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LE VALUTAZIONI DEGLI ANTICHI
1. Parlando di Epimenide di Creta, il santone-legislatore
vissuto nel VII sec. a.C. e assai presto avvolto in un’aura leggendaria, Diogene Laerzio (1. 112s.) si esprime cosi:
épetar 8’ adtod Kal EniotoAN mpd¢g Lodwva tov vopobérnv
repı&xovoa noMreiav fv diétage Kpnoi Mivoc. "AAG Anpntpioc 6
Mäyvng év toig nept Ópovópov NoINTa TE Kai ovyypapéwv DLEAËYYEW neipätaı thy EmotoAnv de veapav Kai un Tj Kpnuxij povi
yeypannevnv, "Ardidı SE kai tadın vég. 'Eyò d& Kal äAAnv eúpov
EriotoAnv Eyovoav otras: ’Emueviôns LOA@vi Kth.
“Di lui [cioè di Epimenide] si può leggere una lettera inviata al legislatore Solone, che contiene un quadro della costituzione che Minosse aveva dato ai Cretesi. Tuttavia Demetrio
di Magnesia [filologo e antiquario amico di Tito Pomponio
Attico, e quindi attivo grosso modo nella prima meta del I
sec. a.C.] nella sua opera Sui poeti e gli scrittori che hanno lo
stesso nome, cerca di togliere valore (Siedéyyew neıpäroı) alla
lettera con l’argomento che & recente e che é scritta non in
dialetto cretese, ma in dialetto attico e per di pit attico recente.
To perd ho trovato un’altra lettera di questo tenore: Epimenide
a Solone etc.”. Diogene Laerzio quindi riporta per esteso (1.
113) una pretesa lettera di Epimenide a Solone scritta in un
dorico letterario con alcune caratteristiche che potrebbero essere cretesi (passaggio [e]> [i] in àAytovri) accanto altre che non
lo sono affatto (p. es. dativi in -eoo1 in @ntevdvtecot).
Ci sono almeno tre cose importanti che si ricavano con
Página 2
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)chiarezza da questo testo sul tema della sensibilita dei Greci
al problema delle incongruenze tra dialetto e contenuto di
rico attribuiti ad Epimenide o ad altri grandi personaggi di area
dorica di eta arcaica o classica?
Un problema del genere si pone anche in un altro caso di
smascheramento di falsi dialettali di cui ci parla Pausania. In un
passo che tratta dei misteri di Lerna che sarebbero stati istituiti
da Filammone, citarodo mitico figlio di Apollo, si legge (2. 37,
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un’opera:
(a) Anche anteriormente al I sec. a.C. si poteva pensare di
far circolare un testo attribuendolo a un,autore cretese di etä
arcaica ma scrivendolo in attico o in koiné, senza minimamente
preoccuparsi del problema dell’incongruenza dialettale.
(b) C’erano persone perfettamente in grado di accorgersi
che un’incongruenza c’era. Non ci voleva molto, per la veritä,
ma è interessante che Demetrio di Magnesia aveva notato che il
falso era scritto non solo in attico, ma anche in una forma
recente di attico. La distinzione tra attico ‘antico’ e ‘nuovo’
(raAard "ArBic, véa “AtOic) era ben nota alla critica omerica almeno a partire da Aristarco, e faceva parte di una serie di distinzioni tra dialetti antichi e recenti ampiamente uulizzate dai
grammatici greci'.
(c) Accanto ai falsari che non si curavano di problemi di
dialetto c’erano invece quelli che se ne preoccupavano: come
Pautore della lettera in dorico riportata per esteso da Diogene
Laerzio, che aveva composto un testo che faceva almeno qualche sforzo di sembrare cretese ?.
Quest’ultimo punto pone un problema non trascurabile.
