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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Eur eR us
Euforbo/Pitagora genealogo dell'anima
P 367-396.
Storia delle interpretazioni del mito di Euforbo/Pitagora nelle diverse fasi del
pitagorismo. 72-05024
(History of the interpretations of the myth of Euforbo/Pitagora in the various ones is
made of the pitagorismo.)
Tra Orfeo e Pitagora: origini e incontri di culture nell'antichita : atti dei seminari
napoletani 1996-1998 / a cura di Marisa Tortorelli Ghidini, Alfredina Storchi Marino,
Amedeo Visconti. Napoli : Bibliopolis, 2000. 575 p. 2 p. de pl. ill.
‘Sos
< DER CS
Pagina 2
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Strategie e nuove rappresentazioni dell’historfe pitagorica
Grazie ai rituali sociali,
tutti i membri della società
sono immortali, ma alcuni
sono
chiaramente
più
immortali degli altri
(Z. Baumann, // teatro
dell'immortalità)
Se un discusso frammento empedocleo contribuisce a illustrare
tecniche e potenzialità proprie della memoria di Pitagora «che...
quando
si sforzava con tutte le prapfdes facilmente riusciva a vedere ogni
cosa
per dieci e anche venti generazioni di uomini»!, a definire contesti
(3
modalità di applicazione di tale straordinaria capacità mnemon
ica
interviene un passo della Vita di Pitagora di Porfirio in cui si dice
che il
filosofo samio
«ricordava a molti di quanti si imbattevano in lui la vita precedente
che la loro anima aveva vissuto prima di legarsi al corpo nel quale
si
trovava e con prove inconfutabili dichiarava di essere Euforbo, figlio
di
Panthoos»?.
Questa straordinaria pratica di Pitagora è ricordata pure da
Giamblico che in più sottolinea il modo comprensibile e chiaro
' EMPED, fr. 108 Gallavotti = 31 B 129 D.-K. (= PoRPH. VP. 30-31; IAMBL.
67). Per il problema relativo all’identificazione dell’uomo di straordin
VP.
aria sapienza»
con Pitagora si veda GALLAVOTTI [1975] p. 291. Tale identificazione è già
presente in
Timeo (FGrHist 566 F 14 = Dioc. LAERT. vin 54).
? PorpH. VP. 26.
Pagina 3
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)(Évapyéotata kai aps dve
iuvnoke) con cui veniva illu
strato il
“cammino” di ogni anima precis
ando il ruolo prioritario e fondam
entale
di un tale esercizio di anamnesi
nell’àmbito dell’epiméleia che
Pit
agora
riservava agli uomini:
<... Con quanto finora detto [scil
Storia delle varie anime] è mia
. Pitagora/Euforbo che racconta
intenzione mettere in risalto
Ia
non solo il
fatto che Pitagora conosceva le
sue precedenti vite, ma che iniz
iava la
cura degli uomini proprio dal
richiamare alla loro memoria l’es
iste
nza
precedente»?.
L'esercizio pitagorico di ricostru
ire i percorsi dell’anima a partire
dalle varie realtà incontrate è altr
esì presupposto nel noto framme
nto di
Senofane che, riferito da Dio
gene Laerzio a Pitagora, allu
de
ironicamente alla capacità del filosofo
samio di riconoscere dalla voce
di un
cane un’anima precedentemente
appartenuta a un suo amico*.
LA GENEALOGIA DELL'ANIM
A
A Pitagora, dunque, si riconosc
eva la straordinaria capacità di
presentarsi quale geneàlogo dell
’anima, particolare aedo in gra
do di
indagare il passato individuale,
suo e degli altri, lungo un filo
rosso
costituito non dalle res gestae
di singole unità psico-somatiche
(i
prégonoi) collegate da un asse
temporale delineato dal vincolo gene
tico
,
ma rappresentato dalle esperienze
fisiche, varie e geneticamente sleg
ate,
di un particolare soggetto storico:
l’anima.
La pratica di risalire al passat
o anche più remoto attraverso il
percorso inverso a quello
compiuto dall’anima, di ass
umere
quest’ultima come elemento cond
uttore e guida nella ricerca del
pas-
? JAMBL. VP. 63.
* XENOPHAN, 21 B 7 DK. (= Dios.
sono d’accordo sul fatto che Seno
LAERT. va 36). Non tutti, come è noto
fane, nell’episodio del cagnolin
,
o, si riferisca a Pitagora. Per lo status quaestionis si rima
nda al commento della Timpanaro Card
ini alla
testimonianza a della raccolta sui
pitagorici (TIMPANARO CARDINI [195
8-1964] 1, pp.
Pagina 4
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)sato, di fondare una vera e propria storiografia dell’anima, difficilmente
può separarsi dall’àmbito di quell’insegnamento che lo stesso Porfirio
indicava tg specifico di Pitagora: la dottrina della trasmigrazione
delle anime”. Tanto Porfirio quanto Giamblico, e prima di essi Diodoro
Siculo”, sottolineano che la potenzialità e la credibilità delle “genealogie
dell’anima” recitate da Pitagora erano fondate da quest’ultimo sul
presupposto indiscutibile di presentarsi come Euforbo Pantoide, vissuto
all’epoca della guerra di Troia e che tutta una tradizione, come
vedremo, considera quale vita precedente dell’anima di Pitagora
(.Éavrèv 3° dvaugpiérto Texunpiog aréparvev EbpopRov rdv
Héveov)’.
Più che una conoscenza acquisita attraverso le ekstéseis
dell’anima, come vorrebbe un’interpretazione “sciamanista”*, nei /6goi
di Pitagora-Euforbo si può forse intravedere un’historfe fondata sulle
esperienze precedentemente vissute proprio in quanto Euforbo. La
dottrina delle metempsicosi in questo caso comporterebbe un tipo di
storiografia fondato sulla rimemorazione di precedenti situazioni cui lo
straordinario syngraphéus, più volte vissuto, ha direttamente
partecipato: un’historfe determinata da una sorta di autopsfa diacronica
che ricondurrebbe a contesti vissuti direttamente dalla figura del
narratore”.
Forse è proprio contro questo tipo di ricostruzione del passato
sfuggente a ogni controllo razionale e fondato esclusivamente
5 Per un quadro della problematica si veda CENTRONE [1996] pp. 52-61.
° Dion. x 6, 1.
7 PorPH. VP. 26; IAMBL. VP. 63.
8 Già in Porfirio (VP. 30-31) e Giamblico (VP. 67) la straordinaria capacità di
ricordare le cose «per dieci e anche venti generazioni» è collegata alle straordinarie
capacità sensoriali di Pitagora. Per l’interpretazione di Pitagora come sciamano si
veda iin particolare BURKERT [1962]pp. 98-142.
° L'interpretazione che qui si propone, nel legare direttamente la grande
capacità memoriale di Pitagora con la palingenesfa, limitain certo senso lo spazio
d’indagine percorribile dalla mente del filosofo; questo, evidentemente, non è lo
spazio generale raggiungibile dall’anima dello sciamano, bensì quello limitato alle
esperienze direttamente vissute dalla stessa unità psico-somatica riproposta dalla
palingenesfa. Le prapides, evidentemente, servivano a riproporre alla mente
precisamente questo tipo di esperienze.
Pagina 5
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)orient
a l’aspra critica
sull’esperienza “eccezionale” del narratore che è dirett
sua, una conotutta
te
«un'ar
di Eraclito contro l’historfe di Pitagora:
r
scenza vasta, un’arte volgare».
NUOVE RAPPRESENTAZIONI DELLA SOCIETÀ
tero derivare da
Nuovi parametri di rappresentazione sociale dovet
unture di un
congi
una visione della storia e dell’attualità intese come
la realtà fisica (Il
soggetto immortale € meta-empirico (l’anima) con
Il criterio geneticocorpo) lungo l’asse del progredire temporale.
gonico; non era depsico
biologico veniva così superato da un criterio
re stato x”. Alla
terminante “essere discendente di x” quanto “esse
di raggiungere €
classica sequenza nome+patronimico che permetteva
naggio mitico, da cui
rivendicare un rapporto privilegiato con un perso
sequenza di figure incomunque si rimaneva distanti nel tempo per la
mitica diventava
termedie, si sostituiva una sequenza in cui la figura
dell’anima attraverso
predicativa del soggetto storico; i percorsi storici
guravano situazioni
confi
le varie reincarnazioni succedutesi nel tempo
e ed esclusive, non
che sul piano storico-sincronico rimanevano unich
le” (im Längsschnitt
aprendosi a quella caratterizzazione “longitudina
e, per le quali più
Einheit), tipica delle ricostruzioni genealogiche eroich
dente mitico €
ascen
soggetti sincronici potevano rivendicare uno stesso
condividere una storia"!.
evidentemente,
comportarono nuove
lica di una certa genericità e casualità con cui,
secondo i mythoi pita-
Nuove rappresentazioni,
cia aristoteaspirazioni e differenziazioni in termini sociali”. La denun
6). Disponibile a credere che
10 HERACLIT. 22 A 129 D.-K. (= DI0G. LAERT. VI
intendere anche “storia” e non generiper historie si possa, nel frammento eracliteo,
pp. 30-1, in particolare nota 28. Cfr.
camente “ricerca” si è mostrato MusTI [1988]
anche MusTi [1990].
.
11 person [1936] p. 292 (ripubblicato in [1983] pp. 25-68)
genealogia è utile l’articolo
12 Per la funzione cognitiva e classificatoria della
genealogia in FABIETTI-REMOTTI [1997]
Pagina 6
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)gorici, l’anima entrava nei varî corpi!’ non ci convince dell’inesistenza
di precise “strategie” operanti al fondo dello speciale genealogizein di
Pitagora. Il potere di assegnare a ogni soggetto storico un “passato”
diverso da quello genetico dovette tradursi in uno strumento di notevole
efficacia ai fini di una diversa rappresentazione dei ruoli e dei privilegî
sociali in atto nella società con la quale Pitagora si confrontò e del
ribaltamento di valori e ruoli dà in certi termini la misura il sarcastico
frammento di Senofane dove, in nome di un passato umano dell’anima,
Pitagora chiede per un cagnolino un trattamento diverso da quello
ordinariamente riservato a una bestia.
