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NASA
In: Anmuario del R.Liceo Ginnasio "Giosne
Carducci"
di Pola, 24/25 - 1931/1932 - p. 133 - 158 eee ||
Ville, Emilio
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PITAGORA ( LA VITA- L'OPERA DI RIFORMA POLITICA,|
RELIGIOSA E PEDAGOGICA )
|
Pitagora appartiene a quella piccola schiera d’uomini,
che, per il loro genio straordinario e per l’opera grandiosa
compiuta, apparvero già ai loro contemporanei come esseri sovrumani, quasi divini; uomini che, rivelando una
nuova concezione della vita all'umanità, suscitarono intorno a sè l’entusiasmo e la venerazione illimitata dei
discepoli devoti e l’odio tenace di tutti quelli che o per
incomprensione o per malvagità d’animo, non potevano o
non volevano seguirli; onde intorno a questi sommi, che
noi sfessi pure ora veneriamo come i grandi Iniziati, come
le guide spirituali dell'Umanità, si formò, per quel senso
del meraviglioso che mai non abbandona l’uomo, un fitto
velo di leggende che copre a noi moderni, freddi.critici,
quella che siamo soliti chiamare la realtà storica.
Anche per Pitagora, la cui biografia passò presto nel
dominio del meraviglioso, riesce difficile, per non dire
molte volte impossibile scoprire, nella congerie delle nofizie
_
tradizionali, ciò che si possa ritenere come vero e posifivo intorno alla sua vita e pubblica e privata, intorno ai
suoi viaggi, alla sua opera, al suo insegnamento, alle sue
avventure, e solo la ricchezza delle leggende, che ci dt
mostra la grandezza di questa figura nella storia del pensiero umano, ci fa vedere come l’uomo apparve e fu interpretàto e giudicato nel mondo greco e quale profondo :
rivolgimento operò nelle coscienze.
Rarissime sono le festimonianze che noi abbiamo di
lui dovute ad uomini quasi contemporanei o vissuti subito
dopo; anche lo stesso Aristotele, che pur si occupò molto
delle idee pitagoriche, quasi nulla ci dice del loro primo
autore; le notizie si fanno più abbondanti, quanto più
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)discendiamo nel corso dei secoli; sono numerose al fiorire del neopitagorismo al principio dell’era volgare e dimeridionale Doride, perchè colonizzate rispettivamente dagli Eoli e dai Dori. Pitagora quindi appartenne probabilventano ancora più abbondanti al tempo del neoplatonismo
mente alla stirpe ionica e si sa che questa, più largamente
dotata, meglio rappresenta il genio greco; all'Ionia la
nel 3° sec. d. C.: le tre biggrafie che si posseggono sono
di Diogene Laerzio, il famoso autore delle vite dei filosofi, di Porfirio, il discepolo di Plotino, e quella di Giamblico, discepolo di Porfirio, egli pure neoplatonico, che
scrisse un'opera di gran mole dal titolo «Raccolta dei
dogmi pitagorici». Faticoso e incerto riesce quindi l'esame
critico delle fonti istituito dai moderni storici, che sono
obbligati, per così dire, a procedere a ritroso, risalire cioè
dalle fonti più recenti alle più antiche e possono soltanto
riuscire a risultati approssimativi.
In questo breve sfudio mi propongo di esaminare non
la filosofia pitagorica, ma l’opera di riforma nella politica
e nella educazione compiuta dal grande Maestro, opera
che è di alto interesse anche oggi per noi, pensosi di
problemi sociali e politici e offre elementi di valore non
perituro. Per conoscerla, è necessario conoscere anche
la vita del Filosofo e io l'esporró, appoggiandomi alle
fonti più sicure e agli studiosi più accreditati, primi fra
tutti lo Chaignet*), e i due grandi storici della filosofia
greca, lo Zeller e il Gomperz.
*
*
x
Pitagora nacque al principio del sec. VI a. C. in Samo,
almeno così vuole la fradizione più generalmente accettata
e in Samo, allora celebre per la sua floridezza commerciale e per la sua marina, passò la prima parte della sua
Grecia deve non solo il suo più grande poeta, Omero,
ma anche i suoi primi veri filosofi, che formano la scuola
ionica; lo stesso Senofane, che, venuto in Italia, fu il
fondatore della scuola eleatica, era un ionico di Colofone
nè dobbiamo dimenticare che diretti eredi degli Ioni fu| rono gli abitanti dell'Attica e di Atene, la quale per esser
sfata al tempo delle guerre persiane il centro politico della
Grecia, meritò di diventarne poi il centro culturale.
La data della nascita di Pitagora, come quella dei
viaggi, del suo arrivo in Italia, e della sua morte non può
esser ‘fissata che in modo approssimativo; infatti per la
nascita le dafe escogitate dai dotti vanno dal 640 al 570
a C.; il Mullach, che è l’aufore di quella pregevole raccolta dei Fragmenta philosophorum graecorum, la quale,
per quanto ‘ora sia invecchiata e superata da lavori più
recenti, pure tanto giovamento portò e porta allo studio
della filosofia greca, pone la nascita del Filosofo nell'anno
608; lo Chaignet verso l’olimpiade 50? (580-576 a C., mentre
lo Zeller nota che la più comune senfenza in base ai moderni calcoli è che Pitagora nascesse verso l'olimpiade 49?
(584-580), verso l’olimpiade 59 o 602 (544-537 a C.) venisse in Italia e verso l’olimpiade 69° (504-501) morisse:
onde questo si può fissare con sicurezza che Pitagora nacque al principio del sec. VI a C. e spiegò l’attività della
sua lunga vita per tutto tale secolo*), (secondo le fonti
vita; quest'isola del mare Egeo si frova presso la parte
mediana delle coste dell’Asia Minore, parte che prese il
più attendibili morì novantenne).
nome di Ionia, perchè colonizzata dagli Ioni, una delle
incisore d’anelli, che gli antichi adoperavano come sigilli;
stirpi greche, e nella quale si trovavano le grandi e fiorenti città di Smirne, Efeso, Clazomene, Mileto, mentre
tradizioni possono coincidere, perchè è probabile che l'ar-
Suo padre, Mnesarco, fu, secondo gli uni un artista,
secondo altri un ricco mercante; ma in fondo qui le due
la parte settentrionale era chiamata Eolide e la parte
*) Per avere un'idea dell'incertezza delle fonti e dell'acume critico
dei moderni storici della filosofia, si veda la mizutissima discussione
*) Pythagore et la philosophie pythagoricienne - Paris 1873.
fatta in proposito dallo Chaignet. Op. ciit. vol. Io pag. 29 e sg.
