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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)ABSTRACT: This paper focuses on two authors, who respectively represent music as a
specific discipline and philosophical reflection on music in the Hellenistic Age. The first
part of this article is devoted to the Sectio canonis deriving from the 4th and 3rd century BC
Pythagorean or Academic tradition, although it is erroneously attributed to Euclid; the
second part is about Diogenes of Babylon, a well-known spokesperson of Late Stoicism
who was the maxima auctoritas in the musical field in his school. Diogenes’ position
cannot be explained without taking into account the harsh criticism by Philodemus of
Gadara, the 1st-century Epicurean philosopher who was one of the most important
proponents of the theoretical interests and argumentative methods of the philosophical
tradition against music.
SOMMARIO: In questo articolo tratto di due autori i quali rappresentano rispettivamente la
trattazione della musica come disciplina e la riflessione filosofica sulla musica in età
ellenistica. Si tratta della Sectio canonis, attribuita ad Euclide, ma che proviene in realtà
dalla tradizione pitagorica o accademica di fine del IV o inizio del III secolo a.C.; e di
Diogene di Babilonia, esponente della tarda stagione dello Stoicismo antico e maxima
auctoritas in campo musicale della sua scuola. Le posizioni di Diogene, peraltro, non
possono essere illustrate senza riservare almeno un cenno alle aspre critiche che ad esse
rivolse Filodemo di Gadara, filosofo epicureo del I secolo d.C., rappresentante degli
interessi e dei modi argomentativi della tradizione anti-musicale.
KEYWORDS: Sectio canonis; Diogenes of Babylon; Philodemus of Gadara; Epistemology of
Music; Ethics of Music
LPh, Special Issue, 2018
ISSN 2283-7833
http://lexicon.cnr.it/
Pagina 2
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)I. Se la riflessione sulla musica nasce già nella tradizione poetica arcaica,1 la
musica essa stessa è stata, fra le technai, quella che per prima si è dotata di una
specifica sua letteratura. A Laso di Ermione, poeta e sapiente coevo a
Pindaro, è attribuito un Περὶ μουσικῆς, nel quale era molto probabilmente
esposta la celebre distinzione, divenuta in seguito tradizionale e canonica,
della μουσική in tre elementi: la parola (il λόγος), l’armonia (ἁρμονία), e il
ritmo (ῥυθμός).2 Scritti sulla musica, che purtroppo non ci sono pervenuti, se
non, in rarissimi casi, in forma frammentaria, sono attestati lungo tutto il
corso del V e del IV secolo a.C. Provengono da ambienti di ricerca musicale, e
allora sono il prototipo dei futuri trattati, e dalla letteratura socratica, e in
questo caso devono aver configurato una riflessione di carattere filosofico
sulla musica.3 La musica fu coltivata anche dai Sofisti,4 e in ambienti musicali,
1
Su ciò cf. A. Brancacci, “The Origins of the Reflection on Music in Greek Archaic
Poetry”, Revue de Philosophie Ancienne, 34, 2016, p. 3-35.
2
Su Laso di Ermione è fondamentale G. A. Privitera, Laso di Ermione nella cultura
ateniese e nella tradizione storiografica, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1965. Per la raccolta
delle testimonianze e dei frammenti, già criticamente studiati da Privitera, cf. G. F.
Brussich, Laso di Ermione. Testimonianze e frammenti. Testo, traduzione e commento, Pisa,
ETS, 2000.
3
Per il V secolo va ricordato lo scritto, tradizionalmente indicato con il titolo
Areopagitico, di Damone, che Wilamowitz considerava il più antico documento di prosa
attica. Su di esso, cf. da ultimo A. Brancacci, “Music and Philosophy in Damon of Oa”, in
Ch. Vassallo (ed.), Presocratics and Papyrological Tradition, Proceeding of the International
Workshop held at the University of Trier, 22-24 September 2016, Berlin-Boston, de
Gruyter, 2019 [in corso di stampa]. Per la prima parte del IV secolo basti ricordare il Περὶ
μουσικῆς di Antistene (cf. Diog. Laert., VP, VI, 17), ma scritti Περὶ μουσικῆς sono attestati
anche per altri socratici; per la seconda i numerosissimi scritti sulla musica di Aristosseno,
nonché i μουσικά di Eraclide Pontico menzionati nel catalogo degli scritti conservato da
Diog. Laert., VP, V, 86-88.
4
Per Protagora, cf. A. Brancacci, “Protagora, Damone e la musica”, Quaderni
Urbinati di Cultura Classica, 68, 2001, p. 137-148, ristampato in Id., Musica e filosofia da
Damone a Filodemo. Sette Studi, Firenze, Olschki, 2008, p. 21-33. Fu Ippia di Elide il
sofista che maggiormente si occupò di musica, e a lui va attribuita almeno una trattazione,
presumibilmente concepita nei limiti di una ἐπίδειξις sofistica, Περὶ ῥυθμῶν καὶ ἁρμονιῶν.
G. M. Rispoli, Dal suono all’immagine. Poetiche della voce ed estetica dell’eufonia, PisaRoma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1995, p. 17 n. 21, gli attribuisce anche
un Περὶ γραμμάτων δυνάμεως και συλλαβῶν. Su Crizia musicus, cf. A. Brancacci, “Crizia e la
musica”, in W. Lapini-L. Malusa-L. Mauro (eds.), Gli Antichi e noi: scritti in onore di
Antonio Maria Battegazzore, Genova, Brigati, 2009, T. I, p. 325-335. Importante, sul tema
più generale della mousike, è P. Wilson, “The Sound of Cultural Conflict. Kritias and the
Culture of Mousikê in Athens”, in C. Dougherty-L. Kurke (eds.), The Cultures within
Ancient Greek Culture. Contact, Conflict, Collaboration, Cambridge, Cambridge
University Press, 2003, p. 181-206.
Pagina 3
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)o in ambienti filosofici interessati alla musica, in particolare all’acustica,
furono prodotti scritti sugli strumenti musicali.5 La musica era penetrata
nella letteratura filosofica anche nella sua veste specificamente disciplinare,
dati gli stretti rapporti che i pensatori greci posero tra la filosofia e la musica:
e vi era penetrata per tempo. Con i Pitagorici prima,6 nel suo aspetto
scientifico, con Democrito dopo,7 nel suo aspetto poetico-estetico. Il punto
d’arrivo di questa ampia e complessa tradizione è Platone,8 presso il quale la
musica è presente in tutta la varietà delle sue dimensioni; a partire da
Platone, che ne aveva sottolineato l’aspetto scientifico, ma anche, e
soprattutto, quello etico, e, infine, quello puramente e squisitamente
filosofico, essa riceverà attenzione presso un numero assai elevato di filosofi,
che alla musica dedicarono trattazioni di diverso ambito e carattere. Né va
dimenticato che nell’Antichità esisté anche una tradizione anti-musicale, di
genesi assai precoce, che va da PHibeh 13 De musica (da me attribuito, sia
pure con punto interrogativo, ad Alcidamante)9 a Sesto Empirico, cioè una
5
Cf. il riferimento agli auloi e ad altri strumenti nel Fr. 1 di Archita, riportato da
varie fonti, in particolare da Porph., In Ptolem. Harmon., I, 3 (= Düring 55, 27-58, 4). Cf.
anche [Aristot.], Probl., IX, 23. Secondo Athen., Deipn., IV, 184e (= 47 B 6 DK) sia
Eufranore che Archita scrissero un trattato Περὶ αὐλῶν.
