Varrone menippeo e il pitagorismo

Author
Salanitro, M.
Published in
Cultura e Scuola
Year
1980
Subject
ICONS
Language
Italiano
Category
C13 Art
Archive number
916

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Iuenza delle concezioni pitagoriche sull'uso dell'allegoria se si vuole comprendere la teologia delle Antagustates divinae(*). Nel logistorico Cato, de liberis educandis, Varrone annovera tra gli strumenti di formazione culturale il canto e la musica (fr. XXV e XXVI Bolis.) la cui importanza nel sistema educativo di Pitagora egli stesso aveva rilevato(?). Inoltre la teoria di Pitagora sulla gestazione e sul parto era stata oggetto di trattazione nel logistorico Tubero, de origine humana (tr. Ul Bolis.). A questi elementi dottrinali pitagorici, seriamente recepiti da Varrone (che, almeno ad un certo punto della sua vita, sembra aver dato la sua effettiva adesione al Pitagorismo, anche senza arrivare alla fervorosa partecipazione, sul piano pratico, di Nigidio Figulo), molti altri se ne potrebbero aggiungere. Degna di nota è la constatazione che la stessa struttura aritmologica delle parti in cui sono distinte le due opere superstiti, il De lingua Latina e i Rerum rusticarum li: bri, risponde, probabilmente, a un principio di origine pitagorica. Anche nelle Menippee, un'opera composta, in gran parte, negli anni giovanili(8) si può tentare di cogliere qualche spunto pitagorico, tenendo però presente che sia il carattere eccessivamente frammentario di ciò che delle Menippee ci è rimasto, sia il genere letterario dello arovdoy£Aow0v, impongono una necessaria cautela nel valutare certi clementi filosofici, e in particolare pitagorici, che affiorano in queste satire, e, soprattutto, la reale adesione dell'autore ai princìpi cui egli allude. Senza di che si corre il rischio di esagerare l'effettiva rilevanza dei rapporti di Varrone menippeo col pitagorismo. Il dogma pitagorico della metempsicosi si prestava particolarmente a diventare oggetto di scherno e di parodia. Esso dovette essere utilizzato spesso, a fini comici, dagli autori di mimi, come si può desumere da due brani di Minucio Felice (Octav. 34, 6) e di Lattanzio (Div. inst. VII 12), che polemizzano contro la teoria della trasmigrazione delle anime, definendola ridicola e degna «mimi convicio», ma a noi resta una sola testimonianza in un frammento del Cancer di Laberio (30 Bon.), in cui si afferma che l'uomo deriva dal mulo e il serpente dalla donna(*). Naturalmente il tema non poteva essere trascurato dalla satira di Menippo, in cui tanta parte aveva la parodia dei filosofi e di certe loro «deliranti» teorie. Esso, infatti, fornisce spunti polemici a Luciano(!°) e costituisce uno dei motivi ispiratori della satira 1 gallo, in cui il gallo chiacchierino è lo stesso Pitagora diventato gallo attraverso numerose reincarnazioni. La satira della metempsi(+) P. Boyancé, Les implications philosophiques des recherches de Varron sur la religion romaine, in Att del congresso internazionale di studi varroniani, Rieti, 1976, vol. I, p. 142 (7) Guns. De die nat 12, 4 (*) La cronologia dei 150 libri delle Menippee è controversa. La tesi del Cichorjus, secondo il quale la stesura delle satire si colloca tra '80 e il 67, non trova il consenso di tutti gli studiosi (si veda in proposito J.P. Céve, Varron, Satires Ménippées, Roma, 1972, pp. xv sgg.). A me pare, come ho sostenuto altrove (Varrone poeta satırıco, in «Cultura e scuola», 66, 1978, p. 60), che st possa accettare come più verisimile l'ipotesi che a un nucleo più consistente di satire, composte nel corso di alcuni anni, a partire dal soggiorno in Atene (tra l'84 e l'82), Varrone ne abbia aggiunto in seguito delle altre, in occasione di avvenimenti che si prestavano ad un commento mordace (*) Pareri assai discordanti ha suscitato il titolo di un mimo di autore ignoto, Fabu, trasmessocı da Cicerone (ad Att 1 16, 13) e da Seneca (Apoc 9). Non è possibile passare in rassegna, in questa sede, le numerose ipotesi avanzate dagli studiosi, che giungono addirittura a negare l'esistenza di un mimo con tule titolo e per le quali rimando a CB) Russo (Apocolocyntosts, Firenze, 19659, pp. 88 sg.) e M. Bonaria (Komanı Mimi, Roma, 1965, p. 102), ma l'analisi dei contesti di Cicerone e di Seneca mi sembra confermi l'ipotesi di chi ritiene argomento del mimo in questione la trasmigrazione in una fava dell'anima di uno che voleva diventare un dio. (19) Dial mort 20, 4, Icaromen 13, Vera histor 2, 21 cost e evidente (concorde €, in questo caso, il parere degli studiosi) nei tr. 127 B.