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YVES-MARIE
ANDRÉ E LA TRADIZIONE
PITAGORICA NELLA MUSICA
d+
Enrico FUBINI
Università di Cagliari
L'antichissima tradizione di pensiero musicale, che risale alla scuola
pitagorica e platonica e poi attraverso Plutarco e altri teorici e filosofi
alessandrini quali Aristide Quintiliano, Plotino, Giamblico ecc. viene
trasmessa al medioevo con Boezio, S. Agostino, Isidoro di Siviglia e altri
ancora, sopravvive ancora nel tardo Rinascimento. Tuttavia con la riforma luterana, la netta contrapposizione tra musica humana e musica mundana su cui si fondava in definitiva buona parte del pensiero musicale
dell'antichità al Rinascimento, sfuma sempre più sino a scomparire del
tutto con i teorici dell'armonia, da Zarlino a Rameau, Gli studi sull’armonia insieme alla näscita e allo sviluppo dello spirito luterano, privo
della diffidenza moralistica e cattolica verso il piacere uditivo, hanno
contribuito a ridurre progressivamente lo scarto tra il mondo della musica mundana costituita da astratte relazioni matematiche, da un'armonia
perfetta ma inudibile e il mondo dei suoni reali, pallido e inadeguato
riflesso del primo.
Nella cultura estetica a cavallo tra il sei e il settecento, dominata dal
conflitto tra razionalismo ed empirismo, tra classicismo ed estetica del
gusto, continua a sopravyivere tuttavia, appartata e discreta, un'estetica
della musica che si riallaccia idealmente alla speculazione pitagorica e
platonica pur modificAndola profondamente dall'interno nel senso suggerito appunto dal pensiero luterano.
Rameau rappresenta un po’ il punto di convergenza di quest'esperienza
di pensiero che, nonostante il suo apparente anacronismo, conservò una
sua vitalità e una sua insostituibile funzione e diede i suoi frutti ancora
- nella musicologia dell’ottocento. L'estetica musicale sia di derivazione
Fubini, Enrico +.
-
YVES-MARIE ANDRE E LA TRADIZIONE PITAGORICA wELLA MUSICA
- In:
Intern.Review of the Aesthetics and Sociology of
.
Music, II - 1971 - p. 37 - 47
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classicistica che empiristica in fondo è sempre di derivazione letteraria, e
pur con tesi contrastanti, osserva la musica dal punto di vista dell’uomo di
lettere. Se i giudizi sulla musica strumentale sono per lo più frettolosi
e distratti e conclúdono generalmente in una più o meno esplicita condanna di essa, l’estetica del tempo concentra la sua attenzione sul melo-
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dramma ed in generale sugli aspetti della musica
in cui i suoni vengono
usati subordinatamente all’arte della parola
. L'esame dei rapporti della
musica con il testo letterario, problema già
esse un salto qualitativo: la scoperta delle leggi arméniche che réggono
il mondo dei suoni ha servito ai tedrici a dimostrarne l’ihtima razionalità
e bellezza su cui si fonda la musica nella sua corposa e sensibile realtà.
Perciò l’ascolto e la comprensione della musica rappresenta un fatto
educativo nel senso più profondo del termine, introduzione ad una sapienza più alta, appercezione diretta e tangibile delle leggi che reggono
posto dalla chiesa a proposito
dell’intelligibilità dei testi sacri nella polifonia, conclu
de invariabilmente
per una svalutazione della musica, arte
insignificante, atta al più ad
ornare piacevolmente la parola. In questa
estetica a sfondo antimusicale,
si annida sempre un presupposto moralistico
a cui non è estraneo l’ambiguo atteggiamento di attrazione-repulsione
della chiesa nei confronti
della musica: se da una parte la chiesa ha
favorito lo svildppo della muärmoniosamente la natura.