6
Basti ricordare il Περὶ ῥυθμῶν καὶ μέτρων di Filolao (ma di musica si parlava anche
nel suo Περὶ φύσιος: cf. 44 B 6 DK = IV 12 D5, D14 LM) e lo ‘Αρμονικός di Archita. Cf.
C. A. Huffman, Philolaus of Croton, Phythagorean and Presocratic. A Commentary on the
Fragments and Testimonia with interpretative Essays, Cambridge, Cambridge University
Press, 1993, p. 364-380, e, dello stesso Autore, Archytas of Tarentum. Pythagorean,
Philosopher and Mathematician King, Cambridge, Cambridge University Press, 2005, p.
402-482.
7
Nel catalogo degli scritti di Democrito, trasmesso da Diogene Laerzio, un’intera
sezione è dedicata ai μουσικά, cioè agli scritti relativi alla musica e alla poesia: il loro
numero è imponente, ed è stato notato che questa sezione dell’opera democritea
costituisce il vero grande precedente della Poetica di Aristotele. Su di essa, cf. A. Brancacci,
“Democritus’ Mousika”, in Id.-P.-M. Morel (eds.), Democritus: Science, The Arts, and the
Care of the Soul, Leiden-Boston, Brill, 2007, p. 181-205.
8
Su Platone mi limito a citare E. Moutsopoulos, La Musique dans l’oeuvre de Platon,
Paris, Presses Universitaires de France, 19892 (I ed. 1959), A. Brancacci, ‟Musique et
Philosophie en République II-IVˮ, in M. Dixsaut (ed.), Etudes sur la République de Platon,
vol. 1: De la justice, Paris, Vrin, 2005, p. 89-106; M. Schofield, ‟Music all pow’rfulˮ, in M.
L. McPherran (ed.), Plato’s Republic: A Critical Guide, Cambridge, Cambridge University
Press, 2010, p. 229-248, A. Brancacci, “Musica, Mimesis e Paideia nella Repubblica di
Platone”, Giornale critico della filosofia italiana, 89-91, 2010, p. 467-490, F. Pelosi, Plato
on Music, Soul and Body, Cambridge, Cambridge University Press, 2010.
9
Ho proposto l’attribuzione di PHibeh 13 ad Alcidamante, assegnandolo a età
prearistossenica, all’incirca agli anni 390, in A. Brancacci, “Alcidamante e PHibeh 13 De
Pagina 4
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)tradizione che in vario modo, e con argomentazioni diverse, negava le
positive qualità etiche, paideutiche, psicologiche ed estetiche che altri filosofi
attribuivano alla musica. Anche Aristotele dedicò una penetrante trattazione
alla musica,10 e, sulla base dei grandi precedenti di Platone e Aristotele stesso,
nonché di tutta la precedente tradizione sia filosofica sia musicale, non
stupisce che opere sulla musica, o trattazioni della musica, trovarono largo
spazio in età ellenistica. Ciò avvenne nella tradizione accademica, nell’ambito
della quale primeggia il nome di Eraclide Pontico;11 in quella peripatetica,
soprattutto con Aristosseno12 e con Teofrasto;13 più tardi ancora nella
musica. Musica della retorica e retorica della musica”, in Id. et al., Aristoxenica, Menandrea,
Fragmenta philosophica, Firenze, Olschki, 1989, ripubblicato in forma ampliata in Brancacci,
Musica e filosofia da Damone a Filodemo, p. 61-84, con bibliografia. Hanno consentito con
me molti studiosi, tra i quali M. L. West, “Analecta musica II”, Zeitschrift für Papyrologie und
Epigraphik, 92, 1992, p. 1-54, spec. p. 16-23, Id., Ancient Greek Music, Oxford, Clarendon
Press, 1994, p. 247, n. 84. Ora si allinea alla mia datazione anche A. D. Barker, The Science of
Harmonics in Classical Greece, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 69: “In
previous publications I have expressed some scepticism about a fourth-century date, but am
now persuaded that the piece was written in the region of 380 BC”.
10
Su Aristotele mi limito a citare P. Somville, Essai sur la Poétique d’Aristote, Paris,
Vrin, 1975, p. 33-43, G. Romeyer Dherbey, La noble nature de la musique (Aristote,
Politique, VIII 5. 1340 a 18-40), in Id., La parole archaïque, Paris, Presses Universitaires
de France, 1999, p. 323-347, A. Ford, “Catharsis: The Power of Music in Aristotle’s
Politics”, in P. Murray-P. Wilson (eds.), Music and the Muses. The Culture of Mousike in
the Classical Athenian City, Oxford, Oxford University Press, 2004, p. 309-333, F.
Woerther, “Music and the Education of the Soul in Plato and Aristotle: Homeopathy and
the Formation of the Character”, Classical Quarterly, 58, 2008, p. 89-103.
11
Un’intera sezione dell’opera di Eraclide Pontico era dedicata ai μουσικά, e tra
questi era compreso un Περὶ μουσικῆς. Su Eraclide Pontico è da vedere A. D. Barker,
Heraclides and Musical History, in W. W. Fortenbaugh-E. Pender (eds.), Heraclides of
Pontus: Discussion, New Brunswick-London, Transaction Publishers, 2009, p. 273-298.
12
Ad Aristosseno la Suda attribuisce un numero complessivo di 453 scritti; essi
spaziavano dalla musica alla filosofia, alla storia e alla varia erudizione; nell’ambito di
quest’opera imponente, assai rilevante era il numero di scritti dedicati alla musica, dei quali
la tradizione indiretta ci ha conservato molti titoli. Sopravvissuti sono solo, in forma
integra, gli Elementa hamonica, opera che esercitò peraltro un’influenza decisiva e durevole
sulla trattatistica musicale antica, e, in forma frammentaria, gli Elementa rhythmica;
numerosi i frammenti trasmessi. Su Aristosseno mi limito a citare tre libri, molto diversi e
molto lontani nel tempo tra loro: L. Laloy, Aristoxène de Tarente et la musique de
l’Antiquité, Paris, Société française d’imprimerie et de librairie, 1904, ristampato in Id.,
Aristoxène de Tarente et la musique de l’Antiquité, Forni Editore, Bologna, 1977, A. Bélis,
Aristoxène de Tarente et Aristote: le Traité d’Harmonique, Paris, Klinksieck, 1986, A.
Visconti, Aristosseno di Taranto. Biografia e formazione spirituale, Napoli, Luciano
Editore, 1999. Per la dimostrazione che la scienza armonica è costruita da Aristosseno sul
Pagina 5
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)tradizione stoica, con Diogene di Babilonia, e poi con Panezio;14 e, infine, per
menzionare anche la tradizione ostile alla musica, in quella epicurea. Con
Aristosseno nasce la trattatistica musicale, destinata poi ad ampio sviluppo
nel periodo tardo-antico; e dipendente proprio da una trattatistica, per noi
perduta, è la manualistica musicale, la quale si esprime anch’essa nel periodo
imperiale e tardo-antico.15
Non essendo pensabile trattare in questo articolo, sia pure
compendiosamente, tutti gli aspetti della riflessione sulla musica in età
ellenistica, presceglierò due autori particolarmente importanti, i quali
manifestano due approcci diversi e paradigmatici alla trattazione della musica
come disciplina in quell’età. Essi rappresentano, peraltro, due fra le più
influenti tradizioni filosofiche all’interno delle quali la musica ricevette
ampio spazio di trattazione in età ellenistica. Si tratta della Sectio canonis,
scritto che in certa misura può considerarsi un remoto e parziale prototipo
della manualistica musicale greca, di provenienza pitagorica o accademica,
modello epistemologico aristotelico, possiede un γένος suo proprio, ἴδιαι ἀρχαί sue proprie,
e riposa su un impianto assiomatico-deduttivo, cf. A. Brancacci, “Aristosseno e lo statuto
epistemologico della scienza armonica”, in G. Giannantoni-M. Vegetti (eds.), La scienza
ellenistica, Atti delle tre giornate di studio tenutesi a Pavia dal 14 al 16 aprile 1982, Napoli,
Bibliopolis, 1984, p. 151-181, ora in Brancacci, Musica e filosofia da Damone a Filodemo,
p. 101-124. Ampia trattazione degli Elementa harmonica in Barker, The Science of
Harmonics in Classical Greece, p. 113-259.
