Tracce di teorie ottiche nell'Ecuba euripidea

Autor
Mesturini, A.M.
Publicado en
Studi Italiani di Filosofia Classica
Año
1986
Tema
OPTICS
Idioma
Italiano
Categoría
C1 General
Número de archivo
3814

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hesqurivt, A Vase Tracce di teorie ottiche nel Ecuba euripidea La tragedia greca, soprattutto quella euripidea, accoglie e fa suoi molti e diversi stimoli culturali, non tutti e non sempre identificabili immediatamente. Certi passi, ad esempio, rischiano di venir fraintesi, se non si faccia riferimento alle teorie scientifiche del tempo: ad esse il poeta può ricollegarsi talvolta, come è naturale, in maniera inconsapevole, sulla scorta di un patrimonio culturale consolidato, talvolta deliberatamente e trasformando un personaggio in portavoce di una specifica dottrina!. In quest’ultimo caso, Euripide, da raffinato intellettuale, mette in bocca ai suoi personaggi o idee di particolare attualità tra i filosofi del tempo 2, oppure suggestioni scientifiche remote, avvolte dalalone della metafora mitica. Fatta questa dovuta premessa, analizziamo un caso tipico, rappresentato da alcuni passi dell’ Ecwba. Il dramma contiene molti richiami alla luce e all'atto del vedere}, spesso però risolti in metafore di uso co- ! Cf. ANNA Marta MESTURINI, Magia e medicina in un frammento del Bellerofonte di Euripide, «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova» 1 (1981), PP- 35-56, in partic, pp. 36, 38. 2 Cf. J. BERLAGE, Commentatio de Euripide Philosopho, Lugduni Batavorum 1888, Pars. II (Quid Euripides de rerum natura senserit), pp. 38-78, che considera Euripide dotto conoscitore del pensiero dei filosofi del tempo; cf. inoltre E. R. Donbs, I Greci e l'irrazionale, (1950), trad. it., Firenze 1973 (rist. anast. 1978), p. 216 e note 5-6. 3 Cf. vv. 32; 311; 411-12; 415; 435; 636-37; 668. Un altro indizio dei legami dell’Ecuba con le teorie ottiche del tempo può essere rappresentato dai vv. 925-26: ypuctwv évérrowv dedacous’ attppovas els auyás. Lo studio degli specchi era, naturalmente, parte integrante dell’ottica antica: cf. Ch. Muster, La lumière et la vision dans la poésie grecque, «REG» 73 (1960), pp. 40-72, in partic. p. 53; dello stesso cf. Dictionnaire historique de la terminologie optique des Grecs. Douze

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mune, prive quindi di una loro intrinseca vitalita, che non caratterizze4. Alcuni rebbero certo la tragedia rispetto al resto dell’opera euripidea casi meritano, invece, la nostra attenzione, perché improntati, fuor di ogni dubbio, da una corrente di pensiero sulla percezione visiva. Alludo, specificamente, ai seguenti versi dell’ Ecuba: vv. 367-68: 197 commenta: «Come già xyé¢ in Sofocle Ai. 70, in questo caso è péyyos ad assumere il significato dinamico di “sguardo”, confermato dalla dipendenza del termine dal verbo &pinue»8. Mi spingerei più in là, non tanto nella resa, quanto nell'esegesi di questi versi e nell’esplicita menzione della teoria che ad essi sottende. Interessante a questo proposito è il commento di M. Untersteiner ad Ai. 69-70 (... y Yàg Gupatwy à&rootpépouc | abyas &relpiw ahv rpsaoyiv elaidety®): «adyàg “luci fulgenti”: Où dit aginu’ óupdzov Erebhepov péyyos 700, "Ary rpootibleto” ¿udv déuac. significa la luce che lampeggia dagli occhi e la forza visiva è concepita come una luce che è diretta verso la lontananza... Questo è forse un’eco “pot, ruphobuat péyyos Gupárov TÁAos. vv. 1067-69: Fide por ópuérov aiuaréev Bképapov v. 1035: di una dottrina filosofica nota a Sofocle e precisamente di Parmenide e di Empedocle...» 10, Lo studioso suggerisce pertanto di rendere il termi- Antoaı' axéoaro tupady, “Arte, peyyos armadas. ne con «visione, sguardo». L'eco della dottrina filosofica cui accenna In essi il termine peyyos, in correlazione con dppatov, comporta l’Untersteiner mi pare assai più pronunciata nei tre passi dell’ Ecuba; in un’accezione, la «luce degli occhi», che non si riscontra nel resto della produzione tragica greca a noi pervenuta >. Il ricorrere di tale valore semantico acquista singolare pregnanza in una tragedia in cui una forma di nemesis ha la sua soluzione violenta proprio nell’accecamento di Polimestore da parte dell’antica regina di Troia, che ritrova in questa azione orribilmente «giusta» la sua primitiva autorità. I vv. 367-68, pronunciati da Polissena, sono stati così tradotti dal Méridier: « Jamais! Je rends la liberté au regard de mes yeux, en livrant mon corps à Hadès»7. La Ciani, riportando la traduzione del Méridier, particolare, come vedremo, per i vv. 1067-69 essa può rappresentare la base per una interpretazione più plausibile di quelle fin qui proposte. dons: je lance de mes yeux ... un regard «que je rends» libre en livrant mon corps à Hadîs. ... Véyvos signifie regard comme au v. 1035...». Già nel secolo scorso T. Fix (Ewripidis Fabulae, recognovit, Latine vertit ..., Parisiis 1843, p. 8) traduceva: «Non ita: dimitto ab oculis liberam / lucem hanc, Orco committens meum corpus». H. Wei (Sept Tragédies d Eyripide, Texte grec, rec, nouv. avec un comm. ..., Paris 18792, p. 240) recepiva la congettura di Hartung épuäruv ¿devblgav, peggiorando (contrariamente al suo solito) un testo che non necessita di emendamenti. Su posizioni simili, se non proprio uguali, a quella del Méridier troviamo: CH. MuGLER, Dictionnaire... cit., p. 71, s.v. prévu: «Je lance de siècles de dialogues avec la lumière, Paris 1964, pp. 146-47, s.v. Evoxtpov; pp. 175-76, s.v. Ëmes yeux une lumière, signe d’une âme libre, en abandonnant mon corps à Hadès»; più LACK, Empedocle, 111, Les Origines, comm. 1, éd. et trad. des fragments et des témoignages, Paris 1969, pp. 271-73. Per la teoria gorgiana (cfr. Thcophr. De igne 73), cf. A. TRAGLIA, Studi sulla lingua di Empedocle, Bari 1952, p. 44 e nota 14; À. M. BarreGazzoRE, Aristotelismo e anti-aristotelismo del De igne teofrasteo, «Elenchos» 5 (1984), pp. 45- renze 1970, Ecuba, pp. 557-83, p. 564: «No: la luce degli occhi è ancora libera / se quegorzpov; pp. 222-24, S.v. xktortpov. Per la teoria empedoclea degli specchi, cf. Ji Bot- 102, in partic. pp. 71-3 e note 181-187, p. 98. . recentemente F. M. PONTANI in I/ teatro Greco. Tutte le tragedie, a cura di C. Diano, Fisto corpo lo consegno all’Ade». Così anche U. ALBINI e V. FAGGI (op. cit, p. 31) che rendono: «No, non sarà così. È libero lo sguardo dei miei occhi, ora: il mio corpo, lo dedico all’Ade», senza uscire dalla metafora del testo; C. Bevegni, nella relativa nota (in op. cit., p. 31), sottolinca come in questo ¿deúdepov péyyoc, miraggio dell'antica libertà, 4 Una esauriente rassegna dei termini relativi alla luce si trova in MARIA GRAZIA Ciani, DAOX e termini affini nella poesia greca. Introduzione a una fenomenologia della luce, Firenze 1974, passim; per Euripide in particolare cf. pp. 46-58; 62-6; 69-73; 76-7; 79-80; 85-100. Sull'argomento si veda anche L. MALTEN, Die Sprache des menschlichen Antlitzes Sviante e riduttiva era stata invece l’interpretazione di A. W. Urcorr in Euripides, Hecuba, ed. with introd. and notes, London 1901, p. 100: «&gingi, “I renounce”. ¿heúbeim frühen Griechentum, Berlin 1961, pp. 22-31. Città di Castello 1917, p. 75), che non teneva conto di Her. 1104-5 (cf. infra). Procede 5 In Eschilo l’uso del termine peyyos è limitato: compare nel significato di «luce del sole», «luce del fuoco» c, in senso metaforico, di «dies» (cf. M. G. Ciani, op. cit., pp: 59-61); in Sofocle il sostantivo «è usato sempre con valore proprio e sempre in rclazione alla luce solare» (M. G. Ciani, op. cit, pp. 61-2); per Euripide, invece, la Ciani (op. cit., pp. 62-6) distingue il significato di «luce del sole», le perifrasi per «vivere» e per «morire (= abbandonare la luce)» e infine l'uso di péyyos in relazione agli «occhi», limitato, come s’é detto, ai tre passi citati dell’ Ecuba. 