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A
Vase
Tracce di teorie ottiche nel Ecuba euripidea
La tragedia greca, soprattutto quella euripidea, accoglie e fa suoi
molti e diversi stimoli culturali, non tutti e non sempre identificabili
immediatamente. Certi passi, ad esempio, rischiano di venir fraintesi, se
non si faccia riferimento alle teorie scientifiche del tempo: ad esse il
poeta può ricollegarsi talvolta, come è naturale, in maniera inconsapevole, sulla scorta di un patrimonio culturale consolidato, talvolta deliberatamente e trasformando un personaggio in portavoce di una specifica dottrina!. In quest’ultimo caso, Euripide, da raffinato intellettuale,
mette in bocca ai suoi personaggi o idee di particolare attualità tra i
filosofi del tempo 2, oppure suggestioni scientifiche remote, avvolte dalalone della metafora mitica.
Fatta questa dovuta premessa, analizziamo un caso tipico, rappresentato da alcuni passi dell’ Ecwba. Il dramma contiene molti richiami alla luce e all'atto del vedere}, spesso però risolti in metafore di uso co-
! Cf. ANNA Marta MESTURINI, Magia e medicina in un frammento del Bellerofonte di
Euripide, «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova» 1 (1981),
PP- 35-56, in partic, pp. 36, 38.
2 Cf. J. BERLAGE, Commentatio de Euripide Philosopho, Lugduni Batavorum 1888,
Pars. II (Quid Euripides de rerum natura senserit), pp. 38-78, che considera Euripide
dotto conoscitore del pensiero dei filosofi del tempo; cf. inoltre E. R. Donbs, I Greci e
l'irrazionale, (1950), trad. it., Firenze 1973 (rist. anast. 1978), p. 216 e note 5-6.
3 Cf. vv. 32; 311; 411-12; 415; 435; 636-37; 668. Un altro indizio dei legami dell’Ecuba con le teorie ottiche del tempo può essere rappresentato dai vv. 925-26:
ypuctwv évérrowv dedacous’ attppovas els auyás.
Lo studio degli specchi era, naturalmente, parte integrante dell’ottica antica: cf. Ch.
Muster, La lumière et la vision dans la poésie grecque, «REG» 73 (1960), pp. 40-72, in partic. p. 53; dello stesso cf. Dictionnaire historique de la terminologie optique des Grecs. Douze
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Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)mune, prive quindi di una loro intrinseca vitalita, che non caratterizze4. Alcuni
rebbero certo la tragedia rispetto al resto dell’opera euripidea
casi meritano, invece, la nostra attenzione, perché improntati, fuor di ogni dubbio, da una corrente di pensiero sulla percezione visiva. Alludo,
specificamente, ai seguenti versi dell’ Ecuba:
vv. 367-68:
197
commenta: «Come già xyé¢ in Sofocle Ai. 70, in questo caso è péyyos
ad assumere il significato dinamico di “sguardo”, confermato dalla dipendenza del termine dal verbo &pinue»8. Mi spingerei più in là, non
tanto nella resa, quanto nell'esegesi di questi versi e nell’esplicita menzione della teoria che ad essi sottende. Interessante a questo proposito è
il commento di M. Untersteiner ad Ai. 69-70 (... y Yàg Gupatwy à&rootpépouc | abyas &relpiw ahv rpsaoyiv elaidety®): «adyàg “luci fulgenti”:
Où dit aginu’ óupdzov Erebhepov
péyyos 700, "Ary rpootibleto” ¿udv déuac.
significa la luce che lampeggia dagli occhi e la forza visiva è concepita
come una luce che è diretta verso la lontananza... Questo è forse un’eco
“pot, ruphobuat péyyos Gupárov TÁAos.
vv. 1067-69: Fide por ópuérov aiuaréev Bképapov
v. 1035:
di una dottrina filosofica nota a Sofocle e precisamente di Parmenide e
di Empedocle...» 10, Lo studioso suggerisce pertanto di rendere il termi-
Antoaı' axéoaro tupady, “Arte,
peyyos armadas.
ne con «visione, sguardo». L'eco della dottrina filosofica cui accenna
In essi il termine peyyos, in correlazione con dppatov, comporta
l’Untersteiner mi pare assai più pronunciata nei tre passi dell’ Ecuba; in
un’accezione, la «luce degli occhi», che non si riscontra nel resto della
produzione tragica greca a noi pervenuta >. Il ricorrere di tale valore semantico acquista singolare pregnanza in una tragedia in cui una forma
di nemesis ha la sua soluzione violenta proprio nell’accecamento di Polimestore da parte dell’antica regina di Troia, che ritrova in questa azione orribilmente «giusta» la sua primitiva autorità.
I vv. 367-68, pronunciati da Polissena, sono stati così tradotti dal
Méridier: « Jamais! Je rends la liberté au regard de mes yeux, en livrant
mon corps à Hadès»7. La Ciani, riportando la traduzione del Méridier,
particolare, come vedremo, per i vv. 1067-69 essa può rappresentare la
base per una interpretazione più plausibile di quelle fin qui proposte.
dons: je lance de mes yeux ... un regard «que je rends» libre en livrant mon corps à Hadîs. ... Véyvos signifie regard comme au v. 1035...». Già nel secolo scorso T. Fix (Ewripidis Fabulae,
recognovit, Latine vertit ..., Parisiis 1843, p. 8) traduceva: «Non ita: dimitto ab oculis
liberam / lucem hanc, Orco committens meum corpus». H. Wei (Sept Tragédies d Eyripide, Texte grec, rec, nouv. avec un comm. ..., Paris 18792, p. 240) recepiva la congettura di Hartung épuäruv ¿devblgav, peggiorando (contrariamente al suo solito) un testo
che non necessita di emendamenti. Su posizioni simili, se non proprio uguali, a quella
del Méridier troviamo: CH. MuGLER, Dictionnaire... cit., p. 71, s.v. prévu: «Je lance de
siècles de dialogues avec la lumière, Paris 1964, pp. 146-47, s.v. Evoxtpov; pp. 175-76, s.v. Ëmes yeux une lumière, signe d’une âme libre, en abandonnant mon corps à Hadès»; più
LACK, Empedocle, 111, Les Origines, comm. 1, éd. et trad. des fragments et des témoignages, Paris 1969, pp. 271-73. Per la teoria gorgiana (cfr. Thcophr. De igne 73), cf. A.
TRAGLIA, Studi sulla lingua di Empedocle, Bari 1952, p. 44 e nota 14; À. M. BarreGazzoRE, Aristotelismo e anti-aristotelismo del De igne teofrasteo, «Elenchos» 5 (1984), pp. 45-
renze 1970, Ecuba, pp. 557-83, p. 564: «No: la luce degli occhi è ancora libera / se quegorzpov; pp. 222-24, S.v. xktortpov. Per la teoria empedoclea degli specchi, cf. Ji Bot-
102, in partic. pp. 71-3 e note 181-187, p. 98.
.
recentemente F. M. PONTANI in I/ teatro Greco. Tutte le tragedie, a cura di C. Diano, Fisto corpo lo consegno all’Ade». Così anche U. ALBINI e V. FAGGI (op. cit, p. 31) che
rendono: «No, non sarà così. È libero lo sguardo dei miei occhi, ora: il mio corpo, lo
dedico all’Ade», senza uscire dalla metafora del testo; C. Bevegni, nella relativa nota (in
op. cit., p. 31), sottolinca come in questo ¿deúdepov péyyoc, miraggio dell'antica libertà,
4 Una esauriente rassegna dei termini relativi alla luce si trova in MARIA GRAZIA
Ciani, DAOX e termini affini nella poesia greca. Introduzione a una fenomenologia della luce, Firenze 1974, passim; per Euripide in particolare cf. pp. 46-58; 62-6; 69-73; 76-7; 79-80;
85-100. Sull'argomento si veda anche L. MALTEN, Die Sprache des menschlichen Antlitzes
Sviante e riduttiva era stata invece l’interpretazione di A. W. Urcorr in Euripides, Hecuba, ed. with introd. and notes, London 1901, p. 100: «&gingi, “I renounce”. ¿heúbeim frühen Griechentum, Berlin 1961, pp. 22-31.