13
Teofrasto, il cui catalogo degli scritti è conservato da Diog. Laert., VP, V, 42-50, il
quale attesta che la sua amplissima opera comprendeva 232.808 linee, fu autore di
numerosi scritti musicali: Περὶ μουσικῆς in tre libri, ‘Αρμονικά in un libro, Περὶ τῶν
μουσικῶν in un libro. Particolarmente esteso e importante è, di Teofrasto, il Fr. 715
FHS&G, trasmesso da Porph., In Ptolem. Harmon., 1, 3, p. 61, 16-65, 15 Düring. Su
questo frammento cf. A. D. Barker, Greek Musical Writings, 2 voll., II: Harmonic and
Acoustic Theory, Cambridge, Cambridge University Press, 1989, p. 110-118. Ma altri
frammenti sono sopravvissuti, raccolti in W. W. Fortenbaugh et al., Theophrastus of
Eresus. Sources for his Life, Writings, Thought and Influence, 2 voll., Leiden-New YorkKöln, 1992, Part Two, p. 560-583.
14
I frammenti di contenuto musicale di Panezio si possono leggere in F. Alesse (ed.),
Panezio di Rodi. Testimonianze. Edizione, traduzione e commento, Napoli, Bibliopolis,
1997, p. 77-79 e 301-304. Per il più ampio dei frammenti citati da Porfirio, cf. Barker,
Greek Musical Writings, II, p. 237-239.
15
La manualistica musicale greca è rappresentata dai manuali di Cleonide e Nicomaco
di Gerasa, dagli Excerpta Nichomachi, dai manuali di Bacchio il Vecchio, Gaudenzio e Alipio,
nonché dagli Excerpta Neapolitana, editi criticamente da K. von Jan, Musici Scriptores Graeci,
Lipsiae, In aedibus Teubneri, 1895. Questi manuali, preceduti dalla Sectio canonis
pseudoeuclidea, sono stati tradotti in italiano, con introduzioni e commenti, da L.
Zanoncelli, La manualistica musicale greca, Milano, Guerini e Associati, 1990.
Pagina 6
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)collocabile tra il tardo IV secolo e l’inizio del III secolo a.C.; e di Diogene di
Babilonia, esponente di spicco della tarda stagione dello Stoicismo antico, e
massima auctoritas in campo musicale della sua scuola, da collocare nel III-II
secolo a.C. Vedremo, peraltro, come le posizioni di Diogene non possano
essere illustrate senza riservare almeno un cenno alle aspre critiche che a esse
rivolse Filodemo di Gadara, filosofo epicureo del I secolo d.C.,
rappresentante di spicco degli interessi e dei modi argomentativi della
tradizione anti-musicale.
II. La Sectio canonis (trasmessa in greco nei mss. insieme con l’Introduzione
all’armonica di Cleonide) è stata a lungo attribuita a Euclide, il grande
matematico greco, sulla base del fatto che i più importanti mss. recano questa
attribuzione; in altri mss. essa compare però come scritto anonimo, e in altri
ancora è attribuita a Cleonide stesso, tardo e importante esponente della
manualistica greca. Porfirio, nel suo commento agli Harmonica di Tolemeo,
ne cita i primi sedici capitoli, privi dell’introduzione, per spiegare le posizioni
pitagoriche nel calcolo degli intervalli, attribuendoli a Euclide. Ma da tempo
è stato notato che l’intera seconda parte dello scritto è fondata su un
paralogismo, che mostra come il suo autore non avesse dimestichezza con la
logica, e rende quindi l’attribuzione al grande matematico greco
improponibile.16 L’operetta si compone di due parti ben distinte ma
intimamente raccordate tra loro: i primi nove capitoli trattano delle
proprietà generali che gli intervalli traggono dai rapporti in cui sono espressi,
mentre i capitoli dal decimo al ventesimo definiscono i rapporti e la
composizione degli intervalli musicali. Le proposizioni 10-15 determinano il
rapporto dei principali intervalli e la loro composizione; le proposizioni 1618 dimostrano la non divisibilità in parti uguali del tono e del semitono,
mentre le proposizioni 19-20 illustrano il procedimento della divisione del
canone. L’operetta non può essere considerata un trattato di elementi di
teoria musicale, perché si limita a trattare un argomento specifico, neppure
completamente esaurito, ma è un documento di singolare importanza di una
linea teorica della musicologia antica il cui fine è dimostrare l’inseparabilità,
di matrice pitagorica, della musica dalla matematica. Gli studiosi moderni
ipotizzano una provenienza diversa per questa opera. Luisa Zanoncelli pensa
16
Ibid., p. 35 e p. 68. Ma si vedano già P. Tannery, “Inauthenticité de la ‘Division du
canon’ attribué à Euclide”, Compte rendus des séances de l’année 1904 de l’Académie des
Inscriptions et Belles Lettres, 48, 1904, p. 439-445 e H. Menge, Euclidis Phaenomena et
scripta musica edidit Henricus Menge, Leipzig, Teubner, 1916, p. XXXVII-XL.
Pagina 7
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)che essa sia stata scritta tra la fine del IV e l’inizio del III secolo da un filosofo
accademico.17 André Barbera la assegna invece alla tradizione pitagorica,
ritenendo che essa sia stata composta “a time after the turn of the fourth
century B.C.”;18 egli ha mostrato, più precisamente, come questo scritto
abbia viaggiato attraverso i secoli, partendo da una più breve raccolta di
proposizioni improntate all’aritmetica pitagorica fino ad assumere
proporzioni sempre più ampie, accogliendo una serie di nove corollari alle
prime nove proposizioni, nonché i finali capitoli relativi alla divisione del
monocordo.19 A Barbera è nota la traduzione italiana della Zanoncelli, che
cita, ma ne ha una conoscenza molto incompleta.20 Sfortunatamente, egli
non conosce l’ipotesi della studiosa italiana circa una provenienza
accademica della Sectio canonis, e non si è quindi confrontato con essa. È da
notare, peraltro, che tale provenienza sarebbe compatibile anche con il
contenuto pitagorico dello scritto. La questione è probabilmente destinata a
rimanere insoluta, ma in questo scritto terrò conto di tale problema, nel
tentativo di guadagnare ulteriori elementi di giudizio sulla questione.
