Pitagora (la vita- l'opera di riforma politica, religiosa e pedagogica)

Auteur
Villa, E.
Publié dans
Annuario del R. Liceo Ginnasio
Année
1931
Sujet
PYTHAGORAS
Langue
Italiano
Catégorie
B1 Biographies, C1 General
Numéro d'archive
597

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Afficher le texte intégral13 pages

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VALLE NASA In: Anmuario del R.Liceo Ginnasio "Giosne Carducci" di Pola, 24/25 - 1931/1932 - p. 133 - 158 eee || Ville, Emilio | PITAGORA ( LA VITA- L'OPERA DI RIFORMA POLITICA,| RELIGIOSA E PEDAGOGICA ) | Pitagora appartiene a quella piccola schiera d’uomini, che, per il loro genio straordinario e per l’opera grandiosa compiuta, apparvero già ai loro contemporanei come esseri sovrumani, quasi divini; uomini che, rivelando una nuova concezione della vita all'umanità, suscitarono intorno a sè l’entusiasmo e la venerazione illimitata dei discepoli devoti e l’odio tenace di tutti quelli che o per incomprensione o per malvagità d’animo, non potevano o non volevano seguirli; onde intorno a questi sommi, che noi sfessi pure ora veneriamo come i grandi Iniziati, come le guide spirituali dell'Umanità, si formò, per quel senso del meraviglioso che mai non abbandona l’uomo, un fitto velo di leggende che copre a noi moderni, freddi.critici, quella che siamo soliti chiamare la realtà storica. Anche per Pitagora, la cui biografia passò presto nel dominio del meraviglioso, riesce difficile, per non dire molte volte impossibile scoprire, nella congerie delle nofizie _ tradizionali, ciò che si possa ritenere come vero e posifivo intorno alla sua vita e pubblica e privata, intorno ai suoi viaggi, alla sua opera, al suo insegnamento, alle sue avventure, e solo la ricchezza delle leggende, che ci dt mostra la grandezza di questa figura nella storia del pensiero umano, ci fa vedere come l’uomo apparve e fu interpretàto e giudicato nel mondo greco e quale profondo : rivolgimento operò nelle coscienze. Rarissime sono le festimonianze che noi abbiamo di lui dovute ad uomini quasi contemporanei o vissuti subito dopo; anche lo stesso Aristotele, che pur si occupò molto delle idee pitagoriche, quasi nulla ci dice del loro primo autore; le notizie si fanno più abbondanti, quanto più

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discendiamo nel corso dei secoli; sono numerose al fiorire del neopitagorismo al principio dell’era volgare e dimeridionale Doride, perchè colonizzate rispettivamente dagli Eoli e dai Dori. Pitagora quindi appartenne probabilventano ancora più abbondanti al tempo del neoplatonismo mente alla stirpe ionica e si sa che questa, più largamente dotata, meglio rappresenta il genio greco; all'Ionia la nel 3° sec. d. C.: le tre biggrafie che si posseggono sono di Diogene Laerzio, il famoso autore delle vite dei filosofi, di Porfirio, il discepolo di Plotino, e quella di Giamblico, discepolo di Porfirio, egli pure neoplatonico, che scrisse un'opera di gran mole dal titolo «Raccolta dei dogmi pitagorici». Faticoso e incerto riesce quindi l'esame critico delle fonti istituito dai moderni storici, che sono obbligati, per così dire, a procedere a ritroso, risalire cioè dalle fonti più recenti alle più antiche e possono soltanto riuscire a risultati approssimativi. In questo breve sfudio mi propongo di esaminare non la filosofia pitagorica, ma l’opera di riforma nella politica e nella educazione compiuta dal grande Maestro, opera che è di alto interesse anche oggi per noi, pensosi di problemi sociali e politici e offre elementi di valore non perituro. Per conoscerla, è necessario conoscere anche la vita del Filosofo e io l'esporró, appoggiandomi alle fonti più sicure e agli studiosi più accreditati, primi fra tutti lo Chaignet*), e i due grandi storici della filosofia greca, lo Zeller e il Gomperz. * * x Pitagora nacque al principio del sec. VI a. C. in Samo, almeno così vuole la fradizione più generalmente accettata e in Samo, allora celebre per la sua floridezza commerciale e per la sua marina, passò la prima parte della sua Grecia deve non solo il suo più grande poeta, Omero, ma anche i suoi primi veri filosofi, che formano la scuola ionica; lo stesso Senofane, che, venuto in Italia, fu il fondatore della scuola eleatica, era un ionico di Colofone nè dobbiamo dimenticare che diretti eredi degli Ioni fu| rono gli abitanti dell'Attica e di Atene, la quale per esser sfata al tempo delle guerre persiane il centro politico della Grecia, meritò di diventarne poi il centro culturale. La data della nascita di Pitagora, come quella dei viaggi, del suo arrivo in Italia, e della sua morte non può esser ‘fissata che in modo approssimativo; infatti per la nascita le dafe escogitate dai dotti vanno dal 640 al 570 a C.; il Mullach, che è l’aufore di quella pregevole raccolta dei Fragmenta philosophorum graecorum, la quale, per quanto ‘ora sia invecchiata e superata da lavori più recenti, pure tanto giovamento portò e porta allo studio della filosofia greca, pone la nascita del Filosofo nell'anno 608; lo Chaignet verso l’olimpiade 50? (580-576 a C., mentre lo Zeller nota che la più comune senfenza in base ai moderni calcoli è che Pitagora nascesse verso l'olimpiade 49? (584-580), verso l’olimpiade 59 o 602 (544-537 a C.) venisse in Italia e verso l’olimpiade 69° (504-501) morisse: onde questo si può fissare con sicurezza che Pitagora nacque al principio del sec. VI a C. e spiegò l’attività della sua lunga vita per tutto tale secolo*), (secondo le fonti vita; quest'isola del mare Egeo si frova presso la parte mediana delle coste dell’Asia Minore, parte che prese il più attendibili morì novantenne). nome di Ionia, perchè colonizzata dagli Ioni, una delle incisore d’anelli, che gli antichi adoperavano come sigilli; stirpi greche, e nella quale si trovavano le grandi e fiorenti città di Smirne, Efeso, Clazomene, Mileto, mentre tradizioni possono coincidere, perchè è probabile che l'ar- Suo padre, Mnesarco, fu, secondo gli uni un artista, secondo altri un ricco mercante; ma in fondo qui le due la parte settentrionale era chiamata Eolide e la parte *) Per avere un'idea dell'incertezza delle fonti e dell'acume critico dei moderni storici della filosofia, si veda la mizutissima discussione *) Pythagore et la philosophie pythagoricienne - Paris 1873. fatta in proposito dallo Chaignet. Op. ciit. vol. Io pag. 29 e sg.

