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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Rivista di filologia e di istruzione classica, 98 (1970) p.491
CRONACHE E COMMENTI
LA TRADIZIONE DEI DISCORSI DI PITAGORA
IN GIAMBLICO, VITA PYTHAGORICA 37-57*
Il recente lavoro della de Vogel riprende, fra l’altro, la discussione
sui supposti quattro discorsi crotoniati di Pitagora, nella redazione
che di essi ha trasmesso Giamblico, nella Vita Pythagorica ai 88 37-57.
A proposito di quel passo la critica moderna ha stabilito che la
fonte originaria di Giamblico è, attraverso Apollonio, Timeo (1);
la tradizione parallela presente in Porfirio, Vita Pythagorae 18, risale, d'altra parte, a Dicearco. Inoltre, queste essendo le fonti riconoscibili, alcuni critici hanno supposto unica la tradizione ipotizzando una dipendenza di Timeo da Dicearco (*). Ma, a parte l’analisi della tradizione letteraria, non è stato dedicato molto spazio
all'esame dei singoli elementi dottrinari e notizie storiche presenti
in quei discorsi — ed è a ciò che la de Vogel dedica la parte centrale
del suo saggio (pp. 58-147).
Un esame del genere, del resto, manca a proposito del testo di
Giamblico nel suo insieme e di gran parte della letteratura tarda sul
Pitagorismo; giacché molto del materiale dottrinario e storico che vi si
trova raccolto per la critica contemporanea rimane senza una collocazione dottrinaria e storica precisa nella storia del Pitagorismo o fuori
di essa {a parte, parlando di quella letteratura nel suo insieme, quanto
dipende da Platone, Aristotele, o altri) (9). Un metodo specifico ha
seguito ìl Diels, nell’accettare testimonianze da quelle fonti (4). E infatti nei Vorsokratiker, ancora alla VI ed. (Diels-Kranz, 1951), accanto
alla raccolta della documentazione su Pitagora ed i singoli pitagorici
(dove delle fonti tarde è preso solo quanto si richiama a fonti an-
(*) A proposito di C. J. de Vogel, Pythagoras and Early Pythagoreanism. An Interpretation of Neglecied Evidence on the Philosopher Pythagoras. Assen, Van Gorcum
1966, pp. 324.
(3) Ctr., per una sintesi delle discussioni sulle fonti di Giamblico, G. Bertermann,
De Iamblichi Vitae Pythagoricae fontibus, Diss. Kéònigsberg 1913.
{?) Su questa ipotesi vedi più avanti, 492 sg., 494 n. 3.
(*) Quei testi sono, naturalmente, frammentariamente analizzati in un gran
numero di saggi. Molto ha studiato soprattutto A. Delatte nei suoi lavori (sui
discorsi crotoniati di Pitagora, brevemente, in Essai sur la politizue pythagoricienne,
1922, 39 sgg.); sistematicamente lo ha fatto per Diogene, La vie de Pythagore de
Diogene Laerce, Bruxelles 1922.
(*) E altri ne banno seguito l’impostazione: come la recente raccolta di M. Timpanaro-Cardini, Pitacorici. Testimonianze e frammenti, Firenze 1958-1964.
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)LA TRADIZIONE
IN GIAMBLICO,
DEI
DISCORSI
DI
PITAGORA
VITA PYTHAGORICA
37-57*
Il recente lavoro della de Vogel riprende, fra l’altro, la discussione
sui supposti quattro discorsi crotoniati di Pitagora, nella redazione
che di essi ha trasmesso Giamblico, nella Vita Pythagorica ai §§ 37-57.
A proposito di quel passo la critica moderna ha stabilito che la
fonte originaria di Giamblico è, attraverso Apollonio, Timeo (!);
la tradizione parallela presente in Porfirio, Vita Pythagorae 18, risale, d’altra parte, a Dicearco. Inoltre, queste essendo le fonti riconoscibili, alcuni critici hanno supposto unica la tradizione ipotizzando una dipendenza di Timeo da Dicearco (?). Ma, a parte l’analisi della tradizione letteraria, non è stato dedicato molto spazio
all’esame dei singoli elementi dottrinari e notizie storiche presenti
in quei discorsi — ed è a ciò che la de Vogel dedica la parte centrale
del suo saggio (pp. 58-147).