La Sectio canonis presenta un proemio, o introduzione, che è parte
integrante del trattato,21 e la sola che qui interessi. Essa rivela una certa
17
Zanoncelli, La manualistica musicale greca, p. 31-36. Già Tannery attribuiva
l’intera Sectio canonis (che considerava composta, nella sua versione originale, di diciotto
capitoli, essendo gli ultimi due seriori) al IV secolo a.C., posizione accolta da B. L. van der
Waerden, “Die Harmonielehre der Pythagoreer”, Hermes, 78, 1943, p. 163-199.
18
A. Barbera (ed.), The Euclidean division of the Canon. Greek and Latin Sources,
Lincoln and London, University of Nebraska Press, 1991, p. 23, e p. 52-54 per la matrice
pitagorica dello scritto.
19
A. Barbera, “Placing Sectio Canonis in Historical and Philosophical Contexts”,
Journal of Music Theory, 28, 1984, p. 191-224.
20
Ne è prova quanto Barbera scrive: “Luisa Zanoncelli, in her Italian translation,
provided an even-handed survey of positions regarding the authorship of the Division
without firmly deciding in favour of Euclid or against him as author” (The Euclidean
division of the Canon, p. 22). Al contrario, dopo aver esaminato a lungo il problema,
Zanoncelli esclude recisamente la paternità euclidea dello scritto: “Nessun matematico,
pur di medio valore, sarebbe incorso in una così grave caduta, e qui noi abbiamo perciò
l’elemento decisivo per affermare che il manuale non risale a Euclide. Conforta questo
giudizio anche l’assenza di interesse per il problema teorico delle grandezze irrazionali”
(Zanoncelli, La manualistica musicale greca, p. 35).
21
Il fatto che Porfirio non citi l’introduzione insieme con i sedici capitoli della Sectio
canonis che egli cita nel suo commento agli Harmonica di Tolemeo, ma la citi, quasi per
intero, in un altro luogo del suo trattato, non è ovviamente una prova contro
l’appartenenza dell’introduzione alla Sectio canonis: significa solo che egli la cita nel luogo
Pagina 8
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)affinità con l’acustica di tradizione aristotelica nell’iniziale nesso posto tra
suono e movimento; tuttavia, a partire da questa premessa di carattere
schiettamente sensibile essa procede poi in altra e ben diversa direzione, e
mostra una chiara impronta di matrice pitagorica nel parallelismo posto tra
intervalli musicali e numeri.22 Tale introduzione è anche un documento
della riflessione filosofica sulla musica, o, meglio, ce ne conserva un riflesso;
è inoltre un documento dell’aspirazione della musica stessa a trovare una
compiuta sistemazione d’ordine teorico, aspirazione che trovava in Platone,
in particolare nel Timeo, un sicuro punto di riferimento. Particolarmente
interessanti, da questo punto di vista, sono il contenuto e la struttura
teorica del proemio, che conviene leggere direttamente:
[1] In caso di quiete e di assenza di moto si ha silenzio (σιωπή); se c’è silenzio e non si
danno corpi in movimento, non si ha percezione uditiva; per poter udire qualcosa, è
dunque necessario che si siano prima verificati urto e moto (πληγὴν καὶ κίνησιν). [2]
Ne discende: poiché ogni suono (οἱ φθόγγοι) è causato da un urto e questo è
impossibile se non preceduto da un moto, e poiché i moti possono essere di maggiore
o minore frequenza (πυκνότεροι […] ἀραιότεροι) e ai primi si debbono i suoni più
acuti, ai secondi i più gravi, saranno necessariamente più acuti i suoni risultanti da
moti di maggiore entità e frequenza, più gravi gli altri. [3] I suoni crescenti si
possono quindi riportare al giusto grado abbassandoli mediante una sottrazione di
moto, quelli calanti alzandoli mediante una addizione di moto. E dato che si
riconducono al loro giusto grado per addizione o sottrazione, si deve affermare che i
suoni sono composti di parti (ἐκ μορίων). [4] Ma tutte le cose che si compongono di
parti si dice che sono in reciproco rapporto numerico (ἀριθμοῦ λόγῳ) e perciò
necessariamente diremo che anche i suoni stanno in reciproco rapporto numerico (ἐν
ἀριθμοῦ λόγῳ λέγεσθαι πρὸς ἀλλήλους). [5] I rapporti numerici possono essere multipli
(ἐν πολλαπλασίῳ), superparticolari (ἐν ἐπιμορίῳ) o superparzienti (ἐν ἐπιμερεῖ), per cui
anche i suoni necessariamente si diranno trovarsi in questi rapporti; di questi
numeri, i molteplici e i superparticolari definiscono il reciproco rapporto fra i loro
termini con un nome solo (ἑνὶ ὀνόματι). [6] Sappiamo che i suoni si distinguono in
consonanti (συμφώνους) e dissonanti (διαφώνους), e che i consonanti, dall’unione di
due, producono un unico senso di fusione (μίαν κρᾶσιν τὴν ἐξ ἀμφοῖν ποιοῦντας)
mentre i dissonanti no. [7] Stando così le cose, è giusto che i suoni consonanti,
producendo un unico senso di fusione del suono dall’unione di due, rientrino nei
in cui la citazione stessa cade opportuna. Cf. Barker, The Science of Harmonics in Classical
Greece, p. 368-369.
22
Th. J. Mathiesen, Apollo’s Lyre. Greek Music and Music Theory in Antiquity and
the Middle Ages, Lincoln-London, University of Nebraska Press, 1999, p. 346-347.
Pagina 9
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)numeri che designano con un unico nome il rapporto fra i loro termini, cioè multipli
o superparticolari.23
Il registro su cui si svolge la trattazione sviluppata nel proemio è duplice: il
primo è d’ordine musicale, o meglio musicale-matematico, il secondo, che
resta per lo più implicito, d’ordine filosofico. Nell’ambito del primo, il punto
di partenza è schiettamente sensibile: la relazione posta tra percussione,
movimento e suono, da un lato, e la correlazione tra vibrazioni più
ravvicinate e suoni più acuti, vibrazioni meno ravvicinate e suoni più gravi,
dall’altro, sono tratte dalla viva esperienza dell’accordatura degli strumenti a
corda. In un orizzonte empirico-sensibile, ma razionalmente determinato, si
situa la dimostrazione della natura quantitativa del suono, e più precisamente
il nesso posto tra suoni molteplici e quantità, che si osserva come uno dei
primi passi teorici mossi nel proemio. Essa richiama il Parmenide di Platone,
dove, nell’ambito della seconda ipotesi, si osservava che “gli altri dall’uno,
essendo appunto diversi e non diverso, sono più di uno, perché se fossero
diverso sarebbero uno, mentre, essendo diversi, sono più di uno, e devono
avere quantità” (trad. Cambiano).24 La dimostrazione della natura
quantitativa del suono permette poi l’immediato aggancio alla matematica,
posto che tale natura poggia sul dato sperimentabile che il variare del suono
in altezza, acuta o grave, è il risultato di operazioni di addizione e sottrazione.
Ora tali operazioni consentono, a loro volta, di dimostrare che il suono è
composto di ‘parti’: ma poiché tutte le cose composte di parti stanno tra di
loro in un rapporto numerico, ne consegue la possibilità di determinare la
natura del suono per mezzo di rapporti numerici. È dunque possibile
dimostrare, proprio partendo da una descrizione fisico-sensibile del suono, la
necessità di superarla, determinando il suono stesso sulla base di strumenti
concettuali matematici. A questo punto la classificazione dei suoni (φθόγγοι)
diventa una conseguenza della diversa determinazione dei rapporti numerici,
talché come questi ultimi possono essere multipli, superparticolari e
superparzienti, così anche i suoni si troveranno in questi stessi rapporti. In
questo contesto è importante l’osservazione che, nell’ambito dei numeri, i
molteplici e i superparticolari godono del privilegio di definirsi sulla base di
un unico nome. Il sottinteso implicito di tale osservazione pare essere il fatto
che l’unicità del nome conferma la razionalità del rapporto numerico stesso.
