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NN PST ENGE Lewes
Indice
Prefazione
Introduzione del G.M. Armando Corona … ……nnnnneneneneneneenenenenenenenenenen
eenen eenen: Pag.
Prolusione del G.M. degli Architetti Virgilio Gatto … iii
>
Le relazioni
A. BAUSANI - Pitagora e l'Islam ee(use,
M. BIANCA- Ordine e disordine come-strutture dell'essere e come categorie della
.
CONOSCENZA ......
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D.A. CONCI - I numeri e le cose: le radıci di un antico enigma culturale \*¥-0°4)}......
F. FRANCIOSI - Risultati scentifici e intuizioni nell'astronomia di Pitagora e det Tuor
»
»
discepoli LME »
M. GUALTIERI
- Riflessi del pensiero di Pitagora sulle arti figurative in Magna Grecia \:'" 5»
R. HAASE
- L’armonia pitagorica tert, oggi € domani Livi Last»
»
»
P. IMPARA - u Neopitagorismo e la rifondazione dell'immateriale … … A:
16 »
V. LAZZERONI - L'escatologia pitagorica nella tradizione occidentale …
Val»
T. LIPPARINI - Geometria simbolica e insegnamento esoterico. Influssi pitagorici nella
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Massoneria … nennen Lab.
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M. MORAMARCO
- Pitagora, la Massoneria e l'India … nnn LAAN
B. PARODI - If modello mitico di Pitagora reni varta.
»
>
H. REINALTER- Utopia...| . }| eu | Li
>
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P. ROBERTI - Approccio alla convergenza tra Pitagorismo e Buddismo
»
A. SZABO- U Pitagorismo e la matematica deduttiva TT"... a Ra
>
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C. TÖROK- Nuove ricerche sul verbo di Pitagora … neen!AMD
>
151
A. COCCHI - Vitto pitagorico per uso della medicina nenn el SA
>
159
C. GENTILE- Az Liberi Muratori del Mezzogiorno (per un avvenire cheè di tutti MELE: Lev
»
C. GENTILE- L'avventre pitagorico nel Rito di Memphis e Misraim … …\ DATI.Lee
I RESTI - Tavola pitagorica e quadrati magici … nnee KEN
C. VITALI - U numero e i posseso della natura...
»
>
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Le comunicazioni
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)Interventi e dibattito
C. PELLEGRINO - GA incommensurabili ..................... iii
B. PARODI - Risposta a C. Pellegrino … nnen
nennen eenen
eenen
F. GAETANO - Domanda a M. Moramarco .….......................................
eveneens
M. MORAMARCO - Risposta a F. Gaetano ............
nennen
N. ARIANO - Domanda a M. Bianca … nennen
eeens eeens eneen:
M. BIANCA - Risposta a N. Ariano .........
ennen nennen senden vennen
S. HÖBEL - Rapport: della Tradizione Pitagorica con la dottrina dei cicli cosmici ............
M. MACALE - La rivoluzione interiore del Pitagorismo e l'educazione ...............................
U. BARTOCCI - Pensiero pitagorico e visione dualista della matematica .............................
A. SZABO - Risposta a U. Bartocci ...............iii
D.A. CONCI - Risposta a U. Bartocci ..............
sereen eneen eenen
M. BIANCA - Risposta a U. Bartocci e a D. A. Conci
P. BOLDRIN - Tradizione e Neoplatonismo … … nnen
G. PUCCI - Ricordo che fa rivivere ue
F. FRANCIOSI - Consideraziont finali
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Chiusura del convegno
A. SZABO - Saluto …
V. GAITO - Saluto …
nennen ennen
ennen neren
A. CORONA - Saluto …
ere rennes nennen
en
»
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Le manifestazioni culturali
M. MONALDI - Arti visive 0.00 lee en bn
Concerto nnee e Mal
A. COLOMBO - ‘‘Tonzhalen’’
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ERST cy
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)I NUMERI E LE COSE:
LE RADICI DI UN ANTICO ENIGMA CULTURALE
Nato a Reggio Calabria nel 1936
Nominato nel 1968 assistente ordinarıo alla
prima Cattedra di Stori della filosofia nella Facoltà di Magistero dell'Università di Roma, ha
assunto nel 1971 l'incarico di insegnamento di
Filosofia della scienza presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia dell'Università di Macerata.
Nel 1976, vinto il concorso a cattedre di Fılosofia, è stato chiamato a svolgere tale insegna
mento nella Facoltà di Magistero dell'Università
di Siena, Attualmente ricopre anche l'incarico di
Filosofia della scienza nella Scuola diperfeziona
mento in psicologia presso la Facoltà di Medicima
e Chirurgia dell'Università di Siena.
Vivamente interesssato alla problematica fenomenologica e E Husserl per le profonde istamze di radicalizzazione del discorso filosofico im
essa presenti, D.A, Conci è stato indotto a ralevare l'intrinseca inadeguatezza del fondamento
intuitivo della metodologia husserliana eda temtare, quindi, una correzione che lo avrebbe comdotto ad una revisione radicale del metodo femomenologico da lui concepito come una singolare
analitica della componente vissuta dei segni culturali.
Opere principali:
“Lg conclusione della filosofia categorsale.
Contributi ad una fenomenologia del metodo
fenomenologico’’. Roma — 1967.
“Prolegomeni ad una fenomenologia del
profondo''. Roma — 1970.
damenti'’. Milano - 1974.
‘L'universo artificiale. Per una epistemologia fenomenologica’’. Roma - 1978.
*
+
*
In alcuni celebri luoghi della sua Metafisica,
Aristotele ci offre del pensiero pitagorico arcaico
una importante testimonianza, sulla cui parziale
affidabilità non sembra si possano nutrire seri
dubbi. I filosofi chiamati Pitagorici’’ - dice Aristotele - ““essendosi applicato allo studio delle
matematiche, per primi le fecero progredire; e
approfonditisi in esse, si formarono l’opinione
che i loro principi fossero i principi di tutte le cose esistenti. E poichè, dei principi matematici, i
primi sono per natura i numeri, e nei numeri essi
credevano di scorgere molte somiglianze
(oùorbuarta roàià) con ciò che esiste o diviene” (...), e poichè vedevano poi ‘‘infine che in
ogni cosa tutta la natura (tiv pùow naoav)
sembrava assimilarsi (dpapoı@odaı) ai numeri
¢ i numeri apparivano primi fra tutte le cose della natura, furono indotti a supporre che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose esistenti”.
Per Aristotele tale concezione è assurda perchè i Pitagorici non hanno acquisito tali elementi “dal mondo sensibile giacché gli enti matematici, tranne quelli che hanno a che fare con
l'astronomia, sono privi di movimento, ma non
le loro discussioni e tutto il loro
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)I relatori Paolo Impars, Domenico A. Conci. Virgilio Lazzeroni
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)RELAZIONE
impegno hanno per oggetto la natura’’*. Essi —
continua Aristotele — non dicono nulla sul modo in cui possa prodursi il movimento, una volta
che hanno posto come sostrato il limite e l’illimicruciali dell’opera aristotelica hanno, come è noora, e che, d’altra parte, non esista alcun altro
sa, quello della chiara differenziazione semantica dei termini pipnoic e uédeE1ic®, desidero, a
questo punto, riprendere brevemente alcune
correnti formulazioni relative alle caratteristiche
salienti della speculazione pitagorica antica, utili
tato, il dispari e il pari‘. ‘*Come mai’’ — si domanda Aristotele — ‘‘si potrebbe pensare che le
affezioni (ná@n) del numeroe lo stesso numero
siano cause di tutto ciò che esiste e si genera al di
sotto del cielo e non solo dapprincipio, ma anche
numero al di fuori di quello di cui è composto il
mondo?””,
insoluta?.