Mentre era relativamente facile e banale smascherare un falsario
che faceva scrivere a Epimenide una lettera in koiné, c'era qualcuno in grado di scoprire con argomenti linguistici falsi in do-
2-3): ta pév obv Aeyópeva Eni tots Spapévois SAG eotiv ovK Svta
apyata: à 8ë fkouoa Eni tH kapdig yeypapOar Tij nenomuevn TOÙ
òperyáhkov, oddé tadta Svta Dirdppwvos "Appıp@v evdpe, … BELVÖG
… eEevpeiv & ph tig mpdtepov eiöe, Kai $1 Kai tadta pwpdoac éni
tHde. Ta Enn, Kal Soa où peta pétpov peptypéva Tv tots Eneon, TA
révra Awpioti énenointo- mpiv 8 Hpakksidag katelBeïv ëç IIeAorévvnoov Tv abırv Noiscav ‘AOnvaiots of 'Apyetot povriv « éri Öë
PirGupavos odd td bvoua Tv Awpréwv Epoì Soxeiv és äravras
NKobero EAANvac.
In sostanza Arrifonte (personaggio di evidenti capacità
critiche del quale sappiamo solo ciö che ci dice questo passo)
sosteneva che Filammone era da porre conologicamente a un’epoca anteriore all’invasione dorica e quindi non poteva essere
Pautore di testi in dorico. Fin qui tutto bene; ma va tenuto
presente che secondo Arrifonte prima dell’invasione dorica la
lingua usata dagli Argivi era la stessa che usavano gli Ateniesi?.
Cosa vuol dire questo? Che se gli oggetti sacri utilizzati nei
misteri di Lerna avessero portato dei testi in attico Arrifonte
li avrebbe presi per buoni? Forse se un falsario avesse scritto un
testo in attico arcaico — magari anche con le convenzioni grafiche dell’antico alfabeto attico, come è successo realmente in eta
"R. Pfeiffer, History of Classical Scholarship, Oxford 1968, 228. La bibliografia su questo punto importante della dialettologia antica & molto invecchiata:
imperiale* — anche il ‘segugio’ Arrifonte sarebbe caduto nella
trappola.
ancora indispensabili sono Giese 1837: 50ss. e H. Stephan, De Herodiani technica
dialectologia, Argentorati 1889, 25 s.; cf. anche Bourguct 1927: 48 e n. 1 e il mio
articolo Alcmane, il dialetto di Cirene e la filologia alessandrina, “Riv. Fil, Isır.
CL” 121, 1993, (24-36) 36 n. 2. Si veda anche Galeno, XVIII B 322 Kühn, che
testimonia che secondo alcuni Ippocrate avrebbe scritto in ‘attico antico’.
? La lettera fittizia di Epimenide a Solone & stata ottimamente commentata
in dettaglio sul piano dialettologico da M. Cilione in una test di laurea (inedita)
discussa presso Università di Roma “La Sapienza” nel 1999 ed intitolata “I
dialetti greci come strategia di falsificazione” (pp. 163-214).
> L’idea & sicuramente legata alle teorie sulla presenza di ‘lon’ in Peloponneso prima dell’invasione dorica (v. p. es. Hdt. 1. 145), e al fatto che si riteneva
che gli Toni antichi’ e gli Ateniesi parlassero la stessa lingua (Strab. 8. 333). V.
Giese 1837: 64.
*M. L. Lazzarini, L’arcaismo nelle epigrafi greche di eta imperiale,
“AIQN” (Ann. Dip. Mondo Class. dell’Ist. Univ. Orientale, Sez. linguistica) 8,
1986, 147-153,
Página 3
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)anche della pseudo-analogia di genitivi maschili del tipo ix-
2. Noi oggi riusciamo a scoprire abbastanza agevolmente
dei falsi dialettali, sia con argomenti di contenuto che con argomenti formali, tra i quali sono fondamentali, naturalmente,
quelli linguistici: la presenza di forme iperdialettali, o di forme
né@v); successivamente, attraverso la stessa trafila, si & arrivati
a creare forme di genitivo maschile e neutro come tovtéwv, poi
dativi dvtéoor e tovtéotst, genitivi singolari aùréov e, più raramente, accusativi tovtéovg; inoltre sulla base del gen. masch.