Città di Castello 1917, p. 75), che non teneva conto di Her. 1104-5 (cf. infra). Procede
5 In Eschilo l’uso del termine peyyos è limitato: compare nel significato di «luce
del sole», «luce del fuoco» c, in senso metaforico, di «dies» (cf. M. G. Ciani, op. cit.,
pp: 59-61); in Sofocle il sostantivo «è usato sempre con valore proprio e sempre in rclazione alla luce solare» (M. G. Ciani, op. cit, pp. 61-2); per Euripide, invece, la Ciani
(op. cit., pp. 62-6) distingue il significato di «luce del sole», le perifrasi per «vivere» e
per «morire (= abbandonare la luce)» e infine l'uso di péyyos in relazione agli «occhi»,
limitato, come s’é detto, ai tre passi citati dell’ Ecuba.
6 Cf. U. Ausını in Euripide, Eruba. Elettra, trad. e presentaz. dei drammi di U. Al.
bini e V. Faggi, introd. di U. Albini, note di C. Bevegni, Milano 1983, p. XXIX.
? Euripide, Hippolyte- Andromaque
- Hécube, tome II, texte ét. et trad. par L. Méridier, Paris 19654 (1 ed. 1927), p. 195. Lo studioso aggiunge (nota 5): «... Nous entensi debba soprattutto privilegiare la realtà o la illusione della /ibera scelta di morire.
pov, emphatic, “while it is free”.» (cf. il commento di B. Srumpo in Euripide, L'Ecuba,
per conto suo, infine, la resa di S. Quasımono (Ecuba di Euripide, Milano 1962, p. 45):
«No, meglio offrire all’Ade il mio corpo } e, ancora libera, vedere per l’ultima volta la
luce». Su una linea analoga si cra già posto A. S. Way (Euripides, with an English
Transl., I, London-Cambr.-Massach. 1912, 19597, p. 277): «Never! — free light mine
eyes shall last behold: / To Death my body will I dedicate».
8 M. G. CIANI, op. cif., p. 65: cf. p. 69, per ayyác in Soph. Ai. 69-70.
9 M. UNTERSTEINER in Sofocle, Aiace, Milano 1933 (rist. 1963), p. 41.
10 L'Untersteiner (op. cit., p. 41) rimanda a J. H. H. Scuminr, Synonymik der griechischen Sprache, 1, Leipzig 1876, p. 573 e aggiunge a proposito della teoria visiva citata:
«poi la ritroviamo in Platone (Theaet, 153 E, Tim. 45 C). Cf. la critica di Epicuro (ad
Her. 49-50...)».
Page 3
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Innanzitutto, per Hec. 367-6811, non si può prescindere da un confronto con i vv. 1104-5 (Qpiwv Y Zelproc Eva rupoc proyeac apin- | ou
boawv aùràc, ...), confronto istituito più o meno capitano da ae
ni degli esegeti, sfuggito invece palesemente ad altri , alla luce de
quale si conferma esatta l’interpretazione del verbo Apinu come «emetto», mentre si rivela totalmente errato il senso di «rinuncio a». La Ciani
afferma che il significato di «sguardo» per abyag di v. 1105 «si esten le
alla metafora» (come anche per Andr. 1179-80: è GxÉTAOG rabéwy có
ec tiva | 8% plrov avyas Bárrmv réphouat; +) 13, Più che di una metafora
direi che si tratta di una realtà cosmologica mitica, che della metafora
finisce con l’assumere tutti i connotati. Le teorie ottiche di età arcaica,
in particolare quelle che si desumono dai poemi omerici, erano peraltro
ancora attuali ai tempi di Euripide, tanto da giungere sino a Platone ' .
Secondo alcuni degli antichi fisiologi la visione avveniva tramite mi
sione dagli occhi di un fuoco sottile (totale era | identitä luce-fuoco)
.
E
come tutti gli esseri viventi, più specificamente i loro organi preposti
Passiamo in rapida rassegna le teorie
ottiche su menzionate. Quando si nomina il fuoco che fuoriesce
dall'occhio, il più immediato ricordo è una tanto nota quanto discussa
analogia di Empedocle, in cui l’occhio viene paragonato a una lanterna
17:
we d' Ste =16 rpbodov vodwv &rAlaoato ASyvov
setpepinv Bid vóxta, rupos cthas aldopév
oto,
&bac mavrolwv &vepcv AaurT pas duopyo
ús,
al + dveuwv uèv nvedua diodo
dévtwv
or
,
Puc À kw Stabpdiucxov, dany tavamt
epov Fev,
Adureoxev xatà ByArdv dtetpéaw axtivecaiv
6 Se rór ev unveykuv Éepyuévoy wysyto
v mip
Aextiaty «t'> dBbvmior hoxálero xixdor
a xoveny,
cab yokwmıcı avra tetpharo Beoreatyat
to af d' údazos uèv Bévdos anéoreyov Aupivaé
vros,
mip 8° Elm Suleaxov, Boov tavadtepov devis.
Il passo & riportato da Aristotele (De sensu
2, 437 b 23 ss.): in un
alla vista, nel vedere irradiano luce (= fuoco), così tutte le entità
contesto di critica alle teorie della vision
che emanano luce, nell’atto di irradiarla, ve dono. In sintesi: se l’eelemento attivo e principale !9, egli cosi
missione di luce è condizione necessaria alla visione, è anche, allo stesso
scopo, condizione sufficiente. La facoltà di irradiare luce appartiene in
primo luogo agli astri, considerati, quindi, o come occhi o come esseri
provvisti di occhio 6. Il processo descritto in Hee. 1104-5 per Orione e
Sirio è pertanto un diverso aspetto della stessa teoria che sta dietro ai
vv. 367-68. Spia ne è, appunto, il comune verbo «inge.
11 Degni di menzione a questo proposito sono anche Sch. Pind. Pytb. 11 38:
Spaxeia’ dopahtc: trcibepov BAérouca. ed Eur, H. F. 221: Onfauc Ebnxev Sup’ dredbepov
Baer.
12 Fra questi ultimi, ad esempio, A. W. Upcott e B. Stumpo, per cui cf. supra, nota
13 M. G, CIANI, op. cit., p. 71. La studiosa osserva: «Il valore traslato di “sguardi”
e quello proprio di “raggi” coesistono in questa immagine: Orione e Sirio sprigionano
infatti dai loro occhi degli sguardi che nella realtà dell'immagine figurata sono raggi infuocati (questa realtà è anzi ripetutamente sottolineata, cf. phoytas, reup6g)».
:
14 Cf. Cu. MuGuer, Les origines de la science grecque chez Homère, Paris 1963, pp. 13 1cf. Lumière... cit.,
p . 59-60.
l
> TIE MUGLER, Origines. cit. p. 123; cf., dello stesso, Lumière. cit., p. 44.
16 Cf. W. Deonna, Le symbolisme de l'oeil, Paris 196$, pp. 25 8-60; Ca. MUGLER, Origines... Cit., pp. 137-9; dello stesso, cf. Lumière... cit., pp. 67-9; Dictionnaire... cit., PP- Er
5, 5.v. Ötpxeoden. Si veda ancora O. Lonco in Eschilo, I/ Prometeo legato e i frammenti ella trilogia, Roma 1959, pp. 124-5, nel commento ai vv. 796-7; PaoLa Lerza, L immagine
« Due potenze = due occhi | luci» nelle testimonianze antiche,
partic. pp. 222-3 € note 13-14.
«Maia» 34 (1982), pp. 219-24, in
199
e che intendono il fuoco come
introduce il frammento empedocleo: *EuredoxAîg 3° tore vouitovte été
nv Étévroc rod putts, MOTE
elpyta: mpérepov, BAérew 20, Ma, dopo aver
citato la lunga similitudine,
Aristotele aggiunge che Empedocle été
pèv obtws 6päv pyar, été de
Taig aroppolaus Arch tiv épouévev 21,
17 Emped. 31 B 84 D.-K.
18 Riporto qui la traduzione di G. GrANNA
NTONI (in I Presocratici, Testimoniange ¢
Jrammenti, Roma-Bari 1983? [I ed. 1969],
Tomo I, p. 399):
Come quando qualcuno, avendo in animo
di intraprendere
[cammino si munisce di un lume
nella notte invernale, splendore di fuoco
ardente,
adattando lanterne che proteggono dai
venti di ogni specie,
e che dissipano il soffio dei venti che
spirano,
e la luce effondendosi all’esterno, quanto
piü & sottile,
lampeggia sulla soglia con raggi infaticab
ili;
cosi allora il fuoco primitivo, racchiu
so nelle membrane
con sottili veli si acquatta nella rotonda
pupilla,
i quali sono forati da canali meravigliosi
che la proteggono dalla profonditä dell’ac
qua che circola tutt’intorno
lasciando effondere fuori il fuoco, quanto
più era sottile.
