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1481
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IL PITAGORISMO E LE POPOLAZIONI ANELLENICHE D’ITALIA
Auronso Mete |
1) — Nel discorso di Pitagora ai veaviexo. di Crotone si legge una difesa
di principio della rardzta, in relazione alla quale si pone il problema del rapporto
col barbaro
!. L'educazione è il frutto di una scelta individuale; è la condizione
dell'attività politica ed è l’unico fondamento della distinzione tra uomo e fiera,
elleni e barbari, liberi e servi, filosofi e gente comune. La sua acquisizione è così
importante che, mentre nella corsa in una unica olimpiade sette corridori di una
stessa città ottennero i primi sette posti, nel campo della copia solo sette fino
all’età di Pitagora avevano ottenuto la fama di saggi, mentre nell'età dello stesso
Pitagora uno solo eccelle su tutti per puhocopía.
Abbreviazioni supplementari:
H. Berve
Il
E. Bignone
H, Berve, Die Tyrannts bei den Griechen, Il, München 1967.
E. Bignone, L'Aristotele perduto e la formazione filosofica di Epicuro,
Firenze 1936.
L. Braccesi
L. Braccesi, Grecità Adriatiea?, Bologna 1977.
W. Burkert
W. Burkert, Lore and Science in Ancient Pythagoreanism, Cambridge,
C. De Simone
C. De Simone, ‘L'aspetto linguistico, in Lapis Satricanus, Archaeo-
Massachusetts 1972,
logische Studien van het Nederlands Instituut te Rome, Scripta Mi.
nora V, 1980.
IN } ANNALI
ARCHutaLa Er
A
G. Garbarino
= G. Garbarino, Rome e la filosofia greca delle origini alla fine del II se-
E. Lepore, 1968
= E. Lepore, * Napoli Greco-Romana ', La vita politica e sociale, in Storia
E. Prontera
= F. Prontera, * Gli ultimi Pitagorici ', in Dial
Ar IX-X 1976-77.
M, Sordi
= M. Sordi, I rapporti romano-ceriti e l'origine della civitas sine sufcolo a.C., II, Torino 1973,
di Napoli, 1, Napoli 1968.
ce
STARS
ANT
fragio, Roma 1960,
Da questo volume gli Annali potranno avere una sezione tematica che, senza la
pretesa di proporre volumi monografici, consentirà di scandagliare in profondità,
tutte le volte che si verifichi una convergenza di interessi fra gli studiosi, un tema
di particolare rilevanza o attualità,
M. Timpanaro Cardini = M. Timpanaro Cardini,
1
Pitagorici
Testimonianze e framprenti, Firenze, 1958 ss,
P. Wuilleumier
=
P, Wuilleumier, Tarente, Paris
E. T. Salmon
=
E. T. Salmen, Samnium und the Samnites, Cambridge 1967,
1 Jam. VP, 44,
Pagina 2
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Questo discorso ai giovani di Crotone ha alle spalle una tradizione abbastanda
ritorno ciclico del passato, universale parentela tra gli esseri animati. Il segno
evidente di passaggio ad una altra fonte si ha solo con VP 20, quando, citato
ricordato
solida: prima che in Giamblico, il discorso in questione è infatti one
perché i
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come
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Antistene? e da Dicearco?. Il tema della
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sottolinea
Mudayopexal ámepáceis di Aristosseno *, dal momento chedeciquesti
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come sia proprio dei veavigust esercita
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per poi, come ävôges,
e atleta, tra copoi
di una contrapposizione tra filosofo e gente comune, tra filosofo
*. D'altro canto
Pontico
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e gu.scogia torna come propria di Pitagor
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generica
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l'import
tico e crotoniate che queste realtà evidenziano.
dei
La setta pitagorica, infatti, si organizzò a Crotone 2 partire dal comunismo
proil
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beni*, nel quale si esalta la funzione dei modal 7. impose alla comunit
ziotate &vbces *
prio medo di governo * e venne travolta dalla strage degli iyepon
l'opposizione
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e in un generale sovvertimento
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crotonia
sette
dei
tradizioni olimpiche di Crotone e al famoso exploit
63
esplicitamente Nicomaco, si torna a parlare dell'arrivo di Pitagora in Italia, del.
o della sua parola, dei discepoli conquistati e della creazione della Megale
micio.
e.
u L'incertezza sul reale contenuto dell'insegnamento esoterico del Maestro è
indizio di fonte piuttosto antica, e, d'altro canto, tutto l'insieme delle notizie, che
seguono la menzione dei discorsi agli uomini e alle donne di Crotone, relative agli
allievi ed allieve conquistate e al contenuto dell'insegnamento, ER logica ¢
coerente illustrazione della notizia sui discorsi. Non ingiustificata, quindi, la conme>r
clusione di quanti, differenziandosi dal Wehrli, estendono la citazione di Diccarco
a tutto il complesso di Porfirio VP 18-20”.
Così stando le cose la tradizione sui molti re e dinasti del vicino paese barbaro, divenuti allievi di Pitagora, si rivela tradizione della massima importanza ¢
per vari aspetti. Essa si collega, per cominciare, a un filone di notizie, che,
in
quarto teso a sottolineare in Pitagora l'incarnazione del Bisc nsaxzızdc e pe
l’attività politica, ma, nello stesso tempo, non totalmente favorevole al Blosolo né
troppo vincolato alla immagine canonica, che Speusippo, Senocrate,
dello stadio".
stessa olimpiade guadagnarono i primi sette posti nella corsa
rno di una traall'inte
colloca
si
dunque,
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che
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e che riprende,
sec.
V
del
fine
e Antistene socratico almeno alla
risale con
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Eraclide,
stosseno ne davano *, per ciò appunto si rivela per noi del massimo valore.
Ari-
| La testimonianza di Dicearco conferma inoltre la tradizione confluita in Giamblico nel discorso ai giovani di Crotone, dal momento che, se in quel caso l’annuncio di un'apertura al mondo barbarico ricorre in uno dei discorsi crotoniati,
Ve ne è, quindi, a sufficienza
comunque, tratti tipici del pitagorismo crotoniate.verso
il mondo delle popolazioni
apertura
una
di
l’inizio
ltimo
per riferire a quest'u
in Dicearco la constatazione di tale apertura torna in un contesto che serve ad
illuminare gli effetti di quei discorsi crotoniati, Ma soprattutto la tradizione raccolta da Dicearco è della massima importanza per chiarire circostanze e forme di
anelleniche dell’Italia.
2) — A questa conclusione aderiva probabilmente già Dicearco. A lui esplicitamente risale Porfirio (VP 18), quando accenna all’arrivo di Pitagora a Crotone
tale apertura pitagorica verso il mondo indigeno. Tre sono a questo proposito gli
elementi di rilievo. Innanzi tutto la cronologia de! fenomeno, che per Dicearco
Nel proe all'impressione suscitata dal filosofo sull'insieme della cittadinanza *.
come per Giamblico, immediatamente si connette all'attività di Pitagora in Cio
filosofo a Crotone, tra cui ci furono anche donne, come la famosa
del VI o, al più tardi, al principio del V secolo, In secondo luogo l’area interessata
conquistati dal
sieguo del racconto (VP 19) Porfirio accenna ai molti discepoli Teanò,
e quindi
tone: un fenomeno, quindi, da collocare, quanto agli inizi, tra gli ultimi decenni
val Buvésras.
ai mehhois and fig CUVEYYUS Barfépou ywonc Bacrhelgo tee alla
difficoltà di
dal fenomeno, che per Dicearco & il vicino paese barbarico. Come vedremo meglio
Segue l'accenno al contenuto del suo insegnamento esoteric
in seguito, la tradizione pitagorica sottolinea contatti con una serie di popolazioni
italiche, che sono Tirreni, Sunniti, Lucani, Dauni, Peucetii, Messapii; tra queste
popolazioni una posizione privilegiata rispetto al territorio di Crotone posseggono
a, metempsicosi,
ricostruirlo con completezza € precisione: immortalità dell'anim
2 Seb, Od. 1, 1, p. 10, 6 Dindorf.
i Lucani: se ne deve dedurre che a questa popolazione in primo luogo pensasse
Dicearco nel passo in questione. Ci sono, infine, i dati relativi alla qualité e pro:
3 Fr, 33 W.
+ Fr, 35 W.
fondità del rapporto. Esso interessa le comunità indigene nelle figure dei loro
s Frr. 87:88 W.
“Tim, fr, 13 Jac,
20.
1 Jam., VP, 72, Cfr. Vatro in Aug., de ord., 11, VP,
254, 255,
8 Trog-Justin,, XX, 4, 14; D.L., VITI, 3; Jam,
9 Aristox., fr. 18 W,
W Polyb,, Il, 39, 2.
it Strabo, VI, 1, 12, p. 262,
2 Dienearch., fr. 33 W. = Porph., VP, 18.
A
fases e 5uváczaz, cioè nelle loro uristocrazie, In altri termini il rapporto col
mondo indigeno € perfettamente simmetrico al rapporto che Pitagora istaura colle
comunita greche:
anche in questo caso, infatti, ad essere reclutati sono elementi
Pagina 3
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)ix civ by rois GEudpac. xal mais cûciaus aeceyóvicw *. Sul versante ellenico
questo fenomeno, unendosi all'altro del reclutamento individuale, fu si che gli adepti
costituiscano solo un pirzzòv pisos Tg módems, che per suo conto vive obx és
sete aroïis Weowy ob5" iruenberuact *: onde un distacco di abitudini e costumi
di vita tra la comunità nel suo insieme e gli aderenti alla setta. Una situazione
analoga occorre ipotizzare anche sul versante italico del fenomeno, una volta che
le basi del reclutamento si sono dimostrare identiche. In altri termini la presenza
pitagorica in ambito indigeno va concepita, per il momento, come fenomeno individuale ed elitario, la cui sussistenza non può immediatamente essere dedotta dalla
generalità degli ¿Dea ed imendeipaza documentati nelle comunità di apparte
nenza; e questo anche nel caso in cui si tratti di abitudini abbondantemente
Ekkelos ” oppure Ekellos *; e poi Oresandros e Kerambos ”. Altre fonti ci parlano
di Aresas®, che è probabilmente da identificare con l'Oresandros di Giamblico *.
64
ellenizzare.
65
Cerano poi, nel catalogo delle donne pitagoriche in Giamblico *, una o due pitagoriche lucane imparentate con i succitati Okkelos ed Ekkelos
*. Si tratta, come si
vede a prima vista, di nomi non propriamente greci e che proprio perciò non
vengono recepiti in maniera univoca nella stessa tradizione antica.
Ma c'è di più. Ad alcuni di questi nomi si collega una storia ed una storia
che assegna loro un ruolo di primo piano nel movimento pitagorico. È il caso di
Ocello, intorno al cui nome e prestigio si sviluppa tutta una letteratura apocrifa,
che tende a farne l'ispiratore di Archita, di Platone e dello stesso Aristotele, su
temi essenziali come la regalità, la giustizia, la legge, la pietà, l'eternità de! mondo
e il quinto elemento”. Si tratta, come si è detto, di apocrifi che da un lato
presuppongono la fama di Ocello, senza la quale tutta la costruzione non avrebbe
3) — La conclusione prima raggiunta, di una precoce ¢ durevole penetrazione
del messaggio pitagorico in area lucana, trova conferma in tutta una serie di notizie.
Esiste una vera e propria situazione di privilegio, a questo riguardo, per i Lucani.
Messapii e Peucetii si rapportano a Pitagora in quanto ethre da cui provengono
discepoli ”; i Dauni vengono indirettamente evocati nell'episodio dell'orsa daunia
avuto fondamento, e dall'altro presuppongono una tradizione autonoma rispetto a
quella confluita in Giamblico, se è vero che nessun accenno vi si ritrova a fratelli
o sorelle dello stesso Ocello Y. Coerente col ruolo che si intende attribuire a Ocello
in questa letreratura è la cronologia che gli viene attribuita, in particolare nella
lettera apocrifa di Archita a Platone *, dove Archita è presentato come colui che,
ammansita da Pitagora "; i Sanniti sono rappresentati unicamente da Gaio Pontio,
penetrato nel cuore montuoso della Lucania, ha ottenuto dagli Exyever di Ocello
entrano in rapporto con lui attraverso Numa; i Tirreni, infine, quando non sono
gli scritti di lui. Ocello, cioè, viene posto alcune generazioni prima di Archita ed,
in particolare, accostato a quei supestiti dell'eccidio pitagorico, che, dispersi ed
amico di Archita ; i Romani, quando non sono anonimi discepoli di Pitagora”,
indirettamente evocati dalla tradizione sul Pitagora tirreno * o da quella sul serpente
eliminato dal filosofo in Tirrenia Y, si riducono al solo Nausithoo *, un etrusco dal
nome totalmente greco.
Per i Lucani la situazione è ben diversa. Vi sono discepoli Lucani di Pitagora *;
vi sono Lucani in rapporto con Filolao”; vi sono personalità lucane, uomini e
donne, citate per nome e con nomi tipicamente italici*. Tra i pitagorici elencati
nel Catalogo di Giamblico appaiono Okkelos ed Okkilos, che in altre fonti è
-
isolati, lasciarono ai propri discendenti i proprì Yropwipere ”: in altri termini
viene considerato tra i pitagorici attivi negli annì intorno alla metà del V sec. a.C.
2 Stob., Ed., 111, 9, 31 14; cfr. Jam., VP, 267 (p. 146, 20 Deubner).
3 Syrian., în Metaph., p. 175, 7 Kroll.
3 Jam. VP. 267 (p. 145, 11 s. Deubner).
® Plur, Mor., 583 A-B; Jam., VP, 266.
# Cir. la correzione di ‘Orésavôsss in “Agéravbpes del Nauck, accettata anche dal
Deubner (p. 145, 11).
2 fam., VP, 267 (p. 146, 19-20 Deubner).
