Sulla metafisica del pitagorismo antico

Author
Levi, A.
Published in
Athenaeum
Year
1933
Subject
PYTHAGORAS
Language
Français
Category
C7 Philosophy
Archive number
127

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\2: |} — Sulla metafisica del pitagorismo antico : Ath 1933 261-266. | La thèse |: Levi E, 2 ‚323 . centrale de la métaphysique pythagoricienne, A savoir que les choses sont |: des nombres, dérive à l’origine de la cosmologie pythagoricienne. Pour celle-ci |* en effet, l'univers se compose d'une obscurité primitive illimitée et d'une |’ limite consistant en points lumineux : le nombre formé par ces points apparait | . ; désormais comme la réalité par excellence de l'univers. | RecPh 111 1933-|. 1934 496-497 Puech | Acr VII] 1933 179. SULLA METAFISICA DEL PITAGORISMO ANTICO 07 Ad om — um SÁ 7 LeYA me hyhisca e woe. Ael 7hejori sme A, bo In questi ultimi anni, quella che, dopo lo Zeller, pareva la parola definitiva della ricerca scientifica sull'antico Pitagorismo è stata posta in my I T - Movi alum 2 A 5 ÍZ A Z us 8 & il Méautis e soprattutto il Rostagni (1) hanno attribuito alle fasi primihas PAod; ce Ag ‘tera tura WS | dubbio, e, caso strano, da correnti opposte. Da una parte il ‘Delatte, .. WS > sila 44 tive della scuola pitagorica dottrine e anche opere che ormai si ritenevano proprie di età assai più tarde; dall'altra E. Frank, in un'opera poco, troppo poco conosciuta in Italia (2), ma assai interessante e acuta, ha cercato di mostrare che le scoperte scientifiche (matematiche e fisicomatematiche) assegnate a Pitagora e ai suoi più antichi discepoli debbono considerarsi assai posteriori, sia perchè Platone ne parla come di fatti recenti, sia perchè esse non erano possibili nei tempi in cui le pone la tradizione, -seguita dagli storici moderni; infatti allora non si possedevano quelle conoscenze che ne costituiscono i presupposti necessari, e nel campo delle scienze esatte non si può procedere in modo saltuario e discontinuo. Tali scoperte dovrebbero invece, nell’ insieme, essere attribuite ad Archita e agli studiosi che lavoravano sotto le sue direttive, cioè a ricercatori contemporanei di Platone, vissuti nell’ Italia meridionale verso l’inizio del 4° secolo. Essi sarebbero i « cosiddetti Pitagorici» di cui parla Aristotele; e può darsi che, seguendo la moda del tempo, abbiano attribuito le loro dottrine a personaggi di età assai più antiche. La filosofia che si considera pitagorica effettivamente apparterrebbe a scolari di Platone, i quali pure l'avrebbero posta sotto il nome 1) A. Rosraoni, di verbo di Pitagora, Torino, 1924. 2) E. Franx, Plato und die sogennanten Pychagoreer, Halle, 1923.

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— di leggendari sapienti di un'etá anteriore. Il Pitago rismo primitivo sarebbe stato una setta religiosa simile all’Orfismo, completamente estranea alla ricerca scientifica; però non si può escludere che provasse interesse per la mistica dei numeri; ed è possibile che da queste superstizioni sia effettivamente derivato lo studio scientifico delle matematiche (1). Non tutte le affermazioni del Frank si posso no accettare senza riserve ; soprattutto, occorre controllare con cura le sue citazioni, perchè più di una volta egli fa dire ai testi antich i cui si richiama molto più di quanto essi attestino; perd, in complesso, per ciò che riguarda la storia dellà scienza vera e propria, mi pare che egli abbia dimostrato la sua tesi. Ma ciò non permette di affermare che l’antico Pitagorismo costituisse esclusivamente un'associazione religio sa e non includesse alcun contenuto teoretico nelle proprie dottrin e. Per dar ragione del fatto che la matematica, come scienza, è stata coltivata sopratt utto da uomini che venivano chiamati Pitagorici, non basta dire che la scuola che ebbe per fondatore Pitagora si interessava della mistica dei numeri; occorre accogliere la testimonianza concorde dell’antichità che assegna ad essa come tesi fondamentale del proprio insegnamento , la proposizione le mosa: Le cose sono numeri (2). Su di essa si è sempre discusso dagli storici, che in modi svariati hanno cercato di determinarne il significato preciso. Il mezzo migliore per raggiungere lo scopo mi sembra quello di attenersi ad una indicazione data dal Burnet (3), (il quale però non l’ha applicata nel modo che ritengo migliore e inoltre non ha mostrato con precisione come, stando alla sua norma, si possa render conto della metafisica pitagorica, che egli, conformandosi alla testimonianza di Aristotele (4), ha 263 — fondato sulle scoperte scientifiche dei pid antichi seguaci della scuola): occorre, per comprendere la cosmologia di Pitagora, partire da tutte le notizie che abbiamo, che presentano affinità con |’ insegnamento della scuola di Mileto, perché possiamo essere certi che appartengono alla forma più antica del Pitagorismo. Queste parole devono essere cosi interpretate: La metafisica di questo deve venire spiegata per mezzo della sua cosmologia. la quale a sua volta deve, per quanto & possibile, apparire simile a quella della scuola di Mileto. Infatti, da una parte il problema speculativo proprio dell’etä in cui sì è formato il Pitagorismo primitivo era quello cosmologico ; dall'altra, esso, come dottrina religiosa, aveva gli stessi scopi dell'Orfismo, al quale si collegava in modo indissolubile, ossia mirava, col suo misticismo e col suo ascetismo, a liberare le anime da quella terribile prospettiva di una serie infinita di nascite e di morti che era la conseguenza della credenza nell’eterno ritorno di tutte le cose, determinato in modo necessario dai movimenti eternamente ripetentisi dei corpi celesti (1). Se il movimento religioso cui appartenevano l’Orfismo e il Pitagorismo era essenzialmente una reazione dello spirito al terrore che esso