PITAGORA-EUFORBO
Nella performance di Pitagora-aedo dell’anima si possono, quindi,
individuare due livelli: uno di auto-rappresentazione (Pitagora racconta
la storia della propria anima dichiarando di essere Euforbo), l’altro di
rappresentazione (Pitagora narra la vicenda delle anime altrui).
Le metempsychéseis di Pitagora (HERACLID. PONT. fr. 89 Wehrli)
La prima testimonianza in ordine di tempo che attesta un rapporto
fra Pitagora ed Euforbo è un frammento di Eraclide Pontico che assume
un ruolo rilevante e specifico all’interno delle testimonianze che in varî
modi presuppongono un rapporto stretto fra la dottrina della
metempsicosi e Pitagora. La specificità, come è noto, deriva dal fatto
che sono ricordate le vite precedenti di Pitagora quali lui stesso
ricordava.
«Pitagora riguardo a sé raccontava che un tempo era stato Etalide,
figlio di Hermes [...], tempo dopo la sua anima passò in Euforbo [...],
quando Euforbo morì, la sua anima trasmigrò in Ermotimo [...], quando
Ermotimo morì, divenne Pirro, pescatore di Delo [...], e quando Pirro
!3 ARIST. de an. A 407b. Si veda al riguardo il contributo di F. Alesse, in questo
volume.
Pagina 7
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)morì, divenne Pitagora e si ricordava di tutte le cose prima dette (sci. di
tutte le sue precedenti vite)».
Questo noto frammento di Eraclide Pontico inaugura una tradizione destinata ad avere una certa risonanza nell’antichità. Nonostante
non si registrino prima di questo tradizioni 0, quanto meno, riferimenti
all’esistenza di una tale tradizione, a partire da Eraclide Pontico le
“vite” precedenti di Pitagora costituiscono un motivo ricorrente nella
letteratura che in genere si definisce pitagorica e non solo”.
Prim’ancora che il contenuto stesso, a ingenerare legittimi sospetti
nei confronti di questa tradizione è l’autore stesso che per primo la
attesta. Se la cronologia sufficientemente alta, il diretto rapporto con i
circoli pitagorici nonché un vivo interesse per figure ‘““sciamaniche”
fanno di Eraclide Pontico un testimone attendibile quanto meno
dell’antichità di tradizioni che, come questa che qui si discute, insistono
sugli aspetti “magici” e “taumaturgici” della figura di Pitagora, d’altro
canto la sua nota propensione alla contaminazione, all’amplificazione e
alla manipolazione anche a fini letterarî interviene contro una sua
indiscussa affidabilità e credibilità'°.
4 HeracuD. PONT. fr. 89 Wehrli (= DIoG. LAERT. VI 4).
!5 La tradizione delle vite precedenti di Pitagora, di cui il primo teste è
Eraclide Pontico, è particolarmente articolata. Un filone si accorda con la tradizione
eraclidea: HippoL. haer. 1 2, 12; PoRPH. VP. 45 (Euforbo è al primo posto); TERT.
anim. 28 f (Pirro prima di Ermotimo); Schol. in Soph. El. 62 Papageorgius (Pythios
invece di Pirro); Schol. in Apoll. Rhod. 1 646 Wendel (al posto di Ermotimo, dopo
Pirro e prima di Pitagora, c'è un «un eleo, di cui non si conosce il nome»). Un altro
filone conosce solo Euforbo come vita precedente di Pitagora (CALL. fr. 191, 59
Pfeiffer; Diop. x 6, 1; HoR. carm. 1 28, 10; HYG. fab. 112; Ovip. met. XV 160 sgg.;
LUCIAN. gall. 16; dial. mort. 20, 3; MAX. TYR. 16; PHILOSTR. VA.1 1, 1; her. 17; TAT.
ad Graec. 25; LACT. div. inst. 11 18, 15; Porpa. VP. 26 e 27; IaMmBL. VP. 63; Ps.
IAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg. De Falco). Dicearco e Clearco, evidentemente con
intento parodistico, riportano la seguente serie di incarnazioni: Euforbo, Pirro,
Etalide, una bella prostituta chiamata Alco, Pitagora (DICAEARCH. fr. 36 Wehrli =
GELL. IV 11, 14; CLEARCH. fr. 10 Wehrli = GELL. IV 11, 14). Fonti raccolte e
commentate in ROHDE [1914-1916] p. 421 sgg.; DELATTE [1922 b] pp. 154-9; Lévy
[1926] p. 33 sgg.; BURKERT [1972 a] pp. 138-41.
16 Mazzarino [19907] ttt, pp. 347-8. Cfr., in merito al rapporto fra Eraclide e il
pitagorismo, CENTRONE [1996] pp. 17-8. Sulla formazione culturale di Eraclide è ritornata di recente DALFINO [1998].
Pagina 8
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Il giudizio necessariamente sospeso circa la reale attendibilità di
Eraclide Pontico (nel caso specifico, in relazione alla possibilità di arrivare a un quadro più o meno fededegno del pitagorismo antico) rischia
fatalmente di determinare, anche nei riguardi della tradizione delle vite
precedenti di Pitagora, valutazioni e conclusioni radicali divise fra la
sopravvalutazione di una sua valenza euristica e il laconico
riconoscimento della sua inaffidabilità.
Da questo rischio non è risultato immune il dibattito moderno,
divaricato fra posizioni oltranziste tese rispettivamente a riconoscere
nella testimonianza in questione o una «favola eraclidea» 0, per converso, la prova evidente ed eloquente dell’esistenza della dottrina della
metempsicosi nel pensiero pitagorico più antico!”
Nondimeno la breve storia degli interventi sul problema, ancorché
caratterizzata da posizioni di più o meno totale rigetto o di esplicita
accettazione, da utilizzi non direttamente collegati alla problematica
della metempsicosi nel pensiero pitagorico!* e da un’utile quanto
17 Le posizioni “estremiste” sono ben rappresentate rispettivamente dal Rohde,
che definì «favola eraclidea» l’intera tradizione (ROHDE [1914-1916] p. 422) e dalla
Timpanaro Cardini per la quale «Pitagora crede nella metempsicosi perché crede
nella sua metempsicosi; era stato Etalide, Euforbo, Ermotimo, Pirro, era ora
Pitagora...» (TIMPANARO CARDINI [1958-1964] 1, p. 5). Quest'ultima posizione trova
due precedenti antichi: un passo di Diodoro Siculo dove la dichiarazione da parte di
Pitagora di essere stato a Troia come Euforbo segue, attraverso una congiunzione che
ha evidente valore esplicativo, la notizia secondo cui Pitagora credeva nella
metempsÿchosis e invitava ad astenersi dal consumare carni in quanto le anime di
tutti gli esseri viventi sarebbero poi passate, dopo la morte, in altri esseri viventi
(Drop. x 6, 1) e il passo di Porfirio dove si dice che Pitagora ricordava a tutti quelli
che incontrava quali fossero state le loro precedenti vite e contemporaneamente
ricordava di essere stato Euforbo (PoRPH. VP. 26). Non sono mancate in ogni caso
altre forme di sopravvalutazione della fonte eraclidea: WILAMOVITZ [19202] p. 251,
nota 1, con cui si mostra d'accordo Dopps [1959] p. 180, nota 2, riteneva che questa,
come altre storie straordinarie di Pitagora, non derivassero dalla teorizzazione
filosofica (in questo caso la dottrina della metempsicosi), ma che quest’ultima fosse
addirittura «una generalizzazione suggerita (almeno in parte) dalle storie».
18 MAZZARINO [19902] m1, p. 430 sgg. L'autore riprende la testimonianza eraclidea ai fini dello studio del ruolo tenuto dal pitagorismo in merito alla concezione del
tempo e alla sua misurazione. C’è, comunque, pur con qualche cautela,
un’accettazione “in blocco” della tradizione così come trasmessa da Eraclide.
Pagina 9
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Euforbo, una divinità frigia
La testimonianza eraclidea delinea una situazione particolare:
un’anima soggetto meta-empirico passa lungo un decorso temporale
diacronico attraverso varie vite senza tuttavia mai identificarsi con alcuna di esse; in questo senso Pitagora si trova a possedere l’anima appartenuta precedentemente a Etalide, Euforbo, Ermotimoe Pirro.
Se si esclude Pirro, il pescatore di Delo”!, le figure elencate da
Eraclide come vite precedenti dell’anima giunta poi a Pitagora, sono
note indipendentemente dalla tradizione pitagorica. Etalide, figlio di
Hermes, conosciuto tra l’altro come infallibile arciere, partecipò alla
spedizione degli Argonauti in qualità di araldo; prima di morire, ricevette dal padre Hermes il privilegio di conservare una memoria incorruttibile tanto della sua esperienza terrena quanto di quella nell’ Aldilà”.
Euforbo era conosciuto come figlio del troiano Panthoos, sacerdote di
1 Valida e completa quella che appare in BURKERT [1972 a] pp. 138-41.
20 «Eine romantische, Kiinstlerische, aristokratische Natur»: così DAEBRITZ
[1912] col. 483.
2. Sa questa figura siamo del tutto disinformati. Il richiamo a un ipotetico
rituale delio è cautamente ipotizzato da BURKERT [1972 a] p. 138, nota 104.
2 Fonti raccolte in ROSCHER [1884-1886] col. 198. La testimonianza più antica
è in Ferecide ateniese (FGrHist 3 F 109 = Schol. in Apoll. Rhod. 1 645 Wendel). Per
un inquadramento di questa figura si vedano VERNANT [19843] pp. 103, 109, 110;
BOUVIER [1997] p. 1144; NISHIMURA-JENSEN [1998].
peutd
neutrale spirito di ‘messa a punto”, registra un diffuso atteggiamento
di accettazione “in blocco” della fonte eraclidea, con una conseguente
scarsa o nulla attenzione per la sua genesi, per la logica che ne tiene
insieme le parti, per l’individuazione di una “stratigrafia” che riveli
l’esistenza di filoni precedenti a Eraclide stesso.