2 Il passo è corrotto. Opinione generale è che vi si parlasse di due sorelle, Okkelo ed
1 Jam, VP, 254.
Ekkelo, lucane imparentate con Okkelos e Okkilos: in questo modo tornerebbe anche il conto
delle donne pitagoriche che dovrebbero essere 17. La Timpanaro Cardini preferisce invece
» fam., loc. ct.
M Aristox., fr. 17 W.
# Porph., VP, 23 = Jam., VP. 60 (da Nicomaco).
19 Cic., Cato M,, 41.
2 Aristox., fr. 17 W.
A Theopomp., fr. 72 Jac.; Aristox., fr. 11 a W.; Neanth,, fr. 29 Jue; Plur, Q Come,
727 be. Cfr. n. 224.
2 Aristor., fr, 191 R! = Apoll, HM 6 Cfr, Jam., VP, 142,
23 Jam, VP, 127 (da Aristosseno: cfr. Aristosseno, fr, 58 D 7 DK = 33 D 7 Timpanuro
Cardini); Jam., VP, 267 (p. 146, 14 Deubner),
4 Aristox,, fr, 17 W,
done così la sorella (unica) di Okelos ed Ekkelos. Si avrebbe il vantag
di regolarizzare
gio
il
testo: il quale, ai regola, fa seguire al nome della pitagorica un'unica qualificazione (il nome
del padre o marito o fratello o semplicemente l'etnico di provenienza) e non due, come avverrebbe mantenendo la lezione BuvSdxov; e che, quando cita un parente delle stesse, lo qualifica
sempre attraverso un etnico, cosa che nel caso di Buvôdxou non avverrebbe. In questo modo,
tuttavia, le pitagoriche non sarebbero più 17 ma 16. Vedi per tutto ciò l'apparato critico del
Deubner ad loc, e il commento della Timpanaro Cardini, fase. TI, p, 386 ss. e fasc, TIL, p. 44 s,
4 Vedi le testimonianze raccolte sotto Occelus in DK 48 = 22 ‘Timpanaro Cardini
(fasc. II, p. 386 ss.),
3 Timpanaro Cardini, fase, II, p. 386,
25 Plut,, Mor, 583 A.
% D, L., VIII, 80,
% A, von Blumenthal, in Glotta 17, 1929, p. 153 =.
Y Porph., VP, 57 s. = Jam., VP, 252 s, (da Nicomaco),
Pagina 4
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———
——
Il Pitagorismo e le popolazioni
——
anelleniche
67
te
A questo stesso livello cronologico si collocano quei Lucani che accolgono
Filolao, secondo questa tradizione scampato insieme 3 Liside all'incendio del
sinedrio *.
la tradizione su Ocello sottolinea il rapporto Ocello-Archita ”, né la stessa insistenza
con cui le fonti di IV e III secolo a.C. richiamavano le vicende del pitagorismo
lucano. Proprio perciò non sembra fuor di luogo rilevare certi elementi che lasciano
nelle nostre fonti intravedere un'evoluzione del rapporto dei Lucani col pi-
Ma a questo livello, sopra tutto, si colloca una personalità lucana di grande
rilievo, come dovette essere Aresa. Questi fu il quinto successore di Pitagora nella
direzione della scuola, dopo Aristaios, Mnemarco, Boulagora, Gartyda, e la vicenda
che lo portò a succedere a costoro fu la rivoluzione (democratica) a Crotone.
Salvato ad opera di alcuni ospiti stranieri, egli divenne maestro di Diodoro di
imendeuaza delle rispettive comunità. A questa divaricazione il pitagorismo
pato all'incendio del sinedrio e passato a Tebe ®, dall'incontro con Gorgia da
post-ciloniano aveva cercato di porre riparo attraverso l'appropriazione delle legislazioni locali preesistenti (Caronda, Zaleuco) *, l'apertura sui 7a 6v Ahh
Aspendo” e ricevette, finalmente, notizie di Liside, il pitagorico tarantino scam-
Leontini, reduce dall'Ellade *. Delle due tradizioni, la prima su Aresa Braboyoc
risale da un lato a Timeo e al suo interesse per Diodoro di Aspendo “, dall'altro
ad ambienti accademici interessati a ripercorrere a ritroso le serie dei Braboro:
partendo da Platone *; la seconda, invece, in quanto interessata a collegare Filolao
a Liside risale ad ambienti metapontino-tarantini *, preoccupati di difendere l'autenticita della tradizione che appunto a Filolao faceva capo. È allora molto significativo il fatto che tanto l'una quanto l’altra tradizione concordano nel valorizzare
l'opera di Aresa lucano e nel datarla agli anni a partire dalla metà del V secolo.
In conclusione dato comune a tutte queste tradizioni sui Lucani è la connessione colla crisi di metà V secolo, dalla quale i Lucani escono con una posizione
di particolare prestigio: una posizione inspiegabile se non si ammette un legame
tra Lucani e pitagorismo crotoniate che, avendo raggiunto a metà V una profondità
e normalità tale da permettere una successione di Aresa a Pitagora, doveva affondare le sue radici ben addentro alla storia del movimento nella prima metà dello
stesso secolo. Quanto, dunque, si deduceva dalla tradizione confluita in Dicearco,
trova piena conferma nelle tradizioni esplicitamente connesse ui rapporti tra i
Lucani e il pitagorismo: tradizioni, come ora si disse, accademiche e timaiche,
ma, sopra tutto, aristosseniche, se è nel fr. 17 di Aristosseno che i Lucani appaiono
discepoli di Pitagora accanto ad altre popolazioni italiche; e se al musico tarentino
tagorismo.
Il punto di partenza è evidentemente quello cui allude Dicearco: un rapporto limitato a Busrheïs e Suvás=az, il quale li contrappone agli #n e agli
véuuta ®, la pluralità delle re)treiar ” e dei nomoteti che si caratterizzarono in
quanto Suiverzay imuendelpiaci ce nai Eder, ols xal tv tueivere cole sino
mihere
uan’ Exeiveve Ue ypsveus ixonizaveo ©. Un'esperienza questa nel cui solco
si posero, in particolare, i legislatori regini, approdando a quella rielaborazione della
legislazione di Caronda, su cui poggia la tradizione del Caronda pitagorico
©, ma
anche, dati i collegamenti Regio-Atene *, l'introduzione di elementi soloniani nei
testi attribuiti al Caronda pitagorico* e, parallelamente, di norme risalenti a Caronda nella legislazione di Turi”. L'influenza di questi avvenimenti si sente nella
tradizione su Aresa, ne] momento in cui questi viene connesso a Gorgia da Leontini
reduce dall'Hellade, cioè a colui che, nei rapporti tra Calcidesi di Leontini e Grecia,
rappresenta
il legame con Atene*; e trova la sua conferma nelle notizie sui
véuet dei Lucani. Questa tradizione,
che ha un sicuro punto di riferimento nelle
Nokızeiar aristoteliche ”, ricorda una Sixm dei Lucani aventi per oggetto l'&rwria
e l’agyia, la quale tende ad impedire la concessione di prestiti a chi si macchi
di queste colpe, ozio e sregolatezza. La norma ha immediato riflesso in una legge
attribuita al Caronda pitagorico che vieta di érmapzziv un povero che sia &pyic
e parte e si colloca nel solco delle leggi attiche relative all'apyia
?.
Questa evoluzione del pitagorismo, che portava via via a colmare il distacco
risale in ultima istanza quel catalogo dei pitagorici *, che tanto ci dice sulla consistenza e genuità di questa presenza lucana, confermata, tra l’altro, anche dall'ateniese Filocoro, se a lui, come pare, risaliva il catalogo delle donne pitagoriche i
I rapporti tra Lucani e Pitagorici dovettero, comunque, continuare anche nel
IV secolo: diversamente non riusciremmo a spiegare tutta l'insistenza con cui
5 Plut., Mor., 583 AB.
3 Jam, VP, 266.
» Aristox., fr. 18 W. Clr, E, Prontera, nn, 1-2, p. 277 ss.
34 Plut., loc. cit.
4 Tin, fr. 16 Jac.
4 Jam, VP, 265.266, Cfr, Prontera, p. 285 s.
# Jam,, VP, 266.
4 Timpanaro Cardini, fase, LI, p. 38 ss; Burkert, p. 105, n, 40.
4 TI Jac,, cfr, Burkert, loc. cit.
# Luc., pro lapse int, salut., 5; Censorin., de die nat., 4, 3; DL, VIII, 80-81.
# Aristox., frr, 17 e 43 W; cfr. Jam., VP, 130, 172.
4 Jam., VP, 260.
2 Aristox., fr, 18 W.; Polyb., II, 39, 2; Porph., VP, 54; Jam., VP, 129.
A
3 Jam., VP, 130,
2 A, Delatte, Essai sur la politique pythagoricienne, Liège-Paris, 1922, p. 183 s.
53 Meiggs-Lewis, n. 63; cfr. G. Maddoli, Storia della Sicilia, 11, Napoli, 1979, p. 69.
5 Cfr. Stob., Ecl., IV, 2, 24, p. 151, 1-2, p. 152, 15 ss, H con Aristot,, Alb. Resp,
Plut., Sol, 18, 6, Inversamente leggi di Caronda si trovano assegnate a Solone: D.L.,
, 26-57,
$5 Diod., XII, 11, 3.
56 Thuc,, IH, 86; Diod., XII, 53,
57 Heracl, Lemb., Pol., 48; Ach, VH, 4, 1, Si ricordino ancora nei Néupa Basßasızd le
citazioni di usanze romane (fr. 604 RS) ed errusche (fr, 607, 608 R3),
5 Stob., Ecl., 4, 2, 24, p. 152, 9-14 H.
9 D.L, I, 55; Lex Cantabr., 665, 12; Pollux, VII, 42,
Pagina 5
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)tra « aristocrazia » pitagorica e comunità, era in ultima analisi conseguenza della
crescita interna delle stesse comunità. Non sarà allora un caso se il rilievo che le
comunità lucane assumono nella seconda metà del V secolo nelle lotte contro Turi e
Cleandrida, si inserisce nell'ambito della tormentata vicenda dei rapporti di Turi
da un lato con Taranto *, dall'altro con Terina, colonia di Crotone Y, e con la
ll Pitagorismo e le popolazioni anelleniche
69
pretazione tarantina della tradizionale frugalità dorica rivalutata da Pitagora” e
naturalmente sentita a Taranto come eredità dei padri. Un'evoluzione questa che
ben s'accorda da un lato al clima politico di fine V secolo, dopo le successive
sconfitte di Turi da parte di Taranto e di Atene da parte di Siracusa; dall'al.
tro all'ulteriore crescita delle comunità lucane, che come vedono allinearsi le
stessa Crotone, ora alla guida della nuova lega achea® e ridiventata pitagorica *.
aristocrazie pitagoriche agli ¿Dn ed iruendevaza comuni, così si apprestano alla
Pur nella lacunosità della nostra documentazione in proposito, colpisce, infatti,
conquista di Poseidonia e alla vittoria di Laos.
l'analogia tra la storia di Turi, prima alleata di Crotone e aperta verso il mondo
pitagorico-calcidese rappresentato allora da Caronda, poi in lotta con Terina e
Crotone * pitagorica *, e la vicenda dei Lucani, pitagorici grazie ad Aresa e aperti
verso il mondo ateniese e calcidese rappresentato da Caronda, ma anche, accanto
a Terina, in lotta con Turi.
Ma nella vicenda di Aresa c'è ancora qualche altro indizio dell'evoluzione
di cui si diceva e dei suoi sbocchi ultimi. Suo discepolo fu Diodoro di Aspendo *,
una personalità attiva in Grecia nella prima meta del IV secolo ”. Il suo rapporto
con Aresa deve, dunque, appartenere a quegli ultimi decenni del V secolo nei
quali Aresa sopravvissuto alla crisi di metà V secolo non in quanto vewrarsg,
come Liside e ArchippoTM, ma come futuro S48oxcg di Pitagora, dovette al
più tardi concludere la sua predicazione.
Ora Diodoro di Aspendo rappresentò una vera e propria svolta nell'interpretazione del Iludayogrxds Bios, che attraverso di lui s'accostó al modo di vita
dei cinici e decisamente prese a privilegiare ladtágxea e <a uv decima
site). Tale svolta, tuttavia, in quanto attuata da un tardo discepolo di Aresa,
in qualche modo dovette coinvolgere l'estrema predicazione de! maestro. Si delinea così, negli ultimi anni di Aresa, in uno coll’affermarsi, tra Metaponto ed
Eraclea, del pitagorismo tarantino”, un incontro del pitagorismo lucano con i
valori della ‘duritia’ e della ‘ parsimonia’, secondo una tradizione che li contraddistingue quali interpreti del modo di vivere spartano ” e li presenta come
coloni spartani ?, avvicinandoli così (come meglio si vedrà in seguito) all’inter-
4) — La vicenda dei Lucani, discepoli di Pitagora, strettamente si congiunge alle vicende dei Sanniti e dei Sabini in quanto interessati dalla diffusione
Nel caso dei Sanniti la tradizione ricorda un loro rapporto con la pitagorica
Taranto nell'età di Archita, Platone e Dionisio II. L'unico resto che ce ne parli
in manicıa esplicita è un racconto che, secondo Cicerone“, Catone Maggiore
avrebbe da giovane ascoltato da un tal Nearchos tarantino, ospite suo e filo-romano, nel 209 a.C., all'indomani cioé della
sfortunata conclusione dell'ultimo
tentativo compiuto da Taranto per rendersi, alleandosi con Annibale, indipendente da Roma. Nearchos riferiva la vetus oratio che Archita aveva tenuto nel
corso di un colloquio con G. Pontio Sannita, padre del vincitore di Caudio, dichiarando di averla appresa a maioribus natu e che a quel dialogo aveva presenziato anche Platone: cosa che aveva permesso a Catone di collocare (erronea.
mente) l'evento all'epoca della venuta del filosofo a Taranto, cioè sotto il consolato
di Lucio Camillo e Appio Claudio, nel 349 a.C.