provava di fronte cosiddetti Pitagorici, ol xahovpevor Iuftayopetor), a parere dello stesso Burnet (Op. cét., $ 41, p. 101 sg. e nota), non doveva avere conoscenze sicure delle dottrine fisiche appartenenti al fondatore della scuola. Se abbia ragione o no il Frank affermando che tutte le testimonianze aristoteliche derivano dagli scritti dei Platonici e principalmente di Speusippo (Op. cie.. pp. 255 sgg.), è cosa che per il momento non occorre ricercare. Una cosa è certa: se (come ritengo sia stato dimostrato dal Frank) le condizioni della più antica scienza greca non offrivano i presupposti che erano necessari perchè Pitagora e i suoi primi discepoli potessero compiere le scoperte che la tradızione ha loro attribuito, non si può accogliere l'affermazione di Aristotele (Mer. A, 1) E. Frank, Op. cie, Vorwort e p- 64 sgg. quelle sensibili, tà alotytu, 5, 985 b, 23 sgg.: in Diets, 45 B, 4) che i Pitagorici, essendosi per primi occupati delle matematiche, hanno da questi loro studi derivato la convinzione che i principî (otouyeia) dei numeri sono i principi di tutti gli esseri. (Su quest'ultima proposizione in H. Diets, Die Fragmenre der Vorsokrariker« . Berlin, 1922, 45 B, 9), i corpi naturali : stotele abbia seguito Ja sua abitudine di unire alla esposizione delle dottrine di teoria di questo genere deve essere attribui ta all'antico Pitagorismo, perchè altrimenti rismo aveva, sino dai suoi inizi, identificato le cose e i numeri e sapeva anche che non si comprenderebbe più come ad esso si assegnassero scoperte scientifiche compiut e studiosi di un'età più recente, che portavano il nome di Pitagorici, avavano potentein unepoca assai posteriore e per quale ragione i fondatori delle vere e proprie matemente contribuito alla formazione e allo sviluppo delle scienze matematiche; per dar ragione di una dottrina metafisica che doveva apparirgli assai strana, si sforzò di deu 2) V. Anisroreue, .Metaphysica N, 3, 1090 a, 22 sg. Secondo altri testi aristotelici le cose che i Pitagorici identificavano ai numeri erano ui uioiyrui oboiar: Yer. M, 6, 1080 b, 2 sg. ; 17 sg. IIl secondo testo è riprodotto «Her. M, 8, 1083 b, 11 sg., 18 sg. [Diets, 45 B, 10}; N, 3, 1090 a., 32. Almeno una matiche si chiamassero Pitagorici. 3) J. Bonner, L'aurore de In Philosophie grecque (trad. A. Reymond, $ 52, p. 192. Paris, 1919) | 4) Si deve osservare che rispetto al Pitagorismo, le testimonianze aristoteliche non possono essere sempre accolte con piena fiducia. In generale, Aristotele, che in rarissimi casi fa il nome di Pitagora e abitual mente parla dei Pitagorici (e anche spesso dei ritorneremo in seguito). Si deve quindi ammettere che anche in questo baso Analtri pensatori le proprie interpretazioni e ricostruzioni. Egli sapeva che il Pitagorivarla dalle ricerche scientifiche dei rappresentanti di quella scuola che cronologica» mente erano ben lontani dai fondatori di essa. ° 1) Cfr. il mio lavoro J? concetto del tempo nei suoi rapporti coi problemi del divenire e dell'essere nella filosofia greca sino a Platone (Estratto dalla Rivista ai Filosofia Neo-Scolastica, 1919), Milano, 1919, p. 19.

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— alle affermazioni di un fatalismo astrologico che sottoponeva il desti delle anime umane all'azione e ai movimenti dei corpi celesti, si om. prende facilmente perché una scuola che, come la Pitago rica, na si rivolgeva alle masse, ma alle persone più intelligenti tisse il bisogno, pur senza compiere ricerche propr e più colte en. iamente scie tiche, di appropriarsi le dottrine della cosmologia contemporanea occupava appunto della natura dei cieli. Sulla cosmologia pitagorica ci restano la qual caloe si ai poche notizie ; ma appare soddisfacente il tentativo fatto dal Burnet (1) di ricor rla adopenn aleune testimonianze di Aristotele e le dottrine pres in entate da a i N ) À pi e. In tal modo concezione cosmologica, simile a quella di Anass imene, che si ra senta l universo come un Úxeipoy laria, soffio, zona di sui E mitato da punti luminosi, i corpi celesti, che brill si ottiene una sf 2 ano su oscuro. L’universo, in ta] modo, appare formato da un limite, che consiste i ite, che im determinate linee e figure. . ita unità o i inosi punti luminosi ‘limiters aa dai — pali dai quali risul : wen Aristotele ci informa che, secondo i Pitagorici, quando si fu mata la prima unità (punto luminoso), la parte più mitato venne attirata e limitata dal limite (2). fi prossima dell Mi: u La formazione dell’universo appar e cosi un processo u di i limitazione dell’illimitato. Perciò i Pitagorici dicevano che vello che è più bello e più perfetto si trova non al principio, ma al "terni : a 1 ja di sviluppo (3). Però, in forza della teoria dell'etern o ritorno ser elle ie, co essı dovevano ammettere che tale processo si ripete conti» ‚ Questa concezione presenta la giust apposizione di elementi tinti da una parte alla cosmologia monistica dei Miles; dall’alt dualismo della scuola orfica. Per Anassimene l’aria at al Milicia (ireıoon) é il Primo Principio, divino, che determinandosi produce tutte le , ; i Pitagorismo invece offre la rappresentazione di un sofho oscuro il limitato che riceve le sue determinaz ioni da ae che poi suddividendosi produce un termine luminoso li la formazione progressiva del. 265 — che di uno solo, ma anche si degrada il primo principio di Anassimene a un guid simile al caos tenebroso che deve ricevere dall'esterno le sue determinazioni. Probabilmente si collega con questa commistione di elementi antitetici l'opposizione di due rappresentazioni del tempo che sono attribuite al Pitagorismo. Secondo l'una il tempo si identifica con la sfera che circonda il mondo (1) (la sfera celeste, luminosa): per l’altra esso proviene per aspirazione dal vuoto che lo avvolge (2): la