Un esame del genere, del resto, manca a proposito del testo di
Giamblico nel suo insieme e di gran parte della letteratura tarda sul
Pitagorismo; giacché molto del materiale dottrinario e storico che vi si
trova raccolto per la critica contemporanea rimane senza una collocazione dottrinaria e storica precisa nella storia del Pitagorismo o fuori
di essa (a parte, parlando di quella letteratura nel suo insieme, quanto
dipende da Platone, Aristotele, o altri) (?). Un metodo specifico ha
seguito il Diels, nell’accettare testimonianze da quelle fonti (*). E infatti nei Vorsokratiker, ancora alla VI ed. (Diels-Kranz, 1951), accanto
alla raccolta della documentazione su Pitagora ed i singoli pitagorici
(dove delle fonti tarde & preso solo quanto si richiama a fonti anx
(*) A proposito di C. J. de Vogel, Pythagoras and Early Pythagoreanism. An Interpretation of Neglected Evidence on the Philosopher Pythagoras. Assen, Van Gorcum
1966, pp. 324.
(1) Ctr., per una sintesi delle discussioni sulle fonti di Giamblico, G. Bertermann,
De Iamblichi Vitae Pythagoricae fontibus, Diss. Königsberg 1913.
(2) Su questa ipotesi vedi più avanti, 492 sg., 494 n. 3.
(3) Quei testi sono, naturalmente, frammentariamente analizzati in un gran
numero di saggi. Molto ha studiato soprattutto A. Delatte nei suoi lavori (sui
discorsi crotoniati di Pitagora, brevemente, in Essai sur la politique pythagoricienne,
1922, 39 sgg.); sistematicamente lo ha fatto per Diogene, La vie de Pythagore de
Diogène Laerce, Bruxelles 1922.
($) E altri ne hanno seguito l’impostazione: come la recente raccolta di M. Timpanaro-Cardini, Pitagorici. Testimonianze e frammenti, Firenze 1958-1964.
Página 3
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)tiche), è raccolto come Pythagoreische Schule (vol. I, cap. 58), solo
quanto della letteratura piü tarda dipende, o si suppone dipenda,
da Aristosseno (sez. D), o quanto fa parte degli Acusmata e Symbola della tradizione scolastica pitagorica (C) — parti, queste, che si
aggiungono alle testimonianze aristoteliche e peripatetiche sul Pitagorismo (B) ed ai riflessi di quella dottrina nella Commedia di
mezzo (E). E solo dal Kranz è stato aggiunto più tardi fra le testimonianze su Pitagora Porph.
V.P.
18, da Dicearco, dove è
riportata la notizia dei quattro discorsi crotoniati di Pitagora; ma
sono stati tralasciati — è questo uno dei giusti rilievi che la de Vogel,
p. 9, muove a quella raccolta — i paralleli rapporti degli storici
(per lo meno, mi sembra, quello di Pompeo Trogo) (4) ed è stato
completamente evitato l'ostacolo di Iambl. V. P. 37-57, che, insieme
con la notizia, ha trasmesso anche una redazione del contenuto dei
discorsi.
Il Kranz, evidentemente, seguiva il criterio di accettare di una
notizia storicamente insicura, come quella in questione, solo la fonte
che gli pareva l’origine della tradizione su di essa (Dicearco, appunto, secondo l’ipotesi cui si è già accennato). Ora, è proprio su
questo punto che si riapre la discussione per la valutazione che la
de Vogel sostiene di alcune testimonianze. Ma conviene qui
rivedere brevemente i documenti di quella tradizione.
1. — Tale tradizione risale, si è detto, per lo meno a Dicearco:
(Porph. V.P. 18) (2) « Dopo che [Pitagora] giunse in Italia e si recò
a Crotone, come uomo che molto aveva viaggiato e straordinario,
e dalla sorte ben fornito di doti naturali..., riusci a disporre in suo
favore la città di Crotone a tal punto che, dopo che ebbe conquistato gli animi del consiglio degli anziani esponendo molte e belle
cose, ancora, per ordine del consiglio, rivolse ai giovani esortazioni
adatte
all’età giovanile
(HBnrıxas
érornoxro
raparveoeis)
(*);
dopo
ciò, ai fanciulli, accorsi in folla dalle scuole; infine alle donne, una
adunanza di donne fu approntata per lui. [19] Per questi avvenimenti si accrebbe molto la fama su di lui ecc.». Niente di più, in
proposito, nella redazione conservata da Porfirio. Giamblico, d’altra
parte, nella sua redazione estesa dei discorsi crotoniati, sembra dipendere da Timeo
(come risulta da concordanze testuali)
(4).
Riconoscendo dunque queste come le fonti originarie della tradizione,
(1) Ap. Just. 20, 4.
(2) Dicaearch. fr. 33 Wehrli.
(3) A. Rostagni, Un nuovo capitolo nella storia della Retorica e della Sofistica,
« St. It. Filol. Cl. >», (riedito in Scritti Minori 1, dí cui cfr. pp. 37 e 38 n. 1) legge
diversamente il testo; ma senza ragione, ché anziché avvicinarlo alle altre testimonianze parallele ne lo allontana.