12 In particolare Aristotele critica la dottrin
a empedoclea e quella esposta nel Timeo
platonico, per sostenere invece che la vista
è d’acqua (De sensu 2, 438 a 14-15) e che il
vedere si produce grazie alla qualità dell’ac
qua di essere diafana. Per una più ampia
trattazione
di questo argomento, cf. A. M, MESTUR
INI, Problemi interpretativi in un passo
del
«De generatione animalium
» (alla luce della teoria
8 (1985-86), pp. 85-108.
20 Aristot. De sensu 2, 437 b 23-25.
2 Aristot. De sensu 2, 438 a 4-5.
cromatico-ottica di Aristotele), «Sandalion»
Page 4
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)Questa testimonianza, collegata con quanto ci tramanda Teofrasto 22, il quale insiste maggiormente sugli effluvi che dagli oggetti giungono ai pori dell’occhio (8 thy drtopporv), ha suscitato non poche divergenze tra gli studiosi. Qualcuno ha anche pensato — a mio avviso, a
torto — di attribuire la funzione visiva alle sole emanazioni provenienti
dagli xicfntà, senza fuoriuscita di fuoco dall’occhio, e di considerare
quindi l’analogia della lanterna riferita al processo di formazione dell’occhio (o alla sua «natura»), ma non a quello successivo della visione 3, I versi empedoclei hanno provocato contrasti non solo per l’inter-
Tracce di teorie ottiche nell’Ecuba euripidea
201
Pretazione globale, ma anche per il
valore di singoli termini o espressioni. Una aelle locuzioni più vessat
e da
BnAöv di v. 6. Sulla falsariga di Aristo
questo punto di vista é il non
tele («Del tutto assurdo & dire che
la vista vede per qualche cosa che esce
da lei e che il raggio visuale si
stende fino agli astri |uexpı rüv &ozpwv...]»)
24 e, soprattutto, della parafrasi di Alessandro di Afrodisia 25, alcuni
esegeti lo hanno inteso come
«fino al cielo» 26 oppure «fino all’orizzont
e» 27. Altri, più recentemente
in linea di massima, hanno attribuito
a Bmdós il significato proprio di
«soglia della casa» 28 o di «varco, soglia
di metafora, «superficie dell'occhio»
8,
della lanterna» 29 e, quindi, fuor
E Y égov rave
repo ev dv. 5
2 Theophr. De sens. 7 (= Emped. 31 A 86 D.-K.):
repara de xal thy Ayıv Abyeıv, mola tle gate’ xat prior td ev Evrög abtig elvas rip [vgl. B
84. 85], 76 Sé nepi abtd Swe xab yhy xat Alp de’ dv Sudvar herróv dv xabdrep tó Ev toîc
Aaurrmpor pas. tods de mópovs ÉvaARGE xelobar tod re mœupôs xal tod Údaroc, dv Tolg uèv
105 mupds Tx Aeuxd, rois SÈ rod Údaros tk pédava yvwpitew Évapuérrerv yao ixatéporg éxirepa. pipeadas Se tx ypmuara mpòg THY Edi da thy dropponv [vgl. A 69 al.
«Egli (Empedocle) cerca poi di dire anche quale sia la natura della vista; ¢ afferma
che il suo interno è fuoco (cf. B 84-5] e la sua parte esterna «acqua ©) terra e aria, attraverso le quali il fuoco, essendo sottile, passa, come la luce nelle lanterne. I pori del fuoco e dell'acqua sono alternati, e noi possiamo distinguere il bianco mediante quelli del
fuoco e il nero mediante quelli dell’acqua: vi è infatti un adattamento di ciascuno ai rispettivi pori. E anche i colori sono portati alla vista mediante questo effluvio [cf. A 69
a}.». (Trad. di G. GIANNANTONI, op. cit, tomo I, p. 361).
A proposito della integrazione «¿dep xab cf. MariA MICHELA Sassi, Le teorie della
percezione in Democrito, Firenze 1978, pp. 82-3, nota 11. In linea con la testimonianza
teofrastea sembrerebbe essere la definizione di Plat. Mer. 76 c-d (= 31 A 92 D.-K.):
«Vuoi tu che ti risponda al modo di Gorgia [82 B 4], in modo che tu possa più facilmente seguirmi? — Voglio, come no? - Non sostenete dunque, secondo quanto dice
Empedocle, che vi sono effluvi di tutte le cose che sono? — Certamente. - E che vi sono
pori ai quali e attraverso i quali scorrono gli effluvi? - Assolutamente. - E degli effluvi
alcuni si adattano a determinati pori, altri sono o più piccoli o più grandi? - E così. - E
dunque c’è qualcosa che tu chiami vista? — Sì. - Da ciò, ‘intendi ciò che ti dico”, disse
Pindaro, il colore è un effluvio dei corpi, simmetrico alla vista e sensibile» (trad. di G.
GIANNANTONI, op. cit., Tomo II, p. 924). Non bisogna dimenticare però che tale definizione è data da Socrate espressamente xatx T'opylav e ciò potrebbe comportare una ripresa parziale della teoria empedoclea, limitata al solo aspetto mutuato da Gorgia 0, comunque, consono al pensiero gorgiano (cf. Gorg. He. 15 ss. = 82 B 11, 15 ss. D.-K.).
Per i vari problemi suscitati dal passo platonico, cf. R. S. Bruck in Plato’s Meno, ed.,
comm., Cambridge 1961 (rist. 1964), pp. 251-53.
23 Cf. E. BiGnone, Empedocle, Torino 1916 (rist. Roma 1963), pp. 249-50; J. BoLLACK, op. cit., 111, Les Origines, comm. 2, pp. 315-16; H. Cherniss, Aristotle's Criticism
of Presocratic Philosophy, New York 1935 (rist. 1976), pp. 317-18, nota 106. Per le varie
posizioni degli studiosi sul significaro del frammento e sui problemi che ho cercato di
enucleare schematicamente, si vedano anche: J. I. BEARE, Greek Theories of elementary Coguition from Alemeon to Aristotle, Oxford 1906, pp. 15-6; W. J. VERDENIUS, Empedocles'
Thinking and sense- perception in Empedocles:
Mysticism or Materialism?, «CQ» 16 (1966)
25 6-76, in partic. pp. 262-4; G. E. R. LLoyp,
Polarity and analogy. Two types of re:
tion in early
greek thought, Cambridge 1966, pp.
325-7; R. LAURENTI, in Aristote
le, Opere
vol. IV, Roma-Bari 1973, P- 199, nota 19;
M. M. Sassi, op. cit., pp. 83-91; C Galla
VOTTI, in Empedocle, Poema fisico
e lustrale, Milano 1975, PP. 202-5;
M
Empedocles: the Extant Fragments, ed.
Sur quelques fragments d'Empedocle,
R
Wao
with introd., comm. and concord. New
Haven
and London 1981, pp. 240-3. Cf. inoltre,
la bizzarra interpretazione di
«Rev. Philol.» 25 (1951), pp. 33-65.
Cu
MUGLER
rn
» Aristot. De sensu 2, 438 a 25-26,
trad. di R. LAURENTI (op. cit. p.
201).
Alex, Aphrod. P- 23, 8 ss. Wendland
(cf. D.-K., I, PP. 341-42). L’antico commentatore si appoggia a Omero (11.
15, 23: flnsaoxov zerayav ard BnAoû)
e interpreta
come +
E
(xatà
zóv obpavév) (cf. il chiaro resocon
to di A. TRAGLIA, op. cit., pp.