prima fa pensare a quelle dottrine dell’ Orfismo che vedevano in ypóvos il principio da cui provengono tutte le cose (3), la seconda invece accenna alle concezioni di Anassimene. In ogni modo, la cosmologia pitagorica permette di comprendere come abbia avuto origine la tesi che identificava le cose a numeri. Infatti ciò che arreca determinazione e quindi realtà vera alla illimitata oscurità ‘primitiva è un insieme di linee e di figure spaziali luminose, costituite da un certo numero di unità = punti (perciò il Pitagorismo concepiva le unità come monadi aventi grandezza) (4). In ultimo, è il numero formato dalle unità punti che costituisce in tale concezione la vera essenza della realtà cosmica. Ma questa dottrina si poteva facilmente applicare anche alle cose particolari, in quanto esse pure appaiono determinate da piani, risultanti di linee e in ultimo di punti, ossia di un certo numero di unità estese. Infatti Aristotele dice, riferendosi ai Pitagorici, che alcuni credevano che i limiti (xéouiu) del corpo, come la superficie, la linea, il punto e la monade, fussero sostanze (ovciat) anche più del corpo e del solido (5). In ultimo, anche in questo caso si giunge ad un determinato numero di unità-punti, che formano così la vera realtà dei grandi corpi celesti e delle cose particolari, ossia di tutti gli esseri. Così modo al dualismo mistico-religioso (comune all’Orlısmo e al Pitagorismo), che contrapponeva l’anima al corpo, se ne collegava uno cosmologico-metafisico che, in antitesì col monismo Jonico, poneva un reciso contrasto fra il limite e 1' illimitato. L'anima, intesa sempre come un guid esteso, ossia come un corpo sui generis, diverso e opposto a quello che abitualmente si designa con tale espressione, doveva deri» vare dal principio del limite. universo. Cosi non soltanto si parla di due principî irriducibili, invece 1) Cfr. Burner, Op. cit, § 33, p. 122 ; 214 sgg, che contiene le iudicazion dei testi. RE Bee 9} «Mee, M, 3, 1091 a, 15.18 (Dress , 45 B, 26), 3) Ivi, A, 7, 1072 b, 30-39 (Duras , 45 B, 11), 1) Anısrorzız, Physica A, 10, 218 a, 33-218 b, 1 (Drews, 45 B, 33). 2) Agnus, Placita, in Srouvo I, 18, 1 (Dies, 45 B, 30), 3) V. dl concetto del tempo... p. 12. 4) Arisrorene, Mer. M, 6, 1080 b, 19-20 (Dims, 45 B, 9). 5) Arisrorece, Mer. Z, 2, 1028 b, 15-18 (Dims, 45 B, 23).

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Probabilmente a una fase posteriore del Pitagorismo appartiene la tesi (che invece, stando ad Aristotele, gli storici riferiscono ai suoi primi rappresentanti), la quale afferma che i principî delle cose sono i principi dei numeri (1), cioè il pari e il dispari, identificati all’ illimitato e al limite (2). L'uno, da cui provengono tutti i numeri, si faceva risultare dal pari e dal dispari (3). Queste dottrine sono in pieno contrasto con la teoria cosmologi - metàfisica co ricordata precedentemente, per la quale il numero (che deriva dall’unità) è identificato al limite: esse invece lo fanno provenire da principî o elementi, riposti nel pari e nel dispari, considerati identici all’ illimitato e al limite. In altri termini, il limite deriva dal dispari, ossia dal limite, ossia da sè stesso. Ciò fa pensare che si tratti di concezioni formate posteriormente: ANCORA SUL CULTO DEGLI ELEFANTI PER LA LUNA (nora) infatti, per giungere, riflettendo sulla natura dei numeri, alle affermazioni ricordate occorreva trascurare il significato cosmologico della primitiva concezione di essi. Una volta posti nel pari e nel dispari i principi dei numeri, era possibile concepirli come i principî di tutte le cose; ma in tal modo si dimenticava che dal punto di vista cosmologico, essi formano soltanto l'aspetto limitante degli esseri. In tal modo si verificò anche l'altro assurdo che l'unità identificata al punto venne considerata il primo prodotto del limite e dell’ illimitato (4), mentre avrebbe dovuto essere il principio del limite. L’ interpretazione che abbiamo offerto della concezione fondamentale dell’antico Pitagorismo ha carattere indiscutibilmente ipotetico; ed è doveroso dichiarare ciò in modo esplicito. Però, se, come ritengo, quell’ ipotesi serve a rendere meno strana e misteriosa una teoria che All’ amico Passerini, che ha scritto un acuto articolo su questo argomento nel numero precedente di Achenaeum, pp. 142 sgg., non dispiacerä che io prospetti una soluzione molto piü semplice del problema che la versione di Cassio Dione, XXXIX, 38, da lui per primo utilizzata, solleva. In sostanza, Dione ritiene che gli elefanti facciano un xuduopos “eo... Zefmavd nella vovpvia intesa come il ti de DI devi Ad D + 4Meyer S ha sempre dato tanto filo da torcere agli interpreti, può essere non inueno Anf tile presentarla agli studiosi del pensiero antico. Ab. Levi 1) Antstorere, «ler. A, 5, 986 a, 1 sg. (Diets, 45 B, 4), ‘tera tera PpCH odi ce ay 2) Anistorere, Mer. A. 5, 986 a, 15-17 (Diets, 45 B, 5). Cfr. ivi, 987 a, 15 se. (Dies, 45 B, 8); Phys. T, 4, 203 a, 10 sg, (Dixts, 43 B, 28. Ivi sono unite al testo della Física spiegazioni dei commentatori). 3) Arisrorete, Ver. A, 5, 986 a, 19-20 (Diets, 45 B, 5). 4) Cfr. Burxer, Op. ere. $ 145, p. 334. RIASSUNTO. — L'A. presenta l'ipotesi che la tesi centrale della metafisica del pitagcrismo: Ze cose sono numeri derivasse originariamente dalla cosmologia di esso, per la quale l'universo risulta di un’ illimitata oscurità primitiva e di un limite consistente in unità o punti luminosi che le arrecano determinazione. Il numero formato da tali unità punti appare così la vera realtà dell'universo. Questa concezione si potè facilmente appiicare alle cose particolari. biti sulla provemenza uve. - intendo qui stabilire l'albero genealogico preciso, che unisce ou. - Dione, Plinio ed Eliano, nonché di Plutarco e Solino citati dal Passerini.