(4) Riflessi della stessa tradizione sono in Pompeo Trogo, cit. e Diodor. 10, 3
(su queste testimonianze vedi il cap. V del lavoro della de Vogel).
Página 4
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)E. Rohde (1) ipotizzò che Dicearco avesse creato per primo la figura del Pitagora predicatore e riformatore politico — cid al fine
di costruire un autorevole esempio di comportamento conforme all'ideale del Bloc mpaxtixdg — e sarebbe quindi stato la fonte di
Timeo. Ora, contro tale tesi, la de Vogel ripropone (?), come la più
antica testimonianza di questa tradizione, una citazione che presume di Antistene. In effetti in uno scolio al primo verso dell’Odissea,
a proposito della polytropia di Ulisse, si legge: (Schol. in Hom. « 1,
dagli ‘Ounpixà Zmrnuor« di Porfirio) « Antistene dice che Omero
né loda né biasima Ulisse dicendolo roXùtporoc... — segue l’esposizione della tesi antistenica sul valore dell’aggettivo — ... Per questo
Omero — conclude la prima parte dello scolio — dà ad Ulisse, come
ad un sapiente, l’epiteto di moAvtporoc, perché sapeva con gli uomini
conversare in molti modi ». Séguita poi lo scolio: « Così si narra che
anche Pitagora, invitato a tenere discorsi ai fanciulli, componesse
per
essi
discorsi fanciulleschi
(Adyoug raudıxoös),
adatti alle donne (yuvatkiv apuodtovc)
(&pxovtixods) e per gli efebi efebici
e
per
gli
(EpnBixovc).
e per le
arconti
Poiché
donne
arcontici
trovare il
modo di sapienza adatto a ciascuno è proprio della sapienza ecc.».
L’importanza di questo documento è evidente: darebbe una testimonianza di quella tradizione già due generazioni prima di Dicearco. Dubbio è, tuttavia, ch’esso sia attribuibile (almeno in entrambe le parti che lo compongono) ad Antistene. Alcune considerazioni pesano infatti contro tale attribuzione: in primo luogo il
fatto che gli esempi che seguono nella seconda parte dello scolio
(di séguito alla parte citata), ancora per illustrare 4 molti modi ognuno
adatto a qualcuno nel parlare, riprendono tutti motivi tradizionali
della dottrina pitagorica (3), e, poi, il fatto che il testo dello scolio
sui
quattro discorsi concorda in modo particolare con il testo di
Porfirio
(cfr.,
ivi, l’Afnrixécs
che
qualifica il discorso
ai giovani);
l’autore dello scolio, infine, è lo stesso Porfirio (4). E i sostenitori
del valore di questa citazione non hanno considerato significativo
tutto ciò: Rostagni non considera l’ostacolo, la de Vogel non cita
(1) « Rh. Mus. » 26, 1871, 561 e 27, 1872, 27-29. Pure seguiva questa interpretazione della tradizione E. Zeller, Philos. d. Gr.?* I 1, 313 n. 3; ed altri successivamente.
(2) Sulla traccia del Rostagni, cit.
(3) Cosi il sapere usare il modo adatto a ciascuno, o il non saperlo, come segno
di sapienza o ignoranza; cosi il richiamo alla medicina come esempio di scienza
che si applica in molti modi, cosi l’uso della terminologia musicale per spiegare
l'accordo dei diversi modi del logos con i diversi orecchi, cosi il motivo generale
dell’unità-molteplicità ecc. Ché se tutto ciò può testimoniare una possibile vicinanza di Antistene al Pitagorismo (cosi suggerisce F. Decleva-Caizzi, Anthistenis
Fragmenta, 1966, 107), può far pensare più semplicemente che il passo sia di chi,
come Porfirio, era altrove relatore della tradizione pitagorica.
(4) Cfr. H. Schrader, Porph. Quaest. Homer. ad Odysseam pertinentium rell.,
Lipsiae
1890,
137
Página 5
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)neppure il nome dello scoliasta (1); mentre tra gli studiosi dei testi
antistenici una delle tesi prevalenti è, invece, di accettare come
di Antistene soltanto la prima parte dello scolio (?).
La tesi che fa dipendere la tradizione di quei discorsi da un’invenzione di Dicearco resta, per suo conto, una congettura improbabile (3); ma la maggiore antichità di essa non si può sostenere, per
altro verso, sulla base dello scolio discusso, finché pesano i dubbi
sulla autenticità della citazione antistenica.