Eppure la scarsa economicità di una lettura della fonte eraclidea
nei termini di vero-falso dovrebbe essere evidente a una riconsiderazione più attenta della formazione e dell’abito culturale dell’autore
stesso al quale conviene pensare, contro una certa tendenza ipercritica,
più come a un arbitrario manipolatore di tradizioni autorevoli c/o affermate che a una «romantica, artistica e aristocratica natura»?
Pagina 10
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Apollo, e aveva partecipato alla guerra di Troia; conosciuto da Omero
come il più valente dei Troiani, inferse la prima ferita mortale a
Patroclo e a sua volta fu ucciso da Menelao”?. Di Ermotimo, che si ha
ragione di credere un personaggio realmente esistito, con un’esperienza
per molti aspetti analoga a quella di Pitagora, si raccontava che la sua
anima abbandonava il corpo esanime per una serie di peregrinazioni in
luoghi remoti”.
Il carattere composito, derivato da un’operazione di agglutinazione
di tradizioni autonome e preesistenti, è immediatamente evidente. Nel
rispetto cronologico e probabilmente in omaggio a caratteri proprî della
biografia di Pitagora”, mettendo per un attimo da parte Pirro e
Euforbo, vengono presentati come ‘vite precedenti” di Pitagora due noti
personaggi, uno mitico (Etalide) l’altro storico (Ermotimo), con
caratteri decisamente analoghi a Pitagora e che, in quanto tali, dovettero
costituire oggetto specifico degli interessi e degli studî di Eraclide.
La “storia” dell’anima di Pitagora, costruita ad arte col ricorso ad
altre tradizioni, si caratterizza perciò in una maniera eccezionale e in
ogni modo diversa da quella tipologia della trasmigrazione delle anime
riconosciuta al verbo pitagorico per cui l’anima immortale passa in varî
generi di esseri viventi (...d0dvatov eîvai gnoi tiv yuyiv, etta
4
di
a
4,
ae
26
uetaBariovoav sic diia YEvn Gdov...).
In tutto questo rimane oscura la presenza di Euforbo.
Già la tradizione antica non riusciva a celare un certa difficoltà
nell’interpretazione di questa figura e la sua presenza all’interno della
? Fonti raccolte in VON SYBEL [1884-1886] col. 1408.
# APOLLON, mir. 3; Pun. H.N. vi 174; PLUT. de gen. Socr. 22. Cfr. ROHDE
[1914-1916] pp. 426-7; Dobps [1959] pp. 173, 179, 180.
La sequenza Etalide-Euforbo-Ermotimo tiene conto dell’epoché della guerra
troiana rispetto alla quale Etalide, in quanto argonauta, si pone prima di Euforbo che
ha combattuto a Troia e tutti gli altri dopo. Il criterio cronologico di fondo sarà stato
derivato dalla tradizione che voleva Pitagora rinascere ogni duecentosedici anni (Ps.
IAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg. De Falco: cfr. MAZZARINO [19902] 1, pp. 430-1)
ma non escluderemmo l’ipotesi contraria secondo cui questa tradizione si sarebbe
formata sulla base dell’operazione eraclidea. Ugualmente, mettere al primo posto
Etalide, che si voleva di Lemno, potrebbe risultare un omaggio alle origine lemnie di
Pitagora: così BURKERT [1972 a] p. 138, nota 102.
2 PorPH. VP. 19.
Pagina 11
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)gora (cosa che non avviene mai per altri)” e, addirittura, in alcuni casi
Euforbo viene usato per indicare Pitagora stesso, arrivando così a una
vera e propria identificazione”. Gli stessi indirizzi più scettici in
relazione alla tradizione eraclidea finiscono per ammettere che il rapporto fra Euforbo e Pitagora sia più antico di Eraclide e, come tale, non
sia stato, come è pensabile per le altre “vite”, da lui creato”.
Fra i tentativi più noti di offrire una spiegazione al rapporto Euforbo-Pitagora c’è stato quello mirato a valorizzare fortemente
l'elemento apollineo che è riscontrabile nell’Euforbo omerico, conosciuto come figlio di Panthoos, sacerdote di Apollo”. La condivisione di
uno stretto rapporto con la sfera apollinea sarebbe perciò alla base della
tradizione che legava Euforbo a Pitagora”.
27 Fra gli antichi esplicita particolarmente il suo imbarazzo Tertulliano (anim.
31, 4) che fa risaltare l’inconciliabilità fra Euforbo, militaris et bellica anima, e Pitagora, reses et inbellis. Euforbo è definito «puzzling figure» da BURKERT [1972 a] p.
139.
# PoRPH. VP. 45.
% Ovip. met. xv 160 sgg.; HYG. fab. 112; Lucian. gall. 16; MAx. TyR. 16;
PHILOSTR. VA. 1 1, 1; her. 17; TAT. ad Graec. 25; LACT. div. inst. II 18, 15; PORPH.
VP. 26 e 27; IamBL. VP. 63; Ps. IAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg. De Falco.
® CALL. fr. 191, 59 Pfeiffer; Dion. x 6, 1; HoR. carm. I 28, 10; LUCIAN. dial.
mort. 20, 3.
3 ROHDE [1914-1916] p. 422. Eraclide, pertanto, avrebbe conosciuto tradizioni
autonome relative a Etalide, Ermotimo e Pirro, e un’altra, il cui senso viene in
seguito nel testo indagato, che già collegava Euforbo con Pitagora. Con tali materiali
a disposizione Eraclide, sollecitato in questo non poco dai modelli platonici derivati
dal suo stretto rapporto con l’ Accademia, avrebbe creato per l’anima di Pitagora un
percorso a dir poco eccezionale, inanellando le vicende dei più noti “sciamani” del
mito e della storia.
2 Hom. Il. r 146; 0 522; p 9, 23, 40, 59. Cfr. VERG. Aen. Il 318, 319, 322, 429.
3 KERÉNYI [19503] pp. 140-1.
Ai
serie costituisce un aspetto problematico più volte avvertito anche dalla
critica moderna””.
Eppure, a dispetto della reale difficoltà di trovare una giustificazione al nesso con Pitagora, Euforbo è presente in tutte le tradizioni
relative alle vite precedenti di Pitagora, talvolta occupa il primo posto
nell’elenco”, spesso si accenna a lui come unica vita precedente di Pita-
Pagina 12
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Al di là di un rapporto indiretto con Apollo, mancano in Omero
espliciti riferimenti a un’attività straordinaria di Euforbo che lo possa in
certo senso equiparare alle altre figure presenti nel frammento di
Eraclide*. Da Omero, insomma, non si colgono elementi tali da favorire
una perfetta identificazione fra l’eroe troiano che prende parte alla
guerra contro i Greci e il personaggio che Eraclide Pontico pone come
vita precedente di Pitagora nel tratto intermedio fra Etalide ed Ermotimo”.
Eppure gli indirizzi moderni hanno accordato un valore prioritario
e imprenscindibile, nell’esame del rapporto fra Euforbo e Pitagora, alla
testimonianza omerica”®. Naturalmente a questa sopravvalutazione del
dossier omerico ha fatto seguito la pressoché totale svalutazione di altri
filoni di tradizione che, nondimeno, rivelano caratteri di forte interesse,
se solo si guarda all’àmbito cultural-geografico di riferimento e ad
alcune innegabili peculiarità strutturali.
Nel tardo poemetto Lithikd attribuito a Orfeo il personaggio di
Euforbo appare con caratteri che per alcuni versi ricordano il personaggio omerico, per altri lo distinguono nettamente. Bellissimo figlio di
Bukolion e della ninfa Abarbarea, oggetto d'amore omoerotico da parte
di Melanippo, figlio di Priamo, Euforbo è un cacciatore che trascorre la
sua vita sull’Ida; intrattiene rapporti con l’indovino Eleno dal quale
riceve una pietra magica, l’orite, che gli permette di tenere a distanza i
* Hom. Il. n 808-850; p 9-81. In Omero Euforbo è considerato giovane e bellissimo figlio di Panthoos e Phrontis, la sua partecipazione alla guerra troiana rappresenta una vera e propria iniziazione all’arte militare nella quale dimostra immediatamente tutta la sua valentia; è fregiato dell’epiteto évppeAing ed è addirittura definito
da Apollo «il migliore fra i Troiani»; è ucciso da Menelao che lo spoglia delle armi.
A fronte di più o meno espliciti riferimenti al valore e alla capacità guerriera di
Euforbo c’è l’episodio del suo attacco a Patroclo, dove Euforbo non si segnala certo
per la pratica di una guerra eroica: colpisce il greco alle spalle, dopo che Apollo gli
ha slacciato l’armatura ricevuta da Achille, e fugge fra la mischia senza aver il
coraggio di affrontare Patroclo che pure era disarmato.
5 Nell’Iliade non si fa accenno alla straordinaria capacità, che Eraclide
attribuisce a Euforbo, di ricordare la sua precedente vita (Etalide) e, soprattutto, le
peregrinazioni della sua anima che, dopo la morte di Etalide, passò in piante e
animali prima di incarnarsi in Euforbo.
°° KERÉNYI [19503] p. 19; BURKERT [1972 a] pp. 140-1.
Pagina 13
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)serpenti, ma allo stesso tempo svolge una funzione “pedagogica” nei
confronti di Eleno allorché, rivelandogli gli insegnamenti della madre
Abarbarea, conoscitrice dell’arte medica, gli illustra i valori straordinarî
posseduti dalla pietra detta ofite?”.