Indipendentemente, ora, dai molti e non facili problemi di interpretazione che questi passi
to, suscitato, tra i quali, per quel che qui interesai fini esclusivamente epistemologici della presente relazione.
E ‘‘questo determinato numero” — conclude
L'intera gùoic, come ordine, corrispondenza
Aristotele — ‘‘che bisogna considerare identico
ed armonia, per i Pitagorici va pensata, quindi,
con ciascuna di tali determinazioni, è lo stesso numero che è nel mondo sensibile oppure è un altro
al di fuori di esso? Platone afferma che è un altro:
sebbene, infatti, ritenga che le grandezze materiali e le loro cause sono numeri, egli intende precisare che i numeri intelligibili sono cause, mentre
gli altri sono solamente sensibili”.
Così, secondo Aristotele, mentre 1 Pitagonici,
per i quali i numeri sono i modelli — alle
cose, usano il termine ‘imitazione
per a
per esprimere la natura di questo rapporto, ei
tone, immaginando 1 numefi come mode
esterni ¢ trascendenti rispetto alle cose. “shoe vd
per il medesimo fine del termine diverso “ partedalle cose può eliminare, a prima vista, alcune
in termini di numero e di rapporti (Adyou) che
uniscono i numeri tra di loro". I celebri primi
principi, il Limite (népac) e l'Iimitato
(Gxe1pov), costituiscono l’Universo, i numeri e
tutte le cose. I numeri sono, allora, intesi come
collezioni di unità', gruppi di punti estesi o corpuscoli, disposti secondo un’approssimativa configurazione geometrica in maniera tale che le cose non sono altro che náên, cioè manifestazioni
della quantità e dell'ordine compositivo di sifpartice
unitarie.
po il sco è una combinazione di punti,
allora esso va assunto come linea, superficie, volume, perché, appunto, tali figure, material
mente © percettivamente, non sono altro che
punti estesi in relazione fra loro secondo varie e
determinate modalità". Ma, se operare sui nuincongruenze, tuttavia per Aristotele è impossibile che una grandezza sia composta di unità inmeri significa operare sulle cose, è allora evidendivisibili. ‘‘In realtà, il numero aritmetico consta
di unità inestese. Essi invece chiamano numero
ziate precisazioni semantiche può intendere
questa unitaria fisico-aritmo-geometria, questa
le cose esistenti, cioè applicano le loro astrazioni
(Bewpriata) ai corpi, quasi che dai corpi prendessero consistenza i numeri’’*. Ma, comunque
stiano le cose, ‘‘di qual natura fosse mai l'imitzzione o la partecipazione’’ — commenta Aristotele - ‘‘è una questione che essi hanno lasciata
te che il termine piunoic soltanto con circostanrealissima mathesis universalis in cui le unità del
numero pitagorico sono unità concrete, visuali,
Ritengo, ora, di interpretare correttamente,
forse, lo stato d'animo di chi mi ascolta, se affermo che le mie parole hanno contribuito in una
Pagina 6
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)misura molto limitata al chiarimento di questa
scomoda identità che, per altro, sembra costituire la base salda del pensiero pitagorico. Gia Ariassunti come proprietà e come determinazioni,
come qualità e come pertinenze degli enti qualsivoglia, astratti o empirici che essi siano, costistotele, stando alle obiezioni che muove, e Platuenti i loro diretti referenti.
tone, stando alla riforma che intraprende, non
sembrano cogliere più il senso originario di essa.
C’é da chiedersi, addirittura, fino a che punto i
Pitagorici stessi possano aderire consapevolmente agli arcaici presupposti culturali che l’identità
tra numeri e cose implica, se si pensa che tali
estranee componenti non avrebbero contribuito
in alcun modo a quell’imponente sviluppo matematico e scientifico, all’interno della cultura
occidentale, che dai primi pensatori greci avrebbe preso le mosse.
Per comprendere le ragioni di quanto affermo, mi sia concesso, solo di sfuggita, di accennare a quella fondamentale concezione secondo la
quale nè i riti nè i culti, nè le credenze nè le pratiche, nè il linguaggio nè i gesti, costituenti le
componenti della esistenza quotidiana, mitica,
magica e religiosa dei popoli cosiddetti primitivi
sarebbero mai nati. Alludo precisamente al realssmo segnico.
Con tale termine penso, anzitutto, a quella
concezione, riscontrabile anche in alcune fasi
della preadolescenza, secondo la quale i nomi
sono proprietà e determinazioni delle cose e delle persone stesse (realismo nominale).
Tuttavia, poiché in tale concezione è implicita anche o è ad essa associata l’indistinzione tra
lo spirituale ed il materiale, il corporeo e lo psi-
Non inganni il termine ‘‘realismo’’ in questa
accezione più ampia. Esso esprime, in maniera
pregnante, la fiducia spontanea, tipica di quelle
culture, che tutto ciò che comunque si manifesta, nei limiti in cui si manifesta e finché si manifesta, sia realmente, cioè in sè e per sè, tale
quale si manifesta.
Poiché la relazione di identità che qui si scopre non è simbolica, ma reale, dato che i segni si
annullano negli enti (e viceversa) al punto da dare gli uni come l'immediata e concreta manifestazione degli altri, si deve concludere che non è
concepibile un realismo più integrale e più autentico di questo.
Il concetto di verifä, completamente stravolto nella nostra cultura, nasce da questa fiducia
originaria, riposa su questa fiducia originaria ed
è, a mio avviso, impossibile e incomprensibile
senza di essa. Ed è proprio in relazione ad una
tale concezione che può cogliersi / radicale distinzione esistente tra il realismo vero e proprio
ed il cosiddetto naturalismo.
Mentre il primo nasce nella cultura
dell'identità tipica del pensiero primitivo che,
privo di coscienza metalinguistica, non è in grado di intendere e di padroneggiare pienamente
il linguaggio che usa!” e vede l’ambiente circostante come un complicato intreccio di vissuti
impersonali secondo leggi sociali, morali e rituali, il secondo nasce invece in Occidente con la
chico, il pensiero (anche sedimentato nell'azione, nel rituale e nel simbolismo) e l’ente cui esso
si riferisce (realismo concettuale), V essere e l'apcultura della divaricazione tra i segni e le cose
rale realismo segnico quella convinzione secondo
to dei segni matematici, sf costruisce il mondo
patire, il soggetto e l'oggetto, l’espressione ed il
significato dell'espressione, il sogno ed il contenuto del sogno (realismo onirico), ecc., ritengo
opportuno intendere con la locuzione più genela quale tutti i segni ampiamente intesi vengono
ove, accanto ed insieme al crescente isolamento
analitico del linguaggio nel suo valore espressivo, comunicativo e creativo, simbolico ed ideale,
culminante nel controllo e nell'impiego raffinanaturale oggettivo dell’arte, della filosofia, e
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)RELAZIONE
della scienza e l’universo degli oggetti tecnologici.