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)tista, che lavorava i metalli e le pietre preziose, fosse
anche negoziante e avesse così rapporfi coi paesi d’oriente,
dove si trovavano i primi modelli e i migliori artefici della
sua arte; ed anche per questo si spiegano meglîo i viaggi
intrapresi dal giovane Pitagora sia per il commercio del
padre sia per pura curiosità scientifica.
Come era cosfume dei Greci ricchi, egli dovette senza
dubbio fin dai primi anni dedicarsi alla musica e alla
poesia, elementi primi di ogni cultura intellettuale e chiedere lo sviluppo della grazia e della forza del corpo agli
esercizi del ginnasio, considerati giustamente come elemento essenziale di una buona educazione.
Altri maestri ancora si vuole che egli abbia avuto;
quali Anassimandro di Mileto, che gli avrebbe insegnato
le matematiche:
e il principio fondamentale della sua filosofia, cioè essere l'essenza di tutte le cose l'apeiron, l’indeterminato; ed ancora Epimenide di Creta mezzo filosofo .
e mezzo mago, altro autore di una teogonia. Ma il mezzo
più importante per acquistar virtute e conoscenza in un
tempo in cui vi era quasi assoluta mancanza d’opere scritte
e tutta la cultura si trasmetteva oralmente, era il viaggiare.
Viaggiare, cioè conoscere città nuove, vedere costumi e
istituzioni diverse, parlare con uomini insigni e celebrati,
imparare dottrine ignote, quesfo era proprio un bisogno
della natura greca, così amante della varietà, così acuta,
Uno dei suoi maestri fu Ermodamante o Leodamante,
‘ soprannominato Creofilio, discendente da quel Creofilo
di Samo, che aveva ospitato, secondo la tradizione, il
divino Omero e che si considera come il capo mifico di
una delle corporazioni di Rapsodi e d'Omeridi. Quindi
ben presto Pitagora dovette sentirsi affascinato dalla poesia d’Omero, alla quale sempre serbò amore, giacchè si
così desiderosa d'investigazione, e si può dire che fu il
mezzo d'istruzione usato da tutti i filosofi greci. Forse
‚che Omero di quel tipo caratteristico di ‘saggezza e di
prudenza che egli ha foggiato, dell’astuto Ulisse, non ci
dice «che molto errû, che città vide molte, e delle genti
vuole che di frequente ne canfasse i versi al suono della
lira. Un'altra tradizione molto diffusa afferma che egli
fu discepolo di Ferecide di Siro, al quale vecchio e ma-
Rare eccezioni, lo noto per curiosità, sono costituite
da Eraclito e da Socrate. Socrate non volle
mai
lasciare la sua città natale, Afene, ma ciò si spiega per il
lato prestò poi assistenza in Delo negli ultimi momenti
della sua vita. Questo Ferecide, un contemporaneo «di
Talete, e che è considerato come il primo prosatore greco,
scrisse verso la metà del sesto secolo l’opera sua in
prosa, dal titolo Pentemuchos (antro dai cinque recessi),
nella quale in una forma immaginosa, facendo largo uso
dell'allegoria e di elementi mitologici, svolgeva tutta una
strana teoria teologica, ossia una cosmogonia o descrizione della genesi ed evoluzione dell'universo; egli è in
diretta relazione colle correnti orfiche, che tanta influenza
esercitarono sul pensiero greco dei primi tempi e non è medalla considerazione della natura esteriore all’esame dell'uomo inferiore e del mondo morale, di cui voleva stabilire i principi e il fondamento; Atene poi nel quinto
secolo, per la sua vita così varia e complessa, poteva offrire al filosofo un vasto campo d'osservazione e di studio.
Pure Eraclito, che fu posteriore solo di una o al più
di due generazioni al nostro Pitagora, e visse verso la fine
del sec. VI e al principio del sec. V, svolse la sua 'vita
tutta dedita alla contemplazione e alla investigazione della
raviglia quindi che prestissimo anche il giovane Pitagora
venisse in contatto con queste e cogli insegnamenti dei
Misteri e così ne derivasse molti elementi per il suo
uomini dediti alle occupazioni più basse e bestiali, contro
futuro sistema.
l'indol conobbe?»
ro))üv Vavdpózov Wer Korea ai vécv Eyvw*).
carattere particolare del pensiero socratico che si volse
natura, all'ombra di un santuario, nella sua città di Efeso;
ma gli è che il grande pessimista sdegnava la folla degli
|
*) Odissea 1. 3.
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)i quali lanciava i suoi fulmini e odtava quella polimazia
o istruzione molteplice, propria di chi tutto vuol indagare,
tutto vuol sapere, di tutto si intervara, senza concentrare
i suoi sforzi unicamente sul problewa fondamentale del|
o
l’esistenza.
Anzi è importante notare a quvaty proposito che di
Pitagora noi abbiamo una preziosa testimonianza lasciataci proprio da Eraclito, testimoniansu che, se è un insulto
nell’intenzione, nel fatto si risolve in una lode. Dice Eraclifo: «Pitagora, figlio di Mnesarca, ha spinto lo studio e
la ricerca più lontano che tutti gli altri uomini; egli si è
procurato una saggezza che è polimusin e cattiva arte»*).
La polimazia di questo filosofo matematico egli non la
disprezza meno di quella del poeta teologo Esiodo, di
quella del rapsodo filosofo Senofane e dello storico e
geografo Ecateo;
eppure è proprin questa conoscenza
somma di tutte le scienze e di tutty le arti, questo meraviglioso sapere e potenza enciclopediva che noi ammiriamo nel filosofo di Samo, a quella gulau che essa sempre ci
stupisce quando consideriamo il nostra Leonardo da Vinci.
Pitagora dunque ricavò la mole hurtentosa delle sue
conoscenze nell'occasione dei suol Viaggi; non c'è paese
conosciuto agli antichi, nel quale egli, secondo la tradizione, non si sia recato; egli sarebbe undato oltre che in
Grecia e in Italia, anche in Egitto, nella Fenicia, nella
Giudea, nella Persia, a Babilonia, nulla Caldea; alcuni
anzi, quali Alessandro Poliistore (starleo del I sec. a C.)
e Apollonio di Tiana ci riferiscono ehe egli ascoltò anche
gli insegnamenti dei Druidi nella Galliu e i Bramini dell'India.
Quale fede possiamo noi portare a tali relazioni?