to di fasto nella cappella vaticana, tuttavia ha sempre temuto e respin
to il suo potère di seduzione, il
piacére sensibile che essa procurava. La music
a conservava per la mentalità cattolica controriformista il suo richia
mo mondano e anche sc
continuava ad essere ammessa nel culto,
nella forma degli oratori e delle
cantate sacre insieme alla più antica
forma della messa, tuttavia era pur
sempre concepfta come un ornamento cosi
come gli addobbi sacri e le
Questa ambivalenza è propria
del mayo latino barocco, da un lato profondame
suo
in
to a rinnegare
nte moralistico con il
i
godimenti terreni, e dall'altra
sensu
ale come
nessun'altra Epoca e musicale proprio nella
misura in cui la musica
Leibniz,? ci afffscina benchè la sua bellezza non consista che nei rapporti dei numeri e nel cAlcolo di cui non siamo coscienti, ma che l'animo
rappresenta, un richiamo dirett
o per la nostra sensibilità; quest
o dualismo, che domina tutta l’estetica music
ale dell’epoca barócca, per cui si
respinge la musica, ma la si respinge
proprio nell'atto di ricondscerne il
tuttavia compie, delle vibrazioni dei corpi sonori, che si prodücono con
certi intervalli.« Ia musica è dunque un po’ come l’immagine condensuo potere, non esiste nel mond
o luterano, in cui la musica
è stata concepita non come un ornamento del
culto o come un elemento utile
anche
se pericoloso per il fedele che si lascia
dominare da esso, ma come uno
strumento diretto di elevazione a Dio.
Attraverso di esso la collettività
dei fedeli viene saldata ed esaltata nella preghiera,
che la musica ha il
potere
di intensificare e quasi di sublimare.
Il dualismo inerente alla
concezione medioevale della musica
, strum
simbolo di ultraterrena armonfa si atténua
rano e parallelamente si attenua, sino
ento di dannazione ed insieme
gradatamente nel mondo lutea scomparire, ogni antagonismo tra
musicista e letterato: il testo sacro
trova nella musica la sua naturale
destinazione, la sua più piena espressione; il corale
di Bach non nasce da un compromesso tra musica
stessa che si scioglie nel canto corale pur
luterano nella cantata
e parole ma è ia parola
senza perdére nulla della sua
pregnanza significativa. Così la musica, non
si piega alla parola ma conserva il suo potere astrattivo, la sua forza spiritu
ale che si realizza pienamente attraverso la sua evidenza sensibi
le. L'idea di un mondo della
natura retto da un'armonia universale
a cui non è estranea la stessa
natura dell'uomo sta a fondamento di questa
nuova concezione della
musica che si fa strada da Lutéro in poi. L'armo
nia musicale trova
il suo fondamento nella natura, come tendévano a dimostr
are ormai
studi di acustica e di armonia, e la bellezza sensibi
gli
le della musica od
proprio sul suo fondamento eterno, raziona
le e perciò naturale, cioè
sata e resa percepfhile all'uomo del mistero dell’universo, è il luogo in
-o—0
cuì la bellezza intelligibile della natura diventa bellezza sensibile: »Proprio come nulla è più piacevole ai sensi dell'uomo dell’armonia musicale
- afferma Leibniz, chiarendo inequivocabilmente il senso del suo pensiero — così nulla è più piacevole della meravigliosa armonia della natura, di cui la musica è soltanto un pregustamento ed una piccola evidenza«. Con Leibniz, si verifica perciò quel rinnovamento a livello
filosofico della tradizione pitagorica, nella prospettiva di una musica
humana che ci conduce direttamente alla bellezza della natura di cui la
musica è il simbolo più concreto, senza un salto metafisico, senza la mediazione del teorico che ci spieghi la sua struttura matematica, ma attrgverso la sua immediata evidenza sensibile. Sensibilità e ragione, fantasia
e intelletto appaiono così organicamente uniti e solidäli: la fantasia che
opera la »numerazione incönscia« & si a un gradino inferiore rispetto
all'intelletto ma non gli si contrappone e appare come una forma anticipatrice della ragione. Leibniz ha avuto il merito di puntualizzare sul
piano filosofico questa prospettiva sulla musica, che sul piano pratico
possiamo idealmente immaginare incarnata nell'arte di Bach e nella sua
idea che tutta la musica »a null’altro deve mirare che all'onore di Dio o
" alla ricreazione dell'animo«. Questa concezione che possiamo chiamare
neopitagórica, si trova indubbiamente isolata nella cultura estetica settesull’armonia. La musica humana e la musica mundan
a non avevano piú
motivo per essere separate da un muro
invalicabile: non vi era più tra
Ä
L’idea della musica come rispecchiamento delle leggi universali che
per gli antfchi si traduceva in una concezione metafisica della musica,
suprema sapienza, filosofia prima, si ritrova ad esempio in Leibniz come
idea di un'arte privilegiata, come rivelazione di un assoluto, ma non è
più connessa alla contrapposizione tra una musica inudibile che si rivolge
al nostro intelletto e una musica udibile che si rivolge ai sensi. La famosa
frase di Leibniz, spesso male interpretata — »Musica est exercitium
arithmeticae occultum nescientis se numerare animi«! — va letta in questa
prospettiva che diventa esplicita se si tiene conto di altre definizioni della
musica dello stesso Leibniz. Questo »exercitium arithmeticae occultum«
è compiuto dalla sensibilità la quale prova piacere nella percezione sonora
dell'armonia prestabilita che regge la natura. »La musica, afferma ancora
sıca come strumento di culto, come elemen
decorazioni fastose delle chiese barocche.