In realtà, quando un occidentale afferma che
i numeri sono identici alle cose, ovvero, — generalizzando — che dei segni sono identici agli enti che essi designano, beninteso in un senso autenticamente letterale e non metaforico, egli, in
ultima analisi, parla solo equivocamente, perché
cerca di esprimere nei termini e con i concetti mati nella cultura di appartenenza dei valori sorti in
aree antropologico-culturali profondamente diverse dalla propria: nessuna scienza, infatti, sarebbe stata possibile nelle culture che presuppongono l’identità tra segni ed enti, tra soggetto
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le figure che gli oggetti, stando insieme, hanno
assunto. È un conteggio in modo figurativo”.
Ma, se ciò che così si esprime non sono numeri veri ¢ propri, ma sempre concreti insieminumeri (emsembles-mombres), per usare il noto
termine di Lévy-Bruhl, è comprensibile, allora,
che vi siano parole-numero diverse per ciascuna
delle classi di oggetti rilevanti, cioè si daranno
nomi differenti ad insiemi composti di oggetti
differenti benché aventi lo stesso numero, cioè
equinumerosi. La denominazione, ad esempio,
che gli oggetti siano indefiniti ed
a seconda
var
ia
amorfi, rotondi, piatti o lunghi, ovvero si tratti
di esseri umani, barche, misure, ecc., come era
ed oggetto, tra pensiero e mondo.
Noi possiamo, certo, intendere in qualsivoglia maniera l’espressione ‘‘i numeri sono identici alle cose’’, variando in tutti i modi e fin dove
consuetudine presso alcuni Indiani del Nord
è possibile le intenzioni che costituiscono il senso
di tali termini. Ma non riusciremo mai a fare azzerare, pet così dire, il linguaggio nelle cose e le
cose nel linguaggio, almeno fino a quando non
intenderemo che tale coincidenza senza resto almatematica primitiva. La visione fisico-aritmogeometrica, che i Pitagorici ebbero, sembra soggiacere ancora al principio generale della identificazione tra i segni e gli enti, cioè al realismo segnico. Anche qui ci imbattiamo in ensemblescuno è possibile e comprensibile solo se i termini
‘‘segni’’ e ‘‘cose’’ non significano più im alcun
sombres perché il numero come collezione di
modo quelle entità che vengono normalmente
assunte come loro ovvi referenti nell’ambito della nostra cultura occidentale.
America”.
E indubbio, ora, che l’antica dottrina pitagorica presenta alcuni tratti decisi della mentalità
punti estesi o corpuscoli è una concreta figura visibile, non separato nè separabile come segno
convenzionale, come cifra, costituendo l'essenza
intima delle cose che si manifestano, appunto,
Nelle culture del realismo segnico il numero
non viene mai concepito astratto, per così dise,
Tuttavia, benché non astratto, il numero dei
da quella concreta configurazione vista che costi-
Piragorici non si esaurisce nella semplice nozione
primitiva degli insiemi-numeri reali”. Malgrado
tuisce nello spazio e nel tempo una collezione
di
enti, divenuta familiare e interessante o per la
qualità o per la quantitä'®. Appaiono, in definitiva, come forme analoghe al concetto astratto
di
numero quelle particolari configurazioni che
possono costituirsi anche intenzionalmente
la sua esplicita concretezza, noi non riscontriamo
più. infatti, in sede di denominazione, tante
went gli insiemi equinumerosi (cioè un nome
per dite “cento barche””, un altro per dire ‘‘cenquando l’uomo ‘‘primitivo’’ vuole contare uma
collezione di oggetti o presentarla nella sua consistenza quantitativa, perché, in questo caso, a
to moci di cocco”, un altro, ancora, per dire
numero si esibisce nello stesso aspetto ottico del
tura compositiva concreta di una collezione di
“cento uomini” ecc.), perché l’insieme pitagodi unitä-punti non è semplicemente la struttico
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)cose (ad es. cinque mele), bensì la struttura essenziale e concreta di ciascuna di esse (cioè di czascuna mela).
Inoltre le collezioni pitagoriche di unità estetali discipline, che comporta la rigorosa definizione degli enti matematici, l’analisi delle proprieta di cui godono, delle relazioni che tra di essi intercorrono, delle operazioni e delle funzioni
tutto all’addizione e, poi, alla moltiplicazione
definibili su di essi, verso quella immagine che
noi contemporanei abbiamo della matematica
come scienza generale delle relazioni, non sarebbe stato possibile senza la grande scoperta, in-
(si parla, così, di numeri prodotti: lineari, piani,
solidi e di numeri somma: i numeri poligoni,
della struttura della dimostrazione.
se, che si costituiscono in configurazioni componendosi anche in unità-campo (quadrati uguali),
obbediscono a regole operative precise, soprateeey.
L’antico numero pitagorico, quindi, @ gia
certamente almeno un singolare insieme figurato che tendenzialmente si muove verso
quell’estremo confine oltre il quale ogni concreta prensione si eclissa.
Sono evidenti, a mio avviso, le componenti
regressive di una dottrina intesa nello stesso tempo come iotopin (termine empirico-descrittivo)
e pa@fpata (termine puramente mentale), neldubbiamente greca (non di Pitagora, forse)”,
Già, proprio quella corrispondenza tra numero e figura doveva progressivamente diventare
problematica, senza tuttavia metterla in crisi,
con la scoperta, avvenuta in area pitagorica,
dell’ incommensurabile (500 av.Cr. circa)”.
L'incommensurabilità, un tema originato
dallo studio delle proporzioni musicali, secondo
Szabo”, si riferisce, com'è noto, alla non esistenza di una misura comune, di una unità di segmento che sia contenuto esattamente un numero
intero di volte, ad esempio, tanto nel lato quanto nella diagonale del quadrato, quando ci si pone il problema della duplicazione di questo. Altrettanto incommensurabili sono tra di loro il
la quale la confusione tra il vontév (intelligibile) e l'ôpatóv (sensibile), implicando la convinzione prescientifica che le cose possano conoscersi lavorando semplicemente con i numeri, conduce inevitabilmente ad una concezione metafisica dell’universo, quando non, addirittura, madel cubo duplicato, ecc. Una luce diversa, ingica, mistica e numerologica.
dubbiamente, cade ora sulla biunivocità della
Tuttavia, per quanto difettosa possa essere
questa concezione, sembra che la rappresentazione dei numeri per unità-punti e lo studio
dell’accrescimento gnomonico delle figure hanno permesso dei progressi nelle scienze matematiche antiche. Nella geometria, infatti, essa ha
raggio ed il cerchio, lo spigolo del cubo e quello
rappresentazione pitagorica: se tutti i numeri sono rappresentabili attraverso una figura, non è
detto che ogni figura può essere rappresentata
da un numero”.