6 Cf. U. Ausını in Euripide, Eruba. Elettra, trad. e presentaz. dei drammi di U. Al. bini e V. Faggi, introd. di U. Albini, note di C. Bevegni, Milano 1983, p. XXIX. ? Euripide, Hippolyte- Andromaque - Hécube, tome II, texte ét. et trad. par L. Méridier, Paris 19654 (1 ed. 1927), p. 195. Lo studioso aggiunge (nota 5): «... Nous entensi debba soprattutto privilegiare la realtà o la illusione della /ibera scelta di morire. pov, emphatic, “while it is free”.» (cf. il commento di B. Srumpo in Euripide, L'Ecuba, per conto suo, infine, la resa di S. Quasımono (Ecuba di Euripide, Milano 1962, p. 45): «No, meglio offrire all’Ade il mio corpo } e, ancora libera, vedere per l’ultima volta la luce». Su una linea analoga si cra già posto A. S. Way (Euripides, with an English Transl., I, London-Cambr.-Massach. 1912, 19597, p. 277): «Never! — free light mine eyes shall last behold: / To Death my body will I dedicate». 8 M. G. CIANI, op. cif., p. 65: cf. p. 69, per ayyác in Soph. Ai. 69-70. 9 M. UNTERSTEINER in Sofocle, Aiace, Milano 1933 (rist. 1963), p. 41. 10 L'Untersteiner (op. cit., p. 41) rimanda a J. H. H. Scuminr, Synonymik der griechischen Sprache, 1, Leipzig 1876, p. 573 e aggiunge a proposito della teoria visiva citata: «poi la ritroviamo in Platone (Theaet, 153 E, Tim. 45 C). Cf. la critica di Epicuro (ad Her. 49-50...)».

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Innanzitutto, per Hec. 367-6811, non si può prescindere da un confronto con i vv. 1104-5 (Qpiwv Y Zelproc Eva rupoc proyeac apin- | ou boawv aùràc, ...), confronto istituito più o meno capitano da ae ni degli esegeti, sfuggito invece palesemente ad altri , alla luce de quale si conferma esatta l’interpretazione del verbo Apinu come «emetto», mentre si rivela totalmente errato il senso di «rinuncio a». La Ciani afferma che il significato di «sguardo» per abyag di v. 1105 «si esten le alla metafora» (come anche per Andr. 1179-80: è GxÉTAOG rabéwy có ec tiva | 8% plrov avyas Bárrmv réphouat; +) 13, Più che di una metafora direi che si tratta di una realtà cosmologica mitica, che della metafora finisce con l’assumere tutti i connotati. Le teorie ottiche di età arcaica, in particolare quelle che si desumono dai poemi omerici, erano peraltro ancora attuali ai tempi di Euripide, tanto da giungere sino a Platone ' . Secondo alcuni degli antichi fisiologi la visione avveniva tramite mi sione dagli occhi di un fuoco sottile (totale era | identitä luce-fuoco) . E come tutti gli esseri viventi, più specificamente i loro organi preposti Passiamo in rapida rassegna le teorie ottiche su menzionate. Quando si nomina il fuoco che fuoriesce dall'occhio, il più immediato ricordo è una tanto nota quanto discussa analogia di Empedocle, in cui l’occhio viene paragonato a una lanterna 17: we d' Ste =16 rpbodov vodwv &rAlaoato ASyvov setpepinv Bid vóxta, rupos cthas aldopév oto, &bac mavrolwv &vepcv AaurT pas duopyo ús, al + dveuwv uèv nvedua diodo dévtwv or , Puc À kw Stabpdiucxov, dany tavamt epov Fev, Adureoxev xatà ByArdv dtetpéaw axtivecaiv 6 Se rór ev unveykuv Éepyuévoy wysyto v mip Aextiaty «t'> dBbvmior hoxálero xixdor a xoveny, cab yokwmıcı avra tetpharo Beoreatyat to af d' údazos uèv Bévdos anéoreyov Aupivaé vros, mip 8° Elm Suleaxov, Boov tavadtepov devis. Il passo & riportato da Aristotele (De sensu 2, 437 b 23 ss.): in un alla vista, nel vedere irradiano luce (= fuoco), così tutte le entità contesto di critica alle teorie della vision che emanano luce, nell’atto di irradiarla, ve dono. In sintesi: se l’eelemento attivo e principale !9, egli cosi missione di luce è condizione necessaria alla visione, è anche, allo stesso scopo, condizione sufficiente. La facoltà di irradiare luce appartiene in primo luogo agli astri, considerati, quindi, o come occhi o come esseri provvisti di occhio 6. Il processo descritto in Hee. 1104-5 per Orione e Sirio è pertanto un diverso aspetto della stessa teoria che sta dietro ai vv. 367-68. Spia ne è, appunto, il comune verbo «inge. 11 Degni di menzione a questo proposito sono anche Sch. Pind. Pytb. 11 38: Spaxeia’ dopahtc: trcibepov BAérouca. ed Eur, H. F. 221: Onfauc Ebnxev Sup’ dredbepov Baer. 12 Fra questi ultimi, ad esempio, A. W. Upcott e B. Stumpo, per cui cf. supra, nota 13 M. G, CIANI, op. cit., p. 71. La studiosa osserva: «Il valore traslato di “sguardi” e quello proprio di “raggi” coesistono in questa immagine: Orione e Sirio sprigionano infatti dai loro occhi degli sguardi che nella realtà dell'immagine figurata sono raggi infuocati (questa realtà è anzi ripetutamente sottolineata, cf. phoytas, reup6g)». : 14 Cf. Cu. MuGuer, Les origines de la science grecque chez Homère, Paris 1963, pp. 13 1cf. Lumière... cit., p . 59-60. l > TIE MUGLER, Origines. cit. p. 123; cf., dello stesso, Lumière. cit., p. 44. 16 Cf. W. Deonna, Le symbolisme de l'oeil, Paris 196$, pp. 25 8-60; Ca. MUGLER, Origines... Cit., pp. 137-9; dello stesso, cf. Lumière... cit., pp. 67-9; Dictionnaire... cit., PP- Er 5, 5.v. Ötpxeoden. Si veda ancora O. Lonco in Eschilo, I/ Prometeo legato e i frammenti ella trilogia, Roma 1959, pp. 124-5, nel commento ai vv. 796-7; PaoLa Lerza, L immagine « Due potenze = due occhi | luci» nelle testimonianze antiche, partic. pp. 222-3 € note 13-14. «Maia» 34 (1982), pp. 219-24, in 199 e che intendono il fuoco come introduce il frammento empedocleo: *EuredoxAîg 3° tore vouitovte été nv Étévroc rod putts, MOTE elpyta: mpérepov, BAérew 20, Ma, dopo aver citato la lunga similitudine, Aristotele aggiunge che Empedocle été pèv obtws 6päv pyar, été de Taig aroppolaus Arch tiv épouévev 21, 17 Emped. 31 B 84 D.-K. 18 Riporto qui la traduzione di G. GrANNA NTONI (in I Presocratici, Testimoniange ¢ Jrammenti, Roma-Bari 1983? [I ed. 1969], Tomo I, p. 399): Come quando qualcuno, avendo in animo di intraprendere [cammino si munisce di un lume nella notte invernale, splendore di fuoco ardente, adattando lanterne che proteggono dai venti di ogni specie, e che dissipano il soffio dei venti che spirano, e la luce effondendosi all’esterno, quanto piü & sottile, lampeggia sulla soglia con raggi infaticab ili; cosi allora il fuoco primitivo, racchiu so nelle membrane con sottili veli si acquatta nella rotonda pupilla, i quali sono forati da canali meravigliosi che la proteggono dalla profonditä dell’ac qua che circola tutt’intorno lasciando effondere fuori il fuoco, quanto più era sottile. 12 In particolare Aristotele critica la dottrin a empedoclea e quella esposta nel Timeo platonico, per sostenere invece che la vista è d’acqua (De sensu 2, 438 a 14-15) e che il vedere si produce grazie alla qualità dell’ac qua di essere diafana. Per una più ampia trattazione di questo argomento, cf. A. M, MESTUR INI, Problemi interpretativi in un passo del «De generatione animalium » (alla luce della teoria 8 (1985-86), pp. 85-108. 20 Aristot. De sensu 2, 437 b 23-25. 2 Aristot. De sensu 2, 438 a 4-5. cromatico-ottica di Aristotele), «Sandalion»

