Septemfolius

Autor
Mazzarino, A.
Publicado en
Ricerche linguistiche
Año
1954
Tema
CATO
Idioma
Italiano
Categoría
C9 Medicina
Número de archivo
5198

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Mazzarino A., Lal. seplemfolius [appliqué à une variété de la brassica pythagorea] ; cf. Cato Maior. Askeıc — Lat. septemfolius : RicLing III 1451 184-188. | Dans Caton, De agr. 185 e pubblicati nel 1941 dal Lobel *. Il confronto ambientale può essere 157,1 lire, au lieu de septem bona, sepiemfolia, pour désigner une variété de utile per una restituzione del testo catoniano cruce notatus. brassica, la xodufn Errépuiios, par Jaquclie juraient les Pythagoriciens. Riportiamo il passo per intero (Cato, de agr., 157, 1): « de brassica pythagorea, quid in ea boni sit salubritatisque. principium te cognoscere oportet quae genera brassicae sint et cuius modi naturam habeant. omnia ad salutem temperat commoetatque sese semper cum calore arido simul humida et dulci et amaro et acris?. + sed quae vocatur septem bona in conmixturam 3 natura omnia haec habet brassica ». Costi il septem bona ha fatto difficoltà. L’Orsini si rifaceva alla WERDE Lin urs/ighe Bolléling Semestrale li Ghttologia Kal Yniversch mora: eo; RP Koma + £ Bard, lhreckt È 3% wee x [1904], pp. 440-442). Il suffisso di arm. anjuk non è che il comulezione septembrina ch'egli trovava «in duobus... veteribus libris» 4; il Popma annotava «locus corruptus et quem non iniuria stigmanissimo suffisso iranico —uk esteso in armeno, come molti altri suffissi di origine iranica, anche a parole propriamente armene. GIANCARLO BOLOGNESI. lat. septemfolius. MAZZAR ING, A. Nella mia Introduzione al «de agri cultura» di Catone, Roma 1952, p. 101, richiamai l’attenzione sur una crux che si trova nel cap. 157 (§ 11) dell’operetta catoniana: umseri (scil. mulieris loct), dove, di contro allo Schneider che proponeva vitiosi e al Keil che tiam feceris; nisi septembona sit herba, quae cum aliis herbis com- 7” Ü L mista, septem habeat bona, quae brassica natura sua». 1] Meursius leggeva sed quae vocatur oehwoeidrs; haec septem habet bona Se eee rat Msn mn en nme men en ate Ai oma u IT dell Zastihib in commixlura, e annotava « reliqua illa, natura omnia haec habet brassica, recte absunt ab eodem». Il Gesner, pur di arrivare al numero sette (i septem bona!), proponeva di leggere, nel passo che immediatamente precede il nostro, commutatque sese semper cum calore <et rigore> arido ecc., e poi sic (anziché sed) quae vocantur anziché vocatur) septem bona in commixturam, natura omnia haec habet brassica. Dei moderni il Keil — e con lui tutti gli editori di Catone (Goetz, Galmes, Hooper[-Ash], Amatucci)5 — propose, a p. 173 del suo ricco commento, la correzione vocantur (per vocatur), e annotò: « sed quae sint septem bona, quae in brassica inesse dicuntur, ex iis quae postea de ea praecipiuntur non intellegitur ». pensava a ulcerosi (0, col cod. Laur. 30, 10, a miseri), mi parve naturale — e per il senso e per evidenti ragioni paleografiche — leggere. wmiferi. Costì, dunque, il guasto s'è prodotto paleograficamente. Un caso più interessante è offerto, nello stesso cap. 157, da un altro Îuogo, che nell’editio maior del Keil è cruce notatus. Com'è noto, il cap. 157 costituisce, in un col cap. 156, il cosiddetto « trattato della drassica»; il cap. 157 si sofferma particolarmente sulla brassica pythagorea, dove già l’appellativo di pythagorea ci riporta a quell’ambiente culturale ionico (samio), che dava alla drassica (xpéuBn) particolare importanza (si ricordi val pà Thv xpduBnv: Athen., 370. éSéxer St ‘lovwxds elvæ: 6 Öpxos). Codesto ambiente ionico nella sua facies efesina è per noi illustrato fra l’altro da Ipponatte, anche coi nuovi frammenti del poeta apparsi in POxy, XVIII * POxy, XVIII, 2174-2176; ora nel fasc. 3 dell’ Anthologia Lyrica Graeca (Lipsia 1952), pp. 104-118. ’ ? Trascrivo diplomaticamente. Sulla opportunità o meno di correggere. col Keil e con tutti gli editori moderni, commutatgue sese semper cum calore, arida simul <et> umida et dulcis et amara et acris, discorro nella mia edizione bononiense del de agri cultura catoniano (di prossima pubblicazione). 3 TI Keil, seguìto da tutti gli editori, espunge la -»2 (dunque, in conmiziura). 4 La lezione septemórina ho trovato, per esempio, in un codice (Ms. Lat. VI, 112 [3638]), che si conserva nella Biblioteca di S. Marco a Venezia. 5 Anche il SERGHEJENKO, nella sua traduzione del de agri cuit. di Catone {Mosca 1950), segue la correzione proposta dal Keil (e dal Gesner). Il HORLE (Catos Hausbücher, Paderborn 1929, 16,1) cerca di salvare il singolare wocatur, congettura wis dona al posto di septem bona (VII da VIS) e legge 71 commixta (natura), anzichè in commixturam. Ma la congettura, anche se ingegnosa, non soddisfa: cosa mai sarebbe codesta wis bona?