Poiché, ora, gli enti estesi che cadono sotto i
nostri sensi sono sempre commensurabili tra di
mostrato i rapporti (AÓyor)“reciproci costanti
loro, è ovvio che la scoperta dell’ incommensura-
(proporzioni, analogie, medietà) per via di somiglianze e di differenze tra certi gruppi di numeri
pura e non dell’esperienza. E così nel mondo
e certe forme determinate, mentre nell’aritmetidell’intelligibile il punto cessa di avere dimenbile è il frutto di una intuizione dell’intelligenza
ca essa ha reso visibili alcune proprietà dei nusione per diventare segno puro (onueiov), la limeri ed ha aperto la via alle ricerche delle sommazioni delle serie?>.
nea è lunghezza priva di larghezza, la superficie
è piano privo di spessore, mentre si schiude il fe-
D Boni
€ ne LA be si
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)RELAZIONE
Come giustamente ha osservato Szabo, sebbene possa essere intellettualmente intravisto,
non è possibile rendete pienamente conto
dell’incommensurabile senza l'impiego di adeguate tecniche dimostrative, non essendo esso
affrontabile lungo una via meramente intuitiva,
empirica e pratica”. L'elemento decisivo lungo
questa direzione è costituito dalla elaborazione
del metodo dimostrativo indiretto o per
assurdo”.
4
Se ora ci domandiamo dove e quando i Greci
giunsero ad escogitare tale strumento scientifico
49
di una deduzione, particolarmente significative
nella prova indiretta, presenti negli scritti dialete, più tardi, di
di Zenone e
tici di Parmenid
Platone”, diventerà subito un metodo specifico
della più antica matematica che andrebbe, così,
a configurarsi come un settore specialistico della
Alla luce di questa interpretazione, quindi,
la sistemazione deduttiva della geometria che,
iniziata, come sembra, proprio nel V secolo con
Ippocrate di Chio chiudendo definitivamente il
periodo della matematica rapsodica, raggiunge il
fondamentale, ci vediamo costretti, in assenza di
anteriori documentazioni inoppugnabili, ad individuare non già nella riflessione matematica,
bensì nei testi mutili a noi pervenuti della scuola
italica filosofico-dialettica di Elea (attiva nella
prima metà del V secolo), di Parmenide e di Zesuo culmine con la gigantesca opera di Euclide,
non sarebbe che un tardo lascito della scuola di
Zenone, in ultima anaElea: senza Parmeenide
none, la manifestazione originaria della struttupotranno essere accettate daimatematici: la definizione di mumero, ad es., implicherà inevitabilra dimostrativa e il preludio alla fissazione defimente la presenza della molteplicità, mentre per
nitiva del carattere astratto e intelligibile
dell’ente matematico®.
Parmenide, com’é noto, avrebbe per primo
celebrato il divorzio tra il mondo intelligibile
(Adyoc) e il mondo del sensibile (aïo@norc)
nell'intento di liquidare ogni equivoca comtemsnatio del concetto con la sensazione, della verità
con l’opinione*.
La sua celebre proposizione ‘‘identico è il
pensare e l’Essere’’, ivi compresi tutti gli attributi che a tale essere competono (unicità, atemporalità, indivisibilità, immobilità) egli li dimostra, contro i dati stessi dell’ esperienza quotidiana, non direttamente, ma con un procedimento
per assurdo, provando, cioè, che dalla proposizione degli avversari (secondo Szabo il cosmologo Anassimene e non i Pitagorici)® ‘‘l’Essere è e
non è'' contemporaneamente, si deducono conseguenze contraddittorie®.
L'esplicito uso di ipotesi, intese semplice=)?
mente come proposizioni iniziali non dimostrate
Ovviamente non tutte le tesi dell’eleatismo
le proposizioni fondamentali della geometria
l'ammissione dello spazio, del movimentoe il rifiuto dei rapporti di uguaglianza degli insiemi
Così Platone non avrebbe contribuito in alcun modo alla strutturazione deduttiva della
matematca“. Il merito di Platone, in riferimento
al tema che tratto, risiede certamente nell'aver
ribadito, con il peso della sua indiscussa autorità, la distinzione eleatica tra il mondo dell’ intelligibile (voög) e il mondo del sensibile (56&a) e
di averla ulteriormente approfondita introducendo, in particolare, all’interno dell’intelligibile stesso due articolazioni interessanti, cioè il
piano inferiore della Suvora riferita al dominio
degli enti matematici e il piano superiore della
vôno riferita al mondo delle idee pure.
L'importanza della ripresa eleatica, coniugata con clementi pitagorici reinterpretati platonicamente, risiede anche, a mio avviso, nel fatto
che le profonde analisi costruttive dei temi rela-
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)tivi alla dottrina della separazione-connessione,
ipotetico-deduttiva è esclusa dal dominio della
ad esempio, tra i numeri e le cose, secondo la loepisteme, dalla conoscenza scientifica salda, imgica di una differenza ontologica tra le loro ‘‘nature’, sollevano alla superficie problemi che erano rimasti nascosti, per così dire, tra le righe dei
testi eleatici.
Certamente non bisogna vedere Platone atmobile, non oscillante‘.
I ‘‘geometri’’, infatti, assumendo le ipotesi
come principi, senza rendere conto di ciò nè a se
traverso la critica aristotelica. Quando Aristotele
si chiedeva a cosa servissero mai i numeri come
sostanza delle cose, una volta separati da esse,
indubbiamente pensava al Platone del Fedone e
della Repubblica, non certo al Platone senile del
libro X delle Legg: passato attraverso le meditazioni del Fi/ebo e del Timeo*.
Ma, evidentemente, non si tratta di scegliere
tra il termine pipnoic e il termine pr@nérc. Una
volta liberato lo strumento matematico dalla
cruda promiscuità tra il sensibile e l’intelligibile,
ecco presentarsi inevitabilmente i gravi quesiti
relativi all’imporsi di una mutata concezione del
numero e della relazione tra il linguaggio della
matematica e il linguaggio delle cose, ai quali, a
mio avviso, nè Platone, nè gli altri pensatori greci hanno risposto adeguatamente.
. Del resto, nonostante l'opinione di uno dei
padri della fisica quantistica W. Heisenberg”, la
lezione che Platone ci offre del metodo matematico come metodo ipotetico-deduttivo (è
vroBéoeng)“ non ha nulla a che vedere con lo
spirito di quella fondamentale concezione che si
affermerà solo alla fine del secolo scorso, ove la
struttura ipotetico-deduttiva si costituisce come
la sintassi logica di tutte le scienze astratte ed
empiriche‘.
Collocata al di sopra del mondo della opiniopio che ignora, una fine ed un procedimento
concatenati con ciò che ignora?’’*.
In realtà le ipotesi svolgono per Platone la
funzione fondamentale di costituire la base per
acendere dialetticamente da esse ai veri principi
della scienza, quelli non più ipotetici che stanno
al di là degli enti matematici, nel mondo noetico
puro delle idee“.
Se ora mi domando quali sono, da un punto
di vista epistemologico, le limitazioni generali
della scienza greca, malgrado il ruolo svolto da
menti scientificamente eccelse — si pensi solo alla fondazione della statica e della idrostatica da
parte di Archimede o alla sistemazione euclidea
o alla teoria astronomica di Aristarco di Samo
—, ritengo di rispondere affermando che esse risiedono tutte nelle ambiguità con cui i Greci
concepirono ed affrontarono il grande tema della distinzione e del rapporto tra i numeri e le cose.