Rispetto alla tradizione presente in Omero, di analogo c’è il generale riferimento al mondo troiano (vive all’epoca di Priamo, conosce e
stabilisce stretti rapporti con Eleno e soprattutto con Melanippo, è
legato al monte Ida) e la memoria della sua straordinaria bellezza. A
prevalere però sono gli clementi “aberranti” rispetto ad Omero: in primo
luogo una genealogia che lo lega a figure mantico-sapienziali più
arcaiche, dai tratti evidentemente meno istituzionalizzati e con riferimenti più espliciti a una dimensione ritualistica, più che intellettuale*: inoltre un’immagine poco “eroica”: Euforbo è un cacciatore che
vive sull’Ida, frequenta un ambiente selvatico, a contatto con figure
“altre”, con una sapienza derivata da uno stretto rapporto con la madre,
rivelando in definitiva elementi piuttosto chiari a favore
dell’interpretazione che lo vuole all’origine un pdredros di una Grande
Madre frigia sul tipo di Atthis e di Adone”.
Individuare nell’originario statuto di Euforbo il paradigma di un
divine child frigio che, come Atthis, è legato a una madre dai tratti cibelici, apre spazio all’ipotesi, confermata implicitamente solo dalla
tradizione pitagorica, dell’esistenza di una tradizione la quale, secondo
il paradigma del “bambino sacro” frigio, lo vedeva soggetto a un ciclo
di morte e rinascita‘.
#7 OrPH. lith. 430 sgg.
% Nei Lithiké madre di Euforbo è la ninfa Abarbarea mentre nell’/liade figura
come sua madre Phrontis. Si veda al riguardo HENDRY [1995].
# HALLEUX-SCHAMP [1985] p. 44. A sostegno di tale interpretazione va ricordato il motivo ricorrente della giovane bellezza di Euforbo (Hom. ZI. p 50 sgg.;
PHILOSTR. her. 42).
% Di riportare questa tradizione certamente non si incarica la prospettiva omerica che riprende e rifunzionalizza a un àmbito esclusivamente eroico - con tutto
quello che comporta in termini di destino ultraterreno - figure mitiche con precedenti
e diverse tradizioni. Il segno evidente di un processo che inevitabilmente allontana
Euforbo da un contesto arcaico sono la sua genealogia, che sembra mirare a una maggiore istituzionalizzazione del suo sapere (non è figlio di Abarbarea e Bukolion, bensì
di Phrontis e Panthoos) e un coinvolgimento in guerra che assume i tratti di una vera
Pagina 14
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Una tradizione che in certi termini interviene a fare da raccordo fra
due tradizioni a prima vista così diverse (Euforbo-divine child e
Euforbo-eroe troiano) è attestata in un distico dell’Antologia Planudea
dove si dice che sullo scudo di Euforbo (evidentemente dell’eroe omerico) era incisa la frase «Io prima vissi» (éyòv fiv np6Bpotoc)". Il richiamo diretto ai Realien (nel caso specifico lo scudo di Euforbo che
era conservato nel tempio di Apollo Didimeo a Mileto) favorisce
l’ipotesi dell’esistenza di una tradizione locale (di origine frigia acquisita in ambiente ionico) che agisce quasi da trait d'union fra la tradizione ‘“idaica” di Euforbo, dove Euforbo è un divine-child soggetto a
più “vite”, e la tradizione omerica che lo vuole un giovane e valente
guerriero. Evidentemente la tradizione locale ricordava il coinvolgimento in guerra da parte troiana di uno straordinario guerriero che sarebbe comunque sfuggito al destino di morte e che neanche Menelao
avrebbe definitivamente ucciso. La guerra di Troia e la morte sul campo
ad opera di Menelao avrebbero costituito solo un episodio di una delle
tante vite di Euforbo.
Contrariamente a quanto si evince dalla tradizione inaugurata da
Eraclide Pontico, dove Euforbo figura come una delle tappe dell’anima
trasmigrata da Etalide e Pitagora, è probabile perciò che Euforbo
avesse una tradizione autonoma che, centrata sulle sue virtù
palingenetiche, sulla sua capacità di riproporsi dopo qualche tempo con
lo stesso corpo e la stessa anima (palingenesta)*, parlava delle sue
reincarnazioni e che quanti rivendicavano, come Pitagora, un rapporto
diretto con questa figura non considerassero semplicemente Euforbo
e propria iniziazione (ä8aoxôpevos roképoio viene definito da Omero Euforbo in
IHl.n811).
4! Anth. Plan. v 35. Cfr. Dio. LAERT. VII 45.
4 HERACLID. PONT. fr. 89, 12-15 Wehrli (= Dioc. LAERT. VIN 4). Altre tradizioni, più direttamente legate a Pitagora, localizzano variamente lo scudo: cfr. infra.
4 Per il rapporto fra la cultura frigia e le colonie greche d’Asia Minore si vedano MAZZARINO [19892] pp. 248 e 255; RAGONE [1996] pp. 930-1 (con bibliografia
aggiornata).
4 La definizione più chiara della palingenesia greca ci viene da un passo di
Varrone per il quale la natura di questo fenomeno è quella di far sì che idem corpus
et eadem anima, quae fuerint coniuncta in homine aliquando, eadem rursus redeant
in coniunctionem (de gente pop. rom. fr. 4 Peter = AUG. civ. XXII 28).
Pagina 15
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)una vita precedente della propria anima, quanto aspirassero a
presentarsi come Euforbo redivivo.
La vicinanza geografico-culturale di Samo con l’ Anatolia, i rapporti ben individuati fra il Pitagora storico € gli ambienti iatromantici di
questa zona, l’indubbia influenza che ebbero . questi ultimi nella
formazione del filosofo di Samo” consolidano l’ipotesi della conoscenza
e dell’acquisizione da parte del Pitagora storico 0, comunque, degli
ambienti del primo pitagorismo legati in vario modo all’àmbito samio di
una tradizione frigio-anatolica che si articolava intorno alla figura di un
giovane sapiente legato all'ambiente dell’Ida frigio, figlio di una Grande
Madre, conoscitore attraverso questa dei misteri della vita e della morte,
lui stesso soggetto a un ciclo interminabile di vita e morte".
In questo senso acquista un diverso spessore il racconto secondo
cui Pitagora, una volta giunto in Italia, si costruì un piccolo sotterraneo
nel quale visse per qualche tempo riapparendo agli uomini e mostrando
di conoscere tutto quanto era accaduto in sua assenza”.
All’interpretazione che vede nell’episodio il rivestimento satirico di una
discesa rituale nell’ Ade e il richiamo a specifici culti ctonî con al centro
una Madre” può accostarsi, ai fini di una precisa definizione, l’ipotesi
4 BURKERT [1972 a] pp. 158-9, 165.
46 Sia pur raccordata all’esperienza precedente di Etalide, va notato che
la sua
Eraclide Pontico mostra di conoscere per Euforbo una tradizione che vedeva
vita
anima “girare” sulla terra fra piante ed animali, andare nell’ Ade e ritornare in
9-10
89,
fr.
PONT.
HERACILID.
vissuto:
conservando la memoria di tutto quanto
Wehrli. Su una certa autonomia della tradizione di Euforbo già si espresse DELATTE
[1922 a] p. 156.
47 HermIpP, fr. 20 Wehrli (= Dioc. LAERT. vm 40). La testimonianza ermippea
è animata da uno spirito dichiaratamente satirico nei confronti di Pitagora: questi,
su
calatosi nel sotterraneo, avrebbe incaricato la madre di trascrivere accuratamente
Pitagora
Così
dimora.
tavolette quanto avveniva e di calargliele nella sua provvisoria
fu in grado di “riapparire” agli uomini e di riferire quanto era accaduto in sua
assenza!
4 BURKERT [1972 a] pp. 158-9. Cfr. CENTRONE [1996] p. 65. Particolarmente
dalla
sospetto è nell’episodio ermippeo il ruolo della madre che potrebbe derivare
Madre
una
di
ermippea,
satira
della
oggetto
fatta
originaria
tradizione
nella
presenza,
stato
con cui Pitagora “dialogava” nel suo “viaggio” agli inferi. L'episodio, come è
Si
94-95).
(IV
Zalmoxis
di
erodoteo
quello
notato, presenta una forte analogia con
veda anche infra.
Pagina 16
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)che tali rituali, praticati evidentemente da Pitagora in prima persona,
venivano svolti tenendo presente la coppia modulare Euforbo-Madre
che si presenta peculiare del culto e della tradizione frigia cui sembra
far riferimento il filosofo samio.
La prospettiva che si dischiude dall’assunzione di modelli miticocultuali frigio-anatolici ai fini della comprensione del rapporto EuforboPitagora, proprio mentre può avere il merito di individuare il nucleo
essenziale di una tradizione che da Eraclide in poi ha goduto di una
certa fortuna, ne mette inesorabilmente in luce aspetti peculiari, primo
fra tutti la riduzione di Euforbo, identificato per lo più con l’eroe
omerico, a uno dei tanti “precedenti” di Pitagora”.
Le palingenesfai di Pitagora (PS. IAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg.
De Falco)
Relativamente al problema delle “rinascite” di Pitagora una certa
importanza assume un passo dei Theologoñmena Arithmeticae dello
pseudo-Giamblico centrato proprio sulla virtù di Pitagora di rinascere a
nuova vita”. Tale importanza deriva da varf fattori, quali, per esempio,
la presenza di alcune informazioni che non appaiono (o sono implicite)
nella tradizione di Eraclide o una ricostruzione generale della vicenda
che presuppone il riferimento e l’utilizzo di tradizioni specifiche che
concorrono a rendere l’intero passo peculiare, oltre che articolato e non
sempre di facile comprensione. Quantunque siano citate esplicitamente
all’inizio le fonti consultate (Androcide pitagorico, Eubulide pitagorico,
Aristosseno, Ippoboto e Neante), la lettura del passo rivela nondimeno
la presenza di una varietà stilistica e di alcune movenze epidittiche che
4° Il carattere locale della tradizione di Euforbo-frigio che rinasce, contrapposto
all’“universalità” di cui godettero fin dall’antichità i poemi omerici, dovette essere la
ragione primaria di una certa dissolvenza del nesso Euforbo-Pitagora posto nei
termini di palingenesia. Nel dubbio o di fronte all’ignoranza si impose automatico il
ricorso all'Euforbo-omerico, in sé poco illuminante (e già la tradizione antica ne era
consapevole), fino a che Eraclide Pontico, nel rispetto della cronologia mitistorica, si
servì di lui per creare il “livello troiano” della storia dell’anima di Pitagora, con
evidente sacrificio di tutti i tratti “frigî”’ della figura di Euforbo.