= 151 CE, (quid dubitatis, utrum nunc situs cercopithect | an colubrae an vol. vue de Albuct subis Athens’), appartenente alle Eunenides, una matira in cui ven: gono passati in rassegna i vari tipi di follia che atfliggono l'uomo, tra i quali acquista particolare rilievo, secondo i canoni del genere menippeo, la follia dei fondatori e dei seguaci delle varie sette filosofiche, ognuna delle quali offriva il fianco a qualche commento mordace. Poteva in tale contesto mancare una pungente frecciata contro il dogma più «folle» della dottrina pitagorica? Anche se non abbiamo elementi sufficienti per stabilire se facesse parte di un contesto serio o avesse un intento parodico, in quell'alternarsi di intonazioni ora scherzose, ora serie, che è caratteristica dello arrovdoyé40to0r, tuttavia è innegabile che la concezione cosmologica dei Pitagorici sia sottesa al fr. 351 B. (quam mobilem divum lyram sol barmoge | quadam gubernans motibus dis veget), sul quale si è, di recente, soffermata una nota studiosa di Varrone menippeo(**). Il frammento, che appartiene alla satira "Ovog Avpas, ci deriva da Nonio (100, 25 M.=143 L.) il quale lo riporta per il valore di dris = diutinis ac tugibus, secondo la sua interpretazione di motibus dits(*). La scarsità e la brevità dei frammenti superstiti non ci permettono una ricostruzione puntuale e particolareggiata della satira cui il frammento apparteneva, come, del resto, di nessuna delle altre Menippee. Ma la presenza di alcuni remi ricorrenti ci aiuta a formulare qualche ipotesi di interpretazione, Già, avanzando una proposta di esegesi del fr. 349 B. (sı quis pedwdeiv deiwdg Lot’ Övog Avpac / perni a seretineat forensibus), in cui Varrone invita chi è ignorante nel campo della musica a dedicarsi alle occupazioni lorensi, le più adatte, in tempi di corruzione e di decadenza, al successo degli «asini», ho ritenuto probabile(') che la satira si imperniasse su una controversia fra un difensore della musica (forse lo stesso Varrone) e un interlocutore che, pur essendo inesperto nel campo musicale, pur essendo cioè un asino della lira, pretendeva di presentarsi come un intenditore. Varrone esprime il suo giudizio sprezzante invitandolo a restare «nei recinti del foro», dove potrà compiacere la (1) L, Descnamps, L'harmonte des sphères dans les Satıres Ménippées de Varron, in «Latomus e, 38, 1979, pp. 9 agg. (42) L'interpretazione del frammento non e concorde, E BoLisani (Varrone Menippeo, Padova, 1936, p. 361) intende: «il sole segue il suo corso perenne temprando con una certa armonia la nobile lira dei numi» e F. Denia Corre (Varronis Menippearum Fragmenta, Vorino, 1953, p. 215): «il sole, gui dando la mobile lira degli dei, con una certa armonia, muovendo i giorni ha vigore». Il Bolisani accetta nobilem, che è emendamento del Popma, invece della lezione tradita mobilem, mantenuta dalla maggior parte degli editori. Le ragioni addotte dal Popma (il contronto col fr. 400 B.: tum contremula aquilenta apud alta lstora oreris ac nobilis omnibus reluces) non sono valide, poiché nobilis (tra l'altro strettamente legato ad omnibus) si addice alla luce della luna, non alla lira cosmica, cui, invece, è attribuito emenziale il movimento, indispensabile, oltre tutto, alla ercazione dell'armonioso suono Stilisticamente, poi, è caratteristica delle Menippee la ripetizione in successipne immediata o anche a distanza della stessa parola o di parole legate dalla stessa radice o da un'assonanza Un espediente stilistico che può ricoridursi alla er di Varrone per i giochi di parole (E. Nonnen, Die antike Kunstprosa, Leipzig, 1898 I, p. 194). Ora, un esempio di richiami a distanza fra parole della stessa radice è riscontrabile proprio nel nostro frammento, dove mobilem ha una corrispondenza in moribus del verso seguente, come divum in dus. Chiara e aderente al testo latino la traduzione della Deschamps «le soleil dirigeant cette lyre mobile des dieux selon une certaine harmonie par des mouvements perpétuels lui donne l'impulsions Ma del significato attribuito a dus, che la Deschamps intende secondo l'inerpretuzione di Nonio, è lecito dubitare, come cercherò di dimostrare più oltre. (15) M, SaLANITRO, Su un frammento metrico delle «Menippee» di Varrone (349 B), in «Sileno», 1976, pp. 108 spp.