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tista, che lavorava i metalli e le pietre preziose, fosse anche negoziante e avesse così rapporfi coi paesi d’oriente, dove si trovavano i primi modelli e i migliori artefici della sua arte; ed anche per questo si spiegano meglîo i viaggi intrapresi dal giovane Pitagora sia per il commercio del padre sia per pura curiosità scientifica. Come era cosfume dei Greci ricchi, egli dovette senza dubbio fin dai primi anni dedicarsi alla musica e alla poesia, elementi primi di ogni cultura intellettuale e chiedere lo sviluppo della grazia e della forza del corpo agli esercizi del ginnasio, considerati giustamente come elemento essenziale di una buona educazione. Altri maestri ancora si vuole che egli abbia avuto; quali Anassimandro di Mileto, che gli avrebbe insegnato le matematiche: e il principio fondamentale della sua filosofia, cioè essere l'essenza di tutte le cose l'apeiron, l’indeterminato; ed ancora Epimenide di Creta mezzo filosofo . e mezzo mago, altro autore di una teogonia. Ma il mezzo più importante per acquistar virtute e conoscenza in un tempo in cui vi era quasi assoluta mancanza d’opere scritte e tutta la cultura si trasmetteva oralmente, era il viaggiare. Viaggiare, cioè conoscere città nuove, vedere costumi e istituzioni diverse, parlare con uomini insigni e celebrati, imparare dottrine ignote, quesfo era proprio un bisogno della natura greca, così amante della varietà, così acuta, Uno dei suoi maestri fu Ermodamante o Leodamante, ‘ soprannominato Creofilio, discendente da quel Creofilo di Samo, che aveva ospitato, secondo la tradizione, il divino Omero e che si considera come il capo mifico di una delle corporazioni di Rapsodi e d'Omeridi. Quindi ben presto Pitagora dovette sentirsi affascinato dalla poesia d’Omero, alla quale sempre serbò amore, giacchè si così desiderosa d'investigazione, e si può dire che fu il mezzo d'istruzione usato da tutti i filosofi greci. Forse ‚che Omero di quel tipo caratteristico di ‘saggezza e di prudenza che egli ha foggiato, dell’astuto Ulisse, non ci dice «che molto errû, che città vide molte, e delle genti vuole che di frequente ne canfasse i versi al suono della lira. Un'altra tradizione molto diffusa afferma che egli fu discepolo di Ferecide di Siro, al quale vecchio e ma- Rare eccezioni, lo noto per curiosità, sono costituite da Eraclito e da Socrate. Socrate non volle mai lasciare la sua città natale, Afene, ma ciò si spiega per il lato prestò poi assistenza in Delo negli ultimi momenti della sua vita. Questo Ferecide, un contemporaneo «di Talete, e che è considerato come il primo prosatore greco, scrisse verso la metà del sesto secolo l’opera sua in prosa, dal titolo Pentemuchos (antro dai cinque recessi), nella quale in una forma immaginosa, facendo largo uso dell'allegoria e di elementi mitologici, svolgeva tutta una strana teoria teologica, ossia una cosmogonia o descrizione della genesi ed evoluzione dell'universo; egli è in diretta relazione colle correnti orfiche, che tanta influenza esercitarono sul pensiero greco dei primi tempi e non è medalla considerazione della natura esteriore all’esame dell'uomo inferiore e del mondo morale, di cui voleva stabilire i principi e il fondamento; Atene poi nel quinto secolo, per la sua vita così varia e complessa, poteva offrire al filosofo un vasto campo d'osservazione e di studio. Pure Eraclito, che fu posteriore solo di una o al più di due generazioni al nostro Pitagora, e visse verso la fine del sec. VI e al principio del sec. V, svolse la sua 'vita tutta dedita alla contemplazione e alla investigazione della raviglia quindi che prestissimo anche il giovane Pitagora venisse in contatto con queste e cogli insegnamenti dei Misteri e così ne derivasse molti elementi per il suo uomini dediti alle occupazioni più basse e bestiali, contro futuro sistema. l'indol conobbe?» ro))üv Vavdpózov Wer Korea ai vécv Eyvw*). carattere particolare del pensiero socratico che si volse natura, all'ombra di un santuario, nella sua città di Efeso; ma gli è che il grande pessimista sdegnava la folla degli | *) Odissea 1. 3.