Senza alcun dubbio non è ammissibili che Pitagora abbia
pofuto compiere tutti questi viaggi; kHrebbe occorsa tutta
la sua lunga vita nè egli avrebbe più avuto tempo di
esplicare la sua opera riformatrice nell'Italia Meridionale,
opera che deve aver pur richiesto una lunga serie d'anni,
*) Diels. Fragmente der Vorsokratiker + itaclito framm. 40 e 129.
come ce ne fa fede la sua grande efficacia; difatti si
induce dalle fonti rimasteci che egli approdd a Crotone
verso la meta della sua vita, ossia proprio nella pienezza
delle sue forze. D’altra parte non & giusto esser cosi scettici a proposito di tali viaggi, come lo é lo Zeller, il quale
non rifiene convincenti le prove lasciateci dagli antichi
per il fatto che costoro, egli dice, ricorrevano ai viaggi
e aile relazioni personali per spiegare le analogie fra le
varie dotfrine; anche questa ragione, nofa acutamente
lo Chaignet*), poggia infine sopra una induzione e non si
può applicarla in modo assoluto.
Ora se tutte le testimonianze ed alcune autorevoli,
quali quelle di Dicearco, Aristosseno, Antifonte concordano nel dirci che Pitagora visitò l'Egitto, perchè si
dovrebbe di questo dubitare?
Samo poi, città marittima, florida per i commerci e le
industrie, aveva con questo paese relazioni commerciali
frequentissime annodate dal famoso tiranno Policrate e
in quel tempo in cui il re Amasi apriva l'Egitto ai greci,
questo doveva essere come centro d’attrazione pei traffici
e meta di studio a quella guisa poi che i Romani ritennero
Atene quasi luogo di soggiorno obbligato per perfezionare la loro istruzione. Inoltre troppi sono gli autori che
parlano di viaggi fatti da Pitagora, perchè si possa negarli
a priori in blocco e d'altra parte l'imparare con tale metodo non era alieno dall’insegnamento pitagorico. Si legge
ad esempio nei frammenti attribuiti ad Archita di Taranto,
grande pitagorico confemporaneo e amico di Platone questo
bel pensiero: «vi sono due vie per arrivare alla saggezza:
l'una è di possedere la scienza matematica e speculativa;
l’altra di vedere il mondo, di mischiarsi agli affari, di
vederli e di interessarsi di persona per raccogliere l’impressione viva e fresca. Lo studio astratto, senza la pratica della vita e l’esperienza degli uomini, come l’esperienza senza la meditazione speculativa non danno nè una
vera conoscenza nè una vera saggezza. Si ha lo spirito e*) Op. cit. Io 46.
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Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)gualmente cieco, sia che si tratti di giudicare i fatti partisapienza e questi, più nobili di tutti, sono detti filosofi,
colari, sia che si tratti di elevarsi alle idee generali».
cioè appunto amanti della sapienza e a null'altro aspirano,
(Sfobeo Flor. I. 72-81).
Bisogna però fare una osservazione di grande impora null'altro si dedicano che all'acquisto della saggezza e
alla ‘conoscenza della verità.*)
tanza. Ammettendo il viaggio di Pitagora in Egitto e probabilmente in qualche altro paese vicino dell’ Oriente, bisogna guardarsi dall’ammeftere tutte le derivazioni di dottrine e di riti inerenti al pitagorismo, che gli ingenui spe-.
Non è questo forse un episodio assai significativo, che
mette ben in rilievo la tendenza intellettualistica propria
della filosofia pitagorica e in generale di tutta la speculazione greca?
cialmente neopitagorici e neoplatonici amavano molto di
mettere in rilievo; e anche se, come è naturale, intercor-
Ritornato in patria dopo 5 viaggi compiuti per soddisfare alla brama sua di vedere e di imparare, Pitagora
sero dei rapporti, anche per il fatto che molte usanze
aprì una scuola in un luogo che si chiamava l’Emiciclo,
pur continuando, olfre questo insegnamento, come ci dice
erano comuni in tutti i Misteri e derivavano dal fondo
stesso delle credenze popolari, pure non va menomato
affatto il carattere originale della dottrina pitagorica, poi-
Porfirio, nelle sue meditazioni solitarie che egli teneva
in un antro fuori della città.
chè ciò che ne costituisce la caratteristica essenza è la
*
teoria del numero, del Cosmos ossia dell'Universo e il
metodo razionale e scientifico dell'esposizione e delle idee,
e qui non è assolutamente possibile scorgere analogia alcuna con le idee teologiche dei sacerdoti egiziani e orientali.
Basterebbe a mostrare tutta l'originalità di questo
pensafore il titolo che egli scelse per sè. Racconta Cicerone sulla testimonianza autorevole di Eraclide Pontico
discepolo di Platone e di Aristotele, che Pitagora viaggiando per la Grecia capitò a Fliunte, ospite di Leonte,
tiranno di quella città: ne ammirò il principe il versatile
ingegno e l’eloquenza e gli chiese quale fosse l’arte sua,
ma quegli rispose di non sapere alcuna arte, ma di essere
filosofo. Che mai significa questo nuovo nome? e allora
il filosofo rispose che la vita degli uomini gli sembrava
simile a quei grandi giochi olimpici che si celebrano con
grande affluenza di pubblico. Si, vi accorron molti per
mostrare la loro abilità nei giochi e offenere i premi;
altri vi vanno perchè comprando e vendendo hanno la possibilità di far lucrosi guadagni; ma vi sono anche quelli *
che vanno non per desiderio di plauso, non per brama di
lucro, ma solo per il desiderio di vedere ciò che ivi si fa.
Così è nella vita: chi serve alla gloria, al piacere, chi serve
al danaro; pochi, rinunciando a tutto, bramano solo la
%
x
Ma, nemo propheta in patria, e anche Pitagora non si
sa se perchè disgustato dell’indifferenza dei suoi concittadini o perchè oppresso dal governo tirannico di Policrate, lasciò Samo per venire a sbarcare in Italia e a
fissare la sua dimora a Crotone, città greca sul golfo di
Taranto, mentre pure un altro grande, Senofane, ionico
anch'egli, veniva a stabilirsi ad. Elea sulla costa occidentale della Lucania; onde sorgeranno qui nell'Italia Meridionale, la Magna Grecia, due rigogliose scuole filosofiche, la pitagorica, detta pure Italica, e quella eleatica,
che molto deve alla precedente e che avrà la fortuna di
annoverare nella serie dei suoi filosofi il grande Parmenide. Quali erano allora le condizioni della Grecia e in particolar modo quelle dell’Italia Meridionale? Siamo nel
sec. VI a. C., è terminato ormai da gran tempo il periodo
di turbamento e di annebbiamento di quella civiltà greca
che si usa chiamare micenea, seguito all'invasione dorica
nel Peloponneso e agli spostamenti di popoli. Nella Grecia
propriamente detta già si sono formati i vari stati colle
*) Vedi Cic. Tusc. Disp. V 3.