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absolu ‘étre animé’, donne par fes fexiques, se fonde sur l'exemple de Varron», cioè sulla spiegazione che ne da Nonio e che ha tratto in inganno finora gli interpreti. Nonio in cio errava in quanto rapportava vegere al suo frequentativo vegetare di cui non si hanno esempi prima dell'età imperiale, e che realmente poteva avere il duplice valore transitivo e intransitivo (22). Il gioco dei termini allitteranti e corradicali c'è senza dubbio nel fr. 268, ma qui esso acquista un particolare valore nell'opposizione semantica tra i due ati, Puno intransitivo («che ha vita») e l’altro transitivo («che dà vita»). Noi non sappiamo a che cosa si alluda in questo frammento, ma tutto lascia supporre che si parli della divinità suprema o dell'asimus, qui viget, qui sentit, qui meminit, qui providet, in quanto partecipe della divinità (?*), o anche del cosmo, poiché dal fr. 84 B., costituito da una testimonianza del Servio auctus (2%), apprendiamo che Varrone nella satira de salute asseriva mundum haud natum esse neque mort. In ogni caso, comunque si voglia intendere, è certo che il soggetto del frammento è un essere divino. Ma, per ritornare al frammento della deum lyra e alla divinità del Sole, prinape e regolatore del moto di tutti gli astri e dell'armonia che essi producono con i loro movimenti, mi pare fuori discussione che veget anche qui abbia valore transitivo, come ha giustamente inteso Ja Deschamps, € sia in stretta unione con gue hernans, quasi gubernat et veget con una specie di bysteron proteron, perché veger indica il tocco che il sole dà alla lira divina facendo muovere gli astri, il gubernat indica che il sole regola gli accordi delle note da loro emesse, creando la meravigliosa armonia dell'univers (25). o _ Un discorso particolare merita anche l'espressione diis motibus. Anche qui la spiegazione di Nonio è poco convincente. La connessione con l'avverbio din onde diutinus, è una spiegazione che non tiene conto del valore sacrale dell'aggettivo, anche se etimologicamente dix (frutto di una contaminazione fra un antico *du e il locativo diu (2°), da dies, per analogia con noctu) è in qualche modo connesso con la radice di dyaub, Djeus >Zeus, * Diovis > louis, Diespiter, dies-dius (in nudius tertius). Inoltre il valore di dius=diutinus non è attestato e non è in alcun modo attendibile. Ipotizzare un accostamento da parte di Varrone fra l'avverbio di e l'aggettivo dius o, peggio ancora, supporre che egli vedesse nell'aggettivo dius un composto di diu + la radice di ire, come, sia pure «dubitanter» immagina la Deschamps (art. cit., p. 14), sulla scorta di Platone (Cra. 419 a), in cui Socrate spiega ó£ov con *di(1)ov da did ed elpi, signitica addebitare a Varrone, questa volta senza sua colpa né peccato, un’altra stravagante etimologia. Egli non ignorava certo il valore religioso di dius, nel senso di «divino» 0, se mai, di «appartenente al cielo», per la stretta parentela, anche etimologica, fra * Diovis > louis (27). dies-dius (32) Per l'uso transitivo del verbo si veda, tra gli altri, Geri. Ciau. MAMERT. de stat an XVII 2, Le per quello intransitivo 18, 2 (=CSEL XI, p. 42) (2) Cic. Somn 8, 26; Tusc 165 (?*) Serv. auct., in Verg Georg 11, 336 (IL, p. 248 Th). Sulle orme del Buecheler ant gh editor delle Menipper attribuiscono il passo al commento di Filargino. E, in realtà, negli anm in cui Buecheler pubblicò la sua edizione delle Mentppee, il commento alle Georgiche era attribuito a Filargirio sulla base di un fraintendimento del Corsini. Ora noi sappiamo che le illustrazioni delle Georgiche non sono hlargiriane ma derivano dalla recensione vaticana 3317 del Servio ampliato (G. Funaioti, Esegesi verge: liana antica, Milano, 1930, p. 42). (23) La Descuames (art cit, p. 11) ricorda il senso figurato del verbo gubernare dato dul Thesau rus (sv. guberno) e cioè Il À in imagine et translate cursum rerum et animalium quae per locum moven tur dirigere. Più precisamente si deve fare riferimento alla lettera B della stessa sezione, in cui appunto, è ciato il frammento in esame: res vel personas voluntate sua (aut vi innata) modersri (2*) Ch. Ernour-Mentet, s