23
[Euclid.], Sectio canonis, p. 148, 3-149, 24 Jan (= p. 114-116 Barbera), trad.
Zanoncelli. La numerazione, puramente convenzionale, che ho introdotto nel testo mira a
rilevare i principali passi argomentativi del proemio.
Plat., Parm., 153a 2-4.
Pagina 10
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Si giunge così alla conclusiva, e più importante, definizione, quella tra
intervalli consonanti e intervalli dissonanti, la cui definizione discende da un
duplice ordine di considerazioni. La prima è d’ordine fisico-acustico, dunque
d’ordine sensibile: sono consonanti gli intervalli in cui i due suoni, unendosi,
producono un unico senso di fusione; sono dissonanti quelli che, unendosi,
non producono tale senso di fusione. Nello stesso tempo, concorre alla
definizione degli intervalli consonanti anche l’osservazione per cui, proprio
per questa ragione, essi rientrano nei numeri che designano con un unico
nome il rapporto fra i loro termini, cioè multipli o superparticolari.25 In
questa osservazione, il punto di vista sensibile e quello razionale-matematico,
il diritto concesso all’udito di percepire o meno un intimo senso di fusione
tra due suoni, tale da produrre o meno l’unità, si incontra con il punto di
vista razionale, ed è presentato come la giustificazione della denominazione
retta, cioè dell’appropriatezza definitorio-razionale.26
Tutto il proemio delinea così un percorso che parte dal silenzio,
considerato come il primum, in quanto rappresenta lo stato di quiete e di
assenza di movimento, per arrivare al suono, che è il vero punto di partenza
della trattazione, e il cuore dell’intera operetta, e determinare poi il suono
stesso, fenomeno fisico, udibile e percepibile, prodotto da un urto e dal
movimento, in termini matematici. Tuttavia, come dimostra la definizione
degli intervalli consonanti e dissonanti, il punto di vista matematico non è
riassuntivo e ultimo, e la sfera della sensibilità non è eliminata: piuttosto, la
dialettica tra quest’ultima e la sfera definitorio-matematica continua. Del
resto, tutta la serie delle successive dimostrazioni si basa, insieme, sul
postulato matematizzante che le consonanze possono essere espresse
unicamente da rapporti multipli e superparticolari, e, d’altra parte, sulla
premessa che è l’udito a giudicare se è stato o no prodotto un unico senso di
fusione dei suoni. È noto che tutta l’opera dei primi Accademici è
improntata al principio di apportare una βοήθεια al pensiero di Platone
sanandone difficoltà o insufficienze: qui evidente è il tentativo di attenuare il
distacco platonico fra intelligenza razionale pura e conoscenza sensibile, e
nello stesso tempo di sviluppare l’interesse per il mondo sensibile manifestato
25
Sulla questione dell’ἓν ὄνομα è fondamentale l’interpretazione di L. Laloy, “Un
passage d’Euclide mal interprété”, Revue de philologie, de littérature et d’histoire ancienne,
24, 1900, p. 236-241, il quale identificò tali rapporti con quelli che possono essere indicati
appunto con un nome singolo, quali διπλάσιος, τριπλάσιος, ἡμιόλιος, ἐπίτριτος, etc.
Su questa introduzione cf. Barbera, The Euclidean Division of the Canon, p. 48-58.
Pagina 11
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)dal tardo Platone, nel Teeteto e nel Timeo, e nella stessa dialettica divisoria del
Sofista e del Politico, vertente su realtà sensibili.
In addizione a questo movimento, che va dal silenzio al suono e poi alla
sua determinazione matematica, ce n’è poi un altro più profondo, quello che
va dal molteplice, rappresentato dall’innumerevole varietà di urti, moti e
suoni, all’unità, che emerge dalla definizione dell’intervallo consonante come
quello che realizza una μία κρᾶσις τῆς φωνῆς. È evidente in questa definizione
dell’intervallo consonante il punto d’arrivo del percorso teorico tratteggiato
nel proemio: silenzio, percussione, moto, suono, suoni molteplici, intervalli,
intervallo dissonante e intervallo consonante. In quest’ultimo il molteplice
genera l’unità. È legittimo vedere in questo percorso una trasposizione in
chiave musicale della struttura della realtà disegnata dal Platone delle
dottrine non scritte e dai filosofi Accademici: una struttura complessa che
dal mondo sensibile, passando attraverso diversi gradi ontologici, giunge fino
all’Uno.27 Si noti che nella parte finale dell’introduzione, chiarito che i suoni
consonanti producono un unico senso di fusione dall’unione di due suoni, si
precisa che è giusto che gli intervalli consonanti rientrino nei numeri che
designano con un unico nome (ἐν ἑνὶ ὀνόματι) il rapporto fra i loro termini, e
sono questi i rapporti numerici multipli o superparticolari. Questa
definizione non permette di considerare consonante l’intervallo di un’ottava
più una quarta, che invece era normalmente considerato una consonanza
dalla teoria musicale. Malgrado questo limite, ciò significherà che gli
intervalli (riportati a numeri) consonanti sono così chiamati per via della
corrispondenza che si dà tra la definizione di intervallo consonante,
realizzante l’unità sonora (μία κρᾶσις), e l’unità della denominazione
linguistica (ἐν ἑνὶ ὀνόματι). Ancora una volta ritorna, in chiusura, e ciò non
può essere casuale, un riferimento al concetto di uno.
Occorre a questo punto porre in rapporto tale introduzione con
l’importante trattazione svolta nel settimo libro della Repubblica intorno alla
scienza dell’armonia. Platone svolge qui un complesso ragionamento
polemico rivolto sia verso le scuole musicali empiriste, colpevoli di arrestarsi
al dato della sensazione, sia contro gli stessi Pitagorici, i quali cercano di
ridurre a rapporti numerici gli intervalli consonanti, i quali restano pur
sempre quelli uditi dall’orecchio. Anch’essi non si elevano a porre problemi, e
a indagare quali numeri (non quali intervalli) siano consonanti, e quali no, e
27
Basti pensare a quanto risulta da Aristot., Metaph., A, 6, 987b 14-32, dove tale
dottrina è riferita espressamente a Platone.
Pagina 12
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)quale ne sia la ragione in entrambi i casi.28 Ora, l’impostazione teorica seguita
nel proemio della Sectio canonis è proprio quella che Platone in questo passo
caratterizza come propria dei Pitagorici: essa ripropone in effetti la
metodologia di riportare il sensibile alla concettualizzazione del numero e del
rapporto numerico. Nello stesso tempo il proemio offre risposta alla richiesta
platonica di determinare quali siano i ξύμφωνοι ἀριθμοί: i ‘numeri consonanti’
sono i numeri multipli e superparticolari, cioè i numeri che denominano con
un solo nome il rapporto fra i loro termini. Tutto ciò conferma la tesi di
Barbera circa la matrice pitagorica della Sectio canonis, anche se ancora non
contraddice all’ipotesi che tale matrice abbia trovato il suo terreno di coltura
in casa accademica. Alla luce delle osservazioni fin qui fatte, e degli altri
elementi di giudizio guadagnati da altri studiosi, la conclusione più sensata da
trarre è che ci troviamo di fronte a un documento di matrice pitagorica che
riflette contaminazioni e scambi reciproci fra le due tradizioni. Direi inoltre
che la Sectio canonis offre una risposta all’interrogativo sollevato da Platone:
malgrado il paralogismo inerente alla proposizione 11, che investe poi altre
proposizioni successive, tutto il lavoro svolto a partire dalla proposizione 10
per definire i rapporti e la composizione degli intervalli musicali può essere
definito come vòlto a determinare, mediante la posizione di problemi, quali
numeri sono consonanti e quali no.
