Mostrar texto completo9 páginas
Página 1
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)SYCARA|
Sycura J. & Spipiix T., Nascita e superamento dell'inlellettualismo greco :
Augustinianum XIX 1979 135-150. | L’intellectualisme, qui tend a réduire
toute réalité à l’objet tel qu'il est donné a l’intellect et en tant qu’il est donné.
à intellect, prend naissance, non chez les Ioniens, mais dans le Pythagorisme'
et chez Parménide. Il fut dépassé par les chrétiens et, de manière définitive, là
où son influence semblait prédominante, dans l'idéal de la Oewpla, la contemplation.
[11805
Nascita e superamento dell'intellettualismo
greco
A. La NASCITA
La nostra indagine intende limitarsi strettamente alla nascita dell'intellettualismo greco tralasciando i suoi sviluppi.
Siccome poi l'intellettualismo, a mio avviso, compare con la
stessa filosofia greca, anche se solo gradualmente, ci occuperemo solo col primo periodo presocratico, di cui prenderemo
in esame solo pochi rappresentanti.
Non pretendiamo di dare adesso una definizione dell intellettualismo. Ci basti di indicarne alcune caratteristiche. Esso
& — come lo sono molto spesso gli « ismi» — una degenerazione, una radicalizzazione. L'intelletto è la facoltà che coglie
il reale nella sua struttura intima, identica con se stessa, immutabile e quindi in se stessa sottratta al divenire, astorica.
Essa & vista dall’intelletto come fondata in se stessa, nella
propria immutata identità. In se stessa essa prescinde da influssi e condizionamenti e racchiude, nei limiti della propria
struttura, tutta la sua verità.
Caratteristiche dell'intellettualismo
Si può dire che la radicalizzazione operata dall’attegiamento intellettualista consiste fondamentalmente nella riduzione della verità di ogni cosa a questa verità della sua intima
struttura: vista, ed assolutamente vista, dall’intelletto. L’intellettualismo tende a ridurre ogni realtà all'oggetto — id quod
ob-icitur — quale & dato all’intelletto e in quanto è dato alYintelletto. Tutto ciò che non & oggettivo in questo senso, €
che pure viene mediato nel soggetto conoscente da altri canali
di contatto con il reale, viene considerato come non oggettivo,
non autenticamente reale. Una specie di realtà di qualita scadente, se non addirittura inesistente.
Riducendo il reale al suo nucleo astorico, \'intellettualismo
Página 2
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)si preclude la possibilità di contalto con il reale nella vera
storica concretezza e complessitä, Si muove in mezzo ad « oggetti», nel senso sopra indicato, oggettivizza e disdegna il contatto con le cose e fatti nel senso comune della parola. In
cui vuole afferrare il principio primo, cid che è insieme la
causa, l’esemplare, il fine di ogni cosa»? Ora, tali preoccupazioni mancano nella mentalità mitica. Non è però assente
un orientamento analogo. C’é un’intuizione di rapporti tra le
cose e il Divino, o, piuttosto, tra il Divino e le cose; però
«non si tratta di spiegazioni causali… ma secondo la prassi
mitica, si tratta di una corrispondenza tra un mondo preesiultima analisi, dato che la realtà & anche storica, l'intelletualismo perde la capacità di percepire la completa verità delle
cose che & anche storica!,
Un’ultima osservazione: siccome l'intellettualismo tende a
considerare come verità e vera realt& solo cid che è adeguatamente accessibile — nella sua precisa delimitazione — all'in.
telletto umano, qualora venisse a contalto con una realtà sopraumana, tenderebbe a riportarla in qualche modo al proprio livello. In altre parole, l'atteggiamento intellettualista &
particolarmente refrattario alle esigenze della vera analogia
dell’essere 2.
Atteggiamento filosofico e mentalità mitica
Gli inizi del pensiero filosofico greco — intendiamo qui i
pensatori ionici — sono segnati solo leggermente dall’atteggiamento intellettualistico. E cid per due ragioni: l’intellettualismo non & un atteggiamento spontaneo, come lo & invece
quello filosofico; in secondo luogo, il pensiero di questi filosofi
sta ancora sotto l'influsso della mentalità mitica. E questa
certamente non é intellettualista; anzi, non è nemmeno filosofica.
La mentalita mitica pur percependo — come é naturale —
le cose molteplici e diverse, e quindi in un certo grado le loro
strutture caratteristiche, non solo non le chiude in se stesse
separandole nettamente le une dalle altre, ma all’opposto, le
integra in una totalità unica di cui fa parte integrante e preponderante anche un’altra zona, il Divino.