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_ ¥ REVUE DES ETUDES ANCIENNES . . CI ., rôle de document justificatif. Chez nous, la tradition veut que la se a’efforce d’être claire. Veillons de notre mieux à ue pas la doter de iphes. ene RcXe,E. VQ Ber Geonces RADET, Problèmes de philosophie grecque. — Adolfo Levi : (1) J! problema dell'errore nella filosofia greca prima di Platone, extrait de l'Athenœum, Studit periodici di letteratura e storia dell'antichità, Pavia, 1930; — (2) Le idee di Teodoro l'Ateo, extrait du Reale istituto lumbardo si scienze e lettere, Milan, 1934; — (3) Le dottrine filosofiche della scuola di Megura, extrait de la Reale accademia nazionale dei Lincei, Roma, 1932; — (4) Sulla metafisica del Pitagorismo antico, extrait de Atheneum, Pavia, 1933. — Dans ces fascicules, extraits de divers recueils acudémiques italiens, le professeur Levi, de l’Université de Pavie, soumet à un examen critique attentif les données de divers problèmes obscurs et litigieux de la philosophie grecque, tous relatifs à une double évolution, Tune du polythéisme vers le monothéisme, l’autre de la religion vers une science capable de se rendre compte de ses fondements et de ses limites, Si nous classons res études nou d'après les dates de leur publication, mais d’après leur rapport avec la succession des phases de la pensée grecque, nous trouvons en premier lieu un bref essai sur la métaphysique de l'ancien pythagorisme. M. Levi y rappelle que l'opinion aristotélique “W3AGN6aECsSEs) REeTDUvEDuSe “n selon laquelle le pythagorisme procéda d'une interprétation ontologique de la théorie des nombres a été récemment mise en doute par divers auteurs (Delatte, Burnet, Frank). Le pythagorisme primitif se présente à lui comme une synthèse de I orphisme et de la cosmologie d'Anaximénc. L'orphisme aspire à libérer l’äme humaine de la crainte des renaissances stimulée par une cosmologie qui conçoit le devenir de l'univers comme un cycle éternel. De son côté, le pythagorisme déduit des doctrinesivniennes une opposition de l'illimité et du limité qu'il interprète par celle de l'impair et du pair. C’est plus tard, sous l’influence des pythagoriciens - @ Italie, que les:‘préoccupations mystiques semblent avoir reculé devant scientifique le souci de l'explication P que qui qui | porte à se représenter "les êtres ‘’ comme des quantités mesurables et des nombres. La seconde étude traite des doctrines philosophiques de l'école de Mégare. ]M. Levi y constate le sort étrange de cette école, comparableà un | météore. quis'éteint obscurément après avoir brillé du plus vif éclat. Cependant, en Allemagne comme en Russie, comme en Angleterre, des penseurs très modernes (Herbart, Spir, Bradley) ont repris l'énoncé des problèmes que les Mégariques avaient tenté de résoudre et que l’on peut ‘ramener à un seul : en quelle mesure une explication scientifique des CHRONIQUE DES ETUDES ANCIENNES le menteur qui ment en disant la vérité. Cette fácheuse renominée paraît due à ce que les Mégariques, en conflit avec les grandes écoles d'Athènes, ont relusé de reconnaître, soit dans Ja théorie plutonicienne des idées, . soit dans celle d’Aristote sur le passage de la puissance à l'acte, les solutions satisfaisantes des problèmes posés par l'école d'Élée et relatifs à la : possibilité de concilier ou l’un avec le multiple ou l'être aver le devenir, c'est-à-dire l'éternel problème des rapports entre les axiomes de la logique pure (principes d'identité et de contradiction) et la logique des sciences mathématiques et inductives. Cependant, Euclide était disciple de Socrate autant que de Parménide et son effort tendait à accorder la morale du premier avec ta logique et l’ontologie du second au profit d'un monothéisme rationnel renouvelé de Xenophane. Mais la fidélité de son école à la notion de l'unité divine absolue porta ses disciples à rejeter les transactions entre l’un et le multiple (platonisme) comme entre l’ètre et Je devenir (aristotélisme). C'est pourquoi Stilpon combattit la théorie platonicienne de la participation des idées et pourquoi Diodore Chronos et Eubulide renouvelérent contre la physique d’Aristote les arguments de Zénon d'Élée contre lu réalité et l’intelligibilità du mouvement. C'est toujours le conflit entre une science relative qui se contente du phénoménisme el unc logique de l’intelligible permettant de concevoir une éthique de la valeur absolue, L'auteur a raison de soutenir que les systèmes modernes toujours en faveur (phénoménisme, positivisıne, pragmatisme) ne l'ont pas résolu. Le troisième essai est consacré au problème de l'erreur dans la philosophie grecque avant Platon. I) s'apparente étroitement aux deux précédents. En effet, à la suite des écoles ionienne et pythagoricienne, s'ébauche une théorie de la connaissance répondant aux exigences fondamentales d’une explication scientifique. Elle a pour condition Ja possession ou l'espoir d'un critère permettant de distinguer l'erreur de la vérité. Sur ce point se fontjour des divergences que svmbolisent les noms d’IIéraclite, de Parménide, de Démocrite, de Gorgias, de Protagoras et d'Antisthéne. On y peut distinguer deux moments. C'est d’abord l'opposition de l'expérience sensible à la raison et, par suite, celle du jugement individuel au jugement universel, enfin celle de la connaissance du phénomène et de la connaissance de l’étre. Elle est suivie d’un effort de svnthèse que formule Patomisme rationnel de Démocrite, Au second moment, à l'ôge des sophistes, l'opposition est entre une science éprise de intelligible et les conditions d'une action à laquelle suffit la connaissance de l'apparence ou du phénomène. Dans un quatrième essai, M. Levi se propose de projeter un peu de ” données de l’expérience est-elle intelligible? L'éristique, tel a été le stig“mate imprimé sur la réputation des grands représentants de l'école de Mégare, Euclide, Stilpon, Diodore Chronos, Eubulide. On a associé à cheuse réputation, Théodore l'Athée, qui s'est vu rattacher tantôt aux leur mémoire de bizarres sophismes tels que le sorite, le chauve, le cornu, offertes par Cicéron, Plutarque, Diogéne Laérce, Stohée, les Doxolumière sur la figure d'un personnage auquel la tradition a fait une fäCyrénaiques, tantôt aux Cyniques. Après une étude critique des sources