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Questa testimonianza, collegata con quanto ci tramanda Teofrasto 22, il quale insiste maggiormente sugli effluvi che dagli oggetti giungono ai pori dell’occhio (8 thy drtopporv), ha suscitato non poche divergenze tra gli studiosi. Qualcuno ha anche pensato — a mio avviso, a torto — di attribuire la funzione visiva alle sole emanazioni provenienti dagli xicfntà, senza fuoriuscita di fuoco dall’occhio, e di considerare quindi l’analogia della lanterna riferita al processo di formazione dell’occhio (o alla sua «natura»), ma non a quello successivo della visione 3, I versi empedoclei hanno provocato contrasti non solo per l’inter- Tracce di teorie ottiche nell’Ecuba euripidea 201 Pretazione globale, ma anche per il valore di singoli termini o espressioni. Una aelle locuzioni più vessat e da BnAöv di v. 6. Sulla falsariga di Aristo questo punto di vista é il non tele («Del tutto assurdo & dire che la vista vede per qualche cosa che esce da lei e che il raggio visuale si stende fino agli astri |uexpı rüv &ozpwv...]») 24 e, soprattutto, della parafrasi di Alessandro di Afrodisia 25, alcuni esegeti lo hanno inteso come «fino al cielo» 26 oppure «fino all’orizzont e» 27. Altri, più recentemente in linea di massima, hanno attribuito a Bmdós il significato proprio di «soglia della casa» 28 o di «varco, soglia di metafora, «superficie dell'occhio» 8, della lanterna» 29 e, quindi, fuor E Y égov rave repo ev dv. 5 2 Theophr. De sens. 7 (= Emped. 31 A 86 D.-K.): repara de xal thy Ayıv Abyeıv, mola tle gate’ xat prior td ev Evrög abtig elvas rip [vgl. B 84. 85], 76 Sé nepi abtd Swe xab yhy xat Alp de’ dv Sudvar herróv dv xabdrep tó Ev toîc Aaurrmpor pas. tods de mópovs ÉvaARGE xelobar tod re mœupôs xal tod Údaroc, dv Tolg uèv 105 mupds Tx Aeuxd, rois SÈ rod Údaros tk pédava yvwpitew Évapuérrerv yao ixatéporg éxirepa. pipeadas Se tx ypmuara mpòg THY Edi da thy dropponv [vgl. A 69 al. «Egli (Empedocle) cerca poi di dire anche quale sia la natura della vista; ¢ afferma che il suo interno è fuoco (cf. B 84-5] e la sua parte esterna «acqua ©) terra e aria, attraverso le quali il fuoco, essendo sottile, passa, come la luce nelle lanterne. I pori del fuoco e dell'acqua sono alternati, e noi possiamo distinguere il bianco mediante quelli del fuoco e il nero mediante quelli dell’acqua: vi è infatti un adattamento di ciascuno ai rispettivi pori. E anche i colori sono portati alla vista mediante questo effluvio [cf. A 69 a}.». (Trad. di G. GIANNANTONI, op. cit, tomo I, p. 361). A proposito della integrazione «¿dep xab cf. MariA MICHELA Sassi, Le teorie della percezione in Democrito, Firenze 1978, pp. 82-3, nota 11. In linea con la testimonianza teofrastea sembrerebbe essere la definizione di Plat. Mer. 76 c-d (= 31 A 92 D.-K.): «Vuoi tu che ti risponda al modo di Gorgia [82 B 4], in modo che tu possa più facilmente seguirmi? — Voglio, come no? - Non sostenete dunque, secondo quanto dice Empedocle, che vi sono effluvi di tutte le cose che sono? — Certamente. - E che vi sono pori ai quali e attraverso i quali scorrono gli effluvi? - Assolutamente. - E degli effluvi alcuni si adattano a determinati pori, altri sono o più piccoli o più grandi? - E così. - E dunque c’è qualcosa che tu chiami vista? — Sì. - Da ciò, ‘intendi ciò che ti dico”, disse Pindaro, il colore è un effluvio dei corpi, simmetrico alla vista e sensibile» (trad. di G. GIANNANTONI, op. cit., Tomo II, p. 924). Non bisogna dimenticare però che tale definizione è data da Socrate espressamente xatx T'opylav e ciò potrebbe comportare una ripresa parziale della teoria empedoclea, limitata al solo aspetto mutuato da Gorgia 0, comunque, consono al pensiero gorgiano (cf. Gorg. He. 15 ss. = 82 B 11, 15 ss. D.-K.). Per i vari problemi suscitati dal passo platonico, cf. R. S. Bruck in Plato’s Meno, ed., comm., Cambridge 1961 (rist. 1964), pp. 251-53. 23 Cf. E. BiGnone, Empedocle, Torino 1916 (rist. Roma 1963), pp. 249-50; J. BoLLACK, op. cit., 111, Les Origines, comm. 2, pp. 315-16; H. Cherniss, Aristotle's Criticism of Presocratic Philosophy, New York 1935 (rist. 1976), pp. 317-18, nota 106. Per le varie posizioni degli studiosi sul significaro del frammento e sui problemi che ho cercato di enucleare schematicamente, si vedano anche: J. I. BEARE, Greek Theories of elementary Coguition from Alemeon to Aristotle, Oxford 1906, pp. 15-6; W. J. VERDENIUS, Empedocles' Thinking and sense- perception in Empedocles: Mysticism or Materialism?, «CQ» 16 (1966) 25 6-76, in partic. pp. 262-4; G. E. R. LLoyp, Polarity and analogy. Two types of re: tion in early greek thought, Cambridge 1966, pp. 325-7; R. LAURENTI, in Aristote le, Opere vol. IV, Roma-Bari 1973, P- 199, nota 19; M. M. Sassi, op. cit., pp. 83-91; C Galla VOTTI, in Empedocle, Poema fisico e lustrale, Milano 1975, PP. 202-5; M Empedocles: the Extant Fragments, ed. Sur quelques fragments d'Empedocle, R Wao with introd., comm. and concord. New Haven and London 1981, pp. 240-3. Cf. inoltre, la bizzarra interpretazione di «Rev. Philol.» 25 (1951), pp. 33-65. Cu MUGLER rn » Aristot. De sensu 2, 438 a 25-26, trad. di R. LAURENTI (op. cit. p. 201). Alex, Aphrod. P- 23, 8 ss. Wendland (cf. D.-K., I, PP. 341-42). L’antico commentatore si appoggia a Omero (11. 15, 23: flnsaoxov zerayav ard BnAoû) e interpreta come + E (xatà zóv obpavév) (cf. il chiaro resocon to di A. TRAGLIA, op. cit., pp. 22- 2% W. Kranz (D.