Tale mentalità non è filosofica: « L’esigenza filosofica è
un’esigenza di intelligibilità. Di fronte al disordine apparente
delle cose, lo spirito filosofico cerca di intravvedere un ordine,
di stabilire delle consequenzialità, di scoprire la concatenazione delle cause. Al di sopra delle realtà concrete, lo spirito
filosofico cerca di sviscerare la struttura stessa dell’essere, di
1 Cfr. C. Diano, J! concetto della storia nella filosofia dei Greci, in
Grande antologia filosofica II, Milano 1954, pp. 251-261.
2 Ci scusiamo della lunghezza di questa sezione; essa si giustifica in
quanto pud servire da premessa anche per la relazione seguente.
137
EN
stente, la cui origine e natura non si discutono, ed il nostro
mondo attuale » 4.
Nei primi filosofi greci è presente, naturalmente, l'atteggiamento filosofico e l’influsso della mentalitä mitica.
Filosofia e mito in Anassimandro
Riportiamo qui due testi fondamentali. IL primo è una
testimonianza di Arisiotele. « In realtà ogni cosa o & principio
o deriva da un principio, ma dell'infinito non c’é principio,
ché sarebbe il suo limite. Inoltre & ingenerato e incorruttibile,
in quanto & un principio, perché di necessità ogni cosa generata deve avere un fine e c’é un termine di ogni distruzione.
Percid, come diciamo, esso non ha principio ma sembra essere esso principio di tutte le altre cose e tutte abbracciarle
e tutte governarle, come dicono quanti non ammettono altre
cause oltre l'infinito [...]. Inoltre esso & divino perchè & immortale e indistruttibile, come vuole Anassimandro e la maggior parte dei fisiologi»5. Il secondo testo è un frammento
riportato da Simplicio: « Anassimandro … ha detto… che principio degli esseri è infinito... da dove infatti gli esseri hanno’
origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessitä: poichè essi pagano l’uno all’altro la pena e l'espiazione dell’ingiustizia secondo l'ordine del tempo »®.
Come si vede gli elementi filosofici e mitici s'intrecciano.
Il Principio dà una fortissima unità al cosmo, ma perde la
tipica trascendenza del Divino. Conserva la sua divina infinità,
ma questa viene postulata da motivi filosofici, perché, come
indeterminato possa esscre principio di ogni determinazione.
3 J. Daniélou, Dio e noi, tr. it., Alba 1957, pp. 63-64.
,
|
4 J. Daniélou, Dio e noi, p. 29.
5 Arist. Phys. U’ 4, 203 b6s. (Diels-Kranz, 12 À 15), trad. R. Laurenti,
.
I Presocratici. Testimonianze e frammenti 1, Bari s.d., pp. 100-101.
B 1), trad. R. Laurenti,
- Kranz, 12
6 Simplic. In Arist. Phys. 24,13 (Diels
I Presocratici, pp. 106-107.
Página 3
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Come divino abbraccia tutto, ma come causa tutto governa. Le
ciso verso questo atteggiamento dello spirito. Il problema del
pitagorismo & certamente molto complesso ed è difficile l'attribuzione delle sue dotrine a diversi periodi storicië Non possiamo occuparcene qui. Accettiamo perciò cid che viene abbastanza comunemente considerato come pertinente al periodo
che qui c'interessa. E cioé la dottrina sui numeri come elementi costitutivi delle cose e sulla composizione di esse del
limite o limitante e dell’illimitato%
L’apeiron, la vera realtà per Anassimandro, pur essendo
presente nella concezione pitagorica della realtà, appare decisamente depotenziato: è passivo ed inerte, Decisamente potenziata appare invece l'esistenza delle cose-essenze-numeri. Ancose si presentano come distinte, individuali o individuate,
eppure la loro consistenza nell’essere & solo una passeggera
emanazione dell'infinito — analogia della mitica proiezione
della fera divina in quella mondana che unicamente le da consistenza e realta.
Elementi suscettibili di sviluppo in senso intellettualistico
Come abbiamo già accennato, la tendenza intellettualistica
qui si trova appena abbozzata, Forse si potrebbe anche dire
che si tratta piuttosto dell’autoaffermazione dello spirito filosofico, contro l'apparentemente rarefatta atmosfera del mito.
Il Divino, pur essendo infinito, viene riportato ad un’infinitä
particolare, all’indeterminatezza del sostrato del cosmo. E’ infinito nel senso, che non ha confini, non avendo nulla fuori
di se con cui confinare. Il Divino è quindi portato al livello
dell’intelletto umano.