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REVUE DES ETUDES ANCIENNES graphes, Clément d’Alexandrie, Levi examine trois problèmes : 1° En quel sens Théodore est-il athée? niait-il toute divinité ou seulement les dieux de la cité hellénique? 2° Est-il radicalement immoraliste ou seulement réfractaire à l'ordre moral et social de son temps? 3° Est-il cyrénaïque ou cynique, les deux écoles tendant à une même fin, l'émancipation de la personne humaine? La conclusion à laquelle M. Levi paraît se rallier, si nous ne nous trompons pas, est que Théodorc est un cosmopolite individualiste. Le souci de la pleine indépendance intérieure le conduit d'abord à l’idée que le Sage ne peut faire participer les sots à son bonheur, puisà la négation de tout lien social, de l'amitié aussi bien que du patriotisme. De l’orphisme, effort pour dépasser la conception homérique de la destinée humaine, mais au prix d'un mysticisme orgiastique assez bas, jusqu’à l’athéisme cosmopolite de Théodore, M. Levi nous fait parcou- CHRONIQUE DES ÉTUDES ANCIENNES 559 chacune des cartes est un élément nécessaire du calcul des positions chiffrées par l'auteur et constitue un trait essentiel de son travail marquant le progrès réalisé sur celui de Marin de Tyr. La grosse difficulté est de discerner les positions calculées directement par Ptolémée de celles qu'il a empruntées à Marin de Tyr et dont la valeur est moindre. Il serait à désirer que l’Erudit viennois entreprit ou fit entreprendre ce travail, dont on trouverait les éléments aux chapitres vi à xx du livre Ter, Ce serait un préliminaire à toute interprétation des données cartographiques de Ptolémée, L'hésitation marquée à ce sujet par Marcien d'Héraclée suffirait à montrer qu'il ne savait déjà plus quels chiffres avaient été calculés selon la méthode du « divinissime » maître ” et quels autres selon le procédé défectueux de son précurseur. A. M. B. rir l’évolution rapide de la pensée grecque, d'accord avec les témoignages de l’histoire littéraire. L’aspiration à une science absolue qui serait en mème temps le guide d’une pratique morale et politique échoue et fait place à un individualisme moral, sans base religieuse el qui ne laisse à l’homme d'autre idéal que cclui d'une indépendance incompatible avee toutes les formes et tous les degrés de la solidarité humaine. Gastox RICHARD. La géographie de Ptolémée. — W. Kubitschek, Studien zur Geographie des Ptolemäus. 1: Das Netz der Grenzpunkte, dans Comptes-rendus de l’Académie de Vienne (Wien, 14 mars 1934). Cette note sur le réseau des points-frontiéres, c’est-à-dire des points d'intersection des lignes qui limitent les régions décrites dans le guide ou lexique géographique de Ptolémée, annonce un schéma cartographique dont l'examen comporterait des détails et des discussions de grand interöt. Mais la note qui lui sert de préface est confuse et peu probante, résumant les hypothèse de Kubitschek sur le mode du travail du célèbre géngraphe. L'auteur paraît ignorer les travaux d'A. Berthelot, où i] eút trouvé la réponse à plusieurs de ses questions : Asie ancienne, 1930, p. 109 à 156 ; Revue archéologique, 1932 : Les données numériques fondamentales de la géographie antique; Revue des Études anciennes, 1933 et 1934 : La carte océanique de la Gaule d'après Ptolémée et La carte de Gaule de Ptolémée, qui appliquent à la Gaule les règles d'interprétation énoncées cidessus ; de même, L' Irlande de Ptolémée, publiée dans la Revue celtique, 1933. ‚Notre collaborateur y a notamment montré que le livre VIII de Ptolémée, catalogue analytique des cartes, se rattache aussi intimement que le livre 1 (Introduction) aux livres 1] à VII qui forment le lexique proprement dit. La valeur moyenne du degré de longitude spécifiée pour . ; Tone ae pe y m5,

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ARCHIVES DR PINLOSOPNIE. ~~ isa 16 SUPPLÉMENT DINLIOGNA Sy... Ce systèma astronomique auquel on ne peut refuser le mérito de la nouveauté est exposé en douze lettres adressées aux correspondants hypothétiques les plus variés : gens du monde et même savants, mals coux-ci sont avertis que pour comprendre ils doivent se dépouiller des erreurs el des préjugés de la science officielle. La forme littéraire en rend la lecture très agréable, läche renduc facile d'ailleurs par l’absence totale d'arguments. Jean ADELE. Histoire de la Philosophie. de = de |’ « Athenacum ». Le Dottrine Filosofiche della Scuola di Megara (Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Estratto dai « Rendiconti della Classe di Scienze morali e filologiche ». Ser. VI, vol. VIII, fasc. 5-6). Brochure de 37 p. Roma. Bardi, 1932, y M. Adolfo Levi, professeur à l'Université royale de Pavie, a déjà publié d'excellents travauxsur l'histoire de la philosophie ancienne, en particulier sur le platonisme et les doctrines socratiques. Nous avons eu l'occasion de louer ici à diverses roprises ces études toujours très objectives et très prudentes. . Dans les deux articles que nous signalons aujourd'hui à l'attention de nos lecteurs, il apporte quelques précisions intéressantes sur le Pythagorisme et sur les théories de l'école de Mégare. Le premier de ces travaux présente l'hypothèse que la théorie centrale de la métaphysique pythagoricienne : les choses sont nombres, dérive de la cosmologie admise par la secte, cosmologie d'après laquelle l'univers résulte d'une obscurité primitive