v diu (77) Su * Diowis, Diespiter e lows si vedal LV, 66 e 84 c des aggettivo (2), E chiaro in questo tramunento if fegame stilistico € concettua le tra mobilem divum lyram del primo verso € il motibus dis del secondo e il richiamarsi di questo nesso a quello, come ho già notato sopra. È tutto un insistere sopra una concezione cosmologica rigorosamente pitagorica. Com'è noto, intatu, secondo i Pitagorici, l'immortalità degli astri non dipende dalla loro forma o dalla loro materia, ma dai regolari e perenni movimenti che essi compiono nel cielo (2°). E la spiegazione di Nonio? Le sue imprecisioni e i suoi errori sono ben noti a tutti, Ma qui si tratta piuttosto di una spiegazione approssimativa. Forse, spiegando dus con diutinis ac iugibus, ha trascurato il significato primario dell'aggettivo («divino», «celeste»), per evidenziare le implicazioni ad esso connesse(?®), poiché è innegabile che i movimenti celesti, in quanto tali, trovano nella perennita la loro caratteristica dominante. Sul piano stilistico l'aggettivo dius, che richiama l'enniano dius, sia pure di origine diversa(*'), assieme a divum e ad harmoge contribuisce a creare quel tono elevato che contraddistingue gran parte dei brani poetici delle Menippee (32). Ancora un altro frammento dell’ *Oyog Avpag (il 360 B.) sembra contenere un'eco di dourine pitagoriche: tus autem ipse frater cibarius fuit Aristoxenus. Ne fa cenno anche la Deschamps, per il fatto che vi è ricordato Aristosseno, il ben noto pitagorico e musico, autore, Ira l'altro, di una Vita di Pitagora, ma limitandosi ad osservare che «la dispute que semble indiquer le ton de ce fragment pourrait être celle qui opposa les Pytagoriciens de stricte observance aux ‘Aristoxeniciens’ sur l'évaluation du semiton» (art. cit., p. 17) con riferimento «alla fondamentale divergenza fra Pitagorici di stretta osservanza ed Aristossenici nella valutazione del semitono»(**), secondo quanto è detto nel breve excursus sulla musica che si legge nei capitoli 10, 12 e 13 del de die natali di Censorino. Infatti si ritiene comunemente che questo excursus sia di ascendenza varroniana ¢ la fonte potrebbe essere tanto il Tubero di Varrone quanto la sezione musicale delle Disciplimae (**). Che una disquisizione così tecnica fosse in un logistorico o, meglio ancora, in una sezione delle Disctplinae è cosa facilmente comprensibile; pensare'invece che tale argomento costituisse addirittura l'oggetto di una polemica in —— (79) Il valore di dius = cuelestes si riscontra anche in Prudenzio (Cath. 12, 90), che unisce dia, marina € terrea in una trinità del mondo visibile ricorrente nei suoi scritti J, BERGMAN, Emendationes Prudentianae, ın + Eranos», 12, 1912, p. 130 (2%) Prat. Phaedr 246 e spy; Arist. de un 1, 2, 205 a; Crem. Avex. Protr 66. (19) Non mancano altri esempi di chiosa approssimativa o errata. Oltre al caso di veget, gia esami nato, ne citerò solo un paio. Sotto il lemma cernere. amittere (261, 20 M = 398 1.) Nonio cita un fram mento della satira Gerontodidascalos contenente una citazione della Medes di Ennio. La sua spiegazione lascia perplessi, perché, se e vero che il rischio puo portare alla morte, cioe a « perdere la vita», è anche vero che qu Nonio fa dire ad Ennio che Medea preferirebbe morire tre volte anziché volta, quando invece cernere vitam significa « decidere» la vita, come apprendiamo da partorire una sola Varrone stesso (/ L VI 81). Allo stesso modo sotto il lemma agere, leto dare (243, 10 M = 364 L.) Nonio cita un verso di Virgilio (Aen 1 190) in cui agens teles significa propriamente « incalzare con i dardi», non «uccidere », che è conseguenza, ma non necessaria, dell'inseguimento e del lancio dei dardi. Ma esempi del genere si incontrano In grun numero, (21) È noto che il dius enniano riprende il dios di Omero come attributo degli eroi. (22) Mi petmetto di rinviare, in proposito, al mio articolo, Sopra ulcuni modelli di lingua e di stile nella poesia menippea di Varrone, in Studi di poesia latina in onore di Antonio Traglia, 1, Roma, 1979, p. 351 (3) U. Pızzanı, La sezione musicale dei Disciplinarun: libri di Varrone, in Atti del congresso inter nezionale de studi varroniani, 1, Rieti, 1976, p. 475 (*) La documentazione in Pızzanı, loc cul