Questa vetus oratio consisteva nella denuncia di mali pubblici e privati
prodotti dalla ricerca del piacere corporeo €, subito dopo, nella condanna del
piacere
in quanto inconciliabile con temperanza, virtù, possibilità di pensare,
ragionare, intendere, e nemico acerrimo di quella entità divina che è la mente.
La testimonianza ciceroniana è stata sempre oggetto di discussioni e polemiche tendenti a negarle valore storico. Gli argomenti adoperati per svalutarla sono
diversi e di diverso valore”. Si comincia con lo svalutare l’autorità di Cicerone,
e Polyaen., 11 10, 2; 10, 4-5.
#1 Mciggs-Lewis, n, 57; Antioch., fr, 11 Jac; Diod., XII, 23, 2; 36, 3.
*2 Polysen., Il, 10, 1.
$3 Polyb., II. 39, 6; Strab., VIII, 7, 1, p. 384.
% Jam., VP, 264.
# Diod., XII, 11, 3.
6 Jam., VP, 266.
Burkert, p. 202 s.
$ Aristox., fr. 18 W.
osservando che egli è l’unica fonte a parlare di questo colloquio tra Catone e
Nearchos, dal momento che Plutarco, il quale pure ne fa cenno *, dipende unicamente da lui. Si passa poi a negare la possibilità di un tale colloquio, osservando
che una presenza di Catone a Taranto nel 209 a.C. agli ordini di F. Massimo
non è molto probabile; che Catone non conosceva da giovane il greco ¢ che una
tradizione pitagorica a Taranto alla fine del III secolo non esisteva più. D'altro
canto Nearchos non poteva aver appreso dai maiores natu un episodio avvenuto
t* Arhen., 4, 164 a, Per l'incontro tra xuvxós =pómog e mudayogixic tpònoc vedi gia
M. Gigante, L’edera di Leontda, Napoli 1971, p. 45 ss., 52, 67.
0 Jam., VP, 266.
A Trog-Justin,, XXIII, 1, 7-9,
72 Cfr, Trog.-Justin., XX, 1, 7 con le tradizioni sui Sabini (Cato, fr. 51 Peter; Gell.
fr. 10 Peter; D, Hal., 2, 49, 4-5; Hyg., fr. 9 Peter) e sui Sanniti discendenti da coloni
spartani (Strabo, V, 4, 12, p. 250); vedi sotto p. 79 ss,
3 Trog-Justin., XX, 4, 4 55:
Pitagora ispirato da Licurgo e Minos, maestro di * frugali.
fas’. Cfr, la evvéhera degli Spartani contrapposta alla tev sibarita (Diod, VIII,
Athen, XII, 5180: da Timeo),
4 Cato M,, 12, 3941.
5 Vedine la diligente ripresa in G. Garbarino, p. 326 ss.
% Cato M. 2,35.
Pagina 6
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)almeno 150 anni prima ed estesamente riferito nella vita di Archita di Aristosseno 7”. La vera fonte della vetus oratio è Aristosseno, che però non citava
né Platore né G. Pontio, ed & proprio perché tutte le circostanze sono inventate
che la datazione attribuita al colloquio è completamente impossibile: il 349 a.C.
è l'anno che precede la morte di Platone e nessuna possibilità vi è di mettere a
contatto Platone ed Archita in quel momento.
Il Pitagorismo e le popolazioni anelleniche
stessi concetti della vetus oratio architea:
71
il piacere fonte di mali e quanto più
intenso, tanto più nemico di ogni agire razionale. Plutarco, dunque, nel citare
il Timeo, non interpretava liberamente il discorso di Nearchos così come Cicerone
lo riferiva, ma si rifaceva ad un momento diverso della stessa tradizione.
Analoga è la situazione per la successiva ‘innovazione’ plutarchea, la sostituzione del contrasto anima-corpo, al contrasto mente-piacere corporeo come è
Non poche obiezioni, tuttavia, si possono muovere a questo riguardo. Cominciamo dal racconto di Plutarco. Plutarco riprende, come si è osservato, l’epiinvece in Cicerone-Nearchos. Infatti sempre nella tradizione che fa capo da un
sodio dell’incontro del giovane Catone con il suo ospite Nearchos a Taranto, dopo
la presa della città ad opera di F. Massimo, Egli dice innanzi tutto che si trattava
niano che ne dipende troviamo espresso questo concetto di un corpo la cui
di un pitagorico, cosa che Cicerone non diceva, ma che poteva facilmente dedursi
dal contenuto della sua rievocazione, Poi dà un riassunto dei suoi éyot con
Plutarco non interpreta, ma si rifà a un momento diverso di quella tradizione
che riferisce. In altri termini Plutarco non attinge immediatamente dal Cato
Catone, precisando che si trattava di argomentazioni analoghe a quelle cui faceva
ricorso Platone e richiamando cosi il rapporto Archita-Platone, stabilito dalla
tradizione ciceroniana. Nearchos, dunque, aveva definito il piacere massima esca
dei mali, il corpo prima sventura dell'anima, i ragionamenti, attraverso cui l'anima
si allontana e distacca dalle passioni corporee, strumento di liberazione e puri-
Maior ciceroniano, ma risale ad una fonte comune e precedente, che delle argo.
l'indipendenza da Cicerone della tradizione plutarchea sull'incontro tra Catone e
ficazione e Catone ne aveva tratto ulteriore incitamento verso 76 Autèv xai Tv
éyxpacetav. La sostanza del ragionamento è la stessa che è in Cicerone, solo
di cui si è intuita l’esistenza potrebbe essere null'altro che una versione più
che: all'opposizione tra piacere corporeo e intelletto si sostituisca quella del corpo
all'anima; all'opposizione tra virtù e piacere si sostituisca da un lato l'opposizione
che essa fosse contenuta nel discorso di Nearchos a Catone o nella tradizione dei
tra una filosofia intenta alla valorizzazione dell’anima sul corpo e un’altra legata
lato all’Aristotele platonizzante del Protreptico e dall'altro all’Hortensius cicerounione coll'anima è come una punizione per la stessa. Ancora una volta, dunque,
mentazioni usate da Nearchos conosceva una versione più ampia e variata di quella
riassunta da Cicerone nell'opera citata.
La conclusione ora raggiunta tuttavia non è ancora sufficiente a dimostrare
Nearchos. Questa visione più ampia e dettagliata delle argomentazioni di Nearchos
ampia e dettagliata del discorso di Archita in Aristosseno; manca a noi la prova
maiores natu cui Nearchos si riferiva.
a posizioni edonistiche, dall'altro l’incitamento a una vita semplice e temperata
Altre considerazioni sono quindi necessarie. La possibilità che Catone fosse
che una scelta filosofica del primo tipo pone necessariamente in essere. Si potrebbe, dunque, pensare a un rapporto diretto Cicerone-Plutarco, interpretato da
presente a Taranto nel 209 con F. Massimo non ha in sé nulla di impossibile ®:
quest'ultimo con una certa libertà, se non ci fossero altre circostanze da tener
unico elemento di debolezza di questa tradizione è il suo isolamento. Cornelio
Nepote, ad esempio, non la ricorda. Questo è però un tipico argumentum ex silenpresenti. Se si considera, infatti, l'insieme della tradizione pitagorica, ma poi anche
accademica e peripatetica, su questo tipo di polemica contro l'edonismo, tradizione
fio e come tale non decisivo. Del tutto irrilevante, al fine di stabilire la storicità
entro cui si colloca, come ben dimostrato a suo tempo dal Bignone *, questa
giovane. A parte il fatto che le testimonianze antiche in proposito possono essere,
“vetus oratio’ di Archita riferita da Nearchos, alcuni fatti divengono subito
come osservato già dal De Sanctis, intese nel senso che Catone giovane non
significativi.
Plutarco cita immediatamente una frase del Timeo platonico ”, thy Mievny ...
ueyısrov xaxoÿ Gékeap: essa rende bene il concetto espresso da Cicerone, di
non era l'unica condizione che permettesse il dialogo con il
un piucere fonte di mali molteplici, ma non è citata da Cicerone in questo luogo,
bensì ripresa e tradotta più tardi, in un contesto del tutto diverso, relativo alla
necessità di non rifiutare totalmente i piaceri, ma di moderarli ®. La citazione platonica, invece, tornava in un luogo del perduto Hortersius ciceroniano *, collo
stesso valore assegnatole da Plutarco: e in un contesto in cui vengono ripresi gli
TF 50 W. = Athen, XII 545 a-546 e.
78 E, Bignone, p. 364 ss.
Y Tim, 69 D.
$ Cato M., 13, 44.
3 Cie, in Aug. €. Jul, Pelag., 4, 14 (= fr. 81 Müller).
del colloquio, è invece il problema della conoscenza del greco da parte di Catone
ignorasse il greco ma la letteratura greca, la conoscenza del greco da parte di Catone
suo interlocutore
greco, suo ospite, filoromano da sempre, coetaneo di Ennio e proveniente dagli
stessi ambienti politici e geografici.
Decisive tuttavia per ammettere la storicità della figura di Nearchos sono
pubblicazione recente di una defixio greca da Meperò altre circostanze. La
taponto
Y, datata alla metà del III
secolo dall'editore, restituisce il
® Aristot., fr, 60 RA = Jam, Protrept., VIII, p. 47, 21
€. Jul. Pelag., 4, 15 (= fr. 95 Müller).
nome di
ss. Pistelli; Cic. ap. Aug,
33 Garbarino, p. 326 e n. 2.
8 G. De Sanctis, Per la scienza dell'antichità, Torino; 1909, p. 215.
# F. G. Lo Porto, ' Medici pitagorici in una defixio greca da Metaponto’, in PurPuss,
CXCIIT 1980, p. 282 ss.
Pagina 7
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Nearchos in un contesto onomastico, che ha riscontro ne! catalogo dei pitagorici
attribuiti all'area metapontina-tarentina, e in un contesto professionale, l'esercizio
dell’arte medica, che ha, nell'area in oggetto, metapontino-tarantina, precisi riferi.
il trattatello prima citato, di cui si conservano estratti in Stobeo #. La datazione
risulta evidente dalla polemica sull’autarchia militare della città e il conseguente
72
menti nella tradizione pitagorica: si pensi, da un lato, ad Ikkos, medico ta
rantino* e pitagorico *, e a Lykon pitagorico tarantino* interessato alla medicina
dietetica ”, dall'altro, all'attività di Philolao ad Eraclea” e alla sua influenza sulla
letteratura medica e su quella di tradizione ippocratica in particolare ”. Tutto ciò,
se a stretto rigor di logica non permette di considerare senz'altro pitagorico il
73
rifiuto dell'aiuto straniero, così come dalla convinzione, che attraversa tutta la
parte conservata dell'opuscolo, che Taranto conservi tutta intatta la capacità di
decidere il suo destino politico-militare: realtà tutte che da un lato ci pongono
di fronte all'esperienza dei condottieri, dall'altro non consentono di scendere oltre
la sfortunata conclusione della guerra tarantina ”. Abbiamo qui di nuovo una linea
interpretativa della storia tarantina, che la grandezza delle città fa coincidere con
medico citato nella defixio né tanto meno di identificarlo col Nearchos pitagorico
tarantino di fine III secolo, costituisce tuttavia un forte indizio a favore della sto-
Ja sua piena autonomia politico-militare e col rifiuto del mercenariato, visti entrambi
ricità di un personaggio di tal nome nel III secolo e nell'aristocrazia filo-romana
di una città che al pitagorismo tarantino e ad Archita collegava la passata grandezza
della città. Assai significativa in questo senso è la testimonianza di Strabone”,
La linea interpretativa è la stessa che in Strabone, la zeug% come causa della
debolezza militare e del ricorso ai condottieri, e l'idealizzazione della Taranto di
Archita; solo che gli ambienti responsabili di questa interpretazione sono più
che avendo come punto di approdo la prosperità della Taranto romana, ricostruisce
marcatamente architei e, pur vivendo l'esperienza negativa del presente, sono
ancora fiduciosi in una ripresa autonoma della città. Sono in ultima analisi quegli
la storia della città e della sua passata grandezza ponendone l'akmé nella Taranto
democratica e piragorica di Archita.
Altre circostanze che parlano in favore della storicitä di Nearchos in etä annibalica sono la documentata esistenza di un partito filoromano a Taranto”, la
vitalità di tradizioni pitagoriche in una personalità come Ennio”, che appartiene
appunto a questa stessa epoca e proviene da questa stessa area. D'altro canto
ambienti tarentini che rivivono il proprio passato secondo un'ottica architea sono
come conseguenza della ricerca della autarchia individuale e del rifiuto del jusso #,
stessi ambienti che con Aristosseno, biografo di Archita e figlio di un amico di
costui, valorizzano la doppia esperienza di Archita, filosofo insigne e siratego
invitto della città e della lega italiota ”.
Più cose risultano allora evidenti. I ricordi di Nearchos, le memorie pitagoriche ed architee dei * matores natu * cui egli attinge non sono fenomeno isolato
ed inspiegabile, ma si inquadrano in questo persistente ritorno polemico ad Artestimoniati sia dal passo straboniano prima citato, sia sopra tutto dal Ps. Architeo
chita proprio di ambienti che disapprovavano gli sviluppi della politica tarantina
Magi vépsu xai Scxarerivyc. 1 passo straboniano, come si è detto, segue la
storia di Taranto fino all'età post-annibalica, ponendo sotto il segno negativo
discorso attribuito a Nearchos si rinviene un'analoga tendenza a riprendere Archita
della <puet) e della degenerazione politica tutta la vicenda di Taranto da Alesin chiara polemica col presente della città.
sandro il Molosso alla defezione ad Annibale, ma associando democrazia, pitagorismo e Archita nell'unica dimensione dell'egemonia navale, militare e culturale
provocati dalla ricerca del piacere:
della città.