C'è anche, in abbozzo, la concezione degli esseri chiusi in
sé; infatti, pur essendo solo configurazioni dell'infinito, sono
capaci delle vicendevoli ingiustizie contro la legge che tutto
governa. Oltre la causalità ciclica del Divino si afferma la
causalita lineare dei singoli esseri. Questi appaiono — almeno
momentaneamente — come sottratti alla generale causalita dell'infinito ed agiscono come aventi la propria, determinata natura, in cui si trova la giustificazione del loro agire’. C’é quindi
una causalità globale dell’infinito, in cui gli esseri non hanno
vera consistenza e vera attività, e quella che hanno trova il
suo senso nella globalità del tutto. E c'è una certa consistenza
ed attività dei singoli esseri, che ha solo in essi la sua radice,
ma il cui senso finale non appare. C’é la verità delle cose fondata nel tutto e da esso risultante e c’é la verilà delle cose
fondata in sé stessa.
Il Pitagorismo
Se a proposito di Anassimandro e degli ionici in genere
non si può parlare che di prodromi intellettualistici — in genere spiegabili dalle esigenze dello spirito filosofico — a proposito dei Pitagorici si pud parlare di un passo piuttosto de7 Cfr. C. Diano, Il concetto della storia, pp. 248-249.
139
che se non si puö affermare che I’unica realtà sono le essenzenumeri-cose, si è perd andati avanti parecchio su questa strada.
La chiusura delle cose in se stesse, che le rende cosi chiare
all’intelletto, anche se non é totale, rende impossibile il divenire. E per non doverlo negare si deve ricorrere all'apeiron e
— data la sua passività — all’anima. «Se stiamo a quanto
Aristotele riferisce di loro e di Alcmeone (De an. 1,2), si dovrebbe concludere che, l’anima essendo da essi concepita come principio del movimento, tutto il cosmo dovesse essere
per loro animato, e che pertanto, dal punto di vista cosmologico, l'anima s’aggiungesse come terzo elemento alle figure e
allo spazio, di per se stessi immobili » !°
Ma c’é un'altra importantissima conseguenza di tale modo
di vedere la realtà, conseguenza che può acquistare sapore
spiccatamente intellettualistico. Scrive a questo proposito C.
Diano nella sua lunga e densissima monografia cia citata: « Il
numero è visto come figura, non diversamente da quello che
esso è nella mentalità primitiva, ma, mentre per il primitivo
quella figura & simbolo e rinvia ad «altro» che non è figura
e che la trascende, per Pitagora & forma ed & per se. Come
tale & « cosa», e tutto cid che appare come « cosa » è numero:
essa stessa la « cosa» nel « limite » che la definisce e nel « rapporto » (harmonia) delle sue parti. Ed è qui che per la prima
volta nella storia dell'uomo appare l’essenza, e con essa la
dimostrazione e con la dimostrazione una veritA che non &
8 Cfr. G. Reale, Storia della filosofia antica. I. Dalle origini a Socrate,
Milano 1976, pp. 85-89.
9 Cfr. G. Reale, Storia della filosofia antica, pp. 90-98.
10 C, Diano, Il concetto della storia, p. 263.
Página 4
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)più legata al tempo e allo spazio nell’evento, ed ha la sua
ragione in se stessa
» |l,
però notare, che nel pitagorismo alla costituzione della realta
sé lascia solo il nulla. O meglio, se si vuol tener conto delYesperienza che pure & innegabile, fuori di sé lascia solo la
realtà per modo di dire, la realta diminuita, l'oggetto della doxa.
Ma da dove viene questa necessità intrinseca dell’essere e
la irrealtà — nell’ordine della verita — dell’altro dall’essere?
partecipano pure l’apeiron e l'anima.
Risponde Parmenide: «...lo stesso è pensare ed essere», ed
140
Verità che ha la sua ragione in se stessa, fondata in se
stessa. Ecco il grande principio dell’intellettualismo. Bisogna
Parmenide
Questo pensatore elimina decisamente l'apeiron e riduce
l’essere all'in sé determinato. Per l’anima, come un distinta
componente della realtà non c’é più posto.
Ii grande principio che — secondo Parmenide — ispira
chi percorre la via che conduce al « della verita ben rotonda
il solido cuore»? e al « sentiero della persuasione — perche
tiene dietro a verità »
è così formulato: « E’ necessario dire
e pensare che l'essere sia: infatti l’essere &, il nulla non @»",
Le proprieta di questo essere vengeno diffusamente illustrate da diversi versi del frammento 8%: «..è ingenerato ed
anche imperituro, infalti @ un tutto, immobile e senza fine.
..@ tutto insieme, ora, un continuo... E identico nell’identico
restando, in se medesimo giace e così, fisso, rimane... E non
è divisibile, giacché esso & tutto uguale ... tutto & pieno di essere, perciò & tutto continuo: infatti l’essere si stringe con
l’essere ». Quindi la vera realta & l'essere, realtà esistente ed
inviolabilmente chiusa nei propri limiti. « La Necessità inflessibile lo tiene nelle catene del limite che lo rinserra all’intorno,
poichè @ Destino che l'essere non sia illimitato » té.