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i quali lanciava i suoi fulmini e odtava quella polimazia o istruzione molteplice, propria di chi tutto vuol indagare, tutto vuol sapere, di tutto si intervara, senza concentrare i suoi sforzi unicamente sul problewa fondamentale del| o l’esistenza. Anzi è importante notare a quvaty proposito che di Pitagora noi abbiamo una preziosa testimonianza lasciataci proprio da Eraclito, testimoniansu che, se è un insulto nell’intenzione, nel fatto si risolve in una lode. Dice Eraclifo: «Pitagora, figlio di Mnesarca, ha spinto lo studio e la ricerca più lontano che tutti gli altri uomini; egli si è procurato una saggezza che è polimusin e cattiva arte»*). La polimazia di questo filosofo matematico egli non la disprezza meno di quella del poeta teologo Esiodo, di quella del rapsodo filosofo Senofane e dello storico e geografo Ecateo; eppure è proprin questa conoscenza somma di tutte le scienze e di tutty le arti, questo meraviglioso sapere e potenza enciclopediva che noi ammiriamo nel filosofo di Samo, a quella gulau che essa sempre ci stupisce quando consideriamo il nostra Leonardo da Vinci. Pitagora dunque ricavò la mole hurtentosa delle sue conoscenze nell'occasione dei suol Viaggi; non c'è paese conosciuto agli antichi, nel quale egli, secondo la tradizione, non si sia recato; egli sarebbe undato oltre che in Grecia e in Italia, anche in Egitto, nella Fenicia, nella Giudea, nella Persia, a Babilonia, nulla Caldea; alcuni anzi, quali Alessandro Poliistore (starleo del I sec. a C.) e Apollonio di Tiana ci riferiscono ehe egli ascoltò anche gli insegnamenti dei Druidi nella Galliu e i Bramini dell'India. Quale fede possiamo noi portare a tali relazioni? Senza alcun dubbio non è ammissibili che Pitagora abbia pofuto compiere tutti questi viaggi; kHrebbe occorsa tutta la sua lunga vita nè egli avrebbe più avuto tempo di esplicare la sua opera riformatrice nell'Italia Meridionale, opera che deve aver pur richiesto una lunga serie d'anni, *) Diels. Fragmente der Vorsokratiker + itaclito framm. 40 e 129. come ce ne fa fede la sua grande efficacia; difatti si induce dalle fonti rimasteci che egli approdd a Crotone verso la meta della sua vita, ossia proprio nella pienezza delle sue forze. D’altra parte non & giusto esser cosi scettici a proposito di tali viaggi, come lo é lo Zeller, il quale non rifiene convincenti le prove lasciateci dagli antichi per il fatto che costoro, egli dice, ricorrevano ai viaggi e aile relazioni personali per spiegare le analogie fra le varie dotfrine; anche questa ragione, nofa acutamente lo Chaignet*), poggia infine sopra una induzione e non si può applicarla in modo assoluto. Ora se tutte le testimonianze ed alcune autorevoli, quali quelle di Dicearco, Aristosseno, Antifonte concordano nel dirci che Pitagora visitò l'Egitto, perchè si dovrebbe di questo dubitare? Samo poi, città marittima, florida per i commerci e le industrie, aveva con questo paese relazioni commerciali frequentissime annodate dal famoso tiranno Policrate e in quel tempo in cui il re Amasi apriva l'Egitto ai greci, questo doveva essere come centro d’attrazione pei traffici e meta di studio a quella guisa poi che i Romani ritennero Atene quasi luogo di soggiorno obbligato per perfezionare la loro istruzione. Inoltre troppi sono gli autori che parlano di viaggi fatti da Pitagora, perchè si possa negarli a priori in blocco e d'altra parte l'imparare con tale metodo non era alieno dall’insegnamento pitagorico. Si legge ad esempio nei frammenti attribuiti ad Archita di Taranto, grande pitagorico confemporaneo e amico di Platone questo bel pensiero: «vi sono due vie per arrivare alla saggezza: l'una è di possedere la scienza matematica e speculativa; l’altra di vedere il mondo, di mischiarsi agli affari, di vederli e di interessarsi di persona per raccogliere l’impressione viva e fresca. Lo studio astratto, senza la pratica della vita e l’esperienza degli uomini, come l’esperienza senza la meditazione speculativa non danno nè una vera conoscenza nè una vera saggezza. Si ha lo spirito e*) Op. cit. Io 46.

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gualmente cieco, sia che si tratti di giudicare i fatti partisapienza e questi, più nobili di tutti, sono detti filosofi, colari, sia che si tratti di elevarsi alle idee generali». cioè appunto amanti della sapienza e a null'altro aspirano, (Sfobeo Flor. I. 72-81). Bisogna però fare una osservazione di grande impora null'altro si dedicano che all'acquisto della saggezza e alla ‘conoscenza della verità.*) tanza. Ammettendo il viaggio di Pitagora in Egitto e probabilmente in qualche altro paese vicino dell’ Oriente, bisogna guardarsi dall’ammeftere tutte le derivazioni di dottrine e di riti inerenti al pitagorismo, che gli ingenui spe-. Non è questo forse un episodio assai significativo, che mette ben in rilievo la tendenza intellettualistica propria della filosofia pitagorica e in generale di tutta la speculazione greca? cialmente neopitagorici e neoplatonici amavano molto di mettere in rilievo; e anche se, come è naturale, intercor- Ritornato in patria dopo 5 viaggi compiuti per soddisfare alla brama sua di vedere e di imparare, Pitagora sero dei rapporti, anche per il fatto che molte usanze aprì una scuola in un luogo che si chiamava l’Emiciclo, pur continuando, olfre questo insegnamento, come ci dice erano comuni in tutti i Misteri e derivavano dal fondo stesso delle credenze popolari, pure non va menomato affatto il carattere originale della dottrina pitagorica, poi- Porfirio, nelle sue meditazioni solitarie che egli teneva in un antro fuori della città. chè ciò che ne costituisce la caratteristica essenza è la * teoria del numero, del Cosmos ossia dell'Universo e il metodo razionale e scientifico dell'esposizione e delle idee, e qui non è assolutamente possibile scorgere analogia alcuna con le idee teologiche dei sacerdoti egiziani e orientali. Basterebbe a mostrare tutta l'originalità di questo pensafore il titolo che egli scelse per sè. Racconta Cicerone sulla testimonianza autorevole di Eraclide Pontico discepolo di Platone e di Aristotele, che Pitagora viaggiando per la Grecia capitò a Fliunte, ospite di Leonte, tiranno di quella città: ne ammirò il principe il versatile ingegno e l’eloquenza e gli chiese quale fosse l’arte sua, ma quegli rispose di non sapere alcuna arte, ma di essere filosofo. Che mai significa questo nuovo nome? e allora il filosofo rispose che la vita degli uomini gli sembrava simile a quei grandi giochi olimpici che si celebrano con grande affluenza di pubblico. Si, vi accorron molti per mostrare la loro abilità nei giochi e offenere i premi; altri vi vanno perchè comprando e vendendo hanno la possibilità di far lucrosi guadagni; ma vi sono anche quelli * che vanno non per desiderio di plauso, non per brama di lucro, ma solo per il desiderio di vedere ciò che ivi si fa. Così è nella vita: chi serve alla gloria, al piacere, chi serve al danaro; pochi, rinunciando a tutto, bramano solo la % x Ma, nemo propheta in patria, e anche Pitagora non si sa se perchè disgustato dell’indifferenza dei suoi concittadini o perchè oppresso dal governo tirannico di Policrate, lasciò Samo per venire a sbarcare in Italia e a fissare la sua dimora a Crotone, città greca sul golfo di Taranto, mentre pure un altro grande, Senofane, ionico anch'egli, veniva a stabilirsi ad. Elea sulla costa occidentale della Lucania; onde sorgeranno qui nell'Italia Meridionale, la Magna Grecia, due rigogliose scuole filosofiche, la pitagorica, detta pure Italica, e quella eleatica, che molto deve alla precedente e che avrà la fortuna di annoverare nella serie dei suoi filosofi il grande Parmenide. Quali erano allora le condizioni della Grecia e in particolar modo quelle dell’Italia Meridionale? Siamo nel sec. VI a. C., è terminato ormai da gran tempo il periodo di turbamento e di annebbiamento di quella civiltà greca che si usa chiamare micenea, seguito all'invasione dorica nel Peloponneso e agli spostamenti di popoli. Nella Grecia propriamente detta già si sono formati i vari stati colle *) Vedi Cic. Tusc. Disp. V 3.