III. L’interesse per le qualità etiche della musica e per il suo ruolo
nell’educazione è presente, dopo Platone, anche in Aristotele, che ne mise in
luce, con analisi e concetti altamente originali, anche la potenza d’azione
sull’animo umano nell’ambito delle sue innovative teorie estetiche.29 Nel
Peripato tale interesse fu raccolto soprattutto da Eraclide Pontico, che dedicò
opere specifiche alla musica, considerata in una grande varietà di aspetti,
tecnico, storico, erudito-antiquario, e non è del tutto assente neppure in
Aristosseno,30 il quale pure aveva dedicato la sua attenzione principalmente
all’aspetto teorico ed epistemologico della musica. In età ellenistica, è
Diogene di Babilonia il filosofo che si è occupato con maggiore intensità di
musica: non solo egli scrisse un trattato su di essa, ma sviluppò al più alto
28
Plat., Resp., VII, 530d-531c. Su questa sezione è fondamentale I. Mueller,
“Ascending to problems: Astronomy and Harmonics in Republic VII , in J. P. Anton
(ed.), Science and the Sciences in Plato, Delmar (New York), Caravan Books, 1997 (I ed.
1980), p. 103-121.
29
Cf. Aristot., Pol., VIII, 5, 1340a 18-39.
Cf. Aristox., El. harm., II, 31.
Pagina 13
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)grado il nesso tra musica e filosofia, tenendo presente, per la sua
valorizzazione in senso etico dell’arte dei suoni, tutta la tradizione
precedente: primi tra tutti, Damone, Eraclide Pontico, Cameleonte, e molto
probabilmente anche i Pitagorici. Diogene attinge peraltro anche a Platone,
nonché all’Accademia antica, talché la sua posizione in ambito musicale
illustra bene l’insorgere di quella tendenza dello Stoicismo a guardare anche a
Platone e a recuperarne concetti, tendenza per la quale, già prima dello
Stoicismo medio di Panezio e Posidonio, si è parlato per Diogene di una Stoa
πλατωνίζουσα. La nostra maggiore, anche se non unica, fonte di informazione
sul trattato di Diogene è costituita dall’epicureo Filodemo, il quale nel suo
Περὶ μουσικῆς rivolge un’aspra polemica contro il suo predecessore, ma non
solo contro lui, bensì contro tutta la precedente linea di filosofi i quali
avevano riservato un posto eminente alla musica nella παιδεία e teorizzato il
suo influsso sull’animo umano.
Proprio da Filodemo ricaviamo che nel suo Περὶ μουσικῆς Diogene
metteva in luce innanzitutto la funzione e l’importanza della musica
nell’ambito del culto e in quello dell’educazione, per poi procedere a trattare
della sua utilità in una serie di sfere ed esperienze particolari, alcune delle
quali tradizionalmente connesse ai due ambiti trattati per primi. Sappiamo
del resto che l’idea che determinati temi e modi musicali avessero il potere di
educare al coraggio, o infondere ardore in guerra, oppure di stimolare stati
d’animo composti e pacifici, erano molto diffusi nell’Antichità: ne aveva
parlato già Platone,31 e una diffusa trattazione al riguardo è presente nel De
musica pseudo-plutarcheo, che risale certo a fonti più antiche. La
confutazione di siffatta teoria da parte di Filodemo si rivolge nell’ordine agli
encomi, agli imenei, agli epitalami, alla funzione della musica nella passione
amorosa, ai lamenti funebri e infine all’eccitazione che la melodia (μέλος) può
provocare nelle azioni belliche e nelle gare atletiche. La sua confutazione
partiva dal principio che la musica non produce alcun effetto sull’anima;
ammesso pure che tale influsso sull’anima esista effettivamente, esso non è
provocato dalla musica, bensì dalle parole che ad essa si accompagnano,
oppure da circostanze concomitanti. Filodemo, peraltro, non considerava
rilevanti o degne di fede le testimonianze che Diogene traeva dai poeti per
provare le sue tesi: in linea generale, egli dissociava la musica dalla filosofia, e
negava la derivazione divina della musica, sottoponendo a una ironica critica
antichi miti e leggende.32 Diogene aveva anche elaborato una complessa
31
32
Cf. Plat., Resp., III, 399a-b.
Philod., De musica, IV, coll. 56-140.
Pagina 14
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)teoria riguardante le danze, considerate in stretta connessione con la musica,
come peraltro prima di lui aveva fatto Damone, nel quale il nesso e il
parallelismo tra determinati tipi di danze e determinati valori, o disvalori, è
esplicitamente affermato:33 ed è noto il lungo sviluppo che Platone offre su
questo tema nelle Leggi.34 In particolare, Diogene distingueva tra danza
tragica, danza comica e danza satirica, e ne distingueva i caratteri:
quest’ultima, la cosiddetta danza iporchematica, era a sua volta parzialmente
connessa anche alla danza comica, mentre la danza tragica era divisa in due
sottospecie, una di carattere bellico (πολεμικὸν εἶδος), l’altra di carattere
pacifico (εἰρενικὸν εἶδος), corrispondenti rispettivamente alla pirrica
(πυρρική) e alla ἐμμέλεια. Questa complessa sistemazione di un patrimonio
culturale immenso, differenziato e variegato nelle sue manifestazioni,
differenziato anche per caratteri estetici, psicologici ed etici, manifesta una
capacità di comprensione storica di elevato livello, la volontà e la capacità di
affrontare la comprensione di fenomeni culturali complessi e di diversa
provenienza sulla base di categorie storico-estetiche chiare e razionali. Echi e
tracce di questa suddivisione sono presenti, peraltro, in varie testimonianze
disseminate lungo il corso dell’Antichità, ed è verosimile che essa si sia
sviluppata con il contributo e l’apporto di vari filosofi, lungo una linea che,
prima di giungere a Diogene, va da Damone a Platone e giunge anche a
Eraclide Pontico e Cameleonte. La critica di Filodemo è pungente, ma
povera, in quanto omette completamente il confronto con questo grandioso
sforzo di comprensione e sistemazione storica. Senza tener alcun conto delle
varie distinzioni fatte da Diogene, egli liquida la questione affermando che, se
si separano le danze e la musica dal dramma e dalle azioni sceniche cui esse si
accompagnano, non si registra alcun effetto peggiorativo nell’effetto
complessivo: il che, a suo parere, dimostrerebbe che non vi è alcun elemento,
veicolato dalla musica, che porti alla bellezza e alla nobiltà. Ma in questo
modo parrebbe negata l’appartenenza stessa della musica alle arti belle, il che
è difficile sostenere, non solo rispetto al pensiero di Diogene di Babilonia, ma
rispetto all’intera tradizione ellenica delle arti.