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A me pare che la correzione vocantur, proposta dal Keil (e già dal Gesner) e da tutti gli editori moderni accettata, al posto della d eier, | 187 comunque, è certo che codesto antagonista invoca nello sdrucciolare* la xoauBy éxcapuadros. L’invocazione ha sapore di giuramento, come nel fr. 3 D. di Ananio: forse l'antagonista del narratore vuole assicurarlo della propria innocenza o di qualcosa del genere o della propria fedeltà; ad ogni modo resta fermo che inéreus iv xpdufnv Thv « difficilior » vocatur (« difficilior », in quanto sarebbe stato fin troppo naturale che l’amanuense, tratto dal seguente septem, avesse scritto vocantur, o, almeno, soprascritto una x o il segno di compendio su éxta&puddAov allude a un giuramento preciso e che un preciso concetto *. è xpaußn ErtAguAdoc, in nome della quale si giurava Ritorniamo ora al discusso passo catoniano. Vedemmo già che vocatur), non regga *. Dalla crux, costituita dal singolare vocatur, si passerebbe, con la correzione vocantur?, all'enigma dei septem bona (quali?). le correzioni proposte danno adito ad aporie: vocatur non può correggersi in vocantur. Ma soprattutto sed (sed quae vocatur septem La corruzione sta, a mio giudizio, in bona. Proprio un fram- N al «de agri cultura» di Catone (Roma 1952, 57 sgg.) e alla letteratura ivi citata. 4 Quelle, cioè, enumerate subito avanti (commnutatgue sese semper cum calore; ecc.: ved. sopra). 3 A bella posta non dico «Catone»: potrebbe trattarsi di interpolazione, però antichissima. Per le difficoltà di distinguere, nell'operetta catoniana, testo originario e interpolazioni antichissime, mi sia lecito rimandare alla mia /nfroduzione digressione e della sua + drôlerie» in buona parte ci sfugge. con una qualche sfumatura sacrale, che poteva fornire ad Ipponatte il pretesto per la sua digressione più o meno scherzosa, anche se il senso profondo della sua che la xeduBn trnrdevidoc era un preciso concetto, comune nel mondo ionico, ferisce usare nei sacrifici della grande festa delle Targelie. Codesto taluno potrebbe essere Ilevößpn, se il nome va letto al nominativo; ma afitorevoli studiosi (Bergk, Maur. Schmidt, ten Brink, Usener, Guarducci) leggono Havdapnı al dativo. Comunque, a noi basta la constatazione, sulla quale non può esser dubbio alcuno, del nuovo testo, in buona parte oscura: di sicuro se ne intende solo che il poeta considera la xpdufn Emraguddog un Éyyvros (direi «infuso +), che taluno prexta. Così anche qui: solo che la digressione resta, anche dopo la pubblicazione it poeta ha commentato il suo racconto «mi ungevo le narici di baccàride» con una digressione dello stesso genere: [o]iyvzse Kgoicog / [D-u-5-2])» Aaxoxvisio: viglia in Ipponatte. Proprio nello stesso frammento del nuovo Ipponatte, al v. 22, valore di « scappare », « fuggir via». 2 Il poeta accompagna il racconto con una digressione. Il che non mera- * Molto meno probabile nel fuggire, qualora ad é{varedatvew si desse il messi insieme, per natura, tutte queste qualità » +. Orbene: septemfolia potè facilmente corrompersi in septembona, forse perché il copised quae vocatur ‘ septemfolia’ in commixturam natura omnia haec habet brassica, e cioè: «ma il cavolo che si chiama ‘ settifoglio’ ha, giudizio, la correzione, dirò così, in senso «ipponatteo»: xsaufn Entdpuhhog ~ brassica se ptemfolia. Il testo catoniano diceva; regionali ionici giuravano. In codeste condizioni si impone, a mio particolare specie di brassica. E, questa, la brassica pythagorea per eccellenza, la ottima su tutte; quella per cui Pitagora e i suoi corbona, ecc.) ci ammonisce che il EN testo catoniano? vuole indicare una mento di Ipponatte può soccorrere a restituire il testo. Il frammento (40 D. = 18 Knox) è riportato da Ateneo nel capitolo sulle xpaubat; il nuovo Ipponatte ci aiuta, ora, a inquadrarlo in un contesto purtroppo molto frammentario, ma comunque abbastanza largo (sappiamo, per esempio, che il fr. 19 D.