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ricchi proprietari (vt fél<swo:), e per convalidare questa seconda opinione si basano sulla ragione che i pitagorici cezione: poichè il governo è solo l’espressione della collettività, esso deve venire da questa stessa collettività; raccomandavano espressamente il rispetto alle leggi esistenti; ma, nota lo Chaignet, chi non sa che ogni grande pure infinitesimale del potere e ciascuno liberamente la riformatore si crede in diritto di modificare lo stato esistente di cose, ma poi per la profonda convinzione nella bontà della sua causa, inculca, allorchè è riuscito a farla trionfare, l'obbedienza e il rispetto più assoluto per essa? ciascun membro di questa rappresenta in sè una parte sia può e la deve esplicare e soltanto liberamente la può cedere: fale teoria la si sostiene in quanto si cerca di dimostrare che, togliendo all'individuo il diritto che ha di partecipare al potere politico, di crearlo, per così dire, l'aristocrazia, come cellula dell'organismo statale, lo si degrada dalla dignità di cittadino e lo si riduce nella condizione di semplice servo. | Lungo il corso della storia si vede come le due concequesto è certo: primo egli operò un vero e proprio rivolgimento politico, in secondo luogo egli si volse decisamente zioni siano sempre state l’una di fronte all’altra e come i filosofi più profondi, che si sono occupati di politica, verso una pretta forma d'aristocrazia. abbiano cercato di conciliarle in una sintesi che soddisfaccia all'una e all'altra esigenza. In qual modo Pitagora tentò di sciogliere il problema? Se il governo deve essere in mano dei migliori, e ciò è da * * + Ad ogni modo sia che Pitagora trovasse una democrazia temperata sia che vi trovasse già Ma che intese Pitagora per aristocrazia? aristocrazia, governo dei migliori: oi äptsrot ecco il significato etimologico e reale della parola. I migliori sono quelli che leKittimamente possono e devono governare. E chi non satutti concesso, quali sono i migliori e come si possono distinguere, non solo, ma anche formare? Forse basandosi rebbe disposto ad ammettere questo? il difficile non sta nel porre questa premessa da tutti accettata, ma nel detersul criterio della nascita, o della ricchezza, o della eleminare anzifufto quali sono i migliori, poi nell’istituire una forma fale di vita sociale e politica che permetta che zione? ma è competente la moltifudine per scegliere i migliori? oppure come facevano gli ateniesi, si dovrà lai migliori abbiano non solo ad emergere ed essere riconosciar la scelta anche alla sorte, al caso, metodo, contro il quale lancerà Socrate gli strali della sua ironia? sciufi, cid che potrebbe essere anche facile, ma abbiano, e quesfo è ben più difficile, la possibilità, se lo sono soltanto virtualmente, di esplicare questa loro virtualità e coltivare quelle doti che in sè hanno, per metterle poi ua vantaggio di tutta la collettività. Nihil sub sole novi: anche oggi, sono questi i due problemi che più richiedono una soluzione e anche oggi a questi due problemi rispondono due soluzioni antitetiche. La prima: il governo deve risultare di pochi scelti, forse anche di un solo e deve essere forte ed esigere l'obbedienza più assoluta: deve ‘ venire dall’alto ed imporsi alla moltitudine, altrimenti sostengono i fautori di tale teoria, si incorre nella disgreguzione della società, nell'anarchia e i più violenti e i più furbi si impongono a danno degli altri. La seconda con144 Per comprendere la soluzione data da Pitagora, bisogna ricordare due premesse generali. Anzitutto va ricordato che egli visse nel VI sec.a.C. ossia nei primordi del pensiero e della cultura greca, cioè quando questo pensiero e questa cultura, che doveva poi salire tant'alto, inizia la propria ascesa, ha tutta la freschezza, la sponta- neità, la vitalità della giovinezza; ora è propria di tale pensiero, e in ciò Pifagora è perfettamente un greco, la concezione che nell'uomo non si può nè si deve scindere l’opera sua pubblica dall'opera privata, ma ogni individuo è solo vero e completo uomo in quanto appartiene alla. 76 cioè a quella data unità statale; morale e politica sono intimamente unite, formano una cosa sola. L'ideale