' Epistolae ad diversos, 1543 a Goldbuch, 1712.
* Cfr. Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione.
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YVES MARIE ANDRE E LA TRADIZIONE PITAGORICA
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centesca ed era per certi aspetti del tutto inattuale. La filosofia del tempo
preferenze stilistiche per una musica piuttosto che un’altra, ignorando
infatti mirava ad isolare la facoltà del gusto come facoljà auténoma, indel tutto le dispute musicali dell’época ma neanche al rapporto musicadipendente dalla ragione. Perciò gli illuministi privilegiano la melodia
rispetto all’armonia in quanto la prima appare loro come frutto di una
parola, tema centrale dell'estetica musicale del settecento. La musica è
libera inventiva, sottratta a qualsfasi possibilità di razionalizzazigne;
le sue sole forze: al melodramma non si accenna neppure una volta
nell’armonia invece, come complesso di regole matematiche, si riaffdccia
nonostante fosse il genere musicale al centro degli interessi teorici geneconsiderata dall’André un’arte del tutto autosufficiente, che si regge con
l’impéro della ragione che dovrebbe essere escluso dall'arte. Sostenere la
rali. Per l'André la musica non si appéggia a nessun altra arte, ma anzi
supremazia dell'armonia costituisce perciò per un teórico del Settecento
essa deve avere una trattazione isolata e a parte perchè è un'arte non solo
diversa dalle altre ma privilegiata. Anzitutto la musica dal punto di vista
del soggetto si rivolge »al più sottile e più spirituale dei nostri sensi«
(p. 66) e in quanto tale essa ȏ la scienza dei suoni armonici e dei loro
agcordi« (p. 67). L'André accoglie dunque due concetti che sembrerebbero contradditori: da una parte la musica come scienza, dall'altra
un motivo per essere controcorrente: classicisti ed empiristi concordano
in fondo nel considerare la musica un puro divertimento, un ornamento,
un prodotto della fantasia anche se non concordano nella valutazione
di
quest'érgano preposto all'attività artistica. Ma gli uni e gli altri
rifidlano la contaminazione tra arte e scienza che alcuni tebrici isolati
continuavano a proporre con un apparente insensibilità ai problemi del
loro tempo. D'altra parte il neopitagorismo appare nella storia dell’estela musica come oggetto del nostro udfto cioè come oggetto di percezione
tica musicale settecentesca come una valida alternativa all'estetica empisensibile. La cultura estetica del settecento ha per l'appunto approfondito
questo solco, accentuando la separazione tra intelletto e sensibilità, poristica, sottraendo la musica al confronto gerdrchico con le arti della
nendo in antitesi il piacere dei sensi e la ragione. L'André rifiuta
parola considerate come un punto fisso di riferimento per ogni tipo di
espressione artistica. ] paesi di cultura e tradizione luterana hanno rappresentato il luogo naturale per lo sviluppo di una concezione scientificometafisica della musica; altrove invece, i filosofi e i teorici vicini a
quest’alternativa riconoscendo alla musica una doppia funzione: »Il fine
della musica é duplice come il suo oggetto; la musica vuole piacere
all'orecchio, che è il suo giudice naturale; essa vuole piacere alla ragione
che presiede essenzialmente ai giudfei dell’orecchio; per mezzo del piacere
prospettive scientifiche sulla musica appaiono più isolati e anacronistici,
anche se il loro apporto alla storia dell'estetica musicale può dirsi oggi
tutt'altro che trascurabile. Tale appare Rameau teorico, nel suo tempo,
quasi eroicamente solo contro tutti i philusophes; tuttavia non sarebbe
giusto fare di Ramcau il grande incompreso in quanto in fondo aveva
che essa provoca nell'uno e nell'altra, essa vuole stimolare nell'animo i
moti più consoni a potenziare tutte le sue facoltà« (p. 69). Il fatto che la
musica si rivólga in definitiva in egual modo a orecchio e ragione signidei punti di riferimento precisi a cui appoggiarsi consapevolmente o
aspetti complementari ed entrambi necessari della nostra personalità.