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una menippea mi pare poco attendibile. Non bisogna dimenticare la ditterenza tra le satire e i logistorici, i quali miravano allo azovdazor, non allo onovdoyédorovi?), come le satire menippee. Del resto, di questo frammento non abbiamo neppure una traduzione o un'esegesi soddisfacente. Traduce intatti Bolisani (op. cit, p. 190) «si vede che anche il tuo Aristosseno ti è stato fratello in grossolanità» e il Della Corte (op. cıt., p. 217) «ma in ignoranza fu tuo fratello lo stesso Aristosseno». Sembrerebbe, intendendo in questo modo(**), che qualcuno nella satira se la prenda violentemente contro Aristosseno: da qui forse l’idea di «no scontro fra pitagorici di stretta osservanza € pitagorici aristossenici. Nell'ese»esi del testo non si può trascurare quanto annota Nonio al lemma cibarim. quod nunc aut de pane sordido aut de alio indigno dicatur (93, 10 M = 132 L.). Il significato attribuito da Nonio all'aggettivo trova conferma negli esempi citati dal lhes LL. (s. v. cibartus), nei quali, in nessun caso, si fa riferimento a persone ignoranti, ma piuttosto a cose vili e di poco conto(*”). Inoltre, la collocazione dei termini nelle traduzioni sopra riportate non risponde a quella naturale del testo latino. Cade perciò l'ipotesi, che in esse ha il suo supporto, di un intento polemico o ironico nei confronti di Aristosseno. La polemica o la rappresentazione ridi. cola nello axovóoyédotov nessuno la nega, ma, a mio avviso, non riguarda Aristosseno, A me pare che il brano si inserisca nel discorso dell'esperto di musica il quale, come abbiamo notato, e se un minimo di attendibilità presenta la mia ipotesi, manifesta il suo disprezzo nei confronti di chi, pur essendo un asino della lira, si dà arie di grande intenditore di musica. Forse tale personaggio non era il solo in famiglia ad avere velleità artistiche e il suo interlocutore lo incalza: « ma lo stesso tuo fratello era un Aristosseno da strapazzo ». Il ridicolo dell'espressione sta proprio nel mettere accanto a un nome grande come quello di Aristosseno un aggettivo che appartiene all'Umganyssprache. È possibile che ci troviamo di fronte a una parodia di formule proprie di un linguaggio più elevato, che è caratteristica della poesia comica e della satira menippea. Così va inteso il titolo Hercules cose l'espressione caeli chorean astricen risale certamente al Pimeo (0%) di Platone (40 e): gopetag de rottwr autom (scil dev door évrdg odpavod yeyóvaciv) xal napafiohag ¿lindo xtÀ.il passo così suona nella traduzione ciceroniana: Lusso nes autem deorum (scil. deorum omntum.... qui intra cuelum gignerentur) et inter ıpsos deos concursiones, quaequae in orbibus eorum conversiones quaequae antecesstones eveniant . si verbis explicare conemur nullo posito ob oculos simulacro earum rerum, frustra suscipiatur lubor(**). Una sola cosa si può desumere da questo brano: gli astri sono concepiti come dèi che értòs odpavod yeydvanır e i loro movimenti sono rappresentati come una danza celeste. L'origine di questa immaginosa rappresentazione può essere orfico-pitagorica(*), arrivata a Roma attraverso il filone magno-greco, pur se l'immagine della «danza degli astri» per indicarne i movimenti circolari passò anche ad altri autori come espressione poetica, senza implicazioni filosofico-religiose(**). Che, però, nel parlare di «danza degli astri» (Cicerone parla solo di {ussones, concursiones e conversiones) si accennasse anche all’armonia delle sfere, che ne fosse quasi l'accompagnamento, non v'è traccia in nessun autore, sebbene l'armonia fosse implicita negli stessi movimenti degli astri che, «danzando», la provocano (**). Ma anche qui noi non suppiamo quanto di serio e quanto di scherzoso fosse nei versi varroniani. lo ho già altrove messo in evidenza il sorriso che doveva suscitare l'espressione noctis circiter meridie(*5) e degno di nota è anche l'aggettivo astricen unito a chorean, un doppio grecismo. Ma, mentre chorea, evitato nella traduzione ciceroniana, e anch'esso raro al singolare, è pur tuttavia presente in qualche poeta(*), astricus s'incontra solo in un altro scritrore(*7). Nelle Menippee lo troviamo qui e al fr. 206 B, in cui qualcuno (0 l'autore stesso) domanda: et ab Arato posces astricam | coronam? Ora, Gotpixdsè aggettivo raro anche in greco, come harmoge nel tr. 351 B., già da noi esaminato, La ricerca di rari grecismi e l'espressione noctis circiter meridie, che è un unicum nella letteratura latina superstite, rendono probabile una lettura in chiave parodica. ‘or di un'atellana di Novio o la Cassandra caligaria che Petronio mette sulla bocca di Trimalchione, quando questi inveisce contro la moglie (Satyr. 