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del saggio non é ideale di contemplazione ascetica e solitaria; egli deve anzi vivere nella società e per la societa; la sua sapienza, che lo distingue da tutti gli altri, consistera non nel rinnegarli e fuggirli, ma nel sapere, pur vivendo insieme, conservare la propria facoltà di giudizio integra e indipendente, nel saper agire e imporsi anche e comandare non per la gloria e la fama, come gli uni, non per l’interesse e il guadagno, come fanno gli altri, ma soltanto per il sentimento della propria missione accettata come dovere e per quel nobile senso di curiosità che spinge a conoscer la vita umana in futte le sue manifestazioni vivendola pienamente. In secondo luogo va ricordato che a fondamento del pensiero politico pitagorico sta una concezione generale filosofica della realtà e della vita. Ora per Pitagora e il Tutto e ogni singola cosa che sia reale è Armonia; e questo il concetto supremo. la chiave di volta, per così dire, del sistema. Tutto è armonia, sia nella natura esteriore, sia nella natura interiore. L'armonia esteriore ci si rivela come bellezza, come ‘ordine, come luce, come musica divina e ineffabile; l’armonia interiore ci si rivela come serenità, come compostezza di mente, come bontà, come virtù. Dio stesso, causa e sostanza, l’Uno Primo, non è che l’armonia suprema, l’armonia del pari e del dispari, dell'unità e della pluralità, l'accordo nell’unità delle dissonanze, delle differenze, dei contrari. In una parola l'armonia, l’ordine non è unicamente un rapporto; esso è l’essenza delle cose, di tutte le cose umane e divine e quindi anche dello Stato. In una pluralità d'uomini non ordinata e non ridotta all'unità, non c'è lo Stato, ma solo un caos informe. Vi sarà invece uno Stato tanto più perfetto, quanto più rifletterà nel suo ordinamento, come un'immagine affievolita quell’unità vivente che è l’essenza ultima di tutte le cose. Da questo concetto profondo, e vitale ancor oggi, concetto che sarà ripreso e sviluppafo anche da Platone, discendeva per infrinseca necessità una concezione aristocratica della vita sociale. L'ordine non può venire dal basso, dalla pluralità; non basta una semplice moltitudine a formare 146 la né), essa sarebbe solo un'accozzaglia di persone, nella quale si scatenerebbero le più fiere passioni. L’ordine deve venire dall'alto, da chi può ridurre questa moltitudine ad un'unità; ogni membro deve servire alla comunità, deve essere per la comunità, e solo nella sua soggezione alla comunità come parte integrante e viva di essa può trovare la sua dignità di cittadino, la sua libertà d'uomo. Stretto deve essere il vincolo che unisce i singoli nel Tutto: vincolo di amicizia fra gli eguali, spinto, in uno Stato ideale, sino alle ultime conseguenze, come ad es. la comunanza dei beni: vincolo di obbedienza verso i superiori. Pitagora aveva già dinanzi per questo un modello: l’organizzazione dello Stato dorico in Sparta, fondato sulla più rigida disciplina, sull'asservimento completo dell'individuo e dei suoi beni agli interessi della collettività, rappresentati e diretti da una ristretta e potente oligarchia; ma ciò che eleva di gran lunga la concezione pitagorica sopra questo grossolano sistema fondato soltanto sul diritto della forza fisica è il fatto che essasi riattacca alla morale e alla filosofia e daquesta riceve la sua giustificazione razionale; se in essa è affermata con la massima energia l'autorità, la disciplina, l'obbedienza, questo avviene perchè solo così una città può essere ben ordinata e l’uomo è in grado allora insieme ai suoi simili di svolgere tutte le sue facoltà e di pervenire al suo vero fine. Ma, si noti bene, dall'identitá posta come principio, tra vita politica e vita morale, deriva che l’autorità suprema spetta solo per diritto divino all'uomo saggio, al filosofo, che deve diventare il vero capo, deve imporsi e comandare. L’ubbidire allora è salutare sia per l'uomo incolto e grossolano che, se vi è costretto colla forza, vi trova però il suo bene, sia per l'uomo che inizialmente si è avviato verso una forma più alta di vita, il quale già trova ragionevole il sottomettersi anche se non gli sembrino evidenti le ragioni dei comandi e sente che il servire al saggio è libertà; nulla invece è più contrario alla vera libertà e al bene dello stato che la pretesa libertà, nella . quale a tutti, anche inesperti e incompetenti, è lecito gover147

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nare la cosa pubblica. Come ben si vede, nel pensiero politico dei pitagorici molto vi é, che passera poi nei pensatori posteriori, specie in Socrate e Platone. Non dice ‘ forse Socrate colla sua fine ironia, vedendo un conciatore di pelli aver tanto pofere in Atene, che, mentre per sapere ogni arfe ance la più umile, si richiede un lungo studio e una lunga pratica, quando si tratta dell’arte tanto difficile di reggere le sorti di una città, allora tutti si sentono pronti a sobbarcarsi al peso e credono di aver la sapienza di Pericle? a Ma se il governo deve essere aristocratico, cioè nelle mani dei migliori, i migliori non sono certo i pochi privilegiati per nascita, per nobiltà, per censo e soprattutto per ricchezze, ma quelli che primeggiano per la scienza e la virtù; che questa fosse la vera e unica aristocrazia degna di tal nome, quale l'intendeva Pitagora, è provato da tutta la tradizione pitagorica. In Porfirio e in Giamblico ad es. si legge (e anche se i fatti sono in sè leggendari, hanno però sempre valore di simbolo) si legge che dovunque il Sapiente di Samo passava non solo sedava discordie, metteva la pace tra le fazioni e tra le città, ma anche esigeva e otteneva che si riformassero i costumi, che si rinunciasse al lusso, che si desse il primo posto alla virtù e alla scienza; egli perfino persuase un tiranno della Sicilia a cedere il potere malamente acquistato e a Crotone due mila cittadini convinti dalla sua ‘parola si riunirono colle donne e i fanciulli per vivere insieme e misero futte le loro ricchezze in comune. ++ + Rimane ora il secondo problema, il più difficile. Come fare perchè quelli che sono i migliori per le loro disposizioni ‘naturali abbiano ad essere messi in grado di coltivarle e cosi possano esser riconosciuti e fatti degni di comandare agli altri? Qui, come è chiaro, non si tratta più soltanto di sceglierli, come se esistessero di già tali uomini e fossero solo confusi nella moltitudine, ma si 148 tratta di formarli, cominciando sin dalla gioventù; il problema così si trasforma e diventa un ‘vero e proprio problema di educazione sociale. Dalla politica, che in fondo non è che la morale applicata allo Stato, si passa all'educazione, ossia ancora alla morale considerata nel suo svolgersi e prodursi negli individui e nella società. Pitagora vi provvide in modo geniale. Creò un ordine, un Istituto, nel quale ciascuno che fosse, lo si noti, degno d’esser ammesso, poteva ivi ricevere una educazione perfetta, poteva con lungo tirocinio salire ai gradi supremi, essere iniziato alle verità più recondife e ai misteri più profondi, onde acquistare quel grado massimo di perfezione sia nel sapere sia nella virtù, che è concesso all’uomo. Questo Ordine doveva costituire, io credo, sia come un modello di vita pei profani, sia come un seminario di uomini virtuosi e saggi, che poi fossero degni di governare gli altri. Infatti lo scopo di chi vi entrava era quello di essere iniziato ad una vita ideale, nella quale tutte le facoltà dell'uomo pofessero esser svolte armonicamente secondo un unico principio; l’unità, l'armonia impressa a tutta la vita pitagorica era data dal principio religioso, che l'informava; ma anche i più vari bisogni vi frovavano soddisfazione, così che alla vita religiosa si intrecciava la vita morale e politica, e a questa poi la vita scientifica e filosofica. Certo a questo svolgimento libero e armonico completo giungeva soltanto chi riusciva a percorrere i vari gradi e ad entrare nei reconditi segreti della dottrina, perchè, e questo è un punto della massima importanza, Pitagora aveva ben compreso che, se per illuminare la mente basta la verità, per piegare i cuori, per far cambiare i sentimenti, le inclinazioni, per edificare insomma la vita morale e religiosa occorre un lungo, faticoso tirocinio, una vera e propria ascesi. Ed ascesi ossia esercizio è nel senso reale della parola la vita pitagorica che si presenta coatta e imposta colla forza nei primi fempi e adagio adagio si fa sempre più libera, finchè il saggio giunge ad' unire in sè la perfetta libertà col perfetto dominio di sè.