22-
2% W. Kranz (D.-k., I, p. 342) traduce
: «zum Himmel (?)» (il
Diels rendeva «zum
irmament»), ma in apparato
critico segnala il significato
come « unpassend» e
Wege; cf. gia W. Kranz, Vorsokratische Denker,
PE BIGNONE, op. cit., p. 462: «incont
propone
Berlin 1939, P. 113: «auf dai Wer »
ro all’orizzonte»; M. M. Sassi op. cit
«di contro all’orizzonte»; la studiosa osserva
By Adv non vanno interpretate letteralmente,
raggio visuale fino alle stelle (mentre
$ :
poi (nota 13): «Le parole rene wack
come riferite a un effettivo estendersi
del
così le intende forse Aristotele,
cf. De sensu 438 a
25 — &Aoyov u Thy Shiv ... drorelv
eoden méypi tev Esto —, anche
se la sua frase ha
per
ya
en thy 2
in mol
ressionper
e xata ou
nd infatti,
ByAdv,
pad
va
. CHERNISS, op. cit.,
Oxford 1970 [sic!], p. 192, un diverso sain
s)
pi
no inquadrat
a nello stile
i
fiorito, dalle immai
i
i
D. 319, nota 112;
]
ZAFIROPULO, Empedocle d Agia Paris 1953, A.pp.TRAGLI
272- e De Rose ta ai,
be
è
o; 2
K. C. Gurnnie, A History of Greek Philosop
hy, vol. 11, Cambridge 1965 (rist. 1969),
235 e nota 2; G. E. R. LLovp, op. cit., p.
RENTI, op.
cit., p.
200; M.
R.
so n L'ARTE op. cit., pp. 27, 203.
+
1.
BEARE, op. cit, p.
241.
osserva però (nota 1): «The expression xatà SyAdv seems to
Doctrine of Sight, in AA. VV., Studia varia Carolo Guilielmo Vollgraff a discipulis oblata,
ae at eS surface of the or Tale
Amsterdam 1948, pp. 155-64; A. TRAGLIA, op. cit., pp. 22-4; D. Ross in Aristotle, Parva
Naturalia, revised text with introd. and comm., Oxford 1955, pp. 190-1; A. A. Long,
Lp .
favour
i
nt ns
1 Teil, 1 Abt., Gotha 1880 p. 271) that
Em
cles contemplates a co-operation between the
aaa
eit.,
p.
a+Ro
nota
‘a
19)
en
attr
o
16, che rende la locuzione con
un s
H. SIEBECK, Geschichte der Psychologie,
pi
325; G. GIANNANTONI, op. cit., p. 399; R
Lee
WRIGHT, Op. Cil., p.
do:
fire from within and the képpoiae from
commento mi pare che smentisca
il Laurenti che
uisce al Beare l’inter
j
pretazi
jonc
one «sulla soglia»
ia»,
, intend
endo
Page 5
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)ura antitetiche:(o €al stat
di significati, inaddirapritt
a due sfere più
fuo
ha dato origine
luce
porto alla all apertura %,
interpretatourecomcome e«qu«quantanto o piùsottlarile»
rito
rife
,
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co)3!, opp ivo tavads ricopre entrambi i campi alsemvarantco,ici, quello della
alMa l'aggett
nto collegati ra,
zza», solo in »qua
llo della «ampie
«sottigliezza»pricomma,e que
allo
,
ché
Per
*.
in lunghezzapiù calzante, «e la lua «estensione sec
la sua sferare ai vv. dell
ato,
ific
sign
il
non attribuio fuori, qua5-6nto più esteso (in lunondgheo me
potere di ilce, filtrandne, rifulge fino al suo limite 34 (secondo ilzzasuo) èlimiil te)suocon raggi teluminazio 11 (rip 8 ¿Lo Silegxov, Saov Tavawrepov Fev), nella seconda
paci»? Il v.’analogia, vorrebbe dire: «e il fuoco si proiettava fuori, quan-È
parte dell era il suo potere visivo nella lontananza». Il senso così
to più esteso e risponde anche ad una istanza logica sulla lunghezza del
molto chiarovo, presente, peraltro, già in Omero (I/. 5, 770-1):
raggio visi
Tracce di teorie ottiche nell Ecuba euripidea
LU
203
,
6aov J Hepoerdts aviip (dev dpbadrpotar
fipevog Ev oxomtÿ. Acbaowy Eri otvora mévtov 35
l
>
P
ll
d
, comunnon determinante
un'alternanzaaetranotapas15).e xp,
i presentanorale
suddettap.,
ne
31 ] codici stess
tazio
erpre
l’int
Per
significato gene (cf. supr
g
op. cit,
que,J.aiI. finiBEARdelE, op. Cil., P- 16; W. Kranz (in D.-K., 1, p. 342); E. BIGN,ONE,
op. cif., p. 190;
cf. TRAGLIA, Op. cit., p. 245 J. ZAFIROPULO, 0). cif., p. 272; D. Ross NANTONI,
462; A. GUTHRIE, op. cit., p. 235; G. E. R. LLOYD, op. cit, p. 325 G. GIANta corrente
KW. K. C.p. 3995 R- LAURENTI, op. cit., p. 200; M. M. Sasst, op. eit., p. 84. Ques
op. cit., tiva mi pare condizionata da Plat. Tim. 45 C 2-3.
a Tava=nıng31
ficatogad
interpreta
e analogoov signi
e attribuisc
P- 27, il equal
op. cit,pare
AVOTTI,dove
o
32 C. GALLavot
hxel
tava
(tepd
te
meno pertinen
ti, miadottataanchla lezi
in fr. 125 Gall
ét).
&zetp
one
€ pero
Alessandroomtadi
già da Suk
B 143 D.-K., in cui
erito up
etto è sugg
p. 322. I,Ilp.conc341):
ACK, op.landcit.,: cf.MI, D.-K
Aent
33 Cf. (p.J. BOLL
to
sò
Sè
dv
rava
., Suvkwevov.
23, 8 Wend
Afrodisibva te xat
v@
Sueurimreuw Suk tOv TUK
tare», «soretvépev
inario di Byrde sè «limi
o in quelloo orig
ficato mi sembraaverinsit
assuo
34 Tale signidocl
nel
com
co,
fori
meta
sens
in
o
usat
ebbe nostra lingua, il termine «soglia» ha assuntostilenella
glia», cheito.EmpeD'altronede,potranch
e nella rio di «limite (minimo)». La locuzione Boov
sai colordei sensi il significato usua
,
nier (inuceArisil tote
sfera ov Fev è stata — secondolemee prop
pretata da, P-R.25),Mucche
s:
v.
trad
cavawtep és d'histoire naturelle, texte ét.- etbenetrad.inter
1953 , ma rende il v. 6: «Elle
Paris plus
trait se projetant au dehors, s'étend d’au, tant
Petitslumié
stanre,
«La le seuil, en rayons éblouissants». Aveva già intuiloin»
la buona strada, nono
W. MuLfo-brille sur isione € il rimando nel commento ad Alessandtoro di Afrodisia, F. aute
6: «lux s radiim s».
te l'imprec
), p. indo
1928 (1 ed.strat1860viam
m Graecoru/ m,(tant1, oParis
osophoru
, Fragansmentquana Phil
Lachemic
collu
s)
magi
tur, op. cit., UI, comm. 2, pp. 3424miti
latius fundi
che proponeras stessa linea tosi coll
BOLLACK,longueur propre» € mostra invece qual
Sulla 5 «aussi loin queoca leJ. port
e sa au sens propre et comprendre soit: srcheleesita
seuil
v.
per il per
s’en tenir
: «Il faut
Bydévrayo
que
ôt
plut
rne,
zionlae lantexazà
lante
la
de
is
paro
les
nt
hissa
franc
me
flam
de la se prépare à quitter. Soit — et le sens en est meilleur
les lensvoya
(de de larne),
on que chaquegeur
au seuille seuilmais
lanterne ttin’a ilpaspensprola marche. Carchela non
au long delegia
pas, fous ack
ieque pose eges
- sur
pare
mi
il Bollni delpriviprocedimento analogico. rispe
prement de seuil». L’es i che
o, i cano
ro empedocleo né, soprattutt
t
in questa breve rassegna delle teorie ottiche arcaiNon é pensabile,
ile,
35
n
Si A. M. RNA Problemi .... cit., p. 99,
nota 64
er ampie discussioni sull’argo
gomento rimando
i
i alle opere© citate
di
in
N precedenza (cf.
supra, dane oad
Es el raggio visuale e dell’effluvio proveniente dall'oggetto che, in ann mil af a
une i uniscono e tornano all’occhio, che imprimono producendo la vista a
Bu: A ro eg sur de Timee de Platon, texte grec, trad. frang. Tongues ani i
37 Plat. :. Tim.
i platonica
i
edd
Tin h 45 B -46 4A. La 1teoria
t
dell
ella œuvauyetx
‘
comporterà
4
it. 1981], pp. 157-63). Per i molti punti di contatto della teoria platonica
pleno»
ottrina empedoclea, cf. J. I. BEARE, op. cit., pp. 17-8; M.
della
visione con la relativa dottri
so Aristot. De sensu 2, 437 b 10-15.
n Aristot. De gere. an. 779 b 12-20; Theophr. De sens. 7
°
Cf.