-k., I, p. 342) traduce : «zum Himmel (?)» (il Diels rendeva «zum irmament»), ma in apparato critico segnala il significato come « unpassend» e Wege; cf. gia W. Kranz, Vorsokratische Denker, PE BIGNONE, op. cit., p. 462: «incont propone Berlin 1939, P. 113: «auf dai Wer » ro all’orizzonte»; M. M. Sassi op. cit «di contro all’orizzonte»; la studiosa osserva By Adv non vanno interpretate letteralmente, raggio visuale fino alle stelle (mentre $ : poi (nota 13): «Le parole rene wack come riferite a un effettivo estendersi del così le intende forse Aristotele, cf. De sensu 438 a 25 — &Aoyov u Thy Shiv ... drorelv eoden méypi tev Esto —, anche se la sua frase ha per ya en thy 2 in mol ressionper e xata ou nd infatti, ByAdv, pad va . CHERNISS, op. cit., Oxford 1970 [sic!], p. 192, un diverso sain s) pi no inquadrat a nello stile i fiorito, dalle immai i i D. 319, nota 112; ] ZAFIROPULO, Empedocle d Agia Paris 1953, A.pp.TRAGLI 272- e De Rose ta ai, be è o; 2 K. C. Gurnnie, A History of Greek Philosop hy, vol. 11, Cambridge 1965 (rist. 1969), 235 e nota 2; G. E. R. LLovp, op. cit., p. RENTI, op. cit., p. 200; M. R. so n L'ARTE op. cit., pp. 27, 203. + 1. BEARE, op. cit, p. 241. osserva però (nota 1): «The expression xatà SyAdv seems to Doctrine of Sight, in AA. VV., Studia varia Carolo Guilielmo Vollgraff a discipulis oblata, ae at eS surface of the or Tale Amsterdam 1948, pp. 155-64; A. TRAGLIA, op. cit., pp. 22-4; D. Ross in Aristotle, Parva Naturalia, revised text with introd. and comm., Oxford 1955, pp. 190-1; A. A. Long, Lp . favour i nt ns 1 Teil, 1 Abt., Gotha 1880 p. 271) that Em cles contemplates a co-operation between the aaa eit., p. a+Ro nota ‘a 19) en attr o 16, che rende la locuzione con un s H. SIEBECK, Geschichte der Psychologie, pi 325; G. GIANNANTONI, op. cit., p. 399; R Lee WRIGHT, Op. Cil., p. do: fire from within and the képpoiae from commento mi pare che smentisca il Laurenti che uisce al Beare l’inter j pretazi jonc one «sulla soglia» ia», , intend endo

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ura antitetiche:(o €al stat di significati, inaddirapritt a due sfere più fuo ha dato origine luce porto alla all apertura %, interpretatourecomcome e«qu«quantanto o piùsottlarile» rito rife , go» co)3!, opp ivo tavads ricopre entrambi i campi alsemvarantco,ici, quello della alMa l'aggett nto collegati ra, zza», solo in »qua llo della «ampie «sottigliezza»pricomma,e que allo , ché Per *. in lunghezzapiù calzante, «e la lua «estensione sec la sua sferare ai vv. dell ato, ific sign il non attribuio fuori, qua5-6nto più esteso (in lunondgheo me potere di ilce, filtrandne, rifulge fino al suo limite 34 (secondo ilzzasuo) èlimiil te)suocon raggi teluminazio 11 (rip 8 ¿Lo Silegxov, Saov Tavawrepov Fev), nella seconda paci»? Il v.’analogia, vorrebbe dire: «e il fuoco si proiettava fuori, quan-È parte dell era il suo potere visivo nella lontananza». Il senso così to più esteso e risponde anche ad una istanza logica sulla lunghezza del molto chiarovo, presente, peraltro, già in Omero (I/. 5, 770-1): raggio visi Tracce di teorie ottiche nell Ecuba euripidea LU 203 , 6aov J Hepoerdts aviip (dev dpbadrpotar fipevog Ev oxomtÿ. Acbaowy Eri otvora mévtov 35 l > P ll d , comunnon determinante un'alternanzaaetranotapas15).e xp, i presentanorale suddettap., ne 31 ] codici stess tazio erpre l’int Per significato gene (cf. supr g op. cit, que,J.aiI. finiBEARdelE, op. Cil., P- 16; W. Kranz (in D.-K., 1, p. 342); E. BIGN,ONE, op. cif., p. 190; cf. TRAGLIA, Op. cit., p. 245 J. ZAFIROPULO, 0). cif., p. 272; D. Ross NANTONI, 462; A. GUTHRIE, op. cit., p. 235; G. E. R. LLOYD, op. cit, p. 325 G. GIANta corrente KW. K. C.p. 3995 R- LAURENTI, op. cit., p. 200; M. M. Sasst, op. eit., p. 84. Ques op. cit., tiva mi pare condizionata da Plat. Tim. 45 C 2-3. a Tava=nıng31 ficatogad interpreta e analogoov signi e attribuisc P- 27, il equal op. cit,pare AVOTTI,dove o 32 C. GALLavot hxel tava (tepd te meno pertinen ti, miadottataanchla lezi in fr. 125 Gall ét). &zetp one € pero Alessandroomtadi già da Suk B 143 D.-K., in cui erito up etto è sugg p. 322. I,Ilp.conc341): ACK, op.landcit.,: cf.MI, D.-K Aent 33 Cf. (p.J. BOLL to sò Sè dv rava ., Suvkwevov. 23, 8 Wend Afrodisibva te xat v@ Sueurimreuw Suk tOv TUK tare», «soretvépev inario di Byrde sè «limi o in quelloo orig ficato mi sembraaverinsit assuo 34 Tale signidocl nel com co, fori meta sens in o usat ebbe nostra lingua, il termine «soglia» ha assuntostilenella glia», cheito.EmpeD'altronede,potranch e nella rio di «limite (minimo)». La locuzione Boov sai colordei sensi il significato usua , nier (inuceArisil tote sfera ov Fev è stata — secondolemee prop pretata da, P-R.25),Mucche s: v. trad cavawtep és d'histoire naturelle, texte ét.- etbenetrad.inter 1953 , ma rende il v. 6: «Elle Paris plus trait se projetant au dehors, s'étend d’au, tant Petitslumié stanre, «La le seuil, en rayons éblouissants». Aveva già intuiloin» la buona strada, nono W. MuLfo-brille sur isione € il rimando nel commento ad Alessandtoro di Afrodisia, F. aute 6: «lux s radiim s». te l'imprec ), p. indo 1928 (1 ed.strat1860viam m Graecoru/ m,(tant1, oParis osophoru , Fragansmentquana Phil Lachemic collu s) magi tur, op. cit., UI, comm. 2, pp. 3424miti latius fundi che proponeras stessa linea tosi coll BOLLACK,longueur propre» € mostra invece qual Sulla 5 «aussi loin queoca leJ. port e sa au sens propre et comprendre soit: srcheleesita seuil v. per il per s’en tenir : «Il faut Bydévrayo que ôt plut rne, zionlae lantexazà lante la de is paro les nt hissa franc me flam de la se prépare à quitter. Soit — et le sens en est meilleur les lensvoya (de de larne), on que chaquegeur au seuille seuilmais lanterne ttin’a ilpaspensprola marche. Carchela non au long delegia pas, fous ack ieque pose eges - sur pare mi il Bollni delpriviprocedimento analogico. rispe prement de seuil». L’es i che o, i cano ro empedocleo né, soprattutt t in questa breve rassegna delle teorie ottiche arcaiNon é pensabile, ile, 35 n Si A. M. RNA Problemi .... cit., p. 99, nota 64 er ampie discussioni sull’argo gomento rimando i i alle opere© citate di in N precedenza (cf. supra, dane oad Es el raggio visuale e dell’effluvio proveniente dall'oggetto che, in ann mil af a une i uniscono e tornano all’occhio, che imprimono producendo la vista a Bu: A ro eg sur de Timee de Platon, texte grec, trad. frang. Tongues ani i 37 Plat. :. Tim. i platonica i edd Tin h 45 B -46 4A. La 1teoria t dell ella œuvauyetx ‘ comporterà 4 it. 1981], pp. 157-63). Per i molti punti di contatto della teoria platonica pleno» ottrina empedoclea, cf. J. I. BEARE, op. cit., pp. 17-8; M. della visione con la relativa dottri so Aristot. De sensu 2, 437 b 10-15. n Aristot. De gere. an. 779 b 12-20; Theophr. De sens. 7 ° Cf. M. M. Sassi, op. cit., p. 91; M. R. WRIGHT, op. cit i to mi occupo in altra sede, trattando del termine dp y E Ne M. Sassi, op. cit., p. 87. nes | A - : DE En a le. — pow della visioie (cf.di 78-82 per la teoria 5 dAp. 89; 23op.à cit., À. . Lone M. M. Sassi, i alemeonica i . ‚a.CH. MUGLER, MU , Origines. nes... cit Cit., PP. 131-9; A. A. LONG, 0P. cil. ‘ ruzione dell’emissione di raggi di luce dagli occhi, dovutaita:a una ferita o Pao cho; bare à i ; o psichico, è quanto già in Omero determin a la cecità; cf. Cu. MuGLER, Origines... cit., p. 137.