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Non a fufti era dafo enfrare nell’ordine; non ex omni ligno debet Mercurius exculpi. Il Maestro esaminava attentamente l'aspirante e dalla fisionomia, dai gesti, dal portamento, dagli scatti e dai moti improvvisi,quali ‘il riso, il pianto, la collera ecc., decideva se, per il carattere che egli rivelava, era degno deil’Istituto. Ammesso, il rovizio doveva sostenere lunghissime e terribili prove per non meno di due anni e anche piu sino a cinque. Le prove consistevano in un regime d’astinenze severe e nell’apprendimento delle virtù, prima fra tutte la pazienza e il perfetto dominio. di sè; a tal fine veniva imposto il silenzio completo, assoluto: i novizi dovevano ascoltare senza po- - ter -domandare schiarimenti od ‘altro; dal maestro li separava perfino un velo (usanza che si risconfra pure nei misteri) nè potevano rimanere nella sua dimora. Sostenute le prove felicemente, i novizi passavano nella classe dei matematici, da questa, sempre se erano ritenuti degni, in quella dei fisici e allora potevano esser iniziati Timica, per quante cose egli promettesse, resistevano; e il tiranno: «Se mi svelerete una sola cosa», disse, «sarete salvi, insieme con la masnada che vi ha teso un agguato». E chiedendogli Millia che cosa egli desiderava sapere; «Questo», disse Dionigi, «perchè i tuoi amici elessero più tosto di morire anzichè calpestare delle fave?» E Millia di rimando: «Quelli», rispose, «sostennero per non calpestar fave, di morire, ed io a mia volta preferisco, anzichè svelarti il motivo di ciò, di calpestare fave». Adirato Dionigi, ordinò che Millia venisse con la violenza tradotto altrove, e fece appressare gli strumenti di tortura a Timica, poichè stimava egli che come donna e gravida e sola senza il marito, facilmente avrebbe rivelato ogni cosa per paura dei tormenti. Ma quella donna generosa, leggi dell'Universo, non più sotto il velo dell’allegoria e del simbolo, ma in modo aperto e chiaro. Tanto gli appartenenti al primo grado come quelli degli altri due erano vincolati dal segreto; nulla doveva trasparire al ‘di fuori della doffrina insegnata; i profani potevano solo ammirare quella vita così pura e tutta votata all’ideale, ma stretta fra i denti la lingua e col morso recisala, la sputò in faccia al tiranno, dando a divedere che, se pure vinta dai tormenti la nafura femminea di lei fosse per essere costretta a rivelare alcunchè degli arcani misteri, ella ne fagliava via da sè il possibile strumento. Tanto erano restii alle amicizie profane, ancorchè regali»*). L'amicizia di Damone e Fintia per l’episodio a tutti noto meritò di diventare proverbiale. | I membri dell’Istituto avevano una funzione propria, determinata, secondo il loro carattere e le loro attitudini. Ma essi inolfre erano sottomessi anche a regole generali, non non ne comprendevano minuziose che governavano la vita in comune;'a queste le segrete gioie, perchè nulla rivelavano gli adepti; avrebbero preferito morire piuttosto che tradire. E invero la fede pitagorica, come ogni altra fede, ebbe pure i suoi martiri. Mi piace a questo proposito ricordare un episodio assai significativo che si legge nella vita scritta da Giamleggi si doveva obbedienza perfetta: aurös Era «Egli ha parlato» bastava che si dicesse così perchè nessuno più alle verità supreme, potevano conoscere i fenomeni e le ne blico. conoscevano i movenfi, | «Presili vivi (Millia e Timica pitagorici), lieti li guidarono al tiranno, circondandoli di ogni gentilezza e cura. E Dionigi (il famoso tiranno di Siracusa) chiese notizia dell'accaduto ed appariva assai mesto. «Ma voi»,- disse, osasse ribattere o disubbidire. E qui vien fatto d’esclamare: come è sempre uguale in ogni tempo lo spirito umano! non si scorge soddisfatto anche in questa forma di vita lontana da noi tanti secoli quel bisogno che si prova alle volte così vivo di ubbidire, di abbandonarsi, di negarsi, di affidarsi agli altri nell'azione specialmente esteriore, quasi per togliere il tormento più grave di tutti i tormenti, «per il merito anche di tutti gli altri vostri amici, avrete da me ogni onore, se vorrete regnare con me». Millia e . *) Dal cap. 31. Trad. di G. Pesenti. Carabba-Lanciano.