Questo essere che — stando ai frammenti di Parmenide —
non è necessariamente numericamente unico ”, à talmente l’unica vera realt& che fuori di esso c’é solo il nulla ®.
La vera realta ¢ quindi strettamente determinata, delimitata, in se consistente e talmente piena di realtà che fuori di
tC, Diano, I! concetto della storia, p. 262.
12 Diels - Kranz, 28 B 1, v. 29, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant., p. 120.
13 Diels
- Kranz, 28
B 2, v. 4, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant, p. 121.
14 Diels
- Kranz, 28 B 2, vv. 1-2, trad. G. Realc, Stor. della filos. ant,
p. 121.
15 Diels- Kranz, 28 B 8, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant., pp. 123-124.
6 Diels
- Kranz, 28 B8, vv. 30-32, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant.,
p. 124.
17 Cfr. €. Diano, Il concetto della storia, pp. 171-172.
18 Cfr. Diels
- Kranz, 28B 8, vv. 36-37.
141
ancora: «Lo stesso è il pensare e cid in funzione del quale è
il pensiero, perchè senza l'essere, nel quale & espresso, non
troverai il pensare: infatti è e sara nient’altro all'infuori dell'essere, perché la Moira lo forza ad essere tutto intiero ed
immobile » 2,
Quindi, senza l'essere immoble, strettamente delimitato, totalmente identico con se, pieno di reallà, in se consistente,
non si ha il pensiero, che equivale alla visione intellettuale.
Solo tale essere @ pensabile. Il che & come dire, che il criterio
per distinguere la vera realtà è la pensabilita. E ciò che è
impensabile è non essere. Almeno non è nell'ambito della verita, della chiara disvelatezza — alétheia — della chiara visione. Pud appartenere solo alla sfera della doxa.
Dopo questa rapidissima rassegna delle diverse e progressive manifestazioni dell'atteggiamento intellettualista, presentiamo alcune considerazioni complementari che non possiamo
sviluppare in questa breve relazione e che, pur nella loro forma
di semplice abbozzo, possono portare qualche luce alla relazione seguente.
Nel pensiero di Parmenide il soggetto pensante ci appare
come attualizzato, si potrebbe dire realizzato in quanto soggetto pensante, dall'oggetto. E come tale indirizzato solo verso
il « vero» essere. Ma questo modo di considerare la realtà deriva forse dall'esperienza? Questa non ci mette in contatto
coll’oggetto di tipo parmenideo. Questo corrisponde, si, alla
esigenza dell'intelletto, della pensabilita, ma da questo passare
alla svalutazione pressocché totale del non chiaramente veduto,
ha tutta l'aria di un’opzione.
Nel mondo parmenideo pare che non ci sia posto per Dio.
Ed anche se ci fosse, sarebbe Dio-oggetto. Tanto meno c’é posto per un Dio che parli al concreto soggetto-individuo attra19 Diels
- Kranz, 28
B 3, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant., p. 122.
20 Diels
- Kranz, 28 B 8, vv. 34-38, trad. G. Reale, Stor. della filos. ant.,
Página 5
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)verso la verita storica degli avvenimenti, avvertiti come destinati al soggetto.
Non pare, che si possa coerentemente parlare di una morale; ma se ci fosse, sarebbe quella di un soggetto-oggetto che
si commisura alla norma oggetto. Una morale della libera parola-invito, rivolta all'uomo, soggetto rispondente, appare impossibile.
JAROSLAV SYCHRA
Via Concordia,
00183 Roma
1
B. SUO SUPERAMENTO
« La Parola divina ci esorta a utilizzare la dialettica, scrive
Origene ma egli non si nasconde anche l’opinione contraria;
scrive percid: « E’ un bastoncino d’oro. Prendilo nella tua tenda, introduci nel tuo cuore ciò che dicono (le parole dei filosofi e dei retori) e contaminerai tutta la Chiesa del Signore »!.
Secondo l'immagine tradizionale, la filosofia greca era il
bottino d’Egitio di cui approfittö il popolo di Dio entrando
nella Terra promessa. Ma la storia di Israele conobbe diversi
gradi di sincretismo con i popoli estranei assieme ad una lotta
accanita per la propria indipendenza c purezza.
Continuando il discorso della comunicazione precedente,
mi contento di segnalare alcune note generali, che possono
offrire uno sguardo panoramico sul problema di tale sincretismo ed opposizione, quando il cristianesimo si insediö nell'alveo della cultura greco-romana.
Loggettivazione della fede
Il termine ebraico per verità “net vuol dire etimologicamente Parola veritiera? cid che suppone la fiducia, una relazione personale con chi parla. Nel vangelo di Giovanni la Verita è la stessa persona di Cristo}.