illimitée et d'une limite consistant en unités ou points lumineux qui apportent la détermination. Le nombre formé par de telles unités apparait être de cette sorte la véritable réalité de l'Univers. ll était des lors facile d'appliquer cette conception aux choses particulières. La seconde contribution démonlre, cn s'appuyant sur la doxographic, que l'enseignement mégarique est un compromis entre l'éléatisme et la ‘doctrine de Socrate. Euclide, formé par les deux écoles, applique au Bien, ne objet de Ja science socratique, toutes les déterminations de 1'Un de Parménide. L'étre est la perfection suprême ou le Bien. Il peut ¿tre appelé Dieu ou l'intelligence, il est l'intelligence divine, toujours égale à elleméme, non engendrée, impérissable, immobile, immuable. Ainsi le mégarisme revenait à l'intuition éthico-religieuse du précurseur de ce mouvement, Xénophane. La doctrine morale de l’énd0ea, que l'on trouve chez des Mégariens comme Stilpon, n'a pas été empruntée par ces derniers aux Cyniques. Elle est une conséquence des conceptions métaphysiques d'Eu- , Clide: tout ce qui n'est pas l'Etre est apparence, non-étre, n'a pas de réalité. théorie des Idées qui affirme l'existence d'une multiplicité. La plupart des . ORT wa A. Levi, Sulla Metafisica del Pitagorismo antico (Extrait de I’ « Athenacum », Juillet 1933). Brochure de 6 p. Pavia, Amministrazione Done le seul sentiment que l'on puisso avoir à l'égard de cos chosos, c'est l'indifférence. Ceci M. Lévi l'établitcontro Zeller. Les Mégarions assignaiont à la critiquo des opinions adverses le role do purifier moralement et religieusement l'esprit, des ténébres de l'errcur, des passions, ct do l'élover à la vision du vral Bien qui est cn mème temps supremo connaissance, supréme vertu et source de félicité. Ils combattent les Platoniciens et la DES oereadwnienvt-eà7.. wsif. L'waerstdeE — - apories développées dans le Parménide de Platon, provicnnent de leur école. Dans le Sophiste, c'est à eux que songe Platon quand il parle des vio, et bien entendu il ne fayt point les reconnaitre parmi les « amis des . Idées >, introduits dans le même dialogue. Tous les arguments dialectiques des Mégariens tendent à réfuter'la métaphysique pluraliste ct s'inspirent de la méthode et de la critique de Zénon d'Elée. J. SOUILNÉ. | Marino GENTILE, La Dottrina platonica deile Idee-numeri e Aristotele. In-8° de 216 p. (« Annali della R. Scuola Normale superiore di Pisa >. Classe di Lettere Filosofia. Vol. XXX, fasc. 11). Pisa, Tipografia Edi* Arne Pacini- Mariotti, 1930. PA question des Idées-Nombres et de leur critique par Aristote, a été magistralement traitée chez nous, voilà bien des années, par M. Robin. L'ouvrage du professeur francais est aujourd'hui classique ct reste, fondamental. On ne peut examiner de nouveau le probleme sans s'y référer continuellement. Cependant l’auteur a voulu systématiquement ignorer Platon lui-même et limite son enquête au seul témoignage d’Aristote, s'efforgant de retrouver le platonisme à travers l'exposé et la critique du Stagirite. M. Gentile se place 4 un autre point de vue. Il considère les deux, et les dialogues platoniciens et l'interprétation aristotélicienne. A l'aide de ces documents parallèles, il cssaie de comprendre ct de justifier les objections apportées par le disciple contre la théorie du Maitre. Divers travaux parus ces dernières années, ct dont il s'est heureusement inspiré sans les suivre aveuglément, ceux de Jaeger, en particulier, et de Stenzel, lui ont frayé la voic, en Jui permettant d'apprécier plus justement, soit l'évolution intellectuelle d'Aristote, soit le sens de certains dialogues de Platon, Je ne puis aujourd'hui entrer dans le détail de ce travail important ct solide, je me propose d'y revenir plus tard. Si toutes les parties ne me semblent pas provoquer une adhésion sans réscrve, plusieurs points me paraissent parfaitement mis en fumiëre: 12 on peut justifier la critique aristotélicienne grâce aux éléments qu'on retrouve dans les derniers dialogues de Platon, lo Parmenide, le Sophiste, le Philébe, le Timée, les Lois. Les propositions attribuées par Aristote à son maitre : la coincidence des Idées ct des Nombres, la causalité des -1dées-Nombres, la situation intermédiaire des êtres mathématiques, la dérivation de tous les nombres des deux principes de l'un ct de la dyade infinie. constituent en fait dans ces dialogues, le noyau central de la x RE oS

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à la physique milésienne et à l'orphisme suivant laquelle Punivers résulte d'une Obscurité primitive — l’Illimité — et d'une Limite consistant en B) École ionienne : unités ou points lumineux qui déterminent l'infinité ténébreuse. Le nombre formé par la juxtaposition de ces unités-points apparait ainsi Abel Rey. L'école ionienne. Thalès. Revue de Synthèse, décembre 1932, comme la véritable réalité de Punivers. Cette conception pouvait s'appp. 47-56. pliquer également aux choses particulières. Projet d'article pour le « Dictionnaire historique des sciences dans leur rapport avec la philosophie ». SgREA4CT8auER8CEHo-deS148 497 PHILOSOPRIE ANCIENNE ET PATRISTIQUE RECHERCHES PHILOSOPHIQUES 2. Ch. Josserann. Les Symboles pythagoriciens de Collenuccio. L'Antiquité Classique, I, 1/2, 1932, pp. 145-171. C) Parménide : Pour Fr. Boehm (De Symbolis Pythagoreis, Diss. Berlin, 1907) la liste des 35 « symboles » inédits publiée au xvie siècle par Lilio Giraldi d’après Pandolfo Collenuccio serait inauthentique. J. critique en détail cette F.