M. M. Sassi, op. cit., p. 91; M. R. WRIGHT, op. cit i
to mi occupo in altra sede, trattando del termine dp
y E Ne M. Sassi, op. cit., p. 87.
nes
|
A
-
:
DE En a le. —
pow
della visioie (cf.di 78-82 per la teoria
5 dAp. 89;
23op.à cit.,
À.
. Lone
M. M. Sassi,
i alemeonica
i
.
‚a.CH. MUGLER,
MU
, Origines.
nes... cit Cit., PP. 131-9; A. A. LONG, 0P.
cil.
‘
ruzione dell’emissione di raggi di luce dagli occhi,
dovutaita:a una ferita o Pao cho; bare
à
i
; o psichico, è quanto già in Omero determin a la cecità; cf. Cu. MuGLER, Origines...
cit., p. 137.
Page 6
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)205
che in cui il fuoco è protagonista, tralasciare la dottrina pitagorica, per
«Il senso in generale, ed in particolare la vista, è un vapore troppo
ché impossibile determinare quanto dai primi Pitagorici mutuo ad ecaldo. E per questo si dice che vediamo attraverso l’aria e attraverso
l’acqua; infatti il caldo resiste al freddo. Ché se fosse freddo il vapore
negli occhi sarebbe disperso dall’aria simile; ed ecco perché in qualche
quanto discussi ne siano fonti ed esiti. Va però notato come sia pressosempio Empedocle o quanto, invece, delle dottrine che oggi figurano
come pitagoriche sia appartenuto al pensiero empedocleo e sia stato poi
fatto proprio dagli epigoni della scuola-setta italica #. Ai Pitagorici viene ascritta correntemente la concezione che il processo visivo avvenga
per la fuoriuscita dall’organo sensoriale di un fuoco (sotto forma di
raggi o di un vapore caldo) che, da solo, esplica la funzione visiva e determina la percezione. Lo stesso accade per gli altri sensi. Ci si fonda,
per tale attribuzione, soprattutto su una testimonianza di Alessandro
Poliistore, riportata da Diogene Laerzio #, per quanto travagliata sia la
datazione delle dottrine in essa riferite: non è facile, infatti, determinare
se l'estratto di Alessandro Poliistore (I sec. a. C.) riporti teorie risalenti
all'antico Pitagorismo (V sec. a. C.), benché mediate, o se non rispecchi
piuttosto il pensiero di tardi seguaci della setta, ripreso da qualche composizione neopitagorica (II-I sec. a. C.). La controversa questione Y
sembra, ai nostri fini, marginale: la testimonianza sulla vista, infatti, dovrebbe verosimilmente ricalcare le teorie pitagoriche antiche, date anche le sue concordanze con la dottrina alcmeonica e con altre teorie
presocratiche. Diogene Laerzio scrive, riferendo le memorie di Alessandro Poliistore:
thy te atabyow notes, xal zur’ eldos Thy Spacty, drpóv riva kyav elvar Oepuév,
xal Sik robrov Aéyerar St’ dépos ópiv xal St’ údaros” avrepetdecar yap tò Bepuöv
eri tod Juypod. mel tor, el buypèc Fy 6 Ev toîc dupaor atubc, Stecathxet Av coùStv npèc tov Spotov dépa* viv Sè domi Ev ols HAlou müAXG xadel toùs dpladpots, tà 8) abtà mal mepl tig Among xal tiv Aotrrdov alabycewv Soyuatiter #7.
sua opera egli chiama gli occhi le porte del sole 48. Le stesse cose insegna intorno all’udito e agli altri sensi» (trad. di M. Gigante). Su questo
passo avremo modo di tornare in séguito. Della concezione pitagorica
della visione come una fuoriuscita di raggi dagli occhi troviamo conferma in Apuleio, quando egli parla delle teorie ottiche di Archita %: «E
non soltanto per queste ragioni il filosofo deve guardarsi allo specchio;
ché molte volte è necessario esaminare non solo la propria immagine,
ma anche la ragione del suo formarsi: se, come dice Epicuro, le immagini, partendo da noi come specie di spoglie emananti per flusso ininterrotto dai nostri corpi, quando s’imbattono in qualcosa di levigato e
solido, schiacciandosi si riflettono, e riproducendosi a tergo, ci si presentino di fronte; ovvero, come sostengono altri filosofi, siano raggi
nostri (radii nostri): o che questi, partendo dall'interno degli occhi, si
mescolino con la luce esterna, e così uniti [formino l'immagine] come crede Platone, ovvero soltanto raggi partiti dagli occhi senza alcun contributo esterno, come ritiene Archita (seu tantum oculis profecti sine ullo foris
amminiculo, ut Archytas putat)» (trad. di M. Timpanaro Cardini). Sulla
stessa linea si colloca una testimonianza dello Pseudo-Plutarco in merito a Ipparco (pitagorico del IV sec. a. C.), cui vengono accomunati per
questa dottrina Pitagora e Parmenide: «Ipparco afferma che raggi
dv (sc. 6 &tuòc 6 óparixos) Ind duc Avrepeiöönevng xa’ eúbeiav mopeveral. quae deinceps desint et paucane an multa non perspicio»;iper altre proposte, cf. M. GIGANTE, in
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, Bari 19833, p. 329 e nota 66 p. 547: lo studioso non
44 Tale fenomeno di «contaminazione» vale naturalmente anche per altri pensatori
o correnti di pensiero. Per gli stretti rapporti tra Empedocle e Pitagora o i Pitagorici,
cf., ad esempio, A. RosTAGNI, I/ verbo di Pitagora, Torino 1924 (rist. 1982), pp. 230 ss. €
passim; V. CAPPARELLI, La sapienza di Pitagora, vol. 1, Padova 1941, pp. 279-87; A. TRAGLIA, op. cit, pp. 62 ss.; E. R. Dons, op. cit, pp. 184-7; C. GALLAVOTTI, op. cif., introd., pp. IX-XXV, passim.
l
45 Diog. Laert. VIII 24, 29 (= 58 B 1 a D.-K. = Pitagorici Anonimi 45 Timpanaro
Cardini).
4 Per una ampia bibliografia e un resoconto delle varie posizioni, rimando a A.-J.
Fesrucière, Les « Mémoires Pythagoriques» cités par Alexandre Polybistor, «REG» 58
(1945), pp. 1-65; MARIA TIMPANARO Carpint, in Pitagorici, Testimonianze L frammenti,
III, Firenze 1964, pp. 217-9; 237-9, che intende la fonte di Alessandro Poliistore come
|
«un pro memoria che un Pitagorico del IV sec. a. C. portava con sé» (p. 239).
47 [| passo è stato giudicato lacunoso da alcuni filologi: cf., per la posizione del Reiske, H. Dies, Reiskii animadversiones in Laertium Diogenem, «Hermes» 24 (1889), pp.
302-25, in partic. p. 320: «VIII 29 211, 20 post viv Sè lacuna est. suppleo partem Beppög
ammette la lacuna; in nota, fa però brevemente il punto sulla questione. Per quanto riguarda invece l'4ruós, analogamente a pús che nelle teorie ottiche si identifica con rip,
così questo &tpé< che è Beppég, come tutte le cose calde, presuppone l’esistenza di un
fuoco interno che lo alimenti.
48 Per il commento al passo rinvio a M. TIMPANARO CARDINI, (op. cit., II, pp. 22930), in particolare per la metafora «occhi = porte del sole», che la studiosa considera
appartenente «al linguaggio poctico e mistico di più luoghi», contro il Kranz che la reputava similitudine non greca, ma orientale (p. 230). (Sulla questione si veda inoltre L.
MALTEN, op. cit., pp. 41-2). Importante è anche l’attenzione con cui la Timpanaro Cardini sottolinea molti collegamenti con le teorie empedoclee della luce. Per varie metafore di origine pitagorica, riprese da Empedocle e dai tragici, cf. A. TRAGLIA, op. cit., pp.
62-75.