74, 14), 0, anco- Un altro elemento pitagorico si è creduto di vedere (*#) nel fr. 560 B. Si tratta ra, un titolo della menippea varroniana l'Arax stramenticius. Allo stesso livello si di uno scolio del Servio Daniclino (¿1 Georg. I 34), dal quale apprendiamo che colloca la quadrantaria Clytaemestra con cui Celio(**) bolla la corrotta Clodia. È il ridimensionamento in chiave comica del personaggio di sfera epico-tragica. | ritoli di tragedie quali l'Hector proficiscens di Nevio, l'Aiax mastigophoros di Livio Andronico, l'Andromacha aechmalotis e la Medea exul di Ennio hanno fornito i modelli per l'operazione dissacrante. In un altro frammento delle satire si pensa(*”) che Varrone abbia accennato all'armonia delle sfere celesti, anche se non di musica egli qui parli, ma di danza. E il fr 269 B.: repente nocus circiter meridie, cum pictus aer fervidis late ignibus cach chorean astricen ostenderet (19) Schanz-Hosius, Geschichte der römischen Literatur, 1%, Monaco, 1927, p. 561, B. ZucuurtiLin Serie in onore di B Riposati, Studi su Varrone, sulla retorica, stortografia e poesia latina, Rieti, 1979, vol. 1, pp. 587 spy. (**) Anche il Georges ts. v cbartus) collega ciburius a tuus frater dandogli il significato di « prosaico», «volgare». 112) Varrone riferisce l'aggettivo al vino nella satira Modus (319 B.) e al pane nel logistorico Cato, de liberty educandi (tr. XXVIN Bolis.) (19 Quint. Inst VIII 6,53. (2 Desctiames, op cit, p 19. (44) Ctr ib. 47 ab e anche Epinomis 982 e (44) R Giomint, Ricerche sul testo del « Timeus ciceroniano, Roma, 1967, pp. 94 sk (4%) Si veda Bovanc£, Le culte des Muses chez les philosuphes grecs, Parigi, 1936, p 165 sulla presenza orfico pitagorica in Platone; Tn. Zietinsai, Histosre de la crvilisation antique, Parigi, 1951, p 118 sulla chorea pitagorıca degli astri; U. Tonini, L'Olimpo e la chorea degli astri im Varrone e in Eunto, in Atti del congresso mternazionale di studi varroniani, Il, Rieti, 1976, pp. 539 sex. per + rapporti tra la danza delle Muse in Ennio e la danza degli astri. (45) Cueró solo Artist. de phil Ir. 12 b W....dotépwv dé edraxtovs rivds yopelag e Pun. Brz. L 16 DScux., che parla di ndayrjtwvre xai nav yopziar. Pur essendo un modello di prosa scien. tilica, indulge anche lui a questa immagine. Ma il motivo della xogeia ra» dotégwy era finito per diventare topico tetr Prati. Epinenss, a cura di O Specchia, Firenze, 1967, p 97) e il termine xogela null'altro piu sigatticò se non il e moto circolare» (44) Nel carme di Licenzio ad Agostino la rappresentazione dell'armoma delle sfere in una con la danza del cielo è esplicitamente attribuita a Varrone: Qués numerum dedit ille tonos mundumque Tonanıı / dissertat canere et pariles agitare choreas (AUG. Fpist. 26, 7 sg.) 145) Sopra alcuni modelli, cit., p. 395. (4) Luca. Il 636, [Verg.] Culex 19 (*7) Giunio Vrrroxe | 2 e 8 (8) L. Riccomagno, Studio sulle satire menippee di M Terenzio Varrone Reatino, Alba, 1931, p 156; K. Maas, Varros Memppeische Satiren und die Philosophie, in « Neue Jahrb. für das klass Alter »,