-M, Corsrorp. Parmenides’ two ways. The Classical Quaterly. XXVII, 2, avril 1933, pp. 97-111. théorie, énumère les éditions successives des « symboles », en publie le Détermine les relations entre les deux parties du poème parménidien. L'une est consacrée à la « voie de la vérité » qui déduit les propriétés texte à nouveau, tout en signalant les altérations et les remaniements profonds que présente l'édition de Mullach (Fragmenta philosophorum grecorum, Paris, 1860, t. I, p. 560), et conclut : « Les ethnographes qui travaillent sur le terrain encore mal défriché des superstitions antiques peuvent utiliser en toute confiance les symboles inédits que l'humaniste italien a cu le mérite de révéler aux esprits curieux de son temps. > nécessaires de l'Étre Un : l’autre a pour objet la « fausse voie » et contient une cosmogonie fondée sur les croyances des mortels et Jes apparences. Pour Parménide, il y a antithèse radicale entre ces deux voies : la réalité rationnelle ne doit pas expliquer les apparences irrationnelles. mais elle est inconciliable avec celles-ci. Les deux parties du système sont donc séparées l'une de l’autre sans qu'il soit possible d'établir un pont de l’une à l'autre. SOCRATE ET LES SOCRATIQUES D) Empédocle : 1. Adolfo Levi. Le Dottrine filosofiche della scuola di Megara. Reale J. SOUILHÉ. L’énigme d'Empédorle (extrait des Archives de Philoso- Academia Nazionale dei Lincei, Rendiconti della Classe di Scienze morali. phie, vol. IX. cah. 3), 23 p. storiche « filologiche, ser. VI, vol. vini, fase. 5-6. Rome, G. Bardi. 1932, pp. 463-499. E) Anaxagore : H. GOMPERZ. “Ou 20% ¿5%Acov 24 zarvöneve. Hermes, 68, Souligne l'importance de l'École megarique, dont les doctrines sont 3. 1933, trop souvent négligées par les historiens. Montre comment cette métapp. 341-343. Sur Anaxagore, Fragment 31 a Diels. Pour O. Regenbogen et pour H. Diller, le fragment signifie que le visible est le point de depart de la connaissance de l’invisible. G. soutient, au contraire, qu'il faut comprendre : nos sensations ne nous donnent pas la vérité, car Papparence est seulement la façon par quoi l'Insaisissable se présente à nous. C'est le fondement de la théorie de la connaissance d’Anaxagore, d’ Empédocle et de Démocrite. Nous avons là. à sa naissance, l'idée de l'Erscheinung. du « phénomène » de Kant. F) Pythagorisme : 1. Adolfo Levi. Sulla Metafisica del Pitagorismo antico. Athenaeum, Nuova Serie, XI, fase. 11, 1933, pp. 261-266. La thèse centrale de la metaphysique pythagoricienne : les choses sont des nombres, dériverait originairement d'une cosmologie apparentée <—ie physique a pu combiner les théories éléates de la connaissance, de la vertu. du Bien, avec le socratisme par l'usage éristique et la critique de la 54». Les véot de Soph. 251 B (cf. Philèbe 14 C-16A) seraient des mégariques, disciples d'Enclide. et l'argument du « troisième homme + dans Parmenide 131 A et suiv. répondraitau type des « apories » mégariques dont des échantillons sont étudiés pp. 477-485, Plusieurs pages traitent ensuite du xoguedev Aóyoz de Diodore Cronos contre le mouvement et la Sivxuss. Cette interprétation des doctrines les plus importantes de l'École amène à voir dans les mégariques les précurseurs de Ja critique sceptique et à marquer le rôle que leur argumentation a joué dans la pensée d'un Platon, d'un Herbart, d'un Spir ou d’un Bradley. 2. Johannes SYKUTRIS. Die Briefe des Sokrates und der Sokratiker (« Studien zur Geschichte und Kultur des Altertums ». XVTIT. 2). Paderborn. Ferdinand Schóningh. 1933, 125 p.

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RY,aSe. N17933lyL'AGROPOLEpé.c6odnjeecItn-u8r"es, APhrfSp1lrsdFdcmcspréiaeOoD9'laauoecéoénytp3ndétjljersnimoiyn-fetdmsuàe.chisvrronpéNa,tq-loltgaeeuereidpqnm-lcuislégbneuPrdsIoci-mrMHlotrtfnsnaceeqdivéroo-,tihan,uelcsp8ingtoràdaol,el°eicvntdéaetdelpnossioer'.vi,teuae1pdnmode;ssul9rPucfl'eeùorqé3toaLxion,eps9veuàrsrmagmein,tJsacvbqildsfneyrp,eàmèt—u,i—apeBldnémisrelecm.aqnpMbigmseuelo,syiudéoirqlVad.pePrtu1'oisulslrgnWdéeéipv8Éttf'edaonuPsroec9eidis.m,n,pqLloricrtutexaeh1elustGdLnpqspD4cvalnyoé'eHtirluuat.esnoUévdg'oaimrlncndscrnssItxRtiba,epmofabiasdnhuigsoqhrgclvt-dncrtaleeEimumgil1éeodI'lctbesrrp6ieauniseolvoFmrt-qtnhdrcg,ap'uleu8fe1sttofiepovnr°nn9,earebisloom'dvtào3Mpijlvrtm,n—ucé11xboehsvaadoibd.p9rlmsàeingnto3caleonrdcéfa0n'NspóopuéTefii,eêfmrdsrsopheirngtoesal.iné'qmutdéGeaenefmt,iropla'pa,nL®débenieu,.'nmqtsemlacsrncoatillusdmesbfmeéihoQHnriyn'elrvlretoSbéuomquPxninesqersldioaulerrmppœiduencsi,eatsooonèmDuacuiipenrLlvcdltèdèr,saPoeotuailmhe,drvnsegH.uSEieaysdsoentMumuiàlcnqsreiplrlré'a,Lthupsdoaea,cléieeniqA'dasvdlsvnsa'eipupuodcénot,Pqt;sliareneaixuéollndst,—,éeuvnleidaGuxsqePdrLn,tfscosuoPlait'AeusananmrligiuoveVbdesrErcttpgncLqtsMmoonàierluiahntescíifsb.rqidéuqncabsite,ilfluodrMeusunnoiein,és.te,txrfnrs, +e senno =

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ASREC (05-610 : 777777 asemcal gravés més la gravure. crac vu AT) 3, vip. hing, 8. Deux Atul xtans Ipteurs PoR. argiens e n. ModI.T oVmàDaASd INsDI en = a ~ > er: wu ‘aetin. COMPTES RENDUS BIBLIOGRAPHIQUES REG 14 La Revue rend comple, à cette place, de tous les ouvrages et facullativement des articles relalifs aux éludes helléniques'ou à la Grèce moderne, dont un exemplaire a été adressé soit au bureau de la Rédaction, Librairie E. Leroux, 28, rue Bonaparte, Paris (vi), soit à M. A. Plassart, Rédacteur en chef, 129, boulevard du Montparnasse, Paris (vi). Les ouvrages dont les auteurs font hommage à l'Association pour l'encouragement des Etudes grecques ne peuvent êlre analysés dans celle bibliographie que s'il en est envoyé DEUX exemplaires, l'un devant rester à la Bibliothèque de l'Association et l'autre devant étre remis à l'anteur du compte rendu. 1. Milman PARRY, Studies in the epic Ray ques oraux sont composés ct transmis, of oral verse-making : U, pour appliquer ensuite ses obscrvalions The homerie language as the language sux poèmes homériques, dont il reconsof an oral poetry. 