IC. Cels. VI,7 (GCS 11,7.9); Horn. Jos. VII,7 (GCS VII,334.25).
2 Cfr. per un’informazione all'interno del pensiero patristico, T. Spidlik, Grégoire de Nazianze, OCA 189, Roma 1971, p. Is.
3 I. de la Potterie, La vérité dans saint Jean (AnBib 73-74], Roma 1977.
143
Come differente è l'aletheia greca! Significa cid che si è
scoperto, che è venuto alla luce, cid che è emerso dal lethos,
lathos, dalle tenebre della dimenticanza. La verità è percid cid
che @ chiaro ed è quindi logico che essa si possa esprimere
con concetti precisi, definibili nei sinodi e nei Concili.
Non fa meraviglia percid, che in tale ambiente, la religione diventi sempre più l’orthodoxia, la professione delle verita definite.
Nasce il quesito se tale professione della vera fede, sia
ancora la fede del Vangelo. Cirillo di Gerusalemme sentiva
il bisogno di distinguere una duplice fede: una che rimane
fiducia e l'altra che professa le verità definite’. Una distinzione che si trova persino nell'ambiente siriaco in Martyrius
Sahdôna
>.
Il pensiero greco cristiano ebbe la sua grande fioritura
nel periodo dei sette Concili ecumenici, dopo i quali venne
introdotta nel rito bizantino la « festa dell’ortodossia ». Ma allo
stesso tempo i Padri cominciarono a rendersi conto che le
definizioni di fede, pur di per sé eccellenti, costituivano, per
così dire, solo una cornice dentro la quale deve svolgersi la
profondità della vita spirituale. Forse per tale motivo parecchi
amavano cominciare le loro riflessioni con una esplicita professione di fede all'inizio delle loro opere, da Origeneé fino
ai monaci che scrivevano il loro « testamento spirituale » 7,
Esiste nella tradizione una bellissima espressione: recitare
il « Simbolo di fede». La liturgia, introducendo nella messa
bizantina il Simbolo di fede, lo fa precedere da una esortazione che pone in rilievo il Sitz im Leben del Credo cristiano:
« Amiamoci gli uni gli altri per poter dire: Credo in solo Dio
Padre ».
L’oggettivizzazione dell'ispirazione cristiana
La cultura oggettivizza i suoi valori creando opere e documenti. Questo processo tende a trasformare Platone nei
suoi Dialoghi; Aristotele poi sparisce definitivamente sotto la
4 De fide et symbolo 10,11 (PG 33,517s.).
5 Livre de la perfection I1,1{4) (CSCO 215, syri 91,9).
6 De principis.
7 V. gr. Nil Sorskij, in T. Spidlik, J grandi mistici russi, Roma 1977,
Página 6
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)sua Metafisica. Non vi è forse pericolo che la stessa grande
stima di S. Basilio per le Sacre Scrilture8 metta in seconda
linea quelli che la vivono? Del resto anche quelli che conservarono la grande stima per i padri spirituali del deserto, non
tardarono anch’essi ad immortalare i loro detti nelle collezioni
degli Apoftegmi.
Se Origene insegnò con tanto ardore l'origine divina dei
testi sacri, per le persone umane degli agiografi ispirati ebbe
ben poca attenzione. La vita dello Spirito si tramutava in documenti scritti. A noi interessa vedere se i Padri si rendessero
conto di tale pericolo. Non vi è dubbio che la differenza fra
l'ortodossia e l’eterodossia di un autore si manifesti particolarmente nella sua sensibilità per questo problema. La grande
lotta per la vera fede coincide con la ricerca del senso spirituale
delle Scritture, cioè con lo sforzo di superare il senso letterale,
il significato concettuale per penetrare e sentire una persona
viva: Dio che parla di nascosto, nel mistero, rivolgendosi ad
una persona viva. Tutte le cose splendide che Origene dice sul
senso spirituale delle Scritture sono uno sforzo continuo di
penetrare aldilà della lettera morta per ristabilire un contatto
Eppure nella tendenza di trasferire Dio nel mondo delle
idee non vi & solo il desiderio di renderlo più sublime, più elevato; vi è nascosta un'empietà assai bassa: la voglia di soggiogare Dio al livello della propria intelligenza, perché le idee
vivo con Dio che parla.
Dio parla! Ma nella cultura intellettualistica viene oggettivato anche Dio.