2. — L’esame, poi, del contenuto dei quattro discorsi in Giamblico non aiuta chi vuol sostenere, come la de Vogel fa, la fondatezza
storica di quella notizia insieme all’autorità, per lo più di Pitagora
stesso, del contenuto dei discorsi (cfr. le conclusioni della de Vogel
alle pp. 102-106 e 138-147).
Ciò se si tiene presente non tanto la possibile antichità di elementi
dottrinari in essi raccolti, ma prima di tutto l’economia generale
del testo cui essi appartengono e quindi gli altri testi che riportano
le stesse tradizioni — esame questo in cui la ricerca fatta dalla
de Vogel è
del tutto
manchevole, per Iambl.
V.P.
37-57
e
per
altri testi. In un caso come quello del testo di Giamblico, infatti,
la possibilità di stabilire l’antichità di una notizia o di una tradizione non può essere scissa dalla determinazione delle fonti letterarie originarie che si ritrovano al passo stesso che le riporta. Cominciamo quindi col vedere
quanto si può concludere
dall’analisi
del testo del primo discorso in Giamblico (quello ai giovani, $$ 37-44),
e dalla sua comparazione con altri testi paralleli su elementi particolari.
(1) Rostagni, op. cit. (in Scritti Minori I), 4 sgg.; né ha considerato la possibilità
che quel testo sia falsamente attribuito, quando ha recensito l’opera del Radermacher,
qui sotto citata, che non riconosce come antistenica la seconda parte
dello scolio, « Riv. di filol. » 1954, 76-77, o nella riedizione del suo saggio citato
(cfr. n. 1 aggiunta, a p. 4). E, in generale, non convince la sua dimostrazione, appoggiata com’è su passi insicuri della tradizione pitagorica tarda, tra cui gli stessi
$$ 37-57 di Giamblico, de Vogel, 65-66.
(2) Cfr., p. es., L. Radermacher, Artium Scriptores, 1951. A. Delatte, Polit.
Pythag., 39, non ha dubbi che quel passo sia dovuto alla stessa autorità di Dicearco da cui dipende pure Porph. V.P. 18.
($) Secondo E. Rohde, specie in «Rh. Mus.» 27, 1872, 26-28, Dicearco non
avrebbe detto niente di più, sui discorsi di Pitagora, di quanto è riportato in Porfirio; Timeo e altri autori avrebbero poi arricchito quella
leggenda.
E
a
conferma della sua tesi egli interpretava il séguito del passo in Porph. V.P. 19 (di
séguito alla parte sopra citata), nel senso che Dicearco avrebbe dichiarato nulla
essere conosciuto di quanto Pitagora diceva tranne la dottrina della metempsicosi.
Ma leggeva inesattamente il toig cvvodow di quel passo, che non si riferisce più
all’uditorio degli abitanti di Crotone, bensi alla ristretta cerchia di « quelli che si
univano a lui », «tra i quali — dice la stessa fonte, subito dopo — era osservato
un rigoroso silenzio ».
Página 6
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)jambl. V.P. 37 sgg.: (Pi“ora ai giovani di Crotone)
Diog. L.,
8,
22-23: Aé-
VETOL Napeyyvar MTOV ...
lambl.
V.P.
Aristoxenus:
182:
(da
insegnamenti
dei pitagorici)
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}
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Ermnav, Ouoloc di ab tiv év
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005 OÍMIOTAG TÓV TOAEOY,
Jambl. V.P. 99-100: (da
Aristoxenus:
regole
nella
scuola)
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[23] xal Beovs per datudver
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nooriuäv, jowac À avbownwy,
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)gutov
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Brantew unte ptetoery.
(segue sopra - [Ii
Nei passi qui sopra si trovano elencati gli stessi elementi dottrinari;
rispetto alla tradizione dei quali la parentela fra i testi appare molto
stretta — e vi partecipa pure Porph.
V.P. 38-39.
Importante è notare i diversi contesti in cui quegli stessi elementi,
nei passi in questione, sono presentati. Se in Iambl. V.P. 37-44 essi
costituiscono alcuni dei temi del presunto discorso pitagorico ai
giovani di Crotone, li troviamo, poi, in Diog. 8, 22-23, dove insieme
ad altri (§§ 22-24) compongono un ‘elenco’
di precetti, esposti senza
aggiunta di nota alcuna, che Diogene sembra aver buttato giü sintetizzando o ricordando qualche somma di regole della scuola (di
cul un esempio tardo sono le stesse Iludayopixal anopacerg di Aristosseno) (1); il $ 182 del testo giamblicheo (?) è parte di un passo
in cul sono scarnamente riprodotti insegnamenti impartiti da Pitagora ai discepoli (cosi è pure Porph. V.P. 38-39) — il passo, inoltre,
è riconducibile ad Aristosseno
(3); ai $$ 99-100, infine, ancora da
Aristosseno (4), Giamblico riporta un elenco di regole morali e di
comportamento, in formule brevi e concise, che si vuole il mpecButaroc della confraternita ricordasse ogni
sera
agli
altri pitagorici,
prima di dividersi.