inconsapevolmente: anzitutto la grande tradizione dei teorici da Zarlino
a Eulero e a Saveur e tra i filosofi non solo Cartesio e Leibniz — anche
se probabilmente non conosceva direttamente quest'ultimo - ma anche
altri suoi connazionali quali il Crousaz e l’André.
la ragione non fa che constatare, rendere esplicita la natura sensibile e
matematica della musica.
L'Essai sur le Beau! pubblicato nel 1741 a Parigi dal-padre gesuita
Yves-Marie André, quando Rameau aveva già pubblicato il suo Traité
de l'harmonie e altri saggi teorici, dimostra come anche in un ambiente
per lo più ostife, trovasse ancora spazio un'estetica metafisica e razionalistica; J’André cita tra i propri maestri non solo tutti gli antichi teorici,
da Pitagora a Platone ad Aristide e a Plutarco ma ancora S. Agostino
e per venire più vicino ai suoi tempi Zarlino, Saveur, lo stesso Rameau
e tra i filosofi Cartesio, Mersenne, Malebranche, inserendosi così in una
tradizione filosofica imnregnata di un razionalismo metafisico platonico
e agostiniano del tutto estraneo alla mentalità francese del tempo sempre
più influenzata dall’empirismo inglese.
Contrariamente alla maggior parte dei filosofi del suo tempo, le considerazioni dell’André sulla musica non solo non accennano neppure a
! Le citazioni sono tratte dall'edizione del 1843 (Parigi), riprodotta dalla Slatkine
Reprints, Genève 1969.
fica che orecchio e ragione non sono due facoltà antitetiche ma due
Non per nulla l’udito è »il senso più sottile e spirituale« e d’altra parte
Un’estetica della musica, secondo l’André, deve perciò chiarire il bello
musicale nella sua duplice natura, sensibile e razionale; duplicità più
apparente che reale perchè si tratta solo di due modi diversi di osservare
e percepire lo stesso fenómeno. L’André è sufficientemente accorto come
filosofo per avvertire le grosse difficoltà e soprattutto le più ovvie
obiezioni a cui una concezione di questo tipp
poteva andare incontro
nel suo tempo. La relatività storica e geográfica dell'orecchio umano,
cioè la storicità dei modi di percezione della musica fin nei suoi elementi
più semplici, in altre parole la storicità del gusto era ormai a metà del
settecento quasi un luogo comune; ma in un’arte che sembràva priva di
contenùto intellettuale, la constatazione della relatività del gusto musicale
si traduceva di fatto in un declassamento della musica: puro stimolo
emotivo, privo di regole e di leggi. soggetto alle mode passeggere, alle
diverse sensibilità det popoli, essa non può aspirare alla dignità artistica.
L’André previene queste obiezioni ponendosi su di un altro piano. La
musica è fondamentalmente sempre eguale, eterna ed immutabile come
la natura, come l’orecchio umano; i vari sistémi musicali succedätisi
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REVIEW OF THE
AESTHETICS
AND SOCIOLOGY
OF
MUSIC
YVES MARIE ANDRE E LA TRADIZIONE PITAGORICA
dalla Grecia antica sino ai suoi tempi non sono che lo sforzo di adeguamento a questa eterna legge, il progressivo disvelamento dell’arte
musicale in tutta la sua ricchezza e pienezza.
L'esperienza dei musicisti non può contraddire lo sforzo dei matematici
nello studio della natura degli intervalli: l'orecchio non può che confermare la teoria e viceversa. Musicisti e teorici nel loro lavoro secolare, dai
tempi di Pitägora sino a Rameau hanno cercato unicamente di perfezionare la musica nel senso di scoprire con l'orecchio e la ragione le leggi
naturali di quest'arte. Ma non perciò, aggiunge l’André, nel corso dei
secoli »è mutato il giudizio dell’orecchio«. In questa prospettiva è logico
che all'André non interessfissero affatto le polémiche musicali che tanto
appassionfivano i suoi contemporanei e che traévano origine proprio da
una concezione relativistica del gusto musicale; l'André si limita a mostrare una certa insofferenza per le nuove mode, comprensibile in un
filosofo che cerca, oltre le mutevoli apparenze di un'arte, il suo fondamento eterno. Ma il problema delle querelles tuttavia »non entra nei
suoi proposifi« e »la questione d'altra parte non è nè importante e neppure ragionevole« (p. 75).