°° Ps. IAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg. De Falco.
Pagina 17
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)inducono a sospettare della fedeltà e dell’omogeneità del passo e a
vederlo come l’esito quanto meno di una contaminatio fra le fonti citate
O fra queste e altre tradizioni parallelamente conosciute dallo pseudo-
Giamblico”!.
Questi attribuisce proprio ai cinque autori citati la notizia secondo
cui le rinascite di Pitagora avvenivano ogni duecentosedici anni (019
ÉTEOL TÙS Leteuyvyboeg tg adt® ouuBeBnkvias Épaoav
yeyovévoi)”. Un nesso dichiarativo opportunamente introdotto dallo
pseudo-Giamblico introduce al chiarimento della natura del numero
duecentosedici: si tratta del cubo di 6, numero rigeneratore della vita
(To nd EE yoyoyovikod x6Bov, Tod S’adro Kai àrokatTaotarikoô
SLÙ TÒ CPAIPLKÒV).
Rispetto al frammento eraclideo, solo Euforbo viene menzionato
come “precedente” di Pitagora, ma tutta l’organizzazione su cui poggia
il ragionamento condotto dallo pseudo-Giamblico rivela un orizzonte
ben diverso da quello di Eraclide.
Quantunque le “rinascite” di Pitagora vengano chiaramente indicate come metempsychôseis, termine che precisamente allude al passaggio di un’anima meta-empirica e demonica da un corpo all’altro”, la
vicenda di Pitagora evidenzia un processo di palingenesia, rinascita di
una stessa anima in uno stesso corpo, più che di metempsÿchosis, e non
si allude alla storia dell’anima incorporata nel Pitagora storico, ma alla
straordinaria capacità di Pitagora, inteso come unità psicosomatica, di
pervenire a una nuova nascita e a una nuova vita dopo un periodo di
tempo (gig radryyeveciav éAd£tv Iv8wyépav kai avatficar).
Questa prerogativa di considerarsi un essere immortale in quanto
periodicamente rinascente poteva trovare, a nostro avviso, una credi9! Cfr. WEHRLI [19672] p. 50. «Société mêlée et suspecte» appare di per sé la
sequenza Androcide-Eubulide-Aristosseno-Ippoboto-Neante: cfr. Lévy [1926] pp. 68,
74, 76.
9 Un'altra tradizione, riportata da Diogene Laerzio (vi 14), parla di un ciclo
di 207 anni che si è generalmente orientati a correggere in 216: cfr. TIMPANARO
CARDINI [1958-1964] 11, pp. 38-9 (note a commento del passo dello pseudoGiamblico in questione).
$ Per una discussione inerente alla terminologia dei varî fenomeni connessi al
tema generale della “rinascita” si veda CASADIO [1991] pp. 119-23.
Pagina 18
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)bilità sociale nel riferimento a un preciso presupposto mitico (nel caso
di Pitagora, le periodiche rinascite del frigio Euforbo)*. In questo senso
offre un interessante riscontro una tradizione che vede protagonista una
figura di “sapiente” che non pochi tratti condivide con Pitagora:
Epimenide di Creta. Questi pretendeva di essere più volte ritornato in
vita e di essersi per primo chiamato Eaco”. Generalmente questa
tradizione è stata ricondotta alla ben attestata capacità di Epimenide di
separare la sua anima dal corpo per lunghi viaggi estatici°°, ma a ben
vedere essa sembra rivelare più dirette analogie con la situazione da noi
delineata a proposito del nesso Euforbo-Pitagora. Intanto Epimenide
non fa riferimento a precedenti esperienze della sua anima, se è vero che
il verbo anabiokénai (‘rivivere, ritornare alla vita”), il cui soggetto è
Epimenide, è[S un esplicito riferimento a un’esperienza di vita mai
interrotta, caratterizzata dall’unità anima-corpo e non già a un processo
di ékstasis o a una traslazione della psyché. Ma c’è di più. Pur non
avendo esplicite attestazioni né impliciti riferimenti a una capacità di
Eaco di ritornare in vita, è evidente che il mitico re di Egina non viene
ricordato da Epimenide come un “episodio” precedente della sua anima,
# Probabilmente influenzato dallo spirito agiografico più che da una presa in
considerazione del reale contesto storico in cui visse Pitagora, lo pseudo-Giamblico
ritiene Pitagora dotato di questa virtù palingenetica e che Euforbo troiano sarebbe
stata una delle sue “rinascite”: non a caso si dice che Pitagora ebbe l’anima di
Euforbo (Evpépfou tv yugàv toynkévar). L'autore, evidenziando una radicale
operazione di “pitagorizzazione” della tradizione delle “rinascite di Pitagora”, che
non si registra in Eraclide (qui Pitagora “ospita” un’anima appartenuta a uomini
eccezionali), configura una situazione in cui, paradossalmente, Euforbo troiano
avrebbe potuto dire di essere Pitagora. Tutto questo appare isolato rispetto al resto
della tradizione che, per contro, parla di un annullamento dell’identità storicoanagrafica di Pitagora che diceva di chiamarsi Euforbo (CALL. fr. 191, 59 Pfeiffer;
Diop. x 6, 1; HOR. carm. I 28, 10; LUCIAN. dial. mort. 20, 3).
% Dioc. LAERT. 1 114: héyeton SÈ og kai mpatog abrdv Aiakòdv Aéyor
Kat... toa avapiorevor. Eaco era un mitico re dell’isola di Egina, figlio di Zeus
ed Egina, conosciuto anche come fratello di Minosse. Ritenuto uomo onesto e pio, già
in vita gli si attribuivano capacità taumaturgiche (riusciva a procurare la pioggia:
Isoc. IX 14) e, dopo la sua morte, una tradizione lo voleva custode della porta
dell’Averno (APOLLOD. HI 12, 6; ARISTOPH. ran. 464) o giudice dei morti (PLAT. apol.
41 A; Gorg. 524 A; Isoc. IX 15).
°° ROHDE [1914-1916] p. 428 e nota 3; DETIENNE [1992] p. 98.
Pagina 19
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)ma è Epimenide a presentarsi come novello Eaco, a rivendicare il diritto
di riprodurre l’esperienza del mitico Eaco nel contesto cronologicospaziale delineato dalla sua esperienza storica”.
Si individua, pertanto, una certa tendenza di questi “primi sapienti” a legarsi a un modello mitico, addirittura a reinterpretarlo nella
loro vicenda storica, tendenza questa che, come nel caso di Pitagora,
risultava ancora più facile nella misura in cui il personaggio-modello si
collegava più direttamente a un ciclo di mortee rinascita.
Legarsi così a un modello mitico, affermare di essere una reincarnazione di Euforbo o di Eaco, comportava evidentemente una regressione dello statuto storico-anagrafico del sapiente: Epimenide si
faceva chiamare Eaco e Pitagora, che i discepoli non chiamavano mai
per nome o che a lui alludevano attraverso perifrasi”, era lui stesso
chiamato Euforbo”.
La palingenesfa di Euforbo/Pitagora come criterio cronologico
Con un passaggio (@ koi ovupovet) che tradisce l’avvenuta operazione comparativa fra due autonome tradizioni (le rinascite di Pita” Dopps [1959] pp. 178-80. In questo senso proponiamo di leggere anche la
tradizione secondo cui i Cretesi chiamavano Epimenide «nuovo cureta» (Kovpnta
véov): PLUT. Sol. 12. In Epimenide in questo caso non si riconosceva un giovane cureta, bensì un cureta redivivo. Si recuperavano così attraverso la sua figura storica
esperienze e motivi mitici della più antica storia di Creta.
5 IAMBL. VP. 10, 53, 88, 150, 255.
Ÿ CALL. fr. 191, 59 Pfeiffer; Diop. x 6, 1; HOR. carm. 1 28, 10; LUCIAN. dial.
mort. 20, 3. Riteniamo, pertanto, che prim’ancora di un processo metonimico che, in
qualche caso con funzione ironizzante, chiama Pitagora col nome di una sua precedente vita, ci sia una tradizione, da cui non è escluso che le altre dipendano, in cui effettivamente Pitagora era conosciuto come Euforbo.
ren +
«Con questo (scil. la rinascita di Pitagora ogni 216 anni) si accorda per quanto concerne i tempi, il fatto che (Pitagora) ebbe l’anima
di Euforbo; si attesta, infatti, che circa 514 anni passarono dalla guerra
di Troia ai tempi di Senofane fisico, di Anacreonte e di Policrate, e
dell’assedio e della distruzione della Ionia da parte del medo Arpago...
a tutti questi fatti fu contemporaneo Pitagora».
Pagina 20
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)gora e la tradizione omerica di Euforbo troiano), lo pseudo-Giamblico
avvia una serie di considerazioni di ordine cronografico che evidentemente intervengono a sostegno della validità della tradizione delle rinascite di Pitagora secondo il cubo psicogonico.
Non si può fare a meno di notare, come è stato già egregiamente
fatto”, che dal testo dello pseudo-Giamblico emerge una datazione
bassa della guerra di Troia, mentre l’applicazione del criterio del cubo
psicogonico alla tradizione eraclidea sorprendentemente ci restituisce la
datazione eratostenicaf!.
Le due principali fonti delle “vite precedenti” di Pitagora, pertanto,
presentano differenze non limitate ad aspetti “qualitativi” (la
metempsychosis in Eraclide e la palingenesta nello pseudo-Giamblico)
ma anche all’utilizzo di essi ai fini della ricostruzione di una “storia” 0,
più semplicemente, di una griglia di riferimenti cronologici.