L'ambiguità su di un argomento così cruciale
per la cultura occidentale è dovuta al fatto che i
Greci non riuscirono a liberare adeguatamente il
loro pensiero dagli influssi regressivi dei relitti
dell’arcaico realismo segnico.
ne ($6ta), ma al di sotto della vera intelligenza
(voös, vénoic), l’unica capace di attingere i veri
l’ho riferito, come si è visto, a quella antichisssiprincipi, le vere àpxai mediante il metodo diama convinzione secondo la quale i segni culturali
lettico che ascende al mondo delle idee e ne disono proprietà e determinazioni dirette di tutto
ciò che comunque si manifesta. Tale logica è alla
scende, la &iévoia platonica che contempla di|
stessi nè agli altri, quasi fossero evidenti, procedono poi a dedurre da esse a fil di logica le relative conseguenze‘: ‘‘qual mezzo può esservi’ —
si chiede Platone — ‘‘perché diventi scienza una
tale convenzione (ôuoAoyia) che ha un princi-
Riformando il significato di tale termine,
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magici e religiosi ed ha condizionato molteplici
modelli di cultura e millenni di vita umana_ Essa
implica molte cose: l’indistinzione tra il pensiero
e l’esperienza, tra \'io e il mondo, l'osservanza
scrupolosa dei culti, dei riti, delle formule magiche, delle preghiere fissate una volta per nume €
conservate dalla tradizione, la fede religiosa nei
51
combinino
giocando tra di loro secondo precise
modalità nel rispetto della coerenza logica: in
realtà le sue definizioni sono per lo più descrizioni, individuazioni
di enti preesistenti.
GE assiomi ed i postulati di Euclide, come è
noto, non sono delle proposizioni
primitive ipoteuiche
da collaudare, poi, mediante
le prove di
libri sacri, il misoneismo e, soprattutto, la fida
cia ingenua e spontanea che tutto ciò che si manifesta sia tale quale si manifesta. Questa salda
fedeè /a base originaria della verità del discorso.
coerenza, di indipendenza
e di completezza, ma
La disattivazione, ora, del realismo nominane che garantisce l’esistenza degli enti di cui essi
le, comunque esso incida nel linguaggio, non sì
può raggiungere pienamente se non decade questa fiducia su cui esso saldamente poggia. Distinguere semplicemente il pensiero dall’esperienza
è certamente un significativo inizio, ma non può
essere nè autentico nè radicale se la più profonda
vengono enunciati sul fondamento di una intuizione intellettuale comune, ovvero, nel caso dei
primi quattro postulati, attraverso una costruzioparlano”. Tali proposizioni
sono quindi evidenti, cioè di per sè vere.
Ovviamente
questo valore di verità non va
perduto poi, ma si trasmette, per così dire, ereditariamente
lungo la catena deduttiva e le profiducia realistico-segnica non viene scossa dalle
posizioni derivate dagli assiomi (i teoremi, appunto)
sono esse stesse proposizioni vere, sebbefondamenta. È vero, piuttosto, il contrario: sole
ne solo mediatamente.
se questa fiducia scompare, l’identificazione di
segno e di ente (astratto o empirico) si eclissa automaticamente.
Non solo la filosofia razionalistica, ma anche
realistico-segnici infiltratisi, per così dire, nella
cima ¢ tra le maglie della catena logica che è culla stessa matematica, dall’ente degli antichi Pira
gorici a quello di Platone, da quello di Platone a
Tutto ciò lo si deve alla presenza di residui
turalmente estranea ad essi. Si genera, così una
quello di Euclide, testimoniano una fiducia ferinevitabile confusione tra l’esistenza ontologica
© la coerenza logica. tra il concetto di verità e il
concetto di dimostrazione,
tra la semantica del
ma che ciò che si manifesta nel mondo dell’indiscorso
¢ la sua sintassi.
telligibile sia tale quale si manifesta”. St tratta,
Not moderni mteniamo che dimostrare una
proposizione mon significa provare cheè vera,
non significa dedurre a fil di logica la verità di
in sostanza, dell’assunzione della evidenza intel
lettuale come criterio di scientificità.
Se per gli antichi Pitagorici il numero esisteuna proposizione
da proposizioni evidenti, cioè
va in una ambigua dimensione empiricowere di per sì. Una proposizione
f si dice dimostrata quando si individuano dei nessi logici che
razionale, l’ente geometrico di Platone esiste
‘‘realmente’’ perché non viene creato dalla mente, bensì scoperto dall’occhio incorporeo della
didvora”.
Euclide, poi, non definisce formalmente gli
enti geometrici primitivi, ad esempio il punto e
la retta, presentandoli semplicemente fin
dall'inizio e lasciando, poi, che tali termini st
legano p ad altre proposizioni precedentemente
ammesse
in manicta tale che, avendo ammesso
tali proposizioni e sussistendo i nessi logici, non
s può negare
La coerenza o l’incoerenza
della dimostraziome, come si nota, non dipende dalla verità o dalla falsità delle proposizioni in essa coinvolte,
Pagina 12
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)bensi dalla sussistenza o meno di relazioni
logico-formali plausibili, cioé dalla corretta sintassi del discorso. Dimostrare, quindi, non significa ridurre all’evidenza proposizioni che evidenti non sono.
sara possibile l’instaurarsi di quei reciproci colle-
Solo la nascita delle geometrie non euclidee
bile ruolo che esso ha assunto a partire dalla rivonella prima metà del secolo scorso — se si prescinde dall’opera settecentesca dell’ italiano padre Saccheri — e la più tarda scoperta delle antinomie logiche all’interno della intuitiva teoria
degli insiemi (1902), la base dell’intera matematica, hanno permesso la definitiva eliminazione
del principio dell’evidenza come criterio necessario e sufficiente della scientificità matematica.
I relitti del realismo segnico, pertanto, tendono a sostanzializzare e ad ontologizzare qualunque tipo di linguaggio su cui nascostamente
agiscono, penetrando perfino all’interno della
stessa struttura deduttiva e ritardando la nascita
gamenti funzionali e metodologici che contrassegnano l’attivitä mediatrice della scienza. La lezione ontologica (metafisica) dell’ente matematico non gli consente di svolgere quell’ insostituiluzione metodologica galileiana, quello, cioè, di
essere l’unico strumento linguistico duttile, perché tecnicamente oltremodo sofisticato, per
esprimere, relazionandoli, la razionalità dei fenomeni empirici in tutta la loro indefinita ricchezza.
L'immagine stessa che, stando ai testi
filosofico-epistemologici e fisici, i Greci, generalmente, hanno del mondo della esperienza, si rivela tributaria della loro concezione ontologica e
metafisica.