Secondo un'ottica analoga, ma ad un livello cronologico più alto, è concepito
tra Perá del Molosso e quella di Annibale. Il che è tanto più vero se anche nel
V'è un luogo del discorso di Nearchos in Cicerone in cui si enunciano i mali
tradimenti della patria, distruzioni di stati,
colloqui clandestini col nemico, ogni genere di scelleratezze e misfatti, stupri,
adulteri, e ogni malefatra dello stesso tipo. Punto di partenza è al solito la
polemica contro i Cirenaici: Diogene Laerzio ' ricorda un'affermazione di Teodoro
St, Byz., sv, Tägas; Eustath., ud Hom., p. 610, 28; ad Dion. Per., 37, 6.
# Jam, VP, 267.
citenaico secondo cui la patria è il mondo e rubare, commettere adulterio o sacrilegio non è cosa naturalmente turpe. Ma l'insistenza particolareggiata sugli effetti
gorica (Jam., VP, 163, 244 da Aristosseno), e di quelia tarantina, a problemi di natura dietetica
# Eel, IV, 1, 132, 135-138; IV 5, 61 H=H, Thesletf, The Pythagorean Texts of the
Hellenistic Period, Abo 1965, pp. 33-36,
% Stob., Eet., IV, 1, 138, p. 86, 18 ss,
% Una datazione alta di questo scritto propongono: A. Delatte, Essut sur la politique
bythagorictenne, Liege-Paris 1922, p, 107 a; E. L. Minar, Early Pythagorean Politics, Baltiessendo legato l'insegnamento di Ikko (Plat, Leg, VIII, 839-840, Ael., VH, VI, li NI, 3;
Eustatb., ad Hom., p. 610, 28; ad Dion, Per, 37, 6),
more 1942 (Reprint New York 1979); p, 111; H. Thesletf, An introduction to the Pythagorean Writings of the Hellenistic Period, Abo 1961, p, 65 ss. Le considerazioni richiamate
# D.L., V, 69; Jam, VP, 267,
# Schul. Nic. Ther., 585; Athen., 2, 69 e. L'attribuzione al Lykon pitagorico è, malgrado
Burkert, p. 204, n. 66, probabile tenuto conto delle tradizioni dietetiche della medicina pita:
9 Jam, VP, 266.
M Burkert, pi 262 ss. 294, 2. 84.
SE V1, 3, 4, p. 280 C.
» Polyb,, VITI, 31, 3; XXV, 10, 6; Liv, XXVII, 35, 34.
“ Garbarino, p. 259 ss.
nel testo ci paiono decisive per accedere à questa opinione.
% Stob., Ed}, IV, 1, 138, p. 86.18-87.34 H,
# Aristox., fr, 48 W, Cfr, Ael., VH, VII, 14, Sud,, sw. ‘'Apyirag Tapevzivas.
10 Cie, Cato M., 12, 40.
wm D, L., II 99,
Pagina 8
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)della ricerca del piacere sulla vita della citta appartiene unicamente ad Archita
Archita nei consueti colloqui pomeridiani nei sacri
recinti della città!” Secondo
Nearchos, e i maiores natu che lo informano,
il colloquio si tenne con Gaio
Pontio, sannita pedre del vincitore di Caudio, e colla
partecipazione di Platone.
L'interlocutore siracusano è scomparso e I’ attenzione è
tutta rivolta, da un lato,
secondo Nearchos e si tratta con palmare evidenza di una cilusione alle forme
e alle conseguenze della defezione tarantina ad Annibale. La proditio di Taranto
ad Annibale era stata propiziata e preceduta da notturni colloqui coi nemici TM
75
e aveva avuto come conseguenza l'eversione della res publica nelle stragi e nei
ai legami di Archita, ossia di Taranto, con Platone, dall'altro,
saccheggi che avevano accompagnato la conquista romana del 209%, all'indomani
Pontio e quindi col mondo sannita, nel pieno del suo
della quale Nearchos tiene i suoi colloqui con Catone. L'Archita di Nearchos è,
Parallelamente si ha un significativo spostamento di
accenti. Polvarchos aveva
opposto piacere a Aixn, Emoperúvn ed 'Eyzs&rea
TM: nella tradizione parallela
dunque, perfettamente datato e la vetus orazio è rielaborata in funzione di quelle
a quelli con Gaio
vigore, che egli rappresenta.
circostanze in cui viene rievocata: Nearchos è perciò concreto rappresentante di
Callicle TM, modello dello stesso Polyarchos, come si vide, aveva
quella tendenza che appare nel Ilegi véuou e in Strabone: cioè di quegli ambienti
cum e cwosseivn quali ostacoli che i migliori
e più forti, realizzando a pieno i
abituati a connettere i mali di Taranto al trionfo di quella ricerca della zeuon
e del piacere, che il grande Archita aveva, con felici risultati per la città, compropri desideri, dovevano rimuovere per primi, mentre
Aristotele, sempre come
appare dal Protreptico, aveva richiamato la giustizia
come la prima delle virtà
contrarie al piacere" Nel discorso di Nearchos
in Cicerone TM il piacere abolisce
battuto e rimosso.
Se Nearchos guadagna in questo modo una sua concreta storicità, l'analisi
ulteriore del testo ciceroniano è in grado di dar conto anche del perché ai
‘ maiores natu’, e non ad Aristosseno, Nearchos, ossia gli ambienti di cui è
espressione, abbia fatto ricorso. Già si è visto come questi ‘ muiores natu’ simboleggiano una tradizione di ritorno polemico ad Archita di cui si trovano tracce
a partire dalla seconda metà del IV secolo e della quale si sostanzia l'opposizione
ai condottieri prima che l'opposizione ad Annibale o, in altri termini, l’opposizione a quelle forze democratiche che premevano in senso opposto. Si potrà ora
osservare qualcosa di più preciso a proposito della stessa *vetus oratio’ e delle
circostanze in cui venne, secondo questi ‘ mafores natu”, tenuta,
Indubbiamente la ‘ vetus oratio’ colle sue argomentazioni rappresenta anche
il rovesciamento delle tesi sostenute secondo Aristosseno "* da
gaudente, ambasciatore di Dionisio II presso Archita:
affiancato Gruaro
Polyarchos il
la risposta ad ambienti
la temperanza € la virtù, mentre in Plutarco il senso
ultimo del discorso è un
orientamento al tì Arzöv zai tim trapar
aav!. Tutto ciò non pare casuale,
solo che si rifletta alla personalità del padre di Gaio
Pontio e a quel che essa è
chiamata, nella tradizione sui Sanniti, a rapprese
ntare.
Noi incontriamo di nuovo questo personaggio in Livio
e proprio nel racconto
dell'episodio delle Forche Caudine. Qui il capo sannita
è uomo ‘/onge prudentissimus''2, il quale si era dedicato, finché
le forze glielo avevano consentito,
‘non militaribus solum sed civilibus munerib
us ', €, pur vecchio, conservava intutta
la sua ‘vis animi consiliiqgue’TM, dando responsi
come ‘ex ancipiti
oraculo ''®. Tutti questi elementi suggeriscono
in primo luogo l’immagine di un
gopés alla maniera arcaica con tratti anche pitagoric
i, evidenti, soprattutto, nel
suo dar responsi concisi ed ambigui: un tratto che
richiama Pitagora, la sua identificazione con Apollo e in particolare il suo parlare per
cúfcha "*, D'altro canto
siracusani presso cui tendenze edonistiche prendevano corpo sia nel contatto con
il pieno impegno nei ‘ munera’ civili e militari
in gioventù, la natura
Aristippo cirenaico, connesso dalla tradizione ora all'uno ora all’altro Dionisio TM,
sia nel contatto con posizioni proprie ad una certa sofistica, la cui difesa era
mente politica e militare della saggezza che
ancora lo accompagna nell'estrema
vecchiaia ne fanno il prototipo perfetto di quell’ide
stata da Platone affidata al Callicle del Gorgia, modello manifesto di Polvarchos TM.
pegnati nelle attività politiche e militari e totalmen
Tuttavia, rispetto alla versione del colloquio così come veniva data da Aristosseno,
quale ci appare, all'epoca della guerra tarantina, nelle parole
di C. Fabricio !” o
di M. Curio e Ti. Coruncanio "". Questo vuol dire
che quando G. Pontio padre
non mancano nella versione di Nearchos differenze, che riguardano tanto gli
ale di Sanniti pienamente imte alieni dal ricercare il piacere,
interlocutori del dialogo, quanto certi aspetti del ragionamento di Archita.
In Aristosseno il dialogo avviene tra Polyarchos e quelli che accompagnano
12 Fr, 50 W.
Athen,, XII 545 ab. Cir. Jam., VP, %,
TM Fr, 50 W, = Athen., 546 be,
19 Piato, Gorg, 491e-492c.
2 Polyb., VIII, 24-25; Liv, XXIV, 13, 1; XXV, 8, 10; XXVII, 16, 3; Appian. Hannib.,
“Y Cato AL, 12, 41.
U2 Cato M. 2, 4.
32; Frontin., Stratez., 3, 3, 6.
103 Liv, XXVII, 16; Plut,, Fab. Max, 22.
#4 Fr, 50 W, = Athen, XII, 5454-5460.
105 Per Dionigi il vecchio si pronuncia Hegesandros in Athen., XII 544c; per Dionigi
il Giovane, Plur., Diom., 19. 11 rapporto con Dionigi 11 sembra però meglio adattarsi all’insieme delle testimonianze. Cfr. G. Giannantoni, 1 Cirenaici, Firenze 1958, p. 40 s.
Me Bignp.
one,
364 ss.
eminente-
Hot
9 Fr. 86 R® Cfr. per l'attribuzione al Protreptico,
Bignone, p. 372 ss.
ES Liv. TX. 7.2.
Liv, EX, 3,5,
45 Liv., IX, 3,8,
ue Jam, VP, 161, cfr, 82, 86.
UF Plut., Pyrrb., 20, 6 s.
18 Cic., Cato M., 13, 43. Cir. Val, Max., IV, 3,
Pagina 9
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)viene in certo modo sostituito a Polyarchos come interlocutore di Archita, G.
Pontio non è chiamato a riferire le ragioni dell'edonismo siracusano, ma semmai
quelle della loro negazione. Ci si potrà allora chiedere se quello spostamento di
accento dalla giustizia alla remperanza, che non è un omaggio a Platone, dal momento che altra è la sua posizione nel Gorgia, non sia invece un omaggio proprio
a G. Pontio, rappresentante dell'impegno politico e militare dei Sanniti e del loro
rifiiuto di una vita di piaceri. La risposta non può che essere affermativa, soprattutto se si tiene conto dell'esistenza di tutta una tradizione che nelle popolazioni
77
Si aggiunga, per chiudere su questo punto, che in una semplice ripresa ciceroniana e, quindi, romana del colloquio di Archita con Polyarchos in Aristosseno,
nessuna funzione poteva avere la menzione di G. Pontio, padre del vincitore
di
Caudio, come interlocutore di Archita. La sua presenza, quindi, doveva essere
gia
altrimenti attestata e doveva risalire ad ambienti ed epoca per i quali decisivo
era il rapporto Taranto-Sanniti; ad un epoca cioè in cui queste due realtà sembra.
vano assommare in sé la storia e i destini dell’Italia centro-meridionale:
non
posteriore, quindi, alla guerra tarantina e neppure alle guerre sannitiche, in specie
sannitiche esalta, per dirla con Trogo, il quale segue una fonte di IV secolo
la seconda e la terza. Tutto, dunque, porta a credere che la tradizione riferita a
attenta alle situazione italica al momento dell'intervento di Dionisio 1*”, la pre-
Nearchos abbia una sua indiscutibile tarantinità, autenticità e coerenza.
senza di ‘ Graecus mos’ tra ‘ Bruttit', ‘ Sabini', * Samnites *, coloni dei Lacedemoni al pari di Taranto”, e a Lucani e Brettii attribuisce ‘leges’ di tipo spartano,
che educavano attraverso una pratica di ‘durttia’ e ‘ parsimonia ‘, ai “labores
In conclusione il discorso di Nearchos non è una rielaborazione letteraria
ciceroniana della replica di Archita a Polyarchos in Aristosseno, con relativa invenbellici‘! Tradizioni analoghe relative a 7 quicmókenov zat 75 kıroöiartov
nol nupà mavra th sya to (lou caxngóv tornano per i Sabini, in quanto
eredità, anche presso di loro, di un rapporto originario con Sparta * e confermano
zione di un Nearchos e di un colloquio tra lui e Catone giovane a Taranto nel
209 agli ordini di F. Massimo, ma è genuina tradizione tarantina di IV secolo
raccolta e utilizzata a Taranto su! finire del III secolo in funzione filoromana e
antidemocratica.
questa immagine che, a partire dalla fratellanza con Taranto, colonia di Sparta
per eccellenza, si voleva dare dell'insieme delle popolazioni sannitiche in rapporto
ul mondo greco, Su ciò dovremo tornare, ma anche da quanto abbiamo finora
sottolineato risulta chiaro che il ricorso ai ‘ maiores natu’ come tramite tra l'età
di Archita e Nearchos non è casuale; corrisponde invece a una versione della
predicazione di Archita tagliata sul rapporto Taranto-Sanniti e non su quello
Taranto-Siracusa, come era in Aristosseno: il quale, per giunta, non citava, a quel
che ne sappiamo, i Sanniti tra i discepoli di Pitagora, insistendo piuttosto sui
Lucani
'Y. Ne risulta una tarantinitá e una tarantinità non aristossenica come
caratteristica di fondo del discorso di Nearchos, il che suona defintiva conferma
della storicità non solo di Nearchos, ma anche di quei * maiores natu’ cui dichia
rava di attingere.