Nel testo dello pseudo-Giamblico appare più evidente l’effetto
della contaminatio fra varie tradizioni, ma l’aspetto più aberrante che è
stato stigmatizzato (la datazione bassa della guerra di Troia) potrebbe
ritenersi non tanto l’esito imprevisto di un'operazione di arbitraria
composizione di fonti e tradizioni” quanto il presupposto in virtù del
quale si riorganizzano le “rinascite” di Euforbo-Pitagora secondo uno
schema che, alla fine, si differenzia di molto dalla ricostruzione
eraclidea. A far credere a questa seconda ipotesi possono intervenire
illustri e antichi precedenti di datazione bassa della guerra di Troia® ed
°° Mazzarino [19902] ni, pp. 430-31.
© Ponendo 514 anni fra l'akmé di Pitagora (538/7 a.C.) e i Troiké, lo pseudo-
Giamblico data al 1052 a.C. la presa di Troia (morte di Euforbo). Viceversa, se si
contano a partire dall’akmé di Pitagora 216 anni per tutte le figure (Pirro e
Ermotimo) che distanziano in Eraclide Pitagora da Euforbo (nello pseudo-Giamblico
c’è una sola “vita” di distanza) si ottiene esattamente l’anno 1184 a.C. sostenuto da
Eratostene. Il Mazzarino, sia pur con qualche cautela, sostenne, sulla base della
tradizione eraclidea, l'origine pitagorica della data eratostenica (MAZZARINO [19902]
In, p. 431).
°° Così MAZZARINO [19902] 111, pp. 430-1.
% Ecateo, come è noto, riteneva che sedici generazioni lo separassero dalla
generazione degli déi (cfr. HERODOT. 11 143). Secondo questa ricostruzione, il
milesio, fiorito intorno al 500 a.C., poneva la nascita degli eroi dagli uomini intorno
al 1140 a.C. (500+40X16), mentre già in Omero gli eroi sono distanziati dagli déi di
Pagina 21
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)a (e non crei) una tradizione,
è possibile che lo pseudo-Giamblico segu
una data relativamente bassa
difficilmente identificabile, che ponga in
gli eventi di Ilio.
quella dello pseudoL'esame comparato della fonte eraclidea e di
a di diverse operazioni
Giamblico sembra rivelare perciò l’esistenz
sto delle rinascite di Pitagora
cronologiche che, condividendo il presuppo
ntificazione con il troiano
secondo il cubo psicogonico (6°) e l’ide
Troia, partivano però (e non
Euforbo morto nell’anno della caduta di
a di Troia caratterizzandosi
arrivavano) da diverse datazioni della guerr
delle rinascite di Pitagora
come diversi tentativi di spiegare la tradizione
ogni 216 anni.
Pontico e allo pseudoRiteniamo in conclusione che a Eraclide
che quest’ultimo leggeva in
Giamblico fosse nota una tradizione antica,
della palingenesia di EuAristosseno, che parlava esclusivamente
. Fu l’identificazione con
forbo/Pitagora ogni duecentosedici anni”
ca in quanti, come Eraclide e
l’omonimo personaggio omerico, automati
tradizione di Euforbo frigio, il
lo pseudo-Giamblico, ignoravano la
che si riconoscevano per
punto fermo, vario a seconda delle diverse date
si imbastì la “storia”
la guerra di Troia, dal quale € intorno al quale
dell’anima di Pitagora.
ora si presentò come
Pertanto, se il motivo delle rinascite di Pitag
un criterio preciso ai fini della fondazione di una
cronografia esatta”,
alla formulazione di una croevidentemente il suo utilizzo non portò
negli ambienti in qualche
nologia unanimemente riconosciuta, neanche
modo definibili pitagorici.
La corsa a Euforbo
di Euforbo, erano
La circolazione di tradizioni che, come nel caso
che ciclicamente ritornava in
centrate sulla figura mitica di una divinità
ca la possibilità eccezionale
vita, lasciando aperta nella dimensione stori
da
Troia è già vecchio, dichiara di discendere
due o tre generazioni (Idomeneo, che a
la
nte
evide
nto
perta
È
54).
: Il N 450-4
Zeus attraverso Minosse e Deucalione
a.C.
1020
o:
Ecate
do
secon
datazione bassa della guerra di Troia
ZHMUD [1989].
4 Sulla numerologia pitagorica si veda ora
65 MAZZARINO [19902] in, p. 431.
Pagina 22
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)di autorappresentarsi come nume redivivo, non poteva agire all’interno
di un contesto privo di tensioni, anzi la natura unica ed esclusiva finiva
evidentemente per alimentare non pochi contrasti dovuti a una
concorrenza, necessariamente “spietata” e aliena da qualsiasi soluzione
compromissoria. L'operazione di presentarsi come Eaco o Euforbo
redivivo mirava evidentemente a una prerogativa talmente eccezionale
proprio perché, a differenza dei modelli genealogici, essa non poteva
prevedere quella dimensione “longitudinale” che consentiva a più figure
storiche di rivendicare nello stesso momento uno stesso ascendente
mitico”.
Il proclama epimenideo di essere stato il primo a chiamarsi Eaco‘?
trova evidentemente una ragione in un contesto storico in cui, prima e/o
contemporaneamente a Epimenide, viva era l’aspirazione a voler
riprodurre su un piano storico l’esperienza del mitico re di Egina. E in
un contesto dominato da aspirazioni discriminanti e conflittuali vanno
inquadrate, a nostro avviso, le tradizioni che parlano delle “prove”
fornite dai “sapienti” per poter dimostrare di essere la reincarnazione di
mitiche figure.
Se nel caso di Eaco non disponiamo di alcuna documentazione che
possa restituirci i soggetti e/o gli ambienti che operarono in una forma
contraria a Epimenide, tale possibilità si offre nel caso di Euforbo.
Si raccontava, infatti, che Pitagora aveva dimostrato di essere
stato Euforbo troiano riconoscendo nel tempio di Era ad Argo lo scudo
appartenuto all’eroe troiano e lì deposto come offerta da Menelao, ma
la pretesa unicità e insindacabilità di tale tradizione sono smentite da
un’altra versione, riportata proprio da Eraclide Pontico all’interno del
frammento diogeniano sulle vite precedenti di Pitagora, secondo cui a
riconoscere lo scudo di Euforbo e, pertanto, ad accreditarsi la fama di
‘essere stato” l’eroe troiano sarebbe stato Ermotimo di Clazomene; il
riconoscimento sarebbe avvenuto non ad Argo ma nel tempio di Apollo
5 PyiuIPPSON [1936] p. 292.
Drog. LAERT. 1 114.
$ Diop. x 6, 2; OvIn. met. xv 163 sgg.; Schol. in Hom. Il. p 28 Erbse. Secondo
altri (PAUS. Il 17, 3; PoRPH. VP. 27; IAMBL. VP. 63) il fatto sarebbe avvenuto nel tempio di Era nei pressi di Micene. Cfr. BURKERT [1972 a] p. 140, nota 109.
Pagina 23
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)a Didima e lo stesso Ermotimo, evidentemente fondando sulla sua
capacità di rinascere in quanto Euforbo, avrebbe fornito all’ambiente
templare di Didima l’aition giustificante la presenza di un tale reperto:
di ritorno da Troia Menelao l’avrebbe offerto ad Apollo”.
Si registrano, pertanto, due tradizioni che, pur centrate sullo stesso
tema (il riconoscimento dello scudo di Euforbo), si differenziano per
soggetti (Pitagora vs. Ermotimo) e luoghi di ambientazione (Argo vs.
Mileto). La differenza temporale che divide Ermotimo da Pitagora”, la
più direttamente alla figura di Euforbo”?.
® HeracuD. PoNT. fr. 89, 11-15 Wehrli (= Dioc. LAERT. vm 4). Dato il carattere del frammento incentrato essenzialmente sulla figura di Pitagora, è evidente che
Eraclide, dovendo scegliere, sceglie: non fu Pitagora a riconoscere lo scudo di Euforbo, bensì Ermotimo e l’episodio avvenne nei pressi di Mileto e non in Grecia.
Cfr., per l’episodio del riconoscimento dello scudo, MAZZARINO [19902] I, p. 430.
7° L'assenza di termini ricavabili dalla tradizione di Ermotimo ostacola ogni
tentativo di cronologia. Aristotele lo vuole vissuto prima di Anassagora (metaph. A
984b15) e dalla ricostruzione eraclidea all’interno della tradizione delle vite
precedenti di Pitagora si evince che egli visse ben prima dello stesso filosofo samio
(HERACLID. PONT. fr. 89, 11-15 Wehrli = DIoG. LAERT. VIN 4). Se si accetta, come fa
il Mazzarino ([1990°] m1, p. 431), l’esistenza del cubo psicogonico (6°) alla base della
ricostruzione eraclidea e di quella presente in pseudo Giamblico (dove perd non si
cita Ermotimo) avremmo rispettivamente che Ermotimo sarebbe fiorito nel 970 a.C. o
nato nell’836 a.C.
71 La tradizione ricorda per lo più Ermotimo come “sciamano” capace di separare l’anima dal corpo, ma una testimonianza aristotelica (HERMOT. fr. 58 Lanza =
ARIST. metaph. À 984b15) lascia intravedere la possibilità che il clazomenio credesse
nella metempsicosi allorché si dice che egli riconosceva l’esistenza del nous in tutti
gli esseri animati e nella natura.
72 La tradizione argiva non riesce a sottrarsi all’impressione di voler essere,
necessariamente alternativa a quella milesia (lo scudo di Euforbo ucvedremo,
come
ciso e spogliato da Menelao dove poteva trovarsi se non nel tempio della dea
prediletta dall’atride?). Ugualmente la tradizione attribuita a Ermotimo non sfugge
Gi
condivisione della credenza nella dottrina della metempsicosi” e la
rispettiva tendenza a presentarsi quale Euforbo redivivo non riescono ad
adombrare il carattere alternativo delle due tradizioni. Facilior e
razionalizzante appare la versione argivo-pitagorica fondata sul
rapporto ben attestato fra Eera, Argo e Menelao, di cui l’offerta dello
scudo sancisce il vincolo stretto, mentre quella milesio-ermotimea rivela
probabilmente l’esistenza di una tradizione locale autonoma interessata
Pagina 24
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Un rapporto fra Euforbo, da un lato, e l’ambiente milesio, precisamente quello raccolto intorno al culto mantico dell’ Apollo Didimeo,
dall’altro, si coglie direttamente in un frammento di un giambo callimacheo in cui si presenta Talete mentre nel Didimeion disegna a terra
con un bastoncino la figura «scoperta da Euforbo il frigio che primo fra
gli uomini disegnò i triangoli equilateri e scaleni, costruì il cerchio e
insegnò ad astenersi dalle carni degli esseri viventi...»?.