L'Essai sur le Beau dell’ André pertanto è un trattato sistematico sulla
bellezza e non solo sulla bellezza musicale; percid i problemi sulla natura
della musica cui si & sopra accennato acquistano il giusto rilievo se inserfti
nella sua metafisica del bello. L’André si propone infatti di applicare
anche alla musica il suo schema di divisione del bello in tre generi. Vi
è quindi 1) »un bello musicale essenziale, assoluto, indipendente da
qualsiasi istituzione, anche divina; 2) un bello musicale naturale dipendente da un'istituzione del Creatore ma indipendente dalle nostre opinioni e dai nostri gusti; 3) un bello musicale artificiale in qualche modo
arbitrario, ma sempre dipendente dalle leggi eterne dell'armonia« (pp.
77-78). L'André sembra qui riprendere, pur nell'{mbito di questi generi
derivanti dalla scolastica cartesiana e dall’estetica del Crousaz, uno
schema medioevale di origine platonica con il riconoscimento di due
diversi mondi musicali, uno inaccessibile all'uomo, archetipo della bellezza musicale, e l’altro creato dall’uomo per il suo piacere, soggetto alle
mode, convenzionale e arbitrario. Ma a ben vedere l’André è proprio da
questo schema che cerca di uscire, schema che in fondo l'empirismo
accétta in parte abolendo il primo termine e riconoscendo come valido
il secondo. Il problema per l’Andr& è anzitutto di esaminare se esistono
rapporti tra i diversi tipi di bellezza musicale e come si possono configurare. Il »bello musicale essenziale e assoluto« per l’Andr& non è separato e scisso dal »bello musicale artificiale«; anzi esso in qualche modo
si rivela solo attraverso quest’ultimo. »In un concerto, afferma l’André,
vi è un diletto più puro della dolcezza dei suoni che voi ascoltate; una
bellezza che non è oggetto dei sensi, una certa bellezza che incénta lo
spirito, che solo lo spirito percepisce gitldica. . . .«. Ma, si chiede Y André,
con quale regola si giudicherà questa bellezza? La risposta è la chiave
per capire tutto il discorso e va citata nella lingua originale: »Je n'en ai
point consulté d'autre — risponde l'André - que de me rendre attentif
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à tout; je suivais tous les mouvements des sons successifs ou simultanés;
je les comparais entre eux; j'en observais toutes les cadences; je les sentais, les élévations et les abaissements, le style coulant et nombreux de la
composition, le saillies, les repos, les reprises, les rencontres, les fuites,
les retours. .. C'est-a-dire, que pendant que tant de voix et d'instruments
sonores vous frappaient l'oreille nar des accords agréables, vous sentiez
au dedans de vous-même un maître de musique intérieur qui battait la
mesure, si j'ose ainsi parler, pour vous en marquer la justesse, qui vous
en découvrait le principe dans une lumière supérieure aux sens; dans
l'idée de l'ordre, la beauté de l'ordonnance du dessein de la pièce; dans
l'idée des nombres sonores, la règle des proportions et des progressions
harmoniques dont ils sont les images essentielles: dans l'idée de la
décence, une loi sacrée qui prescrivait à chaque partie son rang, son
terme et sa route légitime pour y arriver; c'est-à-dire que pendant que
tous vos concertants lisaient sur le papier chacun sa tablature, vous lisiez
aussi la vôtre écrite en notes éternelles et ineffaçables dans le grand livre
de la raison, qui est ouvert à tous les esprits attentifs« (p. 79). In questo
passo, che meritava citare per intiero, l’André riassume e recisa in modo
suggestivo le sue idee fondamentali e pone le distanze sia dalle estetiche
precettistiche del classicismo, sta dall'estetica del gusto. Infatti i suoi
principi di ordine, di proporzione, di decéro, di armonia non si tradücono
in una regola esteriore da imporre al musicista, ma, con un evidente
richiamo agostiniano, costitufscono un ideale trascendente e immanente
al tempo stesso. Questa musica che ha il suo principio in una »luce superiore ai sensi«, tuttavia ci si rivéla proprio attraverso ai sensi, e solo
con l'ascolto fisico di essa possiamo accedere alla sua natura più essenziale. Tra la musica che si ascolta con i sensi e la musica che si rivolge
alla ragione tuttavia vi è un ben preciso giuco di richiámi e una stretta
interdipendenza. Il richiamo all’esperienza interiore (un maitre de musique intérieur) è la via per ritrovare questa armonia superiore di cui