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205 che in cui il fuoco è protagonista, tralasciare la dottrina pitagorica, per «Il senso in generale, ed in particolare la vista, è un vapore troppo ché impossibile determinare quanto dai primi Pitagorici mutuo ad ecaldo. E per questo si dice che vediamo attraverso l’aria e attraverso l’acqua; infatti il caldo resiste al freddo. Ché se fosse freddo il vapore negli occhi sarebbe disperso dall’aria simile; ed ecco perché in qualche quanto discussi ne siano fonti ed esiti. Va però notato come sia pressosempio Empedocle o quanto, invece, delle dottrine che oggi figurano come pitagoriche sia appartenuto al pensiero empedocleo e sia stato poi fatto proprio dagli epigoni della scuola-setta italica #. Ai Pitagorici viene ascritta correntemente la concezione che il processo visivo avvenga per la fuoriuscita dall’organo sensoriale di un fuoco (sotto forma di raggi o di un vapore caldo) che, da solo, esplica la funzione visiva e determina la percezione. Lo stesso accade per gli altri sensi. Ci si fonda, per tale attribuzione, soprattutto su una testimonianza di Alessandro Poliistore, riportata da Diogene Laerzio #, per quanto travagliata sia la datazione delle dottrine in essa riferite: non è facile, infatti, determinare se l'estratto di Alessandro Poliistore (I sec. a. C.) riporti teorie risalenti all'antico Pitagorismo (V sec. a. C.), benché mediate, o se non rispecchi piuttosto il pensiero di tardi seguaci della setta, ripreso da qualche composizione neopitagorica (II-I sec. a. C.). La controversa questione Y sembra, ai nostri fini, marginale: la testimonianza sulla vista, infatti, dovrebbe verosimilmente ricalcare le teorie pitagoriche antiche, date anche le sue concordanze con la dottrina alcmeonica e con altre teorie presocratiche. Diogene Laerzio scrive, riferendo le memorie di Alessandro Poliistore: thy te atabyow notes, xal zur’ eldos Thy Spacty, drpóv riva kyav elvar Oepuév, xal Sik robrov Aéyerar St’ dépos ópiv xal St’ údaros” avrepetdecar yap tò Bepuöv eri tod Juypod. mel tor, el buypèc Fy 6 Ev toîc dupaor atubc, Stecathxet Av coùStv npèc tov Spotov dépa* viv Sè domi Ev ols HAlou müAXG xadel toùs dpladpots, tà 8) abtà mal mepl tig Among xal tiv Aotrrdov alabycewv Soyuatiter #7. sua opera egli chiama gli occhi le porte del sole 48. Le stesse cose insegna intorno all’udito e agli altri sensi» (trad. di M. Gigante). Su questo passo avremo modo di tornare in séguito. Della concezione pitagorica della visione come una fuoriuscita di raggi dagli occhi troviamo conferma in Apuleio, quando egli parla delle teorie ottiche di Archita %: «E non soltanto per queste ragioni il filosofo deve guardarsi allo specchio; ché molte volte è necessario esaminare non solo la propria immagine, ma anche la ragione del suo formarsi: se, come dice Epicuro, le immagini, partendo da noi come specie di spoglie emananti per flusso ininterrotto dai nostri corpi, quando s’imbattono in qualcosa di levigato e solido, schiacciandosi si riflettono, e riproducendosi a tergo, ci si presentino di fronte; ovvero, come sostengono altri filosofi, siano raggi nostri (radii nostri): o che questi, partendo dall'interno degli occhi, si mescolino con la luce esterna, e così uniti [formino l'immagine] come crede Platone, ovvero soltanto raggi partiti dagli occhi senza alcun contributo esterno, come ritiene Archita (seu tantum oculis profecti sine ullo foris amminiculo, ut Archytas putat)» (trad. di M. Timpanaro Cardini). Sulla stessa linea si colloca una testimonianza dello Pseudo-Plutarco in merito a Ipparco (pitagorico del IV sec. a. C.), cui vengono accomunati per questa dottrina Pitagora e Parmenide: «Ipparco afferma che raggi dv (sc. 6 &tuòc 6 óparixos) Ind duc Avrepeiöönevng xa’ eúbeiav mopeveral. quae deinceps desint et paucane an multa non perspicio»;iper altre proposte, cf. M. GIGANTE, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, Bari 19833, p. 329 e nota 66 p. 547: lo studioso non 44 Tale fenomeno di «contaminazione» vale naturalmente anche per altri pensatori o correnti di pensiero. Per gli stretti rapporti tra Empedocle e Pitagora o i Pitagorici, cf., ad esempio, A. RosTAGNI, I/ verbo di Pitagora, Torino 1924 (rist. 1982), pp. 230 ss. € passim; V. CAPPARELLI, La sapienza di Pitagora, vol. 1, Padova 1941, pp. 279-87; A. TRAGLIA, op. cit, pp. 62 ss.; E. R. Dons, op. cit, pp. 184-7; C. GALLAVOTTI, op. cif., introd., pp. IX-XXV, passim. l 45 Diog. Laert. VIII 24, 29 (= 58 B 1 a D.-K. = Pitagorici Anonimi 45 Timpanaro Cardini). 4 Per una ampia bibliografia e un resoconto delle varie posizioni, rimando a A.-J. Fesrucière, Les « Mémoires Pythagoriques» cités par Alexandre Polybistor, «REG» 58 (1945), pp. 1-65; MARIA TIMPANARO Carpint, in Pitagorici, Testimonianze L frammenti, III, Firenze 1964, pp. 217-9; 237-9, che intende la fonte di Alessandro Poliistore come | «un pro memoria che un Pitagorico del IV sec. a. C. portava con sé» (p. 239). 47 [| passo è stato giudicato lacunoso da alcuni filologi: cf., per la posizione del Reiske, H. Dies, Reiskii animadversiones in Laertium Diogenem, «Hermes» 24 (1889), pp. 302-25, in partic. p. 320: «VIII 29 211, 20 post viv Sè lacuna est. suppleo partem Beppög ammette la lacuna; in nota, fa però brevemente il punto sulla questione. Per quanto riguarda invece l'4ruós, analogamente a pús che nelle teorie ottiche si identifica con rip, così questo &tpé< che è Beppég, come tutte le cose calde, presuppone l’esistenza di un fuoco interno che lo alimenti. 48 Per il commento al passo rinvio a M. TIMPANARO CARDINI, (op. cit., II, pp. 22930), in particolare per la metafora «occhi = porte del sole», che la studiosa considera appartenente «al linguaggio poctico e mistico di più luoghi», contro il Kranz che la reputava similitudine non greca, ma orientale (p. 230). (Sulla questione si veda inoltre L. MALTEN, op. cit., pp. 41-2). Importante è anche l’attenzione con cui la Timpanaro Cardini sottolinea molti collegamenti con le teorie empedoclee della luce. Per varie metafore di origine pitagorica, riprese da Empedocle e dai tragici, cf. A. TRAGLIA, op. cit., pp. 62-75. 49 Apul. Apol. 15 (= Arch. 47 À 25 D.-K.). 50 Ps. Plut. Pac. Philos. 4, 13 = Parm. 28 A 48 D.-K. [(?) IV 13, 9. 10 (D. 404)]: “Innapyos &xtivkc pra ap’ éxatépou tav dpaaudvy Krroreivouevas tole répaarv myrav otovel yetpav éxapaic neptxxbarroiaas tots bxrog ampaot Thy dvrlAnye ads mpós Td Öparı-