L'oggettivizzazione di Dio
Non essendo materiale Dio viene oggettivato come una idea
o piuttosto come la somma delle idee. Un tale « Dio» incanta
con la sua nobiltà ed elevatezza sopra le primitive rappresentazioni antropomorfiche. Non è soggetto alle passioni né ai
cambiamenti. Anche i Padri sentivano quindi bisogno di scrivere De ira Dei? per spiegare che le espressioni della Scrittura
non si debbano intendere se non come una immagine. Contro
le concezioni antropomorfiche dei semplici monaci egiziani combattevano, con una forza forse inutile, i monaci « origenisti » 10,
145
anche se sotto certe condizioni, sono intelligibili e comprensibili. Di conseguenza la teologia, scienza di Dio, diventa una
« tecnologia » !! per gli Ariani. Per gli ortodossi, al contrario,
la teologia & la « contemplazione della SS. Trinità » 2, cioè la
professione del carattere « dialogale », quindi incomprensibile
di Dio, la professione del mistero. L'intellettualismo mette i
cristiani nel pericolo di rendere vuoto proprio questo grande
mistero di fede.
Per il pensiero primitivo ogni persona è diversa. La cultura intellettuale ci insegna a guardare cid che à comune, scopre quindi negli uomini Ja « natura umana» e dichiara come
ideale la vita secondo questa natura. Nella religione, poi, gli
interventi personali di una divinità vengono sempre più rimessi
in secondo piano e tutti gli elogi si concentrano a celebrare
la « Natura divina ».
Nella natura umana si distinguono numerose persone
umane, ma questo fatto si spiega facilmente come una imperfezione, dato che nessun uomo individuale realizza pienamente
la natura umana. Ma perchè si dovrebbero distinguere nella
natura divina le tre Persone? Le prime eresie trinitarie riflettono, in un certo senso, questo dubbio. E anche se si accetta
docilmente la rivelazione, quali conseguenze apre alla vita questo principale dogma cristiano? Sarebbero pochissime, se non
si capovolgesse prima tutta la problematica, così come fecero
i Padri greci. Le loro considerazioni iniziano dalle persone del
Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. L'unità della natura divina appare poi come risultato di una attività misteriosa e
personale, come una « super-unita» (N brèp évapylav évórns),
espressione dello Pseudo-Dionigi 3. Allora la questione trinitaria diventa veramente una questione vitale ed un programma
sublime per le persone umane, per le loro relazioni nella Chiesa,
la quale non é unità di « natura», ma di amore,
8 J. Gribomont, Obéissance et Evangile selon saint Basile le Grand,
VS.Sp 6 (1952) 192-215.
9M. Pohlenz, Vom Zorne Gottes. Eine Studie über den Einfluss der
griechischen Philosophie auf das alte Christentum, Gottingen 1909.
10 Cf. I. Hausherr, « Ignorance infinie », OCP 2 (1936) 351-362 (= LOCA
1761, Roma 1966, pp. 38-49).
ll Greg. Naz. Or. 27,2 (PG 36,13B).
12 Evagr. Pont, Traité pratique, prol. (SCh 171, 501); 84 (674).
13 De div. nom. 114 (PG 3,641A); UI (637).
Página 7
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)L'oggettivizzazione della perfezione cristiana
« Vivere secondo la natura » fu il primo principio di moralità sia per i filosofi dell’Ellade che per i cristiani. Dato che
per gli stoici, la natura dell’uomo & il logos, non vi è nessun
ostacolo, perché questa natura non possa essere espressa per
mezzo di principi universalmente validi. Dalla loro osservanza
dipende la felicità dell’uomo.
In tale ambiente non fu certamente difficile presentare la
Vita di S. Antonio, primo monaco, come un ritorno consapevole alla vera natura ed esprimere l'esigenze di questo ritorno
per mezzo di principi ascelici, universalmente validi°®. 1 principi astratti diventano valori morali a sé stanti, le virtù.
La famosa massima degli stoici: Virtus sibi ipsi praemium
si prestava facilmente a tale interpretazione. La virtù non è
più proprietä di un vir, dell'uomo, ma l’uomo, vir, si mette al
servizio di una virtü astratta. Quanti belli esempi si leggevano
nelle scuole antiche di un sacrificio personale per tale o tal’altra virtù.
Fu seducente interpretare la morte dei martiri cristiani
come un omaggio supremo reso alle virtù cristiane e comporre
panegirici in tale stile. Ma la morte e la dura vita ascetica non
è un panegirico. Sul terreno della riflessione teologica Origene
superò in maniera brillante l’astrattismo morale quando riconobbe nelle virtü le epinoiai di Cristo", i suoi attributi personali. Uno che coltiva la viriù coltiva il Cristo e una tale virtù,
evidentemente, pud essere sibi ipsi praemium, perché non diminuisce il valore dell'uomo né in se stesso né nelle sue relazioni.