È bene precisare a questo proposito che la posizione di Diogene
nell’ammettere un influsso della musica sul carattere umano non era certo di
tipo irrazionalistico, ma poggiava su un interesse propriamente
epistemologico. Anche Diogene, infatti, poneva alla base della ricezione della
musica la sensazione. Per spiegare la complessità del giudizio sulla musica, e
33
34
Cf. Athen., Deipn., 628c (= 37 B 6 DK = C 1 Wallace).
Cf. Plat., Leg., VIII, 814a-816d.
Pagina 15
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)gli effetti etico-estetici della musica stessa, egli recuperava una distinzione che
prima di lui era stata elaborata da Speusippo, il quale aveva distinto la
sensazione in due tipi: la sensazione innata (αὐτοφυής) e la sensazione
scientifica (ἐπιστημονική).35 Speusippo aveva teorizzato quest’ultima per
spiegare il particolare sapere, di tipo tecnico-scientifico, proprio del
musicista, ad esempio del provetto esecutore di uno strumento musicale, la
cui particolare abilità, fondata su un’attività esercitata e consapevole, getta un
ponte tra sensazione e ragione.36 La distinzione stessa appare in lui concepita
sul modello della τέχνη, cioè di un’attività fondata sull’esercizio
dell’esperienza sensibile, modificata però dalla compresenza della ragione.
Diogene sostiene a sua volta che alcuni oggetti richiedono la semplice
sensazione innata, di cui tutti disponiamo, altri richiedono una sensazione
educabile ed educata.37 La αὐτοφυὴς αἴσθησις è radicata strutturalmente negli
uomini in quanto esseri viventi ed è lo strumento per mezzo del quale
entriamo in contatto con il mondo esterno, cogliendone le qualità primarie
che ineriscono all’oggetto, quali il caldo e il freddo: essa è per sua natura
ἄλογος e non è prerogativa del genere umano, ma appartiene a tutti gli esseri
senzienti. È la struttura stessa del mondo che richiede, invece, la presenza
nell’uomo di un altro tipo di sensazione, deputata a cogliere quanto nel
mondo è dotato di una interna armonia, perché fondato su un sistema di
proporzioni che ne determinano il κάλλος (SVF III 287; 392; 471; 472; 592),
la ὑγίεια (SVF I 132; III 278; 471; 472), quella συμμετρία mancando la quale
vengono meno le condizioni stesse dell’esistenza. L’uomo è l’unico tra gli
esseri viventi a cogliere, in modo approssimativo e del tutto empirico, questo
particolare genere di qualità, governato da una razionalità interna, e quindi
necessitante di una sensibilità maturata nella pratica costante di un esercizio
governato dai dettami della τέχνη. In particolare, la ἐπιστημονικὴ αἶσθησις ci
permette di cogliere ciò che è armonico e armonizzato (ἡρμοσμένον) e di
35
Cf. Sext. Emp., M, VII, 145-146 (= Speus. Fr. 34 Isnardi Parente). Si veda anche lo
studio di John Dillon (anche per l’ulteriore bibliografia al riguardo) in questo fascicolo
monografico.
36
M. Isnardi Parente (ed.), Speusippo. Frammenti. Edizione, traduzione e commento,
Napoli, Bibliopolis, 1980, p. 243-244: “Speusippo ha insomma individuato un tipo di
conoscenza sensibile soggetta a determinate regole tecniche di natura razionale, quindi
partecipante […] della ragione, conoscenza ch’è il limite di razionalità raggiungibile
nell’ambito della sensazione; e ha indicato a modello di essa, contrapponendola a un tipo
di sensazione spontanea e non tecnica, l’esercizio di una attività tecnica quale il tocco
ordinato secondo regole precise della cetra da parte delle dita del suonatore”.
Cf. Philod., De musica, IV, col. 34, p. 51 Delattre.
Pagina 16
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)distinguerlo da ciò che è disarmonico e disarmonizzato (ἀνάρμοστον). Questi
concetti erano stati posti anche da Platone come costitutivi del campo della
musica, in particolare dell’armonia,38 e su di essi aveva costruito una
complessa teoria del μέλος Aristosseno, senza però chiarire se essi implicassero
l’esistenza di una funzione gnoseologica specifica che ad essi presiedesse. Per
Diogene, questo genere particolare di sensazione non è patrimonio comune
di tutti, può essere modificata positivamente dal costante esercizio, si
sviluppa in modo particolare in coloro che conoscono a fondo le regole delle
τέχναι e le praticano con assiduità: ad essa spetta di giudicare ad esempio se
una melodia è αὐστηρά o λιγυρά, e “il giudizio che emette è essenzialmente un
giudizio di convenienza, una valutazione etica sulle qualità intrinseche di
un’armonia e la sua rispondenza a determinati stati d’animo”.39
Per Diogene esisteva, inoltre, anche un’altra (ἑτέρα) sensazione, non
provvista di una denominazione specifica, la quale si unisce e si accompagna
alla ἐπιστημονικὴ αἶσθησις, per mezzo della quale percepiamo il piacere
(ἡδονή) e il dolore che derivano dalle sensazioni, piacere e dolore che non
sono gli stessi per tutti gli individui, ma variano da individuo a individuo:
accompagnandosi per lo più alla ἐπιστημονικὴ αἶσθησις, essa è commisurata al
grado di affinamento di quest’ultima e quindi all’esercizio cui questa è stata
sottoposta e al suo grado di prossimità alla ragione. È evidente che con questa
triplice distinzione Diogene poteva ancorare la musica alla sensazione, ma
poi conferire gradualmente ai concetti musicali, e al giudizio sulla musica o
alla sensazione di piacere che la musica provoca, un grado più elevato di
razionalità, accostandola al λόγος. A questo proposito giova ricordare che già
Aristosseno aveva insistito sul fatto che la percezione (αἴσθησις), pur essendo
alla base della scienza armonica, e della musica in generale, da sola non basta
affatto a spiegare la musica stessa, e in particolare a distinguere le diverse
funzioni dei suoni: tale distinzione, e inoltre, più in generale, la
‘comprensione della musica’ (ξύνεσις τῆς μουσικῆς), richiedono l’intervento
della memoria (μνήμη) e infine della ragione (διάνοια).40 La teoria di Diogene
era, in un certo senso, ancora più elaborata, proprio perché ancorata alla sola
αἴσθησις. Essa permetteva di far corrispondere alla pura ricezione del suono,
38
Cf. Plat., Resp., III, 400d 1-4. Si vada su questo punto Brancacci, “Musica, Mimesis
e Paideia”, p. 48-91.
39
G. M. Rispoli, “La ‘sensazione scientifica’”, Cronache Ercolanesi, 13, 1983, p. 91101: 94, con bibliografia. Su questa dottrina cf. anche D. Delattre, “Speusippe, Diogène de
Babylone et Philodème”, Cronache Ercolanesi, 23, 1993, p. 67-86.
Cf. Aristox., El. harm., II, 33.
Pagina 17
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)all’influsso della musica sull’uomo, e infine al giudizio critico su di essa, tre
diverse specie di sensazione, di crescente rigore, sempre più esercitate ed
educate, e sempre più vicine allo stadio della ragione: teoria non facile o
scontata da sostenersi, ma ardita e innovativa, e di grande interesse teorico.
