, p. 71. La mediazione stoica è considerata
l’ipotesi più probabile anche da Bertelli 1997, p. 580.
Posso pure convenire che non si debba arrivare fino a Posidonio come avevo allora suggerito, ma resto convinta che Diodoro abbia trovato
congeniale alla sua visione della storia guidata
dagli déi la rappresentazione delle leggi turine
del presunto Caronda in un autore tardo-ellenistico, mentre ho difficoltà a riconoscervi una derivazione da Timeo o da una tradizione turina di
IV secolo fatta acriticamente propria da Timeo.
Al racconto timaico della fondazione di Thuri Diodoro deve aver affiancato il racconto di una
fonte filopitagorica post-aristossenica, che è poi
quanto anche Mele finisce per considerare probabile e compatibile col modo di lavorare dello
storico di Agirio.
A prescindere dai legislatori, il problema
della fonte o delle fonti di cui possa essersi avvalso Diodoro per tutto il racconto delle vicende
che precedono e accompagnano la fondazione di
Thurii, a partire dall’ampio excursus retrospettivo sulla prima Sibari, le cause e le modalità della
sua distruzione, il tentativo di rifondazione del
453 e così via, è tema importante e di tormentata
e ricorrente analisi99. Il testo di Diodoro è infat99
Problema controverso è l’origine della tradizione di cui
Diodoro si avvale per tutta o parte di questa narrazione (XII
9,2 ss.), su cui è tornato anche Mele in questa sede. Senza
risalire troppo indietro nel tempo, basti qui segnalare che:
per Burkert 1972 , p. 116 n. 46, come più di recente per
Bugno 1999, pp. 120 s., non c’entrano nè Eforo nè Timeo,
ma elaborazioni successive; è da considerare tutta eforea
per Rutter 1973, come ora per Nafissi 2007 (pp. 395 ss
e in particolare n. 37 per una rassegna delle varie ipotesi),
con integrazioni da fonte cronografica; in parte eforea per
l’excursus e in parte timaica per la vicenda turina, esclusi i
capitoli su Caronda e Zaleuco nella interpretazione proposta
in passato da me e anche da altri accolta. Cogliendone la
coerenza complessiva e una giustificazione interna della
legittimità dei tentativi sibariti di rifondazione e della
finale nascita di Thurii, Mele torna a privilegiare la tesi
della globale mediazione timaica (come già, tra gli altri,
Rostagni 1956), ma come esito di una versione turina o
filo-turina locale e datata. Una ipotesi che gli consente di
ricondurre a Timeo sia la sezione sulle vicende sibarite
anteriori alla fondazione di Thurii nel racconto diodoreo
(anche se non se ne dichiara del tutto certo ed io mantengo
le mie perplessità), sia di estenderla, contro la opinione
prevalente, anche alla legislazione di Caronda turino,
che sarebbe stata inserita nella trattazione con un intento
apologetico, per contrastare le osservazioni polemiche di
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View in PDF(opens in a new window)ti l’unico a fornire una cornice storica generale, con precisi punti di riferimento cronologico,
dell’alterazione degli equilibri territoriali e politici tra Sibaritide e Crotoniatide nel secolo che
intercorre tra l’inizio dell’attività di Pitagora a
Crotone e lo scoppio della guerra del Peloponneso; consente dunque di sopperire alla “vischiosa” cronologia delle fonti pitagoriche e alla vera
e propria “acronia” che connota Aristosseno100
per collocare nel tempo la grande catastrofe pitagorica e tutte le altre vicende connesse e successive non solo della scuola e dei suoi esponenti,
ma delle stesse città della Magna Grecia.
Sullo sfondo offerto dal testo diodoreo si
staglia il quadro storico che Mele propone nelle
conclusioni, con una rilettura della storia italiota
dal 510 in poi dal punto di vista del pitagorismo
crotoniate, metapontino e della diaspora, dalla
diffusione di istanze laconizzanti nel pitagorismo crotoniate dopo la distruzione di Sibari e le
sconfitte persiane in Grecia, alla grande catastrofe dell’incendio del sinedrio crotoniate e alle sue
conseguenze.
Rispetto al consolidato inquadramento cronologico di quest’ultimo evento intorno alla metà
del V secolo, con modeste oscillazioni, comunque considerato precondizione della fondazione
di Sibari-Thurii101 e rispetto al superamento radicale di una specifica relazione tra le due vicende
nella proposta di Musti di cercare piuttosto per
la catastrofe ancoraggi cronologici nei riferimenti tucididei a staseis in città italiote al tempo
della seconda spedizione in Sicilia102, la proposta interpretativa di Mele prova a riequilibrare
il quadro delle dinamiche in gioco: considera la
grande crisi pitagorica a Crotone non causa, ma
conseguenza della nascita di Thurii, spostando
così in basso solo di un decennio (anziché i venti
- quaranta anni di Musti) la diaspora pitagorica,
che giova a salvarne la complessa cronologia e
rendere in qualche modo compatibile il magistero di Liside a Tebe nei confronti di Epaminonda,
senza stravolgere troppo il quadro delle correlate
vicende italiote. Certo restano delle perplessità:
occorrerebbe comunque ipotizzare una lunga e
altalenante crisi politica interna a Crotone prima
della catastrofe, per giustificare una così tardiva
reazione crotoniate (cinque anni) alla rifondazione della terza Sibari, cui segue immediatamente un quarto tentativo sfociato nella nascita
di Thurii; servirebbe giustificare la philia della
Thurii democratica appena fondata con Crotone, che depone per una democrazia già vigente
e pronta a collaborare con la città panellenica,
senza attribuirla alla partigianeria filo-turina
della fonte utilizzata da Diodoro; resterebbe da
spiegare, soprattutto, il mancato riferimento ad
una concomitante gravissima crisi crotoniate in
una tradizione che si mostra tanto ricca di informazioni su circostanze, modalità e conseguenze
della nascita di Thurii non solo sul piano interno,
ma anche nelle relazioni con le realtà circostanti.