= 7 Knox? faceva parte del medesimo contesto). Dice il passo di Ateneo (370 ++): uymote 68 6 Nixavdpoc pavew xdxdyne Thy xpauBnv iepàv oöoav, èrel rai rap” Tnzwvaxtt év voïs ikufiors tori tt Aeyéuevov toroitov ‘6 P'éÉoaioddv ixéreue Thy xpdufinv / thy Ertdpuhkov, hu Sveoxe Tavòdor, / Oapyndlouoıv Ex Tov Teo papuaxod (papu&xou Kaibel). Un punto che attira l’attenzione & l’invocazione (esclamativa) alla xpdufy êrrdpuddoc: il nuovo Ipponatte (POxy XVIII, 2175 fr. 4 = Anth. lyr., fr. IX D., vv. 47-49), in cui l’emistichio (v. 46) [é}Eapat[ac] mov* precede è 8 êEoModdv ixtreve xr), lascia pensare che l'antagonista del narratore (il passo &, come diciamo in nota, in « Ich-Erzählung ») sia stato colpito da un calcio o qualcosa di simile; * ll plurale vocantur sta in uno degli « apographa recentiora » del Marciano perduto: il cod. Cesenate della bibl. Malatest. 42, 2. 3 Questo frammento, riportato da Ateneo (690 b), era letto, avanti la sco- * Amena la correzione del Trillerus vagantur (sed quae vagantur septem bona incommixta, natura omnia haec habet brassica). perta papiracea, Baxxder dt tag Stvag / KhAeupov E59’ ofn (così il cod. Marciano: dert of, il Laufenz.) mep xpóxag, e inteso ¢e le narici ungean con la baccäride: è, su per giù, simile al croco» (Romagnoli). Le lacinie papiracee (POxy XVIII, 2175 fr. 3 = Anth. Lyr., fr. IX, vv. 21-22) t de rao peace poi, al verso succesSIVO, Uv TER xpotovo, che integrate anderanno lette [Baxxdo]: SÌ cds ef [e]Jivac [Tiiaergoy]. [tony 8 elyov expi, Diehl], [olinvrep Kpotove, oltre a restituirci la retta lezione Kpoïooc (anziché xpóxog della tradizione di Ateneo), ci dicono (cf. v. 14 u} Blox: pe haodatverv; v. 17 [8]EEBoor thy yraivay; v. 19 [civ] Merv éraxzaox) che il contesto ipponatteo va inteso in « Ich-Erzählung ». * Leggo così col Diehl; il Masson (Rev. ét. gr., 66, 1953, 409 e sg.), col Lobel rapatli]rrovy.

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AbEerg sta non intese l’kapax'; d’altra parte la legatura -/- poteva forse prestare il fianco a fraintendimento, sì da esser letta -#-; septemfolta fu probabilmente letto septemfona, e comunque, corretto septembona. Se le nostre considerazioni colgono il segno, noi siamo in presenza di un falso emendamento, assai più che di una corruzione puramente paleografica *, come nel citato caso umseri: umiferi. ANTONIO MAZZARINO. lat. mella. Il lat. mella sembra documentato soltanto in Isidoro, Orig., XVII, 7, 9: mella quam Graect loton vocant, quae vulgo propter formam et colorem faba Syrica (-iaca) dicitur. Arbor est enim magna, fructum ferens comestibilem, maiorem pipere, gustu suavem, unde et mella vocata est. Il Dict. étym. di Ernout et Meillet riporta la voce senza spiegazione, aggiungendo «Le rapprochement avec mel mellis n'est sans doute qu'une étymologie populaire ». L'identificazione della pianta è facilissima, sia per la precisione con cui Isidoro la descrive, sia per i sinonimi con cui é indicata (Awtés, faba Syriaca), sia infine perché lo stesso tema ricorre nel composto greco tardo ueMMwros. Si tratta in breve del ‘ bagolaro (celtis Australis L.)’, albero della famiglia delle olmacee, comune nei nostri boschi, chiamato in Toscana anche /oto e fraggiràcolo, che produce le bacche caratteristiche descritte da Isidoro, donde il nome settentrionale di bagolaro (cf. ven. bagolar, bagolèr da bagola ‘ piccola bacca’). Col nome Awrög i Greci designavano piante molto diverse e tra l’altro il loto dell’Africa settentrionale (celtis Australis), cf. Boisacq, Dict. étym., 595; Theophr., 7. pl, I, 5, 3; IV, 3, I (usato per fare flauti, IV, 3, 4); Diosc., 1, 117 passim. Il nome di faba Syriaca per il ‘bagolaro’ (cf. anche nelle glosse faba Syrica (codd. ririca) id est platano, C.Gl.Lat., 111, 539, 11) è diffusissimo nei nostri dialetti, dal tosc. (frag)giräco(lo), fusciarago, al march. farfalaccio, all'umbro flaggtracolo, al laz. bozzarago, all’abr. falserache, fino al 3 Che, dunque, anderà aggiunto ai composti tipo guinguefolius, a, um. ? Con ciò non escludo che una f minuscola precarolina piuttosto sbiadita potesse già per sé stessa confortare la corruzione di f in è.