A proposito dell'incidenza pitagorica sulla poetica oraziana

Author
Lanternari, D.
Published in
Letterature comparate
Year
1981
Subject
HORACE
Language
Italiano
Category
C6 Language & literature
Archive number
883

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-——-— ——»—'òeÙeRmPmmmen1[t E Rizza | va DIANA LANTERNARI A PROPOSITO DELL’INCIDENZA PITAGORICA SULLA POETICA ORAZIANA Gia in passato, nel corso di un esame, anche dettagliato, di alcuni componimenti oraziani in cui più evidente e programmatica appariva l'adesione del poeta alla dottrina epicurea, ho tentato ' di mettere a fuoco l'eclettismo ideologico del venosino, anche dove questa o quella scuola filosofica sembravano incidere in misura maggiore sul suo dettato poetico. Nel quadro di tale eclettismo, in seguito ad un attento esame di alcuni passi oraziani e sulla base di una specifica comparazione di essi con brani di altri autori, ritengo opportuno inserire anche l’ipotesi di una sua adesione a diversi momenti della dottrina e della mistica pitagorica: è noto infatti come il fenomeno pitagorico abbia permeato di sé l'intera cultura classica, da Ennio a Petronio — e in modo particolare, appunto, l’età augustea —. L'atteggiamento pitagorico di Orazio oscilla tra una adesione all'aspetto scientifico e alla cosmologia del sistemae una tendenza a cogliere la componente satirico-popolare di cui, come afferma il Ferrero, “sappiamo circondata la dottrina crotoniate fino ai tempi di Seneca..." *. Come risulta dall'esame analitico del Dicks ?, il rifiuto della astrologia da parte di Orazio, in ottemperanza al divieto augusteo di praticarla dell'11 d.C., non costituisce un dato di fatto inoppugnabile: a sostegno di tale tesi mi pare giusto ricordare Carm. 1, 2, in cui Orazio descrive i fenomeni-cosmici seguiti alla morte di Cesare: si tratta di una sorta di luogo comune assai caro anche ad altri poeti augustei, come testimonia Tibullo in El 2, 5, Velegia a Messalino, nuovo sacerdote di Apollo, in cui Ja divinità (Phoebe, v. 1), della cui potenza sono prova i prodigi celesti (vv. 72-78) culminanti nel suo rabbonimento (vv. 79-82), è caratterizzata da connotazioni astrali (haec fore dixerunt mala signa cometen, v. 71). Altra analogia è riscontrabile in un contesto di ben più chiara ispirazione pitagorica, e cioè Ovidio, Met. 15, 779-802: la divinità Venere interviene ad attuare la sua potenza astrale, provocando una serie di prodigi in conseguenza della morte di Cesare: il * Hor. Epist. II 3, Ad Pisones, ‘Rivista di cultura classica e medioevale”, 1974, pp. 169-189. Orazio, Carm. I 34, “Rivista di cultura classica e medioevale", 1975, pp. 249-255. ? L. Ferrero, Storia del pitagorismo nel mondo romano, Torino 1955, pp. 10-11. ? D.R. Dicks, Astrology and astronomy in Horace, “Hermes”, 1963, pp. 60-73.