quella sensibile è l'incarnazione. »Il grande libro della ragione« è dentro
e non fuori di nui, ed è aperto a tutti. Ascoltando la musica con attenzione in tutte le sue manifestazioni sensibili, ci si dispiega in interiore
homine, l'altra musica scritta »in note eterne«, ma a quest’ultima non si
accede senza la prima. L'armonia della musica perciò si può ben dire che
è fondamentalmente una, ma si rivela a noi a diversi livelli, attraverso
un passäggio dai gradini più bassi, cioè quando l'armonia è senfita come
piacere sensibile delle consonanze, sino al livello più alto, puramente
intellegibile, con la consapevolezza dell'eternità delle sue leggi. Ma
l'uomo può godére di essa e giungere a questa superiore consapevolezza
perchè »la struttura del corpo umano è tutta armonica« (p. 81). L'uomo,
corpo e spirito, vibra all'unisono con la musica e per questo motivo
l'André privilégia la voce umana rispetto agli strumenti: »di tutti gli
strumenti musicali la voce umana è quello il cui suono simpatizza maggiormente con le nostre disposizioni interiori . . E come non sarebbe così,
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dal momento che per sua natura la voce umana deve essere necessariamente più all'unísono con l'armonia del nostro corpo e della nostra anima?« (p. 83).
Come s'inserisce in questo discorso sulla musica la creatività del musicista, l'invenzione individuale, il gusto del singolo? Se la musica come
dice più volte l'André »non è un invenzione puramente umana« (p. 84),
non si riapre un divario incolmabile tra la musica »artificiale« e quella
»naturale«? Certo la difficoltà non è ben risolta e sembra che téndano
nuovamente a sovrapporsi
due fatti parzialmente eterogénei. L’André
ritiéne che la consonanza sia sostanzialmente il regno del bello musicale
assoluto mentre nella dissonanza si esplica la libertà del musicista in
quanto introduce la varietà nella composizione. Ma anche la dissonanza
non è un' »invenzione« del musicista ma è fondata sulla natura, afferma
l’André citando Rameau. Quindi l’inventiva del musicista si esplica solo
nella possibilità di combinare elementi già dati in natura. »E chiaro,
spièga l'André, che l’uso ben intéso delle dissonanze, produce nella musica un nuovo tipo di bellezza, anche se sempre fondato sulla natura ...; le varietà infinite di cui esse ornano le composizioni musicali sono però veramente opera del musicista, bellezza libera che
egli può scegliere; e, se posso osare affermarlo, sua creazione. È vero
YVES MARIE ANDRE E LA TRADIZIONE PITAGORICA
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renza. Pur attraverso un discorso non sempre limpido e incerto emerge
con sufficiente chiarezza che la musica è un'arte superiore alla pittura
proprio perchè la prima è un’arte prevalenteménte espressiva, mentre la
seconda imitativa. L’André nel terminare il suo quarto discorso sulla
bellezza musicale afferma che la musica è un’arte superiore alle altre, che
la bellezza musicale è più alta, più espressiva delle altre bellezze; certo
la terminologia filosofica ed estetica del tempo non gli era di aiuto nel
sostenere questa tési led infatti le conclusioni dell’André rivélano proprio
questa mancanza di strumenti concettuali adeguati, ma non perciò è
meno significativo il suo sforzo d’individuare, seppure confusamente,
allo stato d’intuizione, motivi estetici che sardnno poi chiariti e portati
ad una condizione di maggior chiarezza e consapevolezza solo nei decenni successiviffL'elemento originale e peculiare della musica emerge
solo dal confronto con la pittura: »prima di terminare, afferma l’André,
vorrémmo per un momento metterle in parallelo (musica e pittura), ma
quale parallelo o piuttosto quale contrasto! Non vi è persona che non
questi due generi di bellezza consistono nell'imitazione o! se
sáppia che
si preferisce nell'espressione. Ecco un punto in cui musica e pittura si
trovano uniti nello stesso fine. Ma quale differenza nell’esecuzione!«
(p. 93). Qui l'André nelle critiche mosse alla pittura si rialláccia a numeperchè anche l'orecchio deve avere la sua parte, purchè il tutto sia riconrosi precedenti, da Roger de Piles al Dubos e lo stesso tema sarà ampiamente sviluppato dagli enciclopedisti. La pittura in sostanza è un’arte
la cui imitazione è esemplare, perfetta ed adeguata al suo oggetto, ma