dialettali prese dalla poesia (Omero, lirici), o di forme di un
ingresso della koiné nei dialetti, in altri (particolarmente i dialetti ionici) la koiné li sostituisce quasi integralmente?. Questo
ha conseguenze importanti anche per la tradizione manoscritta
dei testi dialettali. Da una parte le forme di koiné possono
entrare nei testi inavvertitamente, dall’altra i filologi/scribi, proprio perché intuiscono il pericolo di uno scadimento della
forma linguistica originaria, tendono, in maniera più o meno
conscia, a sottolineare la presenza del dialetto introducendo
forme iperdialettali al posto di originarie forme ‘banal. Queste
operazioni sono di norma molto più agevoli in testi in prosa che
in testi poetici, perché si possono sostituire a quelle originali
forme più lunghe o più brevi di una o più sillabe senza che sia
possibile un controllo basato sulla metrica.
|
P. es. in Erodoto o Ippocrate il genitivo plurale maschile o
neutro di aùróg era originariamente adtäv come in attico; la
forma femminile corrispondente era naturalmente abtéwv. A
un certo punto ~ forse già in epoca abbastanza antica — il maschile-neutro adr@v & stato trasformato in abtéwv (con l’aiuto
avtéov si & arrivati a creare un gen. femm. atréqc’.
Contro queste forme si sono ribellati i linguisti e filologi
En pee
certo dialetto mescolate in maniera incongrua a quelle di un
altro, sono tra gli argomenti che normalmente si usano per
dimostrare che un certo testo in prosa è pseudepigrafo. Certe
volte ci meravigliamo che gli antichi non siano riusciti a capire
che un certo testo attribuito p. es. a Ippocrate o a un famoso
pitagorico non era autentico sul piano linguistico; ma dobbiamo prima di tutto ricordarci che forme iperdialettali o poetiche erano state introdotte — e spesso abbastanza presto — anche
nel testo di opere autentiche.
|
|
A partire dal IV sec. a.C. si presentano grossi problemi
legati alla diffusione della koiné; in alcuni casi si ha un forte
157
moderni, ma non gli antichi, che in questi casi erano totalmente
prigionieri della tradizione manoscritta. Galeno ha nei suoi
commenti alle opere del corpus Hippocraticum varie osservazioni su problemi di autenticità, talvolta anche basate su lessico
troppo recente per risalire a Ippocrate’, ed aveva scritto un’opera ora perduta sulla lingua di questo autore 5; tuttavia egli cita
numerosissime volte senza battere ciglio passi di Ippocrate con
avtéo1o1, Tovtéotot, abtéov e adteng?. Gli elementi lessicali del
corpus Hippocraticum, antichi e recenti, non erano stati modificati ed erano controllabili, quelli fonologici e morfologici,
modificati in maniera sistematica o quasi, non lo erano piu:
anzi, un dativo tobroıcı o un genitivo adtoÿ, che era quello
che sicuramente Ippocrate o un suo contemporaneo avrebbero
pronunziato e scritto, devono essere apparsi come forme dialettalmente scorrette.
Inoltre nei testi di prestigio in prosa dialettale sono state
introdotte, non sappiamo bene quando, accanto alle forme propriamente iperdialettali anche forme ‘abbellite’ di matrice poetica, particolarmente omerica. Il testo di Erodoto £ stato particolarmente esposto ad operazioni di questo tipo, che si trovano
attestate almeno in parte della tradizione manoscritta: 1.17 &otänevaı 1. 76 amotdpevar etc. ®. La fonte di questi abbellimenti,
estranei allo ionico di Erodoto, & evidentemente Omero, che
* Su queste forme v. soprattutto Smyth 1894: 447,
? Manetti-Roselli 1994: 1566ss.
* XVIII 2 p. 322 Kühn; v. Smyth 1894: 102; Manetti-Roselli 1994:1559.