5) — Il livello cui questa tradizione intende riportarsi è la prima metà del
IV secolo, l'epoca di Archita. Aristosseno come sappiamo riferiva la polemica
antiedonistica di Archita all’epoca di Dionisio II. I ‘ maiores natu * associavano a
questa polemica anche Platone restringendo ulteriormente l'arco cronologico, che
viene così limitato al periodo tra il 366 e il 361. Cicerone, per bocea di Catone,
fissava la data del dialogo al 349 '*, data manifestamente errata poiché cade
alla
vigilia della morte dell'ormai ottantenne Platone; epoca in cui un nuovo viaggio
di Platone in occidente, oltre che altrimenti non testimoniato, risulta anche
per
queste ragioni incredibile. Responsabile dell'errore è un cronografo consultato
da
Cicerone per datare l'avvenimento. Una cronologia analogamente errata dei
contatti tra Platone e Dionisio II si trova, infatti, in Gellio, in un passo di manifesta
derivazione cronografica 5, ed è esplicito in Cicerone che la data in questione è
119 Che si tratti di una fonte di IV ses. ostile a Dionisio e filoitaliora non c'è dubbio:
ancora si discute peraltro se trattasi di Timeo (L. Moretti, in RFIC, XXX, 1952, 290 s. e
n. 1) o di Teopompo (S. Calderone, in ‘Atti XV convegno di Studi sulla Magna Grecia’,
Taranto 1975", Napoli 1976, p. 37 s.).
19 Trog-Justin., XX, 6, 14. Che Bruttii, Sabini e Sanniti vengano considerati coloni dei
Lacedemoni par chiaro solo che si tenga presente che: i "westigia Graeci moris’ presenti
tra le popolazioni italiche sono visti come conseguenza di colonizzazione greca; che essi vengono citati subito prima dei Tarentini; che ‘leges’ di tipo spartano Trogo effettivamente vedeva
in uso tra i Lucani e i Bruttii nell'età di Dionisio II, cfr. Just. XXIII, 1, 7. Per tutto ciò
stata stabilita mediante una ricerca personale di Catone ossia di Cicerone.
Una
data come il 366 (2° viaggio di Platone) o 361 (3° viaggio) s’accorda anche con la
presenza di G. Pontio, se è vero, come vedemmo, che nel 321 aC. il padre
del
vincitore di Caudio viene presentato come ‘ gravis annis’, lontano ormai
da attività civili e militari, provvisto di una saggezza, che sopravvive ‘in corpore
adfecto"'*, e costretto nei suoi spostamenti a servirsi di un carro *.
La possibilità di risalire a questi anni per un rapporto dei Caudini con Taranto esiste. In questo periodo Taranto conserva buon rapporti con Siracusa.
Lo
si veda sotto, pp. 79 ss.
HI Trog.-Justin., XXIII, 1, 89, Altri particolari in questo senso provengono, come
vedremo più oltre, dalla tradizione sui Sabini; quanto ai Lucani va ricordato quel che si
è detto in proposito della conversione, auspice Aresa, di Diodoro d'Aspendo a un modo di
vita fondato sulla aUtapzera ed suite.
2 Gell., fr. 10 Peter; Dion, Hal, 2, 49, 4-5; Hyg., fr. 9 Peter.
13 Fr, 17 W.
IH Cato M, 12, 41,
15 NA, XVII, 21, 28,
126 Liv, IX, 3, 5 e 8.
17 Liv, IX 3,9 1e 13,
Pagina 10
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)svilupparsi a partire almeno dal 388 a.C. della politica adriatica di Dionisio ITM
presuppone un'intesa con Taranto ed infatti Taranto appare in buone relazioni
con lui nel 388 appunto, al momento del naufragio della spedizione siracusana
che tornava da Olimpia!” Un comportamento analogo si riscontra per altro
anche in Metaponto, in questo periodo strettamente unita a Taranto. I Parii,
infatti, che sono nel 385/4 alleati di Dionisio 1 nella colonizzazione di Pharos TM,
il Pitagorismo e le popolazioni anelleniche
79
Punto di partenza è il libro XX delle Storie Filippiche di Trogo nel quale,
come apprendiamo dal prologo e verifichiamo dall'epitome, nel raccontare le res
gestae Dionysii Siculi patris si richiamavano le origines dei Greci che abitano l'Italia.
Quivi con forte spirito antisiracusano, in evidente polemica colle pretese dionigiane di presentarsi quale salvatore e difensore del mondo ellenico contro i barbari,
si dava ua quadro dell'Ellenismo italico aggredito dal tiranno. La fonte, evidenin data anteriore alla caduta di Regio (387 a.C.) nelle mani di Dionisio I appaiono,
temente, è uno storico greco vicino ai fatti, Teopompo o TimeoTM, il quale
in quanto pitagorici, attivi a Metaponto, prima avversari e poi sostenitori delriprende tradizioni diffuse in ambienti italici ostili ai tiranni di Siracusa e, quindi,
l'alleanza con Dionisio I TM.
I legami divengono più profondi ancora sotto il suo successore, quando,
auspice Platone, si stabilisce un legame vero e proprio di alleanza , Questo apre
della prima metà del IV secolo. La tendenza presente è quella di dilatare al
a Taranto la possibilità di rapporti con l'arca campana e con i Sanniti della zona.
Dionisio I ha utilizzato mercenari campani reclutati attraverso Neapolis — dove
per altro si cra realizzato un sinecismo con i Sanniti — e lo stesso ha fatto
anche Dionisio 11%
I! risultato ultimo lo si coglie alla vigilia della II sannitica, quando Taranto
dispone per le sue relazioni con Neapolis: da un lato di illustri cittadini xp3§ever
d:& yévouc dei neapolitani, esponenti di una tradizione di legami ereditari il cui
sviluppo deve essersi avuto via via che declinava la contrapposta influenza di Atene
massimo i confini della grecità italica per costituirvi una ‘ Maior Graecia’ in cui
confluiscano sia le città greche d'Italia, sia città e popolazioni indigene, le quali
rivendichino una qualche origine greca. L'elenco così come ora lo si legge in
Giustino **, comprende
‘ Brutti, Sabinigue' e 'Sammites', senza una esplicita
indicazione dei loro ‘Graeci auctores', ma subito prima dei Tarantini, partiti da
Lacedemone, il che lascia intuire che appunto ad un'origine spartana anche per
loro si pensa.
La conferma viene da un excursus dello stesso Trogo-Giustino dedicato alla
storia dei Bruttii dalla conquistata autonomia dai Lucani fino all’età di Agatocle *”.
Torna di nuovo il problema dei rapporti con i tiranni di Sicilia, con Agatocle e
a Neapolis e in Campania; dall'altro di Nolani, filoelleni e filosanniti; e infine, di
in particolare con Dionisio II, il cui intervento dà la spinta finale alla crescita
Exuvırüv ci Suvatbrarsr, con alle spalle tutta una tradizione di evegyecia nei
politico-militare dei Brutti. Tornano di nuovo i Bruttii, che nel capitolo prima
confronti di Neapolis e contemporaneamente ben disposti verso Taranto *, Paesaminato rappresentavano, accanto a Sabini e Sanniti, tutto il mondo delle poporallelamente tra i Caudini, i Sanniti più cccidentali ed esposti all'influenza greca,
segni di penetrazione greca nel campo religioso, artistico, politico si infittiscono
**
parivano per nulla e anche in questo caso compaiono in una posizione marginale ",
Decisiva in ogni caso per l'attribuzione appunto a quest'epoca del rapporto
tra Sanniti, Taranto e pitagorismo, è l'analisi di una serie di tradizioni, tendenti
a collegare Taranto con l’insieme delle popolazioni sannitiche dell’Italia centro
meridionale, dai Sabini ai Lucani e ai Bruttii. Ne abbiamo già anticipato alcuni
tratti a proposito dei Lucani e degli stessi Sanniti: si tratterà ora di analizzare
più compiutamente queste tradizioni.
lazioni osco-sabelliche dell’Italia meridionale: in quel capitolo i Lucani non comIn un simile contesto il * Graecus mos’ interessante queste popolazioni sannitiche
si precisa: la confederazione dei Brutti deve la sua origine a giovani Lucani che
venivano educati ‘isdem legibus quibus et Spartani ''*. Secondo Trogo, dunque,
che di nuovo segue tradizioni di IV secolo (la defezione dei Brutti risale al
356 a.C.), queste popolazioni sannitiche avevano origini Spartane.
Il nostro passo sui Bruttii dice, perd, anche qualche cosa in più. Tutto il
passo è scritto secondo un'ottica bruttia, la quale lo distingue nettamente dal resto
2 Diod.. XV, 13, + (alcuni anni prima del 385/4 comincia la colonizzazione nell’ Adriatico), Per tutto questo aspetto della politica dei due Dionisii cfr. L. Braccesi, pp. 185 ss
1% Diod., XIV, 109,
19 Val. Max, IV, I, 1; Porph., VP, 61; Jam., VP, 189 ss. Cfr. E. Lepore, in "Atti
XIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1973, Napoli 1974, p. 318.
1 Died, XV, 13, 4. Cfr. Braccesi, p. 232 ss.
182 Potysen, V, 2, 22. Cfr. per l'epoca di questi contatti con gli Italioti: Diod,, XIV,
105,4.
—CES=—r—rPr—
15 Plur, Ep, VII 338c; cfr. 339 ad.
1M Tim., fr, 32 Jac.; Diod., XVI, 18, 1; Plut,, Dion, 41, 1 ss. Cfr, K.F. Stroheker,
Dionysios 1, Wiesbaden, 1958, p. 230, n. 141; E. Lepore, 1968, p. 215,
US Dion, Hal., XV, 5, 23; 6, 2-3.
TM ET. Salmon, p. 45 s, 51; Lepore, 1968, p. 226; Idem, in Storia della civiltà us
liana, 1, Milano 1981, p. 267 s.
della tradizione sugli stessi eventi, rappresentata da Diodoro e da Strabone '*,
Per questi ultimi l'autonomia dei Bruttii è vista in funzione della loro secessione
dai
Lucani; è negativamente connotata dall'interpretazione
lucana del nome,
inteso come quello degli schiavi fuggitivi; ed in Strabone è messa in rapporto non
137 Y. sopra, n. 119.
Ut Trog-Justin., XX, 1-22,
1% Trog.-Justin., XXIII, 1-2,14
12 Trog.-Justin., XXIII, 1, 11
MU Trog.-Justin., XXIII, 1, 5, 7 e 13,
12 Trog.-Justin., XXIII, 1, 7.
#3 Diod., XVI, 15.
14 Strabo, VI, 1, 4, p. 255C.
Pagina 11
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)coll'azione di Dionisio II, ma con quella di Dione. Ben diversa è la posizione
assunta da Pompeo Trogo: il nome dei Bruttii non è interpretato alla maniera
lucana, ma è connesso alla vittoria sui mercenari africani di Dionisio . Dei Bruttii
si esaltano potenza e opulenza, vittorie su Lucani e su città greche, su Dionisio
e Alessandro d'Epiro , mentre a proposito di Agatocle si sottolinea la serie di
disgrazie personali, politiche e familiari, che seguirono la ‘fraus’ da lui attuata
contro i Bruttii, che gli avevano chiesto alleanza e amicizia '”. Si insiste sulla loro
' feritas animorum '**, sulle abitudini bellicose e predatorie ai danni dei vicini *,
ma si giustifica tutto questo alla luce di quelle ‘leges’ con cui anche gli Spartani
educavano la propria gioventù alla guerra. Ve ne è a sufficienza per qualificare
la fonte di Trogo come fortemente filo-bruttia e per intuire che il richiamo di
quelle tradizioni spartane non doveva dispiacere agli stessi Bruttii, in omaggio
ai quali il racconto della loro storia in Trogo deve ritenersi composto. Di una
tradizione analoga si trova traccia presso i Sabini, strettamente associati in Trogo
proprio ai Brutti. Secondo Vannalista Cn. Gellio, che scrive dopo il 146 a.C.*,
i Sabini discendevano da Sabo lacedemone; lo segue nell'età augustea Hygino,
campane con leggenda Ilravaräv rentré , Esse richiamano la tradizione
Su
che li fa discendere dai Lacedemoni attraverso Sabo venuto a Sparta dalla Perside *.
Dionigi di Alicarnasso a sua volta dichiara di aver letto ¿v istopiare Emıywpisıs
un )éyoc secondo cui Lacedemoni dell'età di Licurgo vennero in Italia e taluni
si stabilirono tra i Sabini '*. Anche Plutarco, nelle vite di Romolo e di Numa,
'*. La tradizione
ricorda che i Sabini sostengono di essere coloni dei Lacedemoni
seguita da Trogo è, dunque, anche in questo caso ben confermata sia sotto il profilo della sun diffusione, che sotto quello della sua accettazione da parte degli
stessi Sabini.
Analoga è la situazione dei Sanniti. Strabone ricorda che secondo taluni ci
furono anche cuverzar laconi presso di loro e che perciò divennero filelleni e
taluni anche portavano il nome di Pitanati. La tradizione si esprime in termini
analoghi a quella sui Sabini, che parla di Lacedemoni cúvoixa degli stessi, ma
con maggiore precisione dichiara l'origine pitanate di una parte dei cúvouxor. Si
trattava di una xn spartana tra le più antiche e autorevoli alla quale si collegavano Menelao '* e la famiglia reale degli Agiadi'* Anche in questo caso la
tradizione pare accettata dagli stessi interessati, se è vero, come si legge, che
taluni di essi si dicevano Pitanati. La riprova è fornita dalle note monete osco145 Trog-Justin., XXIII, 1, 12.
1% Trog-Justin., XXII, 1, 11 e 15.
17 Trog.Justin., XXIII, 2, 1 ss,
14 Trog-Justin., XXIII, 1, 6 e 16.
19 Trog.Justin., XXI, 1,34, 10, 14, 17.
1% Gell., fr, 10 Peter, Cfr. S, Mazzarino, Il pensiero storico classico, 1, Bari, 1966, p. 87 ss.
15 Hyg,, fr. 9 Peter, Evidente è Vallusione a Hdt., VI, 54,
152 D. Hal, 2, 49, 4-5.
15 Plur., Rom, 16 1; Nuwr,, 1, 4.
15% Hesych,, sv, Ihravrärng crpatés.