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prolungantisi da tutti e due gli occhi, quando coi loro estremi come con toccar di mani si diffondono sui corpi esterni, fanno sorgere la loro percezione nell’organo visivo. Anche a Pitagora alcuni attribuiscono questa teoria, poiché egli € un’autorita nelle dottrine scientifiche e, oltre a lui, a Parmenide che nei suoi versi avrebbe trattato questa dottrina» (trad. di M. Untersteiner). La complessa problematica che ho cercato di compendiare va tenuta presente per intendere il sottofondo dottrinario dei versi dell’ Ecuba, oggetto della mia indagine. L’unita molteplice del fatto poetico consente di esaminare passi di una tragedia alla luce di una teoria ottica. Tracce di teorie ottiche nell'Ecuba euripidea péyyos óuuárov rádac. La Ciani prospetta, per l’esegesi , due possibilità: «1) considerare péyyos ouuétwv una forma di perifrasi per indicare Pocchio, perifrasi in cui il termine péyyos avrebbe la funzion ria di rievocare l’idea dello splendore della pupilla i termini della éwnctura come indipendenti Puno mantenendo quindi il valore dinamico che già esterna, per mezzo dello «sguardo», il sentimento cosciente della sua /bera scelta e della sua imminente /iberazione e libertà 5. Altrettanto chiara, sulla stessa linea, è l’interpretazione di Hec. 1035, in cui Polimestore, accecato dall'anziana regina, grida: “Quot, tupAobpar xdv dvadidévar. Evo xxl Ilubaydpav q: SéEnt radi auvenrypdqovaw Ate Si Befarotri» av urbruáros xat mpós robzwı [apueviônv Eupalvovra Tolto Ga rüv romuárov. (Parmenide, Testimonianze e frammenti, a cura di M. UNTERSTEINER, Firenze 1958 [rist. 1967], p. 105). 5 L. MERIDIER, op. Cíf., P. 195, nota $. 52 Cf. Ch. MUGLER, Origines... cit., P. 133. 53 CH. MUGLER, Origines... Cit., p. 133. 5 Hom. Il 3, 342; 23, 815; 11, 37; 22, 95; Od. 2, 152: cf. CH. MUGLER, Origines... eit., p. 133. Cf., ad esempio, anche Eur. Iph. A. 644: Gs où BAérec ebxnrov, Gopevós up’ So. 55 Per questo risvolto, è centrata anche l’esegesi del Meridier; migliore, però, quella del Mugler (cf. supra e nota 7). Una conferma può essere il rimando ai vv. 547 ss. operato dal Bevegni (in op. cit., p. 31). Aggiungerei che il confronto fra i due passi mette in luce una netta distinzione: Polissena rende e considera libera la sua anima, per quanto riguarda il suo corpo, deve appellarsi all’altrui volontà. dall’altro attribuendo a re la capacità visiva, e gli è proprio in Her. 367- 68» 56. Delle due proposte adotto senza alcuna esitazio ne la seconda 57. Prendiamo in esame, infine, Hec. 1067-68: Ede por upérwv aluarócv Bhépapov &xécat’ dxéoato tupady, “Arte, peyyos dmaMAktaxc. in ultima analisi: «Je me rends libre» 5!. Preferirei interpretare in manieocchi furore, terrore, ecc., così nel passo euripideo in esame Polissena e secondaviva; 2) interpretare péyyos la funzione specifica e primaria di esprime Per il Méridier, come si è detto, la dichiarazione di Her. 367-68 vale ra leggermente diversa: «lo sono e mi mostro libera». La ragione di tale esegesi della metafora è questa: il fuoco sottile emanato dall’occhio nell’atto di vedere è anche portatore di fluidi interiori di diverse qualità, determinate dallo stato d’animo del soggetto 52. Il fatto è documentato per Omero che, come afferma il Mugler, non distingue ancora «le realtà psicologiche da quelle fisiche e spaziali» 53, ma vale certamente anche in epoca posteriore come interpretazione «popolare» delle teorie ottiche e, in particolare in poesia, per il normale processo di conservazione di stilemi epici, di concezioni mitiche. Come in Omero Seivèv (oppure ouepSadéov, ecc.) Sépxeofar 54 significa che il soggetto vedente irradia dagli 207 E il passo indubbiamente più vessato, sul quale vorrei soffermarmi per proporre una interpretazione diversa da quelle finora considerate, che si riveli in piena sintonia con quanto sin qui detto. Contro una esatta comprensione da parte degli studiosi moderni sembra aver avuto un peso determinante una affermazione contenuta negli scolii: Tupdòv géyyoc: TÓ dxÔTOS xaxdic: péryos yap Emi oxdtoug ob Ayeras 58, | Cosi come lo scolio la maggior parte dei modern i esegeti connette Paggettivo rupXév col sostantivo péyyos 5. 56 M. G. CIANI, op. cit., p. 65. T. Fix, op. cit., Mette conto sottolineare, pep. 23, traduceva: «Heu mihi! excaecor lumine oculorum miser»; A. S. Way, op. cit., p. 329: «Ah, I am blinded of mine eyes’ light - wretch!»; L, MÉRIDIER, op. cit., p. 220: «Las! on m'aveugle, on óte 4 mes yeux la lumière!»; S. QUASIMODO, op. cit., p. 119: «Ahimé! Mi accecano! Mi tolgono la luce degli occhi!»; Cx. MUGLER, Dictionnaire... Cit., p. 427, S.v. Peyyoc: «las, on m’aveugle, on me fait perdre, o infortuné, la lumiére de mes yeux»: F. M. PONTANI op. cit 578: «Ah! M’accecano! Gli occhi! Non ci vedo!»; U. Ausını e V. Faccı op. cit. «Ah, ah! Mi accecano, ah la luce dei miei occhi». pr es af L’alternativa prospettata dalla studiosa nel comma 1) altro non é, nella sostanza che un risvolto del concetto di comma 2), lo stesso che sta all’origine della metafora omerica piex = «occhi» (la inmetura páca xadá ricorre tre volte in versi formulari: Od. 16 155 17, 39 19, 417; cf. M. G. Ciani, op. cit., p. 10; CH. MUGLER, Dictionna ire... cit. 438, SV. ps; Lumiere... cit., p. 60), divenuta loghi, in tutta la letteratura greca (cf., ad p. poi consueta, anche con altri termini anaesempio, Fur. Cyel. 633; Andr. 1180; Rb. 737; Mosch. 4, 9) e poi latina (Jumina = «occhi» : cf. Cic. Turc. 5, 39, 114; Ov. Rem, am. Sor; Her. 21, 113; Mer. 5, 232; Tib. ı, z, 33; Val. Fl. 3, 279; Sid. Apoll. e. 19, 4; con lumen si er nl Aen. 3, 635; 3, 677; Ov. Pont. 2, 8, 66). cholia Rat in Exripidem hs , ca coll., rec. cd. ed. Flint E. E. z, Schwartz, V vol. I n (Sch. 7 in Hecubam, Orestem, _ 8 Cf. ThGL, IX, col. 691, s.v. péyyoc: LSJ9, p. 1920, s.v. péyyoc: TupAöv p., blindness, E. Hec. 1068 (lyr.); J. H. H. SCHMID i.e T, op. cit., (rist. 1967), pp. 373-4. T Fix, op. cit., p. 24, traduceva: «Utina m mihi oculorum cruentam palpeb ram } medearis, me-