° Un solo esempio tra moltissimi: Galen. in Hippocr. epidem. VI comm. I,
p. 15, 2 Wenkebach (CMG V 10, 2, 2; citazione di Ippocrate) tovtéoisiv bnepoan
Kotla.
5 Debrunner-Scherer SS 43 ss.
0 Smyth 1894: 583.
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)presentava numerosissimi infiniti in -uevaı di matrice eolica. In
alcuni casi le modificazioni interessano più di una parola, come
vece il caso della maggior parte delle opere che, a partire dalla
158
in Herodot. 4. 8 tag Fnpvóvao Bóac (‘stirps romana’"') che
sicuramente una versione ‘epicizzata’ di cid che Erodoto aveva
scritto, tag I'npvóvew Boög (attestato dalla, ‘stirps florentina’)".
3. Purtroppo non abbiamo molte certezze sulla data del’introduzione nella prosa dialettale di forme iperdialettali e
poetiche. Le prime potrebbero essere entrate nei testi relativamente presto (IV-III sec. a.C.) °; alcune forme poetiche (soprattutto lessico) erano gia presenti nella prosa ionica ad epoca
antica“, ma devono aver preso forzain maniera decisiva più
tardi, soprattutto a partire dal I sec. a.C. e con un massimo
all’epoca di Adriano e Antonino Pio.
La prosa dorica dei pitagorici più antichi & stata fortemente
influenzata da quella ionica'*, ma sembra essere rimasta abbastanza immune dall’introduzione di poeticismi'*. Diverso in" Che abbonda in iperionismi e forme epiche: v. G. Pasquali, Storia della
tradizione e critica del testo, Firenze 1952, 307.
2 Nella sua recente edizione teubneriana di Erodoto (Leipzig 1987, p.
XXI) H. B. Rosén ha attribuito ad Erodoto stesso (stampandolo nel testo) tüg
Tnpvövao Böug con l’argomento che sarebbe una citazione di Pindaro (fr. 169a
Sn.-M.); ma, a parte altre considerazioni, Pindaro ha Pnpuéva Boas, e non si vede
perché nella citazione Erodoto avrebbe dovuto introdurre la forma epica Tnpuövao. Aveva perfettamente ragione Smyth 1894: 351: “the tendency to introduce
Homeric forms in the text of Herodotos appears in Tnpuövao in the Romanus, IV
8.”. L’edizione di Rosén & in questo, come in infiniti altri casi, inaffidabile.
5 “Eine genauere Erwägung der Textüberlieferung des Herodot und Hippokrates sowie andere Thatsachen haben mich längst belehrt, dass die hyperionische (wie hyperdorische) Textverderbnis dem dritten, teilweise vielleicht bereits
dem vierten Jahrh. v. Chr. zuzuweisen ist”: H. Diels, Kleine Schriften zur Geschichte der antiken Philosophie, Hildesheim 1969, 271 n. 13. V. anche a questo
proposito il mio lavoro sulla prosa ionica postclassica (Cassio 1996: 159 ss.).
" Cassio 1996: 149 ss.
" E anzi possibile (sebbene non sicuro) che Alemeone di Crotone abbia
scritto in ionico: W. Burkert, “Gnomon” 34, 1962, 767 n. 1.
# A.C. Cassio, Lo sviltippo della prosa dorica e le tradizioni occidentali
della retorica greca, in Tra Sicilia e Magna Grecia. Aspetti di ifterazione culturale
nel IV sec. a. C., Atti del Convegno (Napoli 19 -20 marzo 1987), acura di A.C.
Cassio e D. Musti, “AION” Sez. filologico - letteraria, XI (137-57) 147 s.