13 Paus., III, 14, 2,
81
finora esaminata sotto un duplice aspetto: tornano i Pitanati e le pretese origini
spartane; tornano ‘leges’ spartane relative ai giovani per le note connessioni
esistenti tra repimekor, servizio di guardia ai confini e servizio militare degli
efebi '". I! contesto entro cui si calano queste monete è costituito, da un lato,
dalle evidenti connesioni con gli oboli coniati nel IV secolo da zecche osco-campane e con gli oboli neapolitani, in particolare quelli che presentano sul verso lo
stesso motivo di Eracle in lotta col leone nemeo '*; è costituito, dall'altro, dall'insieme delle monete eracleote e tarantine, dove di nuovo torna questo motivo,
in particolare dai dioboli dell'età di Archita in cui questo motivo è presente *.
Se, quindi, la composizione del ripostiglio di Cales, suggerisce una cronologia per
queste monete che è almeno l'ultimo trentennio del IV secolo, i legami tra Neapolis,
i Sanniti e Taranto evidenziati dagli oboli col motivo dell'Eracle in lotra col leone,
obbligano a datare queste emissioni senz'altro in epoca anteriore allo scoppio della
seconda Sannitica e alla defezione di Neapolis. D'altra parte le notare connessioni
con Sera di Archita, la necessità di immaginare un certo sfondo politico «e
e
dhconuos..
tame
culturale dietro le monete dei Pitanati, obbligano a porre gli inizi della relativa
tradizione in anni non lontani da quelli di Archita e, comunque, non posteriori alla
metà dello stesso secolo.
Si tratta di un insieme di tradizioni coerenti colla tesi sostenuta da Trogo
e che di fatto affratellano le popolazioni sannitiche alla ‘spartana’ Taranto.
Questo è immediatamente evidente ed è confermato dalle osservazioni prima
fatte a proposito delle monete dei Pitanati. Ma c'è anche Strabone, che in questo
caso segue probabilmente Timeo*”, a ricordarlo in maniera esplicita. Secondo
lui, infatti, la tradizione su una colonia spartana tra i Sanniti con tutto quel che
ne consegue era invenzione di Taranto, tesa ad ingraziarsi dei potenti vicini, quali
erano i Sanniti, Col che il livello cronologico di queste notizie risulta di nuovo
più che evidente. Da un lato infatti esse confermano e completano il racconto di
Trogo, il quale si rifà, come si vide, ad ambienti italici di prima metà IV secolo;
dall'altro esse si rivelano il riflesso di una situazione dell'Italia centro-meridionale
dominata dai rapporti tra le popolazioni sannitiche e Taranto, una situazione che
si modificherà nella seconda metà del IV secolo colle guerre sannitiche. Se questo
è vero un'altra conseguenza ne deriva:
per il mondo sannita di
prima metà
F9 A. Stazio, in PerPuss, LXXII 1960, p. 225 ss; P. Wuilleumier, p. 81. Cfr. anche: R.
Cantilena, "Sannio, Problemi di produzione e circolazione monetale’, in * Aui
della Tavola
rotonda su Sannio, Pentri e Frentani dal VI al I sec. a.C, *, Campobasso, 10-11 ottobre 1980 (in
corso di stampa).
157 P, Vidal-Naquet, ‘ 1] cacciatore nero e le origini dell'efebia attica’, in H Miro, Guida
storica e critica, a cura di M. Detienne, Bari 1975, p, 54 s,
$ Presenti nel ripostiglio di Cales: cfr, A. Stazio, in Par Pass, LXXII 1960, p. 226.
19? Wuilleumier, p. 378, 523 s. Cfr, G, Giannelli, Culti e Miti della Magna Grecia, Firenze 1963, p. 43 s,, 48.
19 Strabo V, 4, 12, 249 € Cfr F
p. 218, n. 2 à p. 118.
Lasserre, Strabon, Geographie, Tome III, Paris 1967,
Pagina 12
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)83
Laconizzanie, infine, & lo spirito della legge sui matrimoni sanniti citati dallo
IV secolo parte da Taranto un messaggio, la concessione di un’origine spartana,
e questo in un momento in cui a Taranto si impone il pitagorismo architeo. Tutto
ciò da un lato fornisce alla tradizione su Gaio Pontio un più ampio sostegno,
dall'altro obbliga ad ammettere tra le due immagini dei Sanniti, legati ad Archita
di formazione della coppia.
ma anche a Sparta, qualche rapporto.
A queste tradizioni spartane sui Sanniti nel loro complesso si accompagna
e all'educazione militare torna anche in seno al pitagorismo. Pitagora, ispirato
l'insistenza sul fatto che sono presenti presso di loro costumi e istituzioni laconiche,
che collegano un dererminato regime di vita all'attività militare. Per i Lucani e i
Brutti le ‘/eges’ spartane adottate sono quelle che attraverso una pratica di
! duritia’ e ' parsimonia ' abituano ai “labores bellici *!9, I Sabini devono alla loro
connessione con Sparta la severità e durezza del loro regime di vita: ossia quanto
di quierilepov, oz)moiv, Auzchlartev v'è nei loro costumi"! e il loro essere
nodeuizo! e abituati a vivere in 2@ua prive di mura". Presupposti analoghi
sono alla base della citata notizia straboniana sui Sanniti. I Sanniti sono grazie
alle loro origini, in parte laconiche, filoelleni e filoelleni a questo punto non può
che voler dire innanzi tutto filolaconici. Il richiamo ai Pitanati è ancora più preciso. Ihravärnc czparéc era l'esercito ellenico o quello spartano in quanto
facente capo a Menelao, Il Ikzavarnıs Aöyes, secondo Erodoto, si era ricoperto
stesso passo di Strabone, fondata com'è su di una nozione di Giger maschile e
femminile sottoposta al pubblico giudizio e su un criterio del tutto impersonale
Questo aspetto del Aırodlarzev connesso all'imitazione del modello spartano
fmin©td
dalle leggi di Minosse e di Licurgo '*, risolve la sua predicazione a Crotone, nella
valorizzazione, diversificata per classi di eta e sesso, della ‘frugalitas’ e della
‘virtus’ e nella lotta alla ‘luxurta’, la quale serve ad impedire la crisi di una
tradizione di vita che fino ad allora si era fondata sulla ' virtutis exercitatio ', e
sulla ‘armorum cura''?. Questo aspetto della tradizione, che è quello più antico
perché più attento alle attività politiche che a quelle filosofiche e religiose più tardi prevalenti, trova un'eco anche in Erodoto, se è vero che nella storia di Zalmoxis,
discepolo di Pitagora, egualmente compare l'associazione tra una predicazione di
na
tipo pitagorico, la formazione di un &vSgetbv, la caratteristica di &vSeniérazar
posseduta dai credenti in Zalmoxis '”, Modi di vita dorici, fatti di sissizi, attività
ginniche, classi d'età, educazione comune, misura nel bere e nel mangiare”, si
sposano nel modo di vivere pitagorico a un'etica di tipo aristocratico-oplitico TM.
di gloria a Platea ed aveva avuto come lochago Amonfareto, che fu anche uno
Parallelamente la Sparta dei pgubizua, dell'dvógeia e della eicéhera viene polemidegli ¿gives morti nella battaglia e sepolti separatamente dagli altri Spartani *.
camente contrapposta alla <gupr; dei Sibariti #, combattuta da Crotone e da
Si trattava di giovani oltre il diciannovesimo anno di età, ai quali spettava evidentemente la partecipazione al combattimento, ma ai quali, come toccavano
compiti di guida ed educazione dei ragazzi, così non toccava ancora l'onore di
Pitagora.
essere da morti sepolti insieme agli altri Spartani adulti, È questo un tratto che,
unitamente al ricordo che Pitane, assieme alle altre z@pa. più antiche, aveva
nell'educazione militare dei giovani e nel connesso culto di Artemide”, come
serve a capire la natura di questo %öyss comandato dall'igñy Amonfareto, così
spiega il collegamento a Pitane di Sanniti definiti repirokor, al pari degli efebi.
con richiami ai medelli dorici e spartani. Aristotele citando misure democratiche
Un fenomeno analogo si verifica per il pitagorismo tarantino, dove pure ri.
sulta la tendenza a sposare tendenze e misure politiche ispirate al pitagorismo
tendenti ad assicurare il riequilibrio delle sperequazioni economiche e sociali tra
i cittadini fa riferimento esplicito a Cartagine e Taranto’, Le misure messe in
atto dai Cartaginesi sono introdotte da un perfetto indicativo:
appartengono
quindi a un passato le cui conseguenze durano ancora all’epoca sua. Quanto ai
Tarantini si citano due misure, l'una, quella che a noi interessa, introdotta da un
tel Trog-Justin., XXIII, 1, 8-9.
12 Gell.. fr. 10 e Hyg., fr. 9 Peter.
1 D. Hal, 2, 49, 5.
16 Plur., Rowr, 16, 1.
presente indicativo, l’altra, quella relativa al doppio tipo di elezione delle magistrature, introdotta da un aoristo indicativo. Per Aristotele, dunque, attento indaga-
188 Hesych., sv. Ikzavarız otpatés.
ss Hdr., IX 53, 2-5: 71, 2-3; 72; 85, 1-2.
16 Trog-Justin., XX, +, 4; Val. Max., VIII, 7, 2; Jam, VP, 25.
7 Sulla posizione e ruolo degli igives, cfr: Schol. Hdt. IX, 85 e Plut., Lyc. 17, 3 ss.
TM Hé., IV, 93-96.
(su cui vedi il commento di M. Manfredini-L. Piccirilli, Plutarco, Vita di Licurgo e Numa,
Milano 1980), Sul ruolo di Artemide, cfr. Paus. 111, 16, 9 e le osservazioni di A. Brelich,
Paides e Parthenoi, Roma 1969, p. 135 ss. Sul 2542< pitanate, negato da Tucidide (I, 20, 3
e cir: Hesych, sv. Ilitavé=ns), vedi in particolare le osservazioni di K.M,T, Chrimes,
1% Trog.-Justin., XX, 4, 1-13.
13 Jam., VP, 97-100, da Aristosseno: cfr. M. Timpanaro Cardini, fasc. III, Firenze 1964,
pp. 280 ss.
12 Jam., VP, 85; 232. Sulla necessità di tener distinti oplitismo e democrazia cfr, D.
Musti, L'economia in Grecia, Bari 1981, p. 62 ss. e in particolare la bibliografia citata a p, 6%,
Ancient Sparta, Manchester 1949, p. 318, che vanno nella stessa direzione da noi indicata
n. 15; il carattere non democratico dell'oplitismo crotoniate, al momento della vittoria su Sibari,
e servono ad illuminare e giustificare la notizia erodotea, eliminando anche gli ultimi dubbi
di U, Cozzoli, Proprietà fondiaria ed esercito nello stato spartano dell'età classica, Roma,
1979, p. 107 s., il quale, peraltro, anche lui si chiede se qui Erodoto non abbia usato impropriamente il termine Aöxos. A W. den Boer (Lacontan Studies, Amsterdam, 1954, pp. 299 s.)
va obiettato che la lezione igévegiziva< è già implicitamente attestata in schol. Hdt. IX 85.
appare chiaro solo che si pensi da un lato alle gesta di Milone, dall'altro al tipo di costituzione
oligarchica che u metà V secolo Crotone ancora possiede: cfr. specialmente Jam., VP, 257.
"3 Diod,, VIII, 18, 2; Athen, XII, 518.
173 Aristor,, Pol., 1320 a 30-b 12. Cfr. R. Vattuone, in Riv. stor. antich., 6-7, nr. 14,
1976/7, pp. 285 ss,
Pagina 13
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Pagina 14
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)istituto '”; il carme pitagorico composto da Appio Claudio *, Tutto ciò data
almeno alla metà del IV secolo la tradizione romano-sabina sugli aspetti militari
timo, che ne dimostra ancora una volta la precocità. Si tratta della conferma
86
e laconizzanti dell'opera di Numa; la pone in diretto rapporto colla diffusione del
pitagorismo in Campania e l'incontro-scontro che ivi ha luogo con l'influenza e
l'attività di Taranto.
Ciò che non è finora esplicitamente attestato è il richiamo alle origini spartane di Taranto quale giustificazione per la adozione in Taranto di misure politico
militari di tipo pitagorico. Ma non è difficile immaginare una simile integrazione
dei motivi finora esaminati. A Taranto il richiamo alle origini spartane era un
modo del tutto naturale e specifico di interpretare l'esigenza pitagorica della
fedeltà zeig mazpicie Edeor ce xai véperg' o, per dirla colle parole del Megi
Örxarssövng, della necessità di calare du tote ideo: zal zeig imvraSeipuani Tüv
mohrzäy la legge che deve renderli sutarchici ?: un'idea, questa dell'autarcia
ottenuta col concorso della legge, per la quale ancora una volta il modello è
sarantino in arca tirrenica e campana in funzione antiateniese; tratto, quest'ulche è possibile ricavare dall'analisi del comportamento romano in Campania.
Ricevuto da Apollo Pitico l'invito ‘ ello Samniti’ a dedicare una statua al
più valente ¢ più saggio dei Greci, i Romani eressero nel comizio, dove ancora
restavano all'età di Silla, una statua ad Alcibiade ed una a Pitagora 7. Ciò che
in questa notizia colpisce è il richiamo ad Alcibiade come al più valoroso dei
una realtà di V secolo che aveva avuto i suoi riflessi in OcciSi tratta di .