Ora, che cosa resta di Iambl. V.P. 37-44, al di fuori delle concordanze sopra poste in evidenza? Nel discorso ai giovani il tema del
TodG
rpeoßurepoug
TiuÈv
è sviluppato in più motivi di quanti ne
riproduce Diogene: motivi però probabilmente originali, se alcuni
di essi si trovano sintetizzati al $ 182: ... év yevéoet... év oixig te
nal moet xal otparortedo xai etc. (5). Quello stesso tema poi è sviluppato, sia al $ 37 che in Diogene, sino al motivo del rispetto dovuto
ai genitori, primi tra gli uomini (rıuä&v avdpamwv dì uditota Yovéag,
secondo Diogene — cfr. anche il $ 99 e Porph. V.P. 38); ma in Giamblico quest’ultimo motivo è ulteriormente elaborato ($ 39) — ché
il discorso si vuole rivolto ai giovani. E da esso dipendono pure i
due racconti mitologici, ai $$ 39-40; che sono ancora una esemplifi-
(1) Cosí suggerisce A. Delatte, La vie de Pyth., nel commento. Cfr. anche qui
sotto, 497 n. 5.
.
(2) D’ora in avanti cito dalla V.P. di Giamblico con i soli numeri dei paragrafi.
(3) Cfr. Bertermann, cit.
(*) Cfr., oltre al Bertermann, cit., Mewaldt, Pythag. Sent. 57.
(5) Si noti che l’esposizione di Pitagora qui è introdotta con drropalverv, come
lo è al § 37 e al $ 40.
Página 8
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)cazione, piena di prestigio, del rapporto genitori-figli. Di séguito,
$ 40, Pitagora espone — il testo riprende con drepaivero
dè xal...,
come al $ 37 era stato introdotto il primo tema — quale debba essere
il
comportamento
verso
gli amici
(«come
se giammai
dovessero
diventare nemici ») e verso i nemici (« come se al più presto dovessero diventare amici »). In Diogene lo stesso tema, nelle stesse due
parti, segue immediatamente all’esposizione della gerarchia del rispetto (dagli dèi... ai genitori) (1). E, ancora, nel passo di Giamblico
chi ha composto il discorso sembra aver voluto sintetizzare, subito di séguito, i due temi presentati aggiungendo l’esortazione a,
«da una parte nella condotta verso i più anziani, imitare l’affetto
dovuto ai genitori, dall’altro nell’amicizia verso i coetanei, la concordia che dev’esserci fra fratelli ».
Seguono, infine, l’esortazione alla sophrosyne ($$ 41-42) e l’invito
alla paideia ($$ 43-44): motivi che non hanno riscontro in altre parti
del testo di Giamblico o in altri testi della tradizione pitagorica,
e su cuì torneremo più avanti. Chiude la redazione di questo primo
discorso la notizia (qui evidentemente connessa col tema della paideia)
secondo
cui
Pitagora
per
primo
avrebbe
usato
l’aggettivo
philosophos in riferimento alla propria attività; notizia che è riportata, completa, ai $$ 58-59, e che dipende da Eraclide Pontico (?).
Ma ancora qualche parola sul testo di Diogene e quelli di Porfirio
e Giamblico sopra richiamati. Molto vicino al testo del $ 100, sul
motivo della gerarchia del rispetto, è quello di Porph.
V.P. 38 e di
un altro passo aristossenico in Giamblico, al $ 175 (3). In quest’ultimo è addirittura inserito, come ultimo grado di quella scala, il
motivo del rispetto verso le leggi: ... uetà de tó Detov te xai TO
uôviov rietotov roretodar Adyov Yovéwv te «a vouov.
che segue nello stesso ordine, ma autonomo, anche in Porph.
38, fra le regole riprodotte ai $$ 99-100 (nella formula véum
xal
dvopia
Trodeuetv)
Bdat-
Motivo questo
V.P.
Bondetv
e in Diogene (4) — ma non più nel discorso
in Giamblico. E, ancora, quella che in Diogene segue nell’ordine è
l'esortazione a «non rovinare o danneggiare la pianta coltivata, né
l’animale che non arrechi danno all’uomo », che è comune anche a
Porph.
V.P. 39 e al $ 99 di Giamblico (5).