49 Apul. Apol. 15 (= Arch. 47 À 25 D.-K.).
50 Ps. Plut. Pac. Philos. 4, 13 = Parm. 28 A 48 D.-K. [(?) IV 13, 9. 10 (D. 404)]:
“Innapyos &xtivkc pra ap’ éxatépou tav dpaaudvy Krroreivouevas tole répaarv myrav otovel yetpav éxapaic neptxxbarroiaas tots bxrog ampaot Thy dvrlAnye ads mpós Td Öparı-
Page 7
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)prolungantisi da tutti e due gli occhi, quando coi loro estremi come
con toccar di mani si diffondono sui corpi esterni, fanno sorgere la loro
percezione nell’organo visivo. Anche a Pitagora alcuni attribuiscono
questa teoria, poiché egli € un’autorita nelle dottrine scientifiche e, oltre
a lui, a Parmenide che nei suoi versi avrebbe trattato questa dottrina»
(trad. di M. Untersteiner).
La complessa problematica che ho cercato di compendiare va tenuta
presente per intendere il sottofondo dottrinario dei versi dell’ Ecuba, oggetto della mia indagine. L’unita molteplice del fatto poetico consente
di esaminare passi di una tragedia alla luce di una teoria ottica.
Tracce di teorie ottiche nell'Ecuba euripidea
péyyos óuuárov rádac. La Ciani prospetta, per l’esegesi
, due possibilità:
«1) considerare péyyos ouuétwv una forma di
perifrasi per indicare
Pocchio, perifrasi in cui il termine péyyos avrebbe la funzion
ria di rievocare l’idea dello splendore della pupilla
i termini della éwnctura come indipendenti Puno
mantenendo quindi il valore dinamico che già
esterna, per mezzo dello «sguardo», il sentimento cosciente della sua /bera scelta e della sua imminente /iberazione e libertà 5.
Altrettanto chiara, sulla stessa linea, è l’interpretazione di Hec. 1035,
in cui Polimestore, accecato dall'anziana regina, grida: “Quot, tupAobpar
xdv dvadidévar. Evo xxl Ilubaydpav q: SéEnt radi auvenrypdqovaw Ate Si Befarotri»
av urbruáros xat mpós robzwı [apueviônv Eupalvovra Tolto Ga rüv romuárov.
(Parmenide, Testimonianze e frammenti, a cura di M. UNTERSTEINER, Firenze 1958 [rist.
1967], p. 105).
5 L. MERIDIER, op. Cíf., P. 195, nota $.
52 Cf. Ch. MUGLER, Origines... cit., P. 133.
53 CH. MUGLER, Origines... Cit., p. 133.
5 Hom. Il 3, 342; 23, 815; 11, 37; 22, 95; Od. 2, 152: cf. CH. MUGLER, Origines...
eit., p. 133. Cf., ad esempio, anche Eur. Iph. A. 644:
Gs où BAérec ebxnrov, Gopevós up’ So.
55 Per questo risvolto, è centrata anche l’esegesi del Meridier; migliore, però, quella
del Mugler (cf. supra e nota 7). Una conferma può essere il rimando ai vv. 547 ss. operato dal Bevegni (in op. cit., p. 31). Aggiungerei che il confronto fra i due passi mette in
luce una netta distinzione: Polissena rende e considera libera la sua anima, per quanto
riguarda il suo corpo, deve appellarsi all’altrui volontà.
dall’altro attribuendo a
re la capacità visiva, e
gli è proprio in Her. 367-
68» 56. Delle due proposte adotto senza alcuna
esitazio
ne la seconda 57.
Prendiamo in esame, infine, Hec. 1067-68:
Ede por upérwv aluarócv Bhépapov
&xécat’ dxéoato tupady, “Arte,
peyyos dmaMAktaxc.
in ultima analisi: «Je me rends libre» 5!. Preferirei interpretare in manieocchi furore, terrore, ecc., così nel passo euripideo in esame Polissena
e secondaviva; 2) interpretare
péyyos la funzione specifica e primaria di esprime
Per il Méridier, come si è detto, la dichiarazione di Her. 367-68 vale
ra leggermente diversa: «lo sono e mi mostro libera». La ragione di tale esegesi della metafora è questa: il fuoco sottile emanato dall’occhio
nell’atto di vedere è anche portatore di fluidi interiori di diverse qualità,
determinate dallo stato d’animo del soggetto 52. Il fatto è documentato
per Omero che, come afferma il Mugler, non distingue ancora «le realtà
psicologiche da quelle fisiche e spaziali» 53, ma vale certamente anche in
epoca posteriore come interpretazione «popolare» delle teorie ottiche e,
in particolare in poesia, per il normale processo di conservazione di stilemi epici, di concezioni mitiche. Come in Omero Seivèv (oppure ouepSadéov, ecc.) Sépxeofar 54 significa che il soggetto vedente irradia dagli
207
E il passo indubbiamente più vessato, sul quale vorrei
soffermarmi
per proporre una interpretazione diversa
da quelle finora considerate,
che si riveli in piena sintonia con quanto
sin qui detto.
Contro una esatta comprensione da parte
degli studiosi moderni
sembra aver avuto un peso determinante una
affermazione contenuta
negli scolii:
Tupdòv géyyoc: TÓ dxÔTOS xaxdic: péryos
yap Emi oxdtoug ob Ayeras 58,
|
Cosi come lo scolio la maggior parte dei modern
i esegeti connette
Paggettivo rupXév col sostantivo péyyos 5.
56 M. G. CIANI, op. cit., p. 65. T. Fix, op. cit.,
Mette conto sottolineare, pep. 23, traduceva: «Heu mihi! excaecor lumine oculorum miser»; A. S. Way,
op. cit., p. 329: «Ah, I am blinded of mine
eyes’ light - wretch!»; L, MÉRIDIER, op.
cit., p. 220: «Las! on m'aveugle, on óte
4 mes
yeux la lumière!»; S. QUASIMODO, op. cit.,
p. 119: «Ahimé! Mi accecano! Mi tolgono
la
luce degli occhi!»; Cx. MUGLER, Dictionnaire...
Cit., p. 427, S.v. Peyyoc: «las, on m’aveugle, on me fait perdre, o infortuné, la lumiére
de mes yeux»: F. M. PONTANI op. cit
578: «Ah! M’accecano! Gli occhi! Non ci vedo!»;
U. Ausını e V. Faccı op. cit.
«Ah, ah! Mi accecano, ah la luce dei miei occhi».
pr
es
af L’alternativa prospettata dalla studiosa nel
comma 1) altro non é, nella sostanza
che un risvolto del concetto di comma 2),
lo stesso che sta all’origine della metafora
omerica piex = «occhi» (la inmetura
páca xadá ricorre tre volte in versi
formulari: Od. 16
155 17, 39 19, 417; cf. M. G. Ciani,
op. cit., p. 10; CH. MUGLER, Dictionna
ire... cit.
438, SV. ps; Lumiere... cit., p. 60), divenuta
loghi, in tutta la letteratura greca (cf., ad
p.
poi consueta, anche con altri termini anaesempio, Fur. Cyel. 633; Andr. 1180; Rb.
737;
Mosch. 4, 9) e poi latina (Jumina = «occhi»
: cf. Cic. Turc. 5, 39, 114; Ov. Rem, am.
Sor;
Her. 21, 113; Mer. 5, 232; Tib. ı, z, 33; Val. Fl.
3, 279; Sid. Apoll. e. 19, 4; con lumen si
er nl Aen. 3, 635; 3, 677;
Ov. Pont. 2, 8, 66).
cholia
Rat
in Exripidem
hs , ca
coll., rec. cd. ed.
Flint
E.
E.
z,
Schwartz,
V
vol.
I
n
(Sch.
7
in
Hecubam,
Orestem,
_ 8 Cf. ThGL, IX, col. 691, s.v. péyyoc:
LSJ9, p. 1920, s.v. péyyoc: TupAöv p.,
blindness, E. Hec. 1068 (lyr.); J. H. H. SCHMID
i.e
T, op. cit., (rist. 1967), pp. 373-4. T Fix,
op. cit., p. 24, traduceva: «Utina
m mihi oculorum cruentam palpeb
ram } medearis, me-
Page 8
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)rö, che lo scoliaste offre questa esegesi probabilmente come extrema ratío, non trovando altra possibile spiegazione, forse ignaro delle teorie
ottiche del V secolo, ma che egli stesso biasima l’audacia dell’antitesi.