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cioè togliere il pensiero di dover regolarsi da sé, di dover pensare a sé, di dover dirigersi nelle varie circostanze? certo se la rinuncia va troppo oltre si corre il rischio di togliere la libertà del tutto e quindi il merito delle azioni, ma poichè l'uomo è un guid medium fra la libertà e la natura, fra la spontaneità e l'inerzia, l'uomo ha bisogno, se vuol liberarsi in ciò che è per lui importante, cioè nella vita più alta dello spirito, ha bisogno di diventar schiavo nel resto; se non si meccanizza una parfe della vita, non si può mantener libera l’altra e davvero si resta proprio stupiti nel vedere già in questo filosofo antico tanta conoscenza del cuore umano, quale noi solo possiamo trovare poi nei grandi mistici e maestri di vita spirituale. Tranquilla e ben divisa nei suoi vari momenti si svolgeva la giornata pei Pitagorici. 11 primo atto della mattina era la preghiera. Dopo le abluzioni di rito si faceva una passeggiata al tempio, in silenzio; l’anima doveva raccogliersi, femprarsi e rimaner pura per la lezione del mattino. Nel bosco sacro si adunavano intorno al maestro o ai suoi interpreti, e la lezione continuava sotto la frescura dei grandi alberi o all'ombra dei portici. Frugalissimi i pasti, per lo più di cibi vegetali: pane, miele, olive; frequenti i canti accompagnati dal suono ‘della lira, le danze, gli esercizi ginnici. Grandissima cura si aveva del corpo, perchè non lo si concepiva come fomite di tentazione, di peccato, ma si mirava a renderlo, secondo Videale ellenico, bello in sè e ben temprato e docile strumento dello spirito, col quale doveva armonizzarsi in una perfetta unità. Verso la sera era permesso passeggiare in compagnia di uno o due confratelli; poi si prendeva il ‘bagno; veniva il pasto in comune, a gruppi di dieci commensali, seguito dai sacrifici, dalle libazioni, dalle letture fatte ad alta voce dai discepoli più giovani. Da ultimo, come chiusa della laboriosa giornata, prima di abbandonarsi al sonno si faceva un rigoroso esame di coscienza. Le virtù più inculcate erano l'obbedienza, l'ordine e la modestia; la caccia, la lotta e ogni alfro piacere che fosse crudele, o destasse nell’animo l’ira era vietato rigo152 rosamente. La castità assoluta non era imposta, ma consigliata e si raccomandava d’usare con discrezione dei piaceri di Venere, poichè l’uomo non cede giammai alla voluttà senza sentirsi inferiore a se stesso. Del resto non si escludevano piaceri onesti e leciti e le astinenze, i digiuni, le rinuncie a certi godimenti non si consideravano come aventi un merito in sè e per sè, quasi fosse cosa santa il soffrire, ma solo come prove da sostenersi per un determinato periodo a fine di rafforzare il carattere e la volontà. I cibi animali erano in generale vietati perchè si considerava sacra la vita e non la si doveva distruggere in esseri inferiori sì all'uomo, ma nei quali, per la metempsicosi, vi potevano essere anime di uomini vissuti in altri tempi. Fra i vegetali era proibito il cibarsi di fave ed era un grande delitto l’andar contro a tale precetto. Vi erano poi infinite altre prescrizioni cerimoniali, minuziose, che davano un carattere spiccatamente religioso all'associazione; e risulta chiaro che per Pitagora la religione non era solo il libero movimento dell'anima che si eleva verso l’ideale della perfezione, verso la realtà assoluta, verso Dio; egli la considerava anche come un governo, una disciplina sapiente e forte delle opinioni e delle volontà delle anime. I regolamenti minuziosi, le prescrizioni cerimoniali, le pratiche esteriori simili a quelle usate nei misteri orfici dinotano nel filosofo l’intuito pratico del sacerdote, del direttore di coscienze, che sa per quali mezzi ci si può render padroni dell’immaginazione, del sentimento, della volontà e soggiogare e frenare insieme alle rivolte della carne gli ardenti moti e le passioni dell’anima. Un'altra conferma del carattere religioso dell'associazione si ha nell’ammissione delle donne, ammissione che altrimenti presso i Greci non si spiegherebbe; il grande Iniziatore di vita religiosa aveva compreso quanta ricchezza di sentimento e potenza d'intuizione, quanta brama di sacrificio e dedizione di sè cela il cuore femminile e così la donna ebbe larga parte nell'attività dell’istituto; anch'essa poteva partecipare agli insegnamenti più recon153

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diti e svolgere un’aftivitä non piccola come si può argui uite attrib dai numerosi frammenti che si hanno di opere ad autrici pitagoriche. + * * Pitagora ai discepoli entusiasti apparve come un uomo miracoloso, rivelatore di verità e dl comandamenti divini; anzi, degenerando, come di solito uvviene, il sentimento religioso nella superstizione sembrò ulla moltitudine che la natura umana più non bastasse a spiegare tanta potenza e si volle vedere in lui un Demone ed anche un Dio, Apollo sceso sulla terra per portar agli uomini la beatitudine, degno di adorazione. Certo | yrandi geni che gli sono vicini per tempo, Eraclito, Einpedocle, nel parlarci di lui sanno resistere a questa tendenza superstiziosa, ma gli autori posteriori s’accordano nel riconoscere che possedette doni soprannaturali: egli prevedeva l'avvenire, operava prodigi coll’arte di incantarioni magiche; egli intendeva l'armonia delle sfere celesti, che ai comuni mortali sfugge, perchè i loro sensi sonv fatti grossolani dall'abitudine; egli comunicava sia con esseri inferiori agli uomini sia con esseri superiori; gli animali intendevano la sua voce e obbedivano ai suoi ordini; egli aveva il dono dell’ubiquità e, cosa caratteristica, Il ricordo delle numea d'esser stato rose esistenze già passate; p. es. dicev o da Menelao e si prima Euforbo, figlio di Panto, uccin servi come prova dello scudo dell'eroe froiano appeso di Era; non solo, con le altre spoglie in Micene nel templo ma a molti rammentava la loro stexsa vita anteriore € perfino discese agli inferi e ne rifurnò. Ecco una pagina della vita scritta da Porfirio, che dà un'idea chiara delle leggende che copiose si intrecciano nella tradizione pitagorica: , «A lui venivano, per quel che dice Aristosseno*), Lu- *) Discepolo di Aristotele, filosofo, atorivo, e soprattutto celebre per la sua teoria sull'armonia e i suol Òuritil sulla musica. 154 cani, Messapii, Picentini e Romani. Ed egli compose perfettamente ogni discordia, non pure fra i suoi familiari, sì ancora ne folse ogni germe per i loro discendenti per più generazioni, e in generale fra fufte le città dell’Italia e della Sicilia, fossero discordie intestine o esterne. Poichè ‘sovente proferiva egli presso tutti, pubblicamente e privatamente, questo apoffegma: doversi fuggire con ogni studio e tagliare con fuoco e ferro e qualsiasi ingegno dal corpo la malattia, dall'anima l’ignoranza, dal ventre la lussuria, dalla città la discordia, dalla famiglia i dissapori, e in fine da ogni cosa la mancanza di simmetria. (apetpia). Se è da credere ai narratori della sua vifa, autori invero antichi e fededegni, fino agli animali irrazionali giungevano i suoi avvertimenti. Così egli prese, a quanto si dice, l'orsa daunia*), che infieriva contro gli abitanti, la accarezzò lungamente e la adescò con pane e pomi, e dopo averla scongiurata a non toccar più essere vivente, la rimise in libertà. E quella subito si ritirò sui monti e nelle selve, nè più mai fu veduta appressarsi nè pure ad animali» (cap. 22-23). Il nostro pensiero corre subito al lupo d’Agobbio dei «Fioretti». Ma il campo del meraviglioso è illimitato e moltissimi sono gli esempi che si potrebbero citare; ecco un altro breve saggio: «È pure fama che il fiume Caucaso gli abbia rivolto la parola, mentre egli lo passava con molti de’ suoi amici; il fiume con spiegata e limpida voce disse: Salve, Pitagora. Affermano quasi tutti che nel medesimo di egli si frovò presente in Metaponto d’Italia e in Tauromenio di Sicilia e tenne pubblico discorso ai seguaci suoi dell'una e dell'altra città. Nessuno ignora che egli mostrò di avere una gamba d’oro ad Abaride iperboreo, che lo credeva Apolline iperboreo, del quale Dio era Abari sacerdote, confermando così esser questa la pura verità» (cap. 27) **). *) Cioè dell'Apulia, detta Daunia dal mitico re Dauno. **) Trad. di G. Pesenti.