Euforbo il frigio è qui presentato come un pròtos euretés e un
maestro quantunque, al di là della sua provenienza frigia, nessun altro
elemento venga offerto; viene solo affermato che Talete applicava sue
scoperte all’interno del tempio di Apollo Didimeo. Diodoro Siculo, che
evidentemente è colpito come i moderni dalla straordinaria coincidenza
degli insegnamenti e delle scoperte del frigio Euforbo con quelli
attribuiti a Pitagora e che evidentemente è a conoscenza della tradizione
che lega il filosofo samio a Euforbo, non ha dubbî nell’identificare il
mitico frigio cui fa riferimento Callimaco con Pitagora”.
Leggendo gli stessi versi callimachei, Diogene Laerzio più tardi
non avrebbe eluso il problema cronologico posto dalla presenza di
Talete che, notoriamente, visse prima di Pitagora: questi, secondo il
all’impressione di voler rappresentare un forzato tentativo di conciliare la tradizione
idaico-frigia di Euforbo con quella omerica: sospetti sono tanto il rapporto fra Apollo
e Menelao quanto la tappa a Mileto di quest’ultimo. La storia di Menelao e della deviazione del suo viaggio a Mileto evidentemente servì per creare un collegamento con
la tradizione omerica dove si racconta la spoliazione del cadavere di Euforbo a opera
dell’atride (//. p 60).
CALL. fr. 191, 56-61 Pfeiffer: vod£e0p” 6 pd EüpopBos, Boris véporwv /
mpiyova koi oxaknvà npôros Éyponye / koi kbkkov Érhace khbidaËe vnotetetv /
tv éprveovrov. Cfr. ARDIZZONI [1965] pp. 257-67.
74 I versi callimachei relativi a Euforbo, che sono riportati testualmente da
Diodoro, vengono introdotti da quest’ultimo con l’esplicito riconoscimento secondo
cui Callimaco eîre repì Mvdaybpov...év oîg Aéyer $t1...È chiaro, quindi, che per lo
storico di Agirio l’uso del nome Euforbo è solamente metonimico rispetto a Pitagora
e che non esisteva una tradizione autonoma pre-pitagorica che attribuisse quelle “scoperte” e insegnamenti a un “frigio Euforbo”. Diodoro, in ogni caso, volutamente
ignora un dato che evidentemente rischiava di compromettere la sua interpretazione:
la presenza nei versi callimachei di Talete che, notoriamente vissuto prima di
Pitagora, è esplicitamente presentato quale conoscitore di alcuni insegnamenti di
Euforbo.
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)biografo degli antichi filosofi, avrebbe sviluppato al massimo le scoperte del frigio Euforbo (oôtos npotyayev Eri miefotov & not
KaAAMipayog év toîg IduBog EbpopBov edpetv tòv péya)”.
Una tendenza a leggere i versi callimachei attraverso la tradizione
di Pitagora/Euforbo e a negare perciò l’esistenza di una tradizione
autonoma (milesia) centrata per contro su un rapporto fra Euforbo e
Talete prescindente da Pitagora è ancora presente fra i moderni”, ma se
si considera la dipendenza di Callimaco, per quel giambo, da fonti
milesie nettamente orientate a esaltare Talete e a recuperare in senso
assoluto a un orizzonte apollineo-didimeo tratti della sua leggenda, se
ne conclude che le notizie in esso rifluite si fondano su una tradizione
locale di Mileto che, nell’àmbito circoscritto dal culto apollineo locale,
celebrava Talete come divulgatore della dottrina e delle scoperte a lui
rivelate dal frigio Euforbo”.
Il tempio di Apollo Didimeo, non a caso, conservava quello che
era ritenuto lo scudo di Euforbo la cui iscrizione «Io prima vissi», con
evidente richiamo alla virtù palingenetica del personaggio in questione,
attesta un interesse particolarmente rivolto agli aspetti frigio-idaici, più
che genericamente eroici, di Euforbo.
Mileto, dunque, e precisamente il complesso sacro di Didima, si
presentava come principale centrale del culto e della tradizione di Eu75 prog. LAERT. 1 25. La conclusione a cui giunge Diogene Laerzio non sfugge
alla generale impressione di essere nata da un processo di razionalizzazione che,
mentre si fa carico di rispettare la priorità temporale di Talete su Pitagora, ammette
implicitamente l’esistenza di una tradizione pre-pitagorica di un Euforbo prôtos
euretés, di una figura mitica frigia i cui insegnamenti, se è vero che furono sviluppati
da Pitagora, furono comunque già conosciuti prima di Pitagora e, dato non di
second’ordine, furono conosciuti proprio da Talete che talvolta figura come un
concorrente (precursore) di Pitagora a proposito di alcune scoperte: Diogene Laerzio
(1 24-25) riporta testimonianze contrastanti in relazione alla priorità circa l’iscrizione
nel cerchio del triangolo rettangolo: per Panfila sarebbe stato Talete, mentre per
Apollodoro il logistico sarebbe stato Pitagora.
76 secondo il Maddalena (MADDALENA [19702] p. 27) Callimaco farebbe
intervenire Euforbo per far sì che, contro la cronologia, Pitagora comunque risultasse
precursore di Talete.
" Per Talete divulgatore di tradizioni sacre si vedano le osservazioni in
VERNANT [19843] p. 403.
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)forbo frigio e il viaggio diretto al Didimeion fu la condizione essenziale
perché Ermotimo di Clazomene dimostrasse di essere e fosse riconosciuto novello Euforbo.
AI clazomenio Ermotimo, che una tradizione significativamente
riconosce come milesio”*, l’ambiente apollineo-didimeo accordò quella
“patente euforbica” che evidentemente fu negata al delfico Pitagora se è
vero, come è vero, che un altro luogo e un’altra circostanza dovettero
essere per lui inventati perché si mostrasse a tutti, anche ai Milesî, che
il vero scudo di Euforbo non si trovava al Didimeion e che per primo e
solo Pitagora aveva «innegabilmente» dimostrato di essere Euforbo
frigio.
EUFORBO E MIDA A CROTONE: PALINGENESIA ED ESCLUSIVISMO
SOCIALE
Il rapporto Euforbo-Pitagora da leggersi in termini di palingenesia
pone alcuni problemi, primo fra tutti quello dell’esistenza nel pensiero
pitagorico più antico di una credenza nel ciclico ritorno degli eventi,
esistenza che non si desume dal livello più antico delle testimonianze
relative alla trasmigrazione delle anime secondo Pitagora; queste, come
è stato notato, presentano una dottrina della metempsicosi intesa come
necessità naturale e priva di ogni carattere morale, tipologicamente
caratterizzata dal percorso di un’anima immortale, di un soggetto metaempirico che si avvale della vita corporea ma non si identifica mai con
essa, che migra attraverso una indeterminata varietà di specie animate”.
Di un ritorno ciclico connesso alla teoria pitagorica della metempsicosi parla esplicitamente solo Porfirio il quale attribuisce a Pitagora
l’idea secondo cui l’anima immortale passa in varî elementi corporei
(GAdvatov eîvai onor Tv yuynv, eîta uetoBéAlovoav sig dida
YÉwn Ebov) e dopo periodi determinati gli esseri viventi rinascono nello
stato in cui erano una volta (xatà repuodove TIVÙG TÀ Yevouevà mote
78 HippoL. ref. 7.
79 VEGETTI [1989] p. 84 sgg.
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)néiv yivetor)". In questa testimonianza palingenesia e metempsÿchosis
non appaiono fenomeni diversi e concorrenziali, ma la prima figura
come uno sviluppo naturale all’interno di un quadro che è determinato
dalle leggi della seconda.
In ogni modo, il carattere tardo di questa testimonianza alimenta
non poco l’incertezza se attribuire al pitagorismo antico un’idea, che
poi sarebbe rifluita e ampiamente sviluppata nello stoicismo®, oppure
considerare la notizia porfiriana il frutto di un’arbitraria retroiezione sul
pitagorismo antico di una credenza tipica del pensiero stoico”.
L'operazione di Pitagora di presentarsi quale Euforbo redivivo
potrebbe a prima vista deporre a favore della prima ipotesi, quantunque
di per sé non confermi il quadro porfiriano della palingenesfa quale
sviluppo necessario e naturale del processo metempsicotico. Per contro
il riferimento a un modello mitico eccezionale (Euforbo, il nume frigio
che muore e puntualmente rinasce) nonché la tradizione che attribuisce
eccezionalmente a Pitagora la capacità di rinascere in unità di corpo e
anima® sembrano configurare una situazione in cui la palingenesfa sia
un destino eccezionale e non naturale.
I Iégoi di Euforbo-Pitagora, capaci di ricostruire un passato diverso da quello ufficialmente ricostruito dalle tradizioni genealogiche,
rappresentavano in termini diversi la stessa realtà presente che ‘fondava” le sue differenziazioni e i suoi privilegî proprio su un uso strumentale del passato.
La notizia di Giamblico che considera la hypé6mnesis delle vite
precedenti come l’atto primario dell’epiméleia che Pitagora riservava
agli altri assume contorni più precisi grazie a una testimonianza di
Eliano, conosciuta dallo stesso Giamblico, in cui si dice che Pitagora
ricordò al crotoniate Millia di essere il frigio Mida, figlio di Gordio
(MvAMav Sè rdv Kpotoviétnv dréuvnoev, Su Misag à Topdiov
éoniv è ©péé)”. Il carattere sintetico nonché isolato della testimonianza
80 PorPH. VP. 19.
81 MAzzARINO [19907] 1, pp. 421-2.
82 Cirysipp, S.V.F. 596, 620, 622, 625, 626.
83 Ps. JAMBL. theol. arithm. p. 52, 8 sgg. De Falco.
84 Agr. VH. n 26. Cfr. IAMBL. VP. 143.
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)non impedisce tuttavia di notare al suo interno alcuni elementi degni di
considerazione e di procedere a un tentativo di adeguata contestualizzazione.