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rö, che lo scoliaste offre questa esegesi probabilmente come extrema ratío, non trovando altra possibile spiegazione, forse ignaro delle teorie ottiche del V secolo, ma che egli stesso biasima l’audacia dell’antitesi. Alcuni editori del secolo scorso, avanzando dubbi sul testo, preferirono emendare: il Reiske mutò péyyos in vépoc: il Weil congetturò un ¿maMátas in luogo del tradito araMatac, leggendovi un riferimento alla vicenda di Orione, che riacquistò la vista riaccendendo la luce dei suoi occhi ai raggi del sole. La stessa interpretazione propose in seguito B. Stumpo, che manteneva però I’ ¿radMáLas dei codici, col significato di «distornare», e rendeva il tutto: «distaccando la tua luce (péyyoc), o sole, a favor mio» 8!, Tale esegesi, una volta che si conservi |’ «maXAkzas, appare persino più contorta dell’antitesi rupAöv... péyyos, che dearis, caecum, o Sol, / lumen (coecitatem) adimens»; per A. W. UPCOTT, of. cit., p. 124, si tratta di un «example of the figure called oxymoron» e la forma verbale ¿matas corrisponderebbe a «relieving me from», «ridding me of»; S. QUASIMODO, op. cit., p. 123, rende: «Risana, risana i miei occhi sanguinanti / o Sole! Liberami dalle tenebre!»; CH. MucLer, Dictionnaire... cit., p. 427-8, S.v. péyyos: «les paupières ensanglantées de mes yeux, guéris les, guéris les, Soleil, éloigne de moi la lumière aveugle de mes yeux»; L. MÉRIDIER, op. cit., p. 221 (cf. nota 4): «Mes yeux ensanglantés, guéris-les, guéris-les, Soleil! délivre-moi de la cecitél». Su questa stessa linea, C. BEVEGNI, in op. cit., p. 85: «TUPAbv... péyyos ¿raMálas: letteralmente ‘allontanando la luce cieca’: l’antitesi, ai limiti del barocco, ha fatto dubitare della genuinità del testo, ma essa rientra nel gusto dei tragici: cf. Eu. Phoen. 377 (oxótov Sedopxwc) e Soph. Ord. Rex 419 (Bikravız oxérov})». U. Ausını e V. Faggi (op. cif., p. 85), che traducono in vista della rappresentazione teatrale, così risolvono la sottigliezza: «Risanami, risanami questi occhi ciechi e sanguinanti, dio Sole!». M. G. Ciani (op. cit., p. 66), considerando come riferita a rupAöv péyyos l’espressione ävri tod rupAèv Bupa, con cui lo scolio spiega invece il v. 1067, commenta: «Il valore del termine, qui non determinato dal genitivo di appartenenza, sarebbe metaforico, come quello di p&ex in Omero, e di avyal in Eschilo fr. 99, 13». La studiosa non dice però come renderebbe,secondo questa lettura, il verbo &rmeAAkEac. L’antitesi rupaby... péyyos potrebbe essere sciolta sulla base delia polisemia degli aggettivi legati al «vedere» (e all’«udire»), della loro triplice valenza, attiva, passiva e causativa (rupAôv: «che non vede», «che non è visto», «che non permette di vedere»). Tale soluzione mi pare, comunque, più contorta di quella che intendo proporre. 60 H. WEIL, op. cit., p. 285: «Polymestor demande au Soleil, qui est le dieu du jour et la source de la lumière, de guérir ses yeux aveugles (xéaoato BAtpapov rupAdv) en faisant succéder la clarté aux ténèbres (péyyoc émada&Eac). Cette idée est conforme aux traditions grecques. C’est ainsi que, d’après la fable, Orion recouvra la vue en rallumant, comme dit Preller, la lumière de ses yeux aux rayons du soleil (&véBasbev, Exxaels ind THs has axrivos, Apollodore I, IV, 3)». Nella stessa ottica, più recentemente, F. M. PONTANI, op. cit., p. 579: «L’occhio che sanguina, le cieche orbite / tu guarisci, guarisci, Sole, rendimi / luce alle palpebre». $1 B. STUMPO, op. cif., pp. 148-9; cf., in stretta dipendenza, G. Reve, nel commento a Euripide, Ecuba, Torino 1937 (rist. 1944), p. 85. Su questa linea era già la traduzione di A. S. Way (op. cit., p. 331): «O couldst thou but heal these eye-pits gory } O couldst thou but heal the blind, and restore / me, / O sun, thy light!». 209 lo Stumpo definiva «stiracchiatura» 62. Il testo, comunque, è sano e, a mio parere, può essere inteso in questo modo. L'aggettivo tupAév va collegato con BAépapov del verso precedente (il che è assai più logico anche per la sintassi della frase), con una funzion e un po’ diversa dall’altro aggettivo aiuardev; mentre questo è, infatti, un semplice attributo, TupAöv, in posizione nettamente enfatica, assume un valore che definirei predicativo-causale, a significare: «la pupilla sanguinante degli occhi guariscimela, guariscimela, ché è cieca!». Il termine peyyos è oggetto di ¿molMátas e questo verbo è proprio la chiave dell’enigma: esso non significa solo «allontanare, distornare qualcosa» (tt), o «liberare qualcuno da qualcosa (di negativo)» (tiva tivos) re, allontanare una cosa da un’altra (negativa)» 63, ma anche «rimuove- (+ rıvos) o, col semplice accusativo (tt), «allontanare una cosa», ancora nel senso positivo di «liberarla, lasciarla andare». Un esempio di tale accezione è rintracciabile proprio in Eur. Her. 1222-23: ob 8 oùdè viv nw añ rada yepéc TOAUXS. Exwv SÌ xaprepeic Ex’ dy Sduors, in cui l’accusativo sottinteso è tov ypvaéy, l’oro di Polidoro che Polimestore tiene per sé nei suoi palazzi e «neppure ora sopporta di /iberare dalla sua mano», cioè di «lasciarlo andare dove dovrebbe». Il costrutto è uguale a quello di Her. 1067-69, in cui &raAA4E ac, unito in iperbato con ópuárovó5 (che può ben essere considerato 4x6 xorvob tra Biépapov e &- marrage ac) significa proprio «liberare, lasciar andare» quindi una configurazione logica e coerente con . I versi assumono i passi dell’Ecuba precedentemente esaminati, venendo a significare: «La pupilla sanguinante degli occhi guariscimela, guariscimela, ché é cieca, o Sole, liberandone la luce»: una volta che la luce (fuoco) uscisse dai suoi occhi, infatti, secondo quanto s'è detto, Polimestore potrebbe di nuovo vedere66. ! Anche questa proposta di lettura offre una specifica motivazione del perché Polimestore invochi proprio il dio Sole a guarirlo dalla cecitä. Nelle memorie di Alessandro Poliistore riportate da Diogene Laerzio, al punto gia menzionato #7, l’autore, rifacendosi esplicitamente alla sua 62 B. STUMPO, op. cit., p. 148. 63 Cf, ad esempio, Aesch, Eu. 83; Pr. 773; cf. anche, con un composto del verbo, nel suo significato riflessivo (sc. &xuröv), Eur. Hec. 1107-8: Loyyvoof, Srav tg xpeicoov' ñ pepe xaxx / náby, tadatvng ttamadAdtar Cone. Me Cf. Eur. Hipp. 774-5: dmada&o- | coved 7’ Akyeıvöv | ppeviov Epwra. Cf. Med. 27. Cf. Eur. Hee. 1104-5: apinoiv Écau abyás, in cui il costrutt o sintattico è lo stesso di óuukrov... péyyos iras. 6 Cf. supra e nota 43. 67 Cf. supra e note 45-48. Per Apollo dio, per eccellenza, pitagorico e empedocleo cf. A. Rostacnı, op. cit., pp. 226-7; 289, nota

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fonte pitagorica 68, precisa: viv Sè Eotev Ev olc HAtov mbAaSG xadel toda ôpBaAuoÿc. Mi pare che questa metafora, che la Timpanaro Cardini considera con buona probabilità «appartenente al linguaggio poetico e mistico di più luoghi» 6° e che può — a mio avviso — risalire, per il suo stile, all'antico pitagorismo, possa anche essere alla base della ripresa poetica di Euripide, ovviamente più diluita e, di conseguenza, anche più où yép mot Buua Aaumpòv èvifce: xépats, ov matdas Eby Cavras 005 Exte eye 72, L’accostamento psicologico dei termin i non mi sembra casuale, a maggior ragione in un dram ma che si apre con la battut a (parla il fantasma di Polidoro): criptica ?0, “Hxw vexpov xevOpdrva ai oxétou rédac Non vorrei spingermi troppo in là, ma reputo tuttavia degna di menzione da un punto di vista lessicale la sfida che Ecuba lancia a Poli- Arrow, tv’ "Atdys ywels dutorae dev. Tloaddwpos ... 73, mestore súbito dopo averlo accecato 71: Il concetto di #Aiou moda potrebbe essere suggerito cosi concettualmente ad #Atou moda: nel suo poeticamente felici proprio alla luce delle oscillazioni e Auttua zioni di 7 Un indizio della possibile esistenza in Euripide di una concezione analoga, in qualche tragedia perduta, potrebbe essere rappresentato da Aristoph. Thesm. 16-8: La definizione #Alov tpoyóg suona come una ripresa, diretta o mediata, della terminologia cosmologica attestata per Anassimandro (12 A 21 D.-K.). Ma B. MARZULLO (in Aristofane, Le Commedie, Bari 1968, pp. 425-6 e nota 2), a commento della sua traduzione dei versi aristofanei («... in principio era l’Etere, poi si divise e partorì da solo animali che si muovono. Per quelli che ci devono vedere inventò un occhio, copiando la ruota del sole. Per sentire, gli ha fatto un buco come un imbuto: l'orecchio»), scrive, in modo convincente: «Si parodia qualche cosmogonia euripidea, o comunque sofistica: un gioco di sicuro effetto per la platea, ma forse per lo stesso Aristofane». La antica concezione del sole come occhio macrocosmico e, viceversa, dell'occhio come sole microcosmico ha parecchie attestazioni nella letteratura greca, per cui rinvio a W. J. VERDENIUS, op. cif., pp. 163-4; cf. anche supra e nota 16. A.-]. FESTUGIÈRE, op. cif., P. 47, nota 4, afferma riguardo all'espressione pitagorica «occhi = porte del sole»: «L’expression vient de l’Odyssée, XXIV 12. Pour la doctrine, cf. Plat. Rep. VI 509 a 1 &yic Hochs; 508 b 1 Hatoedtotxtév ye oluar (Supa) r@v repl tag alobycers dpykvmv, sur quoi Adam compare Aristoph. Thesmoph. 16-17...». Degno di essere citato è ancora Pind. Pae. 9, 1-3: significato dei termini presi in esame: gina potrebbe re, cui avrebbe già pensato lei! " Eur. Hec. 1044-46. Interessante può essere un confronto con l’interpretazione offerta da Artemidoro di un sogno collegato proprio col sole; la vendetta di Ecuba attua ciò vale per Hec. 1067-69). Importanza relativa ha poi il poter stabili re se Euripide si rifaceva a teorie pitago riche o alla dottrina empedoclea anche se il ruolo esclusivo di péyyo s nel processo visivo farebb pendere per la prima ipotesi; inoltre, il confr onto testimonianza 72 dossografica di Diogene Laerzio e prodi Her. 1067-69 con la sull’espressione HAlou ; Il verbo &p&saw er che, nel suo signific ato proprio, è normalmente riferito alle «porte», si incontra due volte in Sofocle in senso traslato, ad indicare l’accecamento di Papa a 52 Be rinse Oed. Rex 1276 Äpaoae... Brépapa. In un terzo Sppazwy... dpayBévrwy, a proposi to dell'accecamento dei Seidler in un luogo corrotto. Fineidi è caso, Ant 1 en 73 Eur. Hee. 1-3, N 7 Una tale antitesi, di sapore parmen ideo (cf. Parm. 28 B 1, 11 D.-K.: év0x ria: uxTdg te xal “Haars stot xehevOuv,), implicherebbe virtualmente tutti i suoi aspetti semantici, attualizzati da varie coppie di opposti : contemporaneamente due dei presagi funesti che esso può annunciare: Artem. II 36 «Il giorno - notte sole oscurato, macchiato di sangue oppure d’aspetto terribile, è per tutti un segno funeluce - tenebra sto e strano, che talvolta indica disoccupazione, talvolta malattia o pericolo per i figli di vista - cecità chi ha visto il sogno, oppure un’affezione ai suoi stessi occhi» (trad. di D. DeL Corno vita - morte in Artemidoro, // /ibro dei sogni, Milano 1975, p. 137). appaia, in un velato , ben più importanti per Polimesto- Tiriamo le somme del lungo discor so. Le tre occorrenze del termine péyyo s nell’Ecuba sono riconducibili ad una scelta delle dottrine ottiche che privilegiano il fuoco e solo sulla base di queste possono essere correttament e interpretate (in particolare @ parep dundtwv, Ratpov Snéptarov tu auépax xdertópevos; dietro alle parole dell’anziana recelarsi più ironia tragica di quanta ne riferimento ad altre méAat (gli occhi) 974-5 Auris dedtou, ti noAuoxorne proce, senso proprio, anche se non vogliamo qui postulare una deliberata puntua le ripresa 74. Ai vv. 1044-46 invece, il contesto offre la possibilità di vari livelli di lettura possibili € 68 Cf. M. TIMPANARO CARDINI, op. cif., HII, p. 230. 69 M. Timpanaro CARDINI, op. cit., III, p. 230; cf. supra, nota 48. Axof) Se yokvyy, Ota Ötererphvaro. in forma antonimica: nel primo verso della tragedia oxétov miAat si oppone gia “Apaace, peldou undév, ExB8dAAwv Trúhac' O pv Brérew yey, moor’ Eunyavioato ôpllaaudy &vrlpuov AAlou spoxa, Cf. anche supra, nota 71.

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rühat per indicare gli occhi lascia presumere che Euripide conoscesse la metafora pitagorica. In tal caso e a questo proposito va detto che quella che noi a posteriori definiamo «metafora», se risalente al primo pitagorismo 75, non era allora certamente intesa in questo senso: il procedimento analogico nasce, infatti, con la dignità di un modulo conoscitivo rispondente alla dimensione del pensiero arcaico, che si serviva in prevalenza di «simboli» ‘9. E, di rimando, può anche essere questa una ragione di più per supporre che l’espressione «porte del sole» a significare gli occhi sia di epoca assai antica. Ardite «metafore» di ispirazione pitagorica si ritrovano in Empedocle e in Eschilo. Ma, se Eschilo tende a far suo e a riproporre con moduli identici ciò che appartiene ad un patrimonio «mistico» 77, Euripide, in maniera peraltro conforme alla sua indole e anche al mutato spirito del suo tempo, è invece più incline a riappropriarsi dello stesso patrimonio, investendolo di un processo di razionalizzazione che ridà nuova vita a un’immagine, proiettandola all’interno della divulgazione scientifica dell’epoca. ANNA MARIA MESTURINI 75 $i veda quanto afferma in generale su questo tipo di problemi A. TRAGLIA, ap. cit., p. 65 e la bibliografia ivi riportata. % Per un’ampia trattazione dell'argomento rimando a A. M. BATTEGAZZORE, Considerazioni su mito, simbolo e razionalità nel pensiero arcaico, «Memorie del seminario di Storia della Filosofia della Facoltà di Magistero», Università di Sassari 1983, pp. 11 ss. e passim. 7 A. TRAGLIA (ob. cit., p. 69), in una rassegna di «metafore» di ascendenza pitagorica, così giustifica la presenza di questo tipo di «simbolismo» nell’opera eschilea: «Ora, un metaforismo così ardito, che affonda spesso le sue radici in una visione mistica del mondo, ha riscontro in un modo tutto particolare nello stile della tragedia eschilea. Anche per Eschilo dalla natura si effonde un religioso senso del divino e gli clementi sono spesso considerati - in sé e nei loro fenomeni - una manifestazione stessa della divinità ad essi immanente». MESTURINI Anna Maria, Tracce di teorie ottiche nell'Ecuba euripid ° IV 1986 195-212. | Analyse des v. 367-368, 1035 et 1067-10 69. Le terme Nero. présent dans ces trois y ea : SIFC 3? s, passages, fait référence aux théories de la vision attribuant un rôle fondamental au soleil, en particulier celle des Pythagoriciens. È