La sistematizzazione proposta da Alfonso
Mele rappresenta comunque un contributo importante alla riflessione su un periodo cruciale
dell’ellenismo italiota e non resta che ringraziarlo per l’ampio affresco di storia culturale
della Magna Grecia, e non solo di essa, che
ha ancora una volta offerto con questa relazione.
Giovanna De Sensi Sestito
cui era stata oggetto in ambienti retorici e filosofici di IV
sec.
100
Musti 1990 e 1991.
101
E. g. Rostagni 1956; Burkert 1972, passim; e così
anche Mele 2007, pp. 128 e sg.; pp. 198 e sgg.; pp. 245 e sg.
102
Musti 1990, pp. 62 e sgg.
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View in PDF(opens in a new window)Indice
Premessa
Concessioni e convenzioni: forme e modalità dei rapporti
tra Mibact e università
(L. Malnati)
7
La discussione sulla polis greca oggi
(John K. Davies)
11
Introduzione al tema: la polis in Occidente e la storiografia moderna
(C. Ampolo, M. Lombardo)
35
Le fonti
L’archeologia della polis in Magna Grecia
(E. Greco)
65
L’archeologia della polis in Magna Grecia
(D. Mertens, discussant)
91
Documentazioni epigrafiche ed esperienze politiche e istituzionali
(M. L. Lazzarini)
99
Documentazioni epigrafiche ed esperienze politiche e istituzionali
(F. Cordano, discussant)
113
La monnaie, sceau et miroir de la polis
(O. Picard)
119
La moneta, segno e specchio della polis
(R. Cantilena, discussant)
137
Aristotele e le città della Magna Grecia
(D. Erdas)
149
La Magna Grecia nella scuola aristotelica
(L. Breglia, discussant)
177
L’immagine delle città di Magna Grecia nella Geografia di Strabone
(F. Prontera)
185
12/12/2016 11:38:45
Page 24
View in PDF(opens in a new window)Strabone e le città della Puglia romana
(F. Grelle, discussant)
Il dibattito (E. Greco, D. Elia, M. Lombardo)
195
Esperienze politiche e assetti costituzionali nelle poleis magnogreche
Le politeiai delle città della Magna Grecia: peculiarità e dinamiche
(M. Giangiulio)
201
L’organizzazione militare e la guerra
(M. Bettalli)
215
L’organizzazione militare e la guerra
(A. Bottini, discussant)
229
Tra Zaleuco, Caronda e Parmenide:
legislatori e filosofi in Magna Grecia e Sicilia
(A. Mele)
233
Qualche osservazione sui legislatori d’Occidente
nella prospettiva pitagorica e storiografica del IV sec. a.C.
(G. De Sensi Sestito, discussant)
269
Esperienze politiche ed assetti costituzionali
nelle poleis magnogreche di età arcaica: una riflessione
(F. Frisone)
289
Il dibattito (M. Lombardo, A. Pontrandolfo, A. Mele, C. Ampolo,
M. Giangiulio, M. Bettalli)
303
Gli spazi della polis nelle città magnogreche
Spazio sacro e culti civici
(E. Lippolis, V. Parisi, R. Sassu)
313
Spazio sacro e culti civici
(M. Osanna, discussant)
359
Alcune riflessioni sullo spazio pubblico
nelle poleis della Magna Grecia
(F. Longo)
369
12/12/2016 11:38:45
Page 25
View in PDF(opens in a new window)Lo spazio funerario
(A. Pontrandolfo)
Lo spazio funerario
Per una stratigrafia dei rapporti sociali: parentela, rito, tempo e filtri
funerari nella necropoli di Pithekoussai
(V. Nizzo, discussant)
417
Stili architettonici occidentali tra identità politica e distretti culturali
(C. Rescigno)
459
La produzione di immagini nelle poleis occidentali:
la ceramica italiota tra identità artistica e cultura politica
(C. Pouzadoux)
475
Il dibattito (E. Lippolis, F. Frisone, A. Pontrandolfo, V. Nizzo,
G. Bonivento Pupino, A. De Siena)
489
Dalle città ai territori
Città e territorio: popolazione e popolamento
(L. Gallo)
499
Città e territorio: popolazione e popolamento
(F. De Angelis, discussant)
513
Riflessi della polis magnogreca nel mondo indigeno
(M. Torelli)
517
Riflessi della polis magnogreca nel mondo indigeno
(P. G. Guzzo, discussant)
531
Il dibattito (A. Mele, M. Lombardo, V. Nizzo, A. Pontrandolfo,
L. Gallo, P. G. Guzzo)
537
Conclusioni
La polis fra ieri ed oggi
(M. Gras)
549
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Page 26
View in PDF(opens in a new window)Le rassegne archeologiche
La Puglia
(L. La Rocca)
559
La Calabria
(S. Bonomi)
603
Le Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta
(A. Campanelli)
649
La cronaca (G. Mazzarino, A. Uricchio, A. Siciliano)
685
Elenco contributi borse di studio anno 2013
691
Lista degli iscritti e dei partecipanti al convegno
693
Indice dei nomi e delle località notevoli
695
Indice
701
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