Cos'altro, infatti, se non elementi residui di
quella arcaica fiducia tipica del realismo segnico
del metodo scientifico vero e proprio. Se, infatti,
ispirano la polemica contro il razionalismo dogtra i segni e gli enti qualsiasi (con le proprietà e
le relazioni di cui questi godono) non esiste una
chiara differenziazione funzionale, è allora ovvio
che derivando conseguenze da premesse ontologiche non si deducono semplicemente delle mere proposizioni, bensì addirittura ulteriori enti
matico da parte della scuola empirico-medica
greca e della grande filosofia scettica o inducono
i Greci, per esempio, a ritenere che i fenomeni
celesti con le loro ritmiche cadenze periodiche
fossero per essenza numero ed armonia (cioè matematici in sè), perché divini, eterni, incorrutticon il loro corredo di proprietà e di relazioni perbili, ed a bandire l'ente matematico, come calché questi sono, appunto, incorporati, per così
colo applicato, quasi dall'intero mondo terrestre, sublunare, perché dominio delle cose inferiori e mortali, delle genesi e delle corruzioni?™,
dire, direttamente nel linguaggio medesimo.
Questo singolare procedimento logico, che
non è ipotetico-deduttivo, ma categoricodeduttivo, confina inevitabilmente il momento
della sperimentazione ad un ruolo quasi sempre
Un esilio, questo, che, per la prima volta, doveva essere revocato, molto più tardi, solo da Galilei.
secondario e marginale. L'intera storia dell’occi-
È questo, in ultima analisi, il motivo per cui i
dente può pure essere interpretata come la storia
del progressivo distacco della nostra cultura da
questa arcaica identificazione”.
Così fino a quando la matematica e le cose
sono tra di loro distinte o collegate in base a presunte o reali diversità o somiglianze attribuite ad
Greci, pur avendo realizzato delle isolate speri-
.
.
mentazioni — si pensi solo ad Archita, a Stratone e ad Archimede —, non hanno avuto mai
una ‘‘metodologia’’ dell'esperimento che fondasse consapevolmente una tecnica ragionata
delle variazioni artificiali degli stati di cose € del-
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In definitiva il distacco dal realismo segnico
tale, sebbene non sufficiente. Ho già precisato
residuo matura in Occidente soltanto alla luce
della rigida distinzione tra il reale e l'oggetto e
l'affermazione progressiva della superiorità
scientifica del secondo sul primo. Se per un pensiero ancora prescientifico è la realt@ a fondare
l’oggetività intesa come verità salda del discorso,
che la forma deduttiva non ha, di per sè, nulla a
che vedere con la verità o con la falsità del discorso, se non equmocamente. Tale struttura
è, in
un senso molto diverso da quello immaginato da
Platone, spotefico-dedutitea,
cioè un nudo scheletro sintattico, un vuoto calcolo, che nonsigniper la scienza, invece, è l’oggettività a fondare la
realtà, cioè a definire ciò che di vero in senso
Ma, proprio perché non è che un’ossatura
scientifico c’è in essa, smaturando, così. [ante
spoglia, tale struttura può essere rivestita, per
chissimo concetto di verità. La realtà, da sola,
quasta non la può dare.
I Greci si erano già mossi risolutamente in
questa direzione fin da Parmenide. Platone, ad
esempio, in alcuni luoghi del Teeteto precisa che
la verità non sta solo nel mondo della vémens.
cioè della intelligenza pura, ma la si trova anche
nel mondo della 56€a, dell'opinione”.
In un altro noto dialogo, il Timeo,*, Platone
afferma che alla $6ta manca, precisamente, dl
così dire, se esistono precise condizioni — ecco
il
senso moderno della sua ipoteticita
— di contetopologica, analitica, fisica, chimica, biologica,
ex).
Vale a dire, se noi troviamo un universo di
enti, astratti o empirici, tale da soddisfare gli asssomi di questo calcolo, cioè tale che le proprietà
di questi enti e le relazioni tra di essi sono analocioè il sapere saldo, poiché esso elargisce alla coghe o corrispondenti
a quelle ipotizzate astrattamente dagli assiomi del calcolo deduttivo, allora
è possibile applicare tale calcolo sull'universo
danoscenza umana ciò che nemmeno una cognizione semplicemente vera, ma senza Aöyog, può
to, trasformando,
così, il calcolo in una teoria
(arinmetica, geometrica, analitica, topologica, fihóyos. Solo il Aóyog, infatti, dà l'epasteme,
possedere: la mecessità, cioè 1’ impossibilità
logico- ontologica che la cosa conosciuta nom sta©
guaggio che intende parlare scientificamente di
sia diversa da come è, e l'universalità, cioè la walidita eterna ed in ogni luogo di tale
enti. Tutte le scienze che noi conosciamo nascoconoscenza”.
Indipendentemente, ora, da queste due specifiche connotazioni che, certamente, non sono
godute più dalle attuali teorie scientifiche, mi
sembra chei passi platonici rivelano quella fondamentale linea di tendenza del pensiero con
dentale di sostituire il discorso sul reale e sulla
verità intuitiva con il discorso sull'oggetto, sulla
scien‘‘verità oggettiva’’, quella autenticamente
tifica.
il
Il A6yoe, ora, è diventato per antonomasia
discorso deduttivo, una componente, questa
. necessaria per la costruzione del sapere oecidenno in tal modo, anche se occorre precisare che le
particolari teorie matematiche impiegate nella
costruzione delle scienze empiriche contengono
già. ovviamente,
un calcolo logico.
L'universo di enti come presenza elementare
può esserci dato soltanto dalla intuizione, perché
essa è quell’arto fondamentale che ci informa
della esistenza di qualcosa, astratta o empirica
che essa sia In quanto tale l'intuizione è “‘realistica” ancora, mus com uns portata estremamente
debole: V intuizione, infatti, non attesta più nulla di vero di per sè, di evidente, bensì sempre
di intrinsecamente problematico che
solo portato alla luce del AGyos può, in una cer-
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Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)ta misura, diventare chiaro. Ma, attraverso questa operazione di traslazione che, per a
ee
sempre tiesce, i dati cessano di essere reali per
diventare qualcosa di altro, per trasformarsi,
cioè, in verità scientifiche, cioè ‘‘oggettive .
Solo nella cultura avanzata della differenza,
cioè della matura divaricazione dei segni dalle
cose, le scienze logiche e matematiche, intese
modernamente come scienze generali delle relazioni, diventano una inesauribile matrice di modelli teorici la cui funzione è quella di essere applicata solo per via analogica e metaforica e
quindi sempre problematicamente ad un dominio estraneo di entità empirico-reali che devono
essere preparati artificialmente e tradotti matematicamente e che possono in qualunque momento smentire le conclusioni che dalle ipotesi a
fil di logica sono state tratte. Così il linguaggio
della matematica e quello dell'esperienza sono
talmente diversi che essi possono interagire solo
metaforicamente, in virtù di corrispondenze, di
analogie attuali e potenziali, per cui entrambi,
in virtù di corrispondenze, di analogie attuali e
potenziali, per cui entrambi, mutando le loro
diverse nature, traslano l’uno nell’altro raggiungendo, quando l’operazione riesce, una sintesi
mai definitiva, la costruzione di un referente oggettivo inevitabilmente complesso (universo
naturale-oggettivo) che sarà paradossalmente vero per le corrispondenze soddisfatte, falso per
quelle deluse e probabile per quelle ancora solo
ne rapsodica su contenuti specifici?
Non credo sia possibile rispondere a queste
domande senza penetrare nella logica collettiva
dell’ etnia, cioè all’interno del modello culturale
del gruppo umano al quale i pensatori greci appartengono.