159
tarda eta ellenistica furono scritte da ignoti e attribuite ai grandi
pitagorici (Filolao, Archita) o a Pitagorici minori, talvolta forse
mai esistiti (come Timeo di Locri, il personaggio del Timeo
platonico). Con molti di questi pseudepigrapha siamo nel I
sec. a. C,, in un clima di rinnovamento della filosofia che comportava un ritorno alle dottrine dei ‘grandi del passato’”, e in
particolare Pitagora; a queste tendenze arcaizzanti sul piano
filosofico si & affiancata, nella compilazione degli pseudepigrapha pitagorici, una forte tendenza all’arcaizzazione linguistica,
mirante a far percepire il testo come veramente antico e quindi
autentico, I] risultato& stato devastante: si& creato un dorico
del tutto artificiale, pieno di iperdorismi, forme ioniche semidorizzate e poeticismi, che & per noi il segno tangibile della non
autenticita dei testi.
In teoria, dato che, come ho detto, almeno i frammenti di
Filolao e Archita ci sono giunti in forma abbastanza autentica,
sarebbe stato possibile per gli antichi notare delle differenze ed
avere dei sospetti. Tuttavia & interessante che autori di I-II sec.
d. C. citando opere autentiche dei Pitagorici potevano sentirsi
autorizzati ad introdurre nel loro testo proprio quegli abbellimenti dialettali di cui ho parlato sopra. Come ho mostrato in
altra sede, Nicomaco di Gerasa, citando ad un certo punto
(Introd. arithm. p. 6, 16 ss. Hoche) Archita (Vorsokr. 47 B 1)
ne ha modificato il dialetto in modo da farlo coincidere con
forme eoliche di Omero”, trasformando un originale Stayvó-
7 Burkert 1971: 40 s.
# E molto difficile fare un’edizione di queste opere perché alle artificiosita
di partenza i copisti dei manoscritti hanno aggiunto altre artifictosità, vari passaggi a forme di koiné e, naturalmente, numerosi errori. V. Thumb-Kieckers
1932: §§ 106-108; H. Thesleff, An Introduction to the Pythagorean Writings of
the Hellenistic Period, Abo 1961, 85 ss. con bibliografia anteriore; B. Centrone,
Pseudopythagorica Ethica, Napoli 1990; S. Giani, Pseudo Archita, L’educazione
morale, Napoli 1993 (“Quaderni di AION Fil.”,1).
2 Tra l’altro in conformita con opinioni antiche che ‘imparentavano’ dialei dorici ed eolici: Bourguet 1927: 14 n. 1,
Página 5
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)gev? in Stayvópevar, duiv in dpi, Îpev in Eupsvar”, Paradosche ci elenca un certo numero di testi di ‘Pitagora’ gia da tempo
salmente, l’Archita autentico & stato dialettalmente modificato
nella direzione dei vari ‘Archita’ pseudepigrafi.
Ovviamente un lettore antico che leggeva |’Archita autentico nella ‘trascrizione’ di Nicomaco e l’accettava per buona
non aveva poi modo di ribellarsi, dal punto di vista linguistico,
contro i numerosi psendarchytea” che circolavano nella prima
eta imperiale: tra l’altro le manipolazioni utilizzavano largamente forme omeriche ed eoliche, che davano un’impressione
di grande antichita. Per rispondere, quindi, alla domanda che mi
ponevo all’inizio (§ 1), credo fosse estremamente difficile scoprire, con argomenti linguistici, falsi in dorico attribuiti ad Epimenide o ad altri grandi personaggi di area dorica di eta arcaica
o classica.
4. In realtä gli antichi non solo avevano molte difficolta,
per le ragioni che ho detto, ad accorgersi che un falso dialettale
era tale, ma, almeno per quanto riguarda le opere pitagoriche, si
ha l’impressione che abbiano voluto cadere nella trappola tesa
loro dai falsari. Si sapeva benissimo che molu testi pitagorici
erano in realtà dei falsi: p. es. all’inizio della sua vita di Pitagora
(§ 2) Giamblico ricorda che la scuola pitagorica era ai suoi
tempi ormai in abbandono per vari motivi, ed anche perché
su di essa gettava ombra una quantita di scritti falsi (yevdéor
te Kai VOBOIg ROAAOIs suyypäpposıv EmioKkidCeoBa1). Eppure molti
pseudepigrapha pitagorici erano spesso ritenuti cosi importanti
per i loro contenuti che si passava sopra alle più evidenti assurdita sul piano formale. Quello stesso Clemente Alessandrino
84).