Alcuni editori del secolo scorso, avanzando dubbi sul testo, preferirono emendare: il Reiske mutò péyyos in vépoc: il Weil congetturò un
¿maMátas in luogo del tradito araMatac, leggendovi un riferimento alla vicenda di Orione, che riacquistò la vista riaccendendo la luce dei
suoi occhi ai raggi del sole. La stessa interpretazione propose in seguito B. Stumpo, che manteneva però I’ ¿radMáLas dei codici, col significato di «distornare», e rendeva il tutto: «distaccando la tua luce (péyyoc), o sole, a favor mio» 8!, Tale esegesi, una volta che si conservi |’ «maXAkzas, appare persino più contorta dell’antitesi rupAöv... péyyos, che
dearis, caecum, o Sol, / lumen (coecitatem) adimens»; per A. W. UPCOTT, of. cit., p. 124,
si tratta di un «example of the figure called oxymoron»
e la forma verbale ¿matas
corrisponderebbe a «relieving me from», «ridding me of»; S. QUASIMODO, op. cit., p.
123, rende: «Risana, risana i miei occhi sanguinanti / o Sole! Liberami dalle tenebre!»;
CH. MucLer, Dictionnaire... cit., p. 427-8, S.v. péyyos: «les paupières ensanglantées de
mes yeux, guéris les, guéris les, Soleil, éloigne de moi la lumière aveugle de mes yeux»;
L. MÉRIDIER, op. cit., p. 221 (cf. nota 4): «Mes yeux ensanglantés, guéris-les, guéris-les,
Soleil! délivre-moi de la cecitél». Su questa stessa linea, C. BEVEGNI, in op. cit., p. 85:
«TUPAbv... péyyos ¿raMálas: letteralmente ‘allontanando la luce cieca’: l’antitesi, ai limiti del barocco, ha fatto dubitare della genuinità del testo, ma essa rientra nel gusto dei
tragici: cf. Eu. Phoen. 377 (oxótov Sedopxwc) e Soph. Ord. Rex 419 (Bikravız oxérov})».
U. Ausını e V. Faggi (op. cif., p. 85), che traducono in vista della rappresentazione teatrale, così risolvono la sottigliezza: «Risanami, risanami questi occhi ciechi e sanguinanti, dio Sole!». M. G. Ciani (op. cit., p. 66), considerando come riferita a rupAöv péyyos
l’espressione ävri tod rupAèv Bupa, con cui lo scolio spiega invece il v. 1067, commenta:
«Il valore del termine, qui non determinato dal genitivo di appartenenza, sarebbe metaforico, come quello di p&ex in Omero, e di avyal in Eschilo fr. 99, 13». La studiosa non
dice però come renderebbe,secondo questa lettura, il verbo &rmeAAkEac. L’antitesi rupaby... péyyos potrebbe essere sciolta sulla base delia polisemia degli aggettivi legati al
«vedere» (e all’«udire»), della loro triplice valenza, attiva, passiva e causativa (rupAôv:
«che non vede», «che non è visto», «che non permette di vedere»). Tale soluzione mi
pare, comunque, più contorta di quella che intendo proporre.
60 H. WEIL, op. cit., p. 285: «Polymestor demande au Soleil, qui est le dieu du jour
et la source de la lumière, de guérir ses yeux aveugles (xéaoato BAtpapov rupAdv) en faisant succéder la clarté aux ténèbres (péyyoc émada&Eac). Cette idée est conforme aux traditions grecques. C’est ainsi que, d’après la fable, Orion recouvra la vue en rallumant,
comme dit Preller, la lumière de ses yeux aux rayons du soleil (&véBasbev, Exxaels ind
THs has axrivos, Apollodore I, IV, 3)». Nella stessa ottica, più recentemente, F. M.
PONTANI, op. cit., p. 579: «L’occhio che sanguina, le cieche orbite / tu guarisci, guarisci,
Sole, rendimi / luce alle palpebre».
$1 B. STUMPO, op. cif., pp. 148-9; cf., in stretta dipendenza, G. Reve, nel commento a Euripide, Ecuba, Torino 1937 (rist. 1944), p. 85. Su questa linea era già la traduzione di A. S. Way (op. cit., p. 331): «O couldst thou but heal these eye-pits gory } O
couldst thou but heal the blind, and restore / me, / O sun, thy light!».
209
lo Stumpo definiva «stiracchiatura» 62. Il testo,
comunque, è sano e, a
mio parere, può essere inteso in questo modo.
L'aggettivo tupAév va
collegato con BAépapov del verso precedente
(il che è assai più logico
anche per la sintassi della frase), con una funzion
e un po’ diversa dall’altro aggettivo aiuardev; mentre questo è,
infatti, un semplice attributo, TupAöv, in posizione nettamente enfatica, assume
un valore che definirei predicativo-causale, a significare: «la pupilla
sanguinante degli
occhi guariscimela, guariscimela, ché è cieca!».
Il termine peyyos è oggetto di ¿molMátas e questo verbo è proprio la
chiave dell’enigma: esso
non significa solo «allontanare, distornare
qualcosa» (tt), o «liberare
qualcuno da qualcosa (di negativo)» (tiva tivos)
re, allontanare una cosa da un’altra (negativa)»
63, ma anche «rimuove-
(+ rıvos)
o, col semplice accusativo (tt), «allontanare una cosa», ancora
nel senso positivo
di «liberarla, lasciarla andare». Un esempio di
tale accezione è rintracciabile proprio in Eur. Her. 1222-23:
ob 8 oùdè viv nw añ rada yepéc
TOAUXS. Exwv SÌ xaprepeic Ex’ dy Sduors,
in cui l’accusativo sottinteso è tov ypvaéy, l’oro
di Polidoro che Polimestore tiene per sé nei suoi palazzi e
«neppure ora sopporta di /iberare
dalla sua mano», cioè di «lasciarlo andare dove
dovrebbe». Il costrutto è
uguale a quello di Her. 1067-69, in cui &raAA4E
ac, unito in iperbato con
ópuárovó5 (che può ben essere considerato 4x6
xorvob tra Biépapov e &-
marrage ac) significa proprio «liberare, lasciar andare»
quindi una configurazione logica e coerente con
. I versi assumono
i passi dell’Ecuba precedentemente esaminati, venendo a significare: «La
pupilla sanguinante
degli occhi guariscimela, guariscimela, ché é cieca,
o Sole, liberandone la
luce»: una volta che la luce (fuoco) uscisse dai
suoi occhi, infatti, secondo quanto s'è detto, Polimestore potrebbe di nuovo
vedere66.
!
Anche questa proposta di lettura offre una specifica
motivazione del
perché Polimestore invochi proprio il dio Sole
a guarirlo dalla cecitä.
Nelle memorie di Alessandro Poliistore riportate
da Diogene Laerzio,
al punto gia menzionato
#7, l’autore, rifacendosi esplicitamente alla sua
62 B. STUMPO, op. cit., p. 148.
63 Cf, ad esempio, Aesch, Eu. 83; Pr. 773; cf. anche,
con un composto del verbo,
nel suo significato riflessivo (sc. &xuröv), Eur. Hec.
1107-8: Loyyvoof, Srav tg xpeicoov'
ñ pepe xaxx / náby, tadatvng ttamadAdtar Cone.
Me Cf. Eur. Hipp. 774-5: dmada&o- | coved 7’ Akyeıvöv
|
ppeviov Epwra. Cf. Med. 27.
Cf. Eur. Hee. 1104-5: apinoiv Écau abyás,
in cui il costrutt
o sintattico è lo stesso
di óuukrov... péyyos iras.
6 Cf. supra e nota 43.
67 Cf. supra e note 45-48. Per Apollo dio, per
eccellenza, pitagorico e empedocleo
cf. A. Rostacnı, op. cit., pp. 226-7; 289, nota
Page 9
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)fonte pitagorica 68, precisa: viv Sè Eotev Ev olc HAtov mbAaSG xadel toda
ôpBaAuoÿc. Mi pare che questa metafora, che la Timpanaro Cardini considera con buona probabilità «appartenente al linguaggio poetico e mistico di più luoghi» 6° e che può — a mio avviso — risalire, per il suo stile, all'antico pitagorismo, possa anche essere alla base della ripresa poetica di Euripide, ovviamente più diluita e, di conseguenza, anche più
où yép mot Buua Aaumpòv èvifce: xépats,
ov matdas Eby Cavras 005 Exte
eye 72,
L’accostamento psicologico dei termin
i non mi sembra casuale, a
maggior ragione in un dram
ma che si apre con la battut
a (parla il fantasma di Polidoro):
criptica ?0,
“Hxw vexpov xevOpdrva ai oxétou rédac
Non vorrei spingermi troppo in là, ma reputo tuttavia degna di
menzione da un punto di vista lessicale la sfida che Ecuba lancia a Poli-
Arrow, tv’ "Atdys ywels dutorae dev.