non ci dà la vita. La pittura ci dà solamente la superficie degli oggetti
imitati ma non coglie la loro dimensione più essenziale, più profonda;
la pittura rappresenta »unicamente la superficie dei corpi, un viso, degli
ducfbile all'unità. Attraverso la dissonanza e quindi la varietà si forma
quello che l’André, seguendo in fondo Rameau, chiama »una specie di
retorica musicale«, un vero e proprio vocabolario con le sue parole, le
occhi, colori fissi e inanimati ...« (p. 94); ma la musica »ci scava sino
in fondo all'anima... la musica dipinge il movimento. .« (p. 94). In
altre parole la pittura ha un campo d’azione ben determinato e limitato;
sue »grandi figure per clevare l'animo, le sue grazie . . .« (p. 88). Ma dalla
varietà compatibile con l'uso di questo ricco vocabolario, deve sempre
emergere l’unità, »il grande principio« che in ogni tipo di produzione,
sia della natura che dell'arte... costituisce sempre la forma della vera
bellezza«. Si ripropone ancora una volta il contrasto tra questa musica
la musica, in apparenza più lontana dalla natura, cioè dagli oggetti, ha
un campo d'azione illimitato perchè i mezzi di cui si serve sono più
indiretti o potremmo dire oggi più metaférici. »Ci vorrebbero venti
che per includere nell'armonia queste bellezze chelo chiamo d’istituzione
e dell'arte, si è dovuto consultare la natura, meditare, ragionare e a volte
tentare; ma con tante esperienze e ragionamento infine si è trovata la
strada« (p. 87-8). Per l’André quindi, i due tipi di bellezze musicali
hanno un fondamento Unico e la varietà è ammissibile, anzi auspicabile
che dipinge, che ha un sho vocabolario, una sua ben precisa retorica e
l'unità cui deve mirare in definitiva ogni musica. Non si tratta di un'unità
quadri per riunire tutto ciò che racchiúde la più irrilevante cantata o
sonata« (p. 94). Infatti la musica agisce evocando e non descrivendo o
imitando come la pittura. Il termine espressione viene usato dall'André
con maggior insistenza parlando della musica e della sua superiorità di
formale, nel senso della realizzazione di una coerenza di discorso anche
fronte alla pittura. Quest'ultima non manca di »perfezione«, ma »non
se questa è la premessa indispensabile, il livello più basso per realizzare
un'unità superiore cui deve mirare il musicista e che è di natura metafisica. Anche l’André si trova di fronte al problema in cui si è dibattuta
tutta l’estetica del settecento, cioè il significato del concetto dell’arte
come imitazione, concetto che ancora una volta viene messo in crisi proprio dalla musica. L'arte che trova il suo valore estetico in una prospettiva formale, anche se di natura metafisica, come il principio dell’unitä
affermata dall’André, si contrappone all’arte che invece trova il suo
ha ricevuto dalla natura altrettanti doni della sua rivale. Vorrei dire,
continua l'André, che per esempio i colori non sono così espressivi come
i suoni. .,.« (p. 95). »Ora, conclude, con tutti questi vantaggi, c'è forse
da sorprendersi che il bello musicale possieda grazie più sublimi e più
valore estetico nell'imitazione, comunque poi questa venga intesa. Musica
€ pittura véngono contrapposte dall’André proprio in base a questa diffedelicate, più forti e più ténére rispetto a qualsiasi altra arte?« {p. 95).
Se si diméntica per un momento la scolastica distinzione dei tre tipi di
bellezza musicale che l’Andr& ci propone per mantenére la simmetria di
costruzione con le altre bellezze, se si vuole cogliere il significato complessivo del suo discorso, si deve rilevare che proprio attraverso la musica
l’André tenta di andare oltre la prospettiva pitagérica tradizionale mi-
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)rando ad individuare l’unità profonda del fatto musicale, la sua natura
fisica e insieme spirituale. La duplice natura della musica, che si presenta
come vocabolario delle passioni ma al tempo stesso come rimando ad un
orizzonte metafisico, ci Jfscia intravvedere un mondo in cui un'armonia
superiore regge ed unisce uomo e natura in un'unità organica. Infatti la
conclusione dell’André è che »in una sola istituzione... si ritrovano
tutti e tre i generi di bellezza«; si direbbe che l'impianto scolastico della
sua estetica venga dallo stesso André compromessa e messa in crisi a
contatto con quest'arte »più sublime e più delicata, più forte e più ténera« che è la musica.