# Si suppone con questo accento ‘dorico’ (Thumb-Kieckers 1932: §§ 82-
2 Naturalmente una volta capito che gli abbellimenti dialettali (e altri
cambiamenti del testo sul piano sostanziale) sono dovuti a Nicomaco non c’ &
più ragione di dubitare dell’autenticitä del frammento stesso. V. ora W. Burkert,
Pythagoreische Retraktationen: yon den Grenzen einer möglichen Edition, in
Fragmentsammlungen philosophischer Texte der Antike/ Le raccolte dei frammenti di filosofi antichi (hfsg. W. Burkert et alii), Göttingen 1998, (303-319) 311.
B Raccolti da Thesleff 1965: 2- 48.
161
smascherati come opera di altri* cita senza battere ciglio (protrept. 6. 72, 4 = Thesleff 1965: 186) un testo in dorico come di
Pitagora (che, se mai scrisse qualcosa, scrisse in ionico).
Un atteggiamento frequente & quello di accomunare le
lodi per l’alto contenuto morale degli pseudepigrapha a quelle
per il loro stile. Particolarmente importante & un passo del de
imitatione di Dionigi di Alicarnasso (p. 210, 11 sgg. Us. Raderm.), anche perché si tratta della più antica menzione di una
raccolta di opere pitagoriche di argomento etico® tv piXooópwv 8’ avayvwotéov tos te HvBayoprkoùs tig ceuvotntoc Kai
TOV NOdv Kai tHv Soypatov Évexev + où pv GAAG Kai tig amayyeMag » peyakonpensic yap ti Aéber Kai roumrixoi - Kai obSé napadvnoöot Tv CUMTVElav KEKpapéevy Ti SiaAEKTM ypbpevor.
Gli scritti dei Pitagorici si devono quindi leggere non solo
perché hanno un alto contenuto morale, ma anche per il loro
stile, dato che hanno una lexis grandiosa e poetica; inoltre la
chiarezza è salva, in quanto i Pitagorici usano (oppure: “sebbene usino”) una ‘lingua mista’*,
Non @ sicuro che il passo sta autentico — anche se le
argomentazioni contro lautenticità non mi sembrano molto
* strom. 1. 21 (131, 5 ss.) 'Emyévng dé év toig Ilepi tig els "Opyéa rouoeuc
Képxonog sivai Adysı tod Mv@ayopeion tiv Eig ‘Arôov xatéBaow Kai tov Tepov
Aöyov, tov Sé TléxAov kai ta Ovoixd Bpovtivov.
3 Burkert 1971: 43.
* Avevo interpretato l’espressione xexpapévy tú &tahékte ypdyevor nel
senso “dato che usano una lingua mista” sc. di dialetto e koiné, quindi un dialetto
‘temperato’, ma nella discussione G. B. D’Alessio ha portato alla mia attenzione
un passo molto interessante del Proemio del commento a Pindaro di Eustazio di
Tessalonica (cap. 8; ora in A, Kambylis, Eustathios von Thessalonika, Prooimion
zum Pindarkommentar, Géttingen 1991) in cui, con uno stile molto involuto, si
fanno considerazioni sulla mescolanza dei dialetti in Pindaro in relazione al
problema della oapñveta (che & ovviamente più che altro dalla parte del dialetto
atico). D’Alessio mi ha suggerito la possibilitä che Stákektos kexpapévn possa
indicare una lingua mista p. es. di eolico e dorico, e che ypdpevor possa avere un
valore concessivo: “non pregiudicano la chiarezza sebbene usino un dialetto
mescolato” di eolico e dorico. Il suggerimento & senz’altro da prendere in seria
considerazione, anche se forse mi aspetterei nel testo una maggiore chiarificazione, del tipo p. es. kaitot … xpœuevor.
Página 6
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)forti”. Va comunque notato che gli elementi poetici sono visti
in una chiave positiva: lidea che possano essere indizi di
pseudepigrafia non viene neppure lontantamente presa in considerazione.