Greci
dente in una con la preparazione e realizzazione della spedizione in Sicilia. Una
realtà, quindi, fortemente datata, che non può scendere molto nel tempo nè
tanto meno collocarsi dopo la prima guerra Sannitica, solo che si pensi al fatto
che nel frattempo ‘fortissimus Graiae gentis’ per Romani ed Italici diviene
indistintamente Alessandro Magno *”,
Non è del tutto fuor di luogo pensare ad una ripresa di tradizioni etrusche,
Sparta". Ma c'è anche conferma più pertinente di questo richiamo alle origini
per giustificare l'accettazione di ideali pitagorici e laconizzenti. Basti pensare all'uso
filoateniesi e antisiracusane, le quali si erano espresse nell'appoggio che talune
nile etrusche, Tarquinia in testa, avevano dato alla spedizione arenicse in
che di questo motivo fanno gli ambienti accademici e Platone, amico di Archita, in
Sicilia '®, ripresa che ben si addice al clima in cui matura la Prima Sannitica.
relazione a Siracusa e a Taranto. Nell'Epistole VII Dione, opponendosi al Erxshuxèe
Bios dei suoi nemici, attua thy fie Teepfîig cibppova Blarsav che è un Awprozi
¿mv xara wa máxpra'"; nelle Leggi, all'ubbriachezza generale dei Tarantini,
coloni di Sparta, viene polemicamente contrapposto il véye¢ spartano relativo a
Un clima che vede Roma ristabilire i suoi rapporti con le città etrusche di Targuinia e di CaereTM e quelli con Cartagine TM; riprendere la lotta con i Galli”
e i Latini e, quindi, schierarsi con i nemici di Siracusa, che proprio in quegli
anni per bocca di Alcimo la vede quale città etrusca e mette a morte come
hızöv e dell'éyzpésera, prudentissimo capo sannita che ha trascorso la sua esistenza nell'esercizio dei suoi obblighi civili e militari, tradizione che individua nella
pirata tirreno un Postumio dal nome tipicamente romano”
Ma queste tradizioni vengono riprese in Campania e durante la guerra con
i Sanniti: bisogna allora pensare anche a qualche altra più specifica motivazione.
Ad Alcibiade viene associata la saggezza di Pitagora: di un Pitagora, quindi,
visto in chiave filoateniese e antisiracusana. L'accoppiamento riflette il clima
di V secolo, che vede l'intervento ateniese in Occidente, in particolare a Neapolis,
dispiegarsi con l'appoggio: della calcidese Regio, divenuta dopo la crisi crotoniate
Taranto pitagorica della prima metà del IV secolo il terreno di incontro tra le
di metà secolo, nuovo centro di esperienze pitagoricheTM; e delle stesse città
hôov
e superiora":
ai nell'uno come nell'altro caso, il richiamo alle origini
doriche serve a rafforzare polemicamente gli ideali cari all'azione di Platone e di
Archita, a Siracusa come a Taranto,
In conclusione la tradizione che, attraverso Gaio Pontio sannita, padre del
vincitore di Caudio, interlocutore di Archita sui temi della *temperantia”, del
popolazioni sannitiche della Campania e Taranto, risulta confermata e completata
dall'altra, diffusasi nella prima metà del IV secolo, che ai Sanniti dell'età di Dionisio I assegna un'origine e un costume di vita spartano, cui s'era da sempre
richiamato il pitagorismo magno-greco.
Ma vi è ancora un'altra paralella conferma della penetrazione del pitagorismo
|
19 Plin., NH, XXXIV, 6, 26, cfr. Plur, Numa, 8, 20.
1% Salmon, p. 200. Per i rapporti di Romani e Italici con Alessandro, cfr. Braccesi,
p. 250 ss.
=
Teste autorevole è Velogio degli Spurinna (fr. 1) pubblicato da M. Torelli, Elogta
Targuiniensia, Firenze, 1975, col commento a p. 36 ss, La notizia & confermata da Tucidide che
parla di città etrusche interessate alla spedizione ateniese (VI, 88, 6; 103, 2; VII, 53, 1-2;
TM S. Calderone, in *Atti XV Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1975’,
Napoli 1976, p. 49 € n. 47. Lo scritto si datal IV secolo anche perché a quell'epoca risalsono altri falsi epicarmei. (Cir. Aristox., fr. 45 W.).
M Cic., Tusc., IV, 2,4.
192 Aristox,, fer, 33 e 34 W,
193 Stob., Ecl., IV, 1, 138, p. 86, 14-16 H.
mM F, Ollier, Le mirage spartiate, 1, Paris 1933, p, 201.
15 Plato, Ep., VII, 336d.
m Plato, Lezes, 637 AB.
54; 57, 11).
29 Liv, VII, 22, 6. Cfr. M. Sordi, p. 125 ss.
20 Polyb.. IH, 24; Diod., XVI, 69, 1; Liv, VII, 27, 2. Cfr. Sordi, p. 100 ss; À.
Altöldi, Early Romans and the Latins, Michigan 1963, p. 346.
2 Liv., VII, 23, 2; 25, 45 (350 a.C.).
20 Liv, VII, 25, 5 (349 a.C.)
34 Fr. 4 Jac.
25 Diod., XVI, 82, 3.
=» Aristox., fr. 18 W.; Jam., VP, 33; 130; 172; 267.
Pagina 15
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)achee, una volta riconciliate con gli esuli pitagurici grazie
all'intervento dei filoAchei del Peloponneso*”, presenti anche nella neofondat
a Turi. È
il risultato di un processo che s'era iniziato con la
partecipazione ateniese al
ateniesi
rilancio della * Megale Hellás” pitagorica, successivo alla
caduta delle tirannidi
siciliane ”, e s'era concluso con la formazione di un blocco
di interessi ateniesi,
gorica tra Cartaginesi e Tirreni ®*, nemici di Siracusa: una realtà che vede il
pitagorismo come ultimo erede del blocco di interessi antisiracusani che Aten
aveva a suo tempo cementato.
In questo atteggiamento, tuttavia, non si ritrovò tutto il movimento pita-
Sicilia
gorico. Vi furono conversioni metapontine Y; vi fu un pitagorismo tarantino, che
pervenne con Platone ed Archita all'alleanza esplicita col tiranno di Siracusa.
Coerentemente compare in Aristosseno la tradizione di Pitagora tirreno e, dunque,
rinascita pitagorica di
proiettato verso l'Etruria; ma discendente di quei Tirreni che gli Ateniesi avevano
rivitalizzato %. Si tratta
scacciato dalle loro sedi?’ e, dunque, naturalmente antiateniese. La tradizione,
che non è del solo Aristosseno **, ma che da lui tarantino riceve questa particolare connotazione, testimonia l'interesse del pitagorismo tarantino verso l'Etruria, ma, nello stesso tempo, testimonia una temperie in cui la penetrazione
tarantina nel Tirreno incontra ancora un ostacolo negli interessi di Atene. Questo
punici ed etruschi, in cui giocavano un essenziale
ruolo di mediazione tanto la
presenza ateniese in Magna Grecia, quanto l'alleanza colle
città calcidesi di
e sul Tirreno ”, che la caduta delle tirannidi siceliote e la
Caronda, a Regio e nelle città calcidesi di Sicilia, avevano
89
di un blocco di interessi i cui effetti nel Tirreno si fanno ancora
della spedizione di Atene in Sicilia, voluta da Alcibiade, se
sentire all'epoca
in quella occasione,
come s'è detto, città etrusche appoggiano Atene? Regio
si differenzia da Locri
e Taranto nel concedere nel 415, nel 414 e +13, approdo (e
mercato) agli Ate
niesi ””, mentre le città calcidesi di Sicilia sono alleate
di Atene nella guerra
dimosira che la tradizione riferita da Aristosseno è più antica dell'epoca sua, e pocontro Siracusa *. Non diverso è l'atteggiamento delle città
achee. A differenza
lemicamente si ricollega ad un clima filoateniese e antisiracusano, le cui tracce, evidelle già citate Locri ¢ Taranto, Crotone consente approdo e
mercato alla flotta
dentemente, ancora si risentivano nell'età del primo Dionisio. L'unione di Pitagora ad
ateniese nel 415°"; Metaponto rinnova la precedent
e alleanza nel 4132: Caulo-
Alcibiade che i Romani al momento della Prima Sannitica ripropongono null'altro
nia, nello stesso anno, si prepara alla fornitura di materiali
strategici alla flotta
ateniese *. Né dopo il tracollo di Atene in Sicilia queste città si
uniscono ai
è, quindi, che l'altra faccia di questa realtà: la faccia antitarantina, in quanto filoateniese e antisiracusana, che Roma contrappone alla faccia filotarantina, anti.
vincitori:
ateniese e filosiracusana, di cui i Sanniti evidentemente erano sentiti sostenitori.
Taranto **,
In
solo Turi lo farà ed avrà accanto in questa scelta le solite
Locri e
un
In tal contesto risulta chiara la scelta romana e la sua motivazione, mentre risulta
atteggiamento antisiracusano si collocò la
lega italiota
Crotone 3", Paralelamente numerosi sono gli episodi che testimoni
intorno a
ano una ostilità
pitagorica ai tiranni di Sicilia, in ambito magno-gr
ecoTM, ed una presenza pitaconfermata Ja presenza, attiva tra i Sanniti di Campania, di un pitagorismo di
marca tarantina nella prima metà del IV secolo: che è appunto l'epoca cui rimandavano le notizie sui rapporti di Archita col Gaio Pontio, padre del vincitore
di Caudio,
2% Polyb., II, 39, 46; Strabo. VIII, 7, 1, 584 C; Jam.,
del Walbank al passo di Polibio prima citato (I, p. 224).
2 Diod., XII, 10, 7,
VP, 263-264. Cir. il commento
3» Cir, Jam., VP, 166 con Jam., VP, 33 s. (= Aristox. fr. 17
W.), 129-30, 133. Su
tutto ciò diffusamente:
A. Mele, "La Megale Hellás Pitagorica”, in * Atti
XXI Convegno di
Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1981” (in corso di stampa).
Pg G. Maddoli, ‘Ii VI e il V secolo a.C.', in Storia della
Sicilia, vol. II, Napoli 1979,
p.
70
ss.
1 Jam., VP, 33 s. (= Aristox., fr. 17 W.); 129 s.: 172:
267, Cfr
22 Diod., XII, 44, 2.
—
209
23 Thue,, VI, 44, 3; VII, 1, 1; 35, 2; Diod., XIII, 3, 5,
314 Maddoli, in Storia della Sicilia, vol. U, Napoli 1979,
p. 75 ss.
e insieme di Numa. Tutto ciò nella tradizione legata alle origini degli Aemilii
Mamercini. Nella restante tradizione sui figli di Pitagora questo nome manca e
l'unico possibile aggancio è fornito da Giamblico che conosce un Mnemarchos
figlio di Pitagora e omonimo del lui padre**. La stessa tradizione, tuttavia, forche proprio allora
Caulonia si preparava a concedere in maniera molto sostanziosa (Thuc.,
VII 25, 2).
27 Thuc,, VII, 25, 2,
21 fam. VP, 127-128; 267,
21% Thuc., VII, 35, 1; 61, 2; Xen., Hell., 1, 5, 19.
pi
altra via provato. Nella tradizione sabino-romana del Numa pitagorico si rinvengono elementi di chiara provenienza tarantina. Già si è visto come uno degli
elementi di questa costruzione sia il personaggio di Mamerco, figlio di Pitagora
che sembra piuttosto dovuto a desiderio di non spingere troppo oltre un appoggio ad Atene,
25 Diod., XIII, 13, 4. Cfr. Thuc., VI, 44, 2,
36 Thue., VII, 33, 5; 57, 11,
;= Diod., XIV, 91, 1. Per le campagne di Dionisio |
contro gli
Che d'altra parte la penetrazione romana in Campania nel corso del IV sec.
incontrasse tradizioni pitagoriche di derivazione tarantina può essere anche per
22 Polyaen., V, 2, 22.
Italioti, cfr. H. Berve,
3
> Aristox., fr. 31 W.; Neanthes, fr. 31 Jac.; Polyaen,, V, 2, 22,
Cfr. Berve, p. 654,
Per
tutto cid non sembra giustificata la sopravvalutazione del
rifiuto il Crotone a lasciar passare
l'esercito ateniese attraverso il proprio territorio nel
413 a.C. (Thuc, VII, 35, 2); rifiuto
23 Aristox., fr. 1la W,; Porph., VP, 2,
24 Theopomp., fr, 72 Jac; Aristotele (o Aristurco) in Clem. Alex, Strom, 1, 62, 2;
Porph., VP, 1-2. Su Aristarco e non Aristotele come fonte della notizia, vedi A. Fraschetti,
in Helikon, XV-XVL, 1975-76, pp. 424 ss,
25 Jam., VP, 265,
Pagina 16
Bekijk in PDF(opent in een nieuw venster)Il Pitagorismo e le popolazioni anelleniche
Alfonso Mele
nisce sufficienti elementi per intendere come si sia passati da Mnemarchos a
Mamerkos. Il padre di Pitagora, in generale e a partire dalle fonti più antiche,
Eraclito
* ed Erodero
*?, è Mnesarchos e Mnesarchos è ancora il figlio di Pitagora
per i più delle fonti Y. Ma Giamblico costantemente chiama Mnemarchos non
solo il figlio, ma anche il padre di Pitagora =’: questa variante del nome doveva
dunque, sembrargli così autorevole e fondata, da resistere tanto all'impatto a
la tradizione biografica sulla nascita di Pitagora, quanto a quello colla tradizione
orfica del Discorso sacro, quanto, infine, a quello colla tradizione sulle SuaSoyai
pitagoriche
Mandozwa #, Di nuovo, cioè, la necessaria mediazione fra tradizioni compone
nti
alle
€
rarentine e romane di IV secolo rimanda all'area campana
osche in essa presenti.
pitagorismo
Un'ulteriore conferma di rapporti tra pitagorismo romano € del
aides
iyvas
zara
architeo viene offerta dalla tradizione sulla Sveveqh
, al di la delle
attribuita a Numa **. Qui Numa appare, da un lato, come il creatore
e, dall'altro, come
originarie differenze etniche, di una =8%:< politicamente unitaria,
tico
valorizzatore delle attività artigianali, secondo un modello politico didemocra
una realtà
per altro strettamente unito alla Taranto di Archita. Questo non sai va
di cui la Taranto di Archita offriva un qualche modello *”. Si trattastesso Archita
la cui vitalità non può essere troppo allontanata dall'età dello
i, a quei
(prima meta IV secolo), e che ben si addice, nei suoi motivi ispirator
Claudio
Appio
ad
e
Aemilii
agli
gruppi politici che intorno a Publilio Philone,
difesa
la
quanto
a,
Campani
in
ione
peneiraz
di
o
portavano avanti tanto un progett
della
ta
ellenizza
razia
l'aristoc
con
mento
collega
al
ate
interess
e
di ceti e clientel
del
uomini,
stessi
gli
Sono
*.
zona e colle sue tradizionali attività di commercio
riforme
de
con
una
in
militari,
i
comand
resto, che le lunghe carriere e i ripetuti
facevano
della tattica di combattimento imposte dalla guerra contro ,i Sanniti,
vertici
dai
subíta
onalismo
protagonisti della generale evoluzione verso il professi
perfetta»
diveniva
quale
la
lungo
one
evoluzi
:
militari di Roma nel IV secolo”
esso è contemporaneo di Archita, ma perché si rifà alle stesse matrici e tendenze
del pitagorismo architeo. I Pitagorici di Fliunte, infatti, passano, al pari di
ziale e laconizzante.