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4B.).9(12,72IVMaPrrcoixp.or(n*e’licielo (tikos,(1B5a9%s))elSVPioSrstvueot.d,cgaolrEnpt7eio,lsa,a1tv9,ISi)6u9pdnao6ds0ıryei=(a“ryA,pnIle,dpri1p1ahs|.m‘ediEraclide,dimenzio GnPdasqiDlcemhibApsauvtg'n1iodBpsrc-el.5mtuairsM'9clgehoinmtp1bas-.crde,pivzgasthnoluqèmdpciaftnevP.luopr,agtnesoipuMtrdaìvlo,En«mseidL.',alcetdorfbmEuiszPaèlSenrtmcipv,dul2Igasoeéinv,b5tèpcrgmlnevio6,aucmsdn«v)lroizptsaed€nlurbm6iocldatNe,nrs»gpoÈézam,nclfubsdiFxpAtearuvlisonetpamdrc,uigv)np.eaoMVgsdu,irctqpvlonpsa(e'icrsvtodVule,ihae(r'flnstsqerllAo52m1ihacnsnt,d(M.e6uz*acvoDq)paed,7inlnh.(utrstvop'e2c,®dmipaitsncErpelo)agdmhc6vserpqioadnlt1fsc)«ep=utg9m(o,dfaOsce1riina;lqMatvg4osedclim4,zpvnrdEchuolaaNpi5tnLvb(,erénac3àDodilfi4®terg(b'nhpem,aèd8lvo)e1sVqfirS'Bl5,uc(maeop1t«ini4rd5:l'et,lmoasngP(EcaÈ8uletWb2rnroHidpatme7.ign'rucfAaès)d1irleP,pumonscrhila(evsoteplumh5isadcfrelnt'aiotdusmgr7svSiAticoleahtn)p,ruc'gmbhdiseoarlatipurdcs.niiblae(.fDtuhsognmi1tM9bpderl,ouadsuti!etcnrPl8epàgi)olhafnresuctlzm,nidvagpolhtabpasrzued.ècFoémàtiagEllshevnuro1ctdcpe)smiolnC9ba(voouLegtf«7©,sopngclin=dB2braL(stunmiv,BaedeIq4gdolfn.crPi,uuNtlosnd}megl3a'rBtco,Uionptied1C.a,uslnihfr)eai2cnzt.;c'ool7dhnhssrSuIp)b0e1r(Ceiv.cutgoanl0,qa*AeCmrdo:pinlg8stvuMLwl%mFp(ciBee'arotfi)s®uhc@i.'ndmpllortgEc2e«oivnfqtahI)4lrd(Elcoispmo,eau1ngv'idolgschbza0aepd,isént5dy)ulirpcoFalsieafWd»corıi,psgLIE,nemNcftrdJiuli.ovsceaynutoin(ddvrlt1tp»9fIzi(menygori%27*atlnvsdue)oomI%z,nilc)esgéprttsuaiotnahlrmpsdolehtnrtc,!iiluèbév.saooemd,nainrtlseiaEdo,a sraterisìticheDadnerlilrz',unRoE.eVIdNe,l4'7a5ltrofilosofo(54),Ora,puòdursic|henelau eThVcdltnavtaScqiTmPrgspmrEvell'Ntihomroilsu(eignnrwao5L’dptnulreu7(tacheEbpno)?,l5oierlpvdiaEt,fapt*.(rvio1(etnibcm,4nr)l323doàdsavoclE7i%9t).peai)npl)ea=toylsdDm,ovenirpcliegOc,mEP>aDn€rùtaePl.Hrocoshelèaimeei'voolpEPmrcicRviaaVdednb€taorsvFmlliaohoptıtiCus,auLsnnpmniivilmtcrosblrcc:pcPegn,oiemdóCéohdneisa.iumroA,pCdlee,tsrDiniocodpmlarlaoEeaLltgnPhtgeolèLycEdvoitvisecsatplrdeoHi.laun,sei(hiorfcerrtti;.vmqcdV5edhni,laantcSVr,zru(*eeMslomela,ecpgcfF)ss*EIrdteordzirahh!ic,ltt,epunmscvdag(vlij*erneiot)drı,ouiuaopzlinctgsuecpndsneidrlvpalmciloomiéh'etzinoPened,ead,nrvsAia0euco'z.lapr;rindpop,nelag,oatsu.DrlocilizsvevatIsgRò1nrci5uiadrecen,tlzzssv8t4lecadsoexha.mtyin1ihAtrBndesvtaeltdrrogufieivtcsaesnoo%imroatlndnlyicbatzliolqàj,e(dsnadumcooecClriauqeri4*Dtctoaoui[naLdn3mslgvf?npltueeanycuid5sRmwp)laoMiEgdelmui)slNssr,p.enoere(.oanpcr.iitsdeEIs5ovtnì,idoae4EaioriscgmPmtctpdn)|ozdnTorisl,heae,riemtvdl2ourni4p‘g,polaErei,eeRvd2oonE'plnntaflrtr6tve'mguyaleoasiiczldsr"eS',.nrnad|igopn'etuAoald.ismigdoaPr.ciaNaDcpFruulHnieato1sdhc|p'icuramenedqtnogmtc®vEFgar.y¡oilffvep,souenr5ohd,iilm0oeesiani.)ntéPzoacVulO‘pcrpi,o1etqdanrgllnti,eo8aeinuoeqimlophP9CgTsreprtiahdclol6zaup1,n'leeàiise,lntusdamRaa.9“o1ptqrzeuimntlrs7aP¢d,Eteft°plli.Puoom7|iJ0g,*¿~tadilocg1eVati!oHhrvWltt:admnFpciq)etuhSi.nyoaltiedega,AhidàgltqoP2:A,uenadoslEp3lgsin9eiAvrCin.gpcNeraui¢,nÈaoaqsseJte,l,t$eooawc:nu¢aigete€anhions:dlaIv.tRHorrilesnadieascsiLàeu,r=iar,.neeptanglrc+rdhskngo1ouisigleJci9msFo|nueiey1p|haoisdn2AtV,aEedaHi,LoetnipmelusiPrvilegepcirIop|,aE="snl|Pcirdoae|crzxoà2veissasOytmn1-4,eeA1|,

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I giovani perché non agiscano come fanciulli, gli uomini perché non agiscano come giovani, i vecchi perché non facciano pazzie». Nel trammento varroniano, invece, l’accenno ai vecchi che ridiventano fanciulli si inserisce in un contesto in cui vengono bollate con ironico disprezzo (evidenziato dai giochi allitteranti e dall'«hapax» puellascunt) le smanie erotiche dei frequentatori di Baia: « perché non solo le nubili si danno a tutti, ma anche i vecchi ridiventano ragazzi, e molti ragazzi fanno da ragazze». Più che di un motivo pitagorico mi sembra si possa parlare di un «leitmotiv» delle Menippee: la polemica contro la corruzione dei costumi di cui Baia era diventata quasi un simbolo (Cic. pro Cael. 15, 35), Da quanto ho detto fin qui mi pare si possa inferire che gli echi pitagorici riscontrabili in quel poco che delle Menippee ci è rimasto non comprovano in alcun modo un'adesione di Varrone al pitagorismo. Soprattutto non si può prescindere dalla constatazione che ci troviamo nell'ambito di un genere, in cui vengono messi in ridicolo sia alcuni aspetti delle dottrine filosofiche, che al buon senso comune apparivano fumosi e astratti, sia gli indegni rappresentanti della filosofia. È questo uno dei motivi peculiari della satira menippea, come si può desumere dalla sua presenza in Seneca, in Petronio e in Luciano(*%). Anche nelle Menippee varroniane questo motivo doveva avere un particolare rilievo. Nelle Eumentdes fra