E interessante che, circa tre secoli dopo (se il testo appena
citato è veramente di Dionigi), ritroviamo lo stesso atteggiaper questa ragione anche le dottrine trasmesse in quel dialetto
162
|
mento laudativo, in particolare per gli elementi linguistic arcaici, nella vita di Pitagora di Giamblico (§157): Tlepi 8& tic
sopiag abroö [cioè di Pitagora] … péyiotóv éott texuñpiov ta
ypagévta ind tev Tvdayopsiov bropvipata, nepi návrov Exovta
thy dAndeav, Kai orpoyyúka pav napa ta GAAG nüvra, apxarotpdnov dè kai nadaiod nivov diapepdvtasg Hanep tivd¢ dEPORTATOU
xvod npoonvéovta. Dunque le opere dei Pitagorici sono piene di
saggezza e di verita e “danno fortemente l'impressione di una
patina di tempi antichi, come una lanugine intatta”. Non si
potrebbe immaginare un successo più completo per gli autori
degli pseudepigrapha pitagorici e per i loro testi ‘antichizzatr.
5, Un passo della vita di Pitagora di Porfirio (§ 53) in cui si
parla di testi pitagorici ritenuti falsi sembra presupporre una
situazione linguistica diversa da quella in cui si & sviluppata la
valutazione che abbiamo trovato nel passo del de imitatione.
Kai 814 tabrnv [la teoria dei numeri] … mv piiocopiav raërnv
ovvéBn oßeodfjvan, np@rov pév S14 To aiviypatddss, Enerta did to
Kai ta yeypappéva Swproti yeypépôar, Exodang tt Kai doupés TG
Siakéxtov, Kal piv Kai did todto Órovoeiolar Kai ta On’ adrfg
dviotopoúpeva Soypata ds vó0a Kai zapnkovopéva TÔ ph ÜvTiKpvg
HuBoyopikoùg sivat tovs EKPEPOVTAG tata.
“A causa di questa [la teoria dei numeri] … & successo che
questa filosofia [pitagorica] si è spenta, per prima cosa perché
era piena di oscuri enigmi, e poi perché le opere pitagoriche
erano scritte in dorico, un dialetto che ha qualcosa di oscuro;
# V, su questo punto Burkert 1971: 43 e H. Thesleff, nello stesso volume
f
degli Entretiens Hardt, 73.
# «ai piv è congettura di P. Shorey, “Cl. Ph.” 27, 1932, 275 s.; 1 mss. hanno
pnôév.
163
(ta bn’ adris Avıoropobneva Séypata) sono state sospettate di
essere spurie e non riportate esattamente (rapnkovouéva) in
quanto quelli che le esponevano non sarebbero stati genuinamente pitagorici”.
E evidente che Porfirio (o la sua fonte) ha costruito un’impalcatura giustificativa dei falsi proprio basandosi su questioni
dialettali, ma non nel senso che sarebbe ovvio per noi. Le dottrine espresse nei testi pitagorici, sembra di capire da quanto
dice Porfirio, sono buone anche nei testi ritenuti falsi, che
quindi sono ingiustamente ritenuti tali. Una delle cause di queste ingiuste accuse di falsità & proprio il dialetto dorico: esso
crea difficolta e ambiguita nell’interpretazione dei testi, che
quindi vengono spesso, almeno in parte, condannati. Non c’è
quindi alcuna differenziazione in Porfirio tra dorico ‘autentico’
e dorico ‘inventato’: & il dialetto in blocco, nella sua visione, ad
essere causa di ambiguita, e le accuse di falsita non hanno ragion
d’essere.