3:
B
A mio avviso, tutti i presocratici sono deduttivi, alcuni senza saperlo, oscuramente. Certamente non posseggo la documentazione storica
diretta di ciò che dico e, forse, non l’avtö mai.
Ma quando affermo che tutti i presocratici
sono deduttivi, ritengo di asserirlo perché se
un’etnia per pensare il mondo circostante si allontana dal realismo segnico, abbandonando in
una certa misura il culto della tradizione, |’ osservanza delle opinioni popolari e, soprattutto, la
fede ingenua che ciò che si manifesta sia tale
quale si manifesta, tale atteggiamento critico
può attuarsi ad una sola condizione e cioè mediante l’escogitazione di nuove formulazioni cognitive, cioè di spotesi.
Tutti i presocratici formulano ipotesi, sovente temerarie. Ma queste ipotesi, che esprimono
necessariamente, sia pure a volte solo in parte,
dei contenuti remoti, lontane come sono dalle
fonti della esperienza quotidiana e della tradizione dottrinaria, devono essere controllate, altrimenti non hanno valore alcuno.
Come si controlla una ipotesi? Ovviamente
riuscendo a spiegare mediante essa ciò per cui
quella ipotesi era nata, cioè derivando, deducensupposte. Il concetto di verità, pertanto, resta
do, sia pure molto approssimativamente, gli
rio.
sizioni che parlano di essi. Quando l'impresa ha
nel discorso scientifico in una condizione di completo stadicamento dal suo fondamento originaLa struttura dimostrativa si è così rivelata il
cuore teoretico dell’intera cultura occidentale),
Ma com’é nata la tecnica della dimostrazione?
Perché la critica che Parmenide ha rivolto ai suoi
avversari ha assunto la configurazione della prova deduttiva, invece di esaurirsi in una discussioeventi del mondo che ci circonda, cioè le proposuccesso, allora i fatti quotidiani diventano spiegati e chiari da problematici ed oscuri che erano.
Ma se tutti i presocratici sono deduttivi, allora il mio pensiero corre subito ai ‘cosiddetti Pitagorici’’*, perché, lo si voglia o no, malgrado le
sue radici filosofico-dialettiche, la struttura dimostrativa trova solo nel lineuaeeio
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quell’ambiente ideale in cui essa può raggiungere la prima esemplare e consapevole manifestazione.
Queste note hanno, cosi, rivelato i singolari
risultati di una lettura fenomenologica delle origini e dello sviluppo della matematica e, più
ampiamente, del pensiero greco che, mostrando
la nascita traumatica dell’ Occidente con la crisi
progressiva dell’arcaica cultura del realismo segnico, si discosta in maniera nitida da quella lezione usuale e generica ispirata ad cosiddetto
spirito antipratico ed antiempirico della cultura
greca.
Fasc IL op. at, pp. Mes;
JE RAVEN, Pythagoreans
and Elestxs, Amster
1966,
pp. 51 € ss., p. 57.
dam
11 STOB. 1 pré, p. 20. 1 W.
12 Cè una tradizione che attribuisce a Talete l’idea
lazioni egiziane (cfr. A. REY, La jeunesse de la science grecque, Parigi 1933, p. 51; PH. MICHEL, De Pythagore à Euchde — Contribution è l'historie des mathématiques
préeuclsdiennes, Parigi 1950, p. 227).
13 J-ERAVEN, op. af., p. 62.
14 A REY, op. cit, pp. 275-276. Non seguo la tesi
di W. Burkert secondo la quale lo schema corpo-superficieline2-punt
sia
o platonico
(W. BURKERT, op. cit., p. 43).
15 A REY. op. af, p. 275, pp. 299-300, pp. 365-
366, p. 397; W. BURKERT, op. cit, p. 32, p. 48, p. 222;
cfr, però, K. REIDEMEIST
Das exakte Denken
der
ER,
Griechen, Darmstadt 1972, pp. 29-31 e E. FRANK, op.
at, pp. 219-222.
NOTE
1
Cfr. W. BURKERT, Lore and Science im Ancient
Pythagoreanism (tr. inglese), Cambridge, Massachusetts
1972, p. 28; J.A. PHILIP, Pythagoras and Barly Pythagoreanism, Toronto 1966, p. 19, p. 34 e ss., p. 53, pp. 69-70,
Pp. 79,
p. 88, pp. 93 e ss.,
p. 172 e ss.; cfr. le tesicontrarie
di
E. FRANK, Plato und sogennanter Pythagoreer, Tubinga
1962 (ripr. ediz. 1923), pp. 260-261, p. 335.
2 ARISTOT. Methaph. I(A), 5,985 — 9862 (segue
la trad. it. di M. TIMPANARO CARDINI, Pitagoncs,
Fasc.III, Firenze 1964, pp. 57-59); cfr. anche Merspb., A
5,986 a 15;A 5,987 a 9.
3 ARISTOT., Metaph., I(A),8,989b
( seguo lar è
di A. Russo in ARISTOTELE, Opere, Vol.VI, Bari 1973,
pp. 34-35; cfr. Metaph., Z2, 1028 b 16.
4 ARISTOT., Metaph., I(A),8,990a (tr. x di À
Russo, Jbi4., p. 35).
5 ARISTOT., Metaph., I(A),8,9902 (tr. ir.
dA
Russo, Ibid, pp. 35-36).
6 ARISTOT,, Metaph., I(A),8,9902
(tr.it. di A Rus
so, lbid., p. 36).
7 ARISTOT., Metaph., KA),6,987b.
8 ARISTOT., Metaph., M8,1083b8; M6,
1080616.
9 ARISTOT., Metapb., I(A),6,987b (tr. it.
dA
Russo, op. cit., pp. 26-27).
16 Cf, ad es, E CASSIRER, Filosofia delle forme
sembolsche, Vol. Il, Il pensiero mitico, Firenze 1964 (tr. it.
di E. Arnaud), p. 330; E. CASSIRER, Linguaggio e mito,
Milano 1961 (tr. it. di VE. Alfieri), p.94, pp. 96-97, p. 98,
p- 102, pp. 102-103 e ss., p. 105; S. GIEDION, L'eterno
presente: le origini dell’arte, Vol. 1, (tr. it. di F. Jesi), Milano 1965 pp. 18-19, p. 231.
17 Cf, ad es, G. CALAME-GRIAULE, U mondo
dele parols - Esmologis e linguaggio dei Dogon, (tr. it. di
18 C&.R CANTONI, I pensiero dei primitivi - Predado 2 sn'astropologis, Milano 1963, p. 142; H. WERNER, Puvologis comparsts dello sviluppo mentale. (u. it.
di B. Garau), Firenze 1970, p. 281; L. LEVY-BRUHL, Les
fomcisons mentale: dans les sociétés inférieures, Parigi
1951, p. 220, p. 232; E. CASSIRER, Filosofia delle forme
simboliche, op. cit.. pp. 200-201.
19 H WERNER, op. ai, p. 282.
20 C&L LEVY-BRUHL, op. ai., p. 209, pp. 219221; cfr. contro questa tesi O. LER
OY,
La raison
primitive,
Parigi 1927, pp. 115 ¢ ss.: dr. R. CANTONI, op. cit., pp.
143 ess H_ WERNER, op. cit., pp. 283.