50 p. extr. truit l'histoire, au point de vue de la technique des Harvard Studies in classical philolangue, en relrouvant leurs premières logy, XLII, 1932, origines chez les Arcadocypriens et Ses On connaît Eoliens, et en recherchant comment ils ont pris la forme ionienne. Quelques la méthode suivie par M. Milman Parry dans les éludes horesorves que mériques qu'il a rommeoncées par sa ou tel point, les travanx de M. Parry remarquable thèse sur les Formules, et sont au nombre de ceux qui auront fe conlinuérs par une série d’arlicles, ins pirés du méme esprit, dont j'ai rendu à notre intelligence de la poésie hamecomple ici-móme. Celui que j'annonce aujourd'hui complète celui qui avait paru en 1930, sous le mème titre général, avec * Homer and le sous-litre parlieulier homerie style. Après une revue des théories anciennes langue homérique, où : Pon puisse faire sur tel plus contribué, en ces derniéres années, rique; et nous sommes heureux de nous rappeler que le distingné professeur d'Harvard est venu demander à la France, aprés la guerre, les éléments de sa formation première. A. Puscu. sur la sont rejetées % toutes celles qui onl précédé K. Witte et Moillet, M. Parry s'applique à défi- 2. Ad. LEVI. Le dottrine filosafiche nir avec beaucoup de précision les condella Scuola di Megara. — (Itcale ditions dans lesquelles les chants épi- Accademia Nazionale del Lincei. Ren- '

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COMPTES NENDUS BIBLIOGHAPHIQUES diconti della Classe di Scienze morali, giques et métriques (Ani. Class., 1932, storiche e filologiche). Roma, 1932, 11). M. G. fixe pour la représentation du Hhésos la date de 432 comme fermi- 37 p. — Sulla Metafisica del Pilagorismo antico (extr. de l'Atheneum, nus post quem X1). Pavia, 1933, 6 p. lis), tandis que celle de 424 établit uo comédie d'Aristopi M, G, découvre et. l'affaire de Pyle Sphactérie, la co (fondation d'Amphipo- Rhésos aurail “té et 330). Situant ı terminus ante M. Ad. Levi a confié à diverses revues italiennes le fruit de rétlexions profondes sur l'évolution autique de la quem (cette année-la, Amphipolis échappe à l'autorité athénienne). Après un parallèle avec la Dolonera, sions contemporaines dans l'apothéose Revendication en faveur de l'école mégarieune, héritière des premiers de Rhèsos etdans d'autres scéngó « nonhomériques » (HAésos, 215-284): il ana- Éléates. Les anlinomies qu'elle s'ell'orlyse ces trois scènes qui lui paraissent cait de résoudre n’out pas toujours été justement appréciées ni résulues par jour: Rhésos et socratiqua. L'auteur estime qu'on peut encore s'instruire à l'école de Mégarc. Il proteste contre celte nıdtaphysique du fait accompli, pour laquelle la fortune d'une thforie juge | sa valeur profonde. Interprétation de l'axiome pylhagoricien, selon lequel « Les choses sont les nombres ». L'auteur demande la clef de pose la question annonce, vu plutôt l'auteur reconnaît les allupensée grecque. l'école entre les .icharnie contenir des allusions aux lector, affirmative dont il pement intégral a Telle est, brièv: gumentation de M. resse do l'analyse lectique contient ¢ faits du la Querelle, H faut Rhésos « miles gloriosus ». M. G. fait ensuite l'historique unit Athèues au de l'alliance roi Thrace Sitalkés leur au mémoire (432/431) aprés la fondation d'Ampbi‘polis et Kheésos met en parallèle d’objectivile,y e Sitalkés et sans l'aven que M. qui furent l'un et l'autre des d'un parti pris ini « alliés fantômes ». il résume l’expédi- Guil. tion du roi Thrace en 429 (Thucyd., I) il confrunte également un passage du mordiale, des points lumineux apparaissent. Ils dessinent un ensemble» Acharnians (141) et montre la popularité de Sitalkés. La conclusion est dé- Leur nombre est l'embryon de toute gagée à la page 120 bis: « L'insistance, réalité, ou la réalité ındıne. A. v'ALÉS. qui Rhèsos (v. 419) avec un vers sion à loul prix, av systémalique. des (REG., tient pas ses promesses fait tion synchroniqu kés, un savant * trov (1), ait cos croire à une allusion contemporaine ». 3. Itoger GOOSSENS. La date du Khésos fextr. de £'Antiquité Classique, déc. 1932, pp. 93-134), 60 pages (1). L'auteur est amené à identifier Rhésos avec Sitalkès, en aflirmant qu'il n'y a prémisses que à pas dans le thédtre d’Euripide d'alluétait une pièce du sion plus transparente : elle a pouraussi quelques cc tant échappé jusqu'ici à des légions Dans ce mémoire imposant, M. R, Goossens reprend la vieille question eSESie EMSER e du Hhèsos qui semblait assoupie depuis l'article capital de J.-C. Rolfe (2), et de vraisemblance à une thèse si nouse propose de trouver la date de la piece d'après les allusions contempos'est raines ei surtout poliliques, toul en laissant à M. H. Grégoire lo soin de sc limiterait donc aux années 429-424; prouver l'authenticité par le recours aux arguments tradilionnels, philolo(1) A cause d'uno pagiualion irrégulière. Ae vite?tàie 2nÀe ee+7noe. Lx oe LPA waraot wer > “ (2) Harvard Studies, 1803, pp. 61-97. M. G. ne souffle mot de cello étude imparliale ol déoisive. ques difficullés è d'hellénistes —. Ainsi le Rhésos serait une « pièce à clé »; pour dunner plus velle, M. G. montre que le même fait produit dans les Suppliantes {Thésée = Périclès). La date du RAèsos l'auteur tente, par des considérations qu'it juge lui-même conjecturales (p. 123 dis), de réduire encore cette marge de 5 années et il y parvient par un autre rapprochement avec la scène de Théoroa dans les Acharniens: le Rhösos serait un peu pustérieur à la A 193%, pp. Méridier signalait fourmillementd'al et problématique pas troublaut qu’ dans le Rhésos, sur le thème de l’allie ne Bude, vel. semblé que l'aute en la rapprochant de celle de Rhèsos; cet axivme à la cosmologie des premiers pythagoriciens. Sur l'ombre prireconnait: faits et rendre ho profonde qui con qui a de M. G. Cea ré € reste pas moins un chef-d'œuvre etde science, qu premicr plan dar : ii nesaui Rhèsos ler un certain. no d'en vonvainere f jour pourquoil © suadé. (1) Afotifa historig' sus » (en bulgaro), el