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Si può dire che il Pifagorismo fu una vera religione, . quasi una chiesa, che ebbe una sua storia dagli inizi più puri giù fino alle degenerazioni supersfiziose e ai contatti e alla fusione con le sette orfiche ed altre che cercavano di soddisfare al bisogno di religiosità e di misticismo che agita più che non®si creda la moltitudine degli uomini. La degenerazione del pitagorismo fu affrettata dal fatfo che il vero Istituto pitagorico, quale fu fondato dal maesfro, venne abbattuto da una sollevazione popolare contro di esso; sia perchè l’Istituto, avendo uno scopo politico, finiva per favorire l'aristocrazia dominante, sia perchè si presentava chiuso ai profani indegni e aveva prescrizioni contrastanti in parte col carattere greco, quali il segreto assoluto imposto ai membri e l’obbedienza cieca ai capi, senza facoltà di critica; si attirò così l'odio del partito democratico, che tentava di impadronirsi del potere. L'opposizione cominciò già verso la fine della vita di Pitagora, cioè verso il 500 a C. e il moto scoppiò, secondo la leggenda, per questo motivo: un ricco cittadino di nome Cilone aveva chiesto di essere ammesso nell'ordine; ma il Maestro, che prima d'accettare esami| nava il carattere del postulante, lo respinse comé tipo violento, indisciplinato, indegno. Questi allora, per lo scorno subito, divenne nemico implacabile e giurò vendetta. Si fece capo di una nuova società con carattere popotuto e altri che morì dopo, avendo potuto allontanarsi in tempo da Crotone. Ad ogni modo questo è certo che . l’Istituto pifagorico, come organismo chiuso, durò ad un di presso una cinquantina d'anni e finì violentemente; l’azione sua fu però profonda: la tradizione della dottrina più o meno fedele potè mantenersi qui in Italia nella scuola filosofica, che si chiamò Italica e che vantò due grandi rappresentanti, Filolao e Archita; risorse poi in quel movimento che si chiamò neopitagorismo nel I° sec. a. C. e finì fondendosi del tutto con altri elementi etero» genei, specie al tempo in cui fu in voga il neoplafonismo cioè nel III° e IV° sec. dopo Cristo; la parte più specialmente pratica, le massime religiose e superstiziose continuarono ad esser osservate nella religione dei Misteri. Pare che Pitagora nulla abbia scritto e se è giusta l'osservazione dello Chaignet*) che «i calcoli lunghi e difficili indispensabili alle sue scoperte nel campo della musica, della geometria, dell'astronomia sembrano esigere l'intervento della scrittura» tanto più col sistema di numerazione usato dai Greci, tuffavia non è questo un mofivo per concludere che egli abbia composto opere destinate alla pubblicità; ciò sarebbe in contraddizione colle più certe notizie framandafeci sul segreto imposto ai discepoli; gli antichi per vero gli attribuirono molte opere, ma queste sono tutte certamente apocrife, e per di più di molto lere; vennero accusati i Pitagorici come nemici:del popolo e della libertà e si assalirono nella loro dimora, che fu posteriori a lui. Questo fatto si spiega colla tendenza che avevano i tardi discepoli di aftribuire i loro scritti al data alle fiamme. maestro, per renderli così più autorevoli. : Tutti quelli che erano ivi raccolti, si dice in numero . di quaranta, perirono nel fuoco o furono massacrati dalla plebaglia. Peri anche Pitagora in quell’incendio? qui le informazioni, se così si possono chiamare, discordano; perchè gli uni vogliono che anche il maestro morisse nelle fiamme, altri dicono che ne uscì illeso per il sacrificio dei discepoli, che gli fecero scudo de loro corpi, ma che poi si uccise per il dolore di frovarsi solo; altri ancora affermano che Pitagora morì prima che venisse la distruzione dell'Isti156 Fra i più noti sono i Versi aurei celebrati nell'antichità come un prezioso compendio di tutta la sapienza pitagorica; essi sono giunti sino a noi, in una redazione che risale almeno al IIe sec. d. C., insieme a una grande quantita di sentenze, di similitudini e simboli pitagorici. Inoltre per opere di Pitagora passavano presso gli antichi uno scritto su l'educazione, un altro di politica, un terzo di *) Op. cit. pag. 166.

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fisica, un spi tod Gov (Intorno al Tutto) un tspès Adyos (discorso sacro) in versi ed uno in prosa dorica, trattati dell'anima e della pietà, Tpoyworixá Righia (libri di prognostici) e molti altri scritti, tra i quali anche alcune lettere. (Si veda l'elenco completo presso Chaignet op. cit. p. 177 s.). ‘Qualche notizia ci è pure rimasfa intorno alla sua vita privata; secondo Porfirio egli prese in moglie a Creta Ceano, figlia di Pitanace, la quale fu poi una delle più celebri donne pitagoriche; però altri autori la fanno figlia o moglie di un certo Brontino. Egli poi avrebbe avuto tre o quattro figli, dei quali uno, Telauge, fu maestro -di Empedocle, e due figlie, Damo e Miia, note fra le donne apparfenenti alla scuola. | Triplice fu l’opera di Pitagora come riformatore della societä: opera politica, religiosa, e filosofica nel vero e sfretto senso della parola; rimane quindi di considerare il lato più propriamente speculativo, dottrinale del Pitagorismo, cioè il contributo meraviglioso che esso ha dato, nella sforia del pensiero umano, alle matematiche. alla fisica alla filosofia. Però qui più che altrove è intrecciata all'opera del Maestro quella di alcuni discepoli geniali, che hanno saputo sviluppare le premesse poste e renderle oltremodo feconde così che a noi non è più dato di determinare con esattezza ciò che spetta all'uno e ciò che spetta agli altri. Tutfavia, non dimentichiamolo, se la filosofia pitagorica fu il frutto di grandi ‘pensafori associati, essa non di meno obbedisce nel suo insieme a una direzione unica e procede da una medesima ispirazione: è questa ispirazione che noi dobbiamo attribuire a Pitagora, è questa ispirazione che, insieme ad alcune verità particolari da lui trovate, forma la sua gloria imperitura.