Essa non modificava il valore del nome, ma una volta pronunciata alla maniera do:
rica come Mvájagxos creava le premesse per una ulteriore evoluzione del nome
sganciata dalla sua matrice originaria. La tradizione Miasia, riferita da Tigene
Laerzio
, su Mäguuxs padre di Pitagora, presenta, infatti, il nome in questione
in una forma assai vicina a quella rappresentata da Myvdpuepyos e, tuttavia,
già
evoluta nel senso dell'aggancio ad un radicale del tipo mar/marmar. In ‘altel
termini Mágiazos rivela uno sforzo di collegamento di Pitagora al dio italico
della guerra, già evidenziato dalla tradizione su Mamercus/Maimerkos. Ma la tradizione in cui Méguazse compare, rispecchia evidentemente gli interessi del
gruppo di Pitagorici attivi a Fliunte nella prima metà del TV secolo ®!; un gruppo
mente naturale e spontaneo l'accostamento a modelli di vita di ispirazione mardell'operato Pitagora, presupposta al legame con Mamerco trovava, quindi, il suo
a di tradizioni
A questo punto una conclusione si rende possibile. La presenz
eridionale
ceniro-m
ia
dell'Ital
he
sannitic
oni
popolazi
le
pitagoriche e tarantine tra
è un
almeno,
secolo
IV
del
metà
prima
dalla
are
particol
in
ia
Campan
e della
padre
Pontio,
Gaio
su
ne
tradizio
la
so
dato che emerge con chiarezza sia attraver
ni su
del vincitore di Caudio, sia anche, e diffusamente, attraverso leMatradizio
dato
un
è
origini e costumanze spartane di Sabini, Sanniti, Lucani, Bruuii.
andrà trascurata neanche la circostanza che, a stabilite un ponte più diretto tra
sti precedenti, relative ai modi e alle forme ideologiche assunte dalla penetrazione
Archita, per discepoli di Filolao ed Eurito ‘ rarantini **; Senofilo, proa
allo stesso gruppo, passa per maestro di Aristosseno tarantino Y; nella citata
genealogía fliasia, infine, al nonno di Pitagora si attribuisce il nome di Hippaso
un nome raro che, come tale, rimanda all'Hippaso pitagorico, ispiratore dei
matematici e dello stesso ArchitaTM. L'interpretazione laconizzante e militarista
corrispondente negli ambienti pitagorici legari alla Taranto di Archita. E non
Mamerkos, Marzzakos e Mnamarchos sono tradizioni onomastiche e toponomastiche
di derivazione osca, quali quelle evidenziate dal prenome etrusco ma di origine osca
Mamarce*®, dal neapolitano Mápagxcs *, e, un po’ più a sud, dal toponimo
Eusch., Pracp.
37 Steph. Byz., sv.
» di Numa’,
2 Cfr. A. Storchi Marino, ‘La tradizione plutarchea sui + Collegia2 opificum
{1975), p. À ss.
in Annali Istituto Italiano per yli Studi Storici, 111, Napoli 1971-197
>» Aristox., fr. 18 W.; Diod., XV, 76, 4.
240 E, Lepore, 1968, p. 224 ss.
23 M, Frederiksen, ‘Le «gentes» romane € la conquista dell'Italia”, in Storia
*2 Aristox., fr, 19 W.
so Sud., s.v, 'Aprotóbevos,
= Archytas, 47 A, 15 D.K, = 21 A, 15 Timpanato Cardini, cit, fase, II,
Mo W. Schulze, Zur Geschicte lat, Eigennamen, Dublin 1904, p. 62,
e della secessione dei Latini e Campani *,
235 Plur., Name, 17, 14,
29 Jam., VP, 4; 5; 9; 25; 146,
24 D, L., VIII, 1.
Cfr, De Simone, p. 86 (testimonianze fino a tetto il V secolo).
a quese
romana in Campania durante le guerre sannitiche, con l'ovvia avvertenza che col
rottura
della
o
moment
al
tradizioni pitogoriche filoateniesi corrispondono
corrispondono
mondo sannita filotarantino, tradizioni pitagoriche filotarantine
vi furono in
pure
quali
,
Taranto
e
Sanniti
con
accordo
di
i
moment
invece ai
occasione del trattato del 354 a.C.
28 Heracl., fr. 129 D.K,
27 Hdr., IV, 95.
2 Anon., Phot.,
438b29;
Schol.
0
:
O
be
Pala
aPlat. Resp.
sp., 600b;; Sud. sv, Mudarépas;
che emerge altrettanto chiaramente nelle tradizioni, strettamente connesse
società italiana, 1, Milano 1981, pp. 352, 363.
pp. 304-309
i
|
22 Liv, VII, 19, 4,
23 Liv, VIT, 6: 10; 11. Dion. Hal. xe, XV, 4.
della
Pagina 17
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o su un altro versante, in occasione delle zahara evviijxa. con Taranto violate
da Roma all'inizio della guerra Tarantina *.
6) — Forti del risultato dell'analisi finora condotta sulle tradizioni relative
alla presenza del pitagorismo tra le varie popolazioni sannitiche dell'Italia centromeridionale, possiamo tenture ora di darne un quadra tiassuntiva €, insieme, di
mettere in rilievo quanto in esse & riflesso di un'effettiva evoluzione delle ét
indigene e quanto, a sua volta, @ riflesso di un interesse greco a configurare e
a vedere le comunità indigene in una certa determinata maniera.
1 segni di una evoluziont delle comunirà sannitiche sembrano evidenti attraverso il diverso approccio pitagorico nei loro riguardi. Le testimonianze che
prossimo alla chore di Crotone, insistono sul fatto che furono Bases e Burecuperano i livelli più antichi, il rapporto con i Lucani abitanti il paese barbarico
varıaı ad essere, assieme ai Crotonisti, conquistati dalla prima predicazione
pitagorica, Il rapporto, cioë, si configura come rapporto con nristocrazie politiche,
denti, in maniera macroscopica, nel modo con cui la teadieiane concepisce il
Basıkeis, e sociali, Buvderar, con connessioni di tipo familiare e genetico, evi.
gruppo che fa capo ad Ocello. Un rapporto tra capi, dunque; un'ellenizzazione
di tipo genetico e yerticistico, quale ben si attaglia ai fenomeni di tipo principesco
evidenti ancora nel IV secolo in area lucana e bruttia, ma enotrii prima che
specificamente lucani #, £ il modello della prima ‘ Megdle Helläs‘ pitagorica,
quella preciloniana di Nicomaco, permeata ancora di ereditù plutocratiche, sibaritiche ed orientalizzanti ™,
sviluppato; e del faro che & proprio alla meta del VII secolo che si hanne nella zona im-
2# Appian., Sunni, 7. Cir, Lepore, 1968, p 224,
#5 E, Lepore, in Storia della Societä Italiana, 1, Milano 1981, p, 263 ss. | caratteri die
versi della più antics penetrazione sannita nella Lucania interna apperirebbere ancor più
influenzati da modelli enotrlo-principeschi, se si dovesse accettare la test di G. Tocco, in
"Atti 20° Riunione Sc. Ist, PreProtostoria, Basilicata, 1976 ', Firenze 1978, p, 87 ss. ER
tata da P. Guzzo, in Archivio Storico Calabria e Lucania, XLVIT (1980), p, 21, di cm massiccta penetrazione sannita in quest urea nel VII secolo, In realtà scindere i mutamenti delle
culture local alla met del VIT secolo dall'impianto di Metapome e Siris non pare allo stato
dei fami giustifieno, tenuio como: della funzione particolare che ta Siritide più antica ha
Laos (Diod., KIV, 101, 102; Strato, VE, 1, 12350).
plunti coloniali veri e propri e si apre sia la tensione tra À divers! tipi di insediamento facenti
capo agli achei, da un lato, e a Siris colofonia, dall'altra, sia anche la tensione con Oinotroi
© Tarantini (cfr. Lepore, 1968, p. 252), Quunto all'accenno ad una distruzione sannita di Metaponto (Strabo, VI, 1, 3, p. 264 C), a parte le difficokà di farla risulire ad Antioco, che
non sembra conuscere se non À Brertii (fr, 3 Jac.), resta pur sempre l'impossibilità di concepire
a un livello cosi alto una penerraxione sanni con i caratteri poli
e sociali e la compattezza posseduti dui conquistaroni di Poseidonia (Strabo, VI, I, 3, 254C) o dai vincitori di
= Nicomac., in Porph, VP, 20 = Jam, VP, 29 s Per questa definiziene, e la sua interpretazione, rimando a quanto diffusumente detto nella citata relazione, in corso di stampa
sul nome € l'origine del termine Megale Hellis tenuta nel corso del XXI Convegno di Studi
sulla Magna Grecia.
Il Pitagoriimn e le popolusiont unelleniche
9,
L'avvento nel V secolo della seconda ‘ Megdle Helläs ', connessa alla azione
?®, coinvolge
dei nometeti locali ¢, socialmente e politicamente, più articolara
mediante i véuer e le mokerstar di ispirazione pitagorica. Sul versante greco
direttamente il lucano Aresa e mostra i suoi effetti nella successiva storia di
questo personaggie. Appare chiaro, attraverso Ja sua vicenda, Paccostamento
lucano a questa nuova esperienza fondata sul recupero delle tradizioni locali
tardi, nel democratico e filoepirora poeta tarantine Leonida ™; dall'altro, nella
questa politica significd la ripresa in termini di pitagorica adréprsn ed edréheux
di precedenti legislazioni locali, quali quelle di Caronda o di Zaleuco. Sul ver.
sante lucano appaiono véuct di tipo attico-calcidese, tendenti a legare i ceti più
poveri a quelli più ricchi attraverso forme di sito comtrollate € favorite dalla
comunità, mentre, subito dopo, attraverso l'opera e l'azione di Diodoro di Aspendo,
fa la sua comparsa l'incontro del pitagorismo lucano con il xuwixee zoöras € la AaxeSeuroviewy Glavea ™, Si tratra di un filone pitagorico i cui omologhi si incontrano,
da un lato, nei Tegavriver, portati sulla scena dalla Commedia Nuova # €, più
tradizione su Gaio Pontio Sannita e sulle origin’ e costumi spartani di Subini,
Sanniti, Lucani, Brottii; filone questo che appartiene ad un'epeca, la prima metà
del IV secolo, che & la stessa in cui cade l'opera e lu predicazione in Grecia di
Diodoro di Aspendo. In parallelo si colloca, ora, | citazione di leggi dei Sanniti
di tipo laconizzante. E il caso della legge sui matrimoni, un vépes xahés e
che composta l'ésuiié come pera per chi, in buse
meetpentints nbs devi
a pubblico giudizio giudicato a suo tempo Hpuovos, in base alla stesso criteria
venga poi ritenuto movnoêg 7". La legge, che ei perviene associata alla tradizione
sull’origine spartana dei Sanniti, proviene probabilmente dalla stessa fonte© ¢,
attraverso il giudizio pubblico di Agırzeia prima e di rovnpiæ dopo, rivela un
tipo di comportamento proprio delle cosiddette civilta della vergogna, quale pure
si trova ripreso nella legislazione pitagorica di Zuleuco”' e nel solito Teri
Alcuni fatti risultano allora evidenti: un processo di strutturazione politico-
Brzaeruung ”".
militare delle comunitä sannitiche, dalla fine del V secolo almeno, che porta Basıkeis e Suvaerat ad immergersi nella pratica dell'aïräpxeta, sotromettendosi,
attraverso wier, agli En ed exevyfeduwora locali fonda sull'airéguen © il
#7 Tam, VP, 166. Cfr. n, 209.
2 Burkert, p. 198 ss. Cfr. per l'incentro tra cinismo e filolaconismo: F. Ollier, Le
ravage spartiate, U1, Paris 1943, p. 3 ss; E.N. Tigerstedt, The Legend of Sparta am Classical
Antiquity, 11, Stockholm 1974, p. 315 ss.
2 Cratin,, fr, 7, D, p, 291 Ka Alexis, fr, 220, I, pi 378 K,
1971,
29 Per questa Interpretazione rimando a M. Gigante, L'edera di Leontda, Napoli
specialmente p, 38 ss, 55 ss,
281 Nie, Damuse., fr, 103e Jac: Strabo, V, 4, 12, MAC.
22 E. Lepore, in Mélunges offerts à J) Heurgon, Roma 1976, p. 54, n. 3
® Diod., XII, 21, 1-2; Stob., Ed, IV, 2, 19, p. 124 H
21 Stob., Eel, IV, 1, 138, p. 86, 1018 N.
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mDjod.,XIV,18,6;41,3-4;42,1.
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