Página 6
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)ricchi proprietari (vt fél<swo:), e per convalidare questa
seconda opinione si basano sulla ragione che i pitagorici
cezione: poichè il governo è solo l’espressione della collettività, esso deve venire da questa stessa collettività;
raccomandavano espressamente il rispetto alle leggi esistenti; ma, nota lo Chaignet, chi non sa che ogni grande
pure infinitesimale del potere e ciascuno liberamente la
riformatore si crede in diritto di modificare lo stato esistente di cose, ma poi per la profonda convinzione nella
bontà della sua causa, inculca, allorchè è riuscito a farla
trionfare, l'obbedienza e il rispetto più assoluto per essa?
ciascun membro di questa rappresenta in sè una parte sia
può e la deve esplicare e soltanto liberamente la può
cedere: fale teoria la si sostiene in quanto si cerca di
dimostrare che, togliendo all'individuo il diritto che ha
di partecipare al potere politico, di crearlo, per così dire,
l'aristocrazia,
come cellula dell'organismo statale, lo si degrada dalla
dignità di cittadino e lo si riduce nella condizione di
semplice servo.
|
Lungo il corso della storia si vede come le due concequesto è certo: primo egli operò un vero e proprio rivolgimento politico, in secondo luogo egli si volse decisamente
zioni siano sempre state l’una di fronte all’altra e come
i filosofi più profondi, che si sono occupati di politica,
verso una pretta forma d'aristocrazia.
abbiano cercato di conciliarle in una sintesi che soddisfaccia all'una e all'altra esigenza.
In qual modo Pitagora tentò di sciogliere il problema?
Se il governo deve essere in mano dei migliori, e ciò è da
*
*
+
Ad ogni modo sia che Pitagora trovasse una democrazia
temperata
sia
che vi
trovasse
già
Ma che intese Pitagora per aristocrazia? aristocrazia,
governo dei migliori:
oi äptsrot ecco il significato etimologico e reale della parola. I migliori sono quelli che leKittimamente possono e devono governare. E chi non satutti concesso, quali sono i migliori e come si possono distinguere, non solo, ma anche formare? Forse basandosi
rebbe disposto ad ammettere questo? il difficile non sta
nel porre questa premessa da tutti accettata, ma nel detersul criterio della nascita, o della ricchezza, o della eleminare anzifufto quali sono i migliori, poi nell’istituire
una forma fale di vita sociale e politica che permetta che
zione? ma è competente la moltifudine per scegliere i
migliori? oppure come facevano gli ateniesi, si dovrà lai migliori abbiano non solo ad emergere ed essere riconosciar la scelta anche alla sorte, al caso, metodo, contro il
quale lancerà Socrate gli strali della sua ironia?
sciufi, cid che potrebbe essere anche facile, ma abbiano,
e quesfo è ben più difficile, la possibilità, se lo sono soltanto virtualmente, di esplicare questa loro virtualità e
coltivare quelle doti che in sè hanno, per metterle poi
ua vantaggio di tutta la collettività. Nihil sub sole novi:
anche oggi, sono questi i due problemi che più richiedono
una soluzione e anche oggi a questi due problemi rispondono due soluzioni antitetiche. La prima: il governo deve
risultare di pochi scelti, forse anche di un solo e deve
essere forte ed esigere l'obbedienza più assoluta: deve ‘
venire dall’alto ed imporsi alla moltitudine, altrimenti
sostengono i fautori di tale teoria,
si incorre nella disgreguzione della società, nell'anarchia e i più violenti e i più
furbi si impongono a danno degli altri. La seconda con144
Per comprendere la soluzione data da Pitagora, bisogna ricordare due premesse generali. Anzitutto va ricordato che egli visse nel VI sec.a.C. ossia nei primordi
del pensiero e della cultura greca, cioè quando questo
pensiero e questa cultura, che doveva poi salire tant'alto,
inizia la propria ascesa, ha tutta la freschezza, la sponta- neità, la vitalità della giovinezza; ora è propria di tale
pensiero, e in ciò Pifagora è perfettamente un greco, la
concezione che nell'uomo non si può nè si deve scindere
l’opera sua pubblica dall'opera privata, ma ogni individuo
è solo vero e completo uomo in quanto appartiene alla.
76 cioè a quella data unità statale; morale e politica
sono intimamente unite, formano una cosa sola. L'ideale
Página 7
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)del saggio non é ideale di contemplazione ascetica e solitaria; egli deve anzi vivere nella società e per la societa;
la sua sapienza, che lo distingue da tutti gli altri, consistera non nel rinnegarli e fuggirli, ma nel sapere, pur
vivendo insieme, conservare la propria facoltà di giudizio
integra e indipendente, nel saper agire e imporsi anche
e comandare non per la gloria e la fama, come gli uni, non
per l’interesse e il guadagno, come fanno gli altri, ma soltanto per il sentimento della propria missione accettata
come dovere e per quel nobile senso di curiosità che
spinge a conoscer la vita umana in futte le sue manifestazioni vivendola pienamente. In secondo luogo va ricordato
che a fondamento del pensiero politico pitagorico sta una
concezione generale filosofica della realtà e della vita.
Ora per Pitagora e il Tutto e ogni singola cosa che sia
reale
è
Armonia; e questo
il concetto
supremo.
la chiave di volta, per così dire, del sistema. Tutto è
armonia, sia nella natura esteriore, sia nella natura interiore. L'armonia esteriore ci si rivela come bellezza, come
‘ordine, come luce, come musica divina e ineffabile; l’armonia interiore ci si rivela come serenità, come compostezza
di mente, come bontà, come virtù. Dio stesso, causa e
sostanza, l’Uno Primo, non è che l’armonia suprema, l’armonia del pari e del dispari, dell'unità e della pluralità,
l'accordo nell’unità delle dissonanze, delle differenze, dei
contrari. In una parola l'armonia, l’ordine non è unicamente un rapporto; esso è l’essenza delle cose, di tutte le cose
umane e divine e quindi anche dello Stato.
In una pluralità d'uomini non ordinata e non ridotta
all'unità, non c'è lo Stato, ma solo un caos informe. Vi
sarà invece uno Stato tanto più perfetto, quanto più rifletterà nel suo ordinamento, come un'immagine affievolita
quell’unità vivente che è l’essenza ultima di tutte le cose.
Da questo concetto profondo, e vitale ancor oggi, concetto
che sarà ripreso e sviluppafo anche da Platone, discendeva
per infrinseca necessità una concezione aristocratica della
vita sociale. L'ordine non può venire dal basso, dalla
pluralità; non basta una semplice moltitudine a formare
146
la né), essa sarebbe solo un'accozzaglia di persone, nella
quale si scatenerebbero le più fiere passioni. L’ordine
deve venire dall'alto, da chi può ridurre questa moltitudine
ad un'unità; ogni membro deve servire alla comunità,
deve essere per la comunità, e solo nella sua soggezione
alla comunità come parte integrante e viva di essa può
trovare la sua dignità di cittadino, la sua libertà d'uomo.