Questa posizione & per noi inaccettabile, ma la notazione
sulle difficoltà causate in generale dall’uso dialetto dorico & interessante: è una posizione molto diversa da quella del de imitatione, in cui si diceva che il dialetto non ostacolava la oupvera, la chiarezza e la comprensibilita dei testi pitagorici. In eta
imperiale molte cose stavano cambiando dal punto di vista linguistico rispetto non solo all’epoca classica, ma anche a quella
ellenistica: gli antichi dialetti erano in gran parte scomparsi o
avviati verso la scomparsa, e tra di essi proprio quell’ attico di
epoca classica che gli atticisti cercavano penosamente e in mezzo
a polemiche” di recuperare da testi scritti; in realtà non solo
Pattico classico, ma la stessa koiné ‘alta’ (diciamo la lingua di
Polibio)* si stava avviando a diventare una lingua di dotti.
” K. Latte, Zur Zeitbestimmung des Antiatticista, in Kleine Schriften,
Miinchen 1968, 612-630.
* V, il mio contributo La lingua greca come lingua universale, in: I Greci.
Storia, cultura, arte societa, a cura di Salvatore Settis, vol. 2. III (Una storia greca:
trasformazioni), Torino 1998, pp. 991-1013.
Página 7
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Contemporaneamente le tendenze culturali dominant
continuavano a proporre testi antichi e antichissimi, o composizioni che li imitavano: un papiro di Colonia ci testimonia che
nell’Egitto del III sec. d. C. si continuavano a comporre testi
tragic”. Gli pseudepigrapha pitagorici erano, dal punto di vista linguistico, una delle tante produzioni letterarie tarde
scritte in una forma di greco antica o antichizzata; utilizzavano
per di pid il dorico, un tipo di dialetto antico meno diffuso
Dialetti greci e pseudepigrapha pitagorici
165
fia della grande maggioranza dei testi attribuiti nell’antichita a
Pitagora e ai Pitagorici ha dovuto attendere l’età moderna: in
linguessivamente la filologia
e R. Bent
gia e€ la la tingu
parti
lo™.e succ
secoley
del XIX
isticacolar
A.C. Cassio
dell’attico classico, e questo costituiva un notevole ostacolo
alla loro volonta di penetrazione in vasti strati della popolazione. A epoca tarda, il dialetto rende difficile la comprensione, fino al punto che Porfirio pud sostenere che & talmente
oscuro che ha ingenerato sospetti di non autenticita dei testi.
Può darsi che la notazione non sia proprio di Porfirio (234 ca. 305 d. C.) ma di una sua fonte, che perd non dovrebbe essere
cronologicamente troppo distante. Comunque sul problema
della pseudepigrafia si arriva sempre alla stessa conclusione
di Dionigi di Alicarnasso e di Giamblico: i testi pitagorici
sono autentici.
6. In sostanza si ha ’impressione che lo smascheramento di
opere pseudepigrafe con mezzi linguistici sia stata sempre difficile in un mondo greco le cui competenze ed esperienze erano
basate quasi esclusivamente su testi letterari; queste difficolta
sono state aumentate enormemente dalla creazione di falsi letterari ‘antichizzati’, che da una parte non si & potuto, dall’altra
non si è voluto smascherare, soprattutto perché, come nel caso
degli pseudopythagorica, si trattava di testi fondanti sul piano
morale e dottrinale per il movimento neopitagorico, che aveva
sviluppato nei loro confronti un atteggiamento di reverenza
quasi religiosa. A una motivazione tecnica si & quindi aggiunta
una pressione ideologica, e il riconoscimento della pseudepigra* Il papiro & ora edito da M. G. Parca, Ptocheia, or Odysseus in Disguise at
Troy (PKöln VI 245), Atlanta, Georgia, 1991 (“Amer. Stud: Papyrol. nr. 31).
Nell’Egitto di eta imperiale c’erano gare poetiche (P. M. Fraser, “Journ. Egypt.
Archaeol.” 45, 1959, 79 sg.).
_” R. Bentley, A Dissertation upon the Epistles of Phalaris (ed. W. Wagner,
Berlin 1874; v. p. 383ss. sugli pseudepigrapha pitagorici); v. anche M. Baltes,
Timaios Lokros, Uber die Natur des Kosmos und der Seele, Leiden 1972, 1s.