L'oggettivizzazione della morale e del peccato
La morale intellettualistica è formale. Distingue gli atti
morali secondo i loro oggetti. Pud quindi a priori giudicare
gli atti come buoni o malvagi. I cataloghi delle virtù e dei vizi
furono, nelle scuole dell'antichità, pressoché completi. Perché
non approfittare di essi, aggiungendovi solo quello che appariva tipicamente cristiano? I Padri spirituali del deserto distin4 Cfr. Zenon, SVF HE,1-9.
15 M. Marx, Incessant Prayer in the Vita Antonii, in Antonius Magnus
Eremita [StudAnsclm 381, Roma 1956, pp. 108-135.
16 HI. Crouzel, Théologie de l'image de Dieu chez Origène, Paris 1956,
p. 239s.
L'INTELLETTUALISMO GRECO
147
guevano i pensieri buoni dai contrari illuminati dallo Sprito
Santo. Il catalogo di « otto vizi fondamentali» di Evagrio gia
non esigeva più tanta illuminazione, come non la presuppongono neanche i libri morali che seguivano tale direzione. Di
conseguenza la morale si presentava come una teoria ben definita, alla quale segue o non segue la praxis. Se non segue,
siamo di fronte al peccato, « una consapevole e libera trasgressione della legge di Dio ».
Non è qui il posto per discutere le basi di questa morale.
Neanche credo che nessuno dei Padri desiderasse mai scuotere
i suoi pilastri e mettere in dubbio la validità dei principi morali. Eppure assistiamo, presso gli asceti, ad una strana antinomia. Da una parte trascrivono fedelmente le definizioni delle
virtù e dei vizi e costruiscono artificiosamente i loro cataloghi;
dall'altra dichiarano con tutta disinvoltura, come primo principio del cristiano autentico npö&ız yap Hewptacs dvópaors !, la conoscenza del vero bene e la vera libertà non precede, ma
segue la pratica del bene; il peccato perciö @ una vera « ignoranza » 38,
Le due posizioni trovarono tuttavia una loro composizione.
Nella Vita di S. Antonio, ad es., che pud essere considerata il
primo trattato ascetico, la vita spirituale & espressa per mezzo
di principi universalmente validi ma, allo stesso tempo, il vero
ideale dell’uomo di Dio rimane la persona stessa del primo
monaco, Piü tardi i tipici dei monasteri e le regole s’irrigidiscono e perdono il senso di adattazione alla politeia (la pratica
individuale dei singoli monaci). Ma nonostante tanti eccellenti
tipici di vita comune, vi furono sempre monaci che preferirono
l'idiorritmia, la loro strada propria, che non raramente appariva come una vera contestazione contro l’ascesi normalizzata.
Tale « contestazione » viene elogiata nelle Vite, la lettura obbligatoria secondo i fipici monastici.
L'oggettivazione del cosmo
Che cosa pud essere più « oggettivo» del cosmo? Questa
mentalità è così bene penetrata nelle nostre ossa e nel nostro
sangue che ci sembrano strane le considerazioni « sofiologiche »
o «sofianiche» dei teologi ortodossi moderni. Ma il cosmo è
17 Orig, Hom. Lc. 1 (GCS 1X,9-10); T. Spidlik, Grégoire de Naz., p. 117s.
18 Spidlik, ibid., p. 77s.
Página 8
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)veramente una realtà soltanto oggettiva? Non è l'intelletto che
scopre le leggi del mondo, la loro stupenda armonia? Gia per
i primi apologeti cristiani le meraviglie del mondo costituivano
un argomento valido per l'esistenza di Dio ".
Ma chi pensa logicamente, vede presto che tale armonia
cosmica è un fatum (heimarmene) inesorabile, che distrugge
radicalmente il dogma più caro alla via spirituale: la fede nella
Provvidenza individuale 2,
Gli autori dei trattati Sulla provvidenza?' dovevano, dal
punto di vista speculativo, faticare non poco per conciliare le
due posizioni antinomiche: l'ordine eterno e la libertà di Dio
e dell’uomo. E’ difficile dire se essi siano arrivati a conclusioni
soddisfacenti del problema, E’ certo perd che essi compresero
subito come nell'ordine intellettuale questa soluzione non si
troverà mai e che nessuna legge logica sarà capace di unificare
gli esseri liberi. Per ricondurre l’intero cosmo all'unità si esige
la «ricapitolazione di tutte le cose» nella persona viva di
Cristo 2,
Dalla theoria alla mistica
L'intellettualismo greco fu superato dai cristiani e, in modo
definitivo, proprio JA dove il suo influsso sembrò predominante:
nell’ideale della theoria, la contemplazione. E’ stato giustamente espresso il dubbio se l’entusiasmo dei Padri per la contemplazione non sia più che una richiesta cristiana, un'eredità
della cultura pagana ®.