Stretto deve essere il vincolo che unisce i singoli nel
Tutto: vincolo di amicizia fra gli eguali, spinto, in uno
Stato ideale, sino alle ultime conseguenze, come ad es. la
comunanza dei beni: vincolo di obbedienza verso i superiori. Pitagora aveva già dinanzi per questo un modello:
l’organizzazione dello Stato dorico in Sparta, fondato sulla
più rigida disciplina, sull'asservimento completo dell'individuo e dei suoi beni agli interessi della collettività, rappresentati e diretti da una ristretta e potente oligarchia;
ma ciò che eleva di gran lunga la concezione pitagorica
sopra questo grossolano sistema fondato soltanto sul diritto della forza fisica
è il fatto che essasi
riattacca alla
morale e alla filosofia
e daquesta riceve la sua giustificazione razionale; se in essa è affermata con la massima
energia l'autorità, la disciplina, l'obbedienza, questo avviene perchè solo così una città può essere ben ordinata
e l’uomo è in grado allora insieme ai suoi simili di svolgere
tutte le sue facoltà e di pervenire al suo vero fine.
Ma, si noti bene, dall'identitá posta come principio,
tra vita politica e vita morale, deriva che l’autorità suprema spetta solo per diritto divino all'uomo saggio, al filosofo, che deve diventare il vero capo, deve imporsi e
comandare. L’ubbidire allora è salutare sia per l'uomo
incolto e grossolano che, se vi è costretto colla forza, vi
trova però il suo bene, sia per l'uomo che inizialmente si
è avviato verso una forma più alta di vita, il quale già
trova ragionevole il sottomettersi anche se non gli sembrino evidenti le ragioni dei comandi e sente che il servire
al saggio è libertà; nulla invece è più contrario alla vera
libertà e al bene dello stato che la pretesa libertà, nella
. quale a tutti, anche inesperti e incompetenti, è lecito gover147
Página 8
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)nare la cosa pubblica. Come ben si vede, nel pensiero
politico dei pitagorici molto vi é, che passera poi nei pensatori posteriori, specie in Socrate e Platone. Non dice
‘ forse Socrate colla sua fine ironia, vedendo un conciatore
di pelli aver tanto pofere in Atene, che, mentre per sapere
ogni arfe ance la più umile, si richiede un lungo studio e
una lunga pratica, quando si tratta dell’arte tanto difficile
di reggere le sorti di una città, allora tutti si sentono pronti
a sobbarcarsi al peso e credono di aver la sapienza di
Pericle?
a
Ma se il governo deve essere aristocratico, cioè nelle
mani dei migliori, i migliori non sono certo i pochi privilegiati per nascita, per nobiltà, per censo e soprattutto per
ricchezze, ma quelli che primeggiano per la scienza e la
virtù; che questa fosse la vera e unica aristocrazia degna
di tal nome, quale l'intendeva Pitagora, è provato da
tutta la tradizione pitagorica. In Porfirio e in Giamblico
ad es. si legge (e anche se i fatti sono in sè leggendari,
hanno però sempre valore di simbolo) si legge che dovunque il Sapiente di Samo passava non solo sedava
discordie, metteva la pace tra le fazioni e tra le città, ma
anche esigeva e otteneva che si riformassero i costumi,
che si rinunciasse al lusso, che si desse il primo posto
alla virtù e alla scienza; egli perfino persuase un tiranno
della Sicilia a cedere il potere malamente acquistato e a
Crotone due mila cittadini convinti dalla sua ‘parola si
riunirono colle donne e i fanciulli per vivere insieme e
misero futte le loro ricchezze in comune.
++
+
Rimane ora il secondo problema, il più difficile. Come
fare perchè quelli che sono i migliori per le loro disposizioni ‘naturali abbiano ad essere messi in grado di coltivarle e cosi possano esser riconosciuti e fatti degni di
comandare agli altri? Qui, come è chiaro, non si tratta
più soltanto di sceglierli, come se esistessero di già tali
uomini e fossero solo confusi nella moltitudine, ma si
148
tratta di formarli, cominciando sin dalla gioventù; il problema così si trasforma e diventa un ‘vero e proprio
problema di educazione sociale.
Dalla politica, che in fondo non è che la morale applicata allo Stato, si passa all'educazione, ossia ancora alla
morale considerata nel suo svolgersi e prodursi negli individui e nella società. Pitagora vi provvide in modo
geniale. Creò un ordine, un Istituto, nel quale ciascuno
che fosse, lo si noti, degno d’esser ammesso, poteva ivi
ricevere una educazione perfetta, poteva con lungo tirocinio salire ai gradi supremi, essere iniziato alle verità
più recondife e ai misteri più profondi, onde acquistare
quel grado massimo di perfezione sia nel sapere sia nella
virtù, che è concesso all’uomo. Questo Ordine doveva costituire, io credo, sia come un modello di vita pei profani,
sia come un seminario di uomini virtuosi e saggi, che poi
fossero degni di governare gli altri. Infatti lo scopo di
chi vi entrava era quello di essere iniziato ad una vita
ideale, nella quale tutte le facoltà dell'uomo pofessero
esser svolte armonicamente secondo un unico principio;
l’unità, l'armonia impressa a tutta la vita pitagorica era
data dal principio religioso, che l'informava; ma anche
i più vari bisogni vi frovavano soddisfazione, così che alla
vita religiosa si intrecciava la vita morale e politica, e a
questa poi la vita scientifica e filosofica. Certo a questo
svolgimento libero e armonico completo giungeva soltanto
chi riusciva a percorrere i vari gradi e ad entrare nei reconditi segreti della dottrina, perchè, e questo è un punto
della massima importanza, Pitagora aveva ben compreso
che, se per illuminare la mente basta la verità, per piegare
i cuori, per far cambiare i sentimenti, le inclinazioni, per
edificare insomma la vita morale e religiosa occorre un
lungo, faticoso tirocinio, una vera e propria ascesi. Ed
ascesi ossia esercizio è nel senso reale della parola la
vita pitagorica che si presenta coatta e imposta colla forza
nei primi fempi e adagio adagio si fa sempre più libera,
finchè il saggio giunge ad' unire in sè la perfetta libertà
col perfetto dominio di sè.