Sul piano gnoseologico, essa mirava ad articolare tra loro sensazione e
ragione; sul piano della filosofia della musica, offriva invece un fondamento
razionale alle considerazioni di Diogene stesso circa la funzione etica della
musica e il ruolo che egli le assegnava nella παιδεία.
Filodemo ribatte a questa tesi che la sensazione e le affezioni (πάθη) che
ne derivano sono uguali per tutti: ne segue che le sensazioni di piacere o
dispiacere devono essere considerate identiche per tutti coloro che le
provano, e la varietà di giudizi tra gli uomini si spiegano unicamente in
termini di opinione. Per Filodemo il piacere non è eterogeneo rispetto alla
sensazione, e qualunque valutazione di tipo morale o estetico non è
pertinente rispetto alla sensazione stessa: né la sensazione di piacere è più
soggettiva e articolata di altre sensazioni, e anzi l’udito è meno soggetto di
altri sensi a differenze tra individuo e individuo.41
Diogene, naturalmente, era consapevole che qualità e disposizioni quali
coraggio, viltà, amore, odio, collera, sono passioni, dunque fatti irrazionali.
Sostenere che la musica è in grado di suscitarle, placarle, influenzarle, avrebbe
potuto significare, in teoria, riportare la musica nell’ambito irrazionale, e
quindi escluderla dall’educazione. Ma egli si sottraeva a questo esito, da un
lato, con la sua teoria della sensazione scientifica, dall’altro, con un’altra
teoria che gli era propria, in virtù della quale era attribuita alla musica τι
κινητικόν, una funzione che le appartiene per natura (φύσει) e che le permette
di agire non solo sul corpo (come il puro suono considerato in quanto tale),
ma anche sull’anima, spingendo l’uomo all’azione.42 È stato giustamente
notato che quando Diogene attribuisce alla musica τι κινητικόν, egli non fa
che introdurre un concetto che, in sé, è pienamente compatibile con la
tradizione stoica, la quale considerava il suono, in quanto fenomeno fisico,
come movimento, in linea con una tradizione antica, aristotelica e
aristossenica, ripresa poi nel De musica pseudoplutarcheo.43 Dove Diogene
innovava era nel considerare la musica non solo τι κινοῦν ma anche τι
κινητικόν, e questo, pare di comprendere dal lacunoso testo filodemeo che ci
41
Philod., De musica, IV, coll. 115-116, p. 208-213 Delattre.
Philod. De musica IV, col. 41, p. 66 Delattre.
43
Cf. G. M. Rispoli, “Il primo libro del περὶ μουσικῆς di Filodemo”, in F. Sbordone
(ed.), Ricerche sui papiri ercolanesi, Napoli, Giannini, 1969, p. 25-286, spec. p. 197.
Pagina 18
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)informa al riguardo, perché l’esperienza delle reazioni prodotte da
determinate musiche mostrerebbe che esse presentano delle somiglianze o
delle analogie con le azioni poi prodotte, in un continuum che va dai
movimenti delle melodie stesse ai movimenti messi in gioco nelle azioni.44
Anche in questo caso è possibile trovare dei precedenti alla teoria di Diogene.
Damone aveva detto che la musica ha la capacità di προάγειν alle virtù:45
partendo da questo concetto, e sviluppandolo nei termini di una teoria
generale, era possibile giungere al τι κινητικόν di Diogene. A sua volta
Aristotele aveva dichiarato che le somiglianze o analogie (ὁμοιώματα) che la
musica evoca per mezzo del ritmo e del canto sono molto vicine a stati
naturali come la collera e la mitezza, il coraggio e la moderazione, ed
egualmente a tutti gli stati a questi contrari, e, in definitiva, a tutti gli stati del
carattere.46 Aristotele aggiungeva inoltre che l’ascolto di questo tipo di
musiche trasforma (μεταβάλλειν) la nostra anima (ψυχή).47 Diogene
conosceva certamente le analisi aristoteliche sulla musica sviluppate nell’VIII
libro della Politica ed è molto probabile che abbia trovato in esse, in
particolare nei due concetti segnalati, una giustificazione teorica precisa e
autorevole al suo convincimento che φύσει τὸ μέλος κινητικόν τι, καὶ
παραστατικὸν καὶ πρὸς τὰς πράξεις ὄν.48
Può essere interessante ricordare come Filodemo negherà anche questo
assunto, riportando la causa dei presunti influssi della musica a fatti
strettamente fisici del tutto estranei ad essa.49 Egli inoltre si contrapporrà
all’interessante tesi diogeniana, secondo cui non solo le anime, ma anche i
corpi sono suscettibili di essere incitati all’azione, sostenendo che l’elemento
motore in questi casi non è la musica, come voleva Diogene, ma il piacere, o
godimento, l’ἡδονή.50 Possiamo concedere che il suo razionalismo empirista
lo abbia condotto a mettere in luce i punti critici delle concezioni introdotte
da Diogene, come anche da altri suoi predecessori, ma non è sicuro che, così
44
Su ciò, cf. A. Barker, “Diogenes of Babylon and Hellenistic Musical Theory”, in C.
Auvray-Assayas-D. Delattre (eds.), Cicéron et Philodème. La polémique en philosophie,
Paris, Editions Rue d’Ulm, 2001, p. 353-370, spec. p. 363-365.
45
Cf. Philod., De musica, IV, col. 22, p. 36 Delattre (= 37 B 3 DK = B 10 Wallace).
46
Aristot., Polit., VIII, 5, 1340a 18-22.
47
Aristot., Polit., VIII, 5, 1340a 23.
48
Philod., De musica, IV, col. 41, p. 66, 18-20 Delattre.
49
Philod., De musica, IV, col. 121, p. 224-226 Delattre.
50
Su questo punto cf. M. Isnardi Parente (ed.), Stoici antichi, 2 voll., Torino, UTET,
1989, Ι, p. 617, n. 55, H. Koller, Die Mimesis in der Antike. Nachahmung, Darstellung,
Ausdruck, Bern, Francke, 1954, p. 153.
Pagina 19
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)argomentando, egli abbia colto la novità dei problemi che Diogene si era
posto riguardo alla musica, né lo sforzo di giustificazione teorica che aveva
prodotto, né la sua creatività filosofica. Indubbiamente per lui, epicureo, la
capacità della musica poteva solo risiedere nelle sensazioni e nelle affezioni
che essa produce, non certo nelle ripercussioni etiche che essa sarebbe capace
di produrre sulla ragione. E, tuttavia, Filodemo non ha evitato, almeno in
alcuni casi, il partito preso.51 Un esempio è dato dal fatto che, parlando dei
canti femminili, Filodemo fa notare che la musica può addirittura eccitare
all’intemperanza e alla licenza.52 In questo modo il filosofo epicureo non
evita la contraddizione con sé stesso, perché, se si nega che la musica possegga
la capacità di produrre effetti sull’animo umano, è evidente che essa non
potrà produrre alcun effetto: né positivo, né negativo. Questa è una chiara
prova del fatto che la posizione di Filodemo non è strettamente sensualistica
ed empiristica, anche se lo è certamente in linea di principio, ma è anche
percorsa da un pregiudizio nettamente ostile alla musica.
51
Ciò sarebbe del resto un controeffetto abbastanza scontato dei fini che si
proponeva Filodemo nel polemizzare con uno scolarca della Stoa vissuto un secolo prima
di lui, fini che D. Delattre, Philodème de Gadara. Sur la musique Livre IV, Paris, Les Belles
Lettres, 2007, Tome II, p. 110-112, ha bene individuati.
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