(1) Lo stesso motivo, presentato in termini molto simili, si trova nel proemio
alla legislazione di Zaleuco, nella versione di Diodoro 12, 20. Sulle possibili connessioni fra le due tradizioni vedi più avanti, 501.
(2) Cicerone, Tusc. Disp. 5, 3, cui corrisponde in gran parte il testo riportato
in Giamblico, rivela la fonte.
(3) Aristox. fr. 33 Wehrli.
(4) In Diogene, prima di questa esortazione, è posta quella a td:6v te unôèv
hreioSat, che non ha paralleli negli altri testi e che dipende da Timeo, in Diog. 8, 10.
(5) Su Diog. 8, 22-24 va osservato ancora che gli altri precetti raccolti, qui sopra
non considerati, sono tutti riconducibili ad Aristosseno o Timeo, per lo più attraverso citazioni parallele in Giamblico (cfr. A. Delatte, La vie de Pythag. nel
commento, 194-198).
Rivista di filologia classica.
‘
- Vol. 98.
Página 9
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Allora, sulla base degli elementi sin qui posti in rilievo, il testo
del discorso ai giovani in Giamblico appare come una riproduzioneelaborazione, piuttosto puntuale (*), di precetti e regole di comportamento
originariamente
estratti
da
qualche
raccolta
scolastica
di precettistica pitagorica; più che come composizione riproducente
parti reali della vita e della dottrina di Pitagora.
E alla stessa stregua, probabilmente, vanno giudicati anche gli
altri discorsi, che presentano, anche se meno integralmente, lo stesso
tipo di composizione. Il precetto di Diog. 8, 22, und’ duvivar Seotc:
doxetv yao adtov Seîv AELÖTLOTOV mapéyetv, per esempio,
costituisce
uno dei temi del discorso agli arconti (al $ 47) (?). Mentre l’esortazione in quel discorso a non trattar male le proprie donne e a considerare che «essi le avevano tratte quali supplici dai focolai paterni » ($ 48) sembra aver la sua origine in un acusma della scuola
(in Iambl. V.P. 84); e un altro acusma sul «non consigliare che il
meglio, a chi chiede consigli » (§ 85) si ritrova in un motivo del § 49.
Cosi, ancora, il tema dei sacrifici (stato interiore del sacrificante,
modestia e incruenza dei sacrifici) con cui si apre il discorso alle
donne, ha uno dei suoi motivi in comune con il primo dei precetti
dell’elenco di Diogene ($ 22) e si ritrova pure nel proemio alla legislazione
di
Zaleuco,
un
testo
di
chiara
tradizione pitagorica (3).
Di altri motivi ancora si può trovare la probabile origine; ma i
casì considerati bastano qui come esempi.
3. — Ma più che ad un'analisi di questo genere, la de
Vogel
si
è dedicata ad un esame dei singoli elementi storici e dottrinari, considerati
ognuno
distintamente,
al fine
di verificare
la
possibilità
degli stessi di essere antichi e collegabili, per lo più, all’attività di
Pitagora stesso.
Aggiungo
quindi qui, a proposito di motivi presenti nel testo di Giamblico, alcuni elementi da considerarsi complementari a quelli già offerti in proposito dalla de Vogel e da altri
studiosi, e che servono a chiarire le dimensioni del problema suscitato dallo studio di quei discorsi.
Vediamo, dunque, alcuni casi. Nell’analisi del discorso ai giovani
due temi erano stati lasciati da parte: quello della sophrosyne e quello
(1) Secondo E. Rohde, si è detto, i discorsi presenti in Giamblico sarebbero il
risultato di arricchimenti successivi sullo schema della leggenda dettata da Dicearco. Ma il fatto che la disposizione dei motivi nel primo discorso condivida
con altri testi un ordine che rispecchia, probabilmente, quello di qualche raccolta
originaria, fa pensare piuttosto ad una composizione unitaria, programmata sul
motivo delle orazioni di Pitagora da un solo autore.
(2) Sullo stesso precetto ancora in Giamblico, specie al $ 144; cfr. anche Diodor.
10, 9, 1.
(3) Diodor. 12, 20, Stob. Flor. 4, p. 123 sgg. H. Per quel precetto riferito all’insegnamento
di Pitagora, in altri testi, vedi Iambl. V.P. 122, Porph. V.P. 36,
Diodor. 10, 9, 6; 10, 21.