Página 9
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Non a fufti era dafo enfrare nell’ordine; non ex omni
ligno debet Mercurius exculpi. Il Maestro esaminava attentamente l'aspirante e dalla fisionomia, dai gesti, dal
portamento, dagli scatti e dai moti improvvisi,quali ‘il
riso, il pianto, la collera ecc., decideva se, per il carattere
che egli rivelava, era degno deil’Istituto. Ammesso, il
rovizio doveva sostenere lunghissime e terribili prove per
non meno di due anni e anche piu sino a cinque. Le prove
consistevano in un regime d’astinenze severe e nell’apprendimento delle virtù, prima fra tutte la pazienza e il perfetto dominio.
di sè; a tal fine veniva imposto il silenzio
completo, assoluto: i novizi dovevano ascoltare senza po-
- ter -domandare schiarimenti od ‘altro; dal maestro li separava perfino un velo (usanza che si risconfra pure nei
misteri) nè potevano rimanere nella sua dimora.
Sostenute le prove felicemente, i novizi passavano nella
classe dei matematici, da questa, sempre se erano ritenuti
degni, in quella dei fisici e allora potevano esser iniziati
Timica, per quante cose egli promettesse, resistevano; e
il tiranno: «Se mi svelerete una sola cosa», disse, «sarete
salvi, insieme con la masnada che vi ha teso un agguato».
E chiedendogli Millia che cosa egli desiderava sapere;
«Questo», disse Dionigi, «perchè i tuoi amici elessero
più tosto di morire anzichè calpestare delle fave?» E Millia di rimando: «Quelli», rispose, «sostennero per non
calpestar fave, di morire, ed io a mia volta preferisco,
anzichè svelarti il motivo di ciò, di calpestare fave». Adirato Dionigi, ordinò che Millia venisse con la violenza
tradotto altrove, e fece appressare gli strumenti di tortura
a Timica, poichè stimava egli che come donna e gravida
e sola senza il marito, facilmente avrebbe rivelato ogni
cosa per paura dei tormenti. Ma quella donna generosa,
leggi dell'Universo, non più sotto il velo dell’allegoria e
del simbolo, ma in modo aperto e chiaro. Tanto gli appartenenti al primo grado come quelli degli altri due erano
vincolati dal segreto; nulla doveva trasparire al ‘di fuori
della doffrina insegnata; i profani potevano solo ammirare quella vita così pura e tutta votata all’ideale, ma
stretta fra i denti la lingua e col morso recisala, la sputò
in faccia al tiranno, dando a divedere che, se pure vinta
dai tormenti la nafura femminea di lei fosse per essere
costretta a rivelare alcunchè degli arcani misteri, ella
ne fagliava via da sè il possibile strumento. Tanto erano
restii alle amicizie profane, ancorchè regali»*). L'amicizia
di Damone e Fintia per l’episodio a tutti noto meritò di
diventare proverbiale.
|
I membri dell’Istituto avevano una funzione propria,
determinata, secondo il loro carattere e le loro attitudini.
Ma essi inolfre erano sottomessi anche a regole generali,
non
non ne comprendevano
minuziose che governavano la vita in comune;'a queste
le segrete gioie, perchè nulla rivelavano gli adepti; avrebbero preferito morire piuttosto che tradire. E invero la
fede pitagorica, come ogni altra fede, ebbe pure i suoi
martiri. Mi piace a questo proposito ricordare un episodio
assai significativo che si legge nella vita scritta da Giamleggi si doveva obbedienza perfetta: aurös Era «Egli ha
parlato» bastava che si dicesse così perchè nessuno più
alle verità supreme, potevano conoscere i fenomeni e le
ne
blico.
conoscevano i movenfi,
|
«Presili vivi (Millia e Timica pitagorici), lieti li guidarono al tiranno, circondandoli di ogni gentilezza e cura.
E Dionigi (il famoso tiranno di Siracusa) chiese notizia
dell'accaduto ed appariva assai mesto. «Ma voi»,- disse,
osasse ribattere o disubbidire. E qui vien fatto d’esclamare: come è sempre uguale in ogni tempo lo spirito umano!
non si scorge soddisfatto anche in questa forma di vita
lontana da noi tanti secoli quel bisogno che si prova alle
volte così vivo di ubbidire, di abbandonarsi, di negarsi,
di affidarsi agli altri nell'azione specialmente esteriore,
quasi per togliere il tormento più grave di tutti i tormenti,
«per il merito anche di tutti gli altri vostri amici, avrete
da me ogni onore, se vorrete regnare con me». Millia e
.
*) Dal cap. 31. Trad. di G. Pesenti. Carabba-Lanciano.
Página 10
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)cioè togliere il pensiero di dover regolarsi da sé, di dover
pensare a sé, di dover dirigersi nelle varie circostanze?
certo se la rinuncia va troppo oltre si corre il rischio di
togliere la libertà del tutto e quindi il merito delle azioni,
ma poichè l'uomo è un guid medium fra la libertà e la
natura, fra la spontaneità e l'inerzia, l'uomo ha bisogno,
se vuol liberarsi in ciò che è per lui importante, cioè
nella vita più alta dello spirito, ha bisogno di diventar
schiavo nel resto; se non si meccanizza una parfe della
vita, non si può mantener libera l’altra e davvero si resta
proprio stupiti nel vedere già in questo filosofo antico
tanta conoscenza del cuore umano, quale noi solo possiamo
trovare poi nei grandi mistici e maestri di vita spirituale.
Tranquilla e ben divisa nei suoi vari momenti si
svolgeva la giornata pei Pitagorici. 11 primo atto della
mattina era la preghiera. Dopo le abluzioni di rito si faceva una passeggiata al tempio, in silenzio; l’anima doveva raccogliersi, femprarsi e rimaner pura per la lezione
del mattino. Nel bosco sacro si adunavano intorno al
maestro o ai suoi interpreti, e la lezione continuava sotto
la frescura dei grandi alberi o all'ombra dei portici. Frugalissimi i pasti, per lo più di cibi vegetali: pane, miele,
olive; frequenti i canti accompagnati dal suono ‘della
lira, le danze, gli esercizi ginnici. Grandissima cura si
aveva del corpo, perchè non lo si concepiva come fomite
di tentazione, di peccato, ma si mirava a renderlo, secondo
Videale ellenico, bello in sè e ben temprato e docile strumento dello spirito, col quale doveva armonizzarsi in una
perfetta unità. Verso la sera era permesso passeggiare
in compagnia di uno o due confratelli; poi si prendeva il
‘bagno; veniva il pasto in comune, a gruppi di dieci commensali, seguito dai sacrifici, dalle libazioni, dalle letture
fatte ad alta voce dai discepoli più giovani. Da ultimo,
come chiusa della laboriosa giornata, prima di abbandonarsi al sonno si faceva un rigoroso esame di coscienza.