L'estetica dell'imitazione, sia nella prospettiva empiristica dell'estetica
del gusto, sia nella prospettiva metafisica pitagorica-platonica per tutto
il settecento viene messa in crisi dalla presenza disturbante ma stimolante della musica. Gli spunti presenti nell’estetica dell’André non andranno persi; Rameau da una parte e Diderot as gli enciclopedisti
saprdnno riprenderli in un orizzonte filosofico più cönsono al loro organico svilfippo.
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YVES-MARIE ANDRE I PITAGOREJSKA ‘TRADICIJA U MUZICI
U estetskoj kulturı 17. 1 18. stoljeéa, u kojoj je dominirao sukob izmedu racionalizma i empirizma, izmedu klasicizma i estetike ukusa, nastavija Zivjeti,
postrance i diskretno, vitalna muzitka estetika koja se upudta u pitagorejske i
platonske spekulacije. Ipak su pod utjecajem luteranske misli i nove senzibilnosti prema muzici novopitagorejci nastojali pumiriti rascjep izmedu muzike
humane i muzike mundane, na kojem se konaëno zasnivao dobar dio muzitke
misli od antike do renesanse. ‘Taj su proces nesumnjivo [avorizirali takoder
postanak harmonije i otkriée da su zakuni ito njome vladaju zasnovani upravo
na prirodi. Ideja svijeta prirode, vodenog univerzalnom harmonijom, kojoj
nije strana ni sama dovjekova priroda, stajala je u osnovi te nove koncepcije
muzike koja se probija od Luthera dalje s teuretiéarima renesanse - od Zarlina
du Descartesa i Rameaua. Za njih se osjetna Ijepota muzike ne suprotstavija
racionalnoj prirodi, nego, naprotiv, potiva na njezinoj vjetnoj osnovi, racionalnoj i zato prirodnoj, to jest na harmoniji. Leibnizova je zasluga mozda
u tome Sto je prvi precizirao na lilozofskom planu to organsko jedinstvo senzibilnosti i razuma, fantazije i ama. ‘Takvu je koncepciju razvio u smisleni
sustav tek Rameau; no bilo bi krivo misliti da je on bio usamljeni mislilac.
Essai sur le Beau, Ho ga je objavio 1744. u Parizu isusovac André, kad je
Rameau veé bio izdao svoj Traité de l'hurmonie, dokazuje kako su Rameauove
ideje naisle na znalajan odjek i kud drugih mislilaca. André se u stvari ukljutuje u pitagorejsku i platonsku struju, potpuno zanemarujuéi empiristiéku estetiku koja se u to doba Birila u cijeloj Francuskoj. André se nije bavio raspravama o melodrami, koje su polarizirale paënju njegovih suvremenika, a ni odnosima izmedu muzitkog i poetskog izralaja. Za Andréa je muzika ne samo
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YVES MARIE ANDRE L LA TRADIZIONE PITAGORICA
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sebi dovoljna umjetnost nego u nekim aspektima i privilegirana, toliko, dapate, da trazi od filozofa da je tretira odvojeno od ostalih umjetnosti. U
stvari, muzika se obraéa »nalem najsuptilnijem i najduhovnijem osjetilu«.
I takva, ona je »nauka o skladnim tonovima i njihovim akordima«. Dosljedno
tome, muzika je u osnovi vjetna i nepromjenjiva kao i priroda i kao ljudski
sluh. Glazbena je ljepota najizrazajnija i najdovrSenija ljepota, jer se kroz
njezinu osjetilnu olitost vikriva i inkarnira vida ljepota, &ija je priroda metafizitka, u kojoj se zajednu stapaju, u savrieno i skladno jedinstvo, fizitka i
duhovna narav. Ti se pogledi u estetici Andréa nisu izgubili; s jedne strane
Rameau, s druge strane enciklopedist Diderot znali su ih prihvatiti na jednom
filozufskom horizontu, koji je bio pogodniji za njihov organski razvitak.