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D. LANTERNARI che sta a testimoniare che la scelta di Ovidio in direzione astrologica (pitagorica) procede di pari passo con Ja sua adesione alla religione tradizionale e con il suo intento propagandisco, inserendosi nella celebrazione delle glorie della gens Julia (cfr. pure ibid. 865-870). Immagini astrali in un contesto che è insieme sacro, bucolico e celebrativo ricorrono altresì in Virgilio, Ec/. 4, 1 in cui le Sicelides Musae sono indubbiamente evocate nella loro accezione astrale, come conferma l'accenno all'avvicendarsi delle ere astrologiche (redeunt Saturnia regna, v. 6) particolarmente favorito dalla natura (vv. 18-25) la quale interviene positivamente grazie ad una serie di coincidenze dovute alla diversa posizione degli astri (aspice convexo nutantem pondere mundum / terrasque tractusque maris caelumque profundum, vv. 50-51). Del resto il concetto che ad Apollo, divinità solare che si manifesta attraverso fenomeni cosmici, si ascriva l'era pacifica e palingenetica che si realizzerà al tempo di Ottaviano, costituirà un tónoc della poetica di tutti gli Augustei, come sarà definito una volta per tutte nel commento di Servio proprio al luogo sopra citato: Servio, ad Buc. 4, 10 (casta fave Lucina, tuus iam regnat Apollo): Nigidius de diis L IV: quidam deos et eorum genera temporibus et aetatibus (distinguunt) inter quos et Orpheus: primum regnum Saturni, deinde lovis, tum neptunium, inde Plutonis, nonnulli etiam, ut magi, aiunt Apollinis fore regnum in quo videndum est, ne ardorem, sive illa ecpyrosis appellanda est, dicant. L’identificazione di Apollo con una divinità solare operante una serie di prodigi astrali, in particolare proprio successivamente alla morte di Cesare, è ribadita da Virgilio in Georg. 1, 463-497, descrizione cui fa seguito la commemorazione degli dei indigeni e il disdegno del poeta nei confronti della guerra: indirettamente, ancora una volta, la celebrazione della pax augustea si affianca ad una concezione astrologica delle divinità tradizionali, e la realtà politica di Cesare si collega alla sua ascendenza divina. Inoltre Orazio coglie l'identificazione sole-Apollo, cui ho fatto cenno sopra, nel Carmen saeculare, ove entrambi sono caratterizzati dall'epiteto Phoebus. Il Galinsky * sintetizzando la concezione del Gagè, secondo il quale Apollo è il mediatore fra le benedizioni divine del Sole e i mortali, e dell’Altheim, che presenta Apollo come maestro del Sole e responsabile del fato del mondo, e partendo dalla connessione del culto del Sole con i /udi saeculares, identifica il sole stesso con il latino Sol indiges venerato a Lavinio, escludendo che tale culto possa rappresentare il risultato di speculazioni cosmiche della teologia solare ellenistica che collocava Helios al centro dell'universo. Al di là di questa affermazione ancora una volta quello che mi interessa sottolineare è la corrispondenza sole-Apollo, e in particolare il riconoscimento del Sole (divinità paterna contrapposta a quelle materne, connesse con la figura di Enea, celebrate nella prima parte dell'inno), qua- *G.K. Galinsky, Sol and the "Carmen saeculare", "Latomus”, 1967, pp. 619-633.

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Incidenza pitagorica sulla poetica oraziana le garante della maiestas romana incrementata dalla suboles romano-latina sotto la guida dell'augur Apollo (anno 17 a.C.). Un'ulteriore prova della fede nelle influenze astrologiche sulle vicende umane Orazio ce la offre in Carm. 2, 17, ove, sottolineando l'analogia dei segni zodiacali sotto il cui influsso nacquero egli stesso e Mecenate, giustifica le loro affinità caratteriali e le analogie delle loro sorti *. Che alle Muse corrispondano altrettante entità astrali, e che a tali entità astrali presieda Apollo, divinità solare, Orazio sembra peraltro ribadirlo in Carm. 2, 10, 19-20, ove evidente appare, nell'ambito dell'ode, d'impianto gnomico ed epicureo, il riferimento ad Apollo Movonyritng. Tale caratterizzazione del dio e soprattutto delle Muse, trova riscontro innanzitutto in Ennio, fr. 1 Ann. Vahl.? Musae quae pedibus magnum pulsatis Olympum (in cui ci si riferisce alle Muse, di natura indubbiamente astrale) nonché fr. 37 Ann. Vahl.’ (ove le divinità sono citate in numero di 12) *, e poi anche in Pindaro Nem. 5, 22-25 (ove l'espressione novroiwv vóuwv si riferisce senz'altro alla danza astrale delle Muse rievocate da Ennio nel frammento sopra citato); e addirittura sembra appartenere ad una tradizione ancora vitale in Filone Alessandrino: námuovoov xogelev 7, nonché néypovoog apuovia * e néupovoov yévos *; ancora va ricordato Pindaro Nem. 10, 2023, id. fr. inc. 20 Puech; Om. Hymn. 4, 185-188 A (Apollo è raffigurato nel convegno degli immortali e le Muse lo accompagnano col canto); e ibid. 450-3 A; ancora, fra gli altri appellativi di Apollo quello di colui nao'@ pev ai Moüoaı xai ñ Munuooúvn torna in Plut. Mor. 394 A e ancora ibid. 743 c. Del resto la natura solare di Apollo secondo molti è causa anche dei suoi attributi medici, come ci testimonia Macrobio (1, 17, 9 ss. e ibid. 14 e 15). Assai breve è il passo di qui all'altro epiteto caratterizzante di Apollo, quello cioè di áoyueotótos, infatti, grazie a tale proprietà, unita a quella di Movonyrmy, il dio solare, se per un verso risulta detentore oltre che del sonno anche della vita e della morte degli uomini, unitamente alle Muse, divinità inequivocabilmente astrali, è in grado altresì di attribuire l'immortalità agli uomini per mezzo della poesia di cui risulta conseguentemente, sempre insieme alle Muse, divinità tutelare (cfr. Pindaro, Olymp. 9, 32-33; Omero, Hymn. 3, 140 A, nonché lo stesso Orazio, carm. saec. 61-68) ©. È in questa direzione che si verifica la sintesi fra scienza e poe- * R.L. Coutts, Astrology in Horace, Odes Il 17, “Proceedings of classical Association”, 1964, pp. 26-27. * Su questo canale d'interpretazione, specie in relazione alla lettura dei frammenti enniani in oggetto, si è mosso in più di una occasione U. Todini: cfr. in proposito La cosmologia pitagorica e le Muse enniane, ‘Rivista di cultura classica e medioevale", 1971, pp. 21-38, e L'Olimpo e la chorea degli astri in Varrone e in Ennio fr. XXXVII Ann. Vahl.*, “Atti del congresso internazionale di studi varroniani”, Rieti 1976, pp. 539-551. ’ Philo, De congressu eruditionis gratia, 10, 51. * Id., De somniis, 1, 6, 35. * Id., De plantatione, 30, 129. » A proposito dell'influsso degli astri, impersonati da Apollo — che a sua volta diviene simbolo

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D. LANTERNARI sia, in virtù della quale la seconda si prospetta come derivazione, applicazione e sublimazione della prima; la scienza acquista valore catartico, in conformita con l'armonia del cosmo e si inserisce nella sfera religiosa trasformandosi in strumento d’immortalita in luogo dell'iniziazione ai misteri ". Che Apollo e le Muse, partendo dalla loro accezione di divinita tradizionali, si vadano trasformando in entita impersonanti fenomeni cosmici ed ispiratori poetici posti in grado, grazie a tale sintesi, di conferire alla poesia una funzione immortalante, & testimoniato da Pindaro, Nem. 4, 1 sg.; ibid. 6, 32-34; ibid. 7, 12-13; da Ovidio, Am. 3, 9, 17 (at sacri vates et divum cura vocamur / sunt etiam qui nos numen habere putent) che attraverso l'acquisizione dell’immortalita perviene così ad assimilare i poeti agli dei; nonché id. A.A. 3, 49-31. Orazio in Carm. 3, 1, 1-4 si proclama Musarum... sacerdos * attribuendosi valore immortale in quanto poeta che col suo canto assolve ad un compito morale e religioso. E significativo in questo senso notare come ancora una volta la poesia per Orazio sia privilegio di pochi, come risulta dal contesto entro cui egli inserisce questa qualificazione (odi profanum vulgus et arceo). Funzione della poesia è quindi per un verso quella di immortalare il poeta consentendogli di rivivere attraverso la sua produzione, dall'altro quella di immortalare i momenti e i personaggi da essa celebrati; i grandi rimasti privi di un “vate sacro” disposto a celebrarli sono morti definitivamente quando si è conclusa la loro vita terrena, afferma Orazio in Carm. 4, 9, 25-28: allo stesso modo Ennio ricordava che fra le numerose testimonianze anonime della vita di Scipione l’unica in grado di conferirgli l'immortalità potrà