Le virtù più inculcate erano l'obbedienza, l'ordine
e la modestia; la caccia, la lotta e ogni alfro piacere
che fosse crudele, o destasse nell’animo l’ira era vietato rigo152
rosamente. La castità assoluta non era imposta, ma consigliata e si raccomandava d’usare con discrezione dei piaceri di Venere, poichè l’uomo non cede giammai alla voluttà senza sentirsi inferiore a se stesso. Del resto non
si escludevano piaceri onesti e leciti e le astinenze, i
digiuni, le rinuncie a certi godimenti non si consideravano
come aventi un merito in sè e per sè, quasi fosse cosa
santa il soffrire, ma solo come prove da sostenersi per
un determinato periodo a fine di rafforzare il carattere
e la volontà. I cibi animali erano in generale vietati perchè
si considerava sacra la vita e non la si doveva distruggere
in esseri inferiori sì all'uomo, ma nei quali, per la metempsicosi,
vi
potevano
essere
anime di
uomini vissuti in
altri tempi. Fra i vegetali era proibito il cibarsi
di fave
ed era un grande delitto l’andar contro a tale precetto.
Vi erano poi infinite altre prescrizioni cerimoniali, minuziose, che davano un carattere spiccatamente religioso
all'associazione; e risulta chiaro che per Pitagora la religione non era solo il libero movimento dell'anima che
si eleva verso l’ideale della perfezione, verso la realtà
assoluta, verso Dio; egli la considerava anche come un
governo, una disciplina sapiente e forte delle opinioni
e delle volontà delle anime. I regolamenti minuziosi, le
prescrizioni cerimoniali, le pratiche esteriori simili a quelle
usate nei misteri orfici dinotano nel filosofo l’intuito pratico del sacerdote, del direttore di coscienze, che sa per
quali mezzi ci si può render padroni dell’immaginazione,
del sentimento, della volontà e soggiogare e frenare insieme alle rivolte della carne gli ardenti moti e le passioni
dell’anima.
Un'altra conferma del carattere religioso dell'associazione si ha nell’ammissione delle donne, ammissione che
altrimenti presso i Greci non si spiegherebbe; il grande
Iniziatore di vita religiosa aveva compreso quanta ricchezza di sentimento e potenza d'intuizione, quanta brama
di sacrificio e dedizione di sè cela il cuore femminile e
così la donna ebbe larga parte nell'attività dell’istituto;
anch'essa poteva partecipare agli insegnamenti più recon153
Página 11
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)diti e svolgere un’aftivitä non piccola come si può argui
uite
attrib
dai numerosi frammenti che si hanno di opere
ad autrici pitagoriche.
+
*
*
Pitagora ai discepoli entusiasti apparve come un uomo
miracoloso, rivelatore di verità e dl comandamenti divini;
anzi, degenerando, come di solito uvviene, il sentimento
religioso nella superstizione sembrò ulla moltitudine che
la natura umana più non bastasse a spiegare tanta potenza e si volle vedere in lui un Demone ed anche un Dio,
Apollo sceso sulla terra per portar agli uomini la beatitudine, degno di adorazione. Certo | yrandi geni che gli
sono vicini per tempo, Eraclito, Einpedocle, nel parlarci
di lui sanno resistere a questa tendenza superstiziosa,
ma gli autori posteriori s’accordano nel riconoscere che
possedette doni soprannaturali: egli prevedeva l'avvenire,
operava prodigi coll’arte di incantarioni magiche; egli
intendeva l'armonia delle sfere celesti, che ai comuni mortali sfugge, perchè i loro sensi sonv fatti grossolani dall'abitudine; egli comunicava sia con esseri inferiori agli uomini sia con esseri superiori; gli animali intendevano la sua
voce e obbedivano ai suoi ordini; egli aveva il dono
dell’ubiquità e, cosa caratteristica, Il ricordo delle numea d'esser stato
rose esistenze già passate; p. es. dicev
o da Menelao e si
prima Euforbo, figlio di Panto, uccin
servi come prova dello scudo dell'eroe froiano appeso
di Era; non solo,
con le altre spoglie in Micene nel templo
ma a molti rammentava la loro stexsa vita anteriore €
perfino discese agli inferi e ne rifurnò. Ecco una pagina
della vita scritta da Porfirio, che dà un'idea chiara delle
leggende che copiose si intrecciano nella tradizione pitagorica:
,
«A lui venivano, per quel che dice Aristosseno*), Lu-
*) Discepolo di Aristotele, filosofo, atorivo, e soprattutto celebre
per la sua teoria sull'armonia e i suol Òuritil sulla musica.
154
cani, Messapii, Picentini e Romani. Ed egli compose perfettamente ogni discordia, non pure fra i suoi familiari,
sì ancora ne folse ogni germe per i loro discendenti per
più generazioni, e in generale fra fufte le città dell’Italia
e della Sicilia, fossero discordie intestine o esterne.
Poichè ‘sovente proferiva egli presso tutti, pubblicamente e privatamente, questo apoffegma:
doversi fuggire
con ogni studio e tagliare con fuoco e ferro e qualsiasi
ingegno dal corpo la malattia, dall'anima l’ignoranza, dal
ventre la lussuria, dalla città la discordia, dalla famiglia
i dissapori, e in fine da ogni cosa la mancanza di simmetria. (apetpia).
Se è da credere ai narratori della sua vifa, autori
invero antichi e fededegni, fino agli animali irrazionali
giungevano i suoi avvertimenti. Così egli prese, a quanto
si dice, l'orsa daunia*), che infieriva contro gli abitanti,
la accarezzò lungamente e la adescò con pane e pomi,
e dopo averla scongiurata a non toccar più essere vivente,
la rimise in libertà. E quella subito si ritirò sui monti
e nelle selve, nè più mai fu veduta appressarsi nè pure
ad animali» (cap. 22-23).
Il nostro pensiero corre subito al lupo d’Agobbio
dei «Fioretti». Ma il campo del meraviglioso è illimitato
e moltissimi sono gli esempi che si potrebbero citare;
ecco un altro breve saggio: «È pure fama che il fiume
Caucaso gli abbia rivolto la parola, mentre egli lo passava
con molti de’ suoi amici; il fiume con spiegata e limpida
voce disse: Salve, Pitagora. Affermano quasi tutti che
nel medesimo di egli si frovò presente in Metaponto d’Italia e in Tauromenio di Sicilia e tenne pubblico discorso
ai seguaci suoi dell'una e dell'altra città. Nessuno ignora
che egli mostrò di avere una gamba d’oro ad Abaride
iperboreo, che lo credeva Apolline iperboreo, del quale
Dio era Abari sacerdote, confermando così esser questa
la pura verità» (cap. 27) **).