i vari tipi di follia cui sono soggetti gli uomini doveva essere compresa la «follia filosofica», a giudicare dall’intonazione scherzosa con cui vengono presentate la dottrina di Aristotele (hospes quid miras nummo curare Serapım? Quid quasi non curet tanti item Aristoteles 128 B.) e quella di Zenone (ahi dicatur pri. mus Zenon novam haeresim novo paxillo suspendisse 164 B.). Lo stesso trattamento e riservato, come abbiamo visto, al dogma della metempsicosi (127 B.), mentre l'enunciazione della teoria di Empedocle sull'origine degli esseri umani (Empedocles natos bomines ex terra ait 163 B.) è completata da un malizioso commento, che acquista particolare rilievo per il ricorso all'armgooddxntov: us. blitum. Anche la concezione che gli Stoici avevano della divinità aveva suscitato, a quanto sappiamo da una citazione di Seneca (Apoc. 8, 1), un irriverente dubbio in Varrone: come può il dio stoico «rotundus esse, sine capite, sine praeputio»? (583 B.). Ma l'ironia diviene sferzante quando si tratta di colpire coloro che si fregiano del nome di filosofi e non sanno fare altro che pronunziare discorsi vacui (144 B.) o deliranti (122 B.). Altrove Varrone coglie il ridicolo delle contese fra seguaci di opposte scuole, pronti a passare dagli scontri verbali (243 B.) all'aggressione fisica (43 B.). Non che con questo Varrone attaccasse la filosofia cui, anzi, in un frammento delle Eumenides (141 B.), tributa un alto elogio, bensi quegli squallidi personaggi che si servivano del nobile nome della filosofia per fare i loro interessi e turlupinare il prossimo. A questo tipo di filosofo si ispira(°) la gustosa rappresentazione di un borioso personaggio: stague videas barbato rostro illum commen tari et unum quodque verbum statera aurarta pendere (419 B.). Con tali presupposti è difficile pensare che la dottrina pitagorica e certi suoi seguaci si sottraessero alle puntate mordaci e alle frecciate maliziose, in una parola, a quell'hrlaritas (98), che rendeva lepidissimae(8?) le satire varroniane. Unwernuá di Roma (**) M SaLanitro, Varrone poeta satirico, cit, p. 61 (47) U. Knocne, La sutira romana, trad. it, Brescia, 1968, p. 77. (9%) Cic Acad post | 8 (4% Gers XII 2, Macn Sut 117, 19 Maria SALANITRO Pet la bibbogratia antenore al 1977 si veda il mio articolo Varrune pocta satirico, n «Cultura c scuola», 66, 1978, pp. 58 spp, A partire dal 1977 sono stati pubblicati. J P. Cene, Sutires Ménippées, vol IV, Roma, Ecole Française, 1977, L, Dai Santo, I frammenti della musa varroniana, Studio n Il, in «Riv di Stud, Class.», 29, 1977, pp. 409 saa, M. SALANITKO, Ju un frammento del Synephebus di Varrone, in «Melikono, 17, 1977, pp. 254 spa; E. Zareacno, | problemi delle «satire menippee», in «Studi Noniani», IV, Univ. di Genova, Istit. di Filol. Class... 1977, pp. 207 sgg; L. Descmamrs, Quel ques dins d'oeil de Varron dans les satires ménippées, ın Varron grammaire antique et stylistigue latine,| Collari tal ), Paris, Les Belles Lettres, 1978, pp. 91 seg; L. Dat. Santo I frammenti della musa varronta na. Studio n. IV, in «Riv. di St. Class. », 27, 1979, pp. 247 sgg.; M. Saranırro, Sopra alcuni modelli di lingua e di stile nella poesia mensppea di Varrone, in Studi de poesia latina in onore di Antonw Laga, Roma, Ediziom di storia e letteratura, 1979, pp. 351 seg; L. Descnames, L'harmonse des spheres dans les vattres ménippées de Varron, in «Latomus», 38, 1979, pp. 9 sgg., M. SaLaniTRO, Un frammento del »Brmarcus» di Varrone (58 Buech. = 54 Cèbe), in «Giorn. Ital. di Filol.», n. s., 10, 1979, pp 37 SRH Negli scritti in onore di B. Riposati, Studi su Varrone, sulla retorica, stortograha e poesıa latina, Rieti, 1979 sono stati pubblicati: B. Carnauns, Za Varros Memppeen fr 3S2-83 B. vol 1, pp 37 sex: JI Cine, Sur les fragments 170 et 171 Bucheler des satires ménippées de Varron, vol. I. pp 45 sex. | Contant, Quelques remarques sur le style de Varrons dans les Sateres Ménippées (Lu qualification), vol. L pp. 101 sgg.; H. Danımann, Varro, Men fr. 104 B., vol. 1, pp. 107 sg: L. Deschamps, L'atistude de Varron face a la rhétorique dans les Satires Ménippées, vol. I, pp. 153 spg.; A. Traina, Varrone, Men 498 B, vol, U, pp. 541 sgg.