essere la sua poesia (Scipio fr. 10-11 M.). Il Ferrero individua il significato politico del pitagorismo quando scorge nel principato, fondato sullo stesso principio delle Monade che ispirava le monarchie ellenistiche, un riflesso del cosmo divino: il riferimento alla celebrazione di Scipione da parte di Ennio non è casuale ove si pensi che in questa prospettiva la figura di Scipione risulta perfettamente in linea con quelle di Silla, Cesare, Augusto. Il rapporto fra princeps ed ente divino non si risolve più in una sorta di contatto superficiale, ma il primo è divenuto partecipe della natura del secondo; ed è del resto noto quanto il pitagorismo abbia influito su tale rapporto: pur partendo del mitico concetto di fato — sulle vicende umane, cfr. anche Sofocle, Oed. C. 1778 navtwe yèo Exe téde xüpog: delle due possibili interpretazioni (1 - "le promesse di Tesco andranno certamente a buon fine” e 2 - “Questi eventi sono certamente stati prestabiliti dagli dei”) la seconda sembra senz'altro più attendibile: le ultime dolorose parole del coro portano un precetto di rassegnazione di fronte alla volontà divina, il che è opportunamente collegabile alla conclusione della tragedia. Vd. Sophocles a c. Jebb (2, Il ed.), Cambridge 1907. " Cfr. Ferrero. op. cit... p. 32. "Cfr. Ov. Am., 3, 8, 23 Musarum Phoebique sacerdos; Hes. Theog., 99 sg. aùrào doidò< Movodwv vegdnwy xAeto ngortewv dvipwnwv. Virg. Georg.2, 476; Prop., El. 3, 1, 3. Per un'interpretazione di quest'ode, anche in rapporto con Hor., Carm. 3, 4, 37-40, cfr. E. Malcovati, Tiberio e le Muse, "Athenaeum'', 1972, pp. 385-389.

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Incidenza pitagorica sulla poetica oraziana da basi tradizionaliste, esso già dal II sec. a.C., grazie all'appoggio politico di Scipione Emiliano e dottrinale (mistico-scientifica) di Posidanio, si trasformerà in un momento di opposizione praticata da una ristretta cerchia di adepti, all'interno della quale il letterato, appoggiato dai potenti, diverrà figura politica ufficiale *. È infatti noto altresì che nell'assetto dottrinario pitagorico obiettivo ultimo dell'uomo diviene la vita contemplativa e preciso dovere morale quello di immortalarsi e trovare I'cUdayovie raggiungibile solo attraverso l'attività conforme alla propria natura“, | Questa è dunque l'accezione del pitagorismo più spiccatamente recepita da Orazio, il quale colloca la componente cosmologica (pitagorica) della Musa nel contesto della funzione eternatrice (ideologico-politica) della poesia, in Carm. 4, 8, 28-29: dignum laude virum Musa vetat mori / caelo Musa beat. E sul piano più generale degli atteggiamenti e del costume intellettuale oraziano appare evidente che le sue scelte filosofiche siano pertanto molteplici e finalizzate. Anche la sua adesione al pitagorismo (spesso soltanto ironica, come in Carm. 1, 28 o in Epod. 15, 6-10 e 21, o moralistica, come in Epist. 2, 1, 50 ss. o dottrinaria, come in Carm. 3, 3, 9-12 e 3, 11, 21 ss. e Serm. 2, 6, 63-64) risponde ad esigenze letterarie e politiche — vale a dire formali ed utilitaristiche — e rientra nella sua prospettiva di compiacere il sistema senza troppo sacrificare la propria individualità. L'unico principio che non viene mai meno è il rispetto della poetica, ed è solo in tale direzione che Orazio accoglie il messaggio pitagorico che, attraverso l'intervento di A pollo e delle Muse, divinità astrali, conferisce alla poesia valore immortale. LETTEAATL.RE PROBEN, DSi E. COMPARAT E ce METODI STUD. AU Oto A PRATSRE Bo ltaGwywyA PCA TRON “ei i 487 — 491 9 Cfr. Ferrero, op. cit... p. 196 e 244. $“ Cfr. R. Mondolfo, Problemi di pensiero antico, Bologna 1936. Di questo componimento molti studiosi hanno proposto interpretazioni e letture, in partic. va ricordato, oltre all'accenno di A. Rostagni, // verbo di Pitagora, Torino 1924, p. 243, l'articolo di P.V. Callahan-H. Musurillo, A handful of dust: the Archytas Ode (Hor. Carm. 1, 28), “Classical Philology” 1964, pp. 262-266, nonché l'intervento del Patricius, The Archytas Ode, “Grece and Rome", 1965, pp. 51-53, e quello di R.S. Kilpatrick, Archytas at the Styx (Horace, Carm., 1, 28), “Classical Philology”* 1968, pp. 201-206.