*) Cioè dell'Apulia, detta Daunia dal mitico re Dauno.
**) Trad. di G. Pesenti.
Página 12
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)Si può dire che il Pifagorismo fu una vera religione, .
quasi una chiesa, che ebbe una sua storia dagli inizi più
puri giù fino alle degenerazioni supersfiziose e ai contatti
e alla fusione con le sette orfiche ed altre che cercavano
di soddisfare al bisogno di religiosità e di misticismo che
agita più che non®si creda la moltitudine degli uomini.
La degenerazione del pitagorismo fu affrettata dal fatfo
che il vero Istituto pitagorico, quale fu fondato dal maesfro, venne abbattuto da una sollevazione popolare contro
di esso; sia perchè l’Istituto, avendo uno scopo politico,
finiva per favorire l'aristocrazia dominante, sia perchè
si presentava chiuso ai profani indegni e aveva prescrizioni contrastanti in parte col carattere greco, quali il
segreto assoluto imposto ai membri e l’obbedienza cieca
ai capi, senza facoltà di critica; si attirò così l'odio del
partito democratico, che tentava di impadronirsi del
potere. L'opposizione cominciò già verso la fine della
vita di Pitagora, cioè verso il 500 a C. e il moto scoppiò,
secondo la leggenda, per questo motivo: un ricco cittadino di nome Cilone aveva chiesto di essere ammesso
nell'ordine; ma il Maestro, che prima d'accettare esami| nava il carattere del postulante, lo respinse comé tipo
violento, indisciplinato, indegno. Questi allora, per lo scorno subito, divenne nemico implacabile e giurò vendetta.
Si fece capo di una nuova società con carattere popotuto e altri che morì dopo, avendo potuto allontanarsi in
tempo da Crotone. Ad ogni modo questo è certo che
. l’Istituto pifagorico, come organismo chiuso, durò ad un
di presso una cinquantina d'anni e finì violentemente;
l’azione sua fu però profonda: la tradizione della dottrina
più o meno fedele potè mantenersi qui in Italia nella
scuola filosofica, che si chiamò Italica e che vantò due
grandi rappresentanti, Filolao e Archita; risorse poi in
quel movimento che si chiamò neopitagorismo nel I° sec.
a. C. e finì fondendosi del tutto con altri elementi etero»
genei, specie al tempo in cui fu in voga il neoplafonismo
cioè nel III° e IV° sec. dopo Cristo; la parte più specialmente pratica, le massime religiose e superstiziose continuarono ad esser osservate nella religione dei Misteri.
Pare che Pitagora nulla abbia scritto e se è giusta
l'osservazione dello Chaignet*) che «i calcoli lunghi e
difficili indispensabili alle sue scoperte nel campo della
musica, della geometria, dell'astronomia sembrano esigere
l'intervento della scrittura» tanto più col sistema di numerazione usato dai Greci, tuffavia non è questo un mofivo
per concludere che egli abbia composto opere destinate
alla pubblicità; ciò sarebbe in contraddizione colle più
certe notizie framandafeci sul segreto imposto ai discepoli;
gli antichi per vero gli attribuirono molte opere, ma queste sono tutte certamente apocrife, e per di più di molto
lere; vennero accusati i Pitagorici come nemici:del popolo
e della libertà e si assalirono nella loro dimora, che fu
posteriori a lui. Questo fatto si spiega colla tendenza che
avevano i tardi discepoli di aftribuire i loro scritti al
data alle fiamme.
maestro, per renderli così più autorevoli.
:
Tutti quelli che erano ivi raccolti, si dice in numero
. di quaranta, perirono nel fuoco o furono massacrati dalla
plebaglia.
Peri anche Pitagora in quell’incendio? qui le informazioni, se così si possono chiamare, discordano; perchè gli
uni vogliono che anche il maestro morisse nelle fiamme,
altri dicono che ne uscì illeso per il sacrificio dei discepoli,
che gli fecero scudo de loro corpi, ma che poi si uccise
per il dolore di frovarsi solo; altri ancora affermano che
Pitagora morì prima che venisse la distruzione dell'Isti156
Fra i più noti sono i Versi aurei celebrati nell'antichità come un prezioso compendio di tutta la sapienza
pitagorica; essi sono giunti sino a noi, in una redazione
che risale almeno al IIe sec. d. C., insieme a una grande
quantita di sentenze, di similitudini e simboli pitagorici.
Inoltre per opere di Pitagora passavano presso gli antichi
uno scritto su l'educazione, un altro di politica, un terzo di
*) Op. cit. pag. 166.
Página 13
Ver en el PDF(se abre en una ventana nueva)fisica, un spi tod Gov (Intorno al Tutto) un tspès Adyos
(discorso sacro) in versi ed uno in prosa dorica, trattati
dell'anima e della pietà, Tpoyworixá Righia (libri di prognostici) e molti altri scritti, tra i quali anche alcune lettere. (Si veda l'elenco completo presso Chaignet op. cit.
p. 177 s.).
‘Qualche notizia ci è pure rimasfa intorno alla sua vita
privata; secondo Porfirio egli prese in moglie a Creta
Ceano, figlia di Pitanace, la quale fu poi una delle più
celebri donne pitagoriche; però altri autori la fanno
figlia o moglie di un certo Brontino. Egli poi avrebbe
avuto tre o quattro figli, dei quali uno, Telauge, fu maestro
-di Empedocle, e due figlie, Damo e Miia, note fra le donne
apparfenenti alla scuola.
|
Triplice fu l’opera di Pitagora come riformatore della
societä: opera politica, religiosa, e filosofica nel vero e
sfretto senso della parola; rimane quindi di considerare
il lato più propriamente speculativo, dottrinale del Pitagorismo, cioè il contributo meraviglioso che esso ha dato,
nella sforia del pensiero umano, alle matematiche. alla
fisica alla filosofia. Però qui più che altrove è intrecciata
all'opera del Maestro quella di alcuni discepoli geniali,
che hanno saputo sviluppare le premesse poste e renderle oltremodo feconde così che a noi non è più dato
di determinare con esattezza ciò che spetta all'uno e
ciò che spetta agli altri. Tutfavia, non dimentichiamolo,
se la filosofia pitagorica fu il frutto di grandi ‘pensafori
associati, essa non di meno obbedisce nel suo insieme a
una direzione unica e procede da una medesima ispirazione: è questa ispirazione che noi dobbiamo attribuire a
Pitagora, è questa ispirazione che, insieme ad alcune verità
particolari da lui trovate, forma la sua gloria imperitura.