Página 10
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)della paideta (§§ 41-42, 43-44). Entrambi, per i motivi cui sono connessi, non sembrano potersi distinguere dal valore che essi hanno
nel pensiero del IV sec., quando, in conseguenza dell’elaborazione
sofistico-socratica dei valori etici intesi come contenuto della nuova
educazione, hanno il momento di loro massimo sviluppo. Alcuni
motivi di quei temi in Giamblico, in particolare, richiamano da
vicino motivi presenti in testi critici del IV sec. Cosi, p. es., la considerazione della sophrosyne come «la sola delle virtu che convenga
a tutti, al fanciullo, alla fanciulla, alla donna, ai vecchi e soprattutto ai giovani », è vicina alla tesi sostenuta da Menone nel dialogo
platonico (Meno 71e-72a) per cui esiste una virtù della donna, una
dello schiavo, una del fanciullo ecc., 0, come dice altrimenti, « per
ciascuna delle azioni e delle età, ognuno di noi, rispetto a qualsiasi
cosa faccia, ha una sola areté ». Analogamente il motivo della paideia,
quando è intesa come dote che, a differenza di tutte le altre (che o
non si comunicano, o chi le comunica le perde per sé), è possibile
«gia riceverla da altri, sia impartendola ad altri conservarla nondimeno noi stessi », ricorda molto da vicino motivi della discussione
fra Socrate e Protagora sull’insegnabilità della virtù, nel Protagora
platonico. E sul tema della paideia, nel discorso ai fanciulli, è mostrato come il fine di essa sia formare l’individuo secondo un certo
modulo, di cui sarà poi vestito per tutta la vita: quello del kalos
kagathòs ($ 51). La stessa indicazione si ritrova anche nel primo discorso: tio dt matdelag xaddrep of xadol xdkyadol Tüv dvdpHv uéype
Savatou
rapaeuevovons (1).
Ora,
è soltanto nel IV sec. che, come
in questi discorsi, troviamo la kalokagathia individuare un carattere
morale e sociale preciso — Senofonte testimonia che i kaloi kagathoi
erano una classe sociale che si distingueva per specifici doveri civili
e responsabilità morali (2).
Anche alcuni motivi del discorso ai mille del sinedrio sono riconoscibili con relativa precisione. Per comodità possiamo distinguere
in tale discorso una parte che si riferisce a fatti di storia locale
($ 45, a proposito della costruzione del tempio alle muse) e una parte
dove sono utilizzati ed esposti precetti e regole scolastiche pitagoriche (di cui alcune sopra esaminate — in generale quelle esortazioni che hanno la fisionomia di regole di comportamento individuale,
specie ai $$ 47-49); da quelle esortazioni che riguardano più specificamente le funzioni pubbliche di quel gruppo dei mille, cui il di-
(1) Cfr. anche il secondo discorso, $ 48.
(2) Cfr. A. W. H. Adkins, Merit and responsibility, cap. XVI, che considera Senofonte l’apice dello sviluppo di quel valore. Non è chiaro per quale ragione la
de Vogel possa concludere, su questo punto, che «it is perfectly in keeping with
the ‘reform’ movement of Pythagoras to have given this term, originating from
the old standards of morality of one social class, a new, more general spiritual
content; for the creation of a spiritual aristocracy and of a religion based on
ethical principles was the goal of Pythagoras’ preaching » (p. 126).
Página 11
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)scorso dovrebbe essere diretto (§ 46). Questa parte dovrebbe essere
la
più
significativa,
dunque,
per
rivelare
l’autorità
originale da
cui la composizione del discorso dipende. La dottrina in essa trattata può essere divisa in tre elementi: a) dover quei governanti
«considerare
la
patria
come un deposito (rapaxatxSñxnv)
affidato
loro da parte della massa dei cittadini. 6) Dover quindi governarla
in modo tale da poterla poi affidare ai discendenti (tote È adrav).
c) Ciò che non mancherà di verificarsi se essi considereranno ogni
cittadino come uguale, e «non anteporranno nulla alla legalità (ro
dixaiw) ». Nonostante la de Vogel (1), questi motivi non
possono
che collegarsi alle teorie politiche che si trovano nelle opere di Platone, degli
oratori del IV sec., di Aristotele ecc. Un punto, poi,
sembra riconoscibile con precisione, quello dello stato (patria) inteso come rapaxata9nxn (a). Nell’orazione demostenica (?) Adv. Aristog. I, 11, l’oratore richiama i giudici al loro dovere di « dare il massimo peso alla legalità (edvoytav) ..., guardare ciascuno sotto l’occhio
inflessibile della giustizia (Atxnv), della quale ognuno di voi porta
il nome, quando la sorte lo designa come giudice e quando egli riceve, quello stesso giorno, tutto quanto nella città è bello, giusto
e utile, deposito (rapaxatadhxnv) affidato al suo giuramento,
dalle
leggi, la costituzione e la patria ». Lo stesso concetto si trova in
Eschine (3) e, ancora, in Demostene, Adv.