In primo luogo la hypémnesis praticata da Pitagora a Millia non
pare che porti alla descrizione del percorso dell’anima di Millia: Pitagora non riconosce un’anima appartenuta precedentemente a Mida, ma
riconosce nel crotoniate Millia il mitico Mida; il riconoscimento sembra
presupporre non semplicemente la ricostruzione di un processo di
trasmigrazione di un’anima, bensì la presa d’atto di un’avvenuta
palingenesta: nello specifico a Mida si riconosce la capacità di riproporre intatta a distanza di molto tempo la sua unità psico-somatica.
L’‘“investitura” di Millia a novello Mida restituisce probabilmente
un frammento della vita interna del gruppo pitagorico crotoniate e,
precisamente, i momenti che accompagnarono l’iniziazione al circolo
pitagorico crotoniate di uno che si sarebbe rivelato fra i più fedeli
discepoli di Pitagora”.
Ma perché Mida? Quale poté essere il ruolo giocato da questa figura mitica all’interno di un rapporto. così stretto quale fu quello fra
Pitagora e Millia? Poco aiuta l'accettazione dell’immagine vulgata del
re frigio quale modello di aplestia e pleonexia, modello che, come è
stato giustamente affermato, appare e si consolida piuttosto tardi, in
connessione con la mutata valutazione della ricchezza nell’àmbito della
riflessione economica greca sviluppatasi fra V e soprattutto IV secolo
a.C.Ȱ. Viceversa l’opportuna presa in considerazione della tradizione
più antica e collegata più direttamente all’ambiente frigio, e in quanto
tale utilizzabile da Pitagora-Euforbo, ci restituisce l’immagine positiva
di un re devoto del dio di Delfi”, amico e protettore di figure sapienziali
85 L’intimità di Millia con Pitagora emerge già dalla notizia secondo cui egli fu
il discepolo incaricato di compiere sul sepolcro di Pitagorai riti prescrittigli dal maestro stesso (IAMBL. VP. 143). Millia appare inoltre come uno dei discepoli più autorevoli e fedeli di Pitagora: con la moglie Timycha si rifiutò, respingendo la proposta del
tiranno Dionisio di accoglierli come compartecipi della sua tirannide e accettando
tortura e morte, di rivelare al tiranno la ragione del divieto di non mangiare le fave
(NEANTH. FGrHist 84 F 31b = TAMBL. VP. 189-194).
86 ROSCALLA [1996] p. 1288.
#7 HERODOT. 1 14.
Pagina 29
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)(Sileno) con cui discute de rebus naturalibus et antiquis e da cui riceve
una rivelazione essenziale per superare lo stato di ignoranza e
raggiungere la salvezza". Il Mida più antico e più direttamente condotto
alle tradizioni locali frigie appare come un’antichissima figura collegata
al ciclo ctonio e della natura”, figlio di Cibele, un demone ploutodôtes
che, però, se collegato più direttamente allo sfondo “silenico”, appare
come l’iniziato per eccellenza”, il primo uomoa cui è data la possibilità
di conoscere i misteri della vita e dell’ Aldilà. Non si può fare a meno di
notare che nel riconoscere Millia come novello Mida, Pitagora fa
riferimento allo stesso contesto cultural-geografico (la mitica Frigia) a
cui direttamente àncora la sua esperienza di vite precedenti in quanto
novello Euforbo. Crotone 0, meglio, il circolo pitagorico crotoniate
diventa lo scenario in cui si ripropone evidentemente un episodio
proprio della mitologia frigia. In questo senso può ammettersi
all’interno del gruppo pitagorico crotoniate l’utilizzo di modelli mitici
frigio-cibelici a fondamento dell’eccezionalità del gruppo: l’élite
pitagorica si sarebbe così presentata come “rinascita” di una mitica
comunità frigia iniziata ai misteri della vita e della morte sotto la guida
di Euforbo”. Soccorre in certo senso quest’ipotesi l’episodio di
Zalmoxis che offrì il privilegio della non-morte solo ai primi cittadini
che aveva invitato a banchetto e ai loro discendenti: l’immortalità come
® THeopomp. Hisr. FGrHist 115 e 75c (= AEL. VH. m 18). Cfr. SERV. in Verg.
buc. VI 13.
* ROSCALLA [1996] p. 1290.
°° Una tradizione vuole che Mida ricevette direttamente da Orfeo i suoi misteri:
OviD. met. XI 92-93.
? Se la tradizione ci informa sufficientemente sul fatto che Euforbo era anche
il nome con cui veniva chiamato Pitagora (CALL. fr. 191, 59 Pfeiffer; Diop. x 6, 1;
Hor. carm. 1 28, 10; LUCIAN. dial. mort. 20, 3), viceversa non siamo in grado di dire
con certezza se Mida fosse anche l’alterum nomen con cui veniva chiamato Millia e
se, quindi, la generale dottrina della trasmigrazione delle anime abbia creato in
àmbito pitagorico, specificamente per i suoi adepti, un quadro onomastico parallelo e
alternativo a quello anagrafico. Ha per altro verso evidenziato opportunamente la
possibilità di un rapporto fra nomi fittizî attribuiti dagli stessi ambienti pitagorici a
esponenti eminenti della tradizione e la pratica degli esercizî mnemonici VISCONTI
[1996] pp. 440-1.
Pagina 30
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)destino riservato a pochi eletti”. Altri interessanti elementi si
recuperano dalla tradizione di un’altra figura frigia che la tradizione,
come Zalmoxis, legò a Pitagora come schiavo personale, Esopo, al
quale si attribuiva la straordinaria capacità di ritornare in vita”. La
tradizione, pertanto, sembra registri la ristretta cerchia pitagorica come
composta da uomini straordinarî che, come il maestro, avevano la virtù
palingenetica.
Su un piano propriamente storico, è possibile che il mito di Euforbo iniziatore ai misteri dell’athanasta abbia costituito in àmbito
pitagorico l’aition di una realtà separata ed esclusiva quale il circolo
pitagorico volle essere a Crotone .
Un'operazione del genere ben si iscrive, a nostro avviso, nelle
tendenze elitarie ed esclusiviste che sempre più caratterizzarono
l’associazione pitagorica fino a separarla del tutto dall’aristocrazia
crotoniate dando vita a una nuova comunità che nasceva all’insegna del
® Hrropor. Iv 93-95. Cfr. Dopps [1959] p. 180, nota 4. Opportunamente il
Dodds faceva notare che la tradizione dei Geti athanatizontes (“che si rendono, si
credono immortali”) non va intesa nel senso che questa popolazione trace credesse
nell’immortalità dell’anima, quanto che essi possedevano «la ricetta per scampare
alla morte». La tradizione trace, pertanto, sembra più orientata a credere nella
possibilità di una rinascita, cioè della reiterazione o continuazione di un’esperienza
di vita già passata, in cui corpo e anima fanno un tutt'uno, più che di una
metempsicosi, vale a dire il passaggio continuo di un’anima immortale attraverso
diverse esperienze storiche. Se poi sì pensa che la divinità in cui credono i Geti è
quel Zalmoxis, che una tradizione greco-pitagorica metteva in strettissimo rapporto
con Pitagora, di cui era considerato il servo, diventano più chiari i contorni di un
probabile rapporto fra il pitagorismo e la cultura traco-frigia di cui il riferimento a
Euforbo frigio potrebbe essere un interessante quanto inedito indizio. Per il rapporto
Zalmoxis-Pitagora si veda HARTOG [1978].
9 Mentre la notizia secondo cui un certo Pataikos dichiarava di aver l’anima di
Esopo denuncia alla base un modello “metempsicotico” come criterio di interpretazione generale della vicenda (HERMIPP. fr. 10 Wehrli = PLUT. Sol. 6), un altro blocco
di tradizioni presenta chiaramente il frigio Esopo come dotato della straordinaria
capacità di rinascere riproponendo la stessa unità psico-somatica: avrebbe addirittura
combattuto al fianco dei Greci nella battaglia delle Termopili (PLAT. Com. fr. 70
Kassel-Austin = Schol. in Aristoph. aves 471; SUDA s.v. avapavor, A 1806 Adler;
Prot. CHENN. apud PHOT. bibl. m, cod. 190, 152 B).
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)superamento del precedente ordine politico-sociale-economico e del
riconoscimento del carattere divino di Pitagora”.
Superata un’aristocrazia, se ne creò un’altra. Messi in crisi i tradizionali valori aristocratici fondati sul privilegio genetico, il pitagorismo pare non riuscire a resistere a quell’horror vacui avvertito in una
società che, con la metempsicosi, si disvelò improvvisamente troppo
naturale e “democratica”.
E fu così che alla prerogativa di un’anima immortale estesa da
Pitagora a tutti gli émpsycha fu subito associata la prerogativa, questa
volta eccezionale, della rinascita in corpo e anima, con la conseguente
rappresentazione di una società divisa fra esseri viventi classificabili
come tappe provvisorie di un’anima immortale ed esseri viventi eccezionalmente capaci di mantenere e riproporre un'identità psico-somatica.
La dialettica palingenesta-metempsÿchosis sembra così dimostrare che anche la «rivoluzione pitagorica» non riuscì a impedire che in
una comunità di anime immortali qualcuno fosse più o diversamente
immortale di un altro.
* PorpH. VP. 20; IamBL. VP. 29-30. Al riguardo si veda REDFIELD [1991] p.
112 sgg. Per la ricostruzione degli eventi che accompagnarono l’affermazione di Pitagora e del suo movimento a Crotone secondo la tradizione facente capo all’ala più
tradizionalista e intransigente del movimento pitagorico si veda MELE [1982] p. 36