Tloaddwpos ... 73,
mestore súbito dopo averlo accecato 71:
Il concetto di #Aiou moda potrebbe
essere suggerito cosi
concettualmente ad #Atou moda:
nel suo
poeticamente felici proprio alla
luce delle oscillazioni e Auttua
zioni di
7 Un indizio della possibile esistenza in Euripide di una concezione analoga, in
qualche tragedia perduta, potrebbe essere rappresentato da Aristoph. Thesm. 16-8:
La definizione #Alov tpoyóg suona come una ripresa, diretta o mediata, della terminologia cosmologica attestata per Anassimandro (12 A 21 D.-K.). Ma B. MARZULLO (in
Aristofane, Le Commedie, Bari 1968, pp. 425-6 e nota 2), a commento della sua traduzione dei versi aristofanei («... in principio era l’Etere, poi si divise e partorì da solo animali che si muovono. Per quelli che ci devono vedere inventò un occhio, copiando la
ruota del sole. Per sentire, gli ha fatto un buco come un imbuto: l'orecchio»), scrive, in
modo convincente: «Si parodia qualche cosmogonia euripidea, o comunque sofistica:
un gioco di sicuro effetto per la platea, ma forse per lo stesso Aristofane». La antica
concezione del sole come occhio macrocosmico e, viceversa, dell'occhio come sole microcosmico ha parecchie attestazioni nella letteratura greca, per cui rinvio a W. J. VERDENIUS, op. cif., pp. 163-4; cf. anche supra e nota 16. A.-]. FESTUGIÈRE, op. cif., P. 47,
nota 4, afferma riguardo all'espressione pitagorica «occhi = porte del sole»: «L’expression vient de l’Odyssée, XXIV 12. Pour la doctrine, cf. Plat. Rep. VI 509 a 1 &yic
Hochs; 508 b 1 Hatoedtotxtév ye oluar (Supa) r@v repl tag alobycers dpykvmv, sur
quoi Adam compare Aristoph. Thesmoph. 16-17...». Degno di essere citato è ancora
Pind. Pae. 9, 1-3:
significato dei termini presi in esame:
gina potrebbe
re, cui avrebbe già pensato lei!
" Eur. Hec. 1044-46. Interessante può essere un confronto con l’interpretazione offerta da Artemidoro di un sogno collegato proprio col sole; la vendetta di Ecuba attua
ciò vale per Hec. 1067-69). Importanza
relativa ha poi il poter stabili
re
se Euripide si rifaceva a teorie pitago
riche o alla dottrina empedoclea
anche se il ruolo esclusivo di péyyo
s nel processo visivo farebb
pendere per la prima ipotesi; inoltre, il confr
onto
testimonianza
72
dossografica di
Diogene
Laerzio
e prodi Her. 1067-69 con la
sull’espressione
HAlou
;
Il verbo &p&saw
er
che, nel suo signific
ato proprio, è normalmente riferito alle
«porte», si incontra due volte
in Sofocle in senso traslato,
ad indicare l’accecamento di
Papa a 52 Be rinse Oed. Rex
1276 Äpaoae... Brépapa. In un terzo
Sppazwy... dpayBévrwy, a proposi
to dell'accecamento dei
Seidler in un luogo corrotto.
Fineidi
è
caso, Ant
1
en
73 Eur. Hee. 1-3,
N
7 Una tale antitesi, di sapore parmen
ideo (cf. Parm. 28 B 1, 11 D.-K.: év0x
ria:
uxTdg te xal “Haars stot xehevOuv,),
implicherebbe virtualmente tutti i suoi
aspetti semantici,
attualizzati da varie coppie di opposti
:
contemporaneamente due dei presagi funesti che esso può annunciare: Artem. II 36 «Il
giorno
-
notte
sole oscurato, macchiato di sangue oppure d’aspetto terribile, è per tutti un segno funeluce
-
tenebra
sto e strano, che talvolta indica disoccupazione, talvolta malattia o pericolo per i figli di
vista
-
cecità
chi ha visto il sogno, oppure un’affezione ai suoi stessi occhi» (trad. di D. DeL Corno
vita
-
morte
in Artemidoro, // /ibro dei sogni, Milano 1975, p. 137).
appaia, in un velato
, ben più importanti per Polimesto-
Tiriamo le somme del lungo discor
so.
Le tre occorrenze del termine péyyo
s nell’Ecuba sono riconducibili
ad una scelta delle dottrine ottiche che
privilegiano il fuoco e solo sulla
base di queste possono essere correttament
e interpretate (in particolare
@ parep dundtwv, Ratpov Snéptarov
tu auépax xdertópevos;
dietro alle parole dell’anziana recelarsi più ironia tragica di quanta ne
riferimento ad altre méAat (gli occhi)
974-5
Auris dedtou, ti noAuoxorne proce,
senso proprio, anche se non vogliamo qui postulare una deliberata puntua
le ripresa 74. Ai vv. 1044-46
invece, il contesto offre la possibilità di
vari livelli di lettura possibili €
68 Cf. M. TIMPANARO CARDINI, op. cif., HII, p. 230.
69 M. Timpanaro CARDINI, op. cit., III, p. 230; cf. supra, nota 48.
Axof) Se yokvyy, Ota Ötererphvaro.
in forma
antonimica: nel primo verso
della tragedia oxétov miAat si
oppone gia
“Apaace, peldou undév, ExB8dAAwv Trúhac'
O pv Brérew yey, moor’ Eunyavioato
ôpllaaudy &vrlpuov AAlou spoxa,
Cf. anche supra, nota 71.
Page 10
Voir dans le PDF(s’ouvre dans une nouvelle fenêtre)rühat per indicare gli occhi lascia presumere che Euripide conoscesse la
metafora pitagorica. In tal caso e a questo proposito va detto che quella
che noi a posteriori definiamo «metafora», se risalente al primo pitagorismo 75, non era allora certamente intesa in questo senso: il procedimento analogico nasce, infatti, con la dignità di un modulo conoscitivo rispondente alla dimensione del pensiero arcaico, che si serviva in prevalenza di «simboli» ‘9. E, di rimando, può anche essere questa una ragione di più per supporre che l’espressione «porte del sole» a significare
gli occhi sia di epoca assai antica. Ardite «metafore» di ispirazione pitagorica si ritrovano in Empedocle e in Eschilo. Ma, se Eschilo tende a
far suo e a riproporre con moduli identici ciò che appartiene ad un patrimonio «mistico» 77, Euripide, in maniera peraltro conforme alla sua
indole e anche al mutato spirito del suo tempo, è invece più incline a
riappropriarsi dello stesso patrimonio, investendolo di un processo di
razionalizzazione che ridà nuova vita a un’immagine, proiettandola
all’interno della divulgazione scientifica dell’epoca.
ANNA MARIA MESTURINI
75 $i veda quanto afferma in generale su questo tipo di problemi A. TRAGLIA, ap.
cit., p. 65 e la bibliografia ivi riportata.
% Per un’ampia trattazione dell'argomento rimando a A. M. BATTEGAZZORE, Considerazioni su mito, simbolo e razionalità nel pensiero arcaico, «Memorie del seminario di Storia
della Filosofia della Facoltà di Magistero», Università di Sassari 1983, pp. 11 ss. e passim.
7 A. TRAGLIA (ob. cit., p. 69), in una rassegna di «metafore» di ascendenza pitagorica, così giustifica la presenza di questo tipo di «simbolismo» nell’opera eschilea: «Ora,
un metaforismo così ardito, che affonda spesso le sue radici in una visione mistica del
mondo, ha riscontro in un modo tutto particolare nello stile della tragedia eschilea. Anche per Eschilo dalla natura si effonde un religioso senso del divino e gli clementi sono
spesso considerati - in sé e nei loro fenomeni - una manifestazione stessa della divinità
ad essi immanente».
MESTURINI Anna Maria, Tracce di teorie ottiche nell'Ecuba euripid
°
IV 1986 195-212. | Analyse des v. 367-368, 1035 et 1067-10
69. Le terme Nero.
présent dans ces trois
y
ea
: SIFC
3?
s,
passages, fait référence aux théories de
la vision attribuant un
rôle fondamental au soleil, en particulier celle
des Pythagoriciens. È