La vera conoscenza é infatti riservata a coloro che sanno
intus legere, cioè penetrare la realtà al di là delle apparenze
dei sensi. Anche la vita cristiana é una « vita interiore ». L'uomo
interiore (ho entos anthropos) & una espressione che si trova
in Platone, nel rabbinismo, in S. Paolo, negli scritti cristiani
4,
Pud essere considerato il punto di contatto che concilia, in
qualche modo, l'antropologia greca con quella semitica. Ma bi19 V. gr. Basil. Hom. Hex. 1,11 (SCh 26,135s; PG 29,28AB).
2% D. Amand, Fatalisme et liberté dans l'antiquité grecque, Bruxelles
145.
21 V. gr. Joh. Chrys., Sulla provvidenza di Dio (PG 52,479-528; SCh 79).
2 L. Regnault, Frenée de Lyon, DSp VII, 1949s.
23 P. van der Aalst, Contemplation et Hellénisme, Proche-Orient Chrétien 14 (1964) 151-168.
24 S. Solignac, Homme intérieur, DSp VII, 650-658.
L'INTELLETTUALISMO GRECO
149
sognava determinare l'attività di quell’uomo interiore. La risposta per i greci non fu difficile, Essi dichiararono, per bocca
di Anassagora, che il fine della vita & la theoria, la conoscenza,
l'attività dell’anima intellettiva. Per mezzo del suo occhio interiore, il nous, ’uomo vede l’essenza interiore, il logos, substrato
razionale di tutto cid che esiste. L’opposizione fra la realtà
esteriore ed interiore & il fondamento per una dicotomia tipicamente greca, sia antropologica (l’opposizione fra il corpo e
l'anima) che cosmologica (la superficie e il logos delle cose).
Nella lotta contro lo gnosticismo i cristiani ortodossi dichiararono espressamente che la struttura dell’uomo e del
mondo é tricotomica. Secondo la famosa definizione di Ireneo,
l'uomo è composto da tre elementi: dal corpo, dall'anima e
dallo Spirito Santo #. Di conseguenza anche nel mondo creato
s'incontrano tre gradi di realta: sensibile, intelligibile e spirituale o mistica (il logos, non quello aristotelico ma theoteles,
riflesso della Sapienza divina).
La theoria cristiana @ quindi un intus legere, più profondo,
essenzialmente diverso dalla theoria dei filosofi. L'uomo spirituale tende a sviluppare l'attività dello Spirito per scoprire
dentro le cose la realtà mistica del mondo.
A questo punto si pone il grande problema circa l'attività
intellettuale, se essa costituisce un aiuto o meno allo sforzo
degli spirituali. Assistiamo al ripetersi della storia, anche se
in modo analogico. Quando il platonismo cominciö a difendere
la realta dicotomica del mondo, lo splendore del cosmos noetos
illumind tanto i suoi sostenitori che il cosmos aithetos fu giudicato di nessun valore. Le « ombre », infatti, non servono alla
luce, solo l’ostacolano. Soltanto più tardi si cominciö ad apprezzare che esse, come riflesso delle idee, possono guidare l'anima
nella sua ricerca dell’essenziale %,
In modo simile anche i cristiani, illuminati dalla verita
divina giudicarono la sapienza umana come un’ombra dannosa
che soffoca la vera luce. Le invettive contro i « dotti», contro
gli scrutatores aumentano e si trovano anche là dove non ce
le si aspetta. La professione di essere un idotes kai amatheutos
3 Plat. Fedone 65d; A.J. Festugière, Contemplation et vie contemplative selon Platon, Paris 1936, p. 28.
% Adv. haer. V,9,12 (PG 7,1144-45; ed. Harvey, II, 342-343).
27 Max. Conf. Ad Thal. a. 32 (PG 90,372BC); J. Lemaitre, DSp II, 1818s.
3 Cfr. Plot. Eım. 1,4,16.
Página 9
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)diventa quasi obbligatoria per un autore spirituale che vuol
guadagnarsi qualche autorità fra i monaci?. Nasce la domanda
del perché si debba giungere di essere un rustico e un incolto.
Spesso cid fu necessario per allontanare da sé il sospetto di
appartenere a coloro che identificavano la filosofia, e la cultura
in genere, con Ja conoscenza religiosa, spirituale, mistica.
I grandi Padri però, che misero solide basi alla mistica
(Origene, i Cappadoci, Massimo Confessore …), non ebbero più
ragione di temere la cultura intellettuale e poterono servirsene
abbondantemente. Si chiarirono che si trattava di due livelli
differenti quali, come il corpo e l’anima, devono collaborarc
per la gloria di Dio. E così la mistica salvò la scolastica in
Chiesa.
T. SPIDLÍK
Via Concordia, 1
Roma
2% V, gr. Max. Conf. (PG 91,593D; 133B; 229B).