Mid.
177, dove l’oratore
ricorda ai giudici: « questo è vostro compito salvaguardare: le leggi, .
il giuramento. Ecco cosa i giudici si trasmettono l’un l’altro sempre
come un deposito («el mapa Tüv &AAwv Oorepel napaxatadyxyv) che
deve restar sano e salvo nell’interesse di tutti quanti per giustizia
si rivolgono a voi ».
Va sottolineato che il termine rœpaxara®nxrn in Giamblico dá una
indicazione dottrinaria troppo precisa per non potersi considerare
usato in senso tecnico; lo stesso va detto a proposito di Demostene
ed Eschine, dove il ripetersi dello stesso uso contestuale del termine
non può ritenersi una casuale ripetizione della stessa immagine (‘).
Nei passi demostenici sopra riportati ci sono, inoltre, elementi analoghi a quelli b) e c) del $ 46 di Giamblico. Differenze possono, altresi,
(1) La de Vogel, sulla base del totic ¿E abta&v, che legge come «i figli » degli attuali governanti, sostiene senza motivo che «it definitely implies that it was a
certain ‘clan’ or social order which, from generation to generation, formed the
BouAn ». E ne conclude che tale dottrina politica risale « back to an earlier period >»,
piuttosto che al IV sec.
(2) Quest’orazione è, per lo più, oggi accettata come demostenica (cfr. G. Mathieu nella Notice all’orazione nell’ed. Les Belles Lettres dei Plaidoyers polit. di
Demostene, t. IV).
(3) Aesch. 1, 187.
(*) Va anche notato che tale termine è usato a partire da V sec. per indicare
‘ prestito * o * deposito ’, ma sempre in connessione con l’immagine concreta di
quanto viene dato e restituito. Gli unici casi in cui è usato nell’accezione politico-giuridica sono, oltre Giamblico, i passi sopra citati.
Página 12
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)essere poste in rilievo, ma l’elemento fondamentale è che sia la concezione presente nel discorso di Pitagora, sia quella in Demostene
dipendono dalla stessa dottrina della priorità della legge nelle istituzioni della vita sociale: ‘la legge & sovrana, il governo suo servitore’, di Aristotele (1), giacché la legge è «un ordine generale proclamato per tutti, un contratto comune della città secondo cui debbono vivere tutti i cittadini », come è espresso ancora nell’orazione
Adv. Aristog. I, 16.
4. — Alla
discussione
sulla
tradizione
dei
discorsi
di
Pitagora
credo si possa portare, ancora, un ultimo elemento. Se si legge il
proemio alla legislazione di Zaleuco (Stob. Flor. 4, pp. 123 sgg. H. e
Diod. 12, 20) si ha l’impressione che tra la tradizione di questo e
quella dei discorsi pitagorici esista una familiarità più che casuale.
Zaleuco, fatto da Diodoro « allievo del filosofo Pitagora » (2), avrebbe
premesso alla sua opera di nomothetes un insieme di norme generali,
che, in realtà, appaiono come un insieme di esortazioni e di precetti
diversi (come abbiamo visto si rivela gran parte dei discorsi in Giamblico); molte delle esortazioni, inoltre, sono comuni nelle due tradizioni (a proposito di alcune si è già notato sopra) (3). Anche di
Zaleuco, per di più, si vuole che abbia indirizzato particolari esortazioni ad un gruppo specifico: (12, 20, 4) « E gli arconti esortava a
non essere arroganti e a non giudicare favorevolmente o sfavorevolmente
secondo amicizia o inimicizia ». La situazione in cui la
tradizione offre un contesto ai discorsi di Pitagora, infine, non si
discosta molto
da
quella di un nomothetes:
... regressus
Cretam et
Lacedaemona ad cognoscendas Minois et Lycurgi inclitas ea tempestate
leges
contenderat.
lumque
-
in
Quibus
luxuriam
omnibus
lapsum
instructus
auctoritate
Crotonam venit popusua
ad
usum
frugalitatis
revocavit (Pomp. Tr. ap. Just. 20, 4).
A. Delatte ha offerto una ipotesi sull’origine di quel proemio che
si può ritenere verosimile (4); qui basti quanto accennato per mettere in evidenza, ancora una volta, le dimensioni della problematica
in cui la tradizione dei discorsi di Pitagora va vista.
MARIO ZUCCONI
(1) Barker, The Political Thought of Plato and Aristotle, 328-329.
(2) Questa notizia non ha alcun fondamento storico: vd. A. Delatte, Polit.
pythag.,175.
($) Vedi anche il commento di A. Delatte, op. cit., 188 sgg.
($) A. Delatte, op. cit., 175 sgg.