21 PH MICHEL, op. cit, p. 296; H. DIELS
e W.
1964. PHILOL 44 (32), B4, B11. Si noti
che Bpotoc per i
Geen significa simile © uguale nello
stesso tempo (cir K.
JOEL. Geschichte
der antiken Philosophie, Vol.
1921, p. 366 A
1, Tubinga
U Ver
boTorino
di Pitagora,
1924, pp. es. p 91 nota 1; A. REY,
op. cit., p. 46;
JA PHILIP. op. at. p. 45. pp. 54-55, nota 3); W. BUR-
Pagina 16
Vedi nel PDF(si apre in una nuova finestra)KERT, op. cit., pp. 265-267.
22 =Cfr. F. ENRIQUES, Le matematiche nella storia della cultura, Bologna 1982 (ris. an. della ed. del 1938),
ai
à
23
P.H. MICHEL, op. cit., p. 297
1
24 Rimando qui agli studi di A. Szabo sull’orgine e
sul significato del termine Aöyog e di termini ad esso connessi (A. SZABO, Anfänge der griechischen Mathematik,
42 ARISTOT., Metaph., 1 (A) 9,99 1a-b; cfr. F.
ADORNO, Studi sul pensiero greco, Firenze ,1966, pp.
180-181.; cfr., però, E. FRANK, op. cit., pp. 163-167.
43 W. HEISENBERG, Tradition in der Wissenschaft, Monaco 1977, p. 85, p. 87; Quantentheorie und
Philosophie, Stoccarda 1979, p. 97, Wandlungen in den
Grundlagen der Naturwissenschaft, Stoccarda 1980, pp. 9 e
s., pp. 81-84, p. 153.
II, Firenze 1962, p.32, pp. 89 e ss.
44 PLATO, Resp., VI, 510b, 510d; Meno, 86d-87b.
45 M. PIERI, Della geometria elementare come sistema ipotetico-deduttivo (Acc. reale delle scienze di Torino),
26 Cfr. contro questa tesi PROCL. in Eucl. 65.11
FRIED. (Da Eudemo fr. 84) (DIELS FRANZ, PYTH., 14
Torino 1899.
46 PLATO, Resp., VII, 533b.
47 PLATO, Resp., VI, 509d-511e; VII, 533c.
Monaco, Vienna 1969, p.193, p. 205, pp. 221 e ss., pp.
223-224); cfr. M. TIMPANARO CARDINI, Pisagorici, Vol.
25 Cfr. P.H. MICHEL, op. cit., p. 325, p. 410.
(4), 6a); G. MILHAUD, Les philosophes-geométres de la
Grèce - Platon et ses prédécesseurs, Parigi 1900, p. 86: A.
REY, op. cit., p. 201, p. 224.
27 P.H. MICHEL, op. cit., p. 486; J.A PHILIP, op.
cif., pp. 31 e ss., p. 200.
28 A. SZABO, op. cit., pp. 125-126, pp. 129-130,
pp.137-138.
29 P.H. MICHEL, op. cit., p. 512.
30 G. MILHAUD, op. cit., p. 137 e ss.
31 A. SZABO, op. cit., pp. 112-113, pp.238
e ss.
p. 263, p. 271, p. 277, p. 283; W. BURKERT, op. at., p.
423.
32 A. SZABO, op. cit., pp. 285-287.
33 Ibid., p. 23, p. 33, pp. 288-291, pp. 355 e ss; W.
BURKERT, op. cit., pp. 424-427.
34 A. REY, op. cit., p. 198;J. E. RAVEN, op. cit.,
pp. 36 e ss., pp. 40 e ss, p. 176.
35 A. SZABO, op. cit., p. 292; cfr. le tesi differenti
di A. REY, op. cit., p. 204 e di J.A. PHILIP, op. cit., pp.
89 e ss., pp. 206 e ss. il quale, comunque, non ritiene che i
Pitagorici siano i destinatari della nota polemica zenoniana;
P.H. MICHEL, op. cit., p. 181, pp. 663 e ss. crede al contributo di Zenone alla elaborazione della nozione di continuo; J.E. RAVEN, op. cit., passim.
48 PLATO, Resp., VII, 533b. cfr. K. VON FRITZ,
op. cit., pp. 101 ess.
49 PLATO, Resp., VII, 531d.
50 Cfr. A SZABO, Aefkvou als mathematischer
Terminus für “Beweisen”, in ‘‘Maia’’, N.S.X, 1958, pp.
106-107, pp. 122 e ss.; A. SZABO, Amfange..., op, cit., p.
247, pp. 251-252, pp. 259-262.
51 Plato, Euthy., 209b-c; P.H. MICHEL, op. cit.,
Pp. 53 e ss.
52 Cfr. O. BECKER, Das mathematische Denken
der Antike, Gottinga 1966, p. 18; K. VON FRITZ, op. cit,
Pp. 68 e ss., p. 95 e ss.; cfr. l’interessante lavoro di E. NIE-
BEL, Untersuchungen über die Bedeutung der geometri:
schen Konstruktion in der Antike, Colonia 1959.
53 Cfr. K. REIDEMEISTER, op. cit., pp. 51-55.
54 Cfr. per i temi dell’antidogmatismo e del realismo nominale K. DEICHGRAEBER, Die griechische Empirikerschule, Berlino, Zurigo 1965 (rist. an. dell’ed.
1930), p. 253, pp. 256-258, p. 261, pp. 263-264, pp. 269-
270. p. 277, pp. 280-287, pp. 291-292, p. 294, p. 296, pp.
300-311, p. 314; cfr. anche B. FARRINGTON, Storia della
scienza greca, Milano 1964 (tr. it. di G. Gnoli), pp. 89-90;
cfr. per la teoria del ciele DIELS KRANZ, PHILOL., 44 (32)
A16 (AET. II, 7, 7); ARISTOT. Metaph., 1 (A), 5, 986a; I
36 A. SZABO, op. cit., p. 434.
37 Ibid., pp. 303 e ss., pp. 313 e ss., pp. 326 e ss.,
pp. 335-339.
38 Ibid. p. 328, p. 332, p. 341.
(A), 8, 989b; XIV, N. 3, 10902; cfr., anche B. FARRINGTON, op. cit., p. 116.
55 Si tratta della &óEa àAndés (Plato, Theaet., 200
ess).
secondo J.A. PHILIP, op. cit., p. 30, la presenza di una
struttura deduttiva articolata in assiomi e teoremi non può
datarsi prima della fine del V secolo.
56 PLATO, Tim., Sie.
57 Cfr. G. MILHAUD, op. cit., pp. 222 e ss.
58 Cfr. P.H. MICHEL, op. cit., pp. 191 e ss., pp.
206-209.
40 A. SZABO, op. cit., p. 378, p. 417:
41 ibid, pp. 448-449; cfr. K. VON FRITZ, Platon,
Theaetet und die antike Mathematik, Darmstadt 1969.
Fasc. III, op. cit., pp. 27-36 e le riserve espresse in proposito
39 Ibid., p. 291-294, p. 353, pp. 416-417, p. 452;
Cft. M. TIMPANARO CARDINI, Pitagorici